L’intolleranza
monoteistica dei cristiani
Cristiani
remissivi e pacifici? Un’altra appagante immaginazione storica! Stavano davvero
così le cose? Anche qui è necessario correggere la
vulgata cristiana. Di fronte alla durezza delle persecuzioni, la risposta
cristiana fu dura: in quegli anni i cristiani non saranno da meno dei pagani,
dapprima nell’immaginare la vendetta, poi nel praticarla.
Ma,
anzitutto, che voleva poi dire essere cristiano? In quel secolo di conflitti si
poteva a lungo esitare tra le due visioni della vita. Gli
intellettuali pagani potevano credere in un dio padre, e gli intellettuali
cristiani potevano essere pagani per la loro formazione culturale, se non anche
per i costumi: è nota l’angoscia di san Gerolamo, che avendo dichiarato in sogno
a Dio: “Christianus sum”, si
sente rispondere: “Ciceronianus es, non es christianus”. La stessa teologia cristiana si viene
spesso determinando di fronte alle accuse dei pagani, come
risposta alle quali nascono i dogmi dei concilii ecumenici di questa età. Comunque, le etichette né li distinguono sicuramente, né
dicono tutto su di loro. Sicché, per mostrare l’animo
dei cristiani citerò, come ho fatto per i pagani, testi precisi: anch’essi non
marginali, ma una costante del loro atteggiamento.
Nel
202, Tertulliano, avendo sperimentato le persecuzioni, sogna sadicamente, nel libro De spectaculis, la punizione dei persecutori nel finale
giudizio di Dio: “Che spettacolo immenso allora! Che
cosa ammirerò? Di che riderò? Dove godrò, dove esulterò
vedendo tanti re, che si celebravano accolti in cielo, gemere con lo stesso
Giove e i suoi testimoni nelle tenebre più profonde? E, come
loro, i magistrati che perseguitavano il nome del Signore, struggersi su fiamme
più spietate di quelle con cui avevano incrudelito sui cristiani,
insultandoli?”. Ammira, ride, gode, esulta, come nessun intellettuale
pagano si era mai sognato di
fare.
E,
un secolo dopo, Lattanzio, nel 316, gode anche lui, sadicamente elencando nei
loro atroci particolari le Morti dei
persecutori, tutti finiti male per l’Ira di Dio (sono titoli di suoi libri),
e commenta: “Quelli che avevano insultato Dio giacciono, quelli che avevano
abbattuto il santo tempio caddero con rovina maggiore,
e quelli che avevano scarnificato i giusti, profusero le loro anime malvagie
sotto i colpi celesti e i meritati tormenti”. Già, i meritati tormenti: non è
dunque l’idea in sé dei tormenti che disturba i
cristiani, ma l’idea che siano applicati a loro e non agli altri.
Ed
Eusebio, vescovo di Nicomedia e biografo di
Costantino, gode nel prefigurare la vendetta divina: “Così possano perire i
nemici di Cristo!”. E Firmico Materno, nel De errore profanarum religionum, così
esorta gli imperatori cristiani a perseguitare i pagani: “La legge del sommo Dio
esige che la Vostra severità perseguiti in ogni maniera il delitto di idolatria”, e sui modi della persecuzione cita il Deuteronomio, che
prescrive che se un fratello o un amico ti spinge all’idolatria, ”lo accuserai,
e la tua mano sia la prima a levarsi su di lui per ucciderlo... E anche intere
città, se mai sono còlte in questo peccato, è
stabilito che periscano”.
E
il santo Gerolamo, autore della vulgata del Nuovo testamento, intervenendo nella
polemica sul culto delle pietre (le statue degli dèi) da parte dei pagani, e
delle ossa (le reliquie dei martiri) da parte dei cristiani, usava nelle sue Lettere questo affettuoso ed elegante
linguaggio: “Vigilanzio apre di nuovo la sua fetida
bocca e butta il suo schifosissimo fiato contro le reliquie dei santi martiri e
contro di noi, che le conserviamo”; perciò piamente suggeriva che il vescovo “lo
consegni alla morte della carne, affinché sia salvo lo spirito..., e che i
medici taglino la lingua... a quel mostro..., pazzo furioso”.
E
Prudenzio, nel suo Peristephanon, celebrando i
martiri cristiani, così fa parlare la vergine Eulalia durante il processo:
“Eccomi, io sono nemica della vostra religione demoniaca (daemonicis inimica sacris), e ne calpesto gli idoli sotto i miei piedi”; e
quando il pretore le chiede non di rinunciare al suo dio, ma di rispettare gli dèi degli altri, “freme e sputa negli occhi al tiranno,
poi rovescia i simulacri e calpesta col piede il farro versato nei turiboli”; e
poi, torturata, “canta lietamente”, finché la sua anima vola visibilmente al
cielo in forma di colomba, lasciando tutti sbigottiti.
La
sola certezza in questa leggenda dai toni aspramente sadomasochistici è il disprezzo cristiano verso le altre
religioni: e non risulta comunque che poi qualche
pagano, dichiaratosi nemico del demoniaco culto cristiano, sia stato piamente
perdonato. E a Simmaco, che abbiamo sentito dichiarare
l’impossibilità di capire i grandi misteri della vita per una sola via, un altro
santo, Ambrogio, risponde superbamente: “Ciò che voi ignorate, noi lo abbiamo
conosciuto dalla voce di Dio. E ciò che voi cercate con
le vostre ipotesi (suspiciones), noi lo abbiamo per
certo dalla Sapienza di Dio e dalla Verità”. È,
da parte di chi sente di avere ormai vinto, il rifiuto di
ogni dialogo e l’imposizione del dogma; e la sua conclusione è un secco
rifiuto: “Le vostre idee non si accordano con le nostre”, cui seguirà, a
differenza di quanto aveva fatto Giuliano, la chiusura dei templi e la fine di
ogni culto pagano.
La
stessa intransigenza troviamo nella rilettura ideale
della storia di Roma, sul merito o il demerito degli dèi pagani nelle sue
vicende. Già Arnobio citava l’accusa pagana ai
cristiani che “da quando al mondo cominciò a esserci la
gente cristiana, l’orbe terrestre era andato in rovina”; e abbiamo sentito
Simmaco invocare rispetto per la religione che “aveva giovato a lungo allo
Stato” (i cristiani rovesceranno questa accusa, facendone anzi un cavallo di
battaglia).
Tra
l’altro, ci fu allora un rifiorire della storiografia pagana, con le Storie di Ammiano Marcellino, amico di Giuliano, e coi compendi di Eutropio e Festo o
della Historia Augusta, destinati a creare una
coscienza romana nella nuova, ignara, burocrazia bizantina: e vi si accompagnava
un rifiorire della poesia in Claudiano, Rutilio Namaziano e altri, stanca e imitatrice quanto si vuole, ma non priva di una sua dignità e di
umani affetti. Ebbene, proprio a quelle accuse, a quell’accenno di Simmaco e a quella storiografia sembra
replicare Agostino, quando nella Città di
Dio addita in tutta la storia di Roma nient’altro che una serie ininterrotta
di disastri dovuti alla impotenza dei suoi falsi dèi.
Affermazione, a dir poco, paradossale, dopo il sacco di Roma del 409, a opera dei visigoti cristiani: ma
per lui quella era stata una vittoria sul paganesimo.
Non
pago di questo, Agostino volle affidare la riscrittura
cristiana di tutta la storia romana al suo discepolo Paolo Orosio, che premurosamente si accinse al grave compito: “Ai
tuoi comandi ho obbedito, o beatissimo padre, Agostino.
