BREVI SAGGI

Contributi critici all'analisi della storia italiana 1861-2000

di Luca Molinari


A Rita Mandini e Silvia Turtura,
con profonda amicizia.


"Quelle forze, che credevamo di aver per sempre debellato, e verso cui abbiamo avuto il torto di essere stati troppo indulgenti, son sempre vive, e rialzano la testa, e cercano baldanzosamente la loro rivincita" (Aldo Agosti)

INDICE

Premessa 
Tra Cavour e Mazzini 
Il trasformismo: modernizzazione e malcostume 
25 Aprile 
Uno sguardo al passato 
Tutti gli uomini del Colle 
Il fantasma di via Fani 
Una modesta proposta 
Analisi del sistema politico italiano 1946-2000 
Appendice : democrazia, consenso e riforme 
Breve storia dei partiti italiani 
E domani? Quale stella polare? 
Bibliografia 



PREMESSA

La storia italiana dall'Unificazione ai giorni nostri è ricca di avvenimenti e di fatti di notevole e significativo interesse che valgono la pena di essere studiati ed analizzati per meglio comprendere da dove veniamo, chi siamo e dove possiamo andare (sarebbe troppo bello sapere dove andiamo, ma non è dato il dono della preveggenza, quindi se ci si lasciasse trascinare dalla volontà troppo ambiziosa di oracolare sul futuro del nostro Paese si rischierebbe di passare dal campo della Storia a quello della stregoneria!).
I brani presenti nella seguente raccolta vogliono presentare un panorama della storia italiana attraverso alcuni suoi momenti focali e fondamentali, molti dei quali sono stati veri nodi cruciali delle vicende italiane. 
Ricordando che "solo gli stupidi non hanno idee", rammento a tutti i lettori che, come tutti i saggi critici, anche queste poche pagine vedono, sia nella scelta delle fonti, sia nell'esposizione delle considerazioni, una certa influenza delle mie opinioni personali sugli argomenti trattati, opinioni frutto di questi anni di studio e di ricerca e di una notevole onestà intellettuale.


Bologna, 3 marzo 2000 



TRA CAVOUR E MAZZINI

Il Risorgimento italiano non è comprensibile se lo si estrapola dal resto della storia italiana. Fin dalla caduta dell'Impero romano d'Occidente era mancata una unica realtà geopolitica in grado di unificare la penisola che si era trasformata in un campo di battaglia su cui erano transitati tutti gli eserciti nazionali o mercenari dei principali paesi europei.
Mentre si formavano le principali nazioni europee, la penisola stentava a riconoscersi in un'unica realtà politica e culturale e continuavano ad esistere le rivalità tra i principali principi italiani, forte era l'influenza dei poteri stranieri e, come ben aveva sottolineato Machiavelli, fin dal XVI secolo vi era stato un esorbitante potere temporale delle gerarchie ecclesiastiche contrarie all'unità nazionale. 
Erano sempre di grande attualità gli addolorati versi politici che Dante aveva dedicato alle infauste condizioni della penisola: "Ahi serva Italia, di dolore ostello,/nave senza nocchiere in gran tempesta,/non donna di province, ma bordello!" .
L'unificazione avvenne nel 1861, ma non fu frutto di quel moto nazional popolare auspicato da Giuseppe Mazzini, ma fu la vittoria della linea monarchica e liberale di Camillo Benso conte di Cavour, per cui l'unità nazionale non era altro che l'ampliamento del Regno di Savoia; non a caso il primo Re d'Italia non mutò il numero della linea dinastica mantenendo il nome di Vittorio Emanuele II, segno tangibile della poca sensibilità nei confronti dei nuovi sudditi.
Come ebbe a dire Gaetano Salvemini: "A mezzo il secolo XVIII, la parte settentrionale della penisola italiana era divisa fra quattro dinastie e due repubbliche. Se ora saltiamo da mezzo al secolo XVIII al 1871, troviamo che l'intera penisola è stata unificata sotto una sola delle dinastie, la casa Savoia. Tutte le altre dinastie erano state spossessate. "
Nel 1861 l'Italia smetteva di essere soltanto quella "espressione geografica" di cui aveva parlato il Metternich all'inizio del XIX secolo, ma non era ancora divenuta quell'unica entità cara a Manzoni, "una d'arme, di lingua, d'altare,/di memorie, di sangue e i cor." 
Ciò riuscirà solo grazie alle trincee della Grande Guerra, ai diciotto mesi di lotta partigiana e, anche se ciò può sorprendere o risultare paradossale, soprattutto ad opera della televisione negli anni '50-'60 del XX secolo.
L'Italia unificata iniziava, fra molti problemi (in primis la Questione romana e la quella meridionale), il suo mutamento di cui noi oggi siamo gli ultimi prodotti.
All'origine della nostra storia unitaria, come accennato in precedenza, vi fu la possibilità di scegliere tra la via liberale e monarchica di Cavour e quella democratica e popolare di Mazzini: tutti sappiamo bene che prevalse la linea moderata, ma il pensiero del Mosè dell'Unità, rappresentava l'opzione più ambiziosa che, in un'Italia presto vittima di bassi e deteriori compromessi, è sempre attuale. In ogni tempo sono valide le parole di Andrè Malraux, "Non si fa politica con la morale, ma non la si fa meglio senza."

 

IL TRASFORMISMO:
MODERNIZZAZIONE E MALCOSTUME


Fino alla presa di Roma (settembre 1870) l'elemento distintivo tra le due principali aree della politica del giovane Regno d'Italia (Destra Storica e Sinistra Storica) era stato rappresentato da come giungere ad annettere Roma al Regno. La Destra Storica riteneva che ciò dovesse avvenire attraverso un'azione diplomatica tra l'Italia e la Santa Sede, invece la Sinistra Storica Roma doveva essere presa ad ogni costi utilizzando ogni mezzo, anche militare e violento, possibile.
Dopo la "breccia di Porta Pia" e la dichiarazione di "Roma Capitale" la politica italiana dovette ricalibrarsi ponendosi nuovi obiettivi e nuove tematiche. Si cominciò a sostenere che la politica dovesse diventare un a scienza positiva, ossia dovessero venire meno le divisioni ideologiche esistenti in precedenza e che i partiti dovessero trasformarsi (da qui il termine trasformismo) guardando il "bene comune". Per guidare questa nuova fase ci si rifece alle tesi di uno studioso svizzero Blunsqui il quale vedeva i partiti divisi in quattro diverse aree corrispondenti alle fasi della vita umana: giovinezza-radicali, maturità-liberali, media età-conservatori, senelità-reazionari. L'ideale sarebbe un governo fatto dall'alleanza liberali-radicali che si alternanza ad un governo realizzato dall'alleanza conservatori-reazionari. Qualora in seno alle due coppie di partiti politici fossero più forti le componenti estreme (radicali e reazionari) si dovrebbe giungere "all'unione dei centri", ossia all'alleanza tra liberali e conservatori per avere un'azione di governo basata su elementi di moderazione e di tiepido riformismo. 
Furono proprio questi presupposti alla base dell'accordo tra Marco Minghetti ed Agostino Depretis che, nel 1876, portò il leader della Sinistra Storica alla guida del governo del Regno inaugurando la stagione del trasformismo, il cui significato cominciò ad assumere un significato negativo a causa delle accuse rivolte all'alleanza Minghetti-Depretis dagli esclusi da tale accordo: i componenti della Pentarchia. I cinque componenti quest'area non erano affatto innovatori e la loro opposizione non era spinta da motivazioni politiche, ma da motivi personali: Crispi era l'altro leader della Sinistra Storica sempre in competizione con Depretis, Cairoli era una cariatide del Risorgimento, uomo senza infamia e senza lode, Baccarini era un oscuro deputato di Ravenna, Zanardelli un rispettabile, ma stagionato deputato del Nord ed infine vi era l'uomo più chiacchierato e più corrotto del Parlamento italiano, Nicotera. La critica storica al trasformismo, quindi, non può prendere le mosse da elementi di carattere etico e morale, ma da una considerazione più propriamente storica: non si giunse ad un sistema politico dialettico e competitivo, ma si ebbe una situazione di blocco e di stagnazione che si sbloccarono solamente con l'avvento del demiurgo, il decisionista Francesco Crispi, l'uomo della disfatta coloniale di Adua e della feroce repressione dei Fasci Siciliani, per il quale il miglior governo non poteva che non coincidere con il proprio governo. Quindi tutto ciò che si opponeva al proprio governo veniva visto come un'opposizione al Governo ed allo Stato e, quindi, andava combattuto e sconfitto in maniera definitiva. Accade spesso, però, che la storia non si comporti esattamente come i suoi protagonisti vorrebbero: infatti l'epoca crispina si concluse con il fallimento delle esperienze coloniali in Africa, punta di diamante di diamante della politica dello statista siciliano. Caduto Crispi e dopo la transizione di fine secolo (Pelloux, fatti di Milano) si affacciava sul palcoscenico della politica italiana l'unico vero statista dell'età liberale, Giovanni Giolitti, che, volendo inserire nel gioco parlamentare le due grandi forze di massa emerse a cavalo del secolo (i cattolici ed i socialisti) per attenuarne la forza propulsiva di cambiamento, ideò e diede pratica ad una pratica di governo basata sull'acquisizione continua del consenso dei singoli deputati (i famosi ascari) in cambio di favori e lavori nei collegi elettorali dei medesimi. Questo fu forse il vero trasformismo a cui i più riferiscono il termine. Tale sistema di raccolta e di controllo del consenso, peraltro non molto innovativo in quanto già in uso ai tempi di Nicotera, era altamente criticabile dal punto di vista etico morale (per tutti vale Il Ministro della Malavita di Gaetano Salvemini), ma rappresentò anche il primo ed unico passo lungo la via della modernizzazione e della completa integrazione politica del Paese durante la monarchia. Fu proprio nel fallimento dell'esperienza giolittiana che nacquero i germi che, alimentati dai guai provocati dalla Grande Guerra, permisero l'avvento del fascismo e la ventennale dittatura mussoliniana. 


25 APRILE


La data del 25 aprile rappresenta un giorno fondamentale per la storia della giovane repubblica italiana. E' l'anniversario della rivolta armata partigiana e popolare contro le truppe di occupazione naziste tedesche e contro i loro fiancheggiatori fascisti. Il 25 aprile 1945 segna il culmine del risveglio della coscienza nazionale e civile italiana impegnata nella riscossa contro gli invasori e come momento di riscatto morale di una importante parte della popolazione italiana dopo il ventennio di dittatura fascista. La stessa storia dell'Italia repubblicana fonda interamente le proprie basi nell'esperienza dell'antifascismo che Piero Calamandrei definì "quel monumento che si chiama ora e sempre Resistenza", elemento base di una nuova religione civile della nascitura giovane democrazia repubblicana. Si è parlato più volte e da più parti della Resistenza come di "un secondo Risorgimento i cui protagonisti furono le masse popolari" (Sandro Pertini).
Non è intenzione di chi scrive fornire una ricostruzione storica dei fatti e dei protagonisti, ma semplicemente sfatare una teoria storiografia revisionista che, negli ultimi anni, è molto di moda: la Resistenza come "guerra civile". Benché la Resistenza non sia stato un fatto coinvolgente la maggioranza degli italiani, ma solo quella relativa degli abitanti delle aree centro-settentrionali, essa non è stata affatto una guerra di italiani contro italiani, come, in Spagna nel 1936, si era avuto uno scontro di spagnoli contro spagnoli. 
Infatti vi fu lo scontro tra soldati e combattenti italiani contro gli invasori tedeschi ed i loro collaboratori repubblichini, i primi, nel rispetto della pluralità politica, combattevano in nome della democrazia liberale o socialista che fosse, i secondi combattevano a fianco delle SS hitleriane sostenitrici del primato della razza ariana e della necessità di conquistare uno "spazio vitale" per la Germania nazista.
Chi scrive non vuole assolutamente cadere nella retorica resistenziale, ma è fortemente concorde col fatto che la Resistenza fu un momento edificante in cui si affrontarono i sostenitori della libertà, della democrazia e della giustizia sociale contro gli adulatori della tirannide e della barbarie di cui furono essi stessi le prime vittime, se di "guerra civile" si vuole parlare la si deve intendere come "per la civiltà" (Dante Livio Bianco), come "una guerra politica, popolare ….. .Una guerra democratica, in duplice senso, in quanto democratico è il suo metodo ed è democratico il suo ultimo, l'abbattimento di una dittatura e l'instaurazione di un regime fondato sulla partecipazione popolare al potere" (Norberto Bobbio). 
Con ciò non si vuole fare un discorso relativo alle singole persone che combatterono su entrambi i fronti in buona fede che vanno sempre e comunque rispettate se non altro per i dolori e le sofferenze che furono costretti a subire. Premesso tale rispetto per tutti i morti mi sembra lecito oppormi a quanto proposto da più parti (politiche e non) di trasformare il 25 aprile nel giorno della pacificazione nazionale per ricordare i morti: i morti, tutti i morti, si commemorano il 2 novembre e la questione della pacificazione nazionale è già stata risolta, in chiave politica dall'amnistia promossa dall'allora Guardasigilli Palmiro Togliatti e, in chiave storica e letteraria da uno dei principali esponenti del Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia, il compianto senatore Leo Valiani che, nel pubblicare il suo diario del periodo clandestino, nella dedica iniziale scrive "A Duccio Galimberti, per tutti i caduti,/ della nostra parte e dell'altra" , volendo così separare gli aspetti personali ed umani ( e umanitari?) della questione da quelli politici e storici. Ciò che più rammarica è che la Resistenza, lungi dall'essere un momento corale di unità popolare e nazionale, sia divenuta "la resistenza incompiuta o interrotta destinata, come tutti i conati, a indicare una meta ideale più che non a prescrivere un risultato" (Norberto Bobbio). La Resistenza doveva divenire il "mito fondatore" su cui basare la Repubblica democratica scaturita dalle scelte dell'Assemblea costituente figlia della stessa esperienza partigiana, purtroppo ciò non è avvenuto completamente, ma quei valori di uguaglianza, democrazia e giustizia sociale, contenuti nella Prima Parte della nostra Costituzione sono sempre validi ed attuabili ed ad essi ogni democratico deve rifarsi nella propria azione quotidiana. 



UNO SGUARDO AL PASSATO

La Repubblica italiana nasce dal libero e democratico voto del popolo il 2 giugno 1946. Insieme alla scelta relativa alla nuova forma di governo da dare al Paese il corpo elettorale fu chiamato a votare per l'elezione di un'Assemblea Costituente il cui compito fu la stesura e l'approvazione di una nuova Costituzione che vide la confluenza delle principali forze e delle maggiori idee dell'antifascismo e della cultura democratica laica, cattolica e marxista. Questa prima fase della storia repubblicana fu caratterizzata dalla collaborazione al governo dei maggiori partiti politici di massa (Dc, Psi, Pci) e dei partiti laici minori. Fu compito di questa generazione politica traghettare sulle sicure rive della democrazia e della libertà un Paese in cui erano ancora bene evidenti i segni della dittatura fascista ed i danni della guerra. Per dirla con le parole dell'illustre giurista Piero Calamandrei, La Repubblica italiana fu un "patto fra uomini liberi e forti" e la Costituzione divenne la più nobile ed alta espressione dei valori democratici ed antifascisti e del rifiuto fermo e perpetuo della violenza e della prevaricazione delle libertà civili e politiche che avevano caratterizzato tutto il ventennio mussoliniano durante il quale erano stati arrecati gravi danni all'economia nazionale (in una nazione che doveva compiere il balzo verso l'industrializzazione di massa fu, invece, sostenuta l'autarchica e fallimentare "campagna del grano") e si era disonorato il nome dell'Italia coinvolgendola, nella veste di Paese aggressore, in bene tre conflitti (Africa orientale, Spagna, II Guerra Mondiale), di cui uno, la II Guerra Mondiale, al fianco ed in complicità della Germania nazista e del folle progetto razzista di Hitler. 
Fu la Resistenza partigiana antifascista a riscattare l'onore e la dignità del nostro Paese aprendo una nuova e più proficua era di Pace e di sviluppo. La classe politica dell'immediato dopoguerra aveva, però, ben chiaro in testa che le prime vittime del fascismo erano stai tutti coloro (soprattutto le donne) che in buona fede e senza macchiarsi di gravi colpe, avevano appoggiato Mussolini: in quest'ottica va vista la famosa amnistia voluta dal Guardasigilli Palmiro Togliatti (Pci) attraverso la quale si imboccava la via della concordia nazionale e della pacificazione che non venne mai meno neanche negli anni successivi all'esclusione delle sinistre socialcomuniste dal governo (1947) ed all'inizio della lunga egemonia democristiana nella guida del Paese (1948). 
Gli anni del centrismo degasperiano, grazie all'opera ed alla figura dello statista democristiano, posero le basi, grazie al lavoro ed al sacrificio del popolo italiano, del futuro progresso civile ed economico dell'Italia repubblicana. Proprio in quegli anni l'Italia è fra i protagonisti dell'avvio di quel processo di unificazione europeo, di carattere economico e politico, di cui oggi stiamo raccogliendo i frutti (Euro ed Unione Europea).
Un momento molto importante della vita politica e sociale italiana lo si ebbe negli anni '60 quando, accanto al boom economico che caratterizzò quel decennio, nacque, grazie a Fanfani, Moro e Nenni, una nuova formula di governo: il centro-sinistra, ossia la collaborazione al vertice della guida del Paese tra la Dc ed il Partito Socialista che avrebbe dovuto portare alla realizzazione di riforme strutturali del sistema Italia, ma le più innovative ed incisive furono abbandonate a seguito delle pressioni degli ambienti più reazionari del Paese che minacciarono di ricorrere anche a forme estreme come il colpo di stato (il famoso "rumor di sciabole" di cui parla l'on. Nenni nei suoi diari). 
Un'altra opportunità di rinnovamento e di modernizzazione del Paese la si ebbe a metà degli anni '70 quando, dopo la bufera del '68 studentesco, dell'autunno caldo operaio e le lotte per il divorzio, era ormai all'orizzonte l'incontro tra i due massimi partiti popolari di massa, la Dc di Moro ed il Pci di Berlinguer. Fu la grande occasione del Compromesso storico, ossia la formazione di governi che prevedevano la partecipazione di personalità appartenenti a tutti i partiti democratici per una modernizzazione ed uno sviluppo sostenibile del Paese in un decennio caratterizzato dalla crisi economica e dalla violenza del terrorismo (nero o rosso che fosse). Il rapimento e l'omicidio dell'on. Moro misero fine a questo tentativo innovativo ed aprirono le porte ad un decennio, gli anni '80, in cui si è svolta una lotta aspra tra due Italie: l'una, quella di Sandro Pertini, Enrico Berlinguer e Giovanni Spadolini, sottolineava l'importanza decisiva della "questione morale", metteva in guardia contro la degenerazione del sistema politico e denunciava le trame occulte come la P2. L'altra, quella dei nani e delle ballerine, assecondava il rampantismo dilagante, cementificava tutto il cementificabile dimenticando l'insegnamento di Andrè Malraux secondo cui "Non si fa politica con la morale, ma non la si fa meglio senza".
La Costituzione del 1948 cominciava a segnare, solo per quanto riguarda la parte tecnica-ingegneristica, il passo, ma ogni tentativo di riforma fallì poiché boicottati e bloccati dai veti da chi vedeva messa in discussione la propria egemonia o il proprio potere di ricatto e di interferenza: la Grande Riforma sognata e declamata dal pentapartito degli anni '80 divenne il Grande Alibi per non fare alcuna riforma e lasciare incancrenire la situazione per più di un decennio. 
Sono stati molto più efficaci i referendum elettorali dei primi anni '90 che hanno intaccato alla base le personali posizioni di una parte della fauna politica del nostro Paese ormai sclerotizzata.
L'azione della magistratura (lotta alla corruzione ed alla criminalità organizzata) dei primi anni '90 ha avuto il grande merito, nonostante limiti ed errori, di aver permesso la ripresa di un processo di risanamento morale della vita pubblica italiana che, però, è ancora lontano dall'essere risolto. Questo risanamento morale si è accompagnato con il processo di risanamento economico avviato dal governo del socialista Giuliano Amato (1992), proseguito dai successivi cosiddetti governi tecnici di Carlo Azeglio Ciampi e di Lamberto Dini e portati a termine dai governi di centrosinistra presieduti da Romano Prodi e da Massimo D'Alema. L'opera di questi Governi ha permesso all'Italia di entrare da subito nella moneta unica europea (Euro) e di essere protagonista (la Presidenza della Commissione europea a Romano Prodi ne è un segno tangibile) del processo di unificazione politica del Vecchio Continente per realizzare una vasta area geopolitica aperta a tutte quelle nazioni che ne condividano i primari obiettivi di pace e di sviluppo.
Sui muri della Roma distrutta del II dopoguerra si poteva leggere questa drammatica e poco incoraggiante scritta: "Andatevene tutti. Lasciateci piagne da soli". Rispetto a quel Paese umiliato e distrutto si sono fatti incommensurabili passi in avanti, ma davanti a noi vi è un cammino altrettanto lungo e difficoltoso che dobbiamo percorrere tutti insieme rifiutando facili scorciatoie che potrebbero esserci suggerite da una furbizia menefreghista preludio di una restaurazione di alcuni deplorevoli aspetti del nostro passato che, per usare le parole del professor Stefano Rodotà, "Come ogni restaurazione che si rispetti, irresistibilmente assume caratteri reazionari. E come ogni reazione che si rispetti, è destinata ad incontrarsi con il potere personale". 



TUTTI GLI UOMINI DEL COLLE

Il 2 giugno 1946 il popolo italiano sceglieva la nuova forma di stato: nasceva la repubblica ed il Re, Umberto II di Savoia, accettava il responso delle urne ed andava in esilio abbandonando l'Italia evitando così, e ciò va a suo merito personale, di creare tensioni e fratture nel Paese.
Con la partenza del giovane Umberto se ne andava Casa Savoia, una dinastia inetta e che, nei momenti cruciali della storia patria, aveva sempre compiuto le scelte peggiori: dalla modalità dell'unificazione nel 1860 alla sciagurata condotta della II Guerra Mondiale, passando per la crisi autoritaria di fine ottocento, la Grande Guerra e, soprattutto, gli atteggiamenti favorevoli ed accondiscendenti avuti nei confronti di Mussolini e del fascismo. Il contestato plebiscito del 2 giugno 1946 aprì una nuova fase nella storia italiana: al Quirinale non vi era più un monarca ereditario ed a vita, ma un Presidente democraticamente eletto con un mandato settennale con chiari e precisi limiti temporali.
Il sogno di Mazzini e di tutti i democratici del Risorgimento si era avverato: l'Italia era diventata una Repubblica con una Costituzione democratica redatta ed approvata da un'Assemblea Costituente liberamente eletta dal popolo sovrano.
Per poco più di dieci giorni, nel giugno del 1946, il Presidente del Consiglio Alcide De Gasperi fu anche "Capo Provvisorio dello Stato facente funzioni" con il compito di rappresentare l'unità nazionale fino all'elezione, da parte dell'Assemblea Costituente, di un Capo Provvisorio dello Stato. 
Come ha ricordato l'onorevole Nilde Iotti, una delle più giovani costituenti, colui che avrebbe dovuto ricoprire tale carica doveva soddisfare le tre seguenti determinanti condizioni: doveva essere gradito a tutti e tre i grandi partiti di massa (la Democrazia Cristiana, i socialisti ed i comunisti), che il 2 giugno avevano raccolto oltre l'85% dei voti, doveva essere un notabile liberale che avesse espresso, prima del referendum istituzionale, la propria preferenza per l'opzione monarchica in modo da rassicurare gli oltre dieci milioni di elettori italiani sostenitori di Umberto II, ed infine doveva essere di un uomo politico meridionale, in modo da controbilanciare la forte presenza di politici settentrionali di nascita (il trentino "prestato all'Italia" De Gasperi, il piemontese Togliatti ed il romagnolo Nenni) o di adozione (il siciliano-milanese Ugo La Malfa) presenti alla guida dei principali partiti politici democratici ed antifascisti che accingevano a confrontarsi sulla scena politica ed a guidare l'Italia nel lungo cammino della ricostruzione morale ed economica.
Inizialmente i candidati corrispondenti alla descrizione precedentemente espressa erano due: l'ex Presidente del Consiglio Vittorio Emanuele Orlando, sostenuto dai democristiani e dalle destre, ed il padre del neoidealismo e del liberalismo italiano, il filosofo Benedetto Croce, gradito alle sinistre ed ai laici. 
Per superare le reciproche opposizioni e dare velocemente un Presidente, eppur provvisorio, alla neonata Repubblica, De Gasperi, Nenni e Togliatti si accordarono sul nome dell'ex Presidente della Camera prefascista, l'insigne giurista liberale originario di Torre del Greco Enrico De Nicola che ricoprì la massima carica repubblicana dal giugno del 1946 all'inizio del 1948 quando entrò in vigore la nuova Costituzione della Repubblica Italiana che egli stesso aveva promulgato.
Successore di De Nicola fu un altro liberale di simpatie monarchiche, ma di origini piemontesi ed esperto di economia (fu infatti il padre del cosiddetto miracolo economico italiano), il senatore Luigi Einaudi che venne eletto con i voti dei soli partiti centristi governativi (Dc, Psli, Pli, Pri) dopo il tramonto della candidatura del repubblicano conte Carlo Sforza, sostenuto da De Gasperi, ma avversato dai dossettiani per le sue simpatie massoniche.
Einaudi fu un Presidente discreto e competente che, nel 1953, seppe affrontare la prima grave crisi politica italiana (fallimento della "Legge Truffa", ritiro dalle scena politica di De Gasperi e successiva instabilità degli esecutivi) valendosi di tutti i propri poteri costituzionali ed opponendosi ad ogni indebita interferenza di partiti nelle funzioni presidenziali.
Nel 1955 un'anomala coalizione parlamentare comprendente la destra monarchica e missina, la sinistra comunista e socialista ed un nutrito numero di dissidenti democristiani (Concentrazione Democratica di Andreotti, Pella e Zoli) avversi al segretario della DC Amintore Fanfani ed al Capo del Governo Mario Scelba, riuscì a mandare al Quirinale il Presidente della Camera dei Deputati il democristiano Giovanni Gronchi, definito da Palmiro Togliatti, uno dei suoi grandi elettori, "l'uomo del Parlamento" e da Giuseppe Saragat, uno dei suoi massimi critici, "il Peron di Pontedera" (Pontedera era la città natale dell'esponente democristiano, N.d.A.) 
La presidenza Gronchi iniziò all'insegna di una ventata di forte progressismo rappresentato dalla fine della Guerra Fredda, da un forte sviluppo dell'industria pubblica (soprattutto dell'ENI di Enrico Mattei, compagno di partito, grande amico e grande sostenitore del Presidente della Repubblica), e dall'attuazione di alcune parti della Costituzione, come ad esempio la Corte Costituzionale ed il Consiglio Superiore della Magistratura, che fino ad allora erano state solamente buoni propositi contenuti nella Costituzione repubblicana del 1948 a causa dell'opposizione alla loro realizzazione da parte della stessa Democrazia Cristiana (quell'atteggiamento che il giurista cattolico Leopoldo Elia ha definito "ostruzionismo di maggioranza") che temeva che le opposizioni di sinistra potessero avvantaggiarsi dalla nascita di tali istituti di garanzia costituzionali. 
Purtroppo, invece, la seconda parte della Presidenza Gronchi fu macchiata dal sangue dei cittadini morti negli scontri con le forze dell'ordine durante le manifestazioni di protesta contro il governo Tambroni, il cosiddetto Governo del Presidente fortemente voluto e personalmente sostenuto dallo stesso Capo dello Stato durante l'ennesima crisi ministeriale nel 1960, che aveva permesso al Movimento Sociale Italiano di celebrare il proprio congresso a Genova, città medaglia d'oro della Resistenza, in cambio dell'appoggio parlamentare dei neofascisti.
