«Navigli e Olimpiadi: c’è una Milano da amare»
Tognoli fonda un’associazione con Veronesi e De Maio per rilanciare «passione civica e grandi progetti»
Mai dire mai. L’ex sindaco Carlo Tognoli presenta la sua nuova associazione «Amare Milano», con tanto di testimonial e sostenitori eccellenti, con le schede programmatiche e molta voglia di «provocare ed essere utili alla nostra città». E per rispondere a chi sottolinea la somiglianza fra questa uscita e un programma elettorale, Tognoli rispolvera James Bond: «Non si può mai dire mai, per esempio all’ipotesi che Amare Milano si trasformi in seguito in un’iniziativa elettorale. Ma per ora no». Di fondo, insomma, c’è «soltanto una passione civica che ci muove ora e che non ci ha mai abbandonato». Il plurale è d’obbligo, visto che insieme con Tognoli in questa nuova avventura si lanciano altri personaggi che hanno fatto un pezzo della storia politica milanese, dagli anni ’80 ad oggi. C’è un altro sindaco, Piero Borghini, e c’è l’ex dirigente Pci ed ex assessore albertiniano Sergio Scalpelli; ci sono due ex vicesindaci, Antonio Del Pennino (oggi in Parlamento per Forza Italia) e Luigi Corbani (presidente dell’Orchestra Verdi, da anni lontano dalle ribalte politiche). E poi ci sono bei nomi della società civile milanese, a cominciare dai tre testimonial-garanti: il professor Umberto Veronesi, il rettore del Politecnico, Adriano de Maio, il giornalista Guido Vergani. L’elenco di chi segue Tognoli continua con l’architetto Andrea Balzani, la regista Andrée Ruth Shammah, l’editore Massimo Vitta Zelman. E ancora politici del passato e del presente, legati a entrambi gli schieramenti: Egidio Sterpa e Gianni Cervetti, Bruno Tabacci e Stefano Draghi, Ugo Finetti e Carlo Cerami.
Tutti insieme. Ma per fare che? Tognoli parte dalla considerazione di una Milano «che non ha sufficiente orgoglio di se stessa e non è del tutto consapevole della propria dimensione culturale, non sa utilizzare tutte le potenzialità economiche e sociali di cui dispone». Proprio per questo, «Amare Milano»: «Senza voler interferire con le istituzioni, cercheremo piuttosto di dare stimoli, anche provocazioni, ma sempre in positivo».
Gli esempi sono già abbozzati nelle schede programmatiche: dove si parla di Governo metropolitano e di Olimpiadi, di un secondo Passante e dell’organizzazione di un grande evento scientifico sulle biotecnologie, di turismo culturale, delle porte d’ingresso (Fiera, stazioni, aeroporti) che devono diventare città nella città e della risistemazione della rete dei Navigli. È chiaro che, per svolgere questa funzione di stimolo e proposta, l’associazione «dovrà comunque interloquire con le amministrazioni locali e con quella regionale» e chiederà « di poter disporre di programmi e di dati per rendere produttiva la propria collaborazione».
Questa associazione si presenta come «lobby civica», ma il linguaggio corrente è quello della politica. Il più esplicito è Scalpelli: «È sotto gli occhi di tutti la sostanziale impalpabilità dei partiti rispetto alla capacità di proposta e all’autonomia rispetto alle istituzioni. A Milano - denuncia Scalpelli - c’è un grande vuoto: veniamo da un decennio che ha ferito la città e ha lasciato un spazio di ricerca e di dibattito che non è mai stato riempito». Rincara la dose Piero Borghini, che per primo cita il sindaco Albertini: «Lo invidio molto. Avessi avuto io, quando ero al suo posto, un’associazione di persone che amano la città invece dei molti che non solo non la amavano, ma proprio non la capivano». Borghini dipinge Milano come «una città che non si ama, non perché è una vecchia signora, ma perché è un’adolescente in piena tempesta ormonale. E c’è bisogno di qualcuno che, come si fa con gli adolescenti, la aiuti ad organizzarsi». Guido Vergani cita come modello ispiratore il circolo Turati per la funzione positiva» che aveva svolto in città: «Era la borghesia illuminata, non necessariamente socialista, che scendeva in campo per dare un segnale e provocare un’inversione di tendenza». E Massimo Ferlini, leader milanese della Cdo, palude «all’iniziativa bipartisan».
Presentata l’iniziativa, si prosegue con il cammino burocratico: la stesura dello statuto, la ricerca di finanziatori e di nuove adesioni. Nel frattempo, si prepara la prima uscita pubblica: che sarà in autunno e riguarderà il governo metropolitano. Mentre il Parlamento predispone le proposte di legge proprio su questo tema, Amare Milano sosterrà fra l’altro la necessità di riarticolare il Comune in più municipi, sull’esempio dei noti borroughs londinesi. E, subito dopo, insieme con Veronesi si cercherà di organizzare un grande evento scientifico di spessore internazionale. A Milano, ovviamente.
Elisabetta Soglio
Corriere della Sera
27 giugno 2002
Università, College e giovani
LA METROPOLI DEI TALENTI
di ADRIANO DE MAIO
Un fattore che distingue un comportamento lungimirante ed attento di una persona, di una famiglia, di un'azienda, di una comunità, di un Paese, di un qualsiasi aggregato umano, è la capacità di conservare, valorizzare, sviluppare il proprio patrimonio. Questa può sembrare un'affermazione così evidente da apparire eccessivamente banale. Al contrario non lo è se ci soffermiamo un istante a riflettere sul fatto che non sempre ci si può trovare d'accordo su un punto: in che cosa consista il patrimonio di una comunità. Non solo. Non sempre si condividono le politiche e le modalità con cui lo si può conservare e valorizzare. Che la Scala faccia parte del «patrimonio» della città è fuori di dubbio, così come i musei, ma che dire dei Navigli e, più in generale, delle «acque di Milano», per natura città d'acqua o, addirittura, delle «aree dismesse» (si veda la recente presentazione del progetto sulle aree Falck e l'acuto intervento su queste stesse pagine di Guido Vergani sulla Bovisa)? Quando si passa poi al patrimonio immateriale, le cose diventano ancora più difficili, ma forse, se possibile, anche più interessanti.
Milano la settimana scorsa ha dimostrato di avere saputo identificare uno di questi patrimoni, di importanza assoluta, che rientra pienamente nella nostra migliore storia e cultura: la formazione e, in particolare, la formazione universitaria di alto livello. Sulla conoscenza, cioè sulla formazione e sulla ricerca, si basa e si baserà sempre di più lo sviluppo di una comunità: la capacità di attrarre talenti da tutte le parti del mondo diventa quindi fondamentale, anche perché la competitività fra i territori aumenta sempre di più. Il nuovo «College di Milano» presentato la settimana scorsa significa creare i presupposti per migliorare la capacità di attrazione dei talenti. E' il concorso generale - dal Comune alla Fondazione Cariplo, dalle Università milanesi ad Assolombarda, dalla Camera di Commercio alle singole imprese - che ha permesso di dare corpo in breve tempo a questa iniziativa promossa da un istituto culturale (Aspen). Dimostrando quanto sia profondamente compreso e apprezzato questo patrimonio da parte di tutta la collettività milanese.
Le università collaborano e competono nello stesso tempo: concorrono, corrono insieme, nelle due accezioni di questa parola. Si esalta la concorrenza nella sua forma più nobile: l'emulazione per migliorare. Ma si lancia anche un messaggio molto importante: la cultura è unica e tale va mantenuta. Dalla letteratura alla tecnologia, dalle scienze al diritto, dalla medicina all'economia. La realtà è complessa e come tale va affrontata. Questo è solo il primo passo per la valorizzazione del «patrimonio intelligenza». Poche centinaia di talenti all'anno è molto e poco contemporaneamente. Adesso bisogna progettare il salto: pensare in grande, ritenere che i giovani sono la vera fonte dello sviluppo di una collettività. Cominciamo a considerare come accogliere a Milano, come attrarre, come mantenere, come sviluppare questo enorme, meraviglioso patrimonio.
Corriere della Sera
13 maggio 2002
Il risveglio della sinistra dopo lo choc
Adesso cerca il leader per vincere a Milano
Dopo la batosta elettorale di dodici mesi or sono l´opposizione in Consiglio dà i primi segni di ripresa
Superati i litigi e la depressione ma manca ancora un vero progetto per il futuro della coalizione e della città
Antoniazzi: siamo stati bravi a rimanere uniti E non è vero che siamo privi di una strategia
Fiano: dobbiamo riavvicinarci ai ceti produttivi. Albertini? Lui si è isolato
LUCA PAGNI
Eppur si muove. A un anno dalla batosta elettorale che ha visto trionfare il sindaco della Casa delle Libertà al primo turno, il centrosinistra mostra i primi segni di ripresa. Non è più l´opposizione soltanto depressa, divisa e litigiosa di cinque anni fa. È ancora lenta, ancora senza un progetto per la Milano che verrà, ancora alla ricerca di un leader che possa sfidare il prossimo campione del centrodestra. Ma, pur nelle difficoltà, si intravede l´inversione di tendenza.
Glielo riconoscono anche gli avversari: «In Comune l´opposizione si sta dimostrando più incisiva, e questo è un bene anche per la maggioranza che non deve abbassare la guardia». Il parere è di Giovanni Giudice, capogruppo di Forza Italia in Consiglio comunale, che da ex socialista in molte occasioni trova più facile dialogare con il centrosinistra che con Lega e Alleanza nazionale.
Ma anche uno non certo tenero nei confronti della sinistra come il vicesindaco Riccardo De Corato - uno che l´opposizione alle giunte Pillitteri ha provato a farla quasi da solo quando stava nel Movimento Sociale - non se la sente di bocciare l´atteggiamento del centrosinistra a Palazzo Marino nato dopo la débacle del 13 maggio scorso: «Sta facendo il suo mestiere, esattamente quanto uno si aspetta che faccia chi sta all´opposizione». Anche se poi aggiunge: «Per tornare a vincere, però, non gli basterà soltanto criticare i progetti della giunta e di Albertini. Ma un po´ li capisco: al centrosinistra manca ancora un´anima, un leader che possa guidarli alla vittoria».
La leadership. Un bel problema per un centrosinistra falcidiato a Milano prima da Tangentopoli, poi da oltre dieci anni di opposizione, dalla crisi dei partiti tradizionali e dalla mancanza di una nuova classe dirigente. Sarà un caso che i primi segnali di riscossa sono arrivati con la nascita della Margherita, con l´avvento nei Democratici di sinistra di un gruppo di under 40 e con l´immissione in Rifondazione di esponenti dei centro sociali?
«Il problema del centrosinistra? Hanno sbagliato ancora una volta a scegliere il candidato sindaco», spiega Luigi Casero, ex segretario cittadino del Pri ai tempi di Spadolini, poi assessore al Bilancio con il primo Albertini e ora deputato di Forza Italia. «Nel ´97 hanno puntato su Aldo Fumagalli che dopo la sconfitta è tornato in azienda, mentre un anno fa hanno scelto Sandro Antoniazzi, bravissima persona ma che non si può certo considerare un investimento per il futuro». Casero, che ora è commissario straordinario di Forza Italia a Milano lacerata da una guerra tra correnti che non consente nemmeno la celebrazione del congresso, il problema del centrosinistra è anche un altro: «Manca un progetto per presentarsi come una valida alternativa al governo della città. Mi sembrano ancora impreparati nel capire che Milano è cambiata, non è più la città delle fabbriche ma del terziario, ed è cambiata la composizione sociali di chi la abita».
Sandro Antoniazzi, sindacalista Cisl, elettore ds e cattolico impegnato nel sociale, sa benissimo che non sarà lui a ripresentarsi alla prossima sfida da candidato sindaco. Ma, se non altro, il giorno dopo la sconfitta non si è fatto da parte. Anzi, il lunedì che ha visto trionfare Albertini con oltre il 55 per cento dei consensi, ha coinciso con il primo giorno del suo nuovo impegno politico: «La cosa positiva del centrosinistra - è il suo commento al primo anno da oppositore - è l´essere rimasta unita. Pur scontando inevitabili lentezze, fino ad ora ci siamo mossi sempre insieme. Un esempio: l´altra sera abbiamo tenuto la seconda riunione di tutti i consiglieri di zona. C´erano tutti, da Rifondazione alla lista Di Pietro». Poi si prende la piccola soddisfazione di respingere la palla in campo avverso: «Dicono di noi che non abbiamo un progetto per la città. E la giunta Albertini, allora? Si limita a svendere le municipalizzate e non ha una strategia su come investire i soldi che ne derivano, centralizza nelle mani del sindaco e dei suoi collaboratori tutto il potere e lascia le zone, che sono ormai città da centoventimila abitanti, senza poteri che non siano quelli di finanziare la festa di quartiere».
C´è un episodio che fotografa bene la timida ripresa del centrosinistra e le sue difficoltà nel comunicarlo alla città. Nel marzo scorso, durante il dibattito per l´approvazione del bilancio di previsione, l´opposizione invitò a Palazzo Marino tutte le associazioni di categoria, da Assolombarda ai sindacati autonomi, dagli ambientalisti al volontariato. Un´intera giornata di lavoro, dalle 9 del mattino alle sei del pomeriggio, per raccogliere richieste e suggerimenti da tradurre poi in ordini del giorno da far votare in Consiglio comunale. Una sorta di Stati generali della città, un anno dopo quelli organizzati da un Gabriele Albertini a due mesi dalle lezioni amministrative, di cui non c´è stata larga eco nelle cronache cittadine. Eppure, come racconta il capogruppo ds, Emanuele Fiano quella giornata ha rappresentato il primo serio tentativo di riavvicinamento tra sinistra e ceti produttivi: «Noi non sapremo più ascoltare la città, come ci viene rimproverato. Ma una cosa è certa: Albertini e la giunta non la vogliono più ascoltare. I rappresentanti dell´Unione del Commercio ci hanno ringraziato, anche perché proprio in quei giorni la giunta stava decidendo i nuovi limiti per il carico e scarico delle merci senza nemmeno tenere informati i negozianti».
Tra i partecipanti a quell´incontro c´era anche Ennio Rota, responsabile cittadino di Legambiente: «Il centrosinistra, oltre ad avere poca attenzione a una politica riformista, ha il difetto di non avere un´idea autonoma di città, ma si limita a contestare quella proposta dal centrodestra. Però, è anche vero che negli ultimi tempi ha dimostrato una maggiore attenzione nei confronti della società civile e questo è un valore in sé».
Ne è un esempio l´iniziativa di ieri dei ds che in venti punti della città hanno distribuito questionari tra i cittadini perché segnalino difetti e omissioni dell´amministrazione Albertini. In Cordusio c´era Pierfrancesco Majorino, il giovane coordinatore cittadino della Quercia: «È importate che l´opposizione capisca che non ci troviamo a lavorare nel deserto, che qualcosa è stato fatto, a cominciare dal confronto con i cittadini».
Il leader non c´è ancora, forse sta crescendo. Forse, fra tre anni, quando si dovrà pensare al candidato sindaco del centrosinistra non ci si ridurrà ad attendere fino all´ultimo momento l´ok del Massimo Moratti o del Dario Fo di turno. Qualcosa si muove. E per una volta in anticipo.
la Repubblica
12 maggio 2002
Situazione sempre bloccata per i grandi silos in centro, finiti i soldi per le strutture di interscambio: l´ultima chance è nei poteri speciali
Parcheggi, eterno miraggio
Diciassette progetti, neppure un colpo di piccone
Ogni notte 150 mila automobili condannate alla sosta vietata, ma in programma c´è la costruzione di appena trentamila posti
GIUSEPPINA PIANO
Cinque anni di giunte Albertini, 1997-2002, senza che si sia visto un solo cantiere per un nuovo autosilos in centro. Palazzo Marino ha prodotto progetti, bandi di gara, iter, promesse. Ma non un solo posto auto nella Cerchia dei Bastioni. Possibile? È già storia, in una città che da vent´anni almeno ha fatto della realizzazione di parcheggi un monumento alla inefficienza. In una città dove ogni notte si stimano almeno 150 mila auto in divieto di sosta perenne. In una Milano che ti racconta di dieci parcheggi previsti dal lontano 1985, e ancora oggi rimasti «progetti» eternamente sul punto di diventare cantieri. Senza che in 22 anni sia stato dato un solo colpo di piccone.
Il rebus-parcheggi sta tutto qui. Tra fame nera di posti, promesse, realtà evaporata in una miriade di iter e progetti che durano decenni, un eterno gioco al rimpiattino. Qualche numero per capire. I parcheggi pubblici a rotazione ad esempio, quelli dove paghi per ogni ora di sosta, sono in tutta Milano undici per un totale di 4.550 posti auto. Ma di posti ne servirebbero, conto ufficiale del Comune, almeno 36.400. Gli ultimi di questi silos sono stati inaugurati a inizio Anni Novanta. Poi il nulla. La prima giunta Albertini ha iniziato le procedure per 17 aree (4.500 posti auto). Ma a oggi solo una, piazza Meda, sulla carta è a buon punto e si potrebbe veder realizzato l´autosilos nel 2005-2006. Se tutto andrà bene, perché i lavori qui potrebbero partire tra sei mesi-un anno ma solo se i sondaggi archeologici da fare adesso non faranno scattare vincoli. Nel caso, anche qui tutto tornerà nelle nebbie. Degli altri 16 parcheggi previsti, poi, sei sono già stati abbandonati definitivamente. Per gli altri dieci non si può azzardare nulla, non si sa né se né quando partiranno i cantieri: iter in corso.
Altro capitolo, i cosiddetti parcheggi di corrispondenza o di interscambio, i silos periferici connessi a capolinea o fermate di mezzi pubblici o ferrovie. Servirebbero almeno 14 mila nuovi posti auto. Il governo però ha smesso di dare soldi. Così dal 1990 a oggi, con gli ultimi denari arrivati prima da Roma e poi dalla Regione, sono stati fatti i parcheggi a San Donato e a San Leonardo. Con quegli ultimi soldi, poi, si sta costruendo il grande parcheggio multipiano a Molino Dorino (1.700 posti, fine lavori prevista tra un anno) e stanno per partire i cantieri per un parcheggio a Quarto Oggiaro e per un silos interrato in via Caterina da Forlì. Punto. Ci sono altri progetti, ma non un solo finanziamento in arrivo né casse a cui attingere.
È in questa Milano che, adesso, anche in tema parcheggi va molto di moda la promessa della politica-marketing. Quella che ti racconta che con i poteri speciali sul traffico dati al sindaco cambierà tutto. Ma i risultati sono solo promessi. È certo invece che, ad esempio, non è stato minimamente concesso di disinnescare il freno dei vincoli architettonici o archeologici. È vero poi che per l´assegnazione delle aree dove si possano costruire box interrati per residenti, il nuovo bando procede esattamente come prima: non a trattativa privata ma con gara pubblica. Per ora, si sono solo visti solo due effetti dei poteri straordinari ad Albertini. Il primo: il sindaco-commissario ha potuto prendersi il rischio di sbloccare l´iter di una serie di parcheggi per residenti previsti dal 1998, malgrado su questi penda ancora un ricorso al Consiglio di Stato. Secondo effetto: nei futuri parcheggi, non solo i residenti proprietari di casa in zona ma anche gli inquilini in affitto potranno comprarsi un posto. La realtà è che oggi c´è un solo silos per residenti in costruzione su aree pubbliche, 300 posti in via Tosi. Ma è un progetto ancora previsto dal bando che fece l´ex sindaco Tognoli nel lontano 1985.
Non a caso, se si chiede a qualcuno a Palazzo Marino di prendere impegni certi sul quando è difficilissimo ottenere una risposta. L´assessore al Traffico, Giorgio Goggi, ad esempio, si aggrappa al condizionale. Precisamente: i 49 autosilos riservati ai residenti di altrettante zone, previsti con il bando di gara datato 1998, «in teoria entro fine mandato, e cioè entro la fine del 2005 e l´inizio del 2006, dovrebbero essere tutti finiti. Le altre 75 aree messe a bando adesso potrebbero essere pronte poco dopo. Salvo ricorsi».