Mi avevi comandato di mostrare quanto negli annali dei secoli passati avessi potuto trovare di grave per le guerre, di corrotto per
le malattie, di triste per la fame, di terribile per i terremoti, di insolito
per le inondazioni, di tremendo per le eruzioni vulcaniche, di feroce per le
cadute di fulmini e della grandine, di miserabile per i parricidii e le scellerataggini”. Che sadico inventario dei mali del mondo,
per dimostrare che la trionfante Roma pagana, creatrice del più straordinario
impero della storia, aveva subìto sconfitte peggiori
di quelle che il desolato impero cristiano stava soffrendo nei nuovi,
sventuratissimi tempi! Che modo idiota, bisogna pur
dirlo, dato che era tale anche per la cultura di allora, di scrivere la storia
come storia degli orrori! Un modo obnubilato dall’odio teologico, sconosciuto
agli storici pagani e a ogni altra
storiografia.
Leggendo
questi testi, non sembra davvero che il monoteismo, e tanto meno il
cristianesimo, abbia reso migliori gli uomini.
I
cristianissimi concilii
ecumenici
Mentre
gli intellettuali cristiani manifestavano così la dubbia superiorità del loro
dubbio monoteismo, si veniva consolidando la difficile alleanza tra potere
imperiale e Chiesa cristiana, quale intanto si definiva nei concilii ecumenici. Non si possono leggere questi concilii come astratta elaborazione intellettuale, avulsa
dalla realtà circostante: questi concilii sono
incomprensibili senza gli evidenti riferimenti al contesto del tempo.
I
primi concilii ecumenici, cioè di tutta la cristianità (di Nicea nel 325 e
Costantinopoli nel 381, cui seguì quello di Edessa nel
431), che tennero dietro a una ventina di concilii
locali dei secoli precedenti, furono pesantemente condizionati dalla
supervisione imperiale. Essi stabilirono anzitutto la dottrina, ma anche, al suo
riparo, la posizione della Chiesa al di sopra dei
fedeli e, naturalmente, di tutti. Ma è soprattutto alla
polemica pagana che essi intendono rispondere: facendo delle accuse un vanto, e
trasformandole orgogliosamente in dogmi apertamente irrazionali.
Si
sa che non solo i pagani, ma anche molti cristiani, come Ario, rifiutavano
l’assurdità di un uomo-dio e l’identità del Figlio col Padre, necessaria alla
fondazione divina della Chiesa. Ecco allora a Nicea un Simbolo o Credo che
poneva fine alla disputa approvando i dogmi sulla Trinità divina (qualcosa di
simile già in Plotino), fatta di un Dio Padre,
creatore del cielo e della terra; del Figlio unigenito, “generato ma non fatto”,
il quale, “incarnato di Spirito Santo e da Maria
Vergine, si è fatto uomo”; e infine dello Spirito Santo, del quale per allora
non si disse niente, sicché più tardi a Costantinopoli si dovette aggiungere che
“procede dal Padre” (senza peraltro definirlo figlio, dato
che Cristo è figlio unico), ma dimenticando di dire che procede anche dal
Figlio, sì che si dovrà provvedervi più tardi dicendo “che procede dall’uno e
dall’altro” (procedenti ab utroque), dirà san Tommaso
nel Pange lingua. E l’aggiunta che lo Spirito
“parla per bocca della Chiesa” significava consacrare un potere che, in quanto disceso non da un uomo, ma da un ”vero dio e vero
uomo”, è autocratico, anzi teocratico; e significava confermare la immunitas del
vescovo di Roma, “sottratta alla possanza dei re, dei principi, dei popoli
interi, conoscendosi, in chi vi siede, rappresentato Cristo Signor nostro,
principe supremo ad ogni foro e ad ogni principato”, sancita dal concilio di
Roma di un anno prima.
Era
il preludio alla sua infallibilità: la Chiesa si poneva così al di sopra dei suoi stessi fedeli, come potere teocratico,
al pari di quello dell’Impero. Tutte queste teologiche insensatezze, frutto di
compromessi raggiunti attraverso conflitti sanguinosi, e imposte come dogmi,
valsero comunque a definire quell’ambiguo sistema di convivenza conflittuale di due
poteri, impero e papato, cioè Stato e Chiesa, incerto tra cesaropapismo e
teocrazia, ignoto al mondo antico, e che segnò tutto il Medioevo e pesa ancor
oggi sulla nostra vita politica.
La
condanna della gioia di vivere
Se
tali erano la durezza dei grandi intellettuali cristiani e l’intransigenza
dogmatica della Chiesa contro tutta la tradizione pagana, occorre dire che
altrettanto duro fu anche l’orientamento dell’impero ormai
cristianizzatosi.
Dalla iniziale tolleranza costantiniana, pur solo formalmente dichiarata, si passò
presto a una intolleranza peggiore di quella del potere imperiale pagano.
In
questo processo c’è un aspetto tanto vistoso quanto di
solito trascurato: che esso si rivolge contro le manifestazioni non solo della
vita culturale ma anche, e forse più, della vita ludica, fisica e intellettuale,
cioè circensi e teatri. Può sembrare un paradosso, ma la polemica cristiana ha
insistito in forme maniacali contro la vita ludica,
dando fra l’altro luogo a un’altra inaccettabile vulgata storiografica, cioè che
i romani altro non facessero che darsi a teatri e circensi, e che nell’eccesso
dei circensi fosse la principale causa della caduta dell’impero. In realtà, la
società politeistica pagana aveva mostrato una totale coerenza tra l’ideologia e
il costume di vita: la vita ludica era mimesi gioiosa della vita impegnata delle
armi e della cultura; teatro e circensi, ludi dell’uno e dell’altro genere (ludi utriusque generis), intellettuale e fisico, erano
atti religiosi, per il culto degli dèi e il piacere
degli uomini (cultus deorum et hominum voluptatis causa). Per questo, cosa lontanissima dalla
cultura di oggi, Varrone ne
aveva parlato nelle Antichità divine,
e ora Macrobio confermava, tra l’altro, che “i culti
si celebrano quando si fanno ludi in onore degli dèi”. Ebbene, proprio per questo, non solo gran
parte della polemica cristiana si rivolge contro i ludi, ma anche gli imperatori
si accaniscono contro di essi: la cancellazione dei ludi è una persecuzione
religiosa.
Già
alcuni concilii locali avevano fulminato pene
gravissime contro quanti “nei ludi dei circhi, dei teatri e delle arene si
scomponessero nel guidar cocchi e atteggiarsi da buffone”. A queste condanne
della Chiesa si aggiunsero in modo risolutivo, a fine secolo, quelle
dell’impero: gli imperatori Valentiniano, Arcadio, Teodosio e Onorio, nel 392, 394 e
399, rovesciando la tolleranza costantiniana e
distorcendo la lezione morale di Giuliano, proibirono tutte le manifestazioni pagane, intellettuali e
fisiche, nei templi, nei teatri e nei circhi. E pochi anni dopo, nel 409,
l’imperatore d’Oriente, Teodosio II, ribadiva la
condanna con le stesse e anche più precise parole: “Di domenica, primo giorno
della settimana, e a Natale, Pasqua e Quinquagesima, è proibito ogni
divertimento dei teatri e dei circensi, tutte le menti dei cristiani e dei
fedeli siano occupate nei culti di Dio”. Si badi, le menti:
dalla politeistica e pagana libertà di culto, si è ormai passati alla
monoteistica e cristiana costrizione non solo dei comportamenti (i mores), ma anche
delle menti (la doctrina). Si doveva essere
cristiani per forza, pensare come volevano la Chiesa e l’impero. Con queste, che
ad Agostino parevano “misericordiosissime leggi”,
minaccianti punizioni divine ed umane, si attuava una cosa nuova e tremenda,
ignota al politeismo pagano: si creava un dualismo dei poteri, uno dei quali
addetto al dominio sulle menti.
Paradossalmente,
tutto ciò si manifestava nella polemica contro la vita ludica, mimesi gioiosa
della vita reale. Eppure, anche su questo punto c’è una vulgata storiografica,
che “da queste feste i cristiani si tengono lontani per ragioni di ordine morale”. Che appagante
immaginazione storica, anche questa! I pagani empi e tutti dediti ai teatri e al
circo, i cristiani pii e riservati in chiesa! Fatto sta che le proibizioni
imperiali la smentiscono: non si proibisce se non ciò che si suole fare, e in
generale la prima lettura che si dovrebbe fare delle leggi nella storia, è che
ci informano sul contrario di quello che prescrivono o
proibiscono: in particolare, queste leggi cento volte ripetute contro teatri e
circensi ci mostrano come esse fossero normalmente trasgredite dagli stessi
cristiani. Del resto, sono più volte gli stessi padri
della Chiesa a mostrarci i cristiani impazzare e sputtaneggiare (bacchari et moechari) nei teatri e nei circhi. E Agostino ci narra
che, dopo le grandi persecuzioni durante le quali molti cristiani erano ricaduti, lapsi, nel paganesimo, molti che
sarebbero voluti tornare cristiani “rimpiangevano queste pericolosissime e
tuttavia antichissime voluttà”.
Che
fare, allora? Semplice: “Parve opportuno celebrare altri giorni festivi in onore
dei santi e dei martiri, non con tale sacrilegio quantunque con simile lusso”.
Insomma, si
cambiò il nome delle divinità cui dedicare le “voluttà”: ma così si perse
l’antica coerenza tra ideologia e
vita, si tolse ai ludi il loro valore religioso di mimesi della vita seria, che
era l’altissima virtù del paganesimo. D’ora in poi, tra ludi e religione,
tra svaghi e morale si instaura una contraddizione
insanabile, e ne risulterà un inguaribile spirito di ipocrisia, un divaricarsi
tra predica e pratica, che accompagnerà tutta la civiltà cristiana.
Più
tardi, negli anni intorno alla caduta dell’impero d’Occidente, Salviano, vescovo
di Marsiglia, tornerà su questo tema definendo, con amaro gioco di parole, “i
pubblici ludi ludibrio della nostra vita”; e, dando ai circensi la colpa della
decadenza di Roma (confondeva, semmai, la causa con l’effetto), aggiungerà:
“Tutto il mondo romano è misero e lussurioso. Chi, domando, è
povero e scherza; chi, aspettando la prigionia, pensa al circo; chi teme la
morte e ride? Noi anche nel timore della prigionia giochiamo e, posti nel
timore della morte, ridiamo. Potresti credere che tutto il popolo romano si sia
saturato di erbe velenose: muore e ride”. Questa strana
idea cristiana di una Roma che muore ridendo è un’altra vulgata storiografica,
seriosamente ripresa anche da tanta moderna
storiografia, a cominciare dal grande Gregorovius.
Eppure, come non vedere che nei ludi, mimesi gioiosa della virtus romana, si
esprimeva la nostalgia dell’antica
grandezza?
L’odio
teologico e i suoi guasti
La
polemica infuria ancora contro questa Roma prostrata. Agostino, vissuto nel
momento in cui Teodosio celebrava i fasti della sua intolleranza, esultava
perché l’imperatore “dall’inizio del suo stesso impero non cessò di aiutare la
Chiesa travagliata per mezzo delle sue giustissime e misericordiosissime leggi contro gli empi”: dove gli
avversari sono tali perché empi, e diventa misericordia
il minacciare pene perfino alle coscienze. Ma, ad
additare l’incoerenza delle accuse cristiane, valga la polemica di Agostino
sulla pena di morte. I pagani, diceva, sogliono uccidere, mentre “i cristiani
non uccidono nessuno”. Peccato che subito dopo aggiungeva una tremenda riserva,
che ricorda le minacce di Teodosio e risuona tanto più torva dopo le tremende
stragi gotiche di Roma, che lui e i
suoi cristiani avevano rimpianto che non fossero state totali, una shoah, contro i
pagani: “non uccidono nessuno, eccetto quelli che Dio
comanda di uccidere” (exceptis his, quos Deus occidi iubet). E, a scanso di
equivoci, ripeteva e precisava: “Eccetto dunque quelli che o una legge
giusta generaliter o la stessa fonte
della giustizia, Dio, specialiter comanda di
uccidere...”. E che altro è questo presunto comando di
Dio, se non l’arbitrio di quelli che si autoproclamano
suoi rappresentanti in terra?
Questo
sadismo teologico, che uccide negando di uccidere, è cosa esclusivamente
cristiana: si ricordi il decreto romano, citato da Plinio il vecchio, ne homo immolaretur. Ma in Agostino c’è
anche dell’altro. Quante volte si è scritto che il cristianesimo ha abolito la
schiavitù? Ebbene, eccolo ancora: “Si comprende che la
schiavitù è imposta a buon diritto al peccatore... La prima causa della
schiavitù è il peccato”. E il peccato, secondo lui e comunque da Teodosio in poi, è anzitutto il credere in un dio
diverso da quello predicato dal beatissimo apostolo Pietro, e imposto a tutti
dall’imperatore. E pensare che già Seneca aveva scritto, e Macrobio
ripetuto: “Ma perché tanta ingiustificata avversione per gli schiavi? Come se
non fossero uguali a te... Sono schiavi, anzi uomini.
Sono schiavi, anzi compagni di servitù, se rifletti che la sorte esercita sugli
uni e sugli altri il suo potere in ugual misura”. Agostino è stato uno dei grandi padri
della Chiesa, che da lui ha appreso per secoli le ragioni della sua fede e dei
suoi comportamenti, anche su queste due questioni di principio, quali la pena di
morte e la schiavitù.
E
se, a riprova, mi è qui concesso un diretto riferimento a quell’oggi, che ho cercato di dimostrare nato in quel IV secolo, ecco il nuovo Catechismo della Chiesa cattolica,
dell’11 ottobre 1992, sancire il diritto e il dovere della legittima autorità
pubblica di infliggere pene proporzionate alla gravità del delitto, senza
escludere, in casi di estrema gravità, la pena di morte: una sentenza pubblicata
nel fervore delle iniziative mondiali per abolirla. E sarebbe poco, se poi non
si intendesse giustificare questa tesi spiegando che
“nei tempi passati, da parte delle autorità legittime si è fatto comunemente
ricorso a pratiche crudeli per salvaguardare la legge e l’ordine, spesso senza
protesta dei pastori della Chiesa, i quali nei loro propri tribunali hanno essi
stessi adottato le prescrizioni del diritto romano sulla tortura”. Come dire che la colpa è del diritto romano: eppure la Chiesa,
mentre lo assumeva tranquillamente per questa parte omicida, ne stava
cancellando ogni traccia nella tradizione culturale e nella sua mimesi
ludica. Ma il paragrafo del Catechismo continua: “Accanto a tali
fatti deplorevoli, però, la Chiesa ha sempre insegnato il dovere della clemenza
e della misericordia: ha vietato al clero di versare il sangue”: certo,
lasciandolo materialmente versare per secoli, su sua indicazione e sotto la sua
supervisione, al braccio secolare dello Stato, e addirittura santificandolo come
auto da fé,
atto di fede.
E a
proposito del diritto romano, come non ricordare che il cristianesimo dove non
ha potuto distruggere tutto ciò che era pagano, se lo è accaparrato?
