prima e dopo il diluvio... 

Casalinuovo: dopo il 13 maggio

 
Macaluso: DS stampella? Franchi: bagno d'umiltà
Ostellino: DS inutili ? Ferrara: il paese delle manette

fasi di un suicidio: il centrosinistra dalla sconfitta alle regionali alle leaderships improbabili

Forse è poco utile  seguire il teatrino di una politica avvitata su se stessa, incapace di suscitare non dirò entusiasmi, ma persino qualche speranza. Così l'attenzione  ( socialistiper )  si sposta verso una prospettiva, quella di una sinistra che torni ad avere un senso, che inevitabilmente ignora, o tutt'al più prende come occasioni di satira, cicciobelli  e buonisti,  carovane e finta sinistra oscurantista. Con il pianto nel cuore... 

 

 

Sulle difficoltà della democrazia americana

 

Verso le elezioni, tra malumori e cartapesta

La premiership: una vicenda (poco) esemplare

Come siamo bravi a farci del male, ovvero, se manca la politica..... La difficile vita del governo Amato, tra opposizioni e veltronismi

Quello che la sinistra non ha ancora fatto

BAGNO D’UMILTA’ DOPO LA GRANDINE

di PAOLO FRANCHI


La premessa è d’obbligo, ma non necessariamente scontata. Il fatto che la sinistra italiana sia al minimo storico, e quindi smarrita, preoccupata del presente e spaventata dal futuro, non deve (o non dovrebbe) entusiasmare nessuno. Nemmeno il centrodestra che le elezioni le ha sonoramente vinte, nemmeno Silvio Berlusconi che si appresta a governare il Paese. Un’Italia davvero europea, e davvero guadagnata, dopo tante traversìe, al bipolarismo e alla democrazia dell’alternanza, ha bisogno di una sinistra moderna, forte e ben radicata nella società che, proprio come negli altri Paesi d’Europa, sappia fare appieno la propria parte, e sia capace di esprimere, anche dall’opposizione, una vocazione maggioritaria. Questa sarebbe la sinistra che serve all’Italia, questa è la sinistra che all’Italia tuttora manca, e che forse continuerà a mancare per molti anni. I risultati elettorali - il 16 o poco più per cento dei Democratici di sinistra, ma anche il 5 per cento strappato da Rifondazione comunista, per non dire del modesto gruzzoletto di voti ottenuti, all’ombra del Girasole, dai Verdi e dai socialisti dello Sdi - sono a dir poco impietosi. Ma la durezza della sconfitta è niente, se la si raffronta alla rancorosa pochezza della riflessione, utilizziamo pure questo gentile eufemismo, sui perché della sconfitta medesima, ben compendiata dalle accuse, roventi e sprezzanti, rivolte da Nanni Moretti a Fausto Bertinotti. Se un intellettuale colto e disincantato, lo stesso che aveva quasi implorato Massimo D’Alema di «dire qualcosa di sinistra», non trova di meglio che additare in Rifondazione la «quinta colonna», e nei sorrisi compiaciuti di Bertinotti, novello Franti, la prova provata del tradimento, la situazione deve essere davvero grave. 
Sarebbe il caso però, contraddicendo il classico adagio, di cominciare a considerarla anche seria e, quindi, di valutarla seriamente. Non si va molto lontano affidando ai comici (professionisti o di complemento) il compito di impostare la campagna elettorale e ai registi quello di analizzare il voto dando voce, ma con l’autorevolezza delle indiscusse e indiscutibili autorità politiche e morali, ai (comprensibili) risentimenti della propria parte. Alla prima e alla seconda bisogna (decisiva anche per recuperare i voti che mancano all’appello) provvedevano un tempo, e presumibilmente dovrebbero provvedere tuttora, anzitutto i gruppi dirigenti politici. Ma che cosa succede quando i gruppi dirigenti latitano? Sotto la Quercia, ci pare, è proprio questo, e non da oggi, il problema principale. Ben compendiato nella vicenda di un segretario tuttora in carica che rischia meritoriamente tutto, sì, ma nella battaglia per il Campidoglio, e di un presidente che ha fatto altrettanto, sì, ma nella battaglia di Gallipoli. 