la Repubblica
16 maggio 2002
«La mia marcia attraverso Tangentopoli»
L’ex sindaco Borghini: mi chiamò Craxi ma seppi dirgli dei «no», con noi la città uscì dal tunnel
«La nostra giunta? Beh, abbiamo cercato di sopravvivere, mentre intorno infuriava la bufera». Dieci anni dopo, Piero Borghini sta seguendo un corso di informatica. E’ stato sindaco nei giorni più difficili della Milano del dopoguerra, adesso fa consulenze e usa il computer. Ha vissuto Tangentopoli in diretta da Palazzo Marino: fra la sua stanza al primo piano e gli uffici di piazza Duomo dove, nel gennaio ’92, lo aveva chiamato Bettino Craxi per affidargli il governo della città. Quando si dimette, nel febbraio ’93, Enzo Biagi lo saluta con un editoriale pubblicato dal Corriere : «Si era presentato con una faccia onesta ed esce con la reputazione di un galantuomo. Se ne va in punta di piedi da Piazza della Scala e, se infila la Galleria, credo che i passanti lo saluteranno togliendosi il cappello».
Borghini, da dove cominciamo?
«Da un punto fermo. Contrariamente a quello che tanti hanno cercato di far credere, la giunta rosso-verde di Paolo Pillitteri non cade per Tangentopoli. La crisi è del dicembre del ’91, Di Pietro non aveva ancora arrestato nessun politico e io non ho mai capito perché il Pci-Pds rompe la giunta di Milano: non certo su Tangentopoli. C’erano 32 consiglieri su 80 comunisti e socialisti, c’era la possibilità di inventare un gruppo forte. E invece, ci fu quella crisi».
Craxi la invitò in piazza Duomo 19. E un mese dopo cominciarono gli arresti. Cosa ricorda?
«La sera del 17 febbraio eravamo in consiglio comunale e Staiti (consigliere msi, ndr ) mi disse della vicenda. Io non sapevo chi fosse Chiesa e poco mi preoccupai, convinto del fatto che le vicende del Trivulzio dipendessero dalla Regione. Se Pavese avesse potuto scrivere la storia di Tangentopoli, ci sarebbe stata tutta nella prima riga: "Arrestato in piena notte un semisconosciuto che rubava ai vecchietti"».
Ma gli arresti non finiscono lì. Perché lei in marzo decide di dimettersi?
«Non eravamo più legittimati. Craxi era contrario, voleva che restassi. Io puntavo molto sul fatto che nel frattempo avevamo definito lo statuto, il primo statuto di un Comune, messo a punto da Franco Bassanini. Lì si apriva la strada ad assessori tecnici e io proposi una giunta di responsabilità civica: non mi candidavo a fare il sindaco, ma chiedevo l’aiuto delle forze della città. Chiesi di collaborare anche a Riccardo De Corato e come sindaco proposi Rosellina Archinto: una donna, espressione di una certa Milano».
Perché cadde l’ipotesi Archinto?
«Sostanzialmente, perché il Pds e Giorgio La Malfa dissero di no. Uscimmo dal tunnel con una squadra di spessore: c’erano fra gli altri Tiziano Treu, Guido Artom, Susanna Mantovani e Massimo Moretti. E dissi un altro no a Craxi rifiutando assessorati ad esponenti di spicco del Psi: accettai soltanto due donne del Garofano, Letizia Gilardelli e Daniela Ferrè».
Come andò?
«Come ho detto: puntavamo alla sopravvivenza. C’erano arresti in continuazione e coinvolgevano anche consiglieri comunali. Riuscimmo a lavorare per quasi un anno. Poi, con la nuova legge, mi dimisi: almeno riuscimmo a portare Milano al voto con l’elezione diretta del sindaco, che aveva creato grandi aspettative».
Da sindaco, come visse Tangentopoli?
«Come tutti i non nati a Milano, avevo un grande rispetto per questa città, ma soltanto con Tangentopoli ho imparato ad amarla. In quei giorni ho incontrato una dimensione che non conoscevo: ho sperimentato questa profonda moralità dei milanesi, questo innato senso civico. Ho visto Milano che soffriva molto, moltissimo».
Troppo?
«Beh, Milano è una città calvinista e ha reagito con un eccesso di autopunizione. Così si è persa lucidità politica, ci sono stati episodi anche penosi».
Ad esempio?
