MILANO LA CAPITALE INESISTENTE
di GIUSEPPE TURANI
La prossima chiusura dello stabilimento di Arese è uno di quegli avvenimenti che, purtroppo stavano scritti da tempo sulle agende. Anzi, si può tranquillamente affermare che Arese era già morta da anni.
La sua chiusura ufficiale, comunque, segna contemporaneamente due eventi: la fine dell´avventura milanese nel mondo dell´auto e anche la fine dell´industria milanese, emigrata altrove, ridimensionata, travolta dall´avanzare della finanza e delle professioni.
In un certo senso la chiusura di Arese segna ufficialmente la fine di una Milano che ormai si può ritrovare solo in qualche film e in qualche libro di storia: la Milano del fare industriale.
Non è che a Milano non ci sia più industria, qualcosa c´è sempre. Ma si tratta di una presenza ormai davvero marginale, che non incide sulla città, che non ne segna il volto e le caratteristiche. Se ancora venti anni fa Milano era una città delle tute blu, la capitale dell´industria (grande e piccola), da tempo non è più così.
Milano è ormai una città della finanza, delle professioni e delle consulenze. E è quindi una città in cui non ci sono più grandi soggetti sociali e politici (questo spiega benissimo la crisi della sinistra).
Al loro posto c´è una moltitudine di soggetti che non pongono più alla politica le domande chiare e semplici delle tute blu (più lavoro, più soldi, più case, ecc.), ma una serie di domande confuse e contraddittorie, spesso incompatibili fra di loro.
Toccherebbe alla politica dare un senso e una coerenza alle «domande» della città, ma la politica milanese (da sempre troppo pragmatica e con una forte tendenza a semplificare) non sembra proprio adatta a fare questo lavoro.
Basta aprire un qualunque buon testo di sociologia, ad esempio, per scoprire che Milano ha vissuto negli ultimi vent´anni una delle più grandi trasformazioni mai avvenute in Europa (dall´industria al terziario), ma si scoprirà anche che tutto questo è avvenuto in modo spontaneo, senza alcuna direzione o progettazione da parte dei vari poteri pubblici.
E oggi Milano vive sotto il peso di questa mancanza di direzione, di presa di coscienza, di disegno collettivo. E infatti chiunque si accorge che Milano, soprattutto dopo la chiusura di Arese, non è più una città industriale, ma poi non sa dire invece «che cosa è».
A questa domanda si danno risposte semplici e sbagliate. Tipo: ma è la capitale della finanza. Come se quei quattro soldi che girano intorno a piazza Affari potessero essere scambiati davvero per la finanza. In Europa sono almeno quattro o cinque le capitali della finanza con assai più peso di Milano e assai più inserite nel circuito mondiale degli affari. Se esiste un futuro di Milano, questo non è certo nella finanza, dove, alla fine, è sicuro che vincerà qualcun altro.
Allora, si dice ancora, è la capitale della moda e del design. Vero e falso. Nel senso che è vero che Milano presenta una concentrazione straordinaria di stilisti e di bravissimi designer. Ma è anche vero che la cosa finisce lì. Non è un centro di attrazione mondiale per il design. E la moda, poco a poco, sta passando di mano (in mani francesi, per la precisione).
Milano è anche una città piena di architetti di talento che lavorano nelle più grandi città europee. Chissà perché, però, in quelle città hanno fatto qualche costruzione che vale la pena di vedere. A Milano no.
La città, finita la sua grande stagione industriale, sembra vivere in una sorta di eterna ordinaria amministrazione, in cui un giorno si insegue il problema delle periferie, il giorno dopo quello del traffico nel centro storico, e il giorno dopo ancora quello dei cartelli stradali.
Ma si continua a rifiutare lo sforzo per definire la città, per definire il suo futuro. E quindi per fare gli investimenti necessari. E quindi Milano, in realtà, e nonostante l´orgoglio e il talento dei suoi abitanti, continua a essere la capitale di niente. La capitale di se stessa, cioè di un insieme di persone che non riescono a dare una definizione del luogo in cui vivono.
Persino l´idea della Grande Milano, una realtà evidente e urgente, non riesce a fare passi avanti. Se la Milano del passato seppe diventare da centro commerciale grandissima città industriale, quella attuale non riesce nemmeno a riaggiustare i suoi confini amministrativi. E, a maggior ragione, non riesce a scegliersi un futuro. Non riesce a puntare in una direzione (fabbrica di manager o di intelligenze informatiche?, ad esempio).