Narrano, e con ogni probabilità le cose stanno davvero così, che la partita, al Botteghino, si aprirà subito dopo i ballottaggi, e sarà una partita dura e vera. Benissimo. Tutto sta, però, a vedere di che partita si tratta. Forse l’ultima, e decisiva, tenzone tra i fautori del modello «democratico», più o meno all’americana, e i sostenitori della via socialdemocratica «di stampo europeo»? Sarebbe bene, naturalmente, che dopo dieci anni di ricorrenti interrogativi in materia, i Ds facessero finalmente una scelta, e adottassero un’identità. Ma chi propende per il partito democratico non può ignorare che la Margherita già gli somiglia da vicino e, fosse per Francesco Rutelli (e magari, domani, Romano Prodi), vorrebbe somigliargli sempre di più. E chi invece vorrebbe far partire anche in Italia il locomotore della socialdemocrazia dovrebbe impegnarsi nell’ardua impresa di spiegare con quali forze materiali e intellettuali intende farlo. 
Quelle che dettero vita (!?) alla Cosa Due davvero non bastano, neanche se corroborate dall’impegno diretto di Giuliano Amato. Di più: il tragicomico fallimento di quella (giusta) intuizione di D’Alema pesa come un macigno sulle ambizioni di D’Alema medesimo e, quel che è peggio, sulle sorti della (ipotetica) socialdemocrazia italiana. 
Dunque? Dunque da questo confronto di leader e di idee è molto difficile ripartire, e dal 16 per cento, senza mettere in discussione l’esistenza stessa di un partito denominato Ds. Ed è reale il rischio che la partita si traduca in un regolamento di conti, o in un qualche più o meno onorevole compromesso per salvare il salvabile in attesa di improbabili tempi migliori: tanto più nel caso che il congresso dei Ds si faccia, come annunciato, in tempi brevi. Resta tutto da stabilire, però, se questo sia un percorso obbligato. A noi, onestamente, non pare che le cose stiano così. Per paradosso, ma non troppo, proprio la vittoria indiscutibile di Silvio Berlusconi e del centrodestra offre ai Ds e a tutta la sinistra italiana, Rifondazione compresa, una straordinaria occasione per ripensarsi in profondità, dividersi, se occorre, ma sulle grandi questioni irrisolte che le sono di fronte; e magari ricomporsi, ma come una pluralità di forze capaci di dire la loro sulle sorti del Paese, non come una gioiosa macchina da guerra, uno scombiccherato mini Fronte popolare sempre in campo contro la reazione alle porte o, più prosaicamente, una macchina di potere che perde colpi. 
A tutti i dirigenti dei Ds, nessuno escluso, spetterebbe in questa prospettiva il compito più gravoso: quello di compiere un grande e pubblico atto di umiltà politica e intellettuale, e assieme di verità, verso la loro gente, la sinistra e la democrazia italiana. Non è certo tutta un fallimento, la storia del tentativo dei principali eredi del Pci di costruire in corsa, sulle ceneri del vecchio partito, ma anche sulle rovine del socialismo riformista italiano, qualcosa di simile a una sinistra di governo. Ma, nel complesso, il tentativo è fallito, come testimonia, prima ancora della sconfitta elettorale, l’impossibilità ormai quasi ufficialmente conclamata di candidare con qualche probabilità di successo alla guida del Paese un uomo di questa sinistra, nonostante il fattore K sia decaduto da un pezzo. E quindi chi, di questo decennio, è stato in un modo o nell’altro protagonista (dal partito, dal governo o da entrambe le collocazioni) non avrebbe che da fare un passo indietro, e riconsegnarlo con le sue luci, le sue ombre, le sue conquiste, i suoi vecchi e nuovi nodi irrisolti, a una platea, quella della sinistra italiana, tuttora più vasta, più ricca, più motivata di quanto dicano le tristissime percentuali elettorali e le ancora più tristi polemiche di questi giorni. Per aprire quella fase costituente cui la sinistra italiana avrebbe già avuto diritto dopo l’Ottantanove, e che da allora, con i risultati che sono sotto gli occhi di tutti, le è stata negata. E perché le leadership della sinistra si affermino dentro questo processo, dentro questa aperta lotta politica, non più con riti sempre più stracchi, non più nel chiuso di segrete stanze che hanno ormai perso oltretutto quanto restava del loro (periglioso)fascino antico. 
Illusioni? Può darsi. Ma dove portino certi eccessi di realismo la sinistra italiana ha già avuto modo di constatarlo il 13 maggio. 