«La fiaccolata. Penosa perché, in mezzo a tanti indubbiamente colpiti dalla questione moralità, si sono mescolati quelli che erano diventati onorevoli, magistrati o professori universitari grazie alla partitocrazia che adesso contestavano».
Tangentopoli nasce dalla crisi della partitocrazia?
«Indubbiamente c’era un sistema bloccato, senza alternative. E l’invadenza dei partiti in tutte le sfere di potere era diventata eccessiva. Ma soltanto un superficiale può pensare che quelli furono gli anni di Tangentopoli. Quelli furono gli anni del crollo del muro di Berlino: quello fu il fatto epocale che ebbe, come conseguenza, il crollo della partitocrazia. E si comincia da Milano perché è la più corrotta: ma il combustibile non fu la corruzione. Fu la fine del comunismo».
La crisi dei partiti dura tuttora?
«Con Tangentopoli si liquidò una tradizione politica e del personale che avrebbe potuto dare alla città. I partiti andarono a farsi benedire, ma non furono sostituiti da strutture "pensanti"».
Non nel Polo e non nell’Ulivo?
«La sinistra non si confronta con Milano, ma è ancora impegnata a guardarsi allo specchio. Dall’altra parte qualcuno ci prova: Formigoni e Albertini, forse. Ma il problema, che c’era allora e che non è ancora stato risolto oggi, è dare a Milano una struttura adeguata di governo. Il problema non è chi verrà dopo Albertini, ma "cosa" verrà dopo Albertini».
Elisabetta Soglio
Corriere della Sera
15 febbraio 2002
Draghi come Nanni Moretti: avanti così e la sinistra milanese chiuderà bottega
Facciamo che sia una serata inutile. In piazza Duomo danno un podio e due minuti al professor Stefano Draghi, cervello ds in aspettativa, per spiegare cosa pensa della sinistra milanese all’opposizione da 15 anni: ci va delicato come Nanni Moretti a piazza Navona?
«Moretti dice cose condivisibili in modo sbagliato. E anche un po’ tardi. Sappiamo benissimo che i partiti nell’Ulivo sono poco interessati al rapporto con gli elettori, che parlano poco al cuore. Ma questa diagnosi è stata fatta da altri, prima di Moretti: a Milano, la sinistra soffre di queste mancanze da molto più tempo».
La massa è finita da un pezzo, qui. E alla marcia nel deserto dei voti, alla siccità delle idee, gli ulivisti milanesi hanno fatto l’abitudine. «Ormai è chiaro che i nostri partiti non rappresentano più nulla degl’interessi dei cittadini», dice Draghi: 59 anni, per otto capogruppo a Palazzo Marino, s’è concesso un sabbatico dalla politica, è tornato all’insegnamento universitario. E da lontano guarda le pene dei compagni.
Se la sente di gridare, come Moretti, che i capi del centrosinistra milanese devono andarsene?
«Spero che il ricambio avvenga, sì. Ma mi chiedo dove si va a formarla, una nuova classe politica, se da anni non si fa che l’elogio dei "non politici"».
Chi epuriamo?
«Il problema non è che qualcuno si faccia da parte, ma che accetti di fare la parte. La scena politica è vuota. E a Milano s’è ormai dimostrato che l’impoliticità non risolve i grandi problemi. Albertini affronta quelli del condominio, ma appena passa a temi politici, dall’ambiente alla cultura, è il nulla».
Anche al Polo milanese farebbe bene un Moretti di destra, insomma?
«Sì. Ma loro lo licenzierebbero subito. I rapporti fra gli intellettuali e i padroni del centrodestra non consentono la stessa libertà d’espressione. Noi a sinistra saremo un po’ masochisti, ma almeno più liberi».
Non divaghiamo, allora: se l’Ulivo nazionale è condannato a perdere per tre o quattro generazioni, quante altre ne servono a quello milanese?
«La nostra sconfitta dura da tempo: non possiamo permetterci più d’una generazione. Altrimenti, è meglio chiudere bottega».
E’ ottimista.
«Ma no, Milano è piena d’intellettuali, professionisti, grandi personalità che stanno nei gangli vitali delle università, delle aziende, della moda, del terziario avanzato...».