La verità è che Milano, da anni, si trascina. Certo, quando la congiuntura è brillante, è anche un bel trascinarsi. Di soldi in città, nei momenti buoni, ne corrono tanti. Ma poi se si va a vedere non c´è una sola alta scuola che abbia fatto un salto di qualità negli ultimi dieci anni, nessuno ricorda più quando c´è stata una grande mostra, le iniziative culturali consistono nel fatto che uno va in libreria e si compra tre libri.
La faccenda è persino un po´ misteriosa. Milano è certamente la città italiana con la più alta quota di talenti per metro quadrato, ma tutto questo non riesce a disegnare un volto della città che sia riconoscibile. E, soprattutto, non riesce a individuare un futuro interessante, percorribile, intorno a cui raccogliere talenti e energie. È un po´ come navigare su un ricco yacht dove però al timone non c´è nessuno. In coperta si beve champagne e si fumano buoni sigari. Ma la rotta?
la Repubblica
11 ottobre 2002
Se il Comune è un’azienda
I SIMBOLI E LA CITTA’
di GUIDO MARTINOTTI
Come un serpentone intorpidito dal caldo, emerge dalla bruma ferragostana la notizia vagamente surreale che il Sindaco della città intende vendere la Galerìa dei milanés per rimpinguare le casse municipali. Sdegno, smentite, secondo un copione ben collaudato. La proposta viene rettificata, o forse non era mai stata presentata, o viene accantonata in vista di una migliore occasione. Chi lo sa? Ma il problema rimane: al fondo che male c’è a vendere la Galleria di Milano ai privati? Basta intendersi sul significato che una città attribuisce ai propri luoghi simbolici e di conseguenza accordarci sul tipo di città in cui vogliamo vivere. La principale differenza tra le città americane e quelle europee sta proprio in ciò. Le città americane sono delle «corporations», vengono infatti formalmente costituite con un atto giudiziario che si chiama appunto «incorporation» e possono anche fallire in senso tecnico. Perdipiù si sviluppano attorno a nodi funzionali: porti, incroci, ferrovie eccetera, cosicché nessuna parte del suolo di una città è sacro, nel senso di venire sottratto al mercato. Ne risulta la particolare conformazione delle città americane, cresciute non attorno a una piazza, ma attorno al CBD, Central Business District, che è in continua evoluzione per seguire le volubili e talvolta tumultuose vicende dei mercati immobiliari. Un poco come una noce vuota o, se vogliamo usare il termine americano, un doughnut , la ciambellina con il buco, in cui le classi medie vivono sull’orlo mentre al centro stanno soprattutto pendolari, visitatori o poveracci. Però in quel Paese ci sono le città che tutti conosciamo, con centri che si riempiono solo di NRP, Non Resident Populations , per il lavoro e il consumo, e che periodicamente si trasformano in luoghi spaventosamente deserti o infrequentabili.
Le città europee, al contrario, sono caratterizzate dalla loro origine storica attorno a una o più piazze su cui si affacciano i luoghi sacri della città: i simboli del potere e della religione o le grandi istituzioni culturali come l’Università, l’Opera o il Museo. Questi luoghi sono sottratti al mercato, con il risultato che, nel tempo, hanno costituito un ancoraggio per gli abitanti e soprattutto per la residenza delle élites, dando vita a quel carattere di urbanità (nel doppio senso di vita associata e vita civile) che contraddistingue il modello della città europea che, da molte parti - a partire dalle associazioni di quartiere fino alle istituzioni europee - si cerca di salvaguardare.
Si tratta di scegliere. Nel caso del sindaco Albertini, quando sosteneva che il Comune è una azienda, alcuni hanno pensato che parlasse dell’amministrazione comunale. Ma forse parlava proprio della città nel suo complesso, e molti la pensano come lui. In una concezione aziendale, però, i luoghi simbolici non hanno vita facile. L’azienda serve a far funzionare bene le cose e se il Comune di Milano non è in grado (ma il perché andrebbe spiegato: forse Marco Vitale, che dell’argomento si è occupato da assessore, potrebbe chiarirci le idee) di ricavarne il dovuto ritorno monetario, è molto probabile che i privati daranno ai milanesi una Galleria più pulita e meglio tenuta. Con cosa dentro si vedrà. Da molto tempo ho segnalato che il centro della città sta subendo un processo di trasformazione da luogo per gli abitanti a luogo per altre popolazioni più redditizie. Se non si riconosce un valore ai luoghi simboli, automaticamente se ne autorizza la monetizzazione.