Paolo Franchi 
Corriere della Sera
20 maggio 2001


Ascolto l’onorevole Folena che, a Porta a porta, si compiace ...


Ascolto l’onorevole Folena che, a Porta a porta, si compiace del successo della Margherita ai limiti dell’autolesionismo: se noi, Democratici di sinistra, avessimo raggiunto il 20 per cento e la Margherita l’8 o il 9, ne sarei felice per il mio partito, ma... Onorevole Folena, «ma, che cosa»? Così, il grottesco e la metafora prendono il sopravvento sulla realtà televisiva e politica e, ai miei occhi, la scena diventa un’altra. Il vecchio Pci che, steso a terra, sospira «come sono contento», mentre una giovane Dc, in guêpière di cuoio borchiato, gli passeggia sul petto con i tacchi a spillo. Dico a mia moglie: «Quest’uomo non passa la notte. Domattina lo troviamo accoltellato e la polizia rileverà sul coltello le impronte di D’Alema». E’ evidente che l’elegante nipotino di Gramsci non parla sul serio. Con il linguaggio da scuola di partito, sta prendendo per i fondelli noi telespettatori e i suoi alleati che, seduti al suo fianco, lo ascoltano opachi. Ma, se questo è il modo con il quale i Democratici di sinistra si apprestano a ripensare il proprio ruolo e quello del centrosinistra, alla luce della vittoria della Casa delle Libertà e della propria stessa sconfitta all’interno dell’Ulivo, allora, rinfodero le mie illusioni. La nascita di una sinistra laica, riformista, liberale è rimandata a data da destinarsi. 
Non è vero che, morto il comunismo, siano rimasti i comunisti, come semplifica Berlusconi. E’ vero, piuttosto, il contrario: scomparsi i comunisti, sopravvive il comunismo. Che non è più «una categoria della realtà» politica (la dittatura del proletariato) e economica (la socializzazione dei mezzi di produzione), ma rimane pur sempre «una categoria dello spirito». L’abitudine di fissare i canoni del «linguaggio politicamente corretto» e di definire out chi non vi si adegua; l’uso della «lingua di legno», che consiste nell’attribuire alle cose un significato opposto a quello che hanno nella realtà; la riscrittura della storia, o anche solo della cronaca del giorno prima, contro ogni evidenza, secondo la vecchia idea, come si diceva una volta in Urss, che «chi controlla il passato, controlla anche il futuro»; il disprezzo per l’avversario; la vocazione alla doppiezza; il vizio di raccontarle grosse (come il Cav.); la convinzione che ogni mezzo sia buono per battere «il nemico»; la prevalenza della tattica sulla strategia, prevalenza che, quando c’era ancora chi credeva al «luminoso avvenire», aveva almeno una sua leninistica giustificazione, mentre ora, dopo la caduta del Muro, non ne ha più alcuna; la conquista della maggioranza percepita come assalto al Palazzo d’Inverno; la tendenza a sacrificare i principi sull’altare del potere; il cinismo, neppure troppo mascherato; l’arroganza, come segno distintivo; l’utilizzo dei «compagni di strada» per il disbrigo delle cose sporche; l’equiparazione della propria perdita del potere a una «ferita» per la democrazia; l’incapacità, conseguente, di considerare l’alternanza un dato fisiologico di ogni sistema democratico; l’attribuzione delle proprie sconfitte al destino cinico e baro (il «tradimento» di Bertinotti, la congiura dei poteri forti, l’incapacità, per non dire la stupidità, degli elettori nel capire e apprezzare le buone ragioni). 
Personalmente, considero queste «categorie dello spirito» oltre che una eredità del passato, di cui i Ds dovrebbero liberarsi, una «malattia della ragione», culturale e politica, da cui sono afflitti. Ammesso che lo siano mai stati quand’erano comunisti, non penso, dunque, che i post-comunisti d’oggi siano un pericolo per la democrazia. Forse, sono più democratici, di certo non sono ancora diventati liberali. Del liberalismo non riescono a assimilare lo spirito di tolleranza, il principio di Voltaire «non condivido quello che dici, ma mi batterò fino alla morte perché tu lo possa dire». Dubito, quindi, che «con quella testa» capiranno mai che cosa abbia significato e ancora significhi, per se stessi e agli occhi degli altri, essere stati comunisti e, di conseguenza, perché l’elettorato moderato di centrosinistra preferisca a loro quella parodia della Democrazia cristiana che è la Margherita. In definitiva, perché, fatta l’orchestra, la musica la suoni la vecchia Dc. Così, mi pare che i Ds stiano diventando semplicemente inutili. Un citofono muto. Un bel patrimonio di intelligenze e di competenze che se ne va in fumo. 

Piero Ostellino

Corriere della Sera
20 maggio 2001


Macaluso: rischiamo di diventare la stampella della Margherita


ROMA - Decidere che opposizione si fa, focalizzare i problemi del Paese e decidere che cosa deve essere l’Italia dei prossimi anni. Poi si può decidere se è meglio il partito socialista, socialdemocratico o che altro. Così Emanuele Macaluso, direttore della rivista Le ragioni del socialismo , ragiona sui prossimi mesi del suo partito, i Ds. «Dopo cinque anni di congressi, di falsi congressi, di unanimismi, di sceneggiate siamo al punto di partenza: senza strategia, ci ritroviamo come eravamo alla vigilia della Cosa2. Quella è stata un tatticismo ed infatti è abortita, il partito ha giocato il suo futuro all’interno del gruppetto dirigente autoreferenziale: io segretario, tu a Palazzo Chigi, poi cambiamo, poi io presidente, tu a Roma. Ma come hanno potuto D’Alema, Veltroni, Mussi, Angius e Folena pensare che il paese capisse questi giochetti». E allora ci vuole «nuova qualità della politica, a partire dal Parlamento». Per Macaluso i Ds dovrebbero anche contestare l’investitura di Rutelli a leader del centrosinistra: «Quando un candidato premier perde non è che immediatamente viene candidato alle prossime elezioni, di solito si dimette. Non lo ha fatto Berlusconi, ma lui è il padrone del centrodestra». L’errore fatto dal partito è stato anche quello di non difendere Amato e con lui l’attività dei cinque anni di governo: «Ci dicevano che con lui avremmo perso, mentre un leader di centro avrebbe vinto. Non è vero». E allora ci vuole un congresso vero: «Un congresso con delle alternative politiche». 
Fassino segretario? «Vedremo, mi colpisce che si parta con una candidatura già precostituita prima del congresso. È stato il vice di Rutelli e anche lui ha perso. Ci vuole un gruppo di persone che prepari il congresso, e al congresso devono parlare gli iscritti, non solo il gruppetto dirigente». 
Macaluso pensa ad un partito più ampio, «che raccolga anche gli altri riformismi laici e cattolici all’interno della tradizione del socialismo europeo e in cui Amato sia la figura di raccordo tra le diverse anime». Anche davanti al successo della Margherita che comunque ha attratto i voti di molti moderati ritiene che «anche in altre esperienze europee per fare una sinistra a vocazione maggioritaria si sono incontrate esperienze diverse. Un esempio per tutti quello di Delors in Francia». Eppure a parte i cattolici e la Margherita neppure i socialisti di Boselli vogliono partecipare al progetto che sognano Amato e D’Alema: «Allora la sinistra italiana sarà condannata ad un’azione minoritaria. Ma chi non accetta questa prospettiva deve lavorare per evitare che alla fine andiamo a fare la stampella della Margherita. Io questa prospettiva non l’accetto». Il timore di Macaluso è la deriva nel sinistrismo: «Quello di Micromega , quello delle procure, quello di certa tv». 

