Appello per il giorno della memoria Fiano nella manifestazione di Milano La legge istitutiva

Magris: dovremo ripetere "no pasaran?"

Luca Molinari: il 25 aprile Ma qualcuno dimentica


DOVREMO RIPETERE NO PASARAN?
Questa classe politica ignora la lezione della storia e ha cancellato le cicatrici della Shoah, dei lager e delle foibe
La nuova frontiera dell’intolleranza
Chi sono i veri eredi del fascismo? Il patriottismo è imbrattato dagli odi nazionali ed etnici

di Claudio Magris


Alcuni anni fa, a Tolmezzo, in Carnia, un vecchio partigiano, Romano Marchetti, mi aveva regalato la fotocopia di un curioso documento. Marchetti era stato uno dei comandanti della brigata Osoppo, la formazione partigiana democratica che, mentre combatteva contro nazisti e fascisti, era stata proditoriamente aggredita, nell’eccidio fratricida di Malga Porzus, da un gruppo comunista connivente con le mire annessionistiche di Tito sulla Venezia-Giulia. Ma quel documento, che qualche tempo dopo Renzo De Felice mi disse di conoscere ma di non aver pubblicato, risaliva a un’epoca molto più antica. Era la relazione con cui suo padre, Sardo Marchetti, direttore didattico della scuola elementare di Tolmezzo, alla fine dell’anno scolastico 1907 non confermava l’incarico a un maestro supplente che si chiamava Benito Mussolini. Il direttore esprimeva questo giudizio con rammarico, perché riconosceva a quel docente precario indubbie doti, laboriosità, «una notevole disposizione all’arte educativa» e «non comuni risorse intellettuali», vanificate purtroppo da mancanza di metodo, disorganicità, disordine e difficoltà a imporre la disciplina agli scolari della seconda elementare. Quella testimonianza di una vecchia e scomparsa Italia mi aveva indotto, in un articolo sul Corriere , a ricordare con umana simpatia quel supplente pasticcione ma affettuoso con gli scolari, che si guadagnava una vita grama a 75 lire al mese e, nel pieno delle sue scomposte passioni socialiste e anticlericali, si abbandonava a bislacchi ma generosi gesti di protesta rivoluzionaria, a rissosi amori e a vaghi sogni di giustizia sociale. Un insegnante confusionario ma non avaro di sé con i ragazzi; un uomo che, come diceva la scheda del suo direttore, se si fosse applicato con ordine «avrebbe potuto raggiungere un profitto molto migliore», sarebbe potuto diventare qualcosa di meglio di un duce.
Se pubblicassi oggi quel vecchio articolo, esso potrebbe suonare ambiguo. Quella simpatia nei confronti del supplente Mussolini potrebbe sembrare succube di quell’insinuante e aberrante falsificazione della storia e della memoria che da qualche anno va prendendo sempre più piede in Italia. L’iniziale revisionismo storico, talora oggettivamente motivato dalla necessità di rivedere o integrare la storiografia dei vincitori e soprattutto di correggere la strumentale retorica antifascista, sta divenendo sempre più sfacciatamente, una riabilitazione o addirittura celebrazione del fascismo e di quello peggiore. C’è, nel clima politico-culturale sempre più dominante, un’aggressiva negazione dei valori della democrazia e della Resistenza che forse ci costringe a ridiventare ciò che speravamo e credevamo di non venire più costretti ad essere, ossia intransigenti antifascisti.
Sono cresciuto, come molti miei amici, in una famiglia e in un’atmosfera di tradizione tranquillamente democratica, che mi ha insegnato la fermezza di giudizio unita alla pietà per i vinti e alla comprensione - che non significa giustificazione - delle cause storiche, delle responsabilità generali e delle passioni che possono condurre individui e comunità - che possono condurci - a errori, a scelte disastrose e ad azioni colpevoli. In questa visione, il fascismo sconfitto e finito era un doloroso capitolo di storia d’Italia, un fenomeno che era stato giusto e doveroso combattere. Esso andava compreso nei motivi che lo avevano generato e nei sentimenti che aveva destato, bollato nei suoi aspetti infami (dalla violenza squadrista alle leggi razziali, all’irresponsabile entrata in guerra), valutato con obiettività in alcuni suoi risultati positivi e nei fermenti contraddittori, talora non ignobili, che avevano indotto, specialmente all’inizio, anche alcuni spiriti generosi, spesso divenuti poi suoi avversari, a credere in esso. Bisognava e bisogna capire come e perché uomini quali ad esempio Pietro Iacchia, caduto combattendo contro i franchisti in Spagna, avevano inizialmente creduto nel fascismo e come e perché uomini di retto sentire avevano creduto nella Repubblica di Salò.
Il presupposto di questa comprensione era l’inequivocabile condanna del fascismo quale regime democratico e illiberale, quale ideologia sciovinista e talora razzista, quale movimento totalitario. E’ dal mazziniano mio padre Duilio, antifascista del partito d’azione e poi repubblicano, che ho imparato a non dare mai del «fascista» a chi professa opinioni che avverso o anche detesto. Ricordo con tanto affetto un mio carissimo cugino morto a diciott’anni nelle file di Salò e non mi passa per la testa di ritenermi migliore di lui, anche perché la mia età non mi ha dato nemmeno la possibilità di fare quella scelta disastrosa - ma essa resta disastrosa, perché se la causa per la quale egli è morto avesse vinto, il mondo sarebbe divenuto una Auschwitz.