Che se decidono d’impegnarsi, poi devono vedersela col funzionario di partito, le lottizzazioni, i diktat...
«Quello succede dappertutto, è la vita. Anche nei vostri giornali, per dire, ci sono i talenti schiacciati dagli amici dei direttori, dalla collega che fa valere altri argomenti. No, il punto è che la politica non può più passare per la sezione del partito, per i vecchi riti. Impegnarsi, ora significa offrire le proprie competenze: io che so fare i sondaggi a costo bassissimo, o che sono un bravo pubblicitario, o che m’intendo di gestione del personale, per tre mesi offro al centrosinistra questa mia capacità».
In cambio di che, scusi? Dica una cosa di sinistra che scaldi il cuore dei milanesi...
«Questa è la città del lavoro, no? Allora, qualche tempo fa ho letto un articolo su Time : "Le aziende hanno troppo potere", era il titolo, la vita delle persone ne è invasa. A Milano, altro che 35 ore settimanali, ci sono migliaia di persone che ne fanno 10-12 al giorno. I ritmi uccidono la qualità della vita, tutto è monetizzato. Siamo costretti a vivere non nella capitale morale, ma nel retrobottega del mondo degli affari. Ora che abbiamo soddisfatto i bisogni primari, emergono quelli post-materiali: una vita più bella, più pulita, più colta. Una città dove gl’individui contino non solo come forza lavoro. Non è alla sinistra che tocca rivendicare queste cose?».
Uno che le sostiene è Dario Fo. Però la sinistra di qui lo sopporta appena, mentre in tutt’Europa è un genio.
«Fo è un grandissimo attore. Ma quando passa alla proposta politica, mostra tutti i limiti. Per il traffico, propone l’olio di colza: una roba che al massimo può far andare 50 macchine, non 50 milioni».
E’ un intellettuale, insomma: quel che dice Rutelli di Moretti.
«Fo, Moretti servono a fare la provocazione, a smuovere le acque stagnanti. Ed è giusto che dicano certe cose. La politica, poi, è per chi la sa fare».
Francesco Battistini
Corriere della Sera
5 febbraio 2002
Eletta la segreteria: ne fanno parte quattro primi cittadini dei Comuni dell'hinterland
Ds, va forte il partito dei sindaci
Quattro sindaci nella nuova segreteria dei Ds insediata l'altra sera con voto unanime dalla direzione provinciale della Quercia. Sindaco il segretario, primo cittadino di Sesto San Giovanni; sindaci anche Arianna Cavicchioli (Rho), Bruna Brembilla (Cesano Boscone), Massimo Gatti (Paullo). Quattro componenti su 13, un record nella lunga storia di via Volturno. Un record che secondo Penati «testimonia la fase nuova aperta nel nostro partito, dove si tende a valorizzare gli amministratori che hanno ben governato in un hinterland dove il centrosinistra è senz'altro messo meglio che a Milano». L'altra novità sono i giovani: nel vertice della Quercia siedono adesso tre under 30: Vinicio Peluffo, già presidente della Sinistra giovanile; il coordinatore milanese (riconfemato) Pierfrancesco Majorino e il segretario di Monza Giuseppe Civati. Tre le donne: oltre alle due sindache, la responsabile femminile Patrizia Bergomi. E netta prevalenza dell'hinterland.
Segreteria unitaria: con la maggioranza fassiniana, condividono la gestione del partito due esponenti della mozione Berlinguer (Majorino e Gatti) e uno di quella Morando (Brembilla). Ed ecco la distribuzione degli incarichi. Franco Mirabelli, coordinatore della segreteria; Giordano Vimercati, organizzazione; Carlo Cerami, impresa e finanza; Vinicio Peluffo (welfare ed economia); Pierfrancesco Majorino, coordinatore di Milano; Mario Artali, economia; Bruna Brembilla, enti locali; Giuseppe Civati, lavoro; Giancarlo Pelucchi, scuola e formazione; Massimo Gatti, servizi pubblici; Patrizia Bergami, donne; Arianna Cavicchioli, volontariato e terzo settore. Invitati permanenti i capigruppo di Comune e Provincia, Emanuele Fiano e Paolo Matteucci.
(r.s.)
la Repubblica
27 gennaio 2002