Il nuovo leader apre la strada a una gestione unitaria 
Ds, nel team di Penati la sinistra e i liberal
Tra le new entry Giordano Vimercati, Carlo Cerami e Mario Artali (ex psi)




Tutti dentro. Con la maggioranza fassiniana uscita vincente al congresso della federazione, nella nuova segreteria provinciale dei Ds guidata da Filippo Penati c'è posto anche per la sinistra interna (due rappresentanti, tra i quali Pierfrancesco Majorino, che mantiene la carica di coordnatore cittadino) e per i liberal (uno). La scelta unitaria è il frutto del lungo lavorio che ha impegnato tutte le anime della Quercia all'indomani dell'elezione di Penati, il sindaco di Sesto San Giovanni chiamato a reggere le sorti di via Volturno soprattutto per il suo pedigree riformista. Parola d'ordine: fare quadrato nella piazza più difficile per la sinistra, indicata da Piero Fassino come teatro decisivo della sfida lanciata al centrodestra per il governo del Paese.
La decisione definitiva sul nuovo organigramma dei Ds milanesi verrà presa domani sera dalla direzione provinciale (stasera, invece, si riuniscono qualli della mozione Berlinguer per dare il via libera all'operazione). Penati, che ieri è volato a Roma per partecipare a un incontro fra tutti i segretari regionali e provinciali dei Ds, ha già in tasca la lista quasi completa dei collaboratori che lo affiancheranno nell'organismo di vertice della federazione. Accanto a ogni nome, c'è anche il settore di competenza di ciascuno. 
Per i fassiniani entrano in segreteria Vinicio Peluffo, già presidente nazionale della Sinistra giovanile: dovrebbe occuparsi di scuola e cultura. Il coordinanento della segretaria viene affidato a Franco Mirabelli, responsabile milanese della mozione Fassino nella fase congressuale; confermata Daniela Benelli (si parla di un incarico come responsabile del settore giustizia). Altre new entries in quota alla maggioranza: nel settore strategico dell'organizzazione Penati piazza un suo concittadino, Giordano Vimercati; Carlo Cerami si occuperà di mercato e concorrenza, Mario Artali (ex Psi) di economia, il segretario di Monza Giuseppe Civati di lavoro. Per la mozione Berlinguer, riconferma di Majorino al coordinamento milanese, mentre solo stasera si deciderà il secondo nome. La mozione Morando è rappresentata da una donna: Bruna Brembilla, sindaco di Cesano Boscone (enti locali). Ma l'elenco non è ancora definitivo, prima di domani sera qualcosa potrebbe ancora cambiare.
«A Milano — spiega Penati — occorre più che altrove la piena assunzione di responsabilità da parte di tutte le componenti del partito». Obiezione: dal congresso di dicembre è uscita una linea chiara, che la gestione unitaria potrebbe compromettere. Risposta: «Abbiamo preso atto che su tutto non possiamo essere d'accordo, questo non significa negare la possibilità di tenere aperto il confronto tra di noi in un organismo esecutivo, dove comunque la linea del congresso non può essere annacquata. E il garante di questa linea — conclude il nuovo segretario — sono io».(ro. sa.) 

la Repubblica
24 gennaio 2002


"Si archivia un pezzo di storia" L'ex sindaco: ma non avrò rimpianti, bisogna guardare avanti 
Aniasi: "Io regalo le ultime lirette" 


