Chi comanda a Milano dopo l´era dei poteri forti
di GIULIO ANSELMI
MILANO - LE STANZE ovattate di Mediobanca, dove Cuccia camminava a piccoli passi riflettendo sui destini del capitalismo italiano, sono ancora più buie, sovrastate dai grandi ponteggi del rifacimento della Scala. Il Pirellone, grattacielo-simbolo dell´industria lombarda ai tempi del boom, ospita da anni la burocrazia regionale e al posto degli stabilimenti della Bicocca sorgono aule universitarie e il grande teatro degli Arcimboldi. Cologno Monzese, sede di Mediaset con i suoi tre canali e la sua selva d´antenne e studi tv, è lontana, affogata nel disordine della Brianza. L´Alfa Romeo non c´è più: le sue uniche tracce sono gli ultimi operai di Arese che, incerti del proprio destino, ogni tanto occupano le autostrade.
È faticoso trovare luoghi emblematici del potere finanziario e industriale, in questa Milano ormai estiva. Ma l´assenza di simboli vuole dire qualcosa.
Chi comanda oggi nella cosiddetta capitale economica? «Nessuno», risponde secco Guido Rossi, grande avvocato, cattedra alla Bocconi, fondatore della Consob ed ex presidente di Montedison e Telecom, conoscitore come pochi del gotha finanziario italiano, dei suoi vizi, delle sue (non troppe) virtù, «da tempo la galassia del Nord ha cessato d´esistere». È un giudizio largamente condiviso nelle grandi banche, nelle finanziarie e in quel popolatissimo reticolo di professionisti - avvocati, notai, commercialisti, revisori - che rappresenta il codazzo inevitabile degli affari: esautorate da decenni le famiglie dei cotonieri come i Crespi e i Riva, spariti con i Falck i padroni delle ferriere, esauritasi la breve dominazione torinese degli anni ?80-´90 col Corriere della Sera, l´Alfa e la Rinascente nelle mani degli Agnelli, poche settimane fa c´è stato l´ultimo giro di boa, quando Cesare Romiti ha lasciato la guida della Rcs. Dopo il ritiro di Romiti, la città che s´era illusa al suo arrivo, cinque anni fa, d´aver trovato un nuovo signore e una nuova dinastia, esprime crescente incertezza: dove sono finiti i poteri forti?
«Non sono mai esistiti. Caso mai c´erano uomini forti, come Cuccia, come Cefis, come Romiti», dice, sotto vincolo di anonimato, uno dei protagonisti degli ultimi trent´anni di storia industriale italiana. Al loro posto tengono banco alcuni network, che si spalleggiano l´un l´altro in cerca di legittimazione, ma che "pesano" relativamente poco. In quest´ottica Corriere e Mediobanca rappresentano, al solito, dei salotti in cui conviene essere: come per gli industriali giapponesi il club di golf più prestigioso di Tokio, dove, per entrare, si paga un milione e mezzo di dollari. «Non è cambiato molto: si è solo allargato un po´ il salotto buono», concorda Francesco Micheli, finanziere protagonista di operazioni che hanno portato qualche scompiglio nel giro delle ambite poltrone. «Nel caso Rcs è arrivato un gruppo di azionisti, ognuno interessato a un palco a teatro, disposto a pagare una cifra importante pur di averlo». «Ma, se si allarga lo sguardo a tutto il Paese, si nota un cambiamento che fa la differenza: il new deal nel mondo dell´industria portato da Montezemolo, con le sue conseguenze», dice invece Diego Della Valle, uno degli autori della «rivoluzione» in Rcs. I nuovi soci, con Della Valle, sono Salvatore Ligresti, Franco Merloni (Ariston). Il primo, molto amico di Luca Montezemolo, presidente di Fiat e di Confindustria, è stato protagonista di una veloce rincorsa da un´impresa marchigiana di calzature al sancta sanctorum delle banche italiane, attraverso la crescita e il successo del marchio Tod´s, ora quotato in piazza Affari. L´altro, un costruttore siciliano definito "il padrone di Milano" nei tumultuosi anni ?80 di Craxi e poi colpito da Tangentopoli, stava da un pezzo sulla soglia di via Solferino, a suo tempo ben visto da Cuccia e oggi dalla Casa delle libertà. Per il primo si è trattato di una consacrazione, per il secondo di uno sdoganamento: entrambi sono in attesa di poter entrare nel patto di sindacato, che raccoglie i vecchi soci. Il terzo arrivo è quello del presidente di Capitalia (e grande amico del governatore Fazio) Cesare Geronzi, accompagnato dalla simmetrica uscita dell´amministratore delegato di Unicredito. «Nella vicenda Rcs mi ha colpito l´avvicinamento ai giornali, anziché l´allontanamento, di banca e industria, con l´importante eccezione di Profumo. Restiamo uno dei pochi paesi al mondo in cui i media non appartengono agli editori», dice Francesco Giavazzi, cattedra di economia politica in Bocconi. «Ma i grandi imprenditori vanno sempre più a cercare aree protette, telefoni, autostrade, concessi dal potere politico. E questo spiega la passione per la carta stampata».
