ECO La misteriosa fine del pianeta Terra
Uno studioso marziano racconta l’ascesa, il declino e l’improvvisa scomparsa della nostra civiltà nell’anno 2020
Recensione di Oaamooaa pf Uuaanoaa (Università di Aldebaran) Il titolo esatto di questa pregevole opera dello studioso marziano Taowr Shz, traslitterato nel nostro alfabeto di Aldebaran, suonerebbe a un dipresso Hg Kopyassaae e potremmo pertanto tradurlo come «L’enigma del XX secolo terrestre svelato attraverso documenti captati nello spazio dopo la distruzione di quel pianeta». Taowr Shz è antropologo spaziale conosciuto non solo in tutta la Galassia abitata, ma anche in alcune stelle della Gran Nube di Magellano e sua, lo ricorderemo, è l’opera famosa in cui alcuni anni fa aveva dimostrato in modo impeccabile come non potesse esistere vita organica sul Sole, proprio a causa dei processi di fusione fredda che ne costituiscono la massa incandescente. Curiosa situazione di un grande studioso, noto in gran parte dell’Universo, ma all’oscuro della sua notorietà perché, come i lettori sanno benissimo, mentre le nostre avanzate tecnologie ci permettono da gran tempo di captare messaggi provenienti dal sistema solare, il rapporto non è simmetrico, e pianeti anche di avanzata civiltà come Marte rimangono all’oscuro del nostro monitoraggio.
Per la conoscenza del sistema solare la mediazione di Marte è essenziale, perché i nostri sistemi ISC (Intrusione Spaziale Comunicativa) ci permettono di captare al massimo segnali provenienti da quel pianeta, mentre rimangono fuori dal nostro monitoraggio i corpi più interni del sistema, ovvero più prossimi al Sole, come la Terra, Venere, Mercurio. Peraltro lo stesso Marte è riuscito a captare segnali provenienti dalla Terra solo recentemente, e in particolare negli ultimi decenni, praticamente dopo che (a detta dei marziani) la vita sulla terra si è estinta. Quanto possiamo sapere sulla Terra ci proviene da una raccolta quasi casuale di notizie catturate, per così dire, dagli scienziati marziani, e da noi «scippate», se è permessa l’espressione, a quegli studiosi.
Il lavoro dei marziani, certamente basato su ardite congetture elaborate sulla base di dati molto lacunosi, è stato reso possibile dal fatto che, nei loro ultimi anni di vita, i terrestri avevano elaborato un sistema di comunicazione che copriva tutto il loro globo, detto nel linguaggio locale Internet. Ma inizialmente questo sistema si avvaleva di canali interni al pianeta, detti «cavi». Solo quando il sistema si è sviluppato via aria, e cioè grazie a un sistema cattura-redistribuzione via satellite, è stato possibile intercettare i segnali dei terrestri coi sistemi ISC marziani. Ma proprio quando iniziava una proficua raccolta di dati, ancora tutti da interpretare, la vita sul pianeta si è spenta, intorno a quell’anno che, secondo le cronologie terrestri, era definito come 2020.
La ricostruzione marziana era resa difficile dal fatto che il sistema di comunicazione terrestre detto Internet, emetteva qualsiasi tipo di dato e si presentava come impermeabile a qualsiasi nostro criterio di selezione. Potevano apparirvi notizie e immagini sul passato della Terra, dati probabilmente scientifici di difficile decrittazione (per esempio tutti quelli provenienti da una fonte chiamata www.bartezzaghi.com ), elenchi di opere di ultimissima pubblicazione (come quelli di tale Bibliopoly - the multilingual database of rare and antiquarian books and manuscripts for sale - dove per antiquarian books si deve probabilmente intendere «comunicazioni di immediata attualità»), manuali di studi anatomici avanzati sulle tecniche di accoppiamento terrestri in età antichissime (vedasi Penthouse.com e Playboy.com), messaggi criptati probabilmente emanati da servizi segreti (come per esempio «ti amo stronzo ....» o «ti giuro, forse mi era rimasto qualcosa sullo stomaco ...., non mi era mai capitato, ritorna ti prego. Lallo»).
Si noti inoltre che mentre era stato subito possibile captare messaggi alfabetici - per cui i decifratori marziani avevano abbastanza rapidamente elaborato dei manuali di traduzione (il primo termine decifrato era stato culo , inteso come «luogo generico dove si va a prendere qualcosa») più faticoso era stato captare immagini, da tradurre mediante un protocollo speciale, in quanto (si suppone) mentre la comunicazione verbale, sulla Terra, era di natura analogica, quella visiva era di natura digitale.
In ogni caso, per faticose e imprecise che fossero le congetture marziane, ecco che cosa era probabilmente accaduto sulla Terra. Da circa cinquemila dei nostri anni (probabilmente alcuni milioni dei loro) era fiorita sul pianeta una vita intelligente, rappresentata da esseri detti «umani» che, come confermano moltissime immagini successivamente captate, erano più o meno uguali a noi. Questa civiltà si era diffusa su tutto il pianeta costruendo curiosi agglomerati di costruzioni artificiali in cui i terrestri amavano vivere, e pertanto a un graduale depauperamento delle risorse naturali. In una fase molto vicina all’estinzione, si era prodotto un «buco» nell’atmosfera (assai simile alla nostra) che avviluppava l’intero pianeta, producendo successivamente un innalzamento della temperatura, lo scioglimento di grandi masse di H2O allo stato solido sulle calotte del globo, un graduale innalzamento di una grande massa di H2O allo stato liquido, e la scomparsa delle terre non coperte da H2O. Gli ultimi messaggi captati (e non ancora completamente interpretati) parlano di una «riunione di emergenza del G8 sui fiordi di Courmayeur» e di «incontro d’urgenza sui destini del mondo dei presidenti Umbala Nbana, Chung Lenin Gonzales Smith e di Sua Santità Platinette II nel porto di Monte Everest». Poi silenzio.
Come erano i terrestri prima dell’estinzione? Questo è il tema del libro di Taowr Shz che stiamo recensendo, anche se non possiamo direttamente sfogliare con emozione i suoi fogli di amianto. Dal mare magnum di Internet erano state catturate numerose immagini, che apparivano datate rispetto alla cronologia terrestre, e che pertanto possiamo assegnare ai vari secoli precedenti l’estinzione. Un’immagine detta Apollo del Belvedere ci dice che le loro adolescenti erano di corporatura snella e belle proporzioni, un Fornarina e un Flora di periodo più tardo ci illustrano la bellezza opima dei loro maschi (le terminazioni in «a» contrassegnavano nomi maschili, come Andrea, Patriarca, Sentinella, mentre le terminazioni in «o» designavano esseri femminili, come nel caso di Soprano o Virago) . Una rappresentazione detta Dejeuner sur l’herbe ci mostra femmine pudicamente abbigliate che siedono su un prato con efebi ignudi di gradevolissime fattezze. I terrestri chiamavano «fotografia» questi modi di rappresentare dal vivo altri esseri, mentre chiamavano «arte» il modo d’immaginare esseri inesistenti, come nel caso di una pittura di tale Einstein, fantasticato mentre mostra la lingua, o l’immagine di un guerriero muscoloso e agilissimo, detto Megan Gale, che osava arrampicarsi sui contrafforti di una antichissima costruzione in titanio.
Ma i Marziani erano convinti di avere intercettato solo immagini dei terrestri risalenti a molti secoli prima dell’estinzione. Sino a che, proprio pochi secondi prima dell’estinzione finale, avevano catturato molte immagini di un sito Internet ( www.moma.com ) intitolato The human image in the XXth century . Col che hanno realizzato di aver messo le mani (ovvero le loro antenne satellitari) sul solo documento che dicesse qualcosa sulle fattezze dei terrestri al declino della loro razza.
