| Nulla potrà giustificare quel che è successo in quei mesi: gli arresti, la gogna, il cinismo di quelli che magari sarebbero stati coinvolti qualche giorno dopo, il burocratico distacco di altri, lo spettacolo penoso delle istituzioni allo sbando. Ma soprattutto, le vittime. Certo non i peggiori, qualche volta quelli che avevano più sensibilità e senso della dignità personale. Ecco le ultime lettere di due compagni ed amici: Gabriele Cagliari e Sandro Moroni. |
L'ultima
lettera di Sergio Moroni
Egregio Signor Presidente,
ho deciso di indirizzare a Lei
alcune brevi considerazioni
prima di lasciare il mio
seggio in Parlamento compiendo
l'atto conclusivo di porre
fine alla mia vita.
E' indubbio che stiamo vivendo
mesi che segneranno un
cambiamento radicale sul modo
di essere nel nostro paese,
della sua democrazia, delle
istituzioni che ne sono
l'espressione. Al centro sta
la crisi dei partiti (di tutti
i partiti) che devono
modificare sostanza e natura
del loro ruolo. Eppure non è
giusto che ciò avvenga
attraverso un processo
sommario e violento, per cui
la ruota della fortuna assegna
a singoli il compito delle
"decimazioni" in uso
presso alcuni eserciti, e per
alcuni versi mi pare di
ritrovarvi dei collegamenti.
Né mi è estranea la
convinzione che forze oscure
coltivano disegni che nulla
hanno a che fare con il
rinnovamento e la
"pulizia". Un grande
velo di ipocrisia (condivisa
da tutti) ha coperto per
lunghi anni i modi di vita dei
partiti e i loro sistemi di
finanziamento. C'è una
cultura tutta italiana nel
definire regole e leggi che si
sa non potranno essere
rispettate, muovendo dalla
tacita intesa che insieme si
definiranno solidarietà nel
costruire le procedure e i
comportamenti che violano
queste regole.
Mi rendo conto che spesso non
è facile la distinzione tra
quanti hanno accettato di
adeguarsi a procedure
legalmente scorrette in una
logica di partito e quanti
invece ne hanno fatto
strumento di interessi
personali. Rimane comunque la
necessità di distinguere,
ancora prima sul piano morale
che su quello legale. Né mi
pare giusto che una vicenda
tanto importante e delicata si
consumi quotidianamente sulla
base di cronache
giornalistiche e televisive, a
cui è consentito di
distruggere immagine e
dignità personale di uomini
solo riportando dichiarazioni
e affermazioni di altri. Mi
rendo conto che esiste un
diritto d'informazione, ma
esistono anche i diritti delle
persone e delle loro famiglie.
A ciò si aggiunge la
propensione allo
sciaccallaggio di soggetti
politici che, ricercando un
utile meschino, dimenticano di
essere stati per molti versi
protagonisti di un sistema
rispetto al quale oggi si
ergono a censori. Non credo
che questo nostro Paese
costruirà il futuro che si
merita coltivando un clima da
"pogrom" nei
confronti della classe
politica, i cui limiti sono
noti, ma che pure ha fatto
dell'Italia uno dei Paesi più
liberi dove i cittadini hanno
potuto non solo esprimere le
proprie idee, ma operare per
realizzare positivamente le
proprie capacità e
competenze. Io ho iniziato
giovanissimo, a solo 17 anni,
la mia militanza politica nel
Psi. Ricordo ancora con
passione tante battaglie
politiche e ideali, ma ho
commesso un errore accettando
il "sistema",
ritenendo che ricevere
contributi e sostegni per il
partito si giustificasse in un
contesto dove questo era
prassi comune, ne mi è mai
accaduto di chiedere e tanto
meno pretendere. Mai e poi mai
ho pattuito tangenti, né ho
operato direttamente o
indirettamente perché
procedure amministrative
seguissero percorsi impropri e
scorretti, che risultassero in
contraddizione di
"ladro" oggi così
diffusa. Non lo accetto, nella
serena coscienza di non aver
mai personalmente approfittato
di una lira. Ma quando la
parola è flebile, non resta
che il gesto. Mi auguro solo
che questo possa contribuire a
una riflessione più seria e
giusta, a scelte e decisioni
di una democrazia matura che
deve tutelarsi. Mi auguro
soprattutto che possa servire
a evitare che altri nelle mie
stesse condizioni abbiano a
patire le sofferenze morali
che ho vissuto in queste
settimane, a evitare processi
sommari (in piazza o in
televisione) che trasformano
un'informazione di garanzia in
una preventiva sentenza di
condanna. Con stima.
Sergio Moroni
L'on. Sergio Moroni si è
suicidato il 2 settembre 1992
Lettera
di Gabriele Cagliari
Miei carissimi Bruna,
Stefano, Silvano, Francesco,
Ghiti:
sto per darvi un nuovo,
grandissimo dolore. Ho
riflettuto intensamente e ho
deciso che non posso
sopportare più a lungo questa
vergogna.
La criminilizzazione di
comportamenti che sono stati
di tutti, degli stessi
Magistrati, anche a Milano, ha
messo fuori gioco soltanto
alcuni di noi, abbandonandoci
alla gogna e al rancore
dell'opinione pubblica. La
mano pesante, squilibrata e
ingiusta dei Giudici ha fatto
il resto.
Ci trattano veramente come
non-persone, come cani
ricacciati ogni volta al
canile. Sono qui da oltre
quattro mesi, illegittimamente
trattenuto.
Tutto quanto mi viene
contestato non corre alcun
pericolo di essere rifatto,
né le prove relative a questi
fatti possono essere inquinate
in quanto non ho più alcun
potere di fare né di
decidere, né ho alcun
documento che possa essere
alterato. Neppure potrei
fuggire senza passaporto,
senza carta d'identità e
comunque assiduamente
controllato come costoro usano
fare.
Per di più ho 67 anni e la
legge richiede che sussistano
oggettive circostanze di
eccezionale gravità e
pericolosità per trattenermi
in condizioni tanto
degradanti. Ma, come sapete, i
motivi di questo infierire
sono ben altri e ci vengono
anche ripetutamente detti
dagli stessi Magistrati, se
pure con il divieto assoluto
di essere messi a verbale,
come invece si dovrebbe
regolarmente fare.
L'obbiettivo di questi
Magistrati, quelli della
Procura di Milano in modo
particolare, è quello di
costringere ciascuno di noi a
rompere, definitivamente e
irrevocabilmente, con quello
che loro chiamano il nostro
"ambiente".
Ciascuno di noi, già
compromesso nella propria
dignità agli occhi della
opinione pubblica per il solo
fatto di essere inquisito o,
peggio, essere stato
arrestato, deve adottare un
atteggiamento di
"collaborazione" che
consiste in tradimenti e
delazioni che lo rendano
infido, inattendibile,
inaffidabile: che diventi
cioè quello che loro stessi
chiamano un
"infame".
Secondo questi magistrati, a
ognuno di noi deve dunque
essere precluso ogni futuro,
quindi la vita, anche in
quello che loro chiamano il
nostro "ambiente".
La vita, dicevo, perché il
suo ambiente, per ognuno, è
la vita: la famiglia, gli
amici, i colleghi, le
conoscenze locali e
internazionali, gli interessi
sui quali loro e i loro
complici intendono mettere le
mani.
Già molti sostengono,
infatti, che agli inquisiti
come me dovrà essere
interdetta ogni possibilità
di lavoro non solo
nell'Amministrazione Pubblica
o parapubblica, ma anche nelle
Amministrazioni delle aziende
private, come si fa a volte
per i falliti. Si vuole
insomma creare una massa di
morti civili, disperati e
perseguitati, proprio come sta
facendo l'altro complice
infame della Magistratura che
è il sistema carcerario.
La convinzione che mi sono
fatto è che i Magistrati
considerano il carcere
nient'altro che uno strumento
di lavoro, di tortura
psicologica, dove le pratiche
possono venire a maturazione,
o ammuffire,
indifferentemente, anche se si
tratta della pelle della
gente.
Il carcere non è altro che un
serraglio per animali senza
teste né anima.
Qui dentro ciascuno è
abbandonato a se stesso,
nell'ignoranza coltivata e
imposta dei propri diritti,
custodito nell'inattività e
nell'ignavia; la gente
impigrisce, si degrada e si
dispera diventando
inevitabilmente un ulteriore
moltiplicatore di malavita.
Come dicevo, siamo cani in un
canile dal quale ogni
Procuratore può prelevarci
per fare la propria
esercitazione e dimostrare che
è più bravo o più severo di
quello che aveva fatto
un'analoga esercitazione
alcuni giorni prima o alcune
ore prima.
Anche tra loro c'è la stessa
competizione o sopraffazione
che vige nel mercato, con la
differenza che, in questo
caso, il gioco è fatto sulla
pelle della gente. Non è
dunque possibile accettare il
loro giudizio, qualunque esso
sia.
Stanno distruggendo le basi di
fondo e la stessa cultura del
diritto, stanno percorrendo
irrevocabilmente la strada che
porta al loro Stato
autoritario, al loro regime
della totale asocialità. Io
non ci voglio essere.
Hanno distrutto la dignità
dell'intera categoria degli
avvocati penalisti ormai
incapaci di dibattere o di
reagire alle continue
violazioni del nostro
fondamentale diritto di essere
inquisiti, e giudicati poi, in
accordo con le leggi della
Repubblica.
Non sono soltanto gli
avvocati, i sacerdoti laici
della società, a perdere la
guerra; ma è l'intera nazione
che ne soffrirà le
conseguenze per molto tempo a
venire. Già oggi i processi,
e non solo a Milano, sono
farse tragiche, allucinanti,
con pene smisurate comminate
da Giudici che a malapena
conoscono il caso,
sonnecchiano o addirittura
dormono durante le udienze per
poi decidere in cinque minuti
di Camera di Consiglio.
Non parliamo poi dei tribunali
della libertà, asserviti
anche loro ai Pubblici
Ministeri, né dei tribunali
di sorveglianza che
infieriscono sui detenuti
condannati con il cinismo dei
peggiori burocrati e ne
calpestano continuamente i
diritti.
L'accelerazione dei processi,
invocata e favorita dal
Ministro Conso, non è altro
che la sostanziale
istituzionalizzazione dei
tribunali speciali del regime
di polizia prossimo venturo.
Quei pochi di noi caduti nelle
mani di questa
"giustizia"
rischiano di essere i capri
espiatori della tragedia
nazionale generata da questa
rivoluzione.
Io sono convinto di dover
rifiutare questo ruolo. È una
decisione che prendo in tutta
lucidità e coscienza, con la
certezza di fare una cosa
giusta.
La responsabilità per colpe
che posso avere commesso sono
esclusivamente mie e mie sono
le conseguenze.
Esiste certamente il pericolo
che altri possano attribuirmi
colpe non mie quando non
potrò più difendermi.
Affidatevi alla mia coscienza
di questo momento di verità
totale per difendere e
conservare al mio nome la
dignità che gli spetta.
Sento di essere stato prima di
tutto un marito e un padre di
famiglia, poi un lavoratore
impegnato e onesto che ha
cercato di portare un po' più
avanti il nostro nome e che,
per la sua piccolissima parte,
ha contribuito a portare più
in alto questo paese nella
considerazione del mondo.
Non lasciamo sporcare questa
immagine da nessuna "mano
pulita".
Questo vi chiedo, nel chiedere
il vostro perdono per questo
addio con il quale vi lascio
per sempre.
Non ho molto altro da dirvi
poiché in questi lunghissimi
mesi di lontananza ci siamo
parlati con tante lettere, ci
siamo tenuti vicini.
Salvo che a Bruna, alla quale
devo tutto. Vorrei parlarti
Bruna, all'infinito, per tutte
le ore e i giorni che ho
taciuto, preso da questi
problemi inesistenti che alla
fine mi hanno fatto arrivare
qui. Ma in questo tragico
momento cosa ti posso dire,
Bruna, anima dell'anima mia,
unico grandissimo amore, che
lascio con un impagabile
debito di assiduità, di
incontri sempre rimandati,
fino a questi ultimi giorni
che avevamo pattuito essere
migliaia e migliaia da passare
sempre insieme, io e te, in
ogni posto, e che invece qui
sto riducendo a un solo
sospiro?
Concludo una vita vissuta di
corsa, in affanno, rimandando
continuamente le cose
veramente importanti, la vita
vera, per farne altre, lontane
come miraggi e, alla fine,
inutili.
Anche su questo, soprattutto
su questo, ho riflettuto a
lungo, concludendo che solo
così avremo finalmente pace.
Ho la certezza che la tua
grande forza d'animo, i nostri
figli, il nostro nipotino, ti
aiuteranno a vivere con
serenità e a ricordarmi,
perdonato da voi per questo
brusco addio.
Non riesco a dirti altro: il
pensiero di non vederti più,
il rimorso di avere distrutto
i nostri anni più sereni,
come dovevano essere i nostri
futuri, mi chiude la gola.
Penso ai nostri ragazzi, la
nostra parte più bella, e
penso con serenità al loro
futuro. Mi sembra che abbiano
una strada tracciata davanti a
sé. Sarà una strada
difficile, in salita, come
sono tutte le cose di questo
mondo: dure e piene di
ostacoli. Sono certo che
ciascuno l'affronterà con
impegno e con grande serenità
come ha già fatto Stefano e
come sta facendo Silvano.
Si dovranno aiutare l'un
l'altro come spero che già
stiano facendo, secondo quanto
abbiamo discusso più volte in
questi ultimi mesi,
scrivendoci lettere
affettuose.
Stefano resta con un peso più
grave sul cuore per essere
improvvisamente rimasto
privato della nostra carissima
Mariarosa. Al dolcissimo
Francesco, piccolino senza
mamma, daremo tutto il calore
del nostro affetto e voi gli
darete anche il mio, quella
parte serena che vi lascio per
lui.
Le mie sorelle, una più brava
dell'altra, in una sequenza
senza fine, con le loro
bravissime figliole, con
Giulio e Claudio, sono le
altre persone care che lascio
con tanta tristezza.
Carissime Giuliana e Lella, a
questo punto cruciale della
mia vita non ho saputo fare
altro, non ho trovato altra
soluzione.
Ricordo Sergio e la sua
famiglia con tanto affetto,
ricordo i miei cugini di
Guastalla, i Cavazzani e i
loro figli. Da tutti ho avuto
qualcosa di valore, qualcosa
di importante, come l'affetto,
la simpatia, l'amicizia.
A tutti lascio il ricordo di
me che vorrei non fosse quello
di una scheggia che
improvvisamente sparisce senza
una ragione, come se fosse
impazzita. Non è così,
questo è un addio al quale ho
pensato e ripensato con
lucidità, chiarezza e
determinazione.
Non ho alternative. Desidero
essere cremato e che Bruna, la
mia compagna di ogni momento
triste o felice, conservi le
ceneri fino alla morte.
Dopo di che siano sparse in
qualunque mare. Addio mia
dolcissima sposa e compagna,
Bruna, addio per sempre.
Addio Stefano, Silvano,
Francesco; addio Ghiti, Lella,
Giuliana, addio.
Addio a tutti. Miei carissimi,
vi abbraccio tutti insieme per
l'ultima volta.
Il vostro sposo, papà, nonno,
fratello.
Gabriele
20 luglio 1993