Quello delle banche è un discorso che va approfondito. Su una sola cosa sono tutti d´accordo: nel capoluogo lombardo, come nell´economia italiana, comandano loro, qui rappresentate da tre personalità con simpatie per l´Ulivo, Giovanni Bazoli, presidente di Intesa, al quale si accredita grande capacità di visione, il suo amministratore delegato Corrado Passera e Alessandro Profumo, ad di Unicredito. Non è una novità assoluta nella storia di un capitalismo, come il nostro, senza capitali. «Ma il sistema è sempre più bancocentrico», sottolinea Alessandro Penati, economista milanese che insegna alla Cattolica, «un meccanismo autoreferenziale che non risponde a nessuno. Il credito non bancario, dopo vicende come Parmalat, è finito». Dai palazzi della city dove alzano le loro bandiere Unicredito, considerato il più efficiente istituto nazionale, e Intesa, che ha assorbito le milanesissime Comit e Cariplo, si dipana una lunga filiera che porta alla Fiat, sempre più vicina ad averli come maggiori azionisti. Ma le banche sono determinanti anche per il destino di Lucchini, Impregilo, Versace, etc. E perfino Marco Tronchetti Provera, il navigatore ambito da tutte le belle donne della città prima che sposasse Afef (e anche dopo), considerato il più titolato erede alla corona di primo capitalista d´Italia che fu dell´Avvocato Agnelli, oggi tallonato nel ruolo di aspirante da Luca Montezemolo, ha con la sua Olimpia, la scatola a monte di Telecom Italia, un rosso di 330 milioni di euro e debiti per 3,27 miliardi. Meno nota fuori dalla Lombardia, ma influentissima sul territorio, la Fondazione Cariplo, enorme centro di potere per patrimonio e partecipazioni: tanto che, nel più selettivo "Who´s who" di Milano, salta sempre fuori il nome del suo presidente, Giuseppe Guzzetti. «Che le banche contino è parzialmente vero. Hanno i quattrini, che sono un bello strumento di potere», ammettono a Unicredito, precisando: «Però il sistema bancario è frazionato. Ognuno va per la sua strada». «In un momento di difficoltà siamo un po´ più forti», riconoscono a Intesa. «Ma essere esposti con aziende in crisi comporta perdite e rischi». E poi c´è da tener conto di Bankitalia e della sua gelosa supervisione.
Il sistema dei poteri riflette a Milano i percorsi dell´odierna politica romana: nessuno sa bene dove andare. Non è più un passaggio obbligato Mediobanca, pilotata dal conte Gabriele Galateri di Genola tra molti padroni, volubili e pericolosi, dove svettano, marcandosi stretti, Profumo e Geronzi, e i francesi Bernheim e Bollorè. Per generale convinzione non ha più il peso di un tempo. «Il suo patto di sindacato», ammette uno dei firmatari, «è una costruzione gotica in netta frattura col mondo reale». Che vive tutt´attorno alla metropoli, rappresentato da imprese capaci di fare innovazione. Ma se a Bergamo c´è un Bombassei, i cui freni sono montati in tutto il mondo dalle auto di qualità, a Milano non s´intravvede più un Giulio Natta che faccia i polimeri per la Montecatini. La "razza padana" dei Colaninno e degli Gnutti è altrove. E l´orgoglio cittadino, fondato sul culto del lavoro e sul mito dell´iniziativa privata, soffre a notare che, quest´anno, il miglior affare sui mercati mondiali lo ha fatto un´impresa pubblica, la romana Finmeccanica, comprando gli elicotteri inglesi Westland.
La Milano finanziaria è in stand-by, come la Borsa. Si respira una sensazione di attesa. "Cesarone" Romiti, divenuto presidente onorario di Rcs, sorride: sa che molti continuano ad accreditargli un ruolo assai importante anche ora, che ha conservato solo una presenza simbolica nel capitale. Ma allora non è cambiato nulla? Resta immutato il ruolo del capitalismo povero ma "alto"? Profumo ammonisce a non sottovalutare il mercato, che funziona meglio di quel che si pensa: basta pensare ai casi Cirio e Parmalat e al rimborso dei bond. Anche Fedele Confalonieri, presidente di Mediaset, un milanesone che rappresenta lo spauracchio (caso mai decidesse di scendere in campo), di qualsiasi candidato sindaco del centro-sinistra, è convinto che sia l´ora di smetterla di parlare di poteri forti: «In realtà non ci sono mai stati, anche se esistevano elementi di conservazione. Oggi nessuno predomina sugli altri.
Ci sono tante voci, com´è giusto: Milano è l´humus ideale per chiunque voglia venir fuori». Eccesso d´ottimismo? «Prima molti imprenditori ragionavano così: portiamo avanti le nostre aziende e basta, tanto decidono tutto in quattro o cinque», sostiene Della Valle, «ma ora l´aria è cambiata». Le prove non mancheranno, la prossima partita si avvicina. E, nessuno ne dubita, sarà la ridefinizione degli equilibri di Mediobanca, intreccio di poteri, già simbolo eccelso del potere, regina decaduta.
la Repubblica
4 agosto 2004
Franco Mirabelli, neo segretario dei Ds: una larga parte della città è delusa dal berlusconismo
"Un patto con la società civile e vinceremo anche nel 2006"
la strategia Il grande Ulivo non basta, serve una forte alleanza con i terzisti
di GIUSEPPINA PIANO
L´esordio è la presa di coscienza che Palazzo Marino sarà un´altra storia dalle Provinciali: «Sappiamo che il centrosinistra può non bastare per vincere le elezioni comunali». La conseguenza è l´inizio di quella che sarà la strategia dei Ds per battere la Cdl in casa: arruolare in un´alleanza elettorale anche i cosiddetti "terzisti". Franco Mirabelli, neo-eletto segretario provinciale della Quercia, l´annuncia così: «Diciamo, chiaramente e da subito, che vogliamo dialogare con qualunque esperienza di lista civica. Esperienza che noi auspichiamo nasca da quella parte di società milanese delusa dal berlusconismo».
Segretario Mirabelli, se questa è la strategia come si concilia con l´idea di indicare già a ottobre per le suppletive alla Camera il futuro candidato sindaco?
«Premesso che con Panzeri non ho ancora parlato di questa sua proposta, credo che non sia semplice sciogliere in pochi mesi i nodi di quel dialogo di cui ho parlato. Sicuramente le suppletive saranno un appuntamento molto importante. Ma il candidato sarà quello del centrosinistra, Ulivo, Rifondazione, Lista Di Pietro. Su Milano credo invece che dovremo andare oltre il centrosinistra».
Andiamo in ordine. Il primo round sono le Regionali, e lì la Margherita vorrebbe mollare il Listone. Come si fa a vincere?
«Primo: non possiamo iniziare discutendo con quali simboli ci presentiamo. La strategia deve essere la stessa delle Provinciali: una proposta alternativa sui grandi temi di governo. Sulla lista unitaria, noi diciamo che non deve essere lasciata cadere un´esperienza che ha riscosso tanta fiducia, le forze devono partecipare insieme alla costruzione dei prossimi appuntamenti. Ma con quali simboli presentarsi, quello lo vedremo».
E nel frattempo?
«Non buttiamo a mare quell´esperienza. Facciamo una proposta: scegliamo subito un portavoce unico, in Provincia e in Comune, che rappresenti tutte le forze della lista unitaria».
Secondo round, il Comune. Nel 2001 la scelta del candidato sindaco per il centrosinistra fu un autentico disastro. Spaventato che adesso la pratica tocchi a lei?
«Assolutamente no. Oggi le condizioni sono cambiate. Il 2001 ci è servito a capire che bisognava smettere di litigare».
Unità nel centrosinistra. E poi?
«C´è una parte di società milanese di delusi dal berlusconismo che vuole una svolta. A loro diciamo: vogliamo dialogare, sapendo che solo il centrosinistra può dare una risposta alla loro delusione».
Semplifichiamo: nasce una lista civica e si allea con voi. Ma il candidato sindaco chi ce lo mette?
«Non devo essere io a dire come si deve esprimere un´esperienza civica, se formalizzata in una lista o no. Io dico che il centrosinistra è aperto a questo dialogo. Ed è evidente che il candidato deve nascere dentro a questo percorso».
Nomi?
«Assolutamente prematuro parlarne».
la Repubblica
23 luglio 2004
L’identità di una città che cambia
LA MILANO IMPOSSIBILE
di GUIDO MARTINOTTI
La passione con cui da qualche tempo i milanesi si impegnano a ridefinire l'identità della propria città è un segno della profondità dei cambiamenti che l'hanno investita. Si sapeva che Milano perde popolazione, anno dopo anno, dal 1973. Nel 2001 però scopriamo che il Comune ha perso il 10% di popolazione dal 1991 e che ora ha meno residenti di quanto non ne avesse nel 1951 e poco di piu' che nel 1936. Cosa succede a una città che perde popolazione? Innanzitutto invecchia: e infatti oggi Milano, ha il 28,95% di ultrasessantenni, una proporzione destinata ad aumentare nei prossimi anni. Spesso queste persone anziane, soprattutto se donne, sono sole e povere. I più poveri tra di loro, per un meccanismo perverso, messo in luce da Enzo Mingone, sono «intrappolati» a Milano. Infatti Milano offre loro assistenza e casa a un livello che assicura loro la sopravvivenza, ma solo se non si muovono dai propri alloggi, che sovente sono tra i più degradati e si trovano nei «microghetti» di cui ha parlato Francesca Zajczyk sul Corriere.
La drammatica ondata di decessi per il caldo eccezionale dell'estate ha confermato la precarietà delle condizioni di vita di questa popolazione, non solo per la nostra, ma per tutte le grandi città europee. Negli Stati Uniti il fenomeno era già noto dopo la strage avvenuta, qualche anno fa a Chicago, per una analoga ondata di caldo. L'unica buona notizia, demograficamente parlando, è che i bambini non sono pochi, grazie al contributo degli immigrati extracomunitari che costituiscono ormai una parte significativa della popolazione cittadina. Ma questo vale per il futuro; oggi è solo un dato in più per una domanda di fondo.
Ma che città è Milano? Può reggere l'economia di un sistema in cui la popolazione diminuisce, invecchia e deve anche sostenere le nuove generazioni non ancora produttive? È evidente che una città di questo genere è impossibile. Dunque ci manca un pezzo importante del puzzle. Un altro dato discusso in questi giorni, può aiutarci a trovare la risposta. Le università milanesi hanno circa 200 mila iscritti, ma questa popolazione è solo in piccola parte milanese, in maggioranza viene da un'area molto più grande, di cui Milano è il cuore pompante. È questa l'area in cui abitano gran parte delle persone attive, dei giovani e delle giovani coppie, che non risiedono nel comune di Milano, ma che permettono all'economia milanese di funzionare.
Savoir, pour prevoir pour pouvoir, ammoniva Auguste Comte e noi, consci di questo monito, ci rivolgiamo ai dati per scrutare il futuro, ma ci troviamo di fronte alla contraddizione tra una Milano vibrante, produttiva e imprenditiva e una Milano povera e marginale. Sono dati veri, ma incompleti: le statistiche municipali ci mostrano una Milano impossibile. È come se guardassimo una figura ritratta su un grande quadro in penombra, ricavandone l'impressione surreale di una parte del corpo sospesa nel vuoto. Finché non accenderemo le luci e non vedremo per intero il corpo sociale della grande Milano, il quadro non sarà completo.
Corriere della Sera
10 settembre 2003
L’ex sindaco Aniasi: così creammo le case dormitorio
«Fu un errore inevitabile per non creare le favelas»
I ghetti delle case dei poveri, allora, erano «il minore dei mali»: l’alternativa alle favelas sudamericane. Aldo Aniasi, sindaco socialista di una giunta di centrosinistra dal ’67 al ’76, è uno degli amministratori responsabili di scelte che hanno portato ai quartieri popolari di oggi, dove degrado, spaccio e soprusi sono all’ordine del giorno. Onorevole Aniasi, non avevate calcolato che la concentrazione del disagio avrebbe portato a una situazione esplosiva?
«Non c’erano alternative. Bisogna tornare indietro nel tempo per capire. Perché si è persa la memoria, si è dimenticata la storia del Paese».
Ce la rinfreschi, allora .
«Per 20 anni Milano ha vissuto una situazione tragica. Ho ripreso in mano in questi giorni il discorso che feci da consigliere comunale nel 1951».