Il fascismo era dunque una storia oltre il rogo; proprio perché l’antifascismo era l’indiscusso fondamento della vita civile; ci sembrava inutile - talora fastidioso o truffaldino - professarlo retoricamente o, peggio, usarlo nella nuova, diversa lotta politica del presente. Perfino dalle mie parti, ai confini orientali d’Italia, dove la brutalità fascista doppiamente brutale e stolta aveva esasperato le antiche lacerazioni fra italiani e slavi e innescato bestiali spirali di violenze e vendette, pareva finalmente di poter vivere in una tranquilla normalità democratica che non ha bisogno di sbandierare di continuo la fede nella democrazia e il valore della convivenza armoniosa e del rispetto reciproco. Sì, pensavamo che l’antifascismo fosse finito in quanto non più necessario, nel senso in cui lo auspicava un grande poeta avverso al fascismo e fuoruscito a Parigi, Giacomo Noventa.
Ma tutto questo è possibile solo sulla base di una condanna del fascismo così definitiva da non aver bisogno di essere ribadita; è possibile solo se si conviene, come ha detto peraltro tempo fa l’onorevole Fini, che nel ’43 la Resistenza era la parte giusta. È su questa base che si può comprendere e rispettare chi si è trovato dall’altra parte e chiudere per sempre il contenzioso. L’unità di un Paese non è una pappa che amalgama tutto nè una media fra gli opposti - Farinacci più Valiani fratto due - ma è la scelta di un sistema di valori in cui ci si riconosce. Un patriota come de Gaulle non fonda la Francia su una via di mezzo fra la Resistenza e Vichy, ma sui Compagnons de la Libération ; l’inno del patriottismo francese, la Marsigliese non è un’ammucchiata di tutti i contendenti bensì l’espressione di una scelta precisa in un momento di lotta, una scelta in cui il Paese riconosce la propria identità.
Da qualche tempo invece, in Italia, quel tacito fondamento viene a poco a poco scalzato; non si tratta di serene revisioni storiche, ma di una sorda apologia dei peggiori aspetti del passato. I confini della decenza si spostano pericolosamente. Alle nostre frontiere orientali diventa problematico o imbarazzante onorare le vittime della «Shoah» o del fascismo e si riattizzano irresponsabilmente quegli odi nazionali ed etnici che hanno insanguinato e mutilato quelle frontiere e oppresso ferocemente gli slavi e più tardi gli italiani. Il patriottismo viene imbrattato di regressivo nazionalismo e quasi di razzismo, con un vero oltraggio al senso dell’amor di Patria.
I responsabili di questa regressione non sono necessariamente i rappresentanti del partito che discende dal fascismo, Alleanza Nazionale, cui va anzi riconosciuto - più al centro che in periferia - un sostanziale cammino verso la democrazia; il ministro Tremaglia è una delle non molte facce umane e leali dell’attuale governo. Responsabile di questa involuzione è una nuova classe - non solo politica - pacchiana, lontana dal fascismo storico e anche dalla sua tragedia e indifferente a ogni valore democratico e civile, al senso stesso dell’impegno politico quale valore e ad ogni idea. Questa classe politica dalla coscienza foderata di trippa se ne infischia, sostanzialmente, di quello che è successo nella Risiera di San Sabba e anche nelle foibe e ha capito che può finalmente sfogare senza veli questo elementare menefreghismo, un tempo tenuto a freno da norme morali introiettate, accettate o anche subite, da autorità tradizionali, politiche o religiose, dalle regole della decenza civile, dalla coscienza e talora anche dall’ipocrisia, la quale in certi casi è pur sempre un argine all’indecenza, l’omaggio sia pur forzato del vizio alla virtù. È come se vaste cerchie di buzzurri morali - incoraggiati dalla caduta di ogni stile, che fa assomigliare la nostra società al mondo dostoevskijano del «tutto permesso» - scoprissero che è finalmente consentito mettersi le dita nel naso anche a tavola e si precipitassero ad approfittarne.
Le volgarità sono un aspetto di questo totalitarismo indistinto che si dilata come una pappagorgia. Sarebbe ben triste esser costretti, dinanzi a quest’acqua che sale dai tombini, a ritornare su trincee del passato e a ripetere pateticamente «no pasaran». Come dice Manzoni, i prevaricatori sono colpevoli non solo dei torti che fanno alle loro vittime, ma anche dei torti e degli errori cui inducono, per reazione, queste ultime. Per fortuna anche le loro goffaggini possono essere involontariamente utili: chi ha proposto, mesi fa, di proclamare il 25 aprile festa degli italiani anziché della Resistenza, credeva di negarla e invece le ha reso senza accorgersene omaggio, dimostrando appunto che il 25 aprile e non il giorno della marcia su Roma può essere una festa di tutti gli italiani.
Continuiamo dunque a ricordare con umano rispetto quel supplente non riconfermato nel 1907, senza lasciarci turbare da chi rimesta nel fango. Il fratello del grande studioso di mistica ebraica Gershom Scholem era un fervido ammiratore della cultura tedesca, a suo avviso la più alta d’Europa. Sopravvissuto alla «Shoah», viveva da vecchio in Israele e una volta un giornalista gli chiese, con petulanza, se credeva ancora nella grandezza della cultura tedesca. «Certo - rispose - non basta mica un Hitler qualunque per farmi cambiare idea».