Corriere della Sera
18 maggio 2001 


LA SINISTRA DOPO 1L 13 MAGGIO

di  Mario Casalinuovo


I commenti ai risultati elettorali possono esser tanti; ma la verità è soltanto una: il centro destra ha vinto, riuscendo a conquistare larghe maggioranze sia alla Camera e sia al Senato. Per essere più precisi ha vinto "Forza Italia" e per essere ancora più precisi, ha vinto Berlusconi, al quale, però, da oggi in avanti si potranno aprire problemi importanti anche con i suoi alleati. Si può davvero dire, infatti, che il premier ha assorbito più a destra che a sinistra. Ed infatti: la Lega, che non ha superato lo sbarramento del 4%, ha già annunziato, quasi minacciosamente, la sua richiesta: attenderà cento giorni per la nuova legge sulla "devolution" e poi si vedrà. Casini e Buttigiione (il "Biancofiore) masticano amaro. I loro partiti non hanno neppure superato lo sbarramento dei 4% ed i loro sorrisi televisivi sono palesemente forzati: perché se è vero che hanno un buon numero di parlamentari nell'ambito della maggioranza, è pur vero che questi sono stati eletti dalle truppe berlu


sconiane in seguito agli accordi pre - elettorali sulla ripartizione dei collegi, ed a quella massa di elettori dovranno rispondere. Rimane Fini che ha perduto oltre tre punti in percentuale. Anche lui sorride furbescamente e dice: meglio perdere tre punti ed essere nella maggioranza. Certo, avrà voce in capitolo più degli altri. Ma possiamo definire la coalizione vincente più di destra che di centro destra? Io ritengo di si, se il "centro" era o avrebbe dovuto essere rappresentato dai "Biancofiore" dimezzato e non certamente da Fini. Si può rispondere che il centro è Berlusconi. Si può dir tutto ma iaffermazione non è credibile, e tanti osservatori, che hanno analizzato le proposte politiche del prossimo presidente dei Consiglio dei Ministri, la respingono. 
Penso che Berlusconi, con Fini, dovrà fare altri conti. La Lega insiste per la "devoluzione". Ormai tutti dovrebbero sapere di cosa si tratta perché se ne è parlato tanto prima della campagna elettorale, anche a proposito degli annunziati referendum delle regioni forti del Nord, e durante il dibattito tra le opposte parti. Debbo ricordare, e mi sembra il caso di farlo, che il federalismo che si vorrebbe dal centro destra, sotto la spinta della sua parte più estremista non è possibile realizzarlo senza modificare la prima parte della Costituzione. Ma Bossi insiste e minaccia: e non si dimentichi che è stato un secessionista, e non penso che, pur tanto ridimensionato, abbia modificato del tutto le sue idee. Voltò le spalle, lo si ricordi, quando sentì suonare l'inno nazionale. Ora che la sua forza non è quella di un tempo l'ira contro il suo alleato può renderlo più esigente, tenuto conto, peraltro, del "patto segreto" con lui contratto e che tuttora non si conosce.
Ma Fini cosa dirà? Il suo partito, "nazionalista" da sempre più di ogni altro, può consentire che l'Italia si spacchi e che le Regioni forti del Nord diventino sempre più forti a scapito di quelle più deboli del Mezzogiorno? E dimenticherà la chilometrica bandiera tricolore sventolata a Milano in lungo e in largo prime della manifestazione con il suo comizio elettorale? Io non lo credo.
Intanto, è opportuno ricordare il dato politico che non può sfuggire principalmente per la forza che si è concentrata sui candidati di Forza Italia. E' un dato politico riferito alla legge elettorale: si è accentuata palesemente la parte maggioritaria della legge che ha dato conseguentemente un risultato "bipolare". Fatto positivo che dovrebbe oramai render tutti convinti (lo diciamo da più tempo) della impossibilità di un ritorno al sistema proporzionale. Bisogna pensare, piuttosto, a rendere più efficiente, con la più opportuna riforma maggioritaria il sistema elettorale, evitando così la proliferazione dei partiti o dei movimenti politici che è valsa soltanto a creare confusione ed incertezze. Basta, ora, guardare il grafico: Casa delle Libertà a destra, Ulivo a sinistra, Il bipolarismo è palese, nonostante i pochi "aggiunti", che sembrano davvero inutili.
E' cosi che la consultazione elettorale ha fatto giustizia dei "partitini" o dei presuntuosi, con tutto il loro carico di responsabilità. Sono del tutto caduti candidati e liste "Di Pietro", candidati e liste "D'Antoni". Sono caduti anche, nel proporzionale, i piccoli partiti del centrosinistra che, da soli, non possono reggere ed i radicali pur dopo tanti sacrifici e pur battendosi per cause giuste e toccanti. Non è caduto Bertinotti, che torna in Parlamento con un piccolo gruppo, ma costretto a riflettere sulle conseguenze dei suoi errori.
E anche caduto il cosiddetto "Nuovo PSI" che ha raggiunto soltanto l'uno per cento. Non sarebbe il caso di aggiungere altro perché era un risultato scontato, considerando che non possono esistere, per ragioni storiche e politiche, "socialisti di destra". Quando il "Nuovo PSI" si costituì in Calabria, dissi: è una eresia ! Da noi, certo, ha avuto una percentuale maggiore per il traino del tutto personale di vecchi e bravi socialisti di un tempo. Ha avuto anche un eletto: al Senato, nel Collegio di Palmi, Franco Crinò, già consigliere regionale, candidato per la Casa delle Libertà, il quale andrà a sedersi, naturalmente, sui banchi di destra del Senato. Niente di male, in fondo, se alla Camera, sui banchi di destra si troverà seduto addirittura Bobo Craxi, eletto per la Casa delle Libertà in Sicilia. Peccato! Ricordo il padre con dolore e con la nostalgia dei tempi andati.
A sinistra i problemi sono tanti. Notevole balzo in avanti della "Margherita", nuovo soggetto unitario che sì è avvalso della appassionata campagna elettorale di Rutelli, e flessione al minimo storico dei DS. Nel maggioritario, sconfitte di ministri, di sottosegretari e di uomini di punta, a volte ripescati nel proporzionale. Eppure una attenta azione di governo ha portato l'Italia in Europa, ha risanato i conti pubblici, ha fatto acquistare all'Italia autorevolezza in Europa e nel mondo. Si intende: anche a sinistra è accaduto ciò che più facilmente si può rilevare a destra. Si è rafforzato lo schieramento politico del candidato premier e si sono indeboliti i DS; ma anche questo non basta. Perché ha certo fondamento quanto ha dichiarato Emanuele Macaluso "riformista" da sempre: "Un partito senza guida, con uno a Gallipoli, l'altro che corre per Sindaco a Roma, il responsabile del partito al Nord che si candida a Manfredonia: come si poteva ottenere un risultato migliore?". Tutto il 


peso, quindi, su Rutelli (che non era e non è il Cavaliere che comanda) ed in verità si è trattato di un peso eccessivo nonostante il suo grande ed ammirevole impegno. Rimane da aggiungere, ed è la cosa più importante, con tanta amarezza, che alla sinistra mancano i socialisti, sparsi lungo sentieri impossibili e prima sconosciuti, che hanno fatto disperdere a più antica tradizione della sinistra italiana. E' necessario assolutamente recuperarla: l'antica tradizione fatta dei vecchi valori sempre esistenti (vera democrazia, vera libertà, vera giustizia sociale) ed anche dei nuovi sui quali giustamente si insiste, valori che debbono sconfiggere la disoccupazione e le nuove povertà, che pur ci sono di fronte alle grandi ricchezze, delle quali a volte non si conosce neppure l'origine. Insomma, non è possibile che l'Italia non abbia un forte partito social - democratico che punti, con tutte le carte in regola, ad essere parte importante del partito socialista europeo. E forse non ha tort


o chi ha affermato che una sinistra aperta, libertaria, socialdemocratica e riformista, in Italia ancora non esiste. Bisogna affrettarsi a costituirla, o a rafforzarla se già esiste, perché, per om, si è dimostrata insufficiente. Si annunciano, con questo fine, interessanti iniziative a livello nazionale.
E non si dimentichi mai la importanza dell'Europa, della quale fa parte a sicuro titolo l'Italia. Fra poco, Berlusconi si ritroverà nel partito popolare europeo del quale fa parte, e vi tornerà con più forza, dopo il recente successo elettorale. Forse, in quel partito un po' di conti dovrà pur farli, portando nei suo nuovo bagaglio, non solo il successo elettorale, ma anche i messaggi scambiati, prima e dopo le elezioni, con la signora Thatcher e con il presidente Bush, del quale ha ricordato, condividendolo, il "conservatorismo compassionevole", che certo non può giovare nè all'Italia, nè tanto meno al Mezzogiorno e alla Calabria.

Mario Casalinuovo
17 maggio 2001


Alice nel paese delle manette


Molti inviati stranieri non colgono le ragioni della cosiddetta anomalia italiana. Perché per dieci anni si sono adagiati sulla vulgata unica del potere forte: la magistratura.


di  GIULIANO FERRARA 


Tutte le volte che gli inviati dei giornali stranieri chiedono conto dell'anomalia italiana, come fossero Alice nel paese delle meraviglie, c'è da stropicciarsi gli occhi, increduli. Parlo di quelli in buona fede, quelli capaci, non certi mozzorecchi che girano per gli angiporti del fanatismo ideologico europeo o dello snobismo senza principi. Ma davvero non sanno perché a sinistra, in Italia, c'è una coalizione che ha per anima il nome del socialismo europeo, ma non la sua sostanza e credibilità? Non hanno mai sentito parlare della sconfitta di Bettino Craxi, per mano giudiziaria e dell'incredibile caso che ne seguì? Sanno o non sanno che il socialismo riformista in Italia è andato in galera o in esilio, e che il vecchio apparato comunista, con i suoi uomini dal primo all'ultimo, ne ha preso il posto subitamente, usurpandone la tradizione politica in virtù di effettive ragioni storiche ma anche con tecnica sottile di dissimulazione, senza slancio, senza grandi e irreversibili rotture? Si saranno domandati, a proposito di anomalie, perché mai i Ds, che si considerano il socialismo europeo di casa nostra, non possono presentare alle elezioni la faccia del loro leader come candidato alla premiership, pur essendo di gran lunga il partito elettoralmente più forte del centrosinistra e pur avendo governato con il loro uomo forte, Massimo D'Alema, nel corso della guerra Nato in Kosovo? 

A pensarci bene, quel che va amichevolmente rimproverato ai guru dell'Economist, del Monde, della Süddeutsche Zeitung e degli altri grandi media europei non è ciò che scrivono o vedono adesso, bensì quel che non hanno scritto in questi dieci anni. Se si eccettua Italian Guillotine, il pamphlet critico verso Mani pulite di Stanton Burnett e Luca Mantovani, e qualche altra sporadica eccezione alla regola, non si conoscono testimonianze serie della straordinaria e controversa storia dei nostri anni 90, di cui queste elezioni e tutta l'estenuante battaglia intorno a Silvio Berlusconi sono il prodotto. Il grosso della stampa americana ed europea ha accettato per un decennio, sull'Italia, la vulgata unica del potere forte, cioè della magistratura: in Sicilia facciamo piazza pulita della collusione tra mafia, politici di governo e pezzi dello Stato, mentre da Milano mettiamo in manette i partiti corrotti del vecchio centrosinistra e i loro referenti nel mondo economico (e buttiamo via la chiave, tra un suicidio e una confessione). Spiace doverlo dire, ma un giornalismo che si vuole contropotere, definizione che mi ha sempre lasciato parecchi dubbi, non dovrebbe accettare la dittatura del pensiero unico del potere del momento. 

Ci sono giornalisti che vengono da paesi e da sistemi legali in cui l'idea di prendere un poliziotto come Bruno Contrada, sbatterlo in carcere preventivo per 31 mesi e poi processarlo con quell'abbondanza di teoremi e calunnie di pentiti, in assenza della benché minima prova, suonerebbe blasfema. 

Panorama
10/5/2001 


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