Dal politeismo al monoteismo 

di Mario Alighiero Manacorda 

 

Ogni volta che salgo qui in Campidoglio, mi piace dare uno sguardo, oltre che a Marco Aurelio, l’imperatore filosofo, ritratto a cavallo come guerriero ma col braccio levato in un ampio gesto di pace, anche ai musei capitolini, che ospitano il monumento sepolcrale di due tra gli ultimi rappresentanti del paganesimo, il console Pretestato e la moglie Paolina, morti nel 384 e 385 dell’era volgare. Nel monumento sepolcrale i due coniugi si rivolgono a vicenda alcuni versi scolpiti nel marmo, in cui lui esalta lei, “dedita ai templi e amica dei Numi, pudica, fedele, pura nella mente e nel corpo, benigna a tutti, utile ai Penati”; e lei esalta lui, che nei dodici dèi del culto romano vedeva il numen multiplex del dio unico, il Sole. Era lo stesso dio unico che anche Giuliano l’Apostata (la famiglia con lui imparentata dei Ciconii faceva anch’essa parte del circolo dei Saturnalia) aveva venerato come immagine di quel Dio padre, Zeus pater, a cui chiedeva di mostrargli “la via che porta su, verso di te”. Nella loro casa Macrobio immagina nei Saturnalia che in liberalia colloquia, alternando, come nel Simposio di Platone, seriae disputationes e qualche sermo iucundior, si rivisitasse la tradizione culturale “pagana”.  Tali erano questi ultimi “pagani”.

Parlerò del loro secolo, ma intendendo fare un discorso attuale, perché in quello si svolse e si risolse il conflitto tra “paganesimo” (una parola per me positiva, che userò da ora in poi senza virgolette) e cristianesimo. Nasce infatti allora, grazie al connubio col potere imperiale nella sua fase più autocratica, ereditandone la sede e in parte il potere, la forma del cristianesimo come religione rivelata, dogmatica e intollerante, che fa capo al papato romano; nasce allora l’antagonismo dei due poteri, ignoto al mondo classico, che, attraversando tutto il Medioevo e l’età moderna, è ancora oggi presente come rapporto conflittuale tra Stato e Chiesa. 

 

Il breve secolo IV  

Mi sia consentito rievocare brevemente i dati minimi della storia di questo secolo breve,  entro il quale inquadrare gli elementi della grande battaglia ideale.

Il secolo si apre con la vittoria di Costantino contro Massenzio a Ponte Milvio, nel 312, quando il cristianesimo, religione di pace, innalzò contro il labaro imperiale di Ercole la croce di Cristo come vessillo di guerra: In hoc signo vinces! Possiamo forse ignorare che l’esercito vincitore non era certo cristiano, dato che fino al giorno prima non sapeva nulla della visione cristiana del suo comandante? E che ambedue gli eserciti erano composti di mercenari? Al momento del congedo i veterani acclameranno Costantino col grido rituale: “Dei te nobis servent”, al plurale: e solo due secoli dopo il Codice di Giustiniano lo correggerà al singolare. Come è noto, subito dopo la vittoria, nel 313, Costantino promulgò il suo famoso editto: non cristiano, si badi, ma pagano, almeno nella forma, e perciò politeistico, “di tolleranza”; ma presto il suo esito pratico sarà l’intolleranza, una religione imposta a forza, grazie all’alleanza tra potere imperiale ed ecclesiastico. Poi, nel 330, trasferiva la capitale dell’impero a Costantinopoli, lasciando quella Roma che era la roccaforte dell’aristocrazia senatoria pagana, e dove si affacciava nel papato un potere alleato ma rivale. Intanto, non a caso solo ora, sotto l’egida del potere imperiale, nei primi concilii ecumenici di Nicea nel 325 e di Costantinopoli nel 381, il cristianesimo definiva la sua teologia e la sua struttura autocratica.

A questo consolidarsi del cristianesimo come potere si oppose, tra il 361 e il 364 il breve tentativo di Giuliano “l’Apostata”, cui dopo la nuova repressione cristiana seguì, qui in Roma ma anche in Atene e Alessandria, una breve rinascita pagana, che ebbe nel circolo romano dei Saturnalia una sua alta espressione. Ma nel 396, mentre la repressione imperiale si esprimeva in una serie di duri editti, nella battaglia sul fiume Frigido, ai confini nord-orientali d’Italia, il “pacifico” cristianesimo con Teodosio vinceva ancora una volta in guerra; e nel 409, il sacco di Roma a opera dei visigoti cristiani di Alarico metteva l’ultimo sigillo.

Questi gli eventi essenziali di quel secolo, decisivo anche per noi: e con millenni di storiografia, archeologia, antropologia culturale, sociologia eccetera, ancora non sappiamo spiegarci compiutamente perché il cristianesimo abbia vinto, e perché in guerra. Scartando, ovviamente, la vacua ipotesi dell’intervento divino con le sue miracolose visioni e i massacri in guerra, dobbiamo domandarci: quali furono queste cagioni? Forse, entro le complesse questioni socio-economiche della crisi generale dell’impero, la forza di attrazione della iniziale connotazione rivoluzionaria del cristianesimo? O, di là dalla casualità delle guerre, la sempre più profonda divisione tra intellettuali e popolo, che lasciava gli intellettuali pagani in una solitaria difesa della tradizione, dall’apparenza conservatrice? O una superiorità culturale e morale del monoteismo cristiano sul politeismo pagano? 

 

Dal mito al dogma 

Cerchiamo di capire come si svolse la battaglia delle idee in quel decisivo quarto secolo.

Una vulgata storiografica, che ancora rispecchia le idee dei vincitori cristiani, continua a tramandarci un’immagine dominante: da una parte politeismo, dall’altra monoteismo: romani politeisti e intolleranti, cristiani monoteisti e tolleranti; romani persecutori e cristiani perseguitati; romani dediti ai circensi e cristiani dediti alle chiese, gli uni feroci e gli altri miti, e così via. Che gratificante immaginazione storica! Ma è credibile? In realtà questa vulgata è da rovesciare: ma per farlo dobbiamo cominciare dal chiarirci le idee su politeismo e monoteismo.

 Riprendendo la paradossale definizione delle idee platoniche che Croce riferiva di aver ascoltato da un vecchio filosofo napoletano, potremmo suggerire una cautela preliminare: non fare di politeismo e monoteismo dei “caci cavalli appisi”, cioè non elevare questi nomi o astrazioni a enti, dando loro la consistenza materiale di cose reali, appese sopra le nostre teste. Questi nomi o etichette altro non sono che allusioni, di cui ci serviamo in ogni campo della ricerca culturale, presupponendo un comune loro significato nelle menti dei nostri interlocutori. Ma guai a dimenticare che sotto di essi vivono, in determinate condizioni sociali e culturali, persone vive, diverse tra loro, e in sé contraddittorie; e guai ad attribuire loro una connotazione positiva o negativa. Tuttavia continueremo a usarli, magari tra virgolette ideali, purché con questa consapevolezza.

Si può dire in sintesi che il politeismo rappresenta una concezione analitica, il monoteismo una concezione sintetica dell’universa natura, anche se né l’uno né l’altro si esauriscono in queste forme. Il politeismo, infatti, si presenta a sua volta in un duplice aspetto: da una parte come culto di una molteplicità di presenze o forze naturali, cielo e corpi celesti, terra e mari, monti, laghi, fiumi, sorgenti, boschi, e le manifestazioni atmosferiche e così via, premesse della nostra vita, concepite come manifestazioni divine; dall’altra, come molteplicità diffusa di culti etnici monoteistici, in cui ogni popolo venera i propri  progenitori o fondatori o eroi eponimi, in perenne confronto, competitivo o meno, tra loro. E anche il monoteismo presenta una sua duplice natura, da una parte come rinvio, di là dalla moltitudine delle manifestazioni naturali, a un loro principio unico; dall’altra, come una forma intollerante del politeismo diffuso, ma “geloso” (la definizione è di Mosè), per cui il proprio dio appare a ciascuno superiore agli altri, quindi l’unico vero. In questo caso, la superiorità intellettuale e morale, nelle menti degli uomini reali, dell’una o dell’altra versione della religione, quella politeistica o quella monoteistica, sarebbe tutta da dimostrare: né, d’altronde, si scriverebbe così la storia della filosofia.

Tipico, in concreto, l’esempio dell’incerto procedere degli ebrei tra politeismo e monoteismo. Sì, c’è nella Genesi la presenza di un dio unico, ma talmente confusa che in realtà si vedono due dèi diversissimi, l’uno creatore per la forza della parola, l’altro un signore di terre aride, che attende chi gliele irrighi e coltivi. Ma è poi politeista il patriarca Abramo che si confronta con gli dèi di altri re, ricevendone la benedizione e pagando loro le decime. E tra gli ebrei compaiono perfino piccoli dèi etnici, lari o penati, come tra Labano e Giacobbe, zio e nipote, che dichiarano:  “Il dio di Abramo e il dio di Nacor siano giudici tra noi”. E Mosè, dovendo dare alla “masnada promiscua e raccogliticcia”, fuggita con lui dall’Egitto, un dio etnico e “geloso” che ne facesse un popolo, impone, con una guerra civile, il precetto “Non avrai altro dio fuori che me”, che è tutto meno che monoteistico. E durante la monarchia il culto del dio unico – evidente proiezione in cielo del monarca terreno – si affermerà con le armi nella lotta contro i culti delle alture, dove si veneravano gli dei etnici dei clan. E l’ambiguo processo dal politeismo al monoteismo si compirà al ritorno dalla cattività babilonese, quando, con Esdra e Neemia, sotto l’influsso del dio unico dei persiani di Ciro, Jahvè sarà insieme il dio unico del cielo e della terra e il dio geloso del popolo ebreo: e, purtroppo, sarà anche l’emblema di un razzismo teologico che spingerà a ripudiare mogli e figli dei connubi babilonesi.

 Come per gli ebrei, politeismo e monoteismo appaiono sempre variamente intrecciati, e possono mostrarsi ora tolleranti ora intolleranti. Resta comunque che, in generale e fuori dai momenti conflittuali,  il politeismo è convivenza di più dèi, e perciò tendenzialmente tolleranza religiosa e accoglienza di culti altrui; il monoteismo è troppo spesso un culto geloso e magari aggressivo (o missionario). In che modo, allora, una società politeistica come quella romana, abituata ad accogliere nel proprio Pantheon tutti gli dèi, sarebbe stata intollerante? E in che modo, invece, un culto monoteistico avrebbe rappresentato una nuova e più profonda libertà?

Venendo a  Roma, la sua storia mostra un ininterrotto susseguirsi di quelle che Cicerone chiamavainsitivae doctrinae”, cioè culture o religioni trapiantate o importate, a cominciare dalla etrusca e dalla greca: insitiva la doctrina, romani i mores, diceva. Anche il cristianesimo era una insitiva doctrina, un mito straniero, peregrinus: che però fu respinto. Perché diverso dagli altri? E in che cosa? Per il suo monoteismo, per i costumi, o per che altro?

Il paganesimo ellenistico-romano, almeno al livello colto degli intellettuali, tende sempre più, magari anche sotto la spinta cristiana, ad essere altrettanto monoteistico; mentre a livello popolare, e non solo, il cristianesimo appare fin troppo politeistico. Pagani e cristiani non si differenziavano molto, anche perché non c’era, se non nell’oleografia, un tipo unico dell’uno e dell’altro, e molti esitavano nel decidere quale nome o etichetta darsi, e magari si ricredevano. E gli stessi cristiani si dividevano in sètte, definite a vicenda eretiche, che si combattevano con ferocia pari a quella usata contro i pagani. E credevano anche loro nella reale esistenza degli dèì pagani, sia pure come idoli o demoni: Tertulliano definiva il circo tempio di tutti i demoni, e di fronte a questa mentalità il più riflessivo Cipriano dové scrivere un libro per spiegare che gli idoli non esistono, Quod idola non sint. E allora, dov’era la diversità?

