SCUOLA, RIFORMA E L'ESEMPIO DELL'UMANITARIA

LUCA BELTRAMI GADOLA 



Letizia Brichetto Arnaboldi Moratti non gliel'ha fatta al primo colpo: prima di approvare la sua riforma della scuola i colleghi di Governo hanno chiesto una pausa di riflessione. Ne approfitti. Con un cognome così indiscutibilmente milanese, sembra inventato da Carlo Emilio Gadda, torni per una visita a Milano, che non sarà la capitale d'Italia, come dice il ministro Castelli, ma è senz'altro la culla della pedagogia moderna, soprattutto in materia di formazione professionale. Lei vorrebbe un allevamento di polli in batteria, di carne fresca subito produttiva, da statistica Ocse; Prospero Moisé Loria, il fondatore dell'Umanitaria, dove vorremmo lei andasse, invece voleva "mettere i diseredati, senza distinzione, in condizione di rilevarsi da se medesimi e operare per l'elevazione professionale, intellettuale e morale dei lavoratori". Linguaggio ottocentesco ma chiaro: l'istruzione prima di tutto per se stessi e per vivere, poi per lavorare, per crescere e per produrre. L'istruzione come missione reciproca, ognuno sappia e ognuno insegni quel che sa, la scuola come luogo di socializzazione. 
Prospero Moisé Loria alla fine dell'Ottocento contribuì a guidare in maniera civile la rivoluzione industriale, che voleva nuove braccia e nuovi saperi; la sua Umanitaria con Riccardo Bauer ne proseguì la missione nella Milano del dopoguerra fino alla fine degli anni sessanta, gli anni della ricostruzione. 
Chi dalla poltrona di ministro ambisce a guidare una nuova svolta nell'istruzione professionale, non può ignorare la storia: quattro passi in Via Daverio possono essere indispensabili anche solo per prendere modestamente atto che quello che diciamo oggi qualcuno lo aveva già detto prima e meglio di noi; poi un po' di amarcord non fa mai male. Rivedere qualche vecchia foto di quando la vita culturale di Milano era fatta dal Piccolo Teatro di Paolo Grassi, dalla Scala di Ghiringhelli, dal Politecnico, dalla Società del Quartetto e proprio dall'Umanitaria col suo Teatro Popolare e i corsi di educazione per adulti. Quando per ospitarne la scuola Giovanni Romano dava forma a un bell'esempio milanese di architettura razionalista e i corsi vedevano impegnate le migliori professionalità a cominciare da Albe Steiner, che con la Scuola del Libro da lui guidata fino al '74, è ancora oggi riferimento per la grafica milanese. Dobbiamo ricordare le lezioni di Calamandrei, di Calogero, di Pizzorno o di Bobbio per avere i lucciconi agli occhi? No, non serve a nulla. Bisogna ricordare questi uomini e l'Umanitaria perché qui c'è un enorme giacimento di sapere, una sorta di inesauribile miniera di idee e di pensiero ed è sciocco non attingervi. Ma come? 
Oggi l'Umanitaria è molto diversa da allora, dopo i travagli del '69 e lo scippo dell'istruzione professionale passata per legge alla competenza regionale, mutilata indebitamente anche nel suo patrimonio immobiliare, ha ritrovato vitalità. La sua fondazione Humaniter ha gettato un ponte tra Milano e Napoli inventando una nuova forma di volontariato didattico e poi, come una volta, concerti e convegni e molta ospitalità per chi vuol operare per il progresso sociale. Basta questo per dire che la sua parabola ascendente è conclusa? Non credo. Passando per via Daverio ci si domanda come abbia fatto Massimo della Campa, l'uomo che da anni regge le sorti dell'ente, a salvarne il patrimonio immobiliare dall'ingordigia pubblica e privata. Una sorta di miracolo. Qualche pezzo se n'è andato ma il meglio resta e garantisce le attività senza chiedere aiuti alla mano pubblica, che non dà nulla per nulla, meno che mai l'autonomia. Se il salvataggio immobiliare è sicuro, forse l'approdo sociale nella Milano d'oggi non lo è altrettanto. Il distacco dalla città che Della Campa lamentava nel 1993, l'anno del centenario, non si è ancora colmato del tutto. L'Umanitaria deve riannodare ancora molti fili, deve tornare ad aprirsi verso i segmenti della società milanese che cercano ancora un punto di riferimento di libertà laica. Bisogna anche saper attrarre: non solo i Chiostri, il Salone degli affreschi, ma anche, perché no, un nuovo piccolo spazio, un museo della storia di sé. Un luogo dove tra immagini, documenti e memorie venga voglia di cercarvi di più. Anche per un ministro frettoloso. 
Luca Beltrami Gadola 
gadmil@tin.it

la Repubblica
15 gennaio 2002


Quando la cultura girava in Circolo

Le librerie, i centri dei Gesuiti e della sinistra, le riviste, gli intellettuali: una stagione irripetibile?


I circoli. I luoghi della cultura da rilanciare come ha chiesto l’assessore Salvatore Carrubba. Ma com’era la Milano della cultura? Chi si approssima ai sessant'anni, o li ha già, è cresciuto in una Milano dove la formazione incominciava al mattino, sui banchi di scuola o all'università, per finire a notte nei circoli culturali. La curiosità, che era tanta, vinceva sulle appartenenze. Così ti ritrovavi alla "Casa della Cultura" a sentire Franco Fortini o Rossana Rossanda , Cesare Musatti o Giansiro Ferrata , Lelio Basso o Gian Giacomo Feltrinelli . Questi esercitava un fascino, a far tardi sotto i portici di via Borgogna. Dopo che aveva pubblicato Il dottor Zivago , molti furono ostili. Ma lo studente sognava in grande: anche imminenti disgeli. A pochi decine di metri, in piazza San Carlo, alla Corsia dei Servi abitava il segno di una speranza di ispirazione religiosa. Di qui nel '53 avevano cacciato i due fondatori, Davide Turoldo e Camillo De Piaz : De Gasperi e il Vaticano temevano il "comunismo" di Nomadelfia e Schuster s'era piegato. Che fare? Le librerie allora eran ritrovi di idee. E se la sinistra aveva l'Einaudi di Aldrovandi , verso via Manzoni, i cattolici della "Corsia" potenziarono gli scaffali disponendo d'una squadra di librai: Lucia Pigni e Peppino Ricca , poi coadiuvati da Gianandrea Piccioli . Ospitavano cristiani "santi", come Giuseppe Lazzati , e preti invisi a Roma e le loro opere: Balducci, Fabretti, don Milani. Di casa era Santucci . Chi era di qualche anno più avanti ricordava Vittorini e Apollonio, Del Bo e Bontadini. Sentivi dei preti-operai e delle lettere dei vescovi d'Europa preoccupati dell'"agonia della Chiesa" non rinnovata. 
Altre poche decine di metri: il San Fedele. I Gesuiti parlavano più agli adulti di una certa estrazione sociale che ai giovani, ma Padre Favaro e la contessina Dal Verme erano riusciti a mettere in piedi una macchina di iniziative, in cui anche uno studente poteva trovar qualcosa per sé: mostre d'arte, cinema, aggiornamenti sociali, letture, conferenze, poesia (illuminante nella memoria un incontro con Zanzotto ). Poi ai Gesuiti venne la lavata di capo, quando padre Taddei recensì La dolce vita con favore. La Chiesa contro l'arte e il cinema? A Milano non sembrava: per anni studenti di tutti i licei s'erano ritrovati ad imparare l'abc del cinema nel primo Cineforum di massa organizzato al Gonzaga, da don Gaffuri . Roma vigilava, evidentemente. 
I Circoli noti rappresentavano la punta dell'iceberg. Milano in realtà era una rete di iniziative e di sogni. Mentre nel '56 l'invasione dell'Ungheria produceva scossoni anche dentro le istituzioni legate ai comunisti, si cercavano altri percorsi per il cambiamento e le utopie. In via Mascagni da polo d'attrazione fungeva un antesignano Movimento Federalista Europeo. Anche lì discussioni sulle intuizioni di Altiero Spinelli , ma il back ground di un'ipotesi di nuova convivenza umana stava nei molti volumi pubblicati dalle Edizioni di Comunità. Adriano Olivetti aveva sparso a piene mani semi di sociologia e di urbanistica, di religione e di impianto istituzionale futuro: si leggeva e si andava alle presentazioni, in sale e ritrovi disparati. Nel '55, poi, Giò Ponti aveva ultimato il grattacielo Pirelli. Nell'auditorium, che la Regione ha lasciato andare in rovina, fiorivano incontri. Certo, il nuovo biglietto da visita di Milano sconvolgeva l'urbanistica, i ritmi di lavoro (si videro i primi open space), coinvolgeva il lavoro intellettuale sino allo "sfruttamento" (Luciano Bianciardi, lo scrittore de La vita agra, fantasticò una bomba che facesse crollare il nuovo simbolo dell'industria milanese). Ma i giovani che volessero sentir parlare di design, architettura, letteratura, pubblicità, nuovi poeti (ecco Giudici e Sanesi ) dovevano accorrere la sera nel salone dentro la pancia del Pirelli. Chi, invece, intendeva riallacciarsi a certi valori di solidarietà laica aveva l'Umanitaria. Lì teneva l'etica di un Riccardo Bauer . 
I licei, soprattutto i classici, fungevano da fucina dei collegamenti tra scuola e iniziative culturali. Un po' erano i fogli studenteschi al Parini (la Zanzara, dove nascerà giornalisticamente Walter Tobagi ), come al Manzoni (il Sandrino), o al Berchet. Un po', anche per i "laici", pungoli venivano dagli insegnanti di religione di punta: don Giussani , che lanciò Gioventù Studentesca (in realtà nata anni prima), e il suo antagonista don Giovanni Barbareschi , il prete amico dei partigiani di Ribelli per amore , erede della Casa Alpina di don Re a Motta, sotto lo Spluga, luogo di formazione per migliaia di giovani credenti e no. E poi onde d'urto al costituirsi di una generazione giungevano dallo svecchiarsi dell'informazione: nel 1955 nasceva L'Espresso , di lì a poco Baldacci e Mattei irruppero con Il Giorno . Mentre gli Amici de Il Mondo di Pannunzio portavano nella cultura il sapore "liberal". Ed Ernesto Rossi tuonava dal teatro Durini contro certe malefatte in economia. 
Il teatro Lirico non riuscì a contenere la folla di studenti, quando Pietro Caleffi , reduce dai lager e autore di Si fa presto a dire fame, curò serate con proiezioni degli orrori della Shoah. I quindicenni che piangevano davanti a tanta efferatezza non raccontata dai "padri" erano gli stessi che nel novembre del '56 sfilarono commossi per Milano recando al braccio la fascia nera, a lutto, per la fucilazione di Imre Nagy e del generale Malater a Budapest da parte sovietica. 
Un'istituzione culturale allevava intanto la coscienza civica di una generazione: il Piccolo di Grassi e Strehler . Certo, i due avevano emarginato altre drammaturgie, tanto da prendersi i rimbrotti dei circoli cattolici e delle avanguardie, come il Living Theatre o i gruppi di Barba e Grotowski, ai cui spettacoli i giovani accorrevano. Ma stagione brechtiana e iniziative connesse furono irripetibili. 
E venne il '68. Per i Circoli culturali fu acme e parabola discendente. Gli opposti estremismi avrebbero reso vano ogni sforzo di dialogo. Andava in scena il paradosso. Padri e madri che avevano fatto la Resistenza o patito la guerra venivano bollati come "fascisti" dai figli ai quali, quei padri e quelle madri avevano cercato di non far mancare nulla. I fratelli maggiori, cresciuti con fatica, erano giunti intanto ai primi impieghi; i "più piccoli" che subentravano volevano tutto e subito. I Centri culturali tennero banco per un po'. In centro faceva da richiamo il Club Turati, di Umberto Dragone , luogo di giornalisti democratici e di progressisti, coscienza critica dall'inizio della strategia della tensione. Ecco poi il Puecher, dove Luigi Granelli instillava passione e linfa intellettuale a generazioni di cattolici democratici. Ecco il De Amicis di Aniasi , il comandante Iso. A Quarto Oggiaro spiccava il Perini, Circolo Culturale tout court a differenza di molti altri significativi, ma spesso espressioni di parrocchie o di sezioni di partito. Da tempo il Perini predicava dialogo e animazione culturale quali vie per il recupero delle periferie. Voce temuta, se Antonio Iosa , il leader, e i suoi vennero azzoppati dai terroristi. 
La seconda metà degli Anni Settanta tocca la carne viva in molti. Sulla cultura ha il sopravvento la violenza. Col terrorismo l'"uccisione del padre" fu concreta, non simbolica. I giudici Alessandrini e Galli , i dirigenti industriali Paoletti , Briano e Mazzanti , il dottor Marangoni , l'agente Rucci, il giornalista Tobagi vengono assassinati. Milano non riesce a elaborare il lutto, a trovare un senso, una via alta per per non rimuovere tanta distruttività e insieme per andare oltre. Certo, sconfigge le BR e gli "anni di piombo" con l'Italia intera. Ma la cultura, qui e nel Paese, non ce la fa a "ripensare", a far autocritica, a leggere i segni dei tempi nuovi in Italia e nel mondo, a riprogettare. La città si illude, per qualche anno evade nella "Milano da bere" e balbetta cultura. Si arriva a Tangentopoli, storia di ieri, ipoteche e veleni di oggi proprio perché l'elaborazione profonda è mancata. Eppure, adesso, quando ci si appresta a celebrare i dieci anni dallo sconquasso che ha cambiato l'Italia, si delinea una stagione propizia per riesaminare le ferite fisiche e morali finora rinviate. 

Marco Garzonio 

Corriere della Sera
4 dicembre 2001 


Milano, 16 marzo 1946:apre la Casa della Cultura 

L'inaugurazione in via Filodrammatici e il trasloco nello scantinato di via Borgogna: da sempre una bussola della sinistra

ISABELLA MAZZITELLI 

Il 16 marzo del 1946 Ferruccio Parri fece una lunga passeggiata, a piedi, dalla sua casa in via Melzi d'Eril fino a via Filodrammatici assieme a Raffaele De Grada, che gli aveva proposto di mandarlo a prendere in macchina, per inaugurare la Casa della Cultura. Parri aveva rifiutato l'auto, e anche la scorta: «Preferisco camminare», aveva detto. Si era appena dimesso da Presidente del Consiglio, quello era stato il modo - se così si può dire - per ufficializzare la decisione: di buon passo il padre della patria andò in centro, al microfono della neonata Casa della Cultura parlò di «vigilia antelucana» e altro pezzo importante della storia della neanche nata Repubblica italiana venne scritto a Milano. Accanto a Parri - in piedi - il profilo affilato di Antonio Banfi, e poi Piero Montagnani Marelli e Francesco Scotti; dietro, nella foto, signore senza nome ma con eleganti cappello e signori con occhialini rotondi e lenti spesse.
Disse Parri quel giorno: «Che cosa sarebbero stati quei nostri gruppi di operai e di militari sbandati senza lo studente, l'avvocato, il professore che vennero a inquadrare gli uomini, la lotta e le idee? Ed è questa magnifica leva spontanea dei nostri intellettuali che ci dà cuore quando l'impreparazione, la superficialità, il disordine, l'arrivismo, ci fan dubitare dell'avvenire». Questa era la Casa della Cultura, associazione «dove medici e filosofi, ingegneri e artisti, letterati e politici, scienziati e giuristi - come si legge nel programma - che nell'esercizio delle loro attività hanno raramente occasione di uscire dai limiti del proprio ambiente, potranno veder soddisfatto questo loro desiderio». Il tutto, in un «aristocratico palazzo del centro confortato da un buon ristorante e da un elegante servizio bar».
Nel palazzo accanto alla Scala, l'ex esclusivo Circolo dell'Unione passato, come per un curioso contrappasso dalla reazione al progresso, dalla destra alla sinistra, c'era anche una piccola e fornita libreria einaudiana e che, tra il magnifico giardino e le sale eleganti con le poltrone di pelle, nasceva un intreccio senza pregiudizi tra intellettualità democratico - liberale e cultura di sinistra. E che cultura: nel primo stampato dell'associazione si fa un elenco dei soci fondatori che va dalla «A» di Anceschi alla «V» di Vittorini passando per Bompiani, Cantoni, Carpi, Carrà, Cassinari, De Grada, Einaudi, Emanuelli, Ferrata, Gavazzeni, Greppi, Garzanti, Hoepli, Malipiero, Mattioli, Morandi, Montale, Manzù, Pajetta, Quasimodo, Rogers, Saba, Solmi, Treccani, Venanzi, Wittgens, Sereni.
Non era però certamente un circolo di anime belle, anzi. Quando nel luglio del ‘46 arrivò Sartre a parlare di esistenzialismo, non solo Banfi e molti intellettuali comunisti (Trevisani lo definirà «filosofo degli invertiti») lo accolsero con durezza e disprezzo, ma dato il clima incandescente, in via Filodrammatici c'erano, benché in borghese, i poliziotti: come ha ricordato De Grada, «Bisogna pensare che alla Casa della Cultura gravitava ancora un'aristocrazia operaia; il pubblico era fatto in gran parte dai sindacalisti della Falck, della Breda, della Pirelli, della Isotta Fraschini».
Tutto si teneva però, «tutto era tollerato salvo il fascismo», sottolineava De Grada: erano anni di ideali forti, di grandissima curiosità e vivacità intellettuale, culturale, politica. Cesare Musatti, che ne fu per alcuni anni presidente - e fin dall'inizio brillantissimo animatore - di quegli inizi quarant'anni prima, ricordava nel 1986: «La psicologia era una materia nuova per la maggior parte del pubblico, vissuto nell'epoca dell'ignoranza fascista. Io avevo quindi cose da dire. Bene: telefonavo alla segreteria di questa neonata Casa della Cultura. «Sono il prof. Musatti, quello della psicologia. Avete una sala libera questa sera? No. Allora domani? Va bene per domani. Ci sono alcuni amici venuti da Roma. Vorremmo parlare della psicoanalisi. Sì: psicoanalisi. È una dottrina alquanto sconosciuta da noi, perché avversata dai fascisti. Può interessare. Va bene così. Quale sala ci dai? La seconda? Resta inteso».
Questa era la Casa della Cultura: che nel 1950, tre anni prima della mostra a Palazzo Reale che scatenerà la polemica, organizza un dibattito su Pablo Picasso, l'artista che sul Corriere della Sera Montanelli chiamerà «il pittore dei nasi storti», l'autore di «duecentocinquanta deformazioni, mostruosità e talvolta sconcezze».
L'esordio degli anni Cinquanta coincide con molti cambiamenti, di forma e di sostanza: il clubino dei nobili, il palazzo settecentesco, deve essere restituito. E la crisi dell'unità antifascista scuote gli intellettuali milanesi della Resistenza che hanno fondato la Casa della Cultura. «La prima Casa della Cultura si spense nella querela o nell'imbarazzo fra comunisti e socialisti e nella crisi del Partito d'azione. Ma si dividevano anche comunisti e comunisti, diversi intellettuali lasciavano il partito. Insomma, la guerra fredda irrigidì, raggelò e rese più fragile tutto». Questa è l'analisi di Rossana Rossanda, che traghettò le spoglie della Casa della Cultura da via Filodrammatici a via Borgogna, domandandosi se «i comunisti milanesi insistessero più di altri per una resurrezione della defunta Casa soltanto per non restare isolati, o per far fronte a quella che chiamarono offensiva oscurantista».
E comunque resurrezione fu: per di più comprando la sede, in un'ansia puntigliosa di trasparenza proprietaria e finanziaria.
Uno scantinato, ma in via Borgogna 3, costato al grezzo 18 milioni, pagati per quote da 500mila lire l'una che, annota Rossanda, «allora non erano poca cosa». 