Nonostante tale drammatica esperienza ormai era segnata la strada della formazione dei governi di centro-sinistra di Fanfani e di Moro con la partecipazione, prima indiretta e poi diretta, dei socialisti di Nenni al governo del Paese.
Il successore di Gronchi fu un democristiano conservatore eletto con i voti determinanti delle destre, Antonio Segni, voluto dal leader democristiano Aldo Moro per controbilanciare l'apertura a sinistra.
Durante la crisi del I governo Moro di centro-sinistra, nel luglio del 1964, Segni, da sempre ostile alla partecipazione del Psi al governo del Paese, pose Moro e Nenni di fronte ad una scelta drammatica: o si rinviavano le riforme strutturali del sistema italiano care a Riccardo Lombardi "a data da destinarsi", oppure vi sarebbe stato un gabinetto d'affari tecnico-burocratico appoggiato dal centro-destra parlamentare e dalla destra economica, amministrativa e militare. Sullo sfondo, come verrà appurato anni dopo da un'inchiesta di Eugenio Scalfari e di Lino Jannuzzi, vi era il tentativo di colpo di stato ordito dal generale dei carabinieri Giovanni De Lorenzo, il famoso "Piano Solo", che prevedeva l'arresto e la deportazione in Sardegna dei principali dirigenti dei partiti della sinistra e dei sindacati operai e poi la restrizione dei diritti politici e civili della popolazione. 
Probabilmente lo stesso Quirinale non era all'oscuro delle attività del generale De Lorenzo.
Moro ed i socialisti, posti di fronte alla scelta preparata da Segni, optarono per porre fine alla spinta propulsiva e riformatrice del centro-snistra optando per una politica più moderata per "evitare il peggio".
Forse è lecito affermare quanto già detto dal compianto Sergio Turone: forse il "Piano Solo" non venne applicato nei suoi aspetti più brutali e repressivi, ma l'obiettivo prepostosi da Segni e dalle destre, ossia il bloccare l'azione riformatrice del centro-sinistra, fu ampiamente raggiunto. In un Paese in cui era ben vivo l'incubo della dittatura mussoliniana e lo spettro di Tambroni, bastò il "rumor di sciabole", per costringere Moro e Nenni ad accettare le imposizioni moderate che provenivano dal Quirinale, dalla Banca e da alcuni ambienti della Segreteria vaticana !
Nel 1964 Segni fu colpito, probabilmente dopo una accesa discussione con Saragat che lo minacciava di denunciarlo all'Alta Corte per i precedentemente citati eventi politici, da un ictus cerebrale che lo costrinse alle dimissioni anticipate dopo soltanto due anni di presidenza.
Lo stesso anno divenne per la prima volta inquilino del Quirinale un esponente, benché moderato, della sinistra italiana, il socialdemocratico Giuseppe Saragat, colui che nel 1947 con la scissione di Palazzo Barberini fondando il Partito Socialista dei Lavoratori Italiani (poi Psdi) aveva indebolito il Psi e che nel 1953, dopo una sconfitta elettorale del Psdi, aveva inveito contro "il destino cinico e baro".
Saragat fu eletto con i voti determinanti dei comunisti dopo che, a Botteghe Oscure, Luigi Longo aveva sposato la posizione del leader dell'ala destra del Pci Giorgio Amendola, favorevole all'esponente socialdemocratico in nome di una utopica e fantomatica "unità della sinistra" dal ricordo vagamente vetero frontista, a cui si era opposto Pietro Ingrao, esponente dell'ala sinistra del Pci, favorevole al democristiano Amintore Fanfani, nell'ottica di un accordo con la sinistra cattolica ex dossettiana contro il modello capitalista e consumistico dominante. 
Il leitmotiv della Presidenza Saragat fu la difesa del ricordo e dei valori della Resistenza e dell'antifascismo e la preferenza ed il sostegno del Presidente per governi di centro-sinistra. La sinistra democristiana accusò più volte Saragat di volere una svolta presidenzialista, ma il Capo dello Stato smentì sempre tale interpretazione del proprio operato.
Sul finire del suo mandato presidenziale attorno al Quirinale si addensò il rischio che il Presidente potesse rimanere vittima di un rapimento ordito dalle destre e dalla P2. Erano cominciati gli anni di piombo.
Tali sospetti erano talmente forti che, come ha ricordato di recente l'onorevole Armando Cossutta, il Partito Comunista Italiano offrì il proprio aiuto a Saragat qualora, in caso di grave pericolo, avesse voluto fuggire all'estero. 
In fin dei conti, come ha detto lo stesso Cossutta, Saragat "pur essendo un socialista scissionista, rimaneva pur sempre un socialista democratico". Nel 1988, in occasione della morte dell'ex Presidente della Repubblica, su "l'Unità", il quotidiano dell'allora Pci, Gian Carlo Pajetta commemorerà il defunto storico avversario socialdemocratico, che negli anni '50 era stato dipinto dai comunisti come "un servo del capitalismo vendutosi agli Stati Uniti ed alla Dc nonché traditore della classe operaia", affermando che "Oggi è morto un Compagno".
Il 24 dicembre 1971 con i voti determinanti del Msi di Giorgio Almirante, il democristiano Giovanni Leone diventava il sesto Presidente della Repubblica italiana. La crisi economica avanzava ed il terrorismo sembrava non dare tregua alla nazione, anzi fu proprio nel 1978, ultimo anno della presidenza Leone, che la violenza delle Brigate Rosse raggiunse il culmine: gli uomini dell'organizzazione della "Stella a cinque punte", con una dinamica sorprendente e con collusioni e coperture mai del tutto accertate, compirono un vero e proprio attacco al cuore dello Stato, rapendo il Presidente della Democrazia Cristiana, l'onorevole Aldo Moro che, nell'intenzione di molti uomini politici e secondo la previsione di autorevoli commentatori avrebbe dovuto succedere a Giovanni Leone nella carica di Presidente della Repubblica per guidare dal Quirinale l'incontro tra la Dc ed il Pci riuscendo, così, ad "allargare le basi della democrazia" in Italia. Durante tutto il settenato Leone dimostrò di non essere all'altezza delle sfide che il Paese stava affrontando non riuscendo a divenire guida morale e politica del popolo italiano. 
Anzi gli anni della sua presidenza furono contrassegnati da un progressivo scollamento tra Paese reale e Paese legale a cui né Leone, né il suo partito, la Dc, seppero reagire in maniera adeguata. Arturo Carlo Jemolo, insigne giurista laico e di tradizione azionista, affermò che, dal punto di vista puramente giuridico, la presidenza Leone era stata ineccepibile, anche se per la prima volta, per assecondare la volontà democristiana di evitare il referendum a favore dell'abrogazione del divorzio, Leone sciolse anticipatamente il Parlamento nel 1972, allontanandosi così dal suo ruolo di garante super partes. 
Leone fu costretto a dimissioni anticipate a seguito della campagna di denuncia di alcune supposte attività finanziarie disinvolte dei suoi familiari, il famoso Circo Leone, portata avanti dal settimanale "L'Espresso", dai radicali di Marco Pannella ed Emma Bonino e dalla scrittrice Camilla Cederna che a riguardo della vicenda scrisse un famoso libro (Giovanni Leone. Carriera di un Presidente).
Cominciavano ad affiorare i primi piccoli e grandi scandali legati alla corruzione di uomini appartenenti a partiti politici moderati e di governo: veniva alla luce quel malaffare denunciato, in sordina, per tanti anni da comunisti come Pajetta ed Alicata, da socialisti come Lombardi e che porteranno Enrico Berlinguer, solo pochi anni dopo, a porre il problema della "Questione Morale" molti anni prima dell'azione giudiziaria del dottor Di Pietro e del Pool di Milano.
Con la vicenda delle dimissioni di Giovanni Leone, il peggior Capo dello Stato che l'Italia repubblicana abbia mai avuto, trovava conferma la denuncia della corruzione della vita pubblica italiana avanzata già nel lontano 1958 da Arrigo Benedetti che sulle pagine de "L'Espresso" aveva censurato il malcostume del nostro Paese al grido "Capitale corrotta, nazione infetta". 
Dopo l'uscita di Leone sul Colle più alto di Roma salì un uomo politico che, per dirla con le parole di Indro Montanelli, "profumava di pulizia", il socialista Sandro Pertini, eroe della Resistenza e dell'antifascismo che seppe essere il "Presidente di tutti gli Italiani" e riuscì a riallacciare il legame tra cittadini ed istituzioni portando il Paese fuori dal tunnel del terrorismo, criticando, anche, l'inefficienza della classe politica.
Fu il "più amato dagli Italiani" perché con loro seppe condividere gioie e dolori.
Ben diverso fu il settenato del democristiano Francesco Cossiga che, dopo i primi cinque anni di riserbo, volle "cavarsi qualche sassolino dalle scarpe" cominciando un'azione esternatrice e distruttiva verso l'intero mondo politico, dal Capo del Governo Giulio Andreotti al leader dell'opposizione di sinistra Achille Occhetto.
Verso la fine del suo mandato il Pds ed altri partiti minori chiesero la messa in stato d'accusa di Cossiga per non aver saputo rispettare il ruolo assegnatogli dalla Costituzione. L'unico esponente del Pds contrario fu il giovane Massimo D'Alema. Lo stesso Massimo D'Alema che, fatto curioso della storia, quasi sette anni dopo, è stato favorito dal senatore a vita Francesco Cossiga nella corsa alla successione di Romano Prodi per la guida del nuovo governo di centrosinistra dopo la caduta di quello del Professore bolognese.
In un clima da impero in sfacelo, con la crisi della maggioranza basato sull'accordo tra la Democrazia Cristiana di Arnaldo Forlani ed il Partito Socialista di Bettino Craxi, il 25 maggio 1992 il Parlamento italiano eleggeva, dopo quindici scrutini andati a vuoto, il Presidente della Camera dei Deputati in carica Oscar Luigi Scalfaro quale nono Presidente della Repubblica.
L'assassinio mafioso del giudice Giovanni Falcone, di sua moglie e di tre agenti della scorta, imponeva ai "grandi elettori" che, come aveva sostenuto Norberto Bobbio, si erano dimostrati "molto piccoli" bocciando una folta schiera di candidati, alcuni dei quali frutto dell'accordo del C.A.F. (Craxi, Andreotti e Forlani), ed altri autorevoli e prestigiosi (Spadolini, Iotti, Bobbio, Conso, De Martino e Valiani), di fare in fretta per eleggere il successore di Francesco Cossiga.
I rappresentanti di otto partiti (Dc, Pds, Psi, Psdi, Pli, Lista Pannella, Rete e Verdi) accettavano l'originaria idea dei Marco Pannella di riversare i propri voti sull'anziano esponente democristiano novarese, definito dallo stesso leader radicale il Pertini cattolico, che si era sempre fatto difensore della nostra Repubblica democratica e della nostra Costituzionale. 
Quello di Scalfaro è stato uno dei più difficili periodi della storia dell'Italia democratica e repubblicana, paragonabile per gravità del momento solo, strana coincidenza della storia, a quello di Pertini. In una prima fase, segnata dalla crisi del sistema politico e partitico, il Presidente Scalfaro si è trasformato nel Presidente governante di cui ha parlato il politologo Gianfranco Pasquino e ha saputo reggere le redini del gioco politico legittimando e sostenendo con la propria autorevolezza i tre governi d'emergenza (Amato, Ciampi e Dini) che si sono succeduti nei momenti più gravi della crisi. Nella seconda fase del suo mandato, invece, ha potuto assistere ai primi risultati del percorso, ancora incompleto e periglioso, di risanamento morale ed economico del Paese il cui principale risultato è stato l'essere entrati fin dall'inizio nel processo di integrazione monetario europeo (noto come Euro), naturale sviluppo della tradizionale politica europeista della quasi totalità delle forze politiche italiane. Successore di Scalfaro, anche alla luce dell'importante ruolo avuto nel raggiungimento dell'Euro, non poteva che essere il Ministro del Tesoro in carica, nonché già Governatore della Banca d'Italia e Presidente del Consiglio dei Ministri, Carlo Azeglio Ciampi sul cui nome si sono riversati i voti dei Grandi elettori dei maggiori partiti politici sia di maggioranza, sia d'opposizione. È sicuramente presto per esprimere giudizi sulla Presidenza Ciampi, ma è chiaro a tutti che sia la biografia personale, sia gli atti dei primi dieci mesi di Presidenza fanno dell'ex Governatore l'uomo adatto per rappresentare l'unità e le speranze di tutti gli Italiani. 