Sembra a me che la diversità tra pagani e cristiani stia non tanto nell’opposizione tra i due “caci cavalli appisi” del politeismo e del monoteismo, quanto in un diverso atteggiamento mentale nei riguardi della religione, dell’uno o dell’altro tipo. Ciò che per i pagani è mito, per i cristiani è dogma: e qui è il discrimine tra tolleranza e intolleranza. Per dirla con Platone, il mito, cui si ricorre quando la ragione non basti a spiegare le cose, è una immaginazione plausibile, che comunque lascia aperta la ricerca, anche se poi “solo Dio sa se questa immaginazione risponda a verità”. Questo gli intellettuali pagani lo sanno bene: Giuliano l’Apostata, discutendo con Eraclio, spiega che i miti “vanno intesi in misura più che umana, non credendo semplicemente ma indagandone il significato riposto”; e del suo stesso discorso lascia incerto se “sia mito o discorso vero”; e si mostra addirittura insofferente di dover ricorrere al mito: “Costringi anche me a farmi inventore di miti”. Il mito è fantasia e ricerca, e perciò tolleranza; il dogma, ignoto alla tradizione classica, è immaginazione cristallizzata in verità assoluta, è preclusione di ogni fantasia, e perciò intolleranza. Ma i cristiani trasformano il mito in verità, la verità in dogma, e il dogma in imposizione a tutti con la forza del potere. È questa, storicamente, la differenza essenziale tra paganesimo e cristianesimo.  

 

La tolleranza politeistica dei pagani 

Tollerante era la religiosità romana: e lo mostrerò con le parole dei suoi protagonisti. Comincerò anzi da tre testimonianze risalenti al III e al II secolo a.C., provenienti dagli stessi romani, dai greci, e dagli ebrei.

 Se è vero che in Roma, come presso tutti i popoli, non mancarono sacrifici umani in nome della religione, come quelli delle vestali sacrificate per le loro inadempienze rispetto al rito, è pur vero quanto ci narra Plinio il vecchio, che nel 287 a.C. i romani, primi tra tutti i popoli, nell’emendare l’antica legge delle XII Tavole, abolirono “quei sacrifici mostruosi nei quali era considerato cosa religiosissima uccidere un uomo”, sancendo “che nessuno fosse immolato” (ne homo immolaretur), cioè condannato a morte per motivi di religione. Un grande principio, mai rispettato dal cristianesimo dalla sua ascesa al potere in questo IV secolo fino a ieri, quando il potere statale gli è stato finalmente tolto. E anche più chiare sullo spirito di tolleranza dei romani le testimonianze greche ed ebraiche. Gli ambasciatori della Locride, teste Livio, li onorarono perché “non solo veneravano i loro dèi, ma accoglievano e veneravano con anche maggiori onori gli dèi degli altri”. E gli ebrei, nei due libri dei Maccabei, deuterocanonici ma storiograficamente di grande interesse, li ammiravano non solo per la loro potenza, ma anche “perché accordano amicizia ai popoli, e non c’è in loro né invidia né gelosia”: cosa che, detta da cultori di un dio “geloso”,  si riferisce chiaramente alla religione.  Ma è da dire che, in una città che Livio definiva “religiosissima” soprattutto nei momenti duri delle guerre, in generale gli intellettuali romani furono, semmai, piuttosto scettici o indifferenti: consideravano la religione un insieme di miti tradizionali da rispettare come la propria irrinunciabile eredità culturale, ma da ripensare in privato liberamente. Si pensi, come esempi del loro atteggiamento, all’epicureo Lucrezio, il quale cominciava il suo poema con la stupenda invocazione a Venere, insieme “genitrice degli Eneadi” e immagine della rigogliosa natura, ma denunciava poi ogni mentalità religiosa, al punto di esclamare: “Quanti mali la religione poté persuadere!”; e laicamente pensava: “Dio è che il mortale aiuti il mortale, e questa è la via verso l’eterna gloria”. Si pensi al sentire panteistico di Virgilio, col suo evocare lo Spiritus vivificante e la mens chediffusa per le membra, agita l’intera mole e si confonde con gran corpo”. O a Ovidio, che all’inizio del gran poema sulle Metamorfosi, capolavoro del politeismo come fantasiosa lettura analitica della natura, ripercorre i due miti orientali delle origini con formulazioni identiche a quelle della Genesi biblica, ma segnandone apertamente la diversità: “Sia vero questo racconto o l’altro”. E qui c’è da domandarsi: ma perché ci siamo dimenticati di Ovidio e abbiamo voluto ricordare soltanto quel grandioso ma stupido mito della Genesi, e farne un dogma? E si pensi poi a Seneca e alla sua riflessione morale, alta indagine interiore della coscienza, che gli stessi cristiani vollero accaparrarsi. Semmai, il limite di questi atteggiamenti è che segnalano una divisione tra intellettuali e popolo, che sarà non ultima cagione della sconfitta del paganesimo.