La Repubblica
29.3.2001


"Interventi criminali sulla vita del Psi" 

Aniasi, l'ex sindaco di Milano, doveva essere sequestrato

di  GIOVANNI MARIA BELLU 

ROMA - "Minacce, attentati contro di me? La notizia non mi sorprende: in quegli anni a Milano c'era una tensione politica fortissima. Quanto al progetto di sequestrarmi di cui si parla in quel documento del 1972, ne fui informato quasi subito". Aldo Aniasi, ex comandante partigiano, ex sindaco socialista di Milano, attribuì quelle minacce alla sua attività antifascista e non, come invece emerge dal dossier della procura di Brescia, alle sue posizioni di sinistra all'interno del Psi. La scoperta del "noto servizio" lo porta a rileggere gli eventi di quegli anni: "E' credibile che, all'insaputa dei dirigenti che ne beneficiarono, ci siano stati interventi esterni, anche di tipo criminale, volti a condizionare la vita del partito".
Nel documento di Brescia si dice che il "noto servizio" aveva l'obiettivo di "aiutare" il Psi a "disporsi su posizioni di netto anticomunismo". Poco dopo si parla del progetto di sequestrarla.
"Non ho alcun elemento specifico sulla vicenda. E' vero però che in quegli anni lo scontro interno era durissimo. La maggioranza autonomista era stata appena scalzata dall'accordo tra il gruppo che faceva capo a Francesco De Martino e quello che si richiamava a Giacomo Mancini, al quale aderivo io".
Cosa accadde?
"Gli autonomisti persero la maggioranza, ed eleggemmo segretario di federazione Demetrio Costantino".
Nel dossier si dice che gli incidenti stradali in cui negli anni  '60 morirono il sindaco di Mantova Dugoni e il sindacalista Di Pol furono in realtà degli omicidi.
"Ricordo quelle tragedie. Ma devo dire che quando accaddero nessuno avanzò alcun sospetto. Proprio ieri, però, parlando con Demetrio Costantino, ho cominciato ad avere meno certezze: mi ha raccontato di aver rischiato di rimanere vittima di un incidente che aveva tutte le caratteristiche di un attentato".
Nel "noto servizio", secondo il dossier, c'era anche Giorgio Pisanò che col suo settimanale, "il Candido", nel 1970 condusse una dura campagna contro Giacomo Mancini.
"Alla luce di quanto sta emergendo anche il comportamento di Pisanò andrebbe approfondito. Ma fin da allora venimmo a sapere che quella campagna era stata sostenuta da finanziamenti di grossi industriali".
Il capo del "noto servizio" a Milano era, secondo il dossier di Brescia, l'imprenditore Sigfrido Battaini. Lo ricorda?
"Ricordo che riuscì a infiltrarsi nella famiglia di mio fratello, a farselo amico. Mio fratello, che ora non c'è più, era stato un importante comandante partigiano. Di certo non sapeva nulla di Battaini".
La relazione inviata dalla procura di Brescia attribuisce il documento a una fonte del Viminale chiamata in codice "Giornalista". Secondo altri atti questo nome in codice corrisponde ad Alberto Grisolia, un giornalista del "Corriere della Sera" morto una ventina di anni fa. Fu lui a dirle dei progetti contro di lei?
"Non posso rispondere perché la vicenda è coperta da segreto istruttorio". 

La Repubblica
17 novembre 2000


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