Corriere della Sera
20 novembre 2002

 


25 APRILE

 

La data del 25 aprile rappresenta un giorno fondamentale per la storia della giovane repubblica italiana. E’ l’anniversario della rivolta armata partigiana e popolare contro le truppe di occupazione naziste tedesche e contro i loro fiancheggiatori fascisti della Repubblica Sociale Italiana. Il 25 aprile 1945 segna il culmine del risveglio della coscienza nazionale e civile italiana impegnata nella riscossa contro gli invasori e come momento di riscatto morale di una importante parte della popolazione italiana dopo il ventennio di dittatura fascista.

Alla liberazione dell’Italia dalla dittatura si poté arrivare grazie al sacrificio di tanti giovani ragazzi e ragazze che, pur appartenendo ad un ampio ed eterogeneo schieramento politico (dai comunisti ai militari monarchici badogliani, passando per i gruppi cattolici, socialisti ed azionisti), si chiamavano con un solo nome: partigiani; combatterono al fianco di molti soldati provenienti da paesi diversi e lontani (dagli Stati Uniti all’Australia, senza dimenticare Inglesi e Francesi), ma tutti accolti come alleati.  

La stessa storia dell’Italia repubblicana fonda interamente le proprie basi nell’esperienza dell’antifascismo che Piero Calamandrei definì “quel monumento che si chiama ora e sempre Resistenza”, elemento base di una nuova religione civile della nascitura giovane democrazia repubblicana. Si è parlato più volte e da più parti della Resistenza come di “un secondo Risorgimento i cui protagonisti furono le masse popolari” (Sandro Pertini).

Non è intenzione di chi scrive fornire una ricostruzione storica dei fatti e dei protagonisti, ma semplicemente sfatare una teoria storiografica revisionista che, negli ultimi anni, è molto di moda: la Resistenza come “guerra civile”. Benché la Resistenza non sia stato un fatto coinvolgente la maggioranza degli italiani, ma solo quella relativa degli abitanti delle aree centro-settentrionali, essa non è stata affatto una guerra di italiani contro italiani, come, in Spagna nel 1936, si era avuto uno scontro di spagnoli contro spagnoli. 