IL FANTASMA DI VIA FANI

In una calda primavera di vent'anni fa si consumò l'evento più tragico della storia della Repubblica italiana: un gruppo di terroristi composto da brigatisti rossi, dopo averne trucidato la scorta, rapì l'on. Aldo Moro, presidente della Democrazia Cristiana, e, dopo più di un mese di prigionia, lo uccise causando una ferita nel tessuto democratico del Paese che non è stata più sanata.
Non è intenzione del seguente articolo analizzare la vicenda Moro dal punto di vista giudiziario e non si vuole nemmeno formulare giudizi morali sul comportamento dei differenti attori della vicenda. Le righe che seguiranno hanno come obiettivo una breve e sintetica analisi storica-politica degli eventi precedenti all'omicidio del leader Dc e delle conseguenze che tale atto ebbe nella vita del Paese.
Le elezioni del 1976 avevano visto l'affermazione del Pci di Enrico Berlinguer che era giunto a sfiorare il sorpasso sullo storico avversario, la Dc in quel momento guidata dal moroteo Benigno Zaccagnini: furono le elezioni dei due vincitori. I comunisti si facevano portavoce di richieste di rinnovamento della politica nazionale e furono i primi ad affrontare la denuncia della "questione morale", ossia della disinvoltura con cui molti politici agivano. 
All'inizio degli anni '70, a seguito del colpo di stato reazionario effettuato in Cile dal generale Pinochet, Berlinguer si era fatto promotore di un accordo di sistema tra le grandi culture politiche di massa: comunisti, cattolici e socialisti; il "compromesso storico". I principali interlocutori del leader comunista furono Moro ed il leader repubblicano Ugo La Malfa, anche loro sostenitori di un forte rinnovamento del sistema politico italiano. Il "compromesso storico" doveva servire alla legittimazione del Pci potendo rendere possibile un'alternanza ed una alternativa anche nella vita politica italiana. Si prospettava una soluzione di tipo tedesco: negli anni '60 in Germania (RFT) vi era stata una "grande coalizione" tra democristiani e socialdemocratici la cui conclusione fu una serie di governi a guida socialdemocratica. I governi Andreotti (Dc) che si formarono dopo le elezioni del 1976 ebbero, in un primo momento l'astensione di tutti i partiti dell'arco costituzionale (Dc, Pci, Psi, Psdi, Pri, Pli) che successivamente, tranne i liberali che si espressero contro, tramutarono tale voto in voto favorevole. A tale esperimento si opposero numerose forze, sia palesi, sia occulte, tanto a livello nazionale quanto a livello internazionale.
La morte di Moro comportò la fine dell'esperienza della solidarietà nazionale e si assistette alla trasformazione dello scenario politico italiano. Il ruolo riformatore dei comunisti italiani venne di molto ridimensionato (il Pci venne rimandato all'opposizione) e si affaccio nel panorama politico italiano l'on. Bettino Craxi il cui ruolo di "ago della bilancia" fruttò per tutti gli anni '80 una notevole rendita di posizione.
Chi scrive, anche per ragioni anagrafiche, non può essere iscritto tra i nostalgici del compromesso storico ed è ben conscio dell'impossibilità e della difficoltà di avanzare ipotesi storiche postume, ma è altrettanto convinto che se la sorte dello statista Dc, non avesse interrotto il dialogo tra i cattolici ed i social-comunisti, all'Italia ed agli italiani si sarebbero risparmiati i rampanti anni '80, gli anni del craxismo imperante, della "governabilità craxiana" e del "successo senza moralismi", alla fine dei quali gli Italiani si sono trovati pieni di debiti e con forti lacerazioni nel rapporto fiduciario tra cittadini ed istituzioni. 



UNA MODESTA PROPOSTA


Nel 1729 Jonathan Swift scriveva "Una modesta proposta per impedire ai figli della povera popolazione d'Irlanda dal pesare sui propri genitori e sul Paese e per consentire che essi siano di beneficio al pubblico", opera in cui, in maniera sarcastica ed altamente ironica, proponeva di risolvere i problemi sociali ed economici dell'Irlanda "mangiando i bambini". Ovviamente la "modesta proposta" non era altro che un modo per denunciare i problemi dell'isola atlantica appartenente a Sua Maestà britannica.
Il seguente articolo, molto più umilmente, si propone non di affrontare il drammatico tema del disagio sociale o la sempre esistente questione della fame nel mondo, ma di indicare uno strumento tecnico di ingegneria costituzionale con il quale impedire, o meglio, razionalizzare quel decennale problema della politica italiana rappresentato dalla breve vita che hanno gli esecutivi italiani.
Nella prima fase della storia repubblicana, quando era in vigore una legge elettorale proporzionale e vi era una "conventio ad escludendum" verso il maggior partito di opposizione (il Partito Comunista Italiano) per ragioni di politica estera, le crisi di governo venivano risolte all'interno del pentapartito, ossia dell'alleanza tra la Democrazia Cristiana, il Partito Socialista Italiano ed i laici minori (Psdi, Pri, Pli), in modo che per cinquant'anni in Italia ha governato lo stesso blocco partitico. Ciò non è stato segno di stabilità, ma di continuità e stagnazione politica che alla lunga si sono trasformati in una crisi sclerotizzata del sistema e hanno contribuito a segnarne la fine.
Con l'introduzione di un sistema elettorale misto e tendenzialmente maggioritario, le crisi di governo vengono considerate una sciagura il cui naturale sbocco non può essere affidato alle alchimie parlamentari, ma hanno il naturale sbocco nel ritorno alle urne (almeno a livello teorico, poiché ciò non si è ancora verificato) oppure in un esecutivo tecnico di transizione il cui naturale fine è sempre condurre il Paese a nuove consultazioni elettorali. 
In ogni caso il problema del numero troppo alto delle crisi degli esecutivi è sempre presente, quindi il seguente articolo è un invito alla classe dirigente di questo Paese a prendere in seria considerazione un meccanismo istituzionale mutuato dalla Carta costituzionale tedesca per evitare crisi di governo "al buio": la "sfiducia costruttiva".
Tale meccanismo impone l'impossibilità di sfiduciare l'esecutivo in mancanza di un gabinetto alternativo e di un programma di governo già esistente e dotato di una maggioranza parlamentare.
In caso di impossibilità di risoluzione della crisi è automatico il ricorso anticipato alle urne. 
Così non solo si risparmierebbero estenuanti trattative più o meno segrete tra i partiti politici, ma si responsabilizzerebbero maggiormente gli attori politici: chi provoca una frattura in una maggioranza parlamentare o è in grado di risolvere in Parlamento la questione, oppure si assume tutte le proprie responsabilità di fronte agli elettori al cui insindacabile giudizio viene sottoposta tutta la classe politica.
Nella Repubblica Federale Tedesca un caso in cui tale meccanismo fu utilizzato all'inizio degli anni '80 quando i liberali abbandonarono il governo del socialdemocratico Smith proponendo un nuovo governo in coalizione con i democristiani di Kohl.
In Italia, invece, all'inizio del 1995 fu utilizzato tale strumento, benché esso non sia previsto dalla Costituzione repubblicana del 1948, in maniera empirica al momento in cui il gruppo della Lega Nord fece venire meno la propria fiducia nei confronti del governo guidato dal leader di Forza Italia, l'on. Silvio Berlusconi; i leghisti presentarono una sorta di accordo politico - istituzionale con i loro nuovi ed occasionali alleati Progressisti e del Patto per l'Italia con cui sostennero, grazie anche alla determinante astensione dei gruppi del Polo delle Libertà che era indispensabile per no tradire "lo spirito del maggioritario", il governo tecnico - burocratico guidato da Lamberto Dini. 
Come si vede questa "modesta proposta" molto è più umile rispetto a quella avanzata da Swift, ma sembra essere un utile, anche se insufficiente, elemento per la stabilizzazione e la razionalizzazione del quadro politico e parlamentare italiano.


segue


Torna alla pagina precedente

Vai alla prima pagina