Che cosa disse?
«Che in città c’erano 259 mila locali distrutti dai bombardamenti. Sei anni dopo la guerra, nel 1951, decine di migliaia di persone vivevano in baracche, scuole, sottoscala, cantine».
Sì, ma i grandi quartieri popolari sono molto più recenti.
«La situazione si è andata aggravando negli anni successivi per l’immigrazione dal Sud, dal Veneto e da tutte le zone povere: 500 mila immigrati in una città di un milione e 200 mila abitanti. Si dormiva a turno nelle case, si affittavano i letti a ore».
Così sono nati i palazzon i nelle zone periferiche.
«Il problema era di costruire tanto, in quegli anni c’era una scarsa cultura urbanistica. Si è scelto di realizzare i quartieri satellite o dormitorio».
Qual è secondo lei il più degradato?
«Quarto Oggiaro è in condizioni peggiori di Rozzano. Finirono lì tutti coloro che erano in condizioni miserrime, non povere».
E pian piano si è arrivati alla concentrazione di tutti i disperati nei caseggiati popolari. Non crede sia stato un errore?
«Non è stata una scelta ideologica, ma compiuta sotto la spinta di un’emergenza drammatica. E’ stato commesso dalla grande Milano un errore inevitabile».
Ne è proprio sicuro?
«Milano ha evitato fenomeni come le bidonville di Parigi e Londra, o le favelas sudamericane. Oggi, se si ripresentasse una situazione del genere, non saprei indicare altre soluzioni».
Ro. Ver.
Corriere della Sera
1 settembre 2003
I nuovi poveri sono diventati quasi invisibili
di DON GINO RIGOLDI
Si legge che Milano è sempre più ricca. Il presidente della Camera di Commercio, Sangalli, ha indicato più volte numeri importanti di nuove attività produttive o commerciali nate a Milano e provincia, con un rincrescimento perché nonostante l'aumento della ricchezza, i milanesi sono diventati parsimoniosi. Forse c'è in giro paura del futuro. Che Milano abbia più aziende piccole e medie, che il profitto sia aumentato, che l'imprenditoria abbia un incremento io credo sia una buona notizia, ma diciamo anche e subito che questi dati riguardano una parte significativa della città ma comunque solo una minoranza. Milano è ricca e produttiva ma la maggioranza dei cittadini fanno la loro bella fatica a tirare il 27. Se consideriamo che la retribuzione media di almeno l'80% dei milanesi sta poco sotto o poco sopra i 1000 euro, che le buste paga sono diventate sempre più leggere, che la città "ricca" è anche tra le più care al mondo, c'è poco da stare allegri. Se poi in famiglia, felicemente, nasce un figlio o (addirittura) due figli, le difficoltà si moltiplicano. Alcuni cristiani credono nella Provvidenza, quelli con una fede un po' più tiepida ci pensano due volte a fare il primo figlio e quattro volte a fare il secondo.
E’ strano, ma è come se questa gran parte di persone povere o non ricche di Milano siano cittadini invisibili; il particolare è che esistono, e sono pure la maggioranza. Forse sarebbe meglio non dire più che Milano è una città "ricca" ma che a Milano alcuni ricchi diventano sempre più ricchi e che ai vecchi ricchi si aggiunge un numero di nuovi imprenditori che tentano la fortuna e ai quali possiamo solo augurare successo. In tutta questa storia quello che è preoccupante è l'abitudine a descrivere una città, direi perfino a definirla sulla base dei soldi che circolano, per l'imprenditoria che è attiva, per lo sviluppo industriale, per le infrastrutture presenti o promesse e non per la qualità della vita possibile per le persone che la abitano.
Io pervicacemente continuo a pensare che una città si può chiamare ricca e apprezzabile quando al primo posto sono la cura e la promozione dei diritti e la risposta ai bisogni a partire dai più piccoli che non sono necessariamente solo i poveri ma anche i piccoli per età: i bambini e gli anziani, i giovani, i disabili, i ragazzi stranieri di prima e seconda generazione. Si tratta di definire le priorità. Nessuno è così ingenuo da negare la necessità del profitto, ma nessuno deve negare la necessità di un'etica della comunità cittadina dove al centro siano i diritti e la cura delle persone. Gli strumenti dell'economia non sono la sostanza della nostra dignità di donne, di uomini, della nostra città.
Quello che dovrebbe preoccupare tutti i milanesi, e non solo loro, è che sono pressoché scomparsi dai discorsi degli amministratori, dalle televisioni e dalla carta stampata le dichiarazioni sull'etica e l’affermazione dei diritti. Non si tratta solamente di una questione di parole: si tratta di sostanza perché dietro l'oblio delle parole a Milano, insieme con tante cose buone, troppe persone non hanno voce, troppi bisogni sono diventati invisibili.
Corriere della Sera
30 luglio 2003
Questa città è ormai senza testa
di FABIO ZANCHI
L´ultima puntata della telenovela Serravalle segue il copione delle precedenti. Colli contro Albertini. Provincia contro Comune, in una partita che vede i partiti, a cominciare da Forza Italia, messi definitivamente fuori gioco. E gli interessi dei cittadini relegati sullo sfondo di uno scenario che vede in primo piano soprattutto, se non solo, lo scontro tra due personalità inconciliabili. Lo ammette lo stesso Paolo Romani, coordinatore berlusconiano: "Il problema è che quei due non si parlano". Nell´ultima puntata i milanesi si devono preparare ad assistere all´ennesima guerra tra sindaco e presidente della Provincia, a colpi di ricorsi in sede legale. Una replica di quello che sta succedendo ormai da tempo anche a Palazzo Marino, dove sempre più spesso la politica cede il passo alla carta bollata.
Ci sono aspetti particolarmente sconcertanti, in tutta questa vicenda. Innanzitutto, la determinazione con cui la presidente della Provincia ha insistito a contrapporsi al sindaco. Come si sa, tutti i patti sono saltati, da quello della cotoletta all´ultimo tentativo di rappacificazione imposto da Berlusconi in persona. Il fatto significativo è che sia la Colli, che ha fatto di tutto per farsi eleggere presidente della Serravalle, sia Albertini appartengono alla stessa parte politica e vantano rapporti molto stretti con il presidente del Consiglio. Ciò nonostante, non vogliono andare d´accordo e riescono a farlo benissimo. Il prezzo di tutto ciò è evidente: da una parte il Comune vede svalutata la propria quota. Dall´altra, nel periodo più delicato dell´anno, quando ai 170mila milanesi e pendolari in coda ogni giorno sulle tangenziali si sono aggiunte altre migliaia di automobilisti in viaggio per le vacanze, la Serravalle Spa ha offerto un vuoto di potere che mai era stato conosciuto prima.
In parole povere: il prezzo delle diatribe fra Comune e Provincia è stato scaricato sui cittadini. L´unico che non ha avuto contraccolpi particolarmente negativi, dati i rapporti di forza del nuovo consiglio di amministrazione, è il gruppo Gavio.
Ora finalmente è stato deciso che il 16 il nuovo Cda si insedierà sotto la guida della Colli. Ma le ragioni di perplessità e preoccupazione non sono venute meno. Anzi. Secondo voci sempre più insistenti, il sindaco ha tutte le intenzioni di presentare ricorso contro l´elezione della Colli, perché ritenuta «incompatibile» con la presidenza della Provincia. Un ulteriore braccio di ferro si preannuncia sulla presenza in consiglio dell´ex direttore generale Bruno Rota: voluto da Albertini, è ritenuto improponibile dalla Colli che, si dice, sembra orientata a seguire tutte le possibili vie per liberarsi della sua scomoda presenza. Altra carta bollata si annuncia, insomma, a lastricare il tormentato percorso della Serravalle. Tanto più che anche l´opposizione ha intenzione di dare il proprio contributo. Proprio ieri, infatti, il gruppo diessino ha incaricato un avvocato di presentare ricorso contro la doppia presidenza Colli. Proprio come il sindaco che, di certo, apprezzerà.
L´effetto di tanta mobilitazione sul piano legale sconcerta. Anche perché sembra ormai che in Comune e in Provincia la politica sia sempre meno capace di trovare una soluzione ai problemi mediando fra posizioni legittimamente diverse. Lo si è visto a Palazzo Marino durante il dibattito sul bilancio concluso con due denunce penali (una del sindaco e una delle opposizioni). Poi è accaduto sullo Statuto, con il ricorso al Tar presentato dal centrosinistra. Ora capita a Palazzo Isimbardi, a proposito della Serravalle. È un´escalation deprimente. Soprattutto perché dietro l´ostentazione dei muscoli si riescono a intravvedere soltanto giochi di potere.
la Repubblica
12 luglio 2003