Infatti vi fu lo scontro tra soldati e combattenti italiani contro gli invasori tedeschi ed i loro servi e collaboratori repubblichini, i primi, nel rispetto della pluralità politica, combattevano in nome della democrazia liberale o socialista che fosse, i secondi combattevano a fianco delle SS hitleriane sostenitrici del primato della razza ariana e della necessità di conquistare uno “spazio vitale” per la Germania nazista.

Chi scrive non vuole assolutamente cadere nella retorica resistenziale, ma è fortemente concorde col fatto che la Resistenza fu un momento edificante in cui si affrontarono i sostenitori della libertà, della democrazia e della giustizia sociale contro gli adulatori della tirannide e della barbarie di cui furono essi stessi le prime vittime, se di “guerra civile” si vuole parlare la si deve intendere come “per la civiltà” (Dante Livio Bianco), come “una guerra politica, popolare ….. .Una guerra democratica, in duplice senso, in quanto democratico è il suo metodo ed è democratico il suo ultimo, l’abbattimento di una dittatura e l’instaurazione di un regime fondato sulla partecipazione popolare al potere”(Norberto Bobbio ora in D. L. Bianco, Guerra partigiana, Einaudi, Torino 1973, p. VIII). Con ciò non si vuole fare un discorso relativo alle singole persone  che combatterono su entrambi i fronti in buona fede che vanno sempre e comunque rispettate, se non altro per i dolori e le sofferenze che furono costretti a subire. Premesso tale rispetto per tutti i morti mi sembra lecito oppormi a quanto proposto da più parti (politiche e non) di trasformare il 25 aprile nel giorno della pacificazione nazionale per ricordare i morti: i morti, tutti i morti, si commemorano il 2 novembre e la questione della pacificazione nazionale è già stata risolta, in chiave politica dall’amnistia promossa dall’allora Guardasigilli Palmiro Togliatti e, in chiave storiografica e letteraria da uno dei capi del Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia, il compianto senatore Leo Valiani, che, nel pubblicare il suo diario del periodo clandestino, nella dedica iniziale scrive “A Duccio Galimberti, per tutti i caduti,/ della nostra parte e dell’altra”, volendo così separare gli aspetti personali ed umani ( e umanitari?) della questione da quelli politici e storici. Ciò che più rammarica è che la Resistenza, lungi dall’essere un momento corale di unità popolare e nazionale, sia divenuta “la resistenza incompiuta o interrotta destinata, come tutti i conati, a indicare una meta ideale più che non a prescrivere un risultato”(Norberto Bobbio, ora in D. L. Bianco, Guerra partigiana, op. cit., p. XI).La Resistenza doveva divenire il “mito fondatore” su cui basare la Repubblica democratica scaturita dalle scelte dell’Assemblea costituente figlia della stessa esperienza partigiana, purtroppo ciò non è avvenuto completamente, ma quei valori di uguaglianza, democrazia e giustizia sociale, contenuti nella Prima Parte della nostra Costituzione sono sempre validi, attuabili ed a essi ogni democratico deve fare riferimento nella propria azione quotidiana.

Luca Molinari


27 gennaio 2002 - Giorno della Memoria


Pubblichiamo il testo dell'appello unitario firmato dalle organizzazioni della Resistenza in occasione del 27 gennaio, Giorno della Memoria. La Resistenza per il 27 gennaio 2002 Nel giorno dedicato al ricordo dello sterminio del popolo ebraico e della deportazione nei campi di annientamento e nei lager nazisti, dei partigiani, dei politici antifascisti e dei militari italiani, le Associazioni della Resistenza rivolgono a tutti i cittadini e in particolare ai giovani l¹invito a partecipare alle cerimonie, iniziative, incontri e momenti di narrazione e di riflessione che si svolgeranno in tutto il Paese. Alla cerimonia ufficiale che si terrà a Roma nella sede della Confederazione delle Associazioni Combattentistiche e Partigiane, presenzierà il Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi. 

Nel Giorno della Memoria, le Associazioni della Resistenza esprimeranno con forza non solo a chi non conosce la storia, ma anche a coloro che la storia vorrebbero riscrivere secondo i tempi, gli umori, il momento e le relative convenienze, un monito contro l¹odio razziale, etnico e religioso che insanguina tuttora molte parti del mondo e riaffiora anche nelle nazioni e società più evolute. Nel corso delle diverse iniziative, i partigiani, gli ex combattenti, i giovani esprimeranno la volontà di conservare nel futuro dell¹Italia, il messaggio di pace e di libertà che all¹umanità intera deriva da quel tragico e buio periodo della storia del nostro Paese e dell¹Europa, affinché simili tragici eventi non abbiano a ripetersi.


ANPI ­ Associazione Nazionale Partigiani d¹Italia
FIVL ­ Federazione Italiana Volontari Libertà
FIAP ­ Federazione Italiana Associazioni Partigiane
ANED ­ Associazione Nazionale ex Deportati politici nei campi nazisti
ANEI ­ Associazione Nazionale ex Internati
ANPPIA ­ Associazione Nazionale Perseguitati Politici Italiani Antifascisti

Roma, 7 gennaio 2002


In occasione del Giorno della Memoria
Domenica 27 gennaio 2002 
in piazza Duomo
Intervento di Emanuele Fiano

A5405 è il numero di matricola di mio padre impresso sul braccio, è li che inizia la mia memoria. 
Lo dico a voi che sapete perché vi è stato raccontato, perché avete visto o perché avete letto e studiato, non dimenticate di raccontare, il filo della memoria è un filo sottile. 
A volte pare spezzarsi, a volte annodarsi. A volte ti avvolge di pianto, a volte ti lega agli altri come oggi, in questa piazza, a volte ti separa, ti isola, nel cupo pensiero di essere stato una volta abbandonato al tuo destino. 
A volte ti sembra una corda forte che ti difende e ti ordina di resistere.
Mi sembra sempre che ad un capo, quel filo della memoria lo tengano in mano i miei nonni, Nella e Olderigo, morti gasati e bruciati nel campo di sterminio di Auschwitz- Birkenau, rapiti dal loro nascondiglio da italiani, fascisti è bene dirlo, e poi lo zio Enzo e la zia Lina e la bisnonna 86enne strappata dal letto di vecchia nella casa di riposo di Firenze, e gli zii Volterra e Sergio mio cugino di 18 mesi che non vide la vita, ma che avrà certo sorriso qualche volta, con il sorriso che vedo in mio figlio che ha oggi la sua età. Anzi mi sembra che all'altro capo di quel filo sottile, ci sia lui, mio figlio, che mi domanda cosa successe, chi sia all'altro capo del filo rosso che tiene in mano senza saperlo, ma che presto sentirà tirare, e penso ai milioni di altri nonni e nipoti e figli e fili, agli zingari e agli omosessuali, ai disabili e ai comunisti, agli antifascisti e ai renitenti alla leva, ai testimoni di Geova e agli infermi di mente, e voglio dirlo chiaro penso anche a oggi e ai molti altri milioni di morti innocenti che sono venuti dopo i miei nonni, in ogni angolo della terra, per ragioni di colore o di religione, di odio etnico o di motivi economici, per ideologie sbagliate o per la follia di un dittatore. 
Questi esseri non chiedono pietà, non chiedono celebrazioni, non chiedono retorica, chiedono che sia scacciata da noi l'indifferenza, e la sordità e la cecità, e il non vedere il vicino di casa braccato, e il macello a pochi chilometri, chiedono che noi si sia, non che si dica e basta. Ci chiedono di essere e non solo di avere.
A questo penso e mi sembra di volare sopra il cielo dell'Europa tenendo per mano la nonna incredula, mostrandole tedeschi e francesi e italiani uniti da una nuova moneta e spagnoli e belgi, mostrandole l'Europa lontana dell'est avvicinarsi, mostrandole la tecnologia e la libertà di comunicare e di vedere, mostrandole la ricchezza e la salute e le nostre città opulente e gli sprechi e mostrandole chi non ce la fa e chi ha smesso di sperare, chi comanda e chi obbedisce e mostrarle le guerre e il pianto e le pulizie etniche e i nostalgici. Le mostrerei chi governa oggi e chi ricorda, chi ha dimenticato e chi si interroga, chi è indifferente e chi non ha smesso di lottare.
Non so se sarebbe contenta, sarebbe sicuramente incredula, lei così probabilmente semplice, morta per caso, per appartenenza e non per scelta, a vedere quanto la sua morte e le altre ancora ci affannano, ci angosciano, quanto ancora si legano alla nostra vita.
Non so più fare distinzione tra il ricordo e la rabbia quando vedo l'oblio di oggi.
Non basta, cara Ministro Moratti un minuto di silenzio nelle scuole, noi non vogliamo il silenzio, vogliamo che si parli e si spieghi, preferiamo un'ora di lezione ad un minuto di silenzio, si racconti di quell'Italia Fascista i cui governanti scelsero le leggi razziali e l'aiuto ai nazisti nella deportazione degli ebrei. Vogliamo che si educhino i nostri giovani a non dimenticare mai, e per non dimenticare bisogna conoscere per filo e per segno e non solo celebrare con un minuto di silenzio.
Un mondo diverso è possibile dicono oggi i cortei, mostrandoci la forza di un desiderio sempre nuovo di cambiamento. Ma chi non ricorda è destinato a ripetersi e a render impossibile il sogno del progresso.
La memoria è per noi un testamento che non abbiamo chiesto, ma che ci lega per sempre al giuramento di libertà e di democrazia.