Giustiniano, questo imperatore che, secondo Procopio,
era “praticamente analfabeta, cosa che non si era mai vista nell’impero
romano..., e che nella lingua, nell’aspetto esterno e nella mentalità si
comportava come un barbaro”, ordinata la raccolta delle leggi romane (c’è forse
qualcosa di più pagano?) la intitolerà al nome di Cristo: Prooemium de Confirmatione
Institutionum, In nomine Domini nostri Jesu Christi...”. Che impudente falsificazione storica!
Il cristianesimo o cancella o si accaparra quanto di vitale c’è nel paganesimo:
accoglie l’eredità delle sue leggi, proibisce o santifica i suoi ludi, trasforma
i templi in chiese, come in “Santa Maria sopra
Minerva”, sostituisce gli dèi con angeli e santi,
chiama il papa Pontefice Massimo, occupa la sua sede, fuori della quale e senza
la quale il vescovo di Roma non sarebbe papa.
Certo,
la società imperiale romana,
che già ai tempi di Livio “soffriva per la sua stessa
grandezza”, era ormai giunta al culmine di una gloriosa e tremenda parabola
storica. Eppure, essa ha conservato agli occhi della storia un suo fascino, non
solo per la sua grandezza, ma anche per una virtù che la fece apparir bella agli
uomini del Rinascimento, e che le successive società cristiane hanno per sempre
perduta: la coerenza tra l’ideologia e il costume di
vita, tra la doctrina e i mores.
Per
un nuovo politeismo laico
Concederò
volentieri che questo mia critica della vulgata
storiografica non è tutta la storia né del paganesimo né del cristianesimo.
È
tuttavia un aspetto non confutabile della loro storia, che ho documentato con
atti e parole non occasionali ma coerenti dei loro protagonisti: se non lo si assume, non si capisce niente. So bene, d’altra parte,
che questo cristianesimo intollerante e ipocrita ha tuttavia rappresentato un
momento alto della storia umana, vivendo al suo interno aspre contraddizioni (il
bene e il male si annidano dappertutto): so che il suo “dare a Dio quel che è di
Dio” può aver rappresentato una rivendicazione di libertà delle coscienze; so
che in suo nome, accanto alle infamie del potere, ci sono le opere oneste e gli
affetti profondi di tante persone che si sono proclamate cristiane. Tuttavia, è
pur vero che esso (soprattutto in ciò che fu in quel determinante secolo IV) non è in grado di evocare alcuna
coerente immaginazione storica di bellezza o di grandiosità, come la evocano
l’antica Grecia e l’antica Roma. Certo è che il cristianesimo non ha migliorato
il mondo, non ha reso gli uomini migliori e, per quel tanto che può avere avuto
di intimamente sovvertitore, diciamo pure di rivoluzionario, è stato, come
sempre nella storia, una rivoluzione accaparrata da un nuovo potere.
È
così che la storia fa sempre un passo avanti e uno indietro: un passo avanti
nello sviluppo, uno indietro nelle sue contraddizioni.
Vorrei
concludere auspicando quello che – riecheggiando il
nouveau christianisme
socialista di Saint-Simon di due secoli fa – potrei
chiamare un nuovo paganesimo, o un nuovo politeismo laico: cioè un pluralismo in
cui, credendo ognuno quello che vuole, come per Costantino e Simmaco, nessuno
pretenda di imporre all’altro, con la forza del potere, la propria parola come
parola di Dio. Che è la vera, anzi la sola “bestemmia
contro lo Spirito”: il solo spirito che positivamente conosciamo, quello
dell’uomo.
La
lotta contro questa imposizione dura da un millennio e
mezzo: ma è stata, appunto, una lotta. La storia d’Europa è storia non tanto del cristianesimo, quanto della perenne
lotta per la liberazione degli uomini dall’imposizione del cristianesimo come
potere “teodosiano” sulle
coscienze.
Questo articolo è lo sviluppo della relazione introduttiva al Convegno su “2004: una Costituzione laica per l’Europa”, tenutosi nella sala della Protomoteca in Campidoglio a Roma, sabato 9 febbraio 2002, per iniziativa della Società laica e plurale.