Corriere della Sera
19 agosto 2002
Il centro sinistra: "La Galleria è uno dei simboli di Milano. Il suo valore non è quantificabile solo con parametri economici e di mercato. Il Sindaco propone di venderla? Prima lo chieda ai milanesi!"
"L'idea di vendere la Galleria deve passare al vaglio dei milanesi, perché fa parte dell'identità, della storia e della cultura di Milano". E' quanto affermano i consiglieri comunali di centro sinistra. "Chiediamo alla società civile di pronunciarsi. Al Sindaco, che si richiama al suo programma elettorale, ricordiamo che la Galleria non è un immobile qualunque, ma un bene di tutti. Si pronunci quindi la società civile, e si esprimano anche i consiglieri comunali di centro destra, che quel programma hanno votato e sostenuto. In ogni caso ? continuano i consiglieri di centro sinistra - per confermare eventuali decisioni che preparino la vendita di beni, che sono patrimonio pubblico della città, si proceda a un referendum preventivo, attuando le norme dello Statuto". Dopo aver ricordato come "già in passato il Comune ha utilizzato gli introiti delle privatizzazioni, non per nuovi investimenti strutturali", i consiglieri di centro sinistra affermano che "c'e un patrimonio immobiliare molto vasto di cui il Comune dispone e che gestisce male. Una sua parte potrebbe essere ragionevolmente immessa sul mercato, se emergessero linee chiare d'indirizzo e di sviluppo, che oggi non vediamo o che sono confuse e contraddittorie". Quanto alla Galleria "il Comune, anziché venderla, la metta a reddito praticando affitti non solo di mercato, ma rilanciando la funzione della vita sociale e aggregativa dell'Ottagono".
I consiglieri comunali di centro sinistra
Milano, 14 agosto 2002
LE RIVINCITE DI MILANO
di ADRIANO DE MAIO
Uno dei traumi maggiori che noi milanesi abbiamo sofferto in questi ultimi anni è stato il tramonto del titolo di «capitale morale» che tutta Italia ci riconosceva con convinta ammirazione, o con sarcastica invidia. L’attributo di capitale morale divenne addirittura oggetto di scherno dopo l’arrivo di Mani pulite e ben a ragione, poiché «morale» sottintende anche correttezza ed etica negli affari e nell'amministrazione. Adesso che abbiamo pagato, forse anche per tutti, è giunto il momento di riprendere a discutere sul tema. Capitale morale, in un’accezione più ampia, voleva e vuole dire «punto di riferimento», come una capitale dovrebbe essere e di fatto è. Significava e significa costruire un modello e un punto di riferimento, una rappresentazione esemplare del miglior modo di essere di un Paese, di una nazione, di una comunità. Cioè la logica del fare e del darsi da fare, dell’«aiutati che il ciel ti aiuta», di non aspettare il soccorso di altri ma di aiutare gli altri, di essere anche al limite un poco fuori dalle «leggi» e dalle «norme» o addirittura costruirsi regole apposite, accettate di fatto, perché utili a raggiungere uno scopo condiviso.
Il «rito ambrosiano» era il modo di dire e significare orgogliosamente la «diversità» e, nel contempo, la definizione di altre regole, di altri comportamenti rivolti più all’efficace raggiungimento di risultati concreti che non al burocratico e pesante rispetto di norme il più delle volte inadeguate. In altri termini, l’apprezzamento della logica del «fare» contro quella del «non far fare», il rifiuto non già delle leggi, ma del formalismo paralizzante delle leggi stesse, che strangola l’Italia.
Capitale morale significava anche altre cose, fra cui due centrali. Da un lato la vivacità e la multiformità: il confronto e il dibattito d’idee, la molteplicità di interessi culturali, la straordinaria varietà delle attività economiche e finanziarie, la creatività, l’invenzione di nuove forme politiche, la tradizionale sensibilità ai problemi sociali, l’associazionismo, il volontariato, la beneficenza discreta. Dall’altra parte la straordinaria capacità di promuovere le singole specificità e, contemporaneamente, di riconoscersi in un’unica identità milanese.