 Ma, per venire ad aspetti più concreti sulla diversità tra pagani e cristiani, ecco Cicerone disposto a credere negli dèi e in un cielo per le anime grandi (si quis piorum manibus locus...), che non credeva però negli aruspici. E Livio, un grande conservatore, che nella sua storia registrava attentamente le manifestazioni religiose in occasione di guerre e di ludi, e di fronte all’indifferentismo dei suoi tempi dichiarava: “A me, mentre scrivo di queste cose vetuste, non so come, l’animo mi si fa antico, e mi forza a ritenere degne di esser riferite nei miei annali le cose che uomini saggissimi intesero venerare pubblicamente”. Religiosità, dunque, solo in quanto rispetto per la tradizione. Perciò era loro incomprensibile il settarismo (oggi diremmo fondamentalismo) giudaico e cristiano, una superstitio. Plinio il vecchio, accomunando la religione di Mosè alle “sètte magiche”, parlava degli ebrei come di “un popolo insigne per il suo disprezzo verso gli dèi”; Svetonio di “una razza di gente di una nuova e malefica superstizione”; Tacito di “un popolo incline alla superstizione e contrario alle religioni”, che “nella sua ostinazione religiosa e nel suo odio accanito verso tutti... considera empio tutto ciò che da noi è sacro... disprezza  gli dèi e ha a vile la patria”. Dove patria significa ormai quell’impero che, ai tempi di Pretestato, Rutilio Namaziano esalterà dicendo, rivolto a Roma: “Hai dato a genti diverse una patria comune” (Fecisti patriam diversis gentibus unam). Ciò che appare intollerabile ai pagani è l’intolleranza degli ebrei e dei cristiani. E questi loro giudizi ci saranno ampiamente confermati dagli stessi cristiani, che se ne faranno anzi un vanto.

Più tardi, la battaglia delle idee tra pagani e cristiani ci è testimoniata egualmente dagli uni e dagli altri: sia dai neoplatonici come Plotino e Porfirio, che dai cristiani Tertulliano e poi Lattanzio e Arnobio, i quali riferiscono l’accusa rivolta dai pagani ai cristiani, di “venerare un uomo, per di più torturato e crocifisso da uomini”, di  “sostenere che un essere nato uomo e morto in croce era un dio”, di praticare nell’eucarestia, in cui il corpo mangiato preserverebbe l’anima nella vita eterna, un rito cannibalico, non giustificato nemmeno dalla sua intenzione mitologica o allegorica. E dai pagani, come ricorda Arnobio, veniva la domanda: “Se vi sta a cuore il culto divino, perché non venerate con noi gli altri dèi e non praticate in comune i riti religiosi?”. E il pagano Simmaco, amico di Pretestato nel circolo romano dei Saturnalia, nel chiedere la restituzione in senato dell’altare della Vittoria che l’imperatore Costanzo II aveva rimosso nel 357, chiariva il senso della religiosità pagana di fronte a quella cristiana riconoscendo che “ognuno ha i suoi costumi, la sua religione”, spiegando che “quasi tutti gli dèi, greci e romani e dei culti orientali, altro non sono che rappresentazioni del Sole”, e ammonendo che a comprendere “un segreto così grande non si può giungere per una sola via”: e infine, altro non chiedeva se non di “ripristinare quella condizione della religione che ha giovato a lungo allo Stato”.

Tale era il modo di vedere dei pagani, che proprio non capivano perché si volesse cancellare l’antica religione e imporne d’autorità un’altra. 

 

La tolleranza religiosa nella Roma imperiale 

Mi si dirà: d’accordo per gli intellettuali, ma il potere imperiale? Ebbene, anche il potere romano era rispettoso, anzi curioso delle religioni altrui: del resto, ciò faceva parte non solo del costume, ma anche di un progetto politico generale, di accaparramento del favore possibile di tutte le divinità, come avevano ben visto gli ambasciatori della Locride. E anche qui possiamo citarne alcune testimonianze.