LUIGI PASTORE 

«Non facciamo il funerale alla lira. Questo è il suo ultimo Natale, festeggiamola nel migliore dei modi. Io ho già scelto: regalerò le mie ultime lire ai nipotini, perché non si dimentichino mai della loro storia. E mi preparo ad accogliere l'euro nel migliore dei modi, perché mi semplificherà la vita». Aldo Aniasi, 80 anni compiuti, partigiano, sindaco di Milano e soprattutto milanese ortodosso, appartiene alla generazione di quelli che, per motivazioni prettamente anagrafiche, dalla rassicurante lira preferirebbero non distaccarsi, e che percepiscono l'euro come un incubo immanente, uno sconosciuto che entra nella tua vita e te la sconvolge. Ma per lui è diverso. Ad Aldo Aniasi, detto "Iso" (il comandante partigiano "Iso") l'ultimo Natale con la lira non lascerà un piccolo, grande vuoto dentro, come una sindrome da abbandono, come la perdita di un punto di riferimento: «È soprattutto una pagina importante della nostra storia che si chiude. Ma che non andrà mai dimenticata. Ed è per questo che ho deciso di conservare le mie ultime lire. Non è un Natale di rimpianto, bisogna guardare avanti». 
Una scelta in controtendenza, mentre in giro proliferano i feticisti dell'euro, animati da ansia di possesso nei confronti delle nuove monete, preoccupati di collezionarne i primi esemplari, convinti che «un domani avranno valore». Aniasi sorride, lui che da bambino ha conosciuto i centesimi, da ragazzo le cinquecento lire d'argento e ora stava quasi perdendo contatto con le monetine di metallo, razza in via di estinzione nella lira dei grandi numeri: «Perché collezionare gli euro? Da gennaio in giro ce ne saranno quanti ne vorremo. E non avranno alcun valore numismatico».
Meglio le lire, allora?
«Ho deciso di metterne un po' da parte ma non per un calcolo numismatico. È solo una questione affettiva e di memoria storica».
Sia monete che banconote?
«No, solo monete, perché hanno un valore simbolico superiore, da sempre. Più che per me, le conservo per chi verrà, a partire dai miei nipoti più piccoli. Anzi, gliele regalo per Natale».
C'è chi regala ai nipoti il minikit in euro da 25 mila lire...
«Io preferisco le lire, perché sono la testimonianza di un'epoca che sta per chiudersi. E tra venti o trent'anni queste monete saranno la memoria storica dell'Europa delle nazioni, delle diversità, dell'Europa che si è formata nella mia vita. E sarebbe bello conservare anche qualche franco, qualche marco».
Davvero lei che ha vissuto ottant'anni con la lira non ha rimpianti?
«No, non ho particolari nostalgie. E spiego subito perché. L'euro ci semplificherà la vita in modo incredibile, sarà una comodità assoluta. E paradossalmente lo sarà soprattutto per i più anziani, per quelli che fanno più fatica a fare i conti».
In che senso?
«Vogliamo mettere quando si va all'estero? Per me ogni volta era una lotta con il cambio, con i conti. Altro che arrotondamenti. Con l'euro, superate le ansie iniziali, sarà tutto automatico in quindici paesi. E io spero che al più presto diventino ventisette. Perché l'Europa per la quale hanno lavorato quelli della mia generazione è proprio questa, l'Europa unita, e non solo da una moneta».
Insomma, tanti saluti alla lira. Tra dieci giorni finirà in un cassetto o in qualche quadrettoricordo.
«Avrà un valore affettivo. Esattamente come per me hanno un valore affettivo le monete d'argento da cinquecento lire. Quando ero ragazzo, mio padre me le regalava ad ogni compleanno, mettendomele nel salvadanaio. Con quelle si potevano comprare anche oggetti di rilievo, non servivano solo per i resti. Ma sono contento di averne conservato qualcuna. Mi ricordano un pezzo importante della mia vita e della mia storia. E mi piacerebbe che la stessa cosa accadesse anche un domani ai miei nipoti».
Sarà più facile anche fare il sindaco con l'euro?
«Sarà tutto più facile. Senza contare anche un aspetto sociale positivo. È solo una battuta, ma ci saranno molti meno miliardari, al massimo saranno solo milionari, anche se i nostri portafogli saranno di nuovo gonfi di monete. E questo è molto bello e romantico». 

la Repubblica
23.12.2001


Il nuovo segretario: "Dobbiamo riconquistare i grandi milanesi, penso per esempio a Guido Rossi" 
Penati: così cambierò i Ds 
"Più dialogo con lo Sdi e le altre forze socialiste" 

L'unità è da perseguire, ma nessuno dimentichi che sono stato eletto dai quasi due terzi dei delegati Mi sembra incredibile che abbiano scelto me Sono da sempre un riformista e una figura un po' controversa…

