ANALISI DEL SISTEMA POLITICO ITALIANO 1946-2000

Gli elementi fondamentali del sistema politico italiano durante il primo cinquantennio repubblicano sono stati essenzialmente tre: forte multipartitismo, polarizzazione, immobilismo dei ruoli ed instabilità degli esecutivi.


Il multipartitismo

La forte frammentazione politica è frutto di una società complessa ed eterogenea in cui, complice lo stesso sistema elettorale proporzionale puro, ogni singolo gruppo sociale e/o politico cerca di avere una propria autonoma e rilevante presenza nelle assemblee elettive locali o nazionali che siano. 
Questa tendenza all'atomizzazione del panorama politico è stato molto più ampio di quanto si potrebbe immaginare guardando l'elenco dei partiti, già rilevante ed esteso, dei partiti presenti nel Parlamento italiano. Infatti solo sette formazioni politiche con rilevanza nazionale (à Pci, Psi, Psdi, Pri, Dc, Pli, Msi) hanno sempre ottenuto seggi in tutte le competizioni elettorali durante il periodo 1948-1992, ma ad esse vanno affiancate le rappresentanze delle minoranze linguistiche presenti sul territorio italiano (à Svp, Uv, PSd'A) ed altre forze politiche che hanno conseguito un'apprezzabile rappresentanza alla Camera e/o al Senato (e quindi hanno avuto un'influenza più o meno forte nel sistema politico) solo in alcuni periodi della nostra vita repubblicana. Questo è stato il caso della destra qualunquista e monarchica (à UQ, Pnm, Pmp, Pdium) negli anni '50, della sinistra scissionista socialista (i cosiddetti carristi) avversi al primo centrosinistra negli anni '60 (à Psiup), dal partito radicale (à Pr) a partire dal 1976, dagli ecologisti (Verdi, verdi Sole che Ride poi unificati nelle à Federazione dei Verdi) a partire dagli anni '80 ed infine, nei recenti anni '90, il fenomeno populista e qualunquista rappresentate dalla cosiddette Leghe (tra cui il ruolo più importante è stato assunto dalla à Lega Nord - Lega Lombarda). 
Il ruolo e l'influenza di tutte queste formazioni politiche minori che, al pari dei partiti laici (Psdi, Pri, Pli), non hanno mai o quasi mai superato la soglia del 5% dei consensi in seno al corpo elettorale, è spesso stato molto alto e, sicuramente, sproporzionato rispetto ai risultati elettorali conseguiti (ed al numero dei seggi parlamentari ottenuti). Ciò è stato determinato dal ruolo di ago della bilancia o di ruote di scorta svolti da alcuni fra questi in alcuni importanti fasi della nostra storia: i monarchici per l'affermazione dell'egemonia della leadership di Alcide De Gasperi dopo la rottura delle coalizioni governative di unità antifascista nel 1947, i laici per l'affermazione del centrismo degasperiano, il Msi durante il tentativo autoritario di Tambroni nel 1959, il Pri per l'affermazione del centrosinistra negli anni '60 ed infine il Psi partito chiave per le coalizioni di pentapartito negli anni '80. 
La notevole frammentazione politica è stata determinata anche dalla notevole eterogeneità presente all'interno agli stessi partiti politici, soprattutto quelli definiti (o autodefinitisi) di centro.
Tutti e tre i maggiori partiti di massa avevano una suddivisione interna in lungo il continuum destra - sinistra (con la presenza in alcuni casi di un centro). 
Queste divisioni interne furono poco visibili nel Partito Comunista Italiano sia per il meccanismo decisionale interno di tipo verticistico ed unanimistico tipico del partito fino agli anni '70-'80 (centralismo democratico), sia per la guida tendenzialmente carismatica dei suoi più importanti leader (Palmiro Togliatti e Enrico Berlinguer in primis), sia per il ruolo storico d'opposizione svolto dal partito in seno al sistema politico italiano, ruolo che semplificava la vita interna del partito limitandone le spaccature politiche. Nonostante ciò, però, all'interno del Pci si è assistito all'esistenza, in determinati momenti della sua vita a partire dalla metà degli anni '60, ad una forte dialettica fra linee politiche divergenti e contrapposte: negli anni '60 i seguaci di Giorgio Amendola (favorevoli ad un accordo neofrontista con i partiti socialisti Psi-Psdi-Psiup) opposti a quelli di Pietro Ingrao (più propensi ad accordi con la sinistra democristiana di Amintore Fanfani), i