 Secondo il racconto dello storico ebreo Flavio Giuseppe, già nel 64 a.C., Pompeo, espugnata Gerusalemme ed entrato nel tempio di Jahvè, non solo si astenne dal toccarne i tesori, ma reintegrò i sacerdoti e ordinò riti espiatori per la violazione compiuta. Cesare rinnovò l’antica amicizia del tempo dei Maccabei, e Augusto non solo consentì che gli ebrei “seguissero i loro costumi rispettando la legge dei loro padri”, ma concesse franchigie per le rendite del tempio. Adriano meditò di innalzare un tempio a Cristo e “dispose che in tutte le città si facessero templi senza immagini, detti appunto di Adriano”. E anche Severo Alessandro, che venerava Abramo, Cristo e Orfeo, voleva innalzare templi senza immagini, ma ne fu dissuaso dai consiglieri che lo ammonirono che il risultato sarebbe stato che alla fine tutti sarebbero andati ai templi cristiani. E, ancora, secondo il cristiano Paolo Orosio, nel 244, a celebrare il primo millennio dalla fondazione di Roma fu un imperatore cristiano, Filippo l’Arabo che, a quanto pare senza troppo scandalo, avrebbe perfino trascurato i riti pagani tradizionali.

Dunque, anche l’impero era incline a riconoscere libertà religiosa per tutti. E anche dopo Costantino e i suoi successori, duri persecutori dei pagani, Giuliano l’Apostata operò formalmente nel solco della tolleranza costantiniana, quando riaprì i templi pagani senza perciò chiudere le chiese cristiane. Vero è tuttavia che, nel ridar vita alla tradizione classica, egli impose che nelle università “tutti coloro che richiedono di insegnare... abbiano convinzioni non contrastanti con quelle che professano”: non si può, diceva, commentare poeti che parlano di Giove, e credere in Jahvè o in Cristo. Chiedeva, insomma, coerenza, lasciando ai professori cristiani la scelta “di andare nelle chiese dei galilei a esporre Matteo e Luca”. Moralmente ineccepibile: anche se c’è da temere che proprio questo suo intervento possa essere servito ai cristiani come un precedente da portare a conseguenze estreme di intolleranza.

Mi si dirà ancora: sì, d’accordo, non solo gli intellettuali romani saranno stati tolleranti, ma anche alcuni imperatori che possiamo definire intellettuali saranno stati rispettosi, ma le persecuzioni imperiali ci sono state, e sadiche, e feroci. Ahimè, sì: anche se la loro ferocia è parte non di una persecuzione religiosa, ma di una repressione politica in forme comuni a tutta l’antichità. E sorvolo qui non certo per reticenza: sono cose che sanno tutti a memoria, dato che, se non altro, fanno parte della vulgata storiografica. Ma non si possono trascurare altri aspetti, meno noti e certamente più veri.

Non si possono chiamare persecuzioni religiose le prime repressioni occasionali da parte di Tiberio, Claudio e Nerone, rivolte contro ebrei e cristiani che si azzuffavano continuamente tra di loro (adsidue tumultuantes): del resto, l’impero li conosceva assai poco, confondendo le due sette, ebraica pura ed ebraico-cristiana. Le persecuzioni ricorrenti verranno in seguito, nel generale inasprirsi delle tensioni sociali, di fronte alle insurrezioni legate spesso al nome cristiano, divenute endemiche; e soprattutto di fronte all’incomprensibile rifiuto cristiano degli dèi degli altri: un’offesa a tutti gli altri uomini, prima che una ribellione al potere. La persecuzione imperiale, feroce come tutti i rapporti di pace e di guerra allora (solo allora?), non è religiosa, ma politica: come quella già avvenuta in piccolo contro i baccanali, proibiti nel 186 a.C. col Senatus consultum de bacchanalibus, rivolto non certo contro Bacco, ma contro una licenziosità contraria al mos maiorum. Non si perseguitava la religione, bensì l’intolleranza cristiana verso tutte le altre religioni, il rifiuto di far parte della patria comune. Erano i cristiani a non volere gli dèi degli altri, non gli altri a non volere il dio cristiano: e di questa intolleranza, ripeto, i cristiani si vantavano.

segue


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