RODOLFO SALA 


«Sembrava incredibile che questo partito puntasse su di me». E invece il sindaco di Sesto Filippo Penati, indicato dalla mozione Fassino solo venerdì sera, ieri è stato eletto segretario della federazione dei Ds, con il 64.7 per cento dei voti. Stessa percentuale ottenuta dalla maggioranza al congresso d'andata: però per Penati ha votato anche la mozione Morando: all'appello sarebbero mancati i consensi dei fedelissimi di Federico Ottolenghi, l'ex segretario che ha dovuto rinunciare alla corsa. Al candidato della mozione Berlinguer Sandro Pollio è andato il 30.5 per cento.
Penati, perché le sembrava incredibile?
«Riformista da sempre, sono una figura un po' controversa nei Ds».
Già, la minoranza parla di lei come del nuovo Corbani, esponente migliorista del Pci. Come mai?
«C'è un pezzo di partito cui fa comodo chiudere la gente dentro gabbie ed etichette politiche. Ma così si tende a escludere energie e risorse importanti».
Dunque a Milano si cambia davvero?
«Certo. Altrimenti si muore. Lo abbiamo detto a Pesaro, ma qui forse vale ancora di più».
La prima cosa da fare?
«Costruire un solido gruppo dirigente: i cambiamenti sono sempre frutto di un impegno collettivo».
Pensa a una gestione unitaria?
«L'unità è da perseguire. Ma la linea è quella uscita dal congresso, dove mi hanno eletto quasi i due terzi dei delegati. Insomma: la chiarezza innanzitutto. Se no a che cosa servono i congressi?».
Che cosa ha detto ai delegati, dopo la sua elezione?
«Che bisogna ritrovare tra di noi un clima sereno. Confrontarsi, ma anche riconquistare un certo stile di comportamento, e mettere da parte le ostilità personali. Perché il nemico è a destra».
E Milano è la sua roccaforte. Da dove si comincia?
«Primo banco di prova, la tornata amministrativa di primavera, che interessa tra l'altro Sesto e Monza. Credo occorra dare impulso e nuova forza ai coordinamenti dell'Ulivo, e da lì creare le condizioni per alleanze più ampie. Sulla base di programmi chari».
L'Ulivo, più Rifondazione e magari più Di Pietro?
«Le alleanze si fanno con tutte le forze antagoniste al centrodestra. Ma si fanno dentro l'Ulivo, è l'Ulivo nel suo insieme che le cerca e le propone».
Poi c'è Milano, e la sfida sarà nel 2006.
«Intanto chi la amministra non mi sembra messo benissimo. Che in questa città manchi una classe politica di governo lo ha spiegato, e proprio al nostro congresso, anche il presidente del Consiglio provinciale Roberto Caputo. Che è di Forza Italia».
Ma a Milano non c'è un problema di qualità della classe dirigente anche a sinistra?
«La giunta comunale è appannata, ma non basta dire che gli altri non sanno governare: bisogna mettere in campo proposte più convincenti. E anche tornare a parlare a gente che in passato ci guardava con grande attenzione».
Nomi?
«Uno per tutti: Guido Rossi».
Ma chi sono i vostri interlocutori?
«L'orizzonte è l'Ulivo, ma i Ds a Milano devono intensificare il dialogo con le forze socialiste, innanzitutto lo Sdi. Per riunificare la grande tradizione riformista milanese. Ma occorre guardare anche agli elettori laicosocialisti di Forza Italia, che lì non hanno certo trovato una casa».
Lo dice anche Carlo Tognoli.
«Un personaggio importantissimo: è stata la sua giunta ad avviare gli ultimi grandi progetti per Milano: da allora non si è più costruito un metro di metropolitana. È da lì che bisogna ripartire».
Con la sua segreteria si chiudono le ferite aperte a sinistra negli anni Novanta?
«Bisogna chiuderle».
Il suo principale sponsor è stato il segretario della Camera del lavoro, Antonio Panzeri. Non teme condizionamenti dalla sponda sindacale?
«Al contrario, per la prima volta a Milano ci sarà una grande sinergia sul piano politico tra Camera del lavoro e federazione: credo saremo in grado di dispiegare una grande forza. Altra cosa importante, rinsalderemo i legami con il gruppo consiliare di Palazzo Marino. Io voglio fare squadra». 

la Repubblica
17 dicembre 2001


Sinistra, partiti barricati. Chiusi nelle loro stanze. ...