filosovietici di Armando Cossutta opposti ai fautori dello strappo da Mosca di Enrico Berlinguer, i berlingueriani anticraxiani di Achille Occhetto e Massimo D'Alema in divergenza con il gruppo migliorista di Emanuele Macaluso, Gerardo Chiaromonte e Giorgio Napolitano, pronto a riaprire il dialogo con il leader del Garofano. Sembra superfluo sottolineare come la maggiore divisione interna al Pci si sia avuta al XX Congresso con la contrapposizione tra il Fronte del Si (favorevole al mutamento del simbolo e del nome del Pci in Pds) e il Fronte del No (contrario a tale cambiamento e molti dei quali dirigenti hanno dato origine al Partito della Rifondazione Comunista).
La situazione all'interno dell'altro grande partito della sinistra, il Partito Socialista Italiano, era caratterizzata da una cronica instabilità delle maggioranze congressuali e dei segretari politici generali da esse eletti. La divisione in correnti (autonomisti, demartiniani, manciniani, lombardiani, ecc. …) indebolì notevolmente il ruolo e l'influenza del partito.
A questa situazione pose rimedio Bettino Craxi (1976) che, riducendo al silenzio quasi tutta l'opposizione interna (cooptandola nel nuovo gruppo dirigendole o annullandola), fece del Psi un partito personalista a guida autoritaria (questo a scapito del dibattito e della democrazia interna) facendone l'ago della bilancia del sistema politico. Per un quindicennio ciò fece diede onori e potere ai leader socialista, ma la fine delle fortune personali di tali dirigenti, in assenza di una vera e motivata base socialista, ha condotto all'estinzione del più antico partito politico italiano.
La frantumazione interna raggiungeva il massimo in seno al partito di maggioranza relativa ed egemone del sistema politico, la Democrazia Cristiana. Dopo la scomparsa di Alcide De Gasperi la Dc divenne una federazione di correnti (à Dc) in cui convivevano (e lottavano fra loro) uomini di destra e di sinistra ed alcuni che, non contenti di militare nel partito di centro per eccellenza, affermavano di essere il Grande Centro democristiano con l'obbiettivo di essere al centro del centro. Nella Dc militavano ex fascisti ed ex partigiani, liberisti e cristiano sociali solidaristi, americanisti di chiara e sicura fede atlantica e pacifisti internazionalisti e mondialisti. In alcune occasioni si è assistito al paradosso per cui alcune correnti democristiane davano "voti di fiducia tecnici" (quindi non facevano parte dell'esecutivo o non ne condividevano, in parte o totalmente, il programmo) a governi guidati e composti da compagni di partito. Fu questo il caso, con l'estromissione della destra democristiana, dei governi Fanfani di centrosinistra negli anni '60 e del VI governo Andreotti (1991) dopo le dimissioni di cinque ministri della sinistra dc contrari all'approvazione della nuova legge Mammì. Il massimo dei paradossi lo si ebbe nel 1954 quando il monocolore dc guidato da Giuseppe Pella venne definito dai dirigenti di Piazza del Gesù solamente come governo amico. Ogni tentativo di porre ordine nel partito di maggioranza relativa (Fanfani anni '50, De Mita anni '80) venne ostacolato ed impedito dagli stessi notabili democristiani che temevano di vedere scemare il proprio potere ed esterno al partito in presenza di un'eventuale forte leadership.
La divisione lungo la linea destra - sinistra interna ai partiti di grandi dimensioni è comune a tutti i partiti di massa, ma più peculiare appare la stessa frantumazione interna a partiti di piccola dimensione. Infatti esistevano una destra ed una sinistra interna al Psdi (Paolo Rossi ßà Pier Luigi Romita), al Pri (Randolfo Pacciardi ßà Ugo La Malfa), al Pli (Giovanni Malagodi ßàBruno Villabruna) ed al Msi (Giorgio Almirante ßà Pino Rauti) che diedero origine a scissioni, ricuciture e trasformazioni di tali formazioni politiche. 
La sopravvivenza e le fortune dei partiti minori erano giustificate, oltre che dalla guida di alcuni leader autorevoli (Giuseppe Saragat per il Psdi, Giovanni Malagodi per il Pli, Ugo La Malfa e Giovanni Spadolini per il Pri) e dalla continuità con la tradizione risorgimentale a cui si rifacevano alcuni di queste forze politiche ( Pri, Pli) essenzialmente dai seguenti motivi: 

- il sistema elettorale proporzionale non premia, ma anzi punisce gli accordi elettorali tra più partiti in quanto si perdono voti sia a destra, sia a sinistra (così è avvenuto al Pci ed al Psi nel 1948, al Psi ed al Psdi nel 1969 e, alle elezioni europee del 1989 al Pri ed al Pli). È molto meglio e paga molto di più in termini di consenso elettorale presentarsi autonomamente con la propria lista alla prova delle urne facendo appello all'orgoglio di partito ed alla propria peculiarità;

- i partiti minori assumevano un ruolo importante (a volte al limite del ricatto) per permettere la formazione dei governi durante le crisi e le fratture interne alla Dc. 


La polarizzazione, l'immobilità dei ruoli e l'instabilità dei governi 

La distanza ideologica tra i due estremi (Pci, Msi) dell'elenco dei principali partiti politici di cui abbiamo parlato in precedenza è stata molto forte ed accentuata per tutto il cinquantennio repubblicano .
Il Msi fu considerato (e così lo autodefinirono i suoi dirigenti) erede dell'esperienza dittatoriale fascista e partito antisistema più interessato allo stravolgimento dell'ordinamento democratico in chiave autoritaria che alla competizione per il governo. La antisistemicità dei missini non impedì alla Dc di contrattare ed ottenere l'appoggio dei deputati dell'estrema destra per alcuni monocolori dc negli anni '50 (Segni, Zoli, Tambroni), anche se la partecipazione neofascista al governo veniva esclusa da tutti i leader dei partiti democratici (democristiani e non).
A parte che alla metà degli anni '70, durante la cosiddetta solidarietà nazionale, quando l'emergenza terroristica, la crisi economica e l'incremento elettorale comunista imposero l'inserimento del Pci nella maggioranza di governo tramite le astensioni, la non sfiducia ed il voto a favore del IV governo Andreotti, anche un governo a partecipazione comunista veniva a priori escluso dal novero delle coalizioni governative possibili (questo a parte che alla metà degli anni '70 quando l'emergenza terroristica, la crisi economica e l'incremento elettorale comunista imposero l'inserimento del Pci nella maggioranza di governo tramite le astensioni, la non sfiducia ed il voto a favore del IV governo Andreotti, ossia la fase della cosiddetta solidarietà nazionale) per la posizione di politica estera filosovietica dei comunisti e per pressioni anticomuniste di ambienti nazionali ed internazionali. Come hanno sottolineato Norberto Bobbio e Leopoldo Elia si giunse alla costituzione di una poco democratica "conventio ad escludendum".
Come si è visto nel paragrafo precedente l'eterogeneità interna ai partiti tradizionalmente di governo (Dc, Psi, Psdi, Pri, Pli) è sempre stata alta e, quindi, anche la polarizzazione interna alle maggioranze di governo era, a parte il collante anticomunista, molto elevata. 
Oltre alla polarizzazione politica è esistita in seno alle differenti coalizioni governative anche una forte polarizzazione tra laici e cattolici. Questa polarizzazione ha visto agli estremi della linea due importanti partiti di governo: il Pri (ovviamente sul versante laico) e la Dc (ovviamente su quello cattolico). Alcuni esponenti dei due schieramenti (laici e cattolici) su alcune tematiche importanti, in alcuni momenti della nostra storia, hanno interrotto quella sorta di accordo e di reciproca collaborazione instauratasi nei primi anni del dopoguerra, trasformando la dialettica laici/cattolici in un infruttifero scontro laicisti/clericali. Contrariamente a quanto si potrebbe pensare il Pci non assunse mai posizioni fortemente antireligiose, preferendo prospettare una collaborazione con le componenti più avanzate del mondo cattolico. Non è quindi un caso se la soluzione ad alcune spinose questioni (ad esempio la riforma della scuola e la relativa parificazione tra scuole pubbliche e private) a cui per 50 anni non si era data risposta, causa dell'impossibilità di decidere causa le profonde divisioni tra laici e cattolici, siano state risolte negli ultimi anni dalle maggioranze uliviste e di centrosinistra in cui i post comunisti e l'ex sinistra dc hanno creato le condizioni per giungere alla sintesi tra le posizioni più nobili del mondo laico e del mondo cattolico.
La scelta a priori degli unici partiti destinati alla composizione delle maggioranze governative ed il ruolo egemone svolto dalla Dc hanno portato ad una sorta di paradosso: scarso ricambio della classe politica governativa (hanno sempre governato gli stessi partiti e quasi sempre gli stessi uomini) e un notevole cambio degli esecutivi (nel periodo 1946-1999 vi sono stati 54 governi escluso quello attualmente in carica, con una durata media di circa 363 giorni ognuno). Questi due aspetti del nostro sistema politico hanno fatto si che eterogenee coalizioni governative, di fronte a problemi di difficile risoluzione, preferissero rinviare a divinis tali decisioni e formare nuovi governi con geometrie e programmi politici nuovi piuttosto che giungere a fratture insanabili. Non vi era, infatti, alcun rischio, soprattutto per la Dc, di essere estromessa dal governo e per gli alleati socialisti e laici brevi periodi di opposizione (magari alla vigilia delle elezioni o all'indomani di consultazioni elettorali risultati non soddisfacenti) venivano considerati salutari per ricostruirsi un'identità autonoma con la quale presentarsi di fronte a militanti ed elettori facendo dimenticare i troppi compromessi concessi ai democristiani durante la collaborazione di governo.

 