Queste, che erano le basi dell’essere capitale morale, lo sono per qualsiasi eccellenza che può anche variare nel tempo ma che si fonda comunque su queste solide radici. Abbiamo ancora alcuni di questi punti di prestigio: dalla musica al teatro, dalle università alla finanza, dalla moda al design, dalla ricerca al volontariato e al non profit. Altre ne abbiamo perse e ne stiamo perdendo, altre ne stanno nascendo. Sicuramente quelle esistenti vanno potenziate, altre se ne devono creare, forse si può fare ancora qualcosa per quelle che si stanno appannando. Ma il vero problema è che dobbiamo ricostituire la «base delle eccellenze»: un’identità, una cultura, un modo d’essere e di volersi vedere, un ritornare «capitale morale».
Tiriamo fuori dagli armadi gli abiti della festa e torniamo ad essere noi, richiamando a raccolta i «milanesi nell’animo», quelli che lo sono da generazioni, quelli che, provenienti dai più svariati luoghi, appena arrivati, si sono riconosciuti e, con maggior o minor difficoltà, tentano anche di pronunciare la «ü» lombarda e quelli che, ovunque vadano e si disperdano, milanesi rimangono sempre.
Corriere della Sera
10 luglio 2002
La scomparsa di Valpreda
L’anarchico che morì due volte
di GIAN ANTONIO STELLA
«Alza la testa, mostro!». Pietro Valpreda, morto ieri a 69 anni per un tumore, non era mai riuscito a dimenticare il ricordo del giorno in cui, dopo averlo interrogato, il giudice romano Vittorio Occorsio, che qualche anno dopo sarebbe stato assassinato da un commando di terroristi neri, lo aveva dato in pasto ai fotografi. «Fu tremendo, un assalto feroce», ricordava strascicando la «erre moscia». Col passare degli anni, a mano a mano che quella ferita gli si rimarginava, aveva preso ad accennare una piega ironica della bocca. Ma il trauma gli era rimasto dentro, incancellabile. Come fai a cancellare un titolo che strilla sotto la tua foto «Ecco il mostro»? Eppure, a forza di frequentarli, di trovare tra i «pennivendoli» anche alleati di straordinaria passione culturale e civile, di conoscere i perversi meccanismi che a volte possono spingere un cronista a fare cose orribili delle quali è destinato a pentirsi, il Pietro si era via via quasi affezionato ai giornalisti. Al punto che nella seconda metà degli anni Settanta aveva preso a frequentare il Corriere e il Corriere d'informazione per vendere libri dell'Einaudi e soprattutto la voluminosissima, raffinatissima e costosissima enciclopedia diretta da Ruggiero Romano. Se ne piazzava una, sorrideva: «Conto sui sensi di colpa».
Seguiva del resto, come aveva imparato a fare in ogni campo, il consiglio della zia Rachele, che anche nei momenti peggiori non aveva voluto cambiare il campanello con scritto «Torri-Valpreda» e rinfacciava ai cronisti bugia dopo bugia (e furono davvero tantissime) restando ancorata alle sue certezze: «Arrivati a questo punto, signori miei, bisogna dire che l'onore di una famiglia è stato calpestato senza che nessuno vi abbia punto un dito. Però la coscienza, se non si fa viva oggi, si farà viva domani».
Era un personaggio straordinario, la vecchia zia Rachele. Una cattolica vecchio stampo e orgogliosa della propria fede, che viveva circondata da crocefissi e madonne e candele da cerimonia arrotolate a tortiglione e tutta una serie di simboli religiosi. Quando parlava del nipote sospirava: «Ah! Dalla nostra famiglia doveva venire fuori un prete. O una suora. Non un anarchico...».
Lo chiamava «il mio povero Pisacane fuori epoca» ma le perdonava tutte a quel ragazzo ribelle che si vestiva con le cose più strambe, stracciate e colorate che si potessero trovare in commercio ma, sotto, portava solo scarpe di marca.
Ne aveva, scrive il grande Marco Nozza in «Pistaroli», il libro mai editato che riassume la «strategia della tensione» e la storia dei cronisti che avevano cercato di vederci chiaro rifiutando le versioni ufficiali, venti o trenta paia. Un’enormità, per il figlio un po’ spiantato, bohemien e testa calda di un barista della periferia milanese. Trenta scarpe! E «tutte prese dal Polli». I milanesi, dice la zia di Valpreda, sanno chi è il Polli, nelle scarpe. I piedi del Pietro sono delicati, da ballerino. Ha bisogno di avere sempre un numero in più, come le hanno consigliato.