Sinistra, partiti barricati. Chiusi nelle loro stanze. Impegnati in rituali comprensibili a stento. Mentre i possibili elettori guardano: «Ma questi, che fanno?». Tutto vero. Ma fuori che succede? Per nove decimi del Novecento, gli incubatori della politica milanese sono stati circoli e associazioni. Vicini, spesso, ai partiti. Ma separati. Molti sono scomparsi, altri fanno quel che possono: testimoniare il passato. Il tessuto, forse, non c’è più. E l’impegno - e la passione - per la città sembrano tramontati. Ma il professor Alberto Martinelli, politologo e coordinatore dell’Ulivo lombardo, non vede nero. Il suo, di circolo, è ben vivo. Tanto che ad ogni appuntamento di «Nuove regole per l’Europa» bisogna andare con buon anticipo. Altrimenti si resta in piedi. 
Professore, anni fa a Milano si potevano seguire una decina di appuntamenti diversi ogni sera. Forse troppi. Ma oggi è tabula rasa. O no? 
«Condivido l'allarme. Ma "Nuove regole per l’Europa" va bene, è da un anno e mezzo che organizza appuntamenti a ritmo serrato. Il problema è che bisogna darsi da fare: poi la gente arriva». 
D’accordo. Ma siamo daccapo: si vede che c’è meno gente che ha voglia di darsi da fare per questa politica... 
«È vero. Ma i pigri faranno meglio a impegnarsi. Perché una democrazia vive di libere associazioni tra cittadini che discutono. Non per far sempre il professore, ma Tocqueville a Stuart Mill insistono continuamente sul ruolo fondamentale delle associazioni. Però, mi lasci dire una cosa...». 
Prego. 
«È vero che a sinistra si è perso molto. Ma in confronto a quello che c’è dall’altra parte siamo su un altro pianeta. Ma a lei sembra normale che Forza Italia, un partito che sfiora il 40 per cento dei consensi, non abbia nulla di nulla? Non un’iniziativa, non un luogo di confronto, non una proposta politica e culturale? Certo, là si parla molto di poltrone e poltroncine». 
Beh, anche a sinistra l’argomento appassiona. Solo che le poltrone sono soltanto quelle di partito . 
«Se è così, male. Perché proprio dal confronto con la società può nascere una proposta credibile e ascoltata. L’associazionismo potrebbe proprio essere il ponte tra la società è l’ambiente un po’ asfittico dei partiti, e anche delle istituzioni. Un raccordo che io credo sia sempre necessario. Ma lo è ancora di più nel momento in cui ci si trova all’opposizione». 
E invece? 
«Invece ci si accorge che le associazioni esistono soltanto qualche mese prima delle elezioni. Un peccato: i partiti, si è visto, da soli non bastano più. Almeno a sinistra. Sono una componente certo necessaria ma non sufficiente. Si è ormai capito che i partiti non riescono a risolvere i problemi della società. Sono componenti indispensabili ma non uniche per quella riforma della politica democratica di cui si sente un gran bisogno. Per questo io conto ancora sull’Ulivo». 
Una somma di partiti può fare quello che non riesce ad un partito da solo? 
«Attenzione: l’Ulivo tutto vuole essere tranne che una somma di partiti. La sua ambizione è quella di essere una grande federazione di gruppi e di energie. Anche perché io credo che la gente aderisca più volentieri a un soggetto come l’Ulivo che non a un partito tradizionale. Il problema è che bisogna avere il coraggio di mescolarsi davvero. Di diventare davvero una cosa diversa da quella che ciascuno era prima». 
Lei è stato eletto nelle liste della Quercia, il partito in cui le difficoltà sono più evidenti. Che succede? 
«Beh, per prima cosa bisogna trovare un segretario. Il partito milanese deve arrivare a una scelta limpida. È impensabile che il neo eletto il giorno dopo si trovi contro la metà del partito. Se il rischio è quello, Fassino deve assumersi le sue responsabilità ed intervenire. È il suo primo banco di prova». 
Ma un segretario cosa può fare per dare il segnale che qualcosa è cambiato? 
«Lì non si tratta solo del segretario. È tutto il partito, tutto l’Ulivo, che deve trovare una nuova spinta. Partendo dal riformismo: quel che si può fare. Ora. Per la città». 
Qualche idea? 
«Non è che non si stia lavorando a nulla. Riguardo a inquinamento e caos sulle strade, la coalizione sta preparando proposte forti anche dal punto di vista tecnico. Le presenterà agli Stati generali sul traffico. E in gennaio maturerà anche un appuntamento di alto profilo sulla sanità lombarda. Momenti non di opposizione strumentale, ma di critica seria». 
Basteranno? 
«Saranno un buon inizio. Secondo punto: pretendere con forza il rispetto delle regole. Io propongo un Osservatorio di fiscalisti, amministrativisti, avvocati che verifichi le più palesi violazioni della concorrenza e del sistema democratico. Che sono parecchie e vanno crescendo di numero».