 

Legge 20 luglio 2000, n. 211

"Istituzione del "Giorno della Memoria" in ricordo dello sterminio e delle persecuzioni del popolo ebraico e dei deportati militari e politici italiani nei campi nazisti"

pubblicata nella Gazzetta Ufficiale n. 177 del 31 luglio 2000

Art. 1.

1.         La Repubblica italiana riconosce il giorno 27 gennaio, data dell’abbattimento dei cancelli di Auschwitz, "Giorno della Memoria", al fine di ricordare la Shoah (sterminio del popolo ebraico), le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, gli italiani che hanno subìto la deportazione, la prigionia, la morte, nonchè coloro che, anche in campi e schieramenti diversi, si sono opposti al progetto di sterminio, ed a rischio della propria vita hanno salvato altre vite e protetto i perseguitati.

 

Art. 2.

1. In occasione del "Giorno della Memoria" di cui all’articolo 1, sono organizzati cerimonie, iniziative, incontri e momenti comuni di narrazione dei fatti e di riflessione, in modo particolare nelle scuole di ogni ordine e grado, su quanto è accaduto al popolo ebraico e ai deportati militari e politici italiani nei campi nazisti in modo da conservare nel futuro dell’Italia la memoria di un tragico ed oscuro periodo della storia nel nostro Paese e in Europa, e affinchè simili eventi non possano mai più accadere.

New York Times: l'Italia dimentica?

Varzi "dimentica" la sua battaglia

(torneremo, su questi temi, anche sulla base del materiale raccolto dalla Fiap ed anticipato nel convegno di Fondotoce) 

 

Il NYT: "L'Italia ora è tenera verso il fascismo"


L'autorevole quotidiano statunitense pubblica un lungo articolo sulla situazione politica italiana: "Col ritorno del centrodestra al governo molti credono che sia arrivato il proprio turno di riscrivere la storia". 


ROMA - ''In Italy, a kinder, gentler fascism''. Così Alexander Stille, titola un lungo articolo pubblicato sul New York Times dedicato alle trasformazioni in atto nel mondo politico italiano e anche alla nuova Rai, prendendo in prestito dal linguaggio politico americano l'espressione ''kinder, gentler conservatism'', con cui alla fine negli anni '80 si descriveva il conservatorismo ''più gentile e più soft'' di George Bush senior rispetto a quello di Ronald Reagan.

"La storia, dicono i cinici, è scritta dai vincitori - scrive l'autore - Alla fine della Seconda guerra mondiale gli antifascisti, tenuti fuori dalla vita pubblica per 20 anni, poterono raccontare la loro storia e intitolare strade e piazze ai loro eroi. Ma con il ritorno della coalizione di centro destra, di cui Alleanza nazionale è il secondo partito, molti a destra credono che ora sia arrivato il loro turno". L'articolo ripercorre l'opera di storiografi e studiosi come De Felice o Fisichella e si sofferma sull'evoluzione della destra italiana. ''La fine della demonizzazione del fascismo da parte degli studiosi, ha creato una opportunità per il vecchio partito neofascista italiano di muoversi verso il centro. La leadership di Alleanza nazionale ha colto l'occasione e ha preso le distanze dal fascismo".

L'articolo si sofferma anche sul ruolo della Rai, prendendo spunto da dichiarazioni fatte dal presidente Baldassare al congresso di Alleanza nazionale. ''Il presidente della Rai ha annunciato che è arrivato il tempo di riscrivere la storia, ovvero come è rappresentata dalla televisione italiana". "La vecchia Rai rappresentava solo una cultura e non altre, spesso non si raccontava la storia vera, ma favole, e si offriva una interpretazione di parte".