Partì proprio da lei, dalla zia Rachele, la «rimonta» di Valpreda. Il progressivo crescere dei dubbi, dentro gli amici, dentro i giornali, dentro l’opinione pubblica, intorno all’unica «prova» che avevano in mano la polizia milanese e i giudici romani, che già il giorno dopo la strage avevano scippato l’inchiesta ai colleghi ambrosiani e puntato tutto sulla pista degli anarchici: la testimonianza di Cornelio Rolandi. Il famoso taxista che aveva raccontato d’aver portato un uomo alla Banca Nazionale dell’Agricoltura quel tragico pomeriggio del 12 dicembre 1969 e che, davanti alla fotografia del Pietro, aveva detto quelle tre famose parole che sarebbero diventate storiche: «L’è lu». E’ lui.
Che valore avesse quella deposizione, rilasciata a futura memoria perché il taxista era così malato che era stato subito chiaro che non sarebbe riuscito ad arrivare al processo, lo si sarebbe visto con chiarezza solo tre decenni dopo, nel settembre del 2000. Quando saltò fuori finalmente la foto scattata ai protagonisti del «riconoscimento ufficiale» fatto fare a Rolandi perché confermasse ciò che aveva detto. Una foto che da sola spiega più di mille parole come l’inchiesta, in anni in cui la parola «garantismo» era praticamente ignota, fosse stata viziata fin dal principio.
Quattro manichini stile Upim, perfettini e ordinatini con la cravatta e l’aria del brigadiere, e in mezzo lui, trasandato, barba lunga, maglione, capelli da hippy spettinati, l’aria sfatta di chi è stato sottoposto per ore ad interrogatori pesanti. Che sarebbe finita male, avrebbe scritto il «mostro» nelle sue memorie ricordando gli altri partner «impossibili» del riconoscimento, era chiarissimo: «Sembravano pronti ad andare a una festa. Quale festa? La mia».
Poco prima che uscisse, dopo tre anni passati in carcere spesso con la luce accesa giorno e notte, raccontò a Giampaolo Pansa che era riuscito a incontrarlo (superando lo sbarramento di 26 carabinieri) nella clinica dov’era stato ricoverato: «Lo Stato mi dà il voltastomaco: pochi giorni fa mi è successo veramente, avrò tirato fuori mezzo litro di schifo e di odio: ecco, lì, bella e concreta, la mia valutazione del sistema».
Assolto con la formula dell’insufficienza di prove, massima concessione che i giudici ritenevano di potergli fare dopo averlo additato come il simbolo del Male, continuò a ricevere per anni e anni ingiunzioni di pagamento per questa o quella spesa giudiziaria che ogni tanto sbucava fuori da qualche cassetto di un processo mostruoso. E per anni, anche quando pareva ormai chiaro a tutti quanto marcia fosse stata l’operazione con cui l’avevano incastrato, continuò ad essere seguito come fosse un colpevole sfuggito alla giustizia: «Se faccio una corsa in un prato corriamo in ventuno: io più i venti poliziotti che mi seguono dovunque vada».
Raccolti i cocci della vita, aveva messo su famiglia, era stato benedetto dalla nascita di un figlio, l’aveva chiamato Tupac Amaru, nome dell’ultimo inca che si ribellò agli spagnoli.
Il ballerino no, non era tornato a farlo più. Ma ci teneva a far sapere che, al diavolo gli anni, aveva continuato ad allenarsi: «Il ballo è una cosa che quando ce l’hai dentro l’hai dentro». Fino all’ultimo, che si sappia, ha continuato a dichiararsi anarchico.