Marco Cremonesi

Corriere della Sera
11 dicembre 2001


Bocciata la proposta del segretario per la scelta dei nuovi vertici 
Ds verso il congresso Ottolenghi resta solo 




«Prendo atto dell'orientamento contrario della maggioranza della direzione, anche se non sono del tutto convinto; quindi ritiro la mia proposta». La proposta di Federico Ottolenghi, segretario della federazione milanese dei Ds, era di far eleggere dal congresso provinciale di ottobre i nuovi organismi dirigenti, quindi anche il segretario, carica alla quale si è ricandidato. Ma la direzione convocata ieri mattina alla festa dell'Unità non l'ha accolta: il nome del segretario milanese uscirà solo a conclusione del congresso nazionale. E, di conseguenza, dovrà avere il gradimento della nuova leadership insediata dal congresso.
Una quindicina di interventi, solo tre a favore di Ottolenghi. Larga maggioranza traversale: contro la proposta il grosso delle truppe schierate con Fassino (alla cui mozione Ottolenghi ha aderito prima di ricandidarsi), ma anche parecchi esponenti del «correntone» che sostiene Berlinguer, dalla sinistra interna fino ai cofferatiani come l'attuale coordinatore cittadino Pierfancesco Majorino. In posizione neutrale i liberalulivisti schierati con Morando (se si fosse votato, si sarebbero astenuti). La direzione ha quindi deciso di modificare il regolamento congressuale, nella parte che riguarda le modalità - e i tempi - di elezione degli organismi dirigenti della federazione. Approvato poi un ordine di giorno di solidarietà al popolo americano e di condanna del terrorismo: con queste parole d'ordine i Ds milanesi parteciperanno alla marcia per la pace PerugiaAssisi in programma il 14 ottobre.
Nell'intervento introduttivo, Ottolenghi ha così motivato la sua proposta: «La scelta del nuovo segretario non deve essere il frutto di accordi tra gruppi ristretti, ma della discussione fra tutti i delegati». Spiegando poi che la sua autocandidatura risponde a criteri di trasparenza, «mentre ci sono altri candidati che non escono allo scoperto». Il segretario ha fatto due nomi: quello del segretario della Camera del lavoro Antonio Panzeri e quello dell'ex coordinatore cittadino Franco Mirabelli. Sono entrambi della mozione Fassino, largamente maggioritaria a Milano. Come Ottolenghi, che però ieri è rimasto solo. O quasi.
(r.s.) 
17 settembre 2001


E così, non ci sono responsabili. Forse, anzi, non abbiamo perso. La sinistra è ai minimi storici, unica innovazione constatabile della scena milanese e nazionale? E che volete che sia, quando la mini-nomenclatura pensa di essersela cavata lo stesso? Beh, scusate, ma non ci stiamo. O si cambia radicalmente registro, ricominciando dalla politica, costruendo davvero il partito della sinistra democratica ed occidentale, socialista e libera, oppure ognuno faccia quello che vuole, e chi vuole si tenga pure i mini apparati cautelosi e tattici, bravi nel palazzo ed inesistenti nella città, partecipi pure, chi vuole,  al più lungo funerale della storia, quello di un partito della sinistra (il PCI) che ebbe torti e commise errori, ma fu una cosa seria ed ebbe grande importanza nella storia del paese. Già non ci siamo mai riconosciuti in quella storia: ora poi la competizione con il PCF sulla decadenza più lunga del mondo non ci interessa. 