"Questa esortazione - scrive Stille - davanti a un partito di cui i vecchi leader furono giovani fascisti aveva un significato molto chiaro: basta con rappresentazioni che mostrano i partigiani e antifascisti come nobili patrioti e i fascisti come diabolici criminali".

"La riabilitazione di Alleanza nazionale - scrive Stille - non sarebbe stata possibile senza un addolcimento graduale nella descrizione del fascismo sia nella letteratura accademica e nei media popolari". E a proposito di Rai, l'autore cita anche l'opinione di Massimo Salvadori, storico all'Università di Torino. "Una versione romantica della Repubblica di Salò - dichiara lo studioso - e una nuova versione critica della battaglia partigiana è già trapelata attraverso i media popolari. ''C'è stata una trasmissione sulla Rai che ritraeva i repubblichini come persone più corenti, patrioti che rifiutavano di cambiare posizione anche quando la disfatta era imminente, mentre i partigani erano visti come opportunisti che saltavano sul carro del vincitore".


Il Nuovo - www.ilnuovo.it
(28 SETTEMBRE 2002; ORE 15:37)


Varzi "dimentica" la sua battaglia
Niente cerimonie per il 58º anniversario della vittoria partigiana
E l'Anpi attacca il sindaco 


VARZI. Per la prima volta nel dopoguerra, Varzi non ha commemorato, con una cerimonia ufficiale, la battaglia combattuta fra il 18 e il 21 settembre del '44, che portò alla liberazione del capoluogo dell'alta valle Staffora da parte dei partigiani di Angelo Ansaldi, "Primula Rossa". Niente discorso in piazza, nè posa di una corona alla lapide che ricorda il sacrificio di Enzo Togni, caduto negli scontri. Non si è andati oltre una cena al circolo Arci, intitolato proprio "18 settembre". Come è stato possibile? Si è parlato di dissapori fra l'Anpi e l'Apc, l'associazione partigiani cristiani. Ma Giovanni Prandi, consigliere di minoranza, dà una versione diversa. E attacca il Comune: "La verità è che, per ragioni anagrafiche, l'Anpi non ha più avuto la forza di organizzare, da sola, la manifestazione. E sempre meno ne avrà nei prossimi anni. Toccava al Comune, quindi, e al sindaco Tevini in prima persona, svolgere un ruolo propulsivo e di coordinamento. E invece se ne è del tutto disinteressato. Una mancanza grave". Il timore di Prandi è che, con la battuta a vuoto di quest'anno, vada definitivamente perduto l'appuntamento con la memoria storica, un modo semplice ma insieme solenne e significativo di rievocare e rinnovare i valori della lotta di Liberazione.
Varzi, nella tarda estate di 58 anni fa, fu il simbolo della rivincita partigiana, dopo il primo, grande rastrellamento di fine agosto. I ragazzi della brigata Crespi e della Capettini attaccarono il presidio della Gnr (Guardia nazionale repubblicana) e gli alpini della Monterosa. Tre giorni di battaglia, nei quali caddero tre partigiani: il bronese Enzo Togni, il vogherese Angelo Salvaneschi e Arturo Albertazzi, di Santa Margherita Staffora. I soldati della Rsi attesero invano l'arrivo dei rinforzi dalla pianura, più volte promessi al capitano Claudio Terrabrami, comandante del presidio. E alla fine dovettero arrendersi. Una parte di essi si unì ai partigiani; gli altri poterono fare ritorno, disarmati, a Voghera. Dopo la liberazione, a Varzi si insediò una giunta antifascista, guidata dall'avvocato Fortunato Repetti e composta da Guido Versari, Giovanni Bergamini, Emilio Piana, Lino Tarditi, Costantino Piazzardi, Salvatore Lai, Leopoldo Braghieri e Luigi Rebaschio. Di lì a poche settimane si sarebbe scatenato il secondo grande rastrellamento, quello dei "mongoli" della divisione Turkestan che avrebbero seminato il terrore nelle valli dell'Oltrepo. Ma Varzi fu l'antipasto della riscossa partigiana dell'aprile '45.


Tratto da "La Provincia Pavese"


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