Corriere della Sera
8 luglio 2002
Marco, che scriveva sui treni
di MICHELE SERRA
Questo ragazzo Marco, quindici anni, che muore folgorato mentre pittura un vagone di metropolitana, in un tunnel buio e oleoso, infrattato nel budellino misero rubato alla città degli adulti... piccolo reo di un reato piccolo, imbrattatore di pubbliche lamiere con piccole gang di ragazzini che provano a lasciare un segno come e dove possono, piccola arte come le brutte poesie che si scrivono da adolescenti, intingendo la penna in quella feroce marea di ormoni che ti strappa dall´infanzia... dolore immenso dei genitori e degli amici terrorizzati dalla morte, e quella morte illegale, poi, quella morte clandestina. Ognuno di noi si ricorda quanto a fatica, quando disperatamente, a quell´età, si cercavano aria, spazio, vita, senso, nelle città ostili fatte solo per il lavoro dei grandi... nelle tristi città che fanno un sorriso, qui e là, solo a chi ha quattrini bastanti per farle sorridere, e altrove sono così noiose e anchilosate e fredde che i buffi/brutti fumetti dei graffitari ci affogano dentro come un ulteriore sbaglio, una varicella, l´ennesimo arredo infelice... perché le chiavi delle città ai ragazzini non le danno, e loro se le vanno a cercare dove possono, in certi angoli che diventano nidi di motorini e di lattine di birra, addosso a certi muri che alla fine, disegnino dopo disegnino, somigliano alle pareti di un gigantesco asilo, questo l´ho fatto io>, purché si possa dire io>... e questa giostra trafelata dell´identità , essere qualcuno, disperatamente cercare di essere qualcuno perché non è ammissibile un destino da nessuno (vorreste, VOI, essere nessuno?)... quando chi sbaglia paga morendo... andare a far casino e non tornare più a casa, e perdere tutta intera la vita per guadagnarsi (in cambio? ma non c´è cambio!) una immeritata fama da eroe e, un meritato infinito dolore perché i ragazzi non dovrebbero mai morire... signor sindaco di Milano, vada, la prego, ai funerali di Marco, vada a dirgli anche per nostro conto quanto ci duole che sia morto. Ci vada sottobraccio al suo nemico Atomo Tinelli, gran capo degli imbratta-muri, veda se insieme, tra adulti pensierosi, vi viene qualcosa di bello e di gentile da dire e da fare, in memoria di un bambino e della sua bomboletta di guerra.
la Repubblica
18 giugno 2002
Economia e università
ALLA CONQUISTA DEGLI STUDENTI
Milano, sette atenei, un sistema in crescita. Fa bene Emanuele Invernizzi ( Corriere del 20 giugno) a segnalare che nel mio intervento del 18 maggio si rileva una contraddizione tra l’analisi degli aspetti economici dell’organizzazione universitaria e il mio rifiuto di considerare l’università pubblica un’azienda. Infatti intendevo proprio richiamare l’attenzione sulle difficoltà di gestire un ateneo con bilanci di varie centinaia di milioni di euro, senza avere il controllo sulle principali grandezze del bilancio. Né sulle entrate, fissate in larghissima misura da leggi, né sulle uscite. Strano ircocervo questa istituzione, comunque accolgo di buon grado l'invito di Walter Passerini ( Corriere del 25 maggio) a non incanalare la discussione su azienda sì-azienda no. Tanto più che i colleghi aziendalisti mi dicono che ho torto. Se l’impresa va dalla famiglia al Paese («azienda Italia») è inesorabilmente impresa anche l’Università. Una volta era tutto (o quasi) Stato, oggi è tutto Azienda. Passerà. Il punto è rispondere alla domanda di Passerini, come assicurare «la qualità ai molti». Ma da noi questa risposta è stata a lungo ignorata. Per secoli l’istituzione universitaria è stata solo per pochi, in alcuni casi anche buoni, in altri solo pochi. Mezzo secolo fa, circa, è avvenuta una rivoluzione. Quella della crescita esplosiva dell'economia che richiedeva competenze elevate in numero crescente. In Italia tale evento era stato previsto, agli inizi degli anni ’60, da un eccezionale documento in inglese su «Manpower requirements», firmato da un singolare terzetto: Giuseppe De Rita, Pietro Longo, Gino Martinoli. Il primo lo conoscete tutti. Il secondo è stato segretario del Psdi. E il terzo era un personaggio fuori dal comune, già famoso dirigente olivettiano, che scrisse un libro intitolato L’università come impresa , in cui si proponeva un orario giornaliero degli studenti preciso al minuto. Data: 1967. Lascio immaginare il successo travolgente dell’opera negli anni che seguirono.
Ma i tre avevano ragione, perché l’ampliamento della richiesta di istruzione superiore era la risposta sociale a una domanda esplosiva da parte del mondo produttivo. Cui l’università rispose aprendo le porte, ma non il borsellino, e provocando quindi un disastro organizzativo e concettuale durato molti anni. Durante i quali si è inventato il falso dilemma di quantità contro qualità, quest’ultima, secondo tale brillante teoria, ottenibile solo con il numero chiuso, in un sistema in cui bastava aprire un qualsiasi testo di statistiche internazionali per capire che gli studenti italiani erano troppo pochi e non troppi. Solo di recente, a partire da Milano, si è cominciato a capire che sono necessarie entrambe le cose: le università devono educare molti studenti, perché lo richiede l’economia stessa in cui viviamo, ma devono anche mantenere un’elevata qualità didattica. Ora, non a caso, gli atenei cittadini fanno a gara a «conquistare» nuovi allievi.