Majorino resta coordinatore cittadino, vertici della Quercia congelati fino al congresso 
Ds: "Tutti in piazza per il Gay pride" 



Nei Ds continua il dibattito postvoto. Nelle ultime ore si sono riunite la segreteria cittadina, quella di federazione e la direzione provinciale. Il coordinatore milanese Pierfrancesco Majorino ha posto il problema delle dimissioni - sue e dei responsabili di zona - in seguito al deludente risultato elettorale, ma si è deciso di lasciare tutto com'è fino al prossimo congresso, che dovrebbe avviare anche il ricambio dei gruppi dirigenti.
E su proposta dello stesso Majorino la segreteria milanese ha approvato all'unanimità un documento che impegna il partito non solo ad aderire, ma anche a partecipare al Gay Pride in programma a Milano sabato 23 giugno. La novità è che anche la direzione provinciale, nella serata di ieri, ha votato quel documento: novità perché lo scorso anno un analogo ordine del giorno di adesione al Gay Pride romano, proposto da alcuni membri della direzione, non fu neppure messo ai voti. Altra novità, i dati del tesseramento. Nonostante la sconfitta elettorale gli iscritti a Milano città, rispetto allo stesso periodo dell'anno scorso, sono raddoppiati: erano 1.300 adesso sono 2.800, e a fine anno in via Volturno pensano di superare il tetto dei 4.600 iscritti che si registrò nel dicembre del 2000.
Intanto il segretario lombardo della Quercia Luciano Pizzetti apre una polemica con il neo ministro della Sanità Girolamo Sirchia, che considera un «modello da esportare» la riforma sanitaria avviata da Formigoni. «In Lombardia - accusa Pizzetti - si fornisce l'illusione della libertà di scelta, in realtà si colpiscono diritti fondamentali». E a sostegno di questa tesi, l'esponente diessino cita «l'esperienza terribile» di cui è testimone. Una persona a lui «molto vicina», malata terminale, «è stata dimessa da una struttura pubblica perché sulla base del modello lombardo il suo caso viene considerato poco remunerativo; solo grazie alla sensibilità degli operatori sanitari si è liberato un posto letto in una struttura privata e il paziente è stato trasferito; ma il diritto alla salute non può dipendere dalla sensibilità delle persone».
(r.s.) 

la Repubblica
15 giugno 2001


Tognoli: la sinistra è residuale 

Manca un gruppo dirigente


Almeno su un punto è d’accordo con Albertini: «La sinistra, a Milano, non è mai stata così in basso». L’ex sindaco Carlo Tognoli il tonfo se l’aspettava, ma è amareggiato. Perché non sta a destra, però, «per ora», non si trova «in questa sinistra». «Spero che cambi. Spero che torni a essere propositiva, a cercare il contatto con la città. Insomma, c’è da augurarsi che riprenda in mano le redini», dice. Non se la sente di chiedere la testa dei segretari dei partiti incapaci - e i dati elettorali lo dimostrano - di arginare l’onda della Casa delle Libertà. Ma non li assolve nemmeno, e ammette che «le responsabilità sono soprattutto del gruppo dirigente». 
Tognoli, come mai la sinistra continua a perdere terreno? 
«C’è una ragione principale dell’arretramento a Milano ed è l’assenza dei socialisti». 
Ma non è più una novità. 
«E’ vero, ma è il risultato di un processo iniziato quasi dieci anni fa. E’ da allora che la sinistra in città è finita sotto». 
Quali sono state le tappe di questo processo? 
«La prima sconfitta è stata la conseguenza di Tangentopoli, che ha eliminato il Psi che qui aveva circa il 20 per cento dei voti. Ha tolto di mezzo una gamba della sinistra». 
Dove sono finiti i voti dei socialisti? 
«Per due-terzi si sono spostati verso il centro, non so se tutti a Forza Italia, ma è probabile in gran parte. Il rimanente terzo si è diviso tra la sinistra (Sdi, Ds, liste socialiste) e il partito dell’astensionismo. Mi sembra che anche i dati di queste elezioni lo confermino». 
< /I> I s ocialisti sono spariti, ma sono rimasti gli altri. 
«Chi è rimasto - Ds, Rifondazione, Ppi - a mio avviso ha commesso l’errore di continuare a cavalcare Tangentopoli. Si è proceduto sulla strada del giustizialismo senza averne vantaggi. Il giustizialismo è un cavallo di battaglia della destra: è sempre stato così». 
Il tracollo tuttavia non può essere solo un effetto di Tangentopoli. Che cos’è successo poi? 
«E’ accaduto che dal ’93, quando ha vinto Formentini, è mancata l’opposizione. Non solo in consiglio comunale, ma anche nella città. Chi ha governato l’ha fatto senza avere contestazioni politiche, senza critiche. Di fronte ai cittadini è apparso che quello che faceva la maggioranza andava bene. E si arriva al ’94». 
Un altro punto di svolta. 
«Certamente. Quando ci fu il ribaltone la sinistra e il governo Dini ebbero bisogno del sostengo della Lega. E a Milano, per esigenze nazionali, venne a cadere anche quel poco di opposizione che c’era». 
Ma anche Formentini ha perso, lasciando il campo al Polo. Come mai? 
«Perché la Lega si è isolata, mentre la sinistra ha continuato a mostrarsi cupa e rinunciataria. Non ha mai fatto neppure un piccolo tentativo per recuperare gli elettori socialisti». 
Ed è arrivato Albertini. 
«Che ha potuto godere di una luna di miele di due anni. Mai una critica dal centrosinistra, mai una proposta. Anche le contestazioni sul traffico sono arrivate solo alla fine. Insomma, c’è stato per tutta la legislatura un atteggiamento di rinuncia. Forse sono anche mancate le idee». 
Non si è salvato nessuno? 
«Direi di no. Non bisogna dimenticare che all’interno dei Ds, ad esempio, c’è stata l’eliminazione del gruppo più sperimentato, cioè dei miglioristi, gli ex comunisti». 
Qual è stato il più grande errore della sinistra? 
«Quello di chiudersi in se stessa. Non ha fatto nulla per allargare il consenso e per tenere i rapporti con la città, dal mondo economico alla Curia. Ed ecco il risultato: una forza residuale». 
A questo punto lei sarà andato al mare. O ha votato? 
«Ho votato per la listina del garofano di Stefano Carluccio, per una questione sentimentale. Anche se non ha possibilità di successo. Ma io non sto a destra e non mi trovo per ora in questa sinistra». 
Insomma, la tradizione socialista di Milano è morta e sepolta. La città vira sempre più a destra. E’ deluso? 
«Faccio solo una considerazione: nel secolo scorso non c’è mai stata una giunta di destra, salvo la parentesi fascista. Vuol dire che qualcuno ha sbagliato». 
Significa che bisogna voltare pagina. Che i segretari dei partiti, ad esempio, devono andare a casa? 
«Non spetta a me dirlo, fare il giudice non mi piace. Ma certo il problema del gruppo dirigente esiste». 
Che cosa serve per invertire la rotta? 
«Occorre ridare orgoglio alla città. Spero che i riformisti che si richiamano al socialismo democratico sappiano riprendere in mano le redini di Milano, anche se hanno perso le elezioni». 
Lei farà la sua parte? 
«L’avevo detto: se le elezioni fossero state a fine anno ci avrei fatto un pensierino a candidarmi a sindaco. In ogni caso continuerò nella linea indicata, creando un’associazione trasversale, una sorta di lobby civica». 
Quando la presenterà? 
«A metà giugno. E ha già un nome: Amare Milano». 
Rossella Verga 

Corriere della Sera
14 maggio 2001


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