Evidentemente (come suggeriscono alcune altre intercettazioni) prima del «buco» nell’atmosfera i terrestri avevano abbondantemente attentato (per ingenuità o malizia suicida) alla vita del loro pianeta. La vita dei terrestri era già stata messa a dura prova da fenomeni di incerta natura detti «radiazioni atomiche», «gas di scarico», «Philip Morris», «diossina», «vacca folle», «talidomide», «Big Mac» e «Coca Cola». Le immagini di The human image ci dicono su come fosse decisamente degenerata la razza mentre si appressava all’estinzione, e sono certamente dovute a studiosi di anatomia e teratologia che non hanno avuto esitazioni nel rappresentare il disfacimento della specie.
Rappresentazioni attribuite a non meglio identificati «Espressionisti tedeschi» ci mostrano il volto umano ormai deturpato da tabi violacee, squamature, cicatrici. Tale Bacon ci rappresenta femmine (o maschi) con gli arti sviluppati solo in parte, e una carnagione giallo-ocra che consiglierebbe i medici di Aldebaran a ricoverare immediatamente il soggetto. Le rappresentazioni di tale Picasso mostrano come la degenerazione della specie avesse ormai influito sulla stessa disposizione simmetrica degli occhi e del naso su un volto umano. In certe zone, a credere alle rappresentazioni di tal Botero, gli umani in genere avevano abnormemente sviluppato una complessione sformata, con eccessi di materia grassa ed enfiagioni su tutto il corpo - mentre tale Giacometti ci mostra esseri androgini ridotti a meri scheletri. A credere a tale Grosz, gli esseri di un sesso (quale?) avevano praticamente perduto il collo, e la nuca si innervava direttamente sulle spalle, mentre a credere a tal Modigliani il collo si era allungato oltre i limiti del ragionevole, rendendo certamente difficile la statura eretta.
Che ormai la specie si fosse ridotta a moltiplicarsi in una serie di creature mostruose senza più regola, mostrano le immagini di tale Keith Haring; altre immagini di tali Boccioni e Carrà ci mostrano esseri che, tesi nella corsa o in qualche altro movimento, perdono il controllo dei propri arti, mentre il loro corpo si sfalda e si confonde con l’ambiente. La stessa struttura degli organi visivi doveva essere stata danneggiata dalle «radiazioni» perché molti di questi testimoni del loro tempo, mentre ci rappresentano una tavola con oggetti, una finestra, un angolo di casa, sono incapaci di vedere le superfici e i volumi nel loro giusto rapporto, e li percepiscono come scomposti e riassemblati in modo contrario alle leggi della gravità, oppure percepiscono un mondo liquefatto. Talora il blocco della percezione li porta a vedere solo superfici bidimensionali confusamente colorate. Appaiono esseri con gli occhi al posto del seno e la vulva al posto della bocca, umani col capo di animale cornuto, infanti deformi, tale Rosai vede creature minuscole e rattrappite sullo sfondo di una strada che ospita ancora costruzioni volumetricamente sostenibili. Una rappresentazione di tale Duchamp mostra un maschio di bell’aspetto sfigurato da due baffi femminili, segno evidente di una mutazione in atto.
Il terrestre del XX secolo attendeva ormai la morte del pianeta mentre la sua stessa struttura corporea si raggrinziva, storpiava, illanguidiva. Il libro di Taowr Shz ci documenta in modo evidente questo declino di una specie che aveva anticipato, nella deformazione del proprio corpo, il disfacimento del pianeta. È con animo perturbato e commosso che leggiamo questa testimonianza di orrore e di morte, che ci parla di esseri che erano un tempo come noi, e hanno coscientemente scelto la loro sventura.
L’ Almanacco del bibliofilo
Una cavalcata fantastica sulla produzione editoriale futura
L’ Almanacco del bibliofilo , annuale appuntamento per gli amatori dei libri antichi o comunque stampati con metodi tradizionali, ma anche per i cultori dei racconti brevi e di quelle che una volta venivano chiamate novelle, quest’anno propone la segnalazione di «alcune interessanti opere pubblicate dal 2002 al 2021, selezionate e descritte da arguti bibliografi». Insomma, attraverso le recensioni di quindici puntuali osservatori di quella che sarà la produzione editoriale futura - miracoli del pensiero umano in quest’epoca di miracoli tecnologici - conosceremo cronache, eventi e personaggi del prossimo ventennio a venire. Una di queste recensioni è opera di uno studioso marziano di cui «sa tutto» Umberto Eco, il quale nel suo racconto intitolato Prima dell’estinzione e che qui anticipiamo, tratta di un appassionante «enigma del XX secolo terrestre svelato attraverso documenti captati nello spazio dopo la distruzione del pianeta». Altro non aggiungiamo, perché è lo stesso Eco a svelarci i particolari di questa testimonianza, appresa, dice il celebre scrittore, «con animo perturbato e commosso».
L’ Almanacco , edito dalle Edizioni Rovello di Milano (tel. 02.866532) per conto dell’Aldus Club, l’Associazione internazionale di bibliofilia presieduta da Umberto Eco, quest’anno, oltre a quello che anticipiamo in questa pagina, ospita fantasiosi racconti di Giulio Andreotti, Annalisa Bruni, Gianni Cervetti, Matteo Collura, Giacomo de Antonellis, Oliviero Diliberto, Gianfranco Dioguardi, Curzia Ferrari, Antonio Mereu, Elio Palombi, Giuseppe Pontiggia, Mario Scognamiglio (curatore del volume e autore anche della nota di presentazione), Pietro Spirito, Armando Torno.
Corriere della Sera
28 dicembre 2001
Villaggio globale
FASCINO E PAURA DELL'ORIENTE
INTERVISTA CON MAXIME RODINSON di Mario Baccianini
Docente alla Sorbona di Parigi, il suo "La storia dell'Islam" ha contrassegnato un'epoca della storiografia europea. Suggestione delle immagini. Rodinson fruga nella straripante biblioteca, che invade ogni angolo del suo appartamento a rue Vanneau, Paris VIIème. Ne estrae un prezioso volumetto. È La vita di Maometto del conte de Boulainvilliers, un'edizione del 1731. Lo apre su una curiosa illustrazione: “Mahomet decouvrant sa servante au lit!”. Siamo in pieno secolo libertino. Le mogli di Maometto, abbigliate alla moda del XVII secolo, con grandi cappelli, lo sorprendono a letto con la sua domestica. Il Profeta è vittima inconsapevole di uno stato di ebbrezza. Fu così, racconta il suo biografo, che da allora decise di proibire il vino ai suoi correligionari. Boulainvilliers è un figlio dei Lumi. Ha un atteggiamento di ammirazione verso Maometto, alla maniera dei philosophes. Lo sviluppo dell'orientalismo, del resto, è stato favorito dalle Lumières. E l'esotismo, a sua volta, è nato con l'orientalismo e ne ha tratto impulso. Il Fascino dell'Islam, per riprendere il titolo di un libro ormai classico di Rodinson, ha segnato intere epoche della cultura europea. Pubblicato per la prima volta nel 1980 da Maspero, ha conosciuto una seconda edizione nell'89 (La Dècouverte). Oltre a una nuova prefazione, si è arricchito di un'appendice (Il signore borgognone e lo schiavo saraceno) dedicata a uno studio di una pièce poco nota di Alexandre Dumas (padre). Dietro la finzione letteraria, Rodinson scopre un sorprendente parallelo fra le percezioni del mondo islamico nel Medioevo - quando il saraceno era il nemico di turno, ma rispettato - e l'epoca romantica (la pièce di Dumas è del 1831). Un fascino presente si nutre così delle fascinazioni del passato. E arricchisce la ricostruzione storica delle fasi dello sguardo occidentale sul mondo isiamico, completando una ricerca che Rodinson ha iniziato fin dal lontano 1968.
Da Montesquieu a Pierre Loti. E da Loti a... Le Pen: ovvero dall'esotismo alla xenofobia. Possiamo dire che la distanza – l'oriente lontano – eccita il sogno, mentre la vicinanza – l'immigrazione islamica in Europa – produce l'incubo?
«Non tenderei a generalizzare. Anche la prossimità eccita il sogno, in situazioni sentimentali. Ma, ironia a parte, l'esotismo suscita talvolta un'immaginazione positiva perché non comporta pericoli. Quando ero studente, nei corsi di filosofia circolava una storiella. Supponete di avere la possibilità, premendo un bottone, di uccidere un mandarino a Pechino che non avete mai visto. Premereste quel bottone? Il mandarino cinese è il simbolo della lontananza, di gente che non ha alcun rapporto con noi. Ma all'epoca di Marco Polo. Per esempio, la lontananza ha eccitatc favorevolmente la fantasia. L'Estremo Oriente era oggetto di un interesse appassionato. Non a caso le opere di Marco Polo sono state ricopiate su manoscritti decine di volte prima di essere stampate e tradotte in molte lingue».
Venendo ad epoche più recenti, come è accaduto che l'esotismo si sia trasformato in xenofobia? La Francia di Pierre Loti aveva ancora un atteggiamento di curiosità verso l'Islam.
«Non dimentichiamo che a quell'epoca molti erano antiturchi. E che Loti, faceva scandalo con i suoi atteggiamenti filottomani. Come si vede, vi sono sempre stati xenofili e xenofobi».
Cos'è che ha fatto aumentare allora la xenofobia?
«In parte, la colonizzazione. Perché quelle genti sono diventate vicine e bisognava combatterle, anche a colpi di mitraglia. E non si può combattere senza odiare. I rapporti hanno cominciato a divenire stretti all'inizio della colonizzazione su piccola scala, dal 1820-30 (coi francesi nel nord dell'Algeria e gli inglesi nell'Arabia del sud). L'altro fattore è la povertà, che diventa sempre più grande in rapporto all'occidente, come pure la distanza culturale. I poveri, normalmente, li si disprezza. Magari piacciono o si trovano talvolta affascinanti. Ma da un altro lato, si disprezzano come inferiori. Hanno sempre coesistito, tuttavia, atteggiamenti contrastanti. Anche all'epoca della colonizzazione trionfante abbiamo avuto movimenti anticoloniali e xenofili, in Francia, in Italia, in Inghilterra e altrove. Penso al poeta inglese Biunt, fanaticamente pro-musulmano. Persino quando apprende, da un giornale londinese, la notizia che il generale inglese Gordon è stato decapitato a Kartum e la sua testa infilzata ad un palo. In Francia abbiamo canzoni e poesie popolari alla gloria di Abdel Kbader. E l'Imam Shamil che lotta contro i russi nel Caucaso è visto come un combattente valoroso e cavalleresco. Entrambi sono bene accolti nelle corti europee, il primo da Napoleone III, il secondo dallo zar Nicola primo».
Turcofilia e turcofobia hanno dunque sempre coesistito?
«Vi sono molte più nuances di quanto si creda. Ho accennato ai tureofili inglesi. Quando Marx viveva a Londra entrò in stretti rapporti con un lord ultraconservatore, un certo Urquart, che aveva soggiornato a lungo in T'urchia e di quel paese si era invaghito. Urquart teorizzava l'odio per la Russia. E Marx, in questo, era d'accordo, al punto di allinearsi con lui e di pubblicare articoli nella sua rivista. La russofobia alimentava così indirettamente, la turcofilia».
La turcofobia è stata comunque una costante storica predominante in Europa.
«La storia non è così monolitica. Segue spesso vie traverse. Durante un convegno a Vienna, qualche anno fa, ascoltai una relazione molto interessante sull'assedio della capitale austriaca nel 1683. Gli ottomani vennero sconfitti. E ciò segnò l'inizio della fine del loro impero. Ma già allora vi erano prese di posizione non ben chiare. Era una lotta dei cristiani contro gli infedeli, cui presero parte dei cavalieri francesi. Anche se il re Luigi XIV, fedele alla politica dei suoi predecessori, sosteneva i turchi, sia pure in modo non troppo visibile. Colui che salvò Vienna dall'assedio turco, si ricorderà, fu il re di Polonia Jan Sobiecki. La sua consorte era una francese della petite noblesse che condivideva l'opzione filoturca di Luigi XIV Ma accampava pretese verso la corte di Francia: esigeva un rango più elevato nella nobiltà. Luigi XIV non glielo concesse e lei sviluppò un'ostilità verso la politica francese. Al punto di sobillare Sobiecki contro i francesi e dunque contro i turchi. Fu così che Sobiecki venne in soccorso di Vienna assediata dagli ottomani».
Sono le coulisses della storia...
«Sempre nella stessa relazione al convegno viennese, venivano documentate le devastazioni compiute dai turchi nella loro avanzata: massacri, villaggi distrutti, saccheggi. Ma in un'altra parte della relazione si parlava del seguito dei rapporti turco-austriaci. Venne mostrato un manifesto austriaco del 1916-17 (quando i turchi erano schierati con l'Austria e la Germania) che esortava a raccogliere aiuti per i nostri alleati turchi. Il manifesto raffigurava un eroico soldato turco e un soldato austriaco con la mano nella mano. In lontananza, sullo sfondo, le moschee di Istanbul e le chiese di Vienna».
Lei ha scritto La fascination de l'Islam nel 1980. Bernard Lewis, due anni dopo, ha puntato lo sguardo ii direzione inversa, scrivendo un libro intitolato Come l'Islam ha scoperta l'Europa. È una coincidenza? È l'esprit du temps?
«Forse. Nel milieu islamistico eravamo tutti interessati a questi problemi. Io ho scritto una postfazione all'edizione francese del libro di Lewis. Ma anche un'ampia recensione critica su una rivista specializzata di cultura turca. La sto ripubblicando in un mio libro che uscirà tra poco. Ci conosciamo da più di 40 anni, Lewis ed io. Al momento della guerra dei Golfo Lewis ha pubblicato un articolo sul. Nouvel Observateur in cui ha scritto che per la prima volta in 30 anni era d'accordo, o quasi, con me. Lewis è un grande conoscitore della storia. E' in grado di leggere decine d libri in turco, arabo e persiano. E s, estrarvi i passi interessanti e significativi. Ma da un altro lato non si interessa molto alle questioni teoriche».
Vuole dire che è essenzialmente un grande erudito?
No. Lewis cerca delle spiegazioni. Non è cieco. Ma le sue spiegazioni non hanno a volte profondità teorica. Sono improntate più al buon senso. Per esempio, Lewis si rifà al complesso di superiorità per spiegare perché i musulmani dell'epoca classica non si interessavano all'Europa. Ma le sue spiegazioni sono del tutto insoddisfacenti».
È un fatto, tuttavia, che l'Europa ha mostrato un lungo e precoce interesse per l'Islam. Mentre l'Islam ha sempre manifestato una quasi sovrana indifferenza per la cultura europea.
«Il fenomeno è innegabile. Lewis avanza delle interpretazoni nel suo libro. Scarta la spiegazione più banale, quella della superiorità razziale degli europei. Scarta anche quella basata sull'intolleranza musulmana. Non ha difficoltà a dimostrare che l'intolleranza era soprattutto dall'altra parte: l'Islam era assai più tollerante verso il cristianesimo, che non viceversa. Lewis fornisce una spiegazione originale, ma parziale e secondaria. L'Europa inedievale, dice, poteva apparire grigia e monotona agli occhi dei musulmani abituati a una varietà caleidoscopica di razze, credenze, costumi e culture nella loro sfera».
Indubbiamente, vie e piazze delle città europee non presentavano un calcidoscopio altrettanto colorato di Bagdad o Damasco.
«Ma la loro stranezza per un orientale medio, poteva facilmente eccitare la sua curiosità. Del resto, per rendersene conto, bastava andarle a vedere. Ma pochi orientali lo facevano. Lewis osserva che i mercanti europei che trafficavano con il Medio Oriente erano numerosi, spesso ricchi e sempre più influenti sulla loro società. Al contrario, i mercanti musulmani in Europa erano meno numerosi e senza importanza sociale nei loro paesi. L'osservazione è giusta e profonda. Ma i mercanti musulmani, che si dirigevano numerosi verso i paesi dell'oceano Indiano e oltre, avevano una curiosità molto più grande per la Cina e per l'India. E hanno potuto trasmettere molte più informazioni su queste regioni. Erano davvero in una condizione inferiore ai loro colleghi che trafficavano sui mercati occidentali? E' poco probabile. La differenza nella posizione sociale dei mercanti, in Europa e nell'Islam, non può dunque costituire un fattore di spiegazione molto pertinente, preso di per sé».
Lewis parla anche dell'autosoddisfazione, per così dire, dei musulmani, che consideravano barbari gli europei.
«Giustamente Lewis rileva che nel Medioevo per i musulmani, dall'Andalusia all'Iran, l'Europa cristiana era una regione arretrata, popolata da infedeli ignoranti. E ancora agli albori dell'epoca moderna, l'Islam era convinto della superiorità della propria civiltà. Questa convinzione poteva essere giustificata alla fine del Medioevo. Ma in seguito non ebbe più alcun fondamento. Lewis tuttavia esclude che questo sentimento di superiorità derivasse da un'arroganza particolare dei musulmani o della loro religione. Anche altre civiltà hanno nutrito questi sentimenti di superiorità».
Ma come mai le cose da noi sono cambiate e l'Europa ha cominciato a sviluppare una grande curiosità per l'Isiam?
«Lewis indica tre cause principali che hanno stimolato la ricerca scientifica e una grande curiosità intellettuale in Europa. Tre sviluppi che hanno coinciso in maniera felice ma non fortuita: la scoperta del Nuovo Mondo, il Rinascimento e la Riforma. Anche l'Islam, osserva Lewis, ha scoperto nuovi mondi come l'India, la Cina e l'Europa attraverso le sue armate conquistatrici; ha avuto il suo rinascimento (la scoperta dell'elienismo nei primi secoli dell'Egira). Ma, aggiunge, questi eventi non hanno coinciso nel tempo e non sono approdati a una riforma, come in Europa. Il rinascimento musulmano, in altri termini, si sarebbe prodotto quando l'Islam aveva cessato di espandersi e doveva sottostare al contrattacco cristiano. Così, il conflitto intellettuale tra gli antichi e i moderni, tra i teologi e i filosofi, si è concluso con la vittoria schiacciante dei primi sui secondi. E questo, conclude Lewis, ha confermato il mondo musulmano nella convinzione della propria autosufficienza e superiorità. Per modificare questa visione del mondo ci sono voluti secoli di sconfitte e di ritirate».
È un'interpretazione molto plausibile e convincente.
«È un ragionamento corretto. Meno convincente mi sembra la sua concatenazione. Anzi, mi sembra un po' un circolo vizioso. Se la coincidenza dei tre grandi eventi europei non è fortuita, come dice molto bene Lewis, ciò
vuol dire che esistono una o più cause nella cui analisi Lewis non vuole avventurarsi».
Vuole dire che le cause di questi tre sviluppi non erano presenti nel mondo isiamico? E quali sono queste cause che spiegherebbero la differenza fra l'Islam e l'Europa?
Vi è innanzitutto una causa principale. Tra la fine dei Medioevo e l'inizio del Rinascimento, il mondo cristiano imbocca una nuova via. E questo cambiamento della realtà è prodotto da un cambiamento dell'economia, dallo sviluppo dell'industria che sopravanza quello della società. Tutti gli altri mutamenti derivano da questa causa principale.
Questa forma di materialismo storico non è condivisa da Lewis.
«Perché lui ha orrore di tutto ciò che evoca, sia pure lontanamente, il marxismo. Una volta mi rimproverò l'uso del termine classe, nel corso di un convegno a Londra sull'economia dell'Islam nel Medio Evo. E non valse a convincerlo la precisazione che io usavo questo termine non in senso moderno, ma soltanto come categoria sociale, sia per l'Islam che per l'Europa premoderna, del resto».
Ma torniamo al discorso sulle cause.
«Lewis non coglie la causa principale, che consiste nello sviluppo econo mico dell'Europa, con tutte le sue implicazioni: politiche, militari, industriali, culturali ecc. L'Europa comincia a manifestare una grande curiosità per tutto, non soltanto per le altre nazioni».
Questo spiegherebbe, per converso, l'indifferenza dell'Islam per l'Europa?
«Sì, perché l'Islam è rimasto nella stessa situazione dell'Europa medievale. L'Islam è rimasto completamente indifferente alla nostra civiltà. UEuropa almeno aveva, già nel Medioevo, un interesse per il Medio Oriente. Cercava nuovi sbocchi, un nuovo orizzonte, nuove vie commerciali. Aveva insomma un minimo di curiosità, sia pure ancora un po' opaca».
Cosa avviene invece dopo il Medioevo?
«A partire dal XIV-XV secolo l'Europa sviluppa un'immensa curiosità, man mano che si aprono nuove vie commerciali e militari. Già dal XIII al XV secolo si andava molto in Medio Oriente. C'era la tradizione dei pellegrinaggi a Gerusalemme, per esempio. E il Medio Oriente ha avuto impensabili ripercussioni sulla politica europea, ancor prima dell'episodio di Jan Sobiecki di cui ho parlato. Per esempio, la lunga querelle fra Armagnacs e Bourguignons che si è protratta per 20-30 anni in Francia, ha avuto origine da retroscena che ho raccontato nella nuova appendice che ho aggiunto alla seconda edizione del Fascino dell'Islam».
Facciamo un passo avanti, storicamente. Il fascino dell'Oriente trova alimento in un'impresa letteraria erudita, come la traduzione delle Mille e una notte di Antoine Galland (17041717). L'esotismo è figlio dell'orientalismo dei XVII secolo?
«Non si può stabilire con precisione un confine temporale. Si tratta di sviluppi lenti e graduali. Il XVII secolo mostra un interesse per tutte le civiltà extraeuropee. Voltaire scrive delle pièces ambientate in Cina o in Perù. Montesquieu pubblica le Lettres Persanes. È la moda dell'epoca. Queste civiltà sono poco conosciute e vengono raffígurate in maniera molto imprecisa. In seguito, col romanticismo del XIX secolo, entriamo nel regno del colore
locale. Il romanticismo ricerca tutto ciò che vi è di più speciale, di più particolare, di più barbaro. E permea di sé l'intera epoca».
L'orientalismo è uno dei prodotti dell'illuminismo?
«Anche in questo caso non vi è data di nascita. Esistono già orientalisti fin dal XVI secolo. Quando si cominciano a pubblicare grammatiche arabe persiane, turche».
Le Lumières hanno comunque favorito lo sviluppo dell'orientalismo.
«Ripeto, sono sviluppi che precedono i Lumi. Gli illuministi, comunque nella loro avversione per il cristianesi mo, vedevano nell'Isiam, che noi conoscevano bene, una religione fon data su una teologia non complicati, come quella cristiana. Gli illuministi erano deisti. Credevano in un solo Dio creatore dell'universo, che ricompen sava i buoni e puniva i cattivi. Boulainvilliers, biografo di Maometto, era anche il traduttore in fran cese di Spinoza. Gli illuministi valorizzavano il ruolo civilizzatore dell'Islam. Per loro, la civiltà non era uscita dai monasteri; ma era nata nell'antichità pagana, greca e romana, ed era stata trasmessa all'Europa da un popolo non cristiano: gli arabi. Ciò che colpiva molto i philosophes era il fatto che nell'Islam non vi erano monaci. Non era vero. Ma loro ne erano persuasi. I monaci erano la loro bestia nera. Odiavano il clero, ma soprattutto i monaci, che non facevano niente e ricevevano molto denaro Diderot scrisse La religieuse pei mostrare gli orrori dei conventi. L'avversione dei Lumi per l'oscurantismo mediovale ha finito così coi l'investire anche il cristianesimo. I l'islamismo, come ideologia religiosi contrapposta, è stato visto con pii imparzialità e con crescente simpatia grazie allo sviluppo dell'orientalisme inoltre, il mondo isiamico non appariva più come il regno dell'Anticristo ma come un luogo esotico, pittoresco immerso in una suggestiva atmosfera di favola».
da: Ragionamenti di Storia, mensile online di storia contemporanea
(http://www.ragionamentidistoria.net)