Ma la qualità non si ottiene con i fichi secchi. Il sistema italiano ha in media 35 studenti per docente. La media dei Paesi Ocse è di 15 studenti per docente. Ma forse si capisce meglio se si aggiunge che 35 è il valore della Namibia. Per rispondere alla domanda di Passerini, ricordo una bellissima vignetta di Altan: «L’importante è la qualità della vita. Sì, ma quelle buone costano». E io credo che questo ai milanesi non occorra spiegarlo.
GUIDO MARTINOTTI
Corriere della Sera
26 giugno 2002
Intervista con il segretario Ds: scriviamo una carta d´intenti con sindacati, industriali, commercianti, Curia e volontariato
Fassino: "Un patto con la città"
"Se restiamo uniti come a Monza prenderemo Milano"
Il segretario della Quercia: "Il test di Monza è stato fondamentale. Con Di Pietro, Rifondazione e le liste civiche si vince"
Fassino: "Restiamo uniti e prenderemo Milano"
"Facciamo un programma assieme alla città"
"Va scelto il candidato più forte e prestigioso possibile. Le primarie possono essere utili. Io le feci già a Torino"
"Scriviamo una carta d´intenti con i sindacati con l´Assolombarda, la Camera di commercio, la Curia, i cittadini"
"Cofferati è una idea bellissima, ma bisogna vedere se a lui interessa. Per fortuna c´è un po´ di tempo"
"In Lombardia e al Nord non c´è solo un recupero dei nostri astensionisti, c´è uno spostamento di voti dal centrodestra a noi"
"Sulla base dell´esito elettorale di domenica noi già oggi saremmo in grado di conquistare la Provincia Dietro al risultato un lavoro duro"
di FABRIZIO RAVELLI
Piero Fassino, dopo il voto amministrativo di domenica si riapre la possibilità di prendere Milano?
«Non c´è dubbio. Conferma quello che io ho sempre detto, e cioè che Milano è per il centrosinistra un obiettivo possibile. Sulla base dell´esito elettorale di domenica noi già oggi saremmo in grado di riprenderci la Provincia. E io credo che se si vince a Monza, questo è il segnale che si può vincere anche sotto la Madonnina. E l´obiettivo nostro è, fra quattro anni, di prenderci Milano».
Sembra che il voto del Nord l´abbia parecchio entusiasmata.
«Direi che il dato più significativo è proprio il voto del Nord. Per più ragioni. La prima è che conferma una tendenza che si era già manifestata l´anno scorso: alle elezioni del 13 maggio il centrosinistra nel Nord era andato bene, anche se questo non era stato sufficiente a compensare l´esito nazionale. La seconda ragione è che non c´è soltanto un compattamento e un recupero dell´astensione di centrosinistra, ma c´è uno spostamento di voti dal centrodestra al centrosinistra. I dati di città come Asti, Cuneo, Verona, Gorizia, Monza sono tali che si spiegano soltanto col fatto che una parte di elettorato che aveva votato centrodestra un anno fa ha ritenuto questa volta di votare per il centrosinistra».
Si spiegano, forse, anche col fatto che il centrodestra non sa scegliere i candidati.
«Beh, secondo me è vero ma è solo una parte della spiegazione. È vero, perché sicuramente ha pesato in questo voto amministrativo la maggiore credibilità dei nostri candidati. Non è la sola verità, perché la tendenza del centrosinistra a crescere e del centrodestra a perdere si manifesta in tutti i comuni italiani, e quindi vuol dire che c´è anche un dato politico generale che sta dietro al voto. Quando dal Piemonte alla Sardegna ovunque il centrosinistra cresce, anche dove perde e non solo dove vince, e ovunque il centrodestra perde, non solo dove perde ma anche dove vince, le cose sono chiare».
E la vittoria di Monza, dove mai il centrosinistra aveva governato, sarebbe un esperimento valido anche per Milano?
«Diciamo che è un test, e dimostra come il centrosinistra può riconquistare un consenso vasto. Se si sono prese Monza, Erba e zone di questo genere, a maggior ragione Milano è un obiettivo possibile».
Che cosa serve?
«Intanto continuare a lavorare come abbiamo lavorato in questi mesi. Perché l´esito dell´altro giorno non è piovuto dal cielo. E´ il frutto di un lavoro duro, spesso non visto, qualche volta dai giornali non riconosciuto, e che invece ha pagato. Bisogna continuare così, a ricostruire un centrosinistra che sia in grado di parlare ai cittadini, confrontarsi coi loro problemi, ascoltare la società, individuare gli uomini giusti, avanzare proposte credibili. Ridare insomma alla politica il suo significato giusto».
Il suo segretario provinciale Penati dice che bisogna far firmare alla coalizione una carta di intenti.
«Noi dobbiamo costruire un programma che sia capace di dire come noi pensiamo lo sviluppo di Milano e della Lombardia nei prossimi anni, quale idea abbiamo del futuro di questa città che è così decisiva per le sorti dell´Italia. E dobbiamo farlo coinvolgendo tutte le forze del centrosinistra, ma anche la società. Perché, tra l´altro, questo voto in Lombardia come in altre regioni è stato possibile anche grazie al fatto che noi abbiamo aggregato liste civiche all´interno degli schieramenti di centrosinistra, espressione di istanze locali, di pezzi di società, di interessi specifici».
E la carta di intenti?
«Di qui al 2006 abbiamo il tempo di lavorare. Di costruire una carta di intenti che intanto indichi quali sono le priorità, le linee guida per rilanciare una fase di sviluppo di Milano e farla tornare ad essere una grande capitale. Su questo apriamo un confronto con la società milanese. Il programma non lo scrivono quattro esperti. Se vuole essere credibile e convincente deve uscire da un coinvolgimento largo della città. Scriviamo una carta di intenti, apriamo un confronto con tutta la città: coi sindacati, con l´Assolombarda, con la Curia, con il volontariato, con la Camera di Commercio, con i cittadini».
E facendo le primarie?
«Può essere una metodologia utile. Io penso che dobbiamo scegliere il candidato più credibile dal punto di vista della sua forza, della sua autorevolezza, del suo prestigio. E naturalmente, se lo si sceglie con forme che diano anche una forte investitura democratica, tanto meglio».
L´idea delle primarie va sempre bene a tutti, ma come farle è tutta un´altra faccenda.
«Io sono uno dei pochi che le primarie in Italia le ha fatte, nel 1986, cioè quando non ci pensava nessuno. Le feci a Torino per scegliere i candidati al consiglio comunale. Credo che si possano fare. Naturalmente devono essere uno strumento non per dividere un´alleanza ma per unirla. Quello era un esperimento, e lo facemmo nel partito. Ma portammo 60 mila persone - 60 mila - a scegliere i loro candidati. Oggi non possono essere primarie degli iscritti, devono essere primarie aperte a tutti i cittadini. Io sono favorevole a tutto ciò che ci mette nelle condizioni di vincere. Uno dei miei obiettivi, l´ho detto il giorno dopo che sono stato eletto, è vincere a Milano».
Candidare Cofferati vi farebbe vincere?
«Intanto bisogna vedere se lui lo vuol fare. C´è tutto il tempo per scegliere un candidato, e sceglieremo tutti insieme. È un bellissimo nome, ma naturalmente di qui al 2006 abbiamo tutto il tempo».
L´importante, hanno scoperto tutti adesso, è stare uniti da Rifondazione a Di Pietro.
«Certo, tutti uniti, e con le liste civiche. Intanto, il primo obiettivo è nel 2004: conquistare la Provincia»
E come si fa opposizione un po´ più vivace ad Albertini?
«Si fa opposizione sulle cose. Dimostrando ai cittadini milanesi perché le scelte che Albertini fa sono inadeguate, ma soprattutto accompagnando la critica con la proposta di come noi governeremmo. Così si diventa credibili. Abbiamo cominciato a farlo, e credo che dobbiamo farlo con molta più determinazione, forti anche del voto che abbiamo alle spalle».
Partendo dalla Brianza all´assalto di Milano?
«Quello della Brianza è un risultato splendido. È la dimostrazione che il centrosinistra si può espandere anche sul centro e su settori più moderati».
Sperando che il centrodestra continui a scegliere i candidati sbagliati.
«Beh, per vincere ci vuole la propria capacità. Ma naturalmente aiutano anche gli errori altrui».
la Repubblica
13 giugno 2002