Breve conclusione

Da quanto scritto si desume che il più grande problema del nostro sistema politico è stato rappresentato dalla difficoltà di prendere decisioni; come ha detto Gustavo Zagrebelsky: "Il sistema politico italiano funziona male perché non è in grado di prendere decisioni". Questa affermazione è vera solo in parte in quanto quando ha voluto la classe politica ha saputo prendere, anche molto rapidamente, decisioni importanti e di notevole rilevanza: la scelta europeista e atlantica fatta da De Gasperi, le riforme tendenzialmente strutturali attuate dal centrosinistra di Fanfani, Moro e Nenni e, last but not least, le riforme strutturali (scuola e della pubblica amministrazione) ed il risanamento dei conti pubblici per aderire all'Euro fin dalla sua fase iniziale di cui sono stati artefici i governi Prodi e D'Alema. Come si nota dagli esempi citati molto spesso le scelte sono state prese a seguito di pressioni ed input parzialmente esogeni al sistema politico (l'Unione Europea, N. d. A).
Il paradosso del professor Zagrebelsky rimane, quindi, di forte impatto e fortemente critica nei confronti della cronica incapacità decisionale del sistema politico e ciò è sintomo della forte sclerotizzazione e tendenziale autoreferenzialità dei partiti in determinate situazioni. D'altronde il sistema politico non poteva che essere così, poiché i padri costituenti, memori della ventennale dittatura fascista (si noti la felice espressione "Complesso del tiranno" coniata dal Presidente dell'Assemblea Costituente Umberto Terracini, crearono un sistema che preferiva fotografare le forze in campo piuttosto che incoronare dei vincitori: chi avrebbe avuto l'onere e l'onore di governare sarebbe stato deciso dalla mediazione parlamentare e mai nessuno avrebbe mai comandato del tutto, come nessuno sarebbe mai stato escluso del tutto da una parte del processo decisionale o da quello di controllo. Ciò ha sicuramente permesso una pacificazione interna ed ha evitato traumi interni al sistema politico, ma ciò è avvenuto a scapito di una forte e reale incisività dell'azione di governo. Nessuno dei soggetti politici presenti nell'arena avrebbe mai potuto ottenere una completa ed esclusiva proprietà del processo decisionale, ma avrebbe dovuto condividerlo con altri soggetti. Tale divisione ha assunto sia la forma nobile della comproprietà del potere decisionale, sia quella degenerata e biasimabile della spartizione e dell'usurpazione del potere. Nessun singolo attore e nessuna singola coalizione di attori potevano sovrastare o danneggiare gli avversari ed i concorrenti. Si creò un sistema volutamente debole poiché esso nasceva in una situazione come quella del 1946 di forte ignoranza previsionale relativamente al comportamento ed alle preferenze del corpo elettorale che non aveva avuto modo di esprimersi liberamente da oltre un ventennio ed era in grado di garantire la sicurezza di tutti i soggetti presenti all'Assemblea Costituente. 
Quel sistema, tra luci ed ombre, ha funzionato e permesso all'Italia di crescere e di far migliorare le condizioni di vita dei cittadini, ma ormai da un decennio è giunta l'ora di modificare alcuni aspetti di ingegneria costituzionale della II Parte della Costituzione (restano eternamente validi i principi ispiratori antifascisti, democratici, liberali, solidaristici ed egualitari). Dopo i referendum relativi alle leggi elettorali (1991, 1993), dopo le riforme parlamentari delle medesime (1993) e dell'elezione degli esecutivi e delle assemblee locali (1993, 1999) sembra essersi arenata la spinta riformatrice. Anzi affiorano spinte neoproporzionaliste che mirano a ricreare un passato che non deve tornare lodando, anche con battute mediche , un sistema basato sull'immobilità e sull'eternità del potere e su un molto italico, ma poco edificante tirare a campare . I limiti e le difficoltà di affermazione di un moderno ed europeo sistema politico tendenzialmente bipolare vanno ricercate nella necessità di far apprendere ad elettori e politici i nuovi meccanismi ed i comportamenti da assumere in tali nuove realtà (si noti che in Francia, dopo l'instaurazione della V Repubblica, si impiegarono circa una decina di anni per giungere ad un sistema bipolare) ed al fatto che molti aspetti sia del circuito primario del sistema politico, sia, soprattutto di quello secondario, non sono stati adattati al nuovo sistema elettorale (un esempio per tutti è la mancata riforma dei regolamenti parlamentari). 
Non si può essere un novello Giano bifronte, che da una parte sogna una sistema riformato, e con l'altra rimpiange quello ormai tramontato, ma si deve operare per giungere ad una moderna democrazia europea competitiva in cui si riesca a saper coniugare efficienza decisionale e rispetto delle minoranze a cui si deve tutelare il sacrosanto diritto di espressione del proprio parere (non sembra poi così assurdo affermare che chi è minoranza oggi, e forse anche piccola minoranza, non diventare maggioranza domani). 
Già una volta l'Italia si fermò in mezzo al guado ed il risultato fu che negli anni recenti si sono pagati i prezzi degli errori e del malcostume derivati da tale mancato completo sviluppo della democrazia nazionale. Speriamo proprio, ora anche e soprattutto per la salute e la qualità della nostra stessa vita civile, che non si ricada di nuovo in quello stesso pernicioso errore. Benché a volte ci appaia un sistema lento e con difetti da criticare, la democrazia, come ricordava sir Wiston Chrchill, rimane sempre il miglior sistema in cui vivere e, proprio per questo va curata e migliorata quotidianamente, per cui sembra opportuno associarsi alle seguenti parole del politologo Gianfranco Pasquino: "Poiché non esistono alternative politicamente più attraenti della democrazia, è plausibile concludere che i regimi democratici hanno vinto, all'interno dei singoli sistemi politici e fra sistemi politici, tutti i confronti. Adesso, affrontano consapevolmente la sfida che essi si pongono: quella della qualità diffusa" . 

 

Appendice : democrazia, consenso e riforme

Viene riportato in questo capitolo un mio saggio scritto nella primavera del 1996 cui, studente in attesa di conseguire il diploma di maturità scientifica, vinsi la seconda edizione del Premio Rotaract Club Bologna Felsineo, concorso per il miglior componimento a tema fisso per gli studenti del 5° anno del Liceo Scientifico Enrico Fermi. Premetto queste note temporali e personali al testo per sottolineare che certe espressioni "dure" sul sistema politico italiano erano condizionate dalla situazione contingente del momento: le ferite della crisi morale e politica erano ancora aperte e dolorose in tutti noi. Dopo quattro anni il risanamento morale, al pari di quello economico, è, seppure in maniera ambigua ed insufficiente, avanzato e ha contribuito in un generale risveglio e ammodernamento del Paese. Questo brano, più che un saggio di storia e di politologia, vuole essere una testimonianza di un passato delle cui degenerazioni speriamo di sbarazzarci completamente e di non imbatterci in altre crisi morali ed economiche simili.(L. M.)


"La concezione della persona umana e di suoi rapporti con la Società e con lo Stato è molto precisa; la persona umana ha fini propri che trascendono i fini sociali e statali: questo perché la persona ha per fine supremo un fine interiore, spirituale ed eterno, l'unione con Dio … Ciò comporta la necessità per chi governa, di creare una Società ed uno Stato per la persona e non la persona per la Società e lo Stato". (Giorgio La Pira da "Premesse alla politica")

Il rapporto tra Uomo e Stato è da sempre alla base di ogni speculazione filosofica e religiosa.
Tale rapporto, nel corso dei secoli, ha subito cambiamenti a volte anche radicali. Aristotele, che sicuramente è stato il più importante ed il più completo tra i filosofi antichi, parlava dell'uomo come "animale politico" volendone sottolineare la tendenza a riunirsi in comunità per soddisfare la naturale umana propensione a vivere ed operare in società. L'uomo aveva un ruolo fondamentale come singolo individuo. Questa concezione che vedeva l'uomo in posizione preminente rispetto allo Stato viene totalmente capovolta nella società romana poiché è lo Stato ad essere valore supremo e tutto il resto (religione, cultura, economia) vengono ad essere degli elementi subordinati ad esso. Anche l'uomo perde la propria individualità e la propria autonomia a vantaggio dello Stato che, anzi, utilizza il singolo per soddisfare i propri bisogni.
Inizia un lungo periodo in cui le esigenze dei singoli vengono ad essere prevaricati dall'interesse supremo rappresentato dallo Stato per la cui difesa, come affermava Machiavelli, si potevano compiere anche atti che, da un punto di vista morale, sono condannabili in maniera categorica.
Il pensiero illuminista riafferma parzialmente la validità della persona umana basandosi sulla rilevante importanza con cui veniva considerata la ragione umana. Ma anche la dottrina illuministica e, soprattutto quelle successive che portarono a vedere l'uomo non come singolo, ma come massa (marxismo) od a considerare "lo Stato fonte unica di eticità" (fascismo), non hanno, a mio parere, ben valutato il rapporto uomo-Stato che deve essere sempre equilibrato ed improntato ad un sostanziale reciproco rispetto. La breve digressione storica con la quale è stato aperto il tema non vuole essere assolutamente una pura dimostrazione nozionistica, ma è una premessa indispensabile con l'aiuto della quale si può meglio capire la situazione attuale che personalmente reputo essere il prodotto delle esperienze passate.
Le parole espresse da un politico di notevole preparazione culturale Giorgio La Pira al cospetto dell'Assemblea Costituente (1944) e che hanno trovato, almeno formalmente, attuazione nella Carta Costituzionale del 1948 non possono che essere condivise.
Ma, come amava ricordare un altro importante costituente quale Piero Calamandrei, la "Costituzione non è lettera morta" e , quindi, si deve cercare di migliorare ogni giorno il rapporto individuo -istituzioni preservando l'autonomia del singolo nel rispetto, però, delle regole dello Stato che devono essere alla base della civile convivenza.
Non si deve dimenticare che lo Stato non è un'entità astratta calata dall'alto, ma è una realtà legislativa ed istituzionale che trae origine da un patto fra uomini che ne codificano le leggi e le regole tenendo presente che esse devono garantire ogni individuo basandosi sui principi di libertà ed eguaglianza.
La situazione politica italiana rischia di rompere in maniera irreparabile i rapporti tra lo Stato ed i cittadini poiché lo Stato è sempre maggiormente sentito come entità estranea alla Società civile con cui spesso è in conflitto. La classe politica e il governo sono visti, dalla maggior parte della popolazione, come "padroni autoritari" che esercitano il potere solo a propria discrezione e per propri vantaggi personali e non sono, come invece dovrebbe essere, i "servitori del popolo", cioè le persone delegate ad amministrare la "cosa pubblica" in nome degli interessi di ogni singolo cittadino.
Le cause più evidenti di tale crisi politica-istituzionale sono, credo, note a tutti. Si va dalla corruzione al crollo delle ideologie passando per il cattivo funzionamento della pubblica amministrazione. Ma la causa principale e che può riassumere tutte le precedenti è la "crisi di consenso" della classe politica. È infatti il consenso che in tutti i regimi democratici lega il popolo sovrano (e quindi elettore) alle istituzioni che traggono dal popolo medesimo la propria legittimazione. Invece in molte democrazie il rapporto cittadini-Stato basato sul consenso è spesso incrinato poiché l'elettorato si sente oppresso dalla classe politica che lo considera solamente in modo formale il detentore del potere di indirizzo della vita politica nazionale, ma sostanzialmente diviene un'oligarchia che utilizza la delega datale dall'elettorato per mantenere i propri privilegi.
Non è più il politico a dover rispondere all'elettore del proprio operato, ma l'elettore che si sente costretto a "delegare" un determinato uomo politico poiché da questo ha ricevuto in precedenza dei favori e dei privilegi che sono elementi costitutivi del sistema clientelare nato dalla degenerazione del sistema democratico dei partiti.
Non saranno quindi le riforme istituzionali e costituzionali, benché, ormai sia giunto il momento di dare attuazione ad un dibattito decennale, a lenire le ferite nel difficile rapporto tra popolo sovrano e le legittime assemblee da esso elette (cioè tra cittadini e Stato), ma ciò potrà essere fatto soltanto quando la classe politica tornerà ad acquistare "consenso" di fronte agli elettori dimostrando di operare nell'interesse di tutti sapendo dare risposte efficace alle istanze ed ai bisogni dei singoli individui e non diventando essa stessa un ulteriore problema.
Non solo nel campo politico, ma anche in quello del lavoro si deve affermare la dignità e l'autonomia dell'uomo.
Sono infatti da condannare non solo per quanto riguarda l'aspetto giuridico, ma soprattutto per quanto riguarda l'aspetto morale ed etico, tutte le forme di sfruttamento del lavoro umano. Ogni lavoratore deve essere retribuito in maniera realmente corrispondente all'attività svolta divenendo, così, il protagonista del lavoro e non soltanto lo strumento per l'altrui arricchimento.
Un lavoro equamente retribuito e che tenga conto delle personali esigenze dell'individuo permette al singolo di affermare la propria personalità, liberandosi da legami oppressivi di tipo economico.
Un altro campo in cui si deve assolutamente preservare la peculiarità dell'individuo è il rapporto con i mezzi televisivi.
Vi è, infatti, il rischio che l'utente del mezzo televisivo non sia più libero nelle proprie scelte quotidiane (dalla scelta di quale prodotto alimentare acquistare al supermercato alla ben più importante scelta elettorale), ma condizionato dalla pubblicità e da una distorta informazione che non fa coincidere il messaggio diffuso con la realtà contingente. Quindi, anche i mezzi televisivi non sono più servizi di pubblica utilità per informare i cittadini permettendo loro, così, di svolgere le proprie molteplici scelte partendo da basi conoscitive più ampie ed articolate, ma diventano ma diventano elementi condizionanti del nostro agire.
Non è più l'uomo ad essere superiore alla tecnologia, ma è la tecnologia, se non usata in maniera regolare, a controllare la vita umana.
Importante è la tematica religiosa, poiché ritengo che non sia compito dello Stato occuparsi dei problemi religiosi, ma le scelte religiose riguardano l'intimità del singolo cittadino. Lo Stato deve mantenere una posizione di assoluta laicità e di totale rispetto delle singole scelte.
Bisogna, quindi, difendere in ogni modo l'individualità e la dignità che contraddistinguono ogni uomo e che sono alla base della libertà del singolo. Questa libertà ha il proprio limite non in evanescenti imposizioni verticistiche dello Stata, ma incontra il proprio limite nella libertà altrui, che va rispettata e tutelata in quanto appartiene ad un essere avente i miei medesimi diritti e doveri. Il compito dello Stato è quello di regolare e coordinare l'azione quotidiana di tutti i cittadini nell'interesse dello sviluppo della società e di difendere la libertà dei cittadini medesimi.



BREVE STORIA DEI PARTITI ITALIANI


Democrazia Cristiana

È stato il partito di maggioranza relativa fin dal 1946. Venne fondata nel 1943 da De Gasperi, Gronchi, La Pira e Mattei a Milano in casa dell'industriale Falck. Fu fin dalle origini partito di mediazione e, per bocca di Vanoni, partito interclassista che prevedeva una collaborazione tra le varie classi sociali per realizzare un'economia sociale di mercato, cercando di conciliare le dottrine capitaliste e liberiste con una visione sociale dell'economia. Tradizionali alleati dello scudo crociato sono stati i partiti laici (à Psdi, à Pri, à Pli) e, dalla metà degli anni '60, il Psi (à Psi). Durante la stagione del terrorismo e della crisi economica degli anni '70 vi è stata la collaborazione a livello parlamentare con il Pci (la cosiddetta Solidarietà nazionale à Pci). In precedenza alcuni gabinetti monocolori democristiani si sono retti con i voti determinanti dei monarchici e dell'estrema destra del Msi (à Msi). Al proprio interno la Dc è sempre stata fortemente frammentata e divisa in correnti con alto grado di conflittualità reciproca. Segue una breve mappa delle più importanti correnti democristiane:

- MOROTEI o AREA ZAC, BASE, FORZE NUOVE (sinistra interna): sono state le tradizionali correnti di sinistra dello scudocrociato che hanno avuto in Amintore Fanfani (almeno fino alla fine degli anni '60), Aldo Moro e Benigno Zaccagnini i principali leader. Si fecero portavoce, prima della collaborazione con il Psi (realizzatosi con il centro-sinistra, à Psi), poi della necessità di aprire al Pci (ipotesi abbandonata dopo la morte di Moro, à Pci);

- DOROTEI o GRANDE CENTRO: sono stati la maggioranza del partito ed hanno mantenuto il partito su posizioni moderate, fortemente anticomuniste ed i provata fedeltà atlantica. Massimi leader della corrente dorotea furono Arnaldo Forlani, Guido Gonnella, Emilio Colombo e Flaminio Piccoli;

- PRIMAVERA: è la corrente della destra democristiana ed ha avuto in Giulio Andreotti il suo unico e maggiore leader. 

La crisi dei primi anni '90 ha segnato la fine dell'esperienza politica della Dc i cui militanti si sono divisi in numerosi piccoli partiti posizionati sia a sinistra, sia al centro, sia a destra (Ppi, Democratici, Ri, Udeur, Ccd, Cdu, ecc.)

Partito Comunista Italiano

Ha rappresentato il maggior partito d'opposizione. Nasce a Livorno nel 1921 da una scissione del Partito socialista guidata da Antonio Gramsci ed Amadeo Bordiga e che vedeva nella Rivoluzione d'Ottobre una via per l'emancipazione del proletariato. Il legame con l'Urss, seppur in maniera sempre più critica, rimarrà forte fino alla vigilia del crollo del Muro di Berlino ed alla crisi dell'Unione Sovietica. Dopo il grande sforzo compiuto durante la guerra di liberazione da parte dei partigiani comunisti, il Pci contribuì con Psi, Dc e partiti laici alla stesura della Costituzione repubblicana. Il tentativo di tutti i leader di Botteghe Oscure, da Palmiro Togliatti a Achille Occhetto, passando per Enrico Berlinguer, è stata quella di giungere al governo attraverso la collaborazione con gli altri partiti di massa (cattolici e socialisti) e quelli laici minori (Pri, Psdi). La strategia di Moro (à Dc) e di La Malfa (à Pri) all'inizio degli anni '70 sembrava rendere possibile tale obiettivo, ma l'omicidio del leader democristiano fece naufragare tal opzione. La crisi del comunismo internazionale ha spinto la maggioranza del gruppo comunista a mutare nome ed accentuare l'opzione socialdemocratica del partito giungendo fino alla trasformazione del Pci in Pds (1991, si noti che una parte del partito non ha accettato questa scelta dando origine al Partito della Rifondazione Comunista da cui si è distaccato, nel 1998, il Partito dei Comunisti Italiani) che è giunto al governo nel 1996 (governo Prodi) e che ha conquistato la guida dell'esecutivo nel 1998 con Massimo D'Alema.

Partito Socialista Italiano

Era il più antico partito politico italiano, nato a Genova il 15 agosto del 1892 e ha caratterizzato tutta la storia italiana a partire dalla fine del XIX secolo. Protagonista, con la Dc ed il Pci, della lotta partigiana e della stagione costituente, il Psi fu strettamente legato ai comunisti (frontismo) fino, contrariamente a quanto fatto del Pci, alla condanna dell'invasione sovietica dell'Ungheria nel 1956 (Fatti d'Ungheria) che segnò un profondo solco tra i due partiti della sinistra italiana. Iniziava, sotto la guida del leader storico Pietro Nenni, l'avvicinamento alla Dc di Fanfani e Moro fino a giungere alla stagione del primo centro-sinistra (governi Fanfani e Moro), epoca di grandi riforme strutturali dell'intero sistema italiano. La crisi del centrosinistra e l'aborto della solidarietà nazionale aprirono le porte a duna nuova leadership in seno al Psi, quella di Bettino Craxi che, usando spregiudicatamente il forte ruolo di interdizione al limite del ricatto che il partito deteneva nel nostro sistema politico, è stato il fulcro del sistema politico italiano per 15 anni. Tale ruolo permetterà a Craxi (1983-1987) di formare due governi (il primo dei quali, detiene attualmente il record di durata) con i partiti laici e al Dc, le cui correnti moderate (à i dorotei di Forlani e à Primavera di Andreotti) hanno rappresentato gli interlocutori preferiti del leader di Via del Corso. Gli avvenimenti successivi al 1992 ed il coinvolgimento dello stesso Craxi e dei suoi più stretti collaboratori in alcune indagini relative alla corruzione politica, hanno segnato la fine del Partito Socialista, ponendo termine, in maniera triste ed amara alla storia del più antico e per molti decenni glorioso partito politico italiano che si è dissolto in gruppi minori tra i quali merita menzione, per peso politico e ruolo politico lo Sdi (Socialisti Democratici Italiani) guidato da Enrico Boselli a cui hanno aderito sia esponenti provenienti dalla tradizione socialista, sia da quella socialdemocratica (à Psdi).

Partito Socialdemocratico Italiano

Nacque da una scissione a destra del Psi nel 1947 da parte di quei socialisti che, guidati dal Presidente dell'assemblea Costituente in carica Giuseppe Saragat, non accettavano la linea frontista coi comunisti voluta da Nenni nell'immediato dopoguerra, preferendo la collaborazione con la Dc e gli atri partiti laici (à Pli, à Pri).
La nuova via socialista autonoma dal Pci ed il ritiro di Saragat dopo il suo settenato quirinalizio e il coinvolgimento di due segretari del Psdi in scandali giudiziari, hanno segnato il declino irreversibile e definitivo del partito nato a Palazzo Barberini. 

Partito Repubblicano Italiano

È uno dei più antichi partiti italiani (nacque a Bologna nel 1895) ed è l'erede della tradizione risorgimentale della sinistra mazziniana non marxista a cui si aggiungono molti illustri intellettuali provenienti dal Partito d'Azione (La Malfa, Valiani, Visentini) approdati al partito dell'edera dopo il repentino scioglimento del Pd'A. il Pri, piccolo, ma influente, sarà, sotto la guida di Ugo La Malfa, uno degli artefice dell'apertura a sinistra ai tempi del primo centro-sinistra e sostenitore dell'ipotesi di allargamento della maggioranza di governo ai comunisti dopo il 1976. Dopo la morte di La Malfa (1979) leader del Pri diventerà il senatore Giovani Spadolini, uomo illustre, storico di chiara fama ed intellettuale di vaglia, che, nel 1981, sarà il primo Presidente del Consiglio dei Ministri non democristiano della storia repubblicana.

Partito Liberale Italiano 

Nasce ufficialmente nel 1921, ma è l'erede delle classe dirigente liberale che ha guidato l'Italia fino all'avvento del fascismo. Collabora con la Dc e gli atri partiti laici (à Psdi, à Pri) negli anni del centrismo degasperiano. Sotto la guida di Malagodi (fortemente influenzato da ambienti confindustriali) esce dal governo all'avvento del centro-sinistra. All'opposizione, salvo una parentesi all'inizio degli anni '70 (governo Andreotti- Malagodi, 1972), fino all'avvento del pentapartito (governo Spadolini, 1981), ha rappresentato un partito posto su posizioni più conservatrici rispetto ai partiti liberali tedesco, britannico e scandinavi.

Movimento Sociale Italiano - Destra Nazionale

Viene fondato a Napoli nel 1946 da reduci della Repubblica Sociale Italiana (RSI) e da nostalgici del regime che si rifanno alla mussoliniana Carta di Verona. Perennemente all'opposizione, tranne che per l'appoggio ad alcuni governi monocolore democristiani negli anni '50 (à Dc), il Msi ha raccolto il maggior numero di consensi nei primi anni '60 sotto la guida dell'ex dirigente della RSI Giorgio Almirante. La crisi del sistema politico italiano nei primi anni '90 e la guida di Fini ha fato si che il Msi, seguendo le teorie del politologo Domenico Fisichella e l'evoluzione della destra spagnola (da Alleanza Popular a Partido Popular), si trasformerà in Alleanza Nazionale (da cui si è staccato un gruppo di nostalgici guidati da Pino Rauti), tentativo di creare una destra conservatrice italiana che ha partecipato alla fulminea esperienza del governo Berlusconi (1994).

Altri


Sono esistiti anche altri partiti politici italiani (Svp, Uv, PSd'A, ossia i tre partiti regionali rispettivamente dell'AltoAdige-Sudtirolo, della Valle d'Aosta e della Sardegna; vari partiti monarchici e socialisti frutto delle molte scissioni avvenute in seno al Psi; il Pr, piccolo partito radicale che ha visto crescere le proprie fortune sotto la guida di Marco Pannela e di Emma Bonino ed il movimento ecologista dei Verdi), ma solo i sette partiti di cui abbiamo parlato in precedenza hanno partecipato a tutte le competizioni nazionali a partire dal 1948 con un insediamento organizzativo ed elettorale diffuso su tutta la penisola. Negli anni '90 del XX secolo sono stati fondati altri due partiti rilevanti, la Lega Nord, partito populista che ha a lungo perseguito la via della secessione dell'Italia settentrionale dal resto del paese e Forza Italia, partito che si definisce liberale, liberista e popolare fondato dal magnate delle tv Silvio Berlusconi che hanno governato insieme con gli ex democristiani del Ccd (à Dc) ed il Msi-An (à Msi) per 7 mesi nel 1994. Dopo l'introduzione di un sistema elettorale tendenzialmente maggioritario (1993) il sistema politico sta cercando i ritrovare un suo equilibrio sulla formula delle coalizioni le cui più importanti sono l'Ulivo (centrosinistra) ed il Polo delle Libertà (centrodestra): questi eventi non appartengono alla storia, ma alla cronaca ed è appunto all'ambito della cronaca che, per onestà intellettuale, sembra opportuno lasciarli.



E DOMANI? QUALE STELLA POLARE?

All'inizio di questo elaborato si era denunciata la più completa incompatibilità tra la narrazione storica e la preveggenza, e non saranno certamente queste poche righe a smentire quanto detto. In un lontano settembre del 1870, mentre l'ambasciatore Ponza di San Martino gli annunciava l'imminente presa di Roma da parte dei bersaglieri del generale Cadorna, un esterrefatto Papa Pio IX rispondendo al proprio interlocutore affermava di non essere "né profeta, né figlio di profeta" , e chi scrive non se ne sente neppure un lontano parente. Quindi quanto scritto nelle seguenti righe non vuole essere un inutile vaticinio, ma un monito a non abbandonare il percorso di risanamento morale ed economico del nostro Paese tenendo presente che c'è ancor molto lavoro da fare, ma che il raggiungimento della moneta unica europea (Euro) è stato un evento di primaria importanza, la pietra miliare di una nuova e più grande casa. Nel nostro agire quotidiano occorre tenere ben fisso un chiaro punto di riferimento, una vera e propria stella polare che non può che essere la costruzione dell'Unione politica europea in modo da accelerare il processo di integrazione economico, culturale e politico del Vecchio Continente, non più baluardo avanzato di una guerra fredda ormai consegnata ai libri di storia, ma nuovo luogo geopolitico di pace e di sviluppo, vera "Casa comune di tutti gli Europei (e non solo!)", "Unione delle minoranze" in cui, dalla reciproca collaborazione e dal reciproco aiuto, tutti, sia chi fa già parte dell'Unione europea, sia chi preme per aderire, possano trarne un proficuo vantaggio. Noi Italiani non dobbiamo mai dimenticarci di questo naturale e straordinario cordone ombelicale che ci lega all'Europa, dobbiamo dimostrare di essere davvero quei "Cittadini d'Europa nati in terra d'Italia" di cui ama parlare spesso il nostro Presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi. 



BIBLIOGRAFIA


Il seguente elenco comprende alcune opere di facile lettura, ma complete e di indubbia validità scientifica per un approccio critico alle principali vicende storiche e politiche del sistema politico italiano dall'Unità ad oggi.

- Giovanni Spadolini, Gli uomini che fecero l'Italia, Longanesi & C., Milano 1993

- Giovanni Spadolini, Gobetti un'idea dell'Italia, Longanesi & C., Milano 1993

- Denis Mack Smith, Storia d'Italia dal 1861 al 1997, Editori Laterza, Roma-Bari 1997

- Gianfranco Pasquino, 1946 - 1995, Profilo della politica in Italia, Editori Laterza, Roma-Bari 1996

- Gianfranco Pasquino (a cura di), La politica italiana. Dizionario critico 1945 - 1995, Editori Laterza,      Roma-Bari 1995

- Gianfranco Pasquino, La Repubblica dei cittadini ombra, Garzanti Editore s. p. a., 1991

- Gianfranco Pasquino, La democrazia esigente, il Mulino, Bologna 1997

- Giorgio Galli, Storia dei partiti politici italiani, Rizzoli, Milano 1991


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