«Per capire non bisogna nascondere niente»

La Resistenza senza retorica 

Mario Baudino 

La Resistenza narrata senza retorica. Paolo Murialdi, giovane partigiano non comunista in una brigata Garibaldi e poi protagonista del nostro giornalismo per cinquant’anni, ha scritto questa sua memoria per varie ragioni, spiega. Una, per esempio, è quella di far capire a un giovane d’oggi che cosa era una brigata partigiana, che è una faccenda più complicata di quanto si pensi. L’altra è che prima o poi sentiva di doversene occupare. «Mi dicevo: meno male che ho fatto il partigiano. Però me ne stavo lì, continuavo a non scrivere». Ora ha pagato quel debito con se stesso e con i compagni d’allora. Il libro comincia nel Cuneese, dove il giovane tenente Murialdi viene sorpreso dall’armistizio mentre comanda un reparto di addestramento reclute a Chiusa Pesio, e culmina con l’ingresso a Milano delle brigate dell’Oltrepò Pavese, anche se poi c’è una riflessione importante sull’immediato dopoguerra. I personaggi conservano i nomi di battaglia.
Perché questa scelta? «Non so, forse per pudore. Mi pareva che chi li aveva conosciuti non avesse bisogno d’altro, e questo bastasse. Mi dicevo: quelli che devono sapere chi sono, lo sanno. Ora me lo hanno fatto notare alcuni, quasi come un rimprovero». 
Così c’è Edoardo, il suo grande amico, in cui è facile riconoscere Italo Pietra, un altro importante giornalista nel dopoguerra. E c’è un «conte Maino». In una brigata «comunista». 
«Certo, era il conte Dal Verme. E del resto per un pelo non avemmo anche un Savoia...». 
Come racconta nella pagina qui pubblicata. 
«Il fatto è che si riusciva a mantenere, all’interno e all’esterno, con le formazioni di "Giustizia e Libertà" e le "Matteotti", un rapporto di reciproca lealtà, anche se diversi erano gli atteggiamenti politici. Pietra-Edoardo divenne il comandante di tutta la zona perché il generale Cadorna, responsabile militare del Cln, aveva deciso che anche noi dovessimo entrare in Milano, come rinforzo, al più presto. Il capo poteva essere garibaldino, per via dei rapporti di forza, ma non comunista». 
Invece arrivaste in città per primi. 
«Fu un caso. In realtà toccava ai partigiani di Moscatelli» 
Che dovevano scendere da Nord. 
«Noi seguivamo i tedeschi in ritirata, e facemmo prima». 
Così vi trovaste davanti a un compito molto difficile... 
«Sì, chiesero a noi il picchetto che doveva andare a prendere Mussolini e i gerarchi arrestati a Dongo. Pietra mi disse: scegli ragazzi di montagna, sono meno emotivi. Accompagnarono il colonnello Valerio, ossia Walter Audisio, l’uomo che doveva fucilare Mussolini. Effettivamente il Pci gestì malissimo quella vicenda: versioni contraddittorie, silenzi. A me i ragazzi del picchetto non raccontarono mai nulla, ma loro non avevano ovviamente sparato a Mussolini e alla Petacci, di cui peraltro non si era parlato affatto, prima. Cadorna, la sera in cui chiese il plotone a Pietra, non ne fece cenno. I ragazzi tornarono con i cadaveri, erano sconvolti e stremati». 
Lei parla anche, in tutta franchezza, della violenza partigiana, durante e dopo la guerra. Perché? 
«Perché credo fosse necessario. Claudio Pavone ha dimostrato che si può raddrizzare una storiografia spesso di parte. Le nefandezze partigiane ci furono, certo molto meno numerose di quelle fasciste. Le vendette anche. Per capire non bisogna nascondere niente». 

La Stampa
Mercoledì 22 Agosto 2001


NTERVISTA L’ex leader di Autonomia operaia, che sta scontando una pena per insurrezione armata, parla del successo americano del suo «Empire»

Toni Negri, la rivoluzione globale del «cattivo maestro»

«Anche se non c’è un Palazzo d’Inverno da assaltare, la mondializzazione offre ottime occasioni»


Agli editori italiani non piace. Ma negli Stati Uniti è stato salutato come il nuovo Manifesto e l’edizione francese ha aperto un dibattito sul futuro dell’era globale. Stiamo parlando di Empire , il libro che Toni Negri ha scritto con Michaël Hardt, uno studioso americano più giovane di trent’anni rispetto al «cattivo maestro», leader dell’autonomia operaia anni Settanta. Un filosofo che difende «in maniera totale, senza pentimenti né resipiscenze», il proprio passato. Pare che il volume, scritto tra il ’96 e il ’97, dopo essere stato pubblicato dalla Harvard University Press e avere scalato le classifiche di vendita americane, sia stato rifiutato da tre editori italiani. Eppure le recensioni all’estero (da Le Monde al New York Times ) hanno rinunciato alle formule di rito esprimendo giudizi inequivocabili: un contributo originale, suggestivo, provocatorio; la prima nuova sintesi teoretica del nuovo millennio; un’analisi irresistibile e iconoclasta, eccetera. Toni Negri si gode il successo nel suo bell’appartamento di Trastevere, da tre anni spazio invalicabile dei suoi arresti domiciliari, dove vive con la sua compagna e con i libri. Premessa: «Non voglio parlare di attualità». Ma è un esordio un po’ paradossale, visto che siamo qui per illustrare i nodi di Empire , un vero e proprio trattato sul nostro tempo. 
Intanto: perché Impero al singolare e non Imperi, al plurale? 
«Si sta producendo un trasferimento di sovranità dagli Stati nazione, che perdono sempre più qualità, a un non luogo, a qualcosa che non è ben definibile, che non ha centro e non ha periferia, un insieme di istituzioni in movimento che comandano sulla moneta, sul lavoro e in campo militare. È il superamento delle Nazioni Unite e del diritto internazionale». 
Eppure gli Stati nazione non si può dire che siano spariti. Come non sono spariti i sentimenti nazionalisti. 
«Noi abbiamo espresso un’idea di sviluppo, non un giudizio drastico sulla realtà presente. È vero che gli Stati Uniti, la Germania, il Giappone riescono comunque a fare i propri interessi, ma ciò non impedisce che ci sia un processo di trasformazione molto importante da cui nasce una lex mercatoria libera da legittimazioni statuali. Insomma, le multinazionali fanno quello che vogliono». 
L’Impero romano fu abbattuto dal Cristianesimo. Lei vede i segnali di un nuovo Cristianesimo? 
«Non lo so, ma se è così, noi stiamo cominciando a costruire una nuova patristica: diciamo che siamo i Padri greci che hanno vissuto il loro passaggio del deserto. Con scimmie e leoni». (Negri sorride). 
Dal libro la globalizzazione pare uscire tutto sommato come un processo positivo. È così? 
«Lo Stato nazione è sempre stato un nemico e io considero la globalizzazione come un effetto dei movimenti operai, delle lotte anticoloniali e anche delle battaglie contro il socialismo reale avviate a partire dagli anni Sessanta. Lo Stato nazione non è più adatto al controllo dei movimenti di classe e dentro questo nuovo spazio il regime capitalista troverà difficoltà sempre più grandi. Infatti, lo scontro non ha più mediazioni: il pasticcio delle mediazioni, delle ideologie e degli ingorghi di pensiero è cancellato per sempre. Il che è molto tonificante. Il conflitto tra le forze sociali, tra i desideri e le forme di vita è ormai radicale». 
Tentiamo un’incursione nell'attualità: in questo contesto, che cosa rappresenta il cosiddetto movimento antiglobal? 
«Siamo di fronte a una grande sperimentazione. Sono movimenti sociali che raccolgono un insieme di singolarità con un comune interesse per un antagonismo pieno. Non si può ancora dire se tutto ciò, da Seattle in poi, sarà in grado di trasformarsi in un soggetto politico nuovo. Del resto anche l’Impero non è ancora del tutto realizzato: direi che è un fenomeno cominciato nel ’68 e accelerato dall’89». 
E a questo «antagonismo pieno» verrà opposta una dura reazione militare? 
«Mi pare che questo emerga in termini sempre più evidenti. A proposito di Impero. C’è stato un Impero latino, che ben conosciamo attraverso la sintesi di Polibio e a cui si ispira il titolo del libro. Però c’è stato anche un Impero bizantino, un modello militare che mi pare sia cominciato ad emergere dai fatti di Genova. In un articolo apparso su Libération confrontavo lo scudo stellare con un’abside celeste bizantina in cui erano inseriti i monarchi, qualche apostolo e i segni dell’Apocalisse. Oggi, in effetti, viviamo nell’Impero aristocratico delle multinazionali. Affidarsi a un impero militare è un bel rischio anche per le "aristocrazie", non solo per la moltitudine». 
Ma la moltitudine è ciò che un tempo si chiamava popolo? 
«La moltitudine è un insieme di singolarità. Il popolo è un concetto creato dallo Stato capitalista, un concetto che abbiamo sottoposto a una critica feroce: è la moltitudine ridotta a partecipare a quello Stato. E il nome di nazione è una sua estensione, melmosa e schifosa. La patria, poi, è aborrita nel nostro libro; milioni di persone sono morte in suo nome: le lotte operaie per fortuna ci hanno liberato della patria e della nazione. Si spera che non compaiano mai più. Per questo l’Impero è benvenuto. Oggi d’altra parte la natura del lavoro si è modificata e nel post-fordismo domina il lavoro immateriale che rende gran parte dei lavoratori, per così dire, degli intellettuali: gente dunque che per produrre utilizza il cervello e basta. A questo punto è ormai impossibile distinguere tra tempo del lavoro e tempo della vita, poiché ci siamo liberati del capitale come entità che anticipa gli utensili del lavoro. Ecco, la moltitudine produce indipendentemente dal capitale e spesso contro il capitale, e il processo di liberazione va di pari passo con il lavoro di riappropriazione della potenza di produrre». 
Dunque, si può dire che oggi Toni Negri è più ottimista che in passato? 
«Il pessimismo e l’ottimismo non fanno parte del mio contesto teorico. Però direi che sono ottimista sul piano antropologico. Mi pare che il capitale sia diventato un parassita rispetto alla potenzialità dei soggetti. La mondializzazione ha portato parti di Terzo mondo nel Primo mondo e parti di Primo mondo nel Terzo. C’è una mobilità positiva che aumenta a dismisura i desideri di liberazione. Lo si vede in occasione dei vari G 8. La globalizzazione offre delle occasioni enormi per la moltitudine. Anche se non c’è più un Palazzo d'Inverno, anche se la Rivoluzione non è più presa del potere, anche se siamo sicuramente rimasti a prima del 1789, forse il 1789 è vicino». 
E lei è pronto a scendere in piazza? 
«Sono un uomo vecchio, mi avvicino ai settanta e ho per troppo tempo concesso il mio corpo al potere perché possa pensare che non sia divenuto, in fondo, un corpo stanco e mortificato. Lo dico senza odio né rancore». 
Quindi continuerà a scrivere? 
«Hanno sempre negato di avermi condannato perché scrivevo. Spero che ora nessuno si arrabbi se continuo a farlo. D’altra parte, non possono bloccarmi. Perché, se dio vuole, c’è la globalizzazione...». 

Corriere della Sera
30 luglio 2001 

Paolo Di Stefano Il libro di Michael Hardt e Antonio Negri, «Empire», è edito dalla Harvard University Press, pagine 512, 35 dollari. 


Da Chomsky a Sen, da Rifkin a Naomi Klein, i testi per conoscere ”mondialisti” e ”gi-ottini”
Apocalittici e integrati nel Terzo Millennio 

dal nostro inviato 
MARIO AJELLO


Genova. Il G8 è anche un evento editoriale. Da mesi le librerie traboccano di titoli legati ai temi in discussione a Genova e in molte rivendite vengono allestiti appositi banchetti per contenere questo fiume di carta che racconta di «global» e «local», «mondialisti» e «gi-ottini», futuro del Pianeta o sua distruzione, turbo-capitalismo o sviluppo solidale. Come spesso accade, le case editrici si accorgono dell’attualità molto prima dei giornali. E hanno cominciato anzitempo a battere il tasto, che ora battiamo noi con la foga di chi deve rimontare il terreno perduto. Si va dagli sguardi d’insieme ad opera di alcuni dei massimi pensatori di questi tempi (Sulla nostra pelle di Noam Chomsky, per i tipi di Tropea) a testi base leggibili come bignami più ragionati (Globalismo e anti-globalismo di David Held e Anthony McGrew, per Il Mulino). Libri di religiosi, di Nobel, di geopolitologi, di ecologisti e di ragazzi di Seattle. Alcuni sono libri apocalittici. Altri sono libri apertamente schierati (per lo più in favore delle ragioni del popolo di Seattle, perché anche l’editoria in questa partita di Genova a suo modo fa il tifo). I migliori di questi libri guardano alla globalizzazione con occhio critico ma non ideologico e la considerano un fenomeno inevitabile ma perfettibile, non come il traguardo ultimo della «fine della storia» ma come un terreno di sviluppo. 
Lo sviluppo è libertà (Mondadori) di Amartya Sen, premio Nobel per l’economia e uno dei massimi diagnostici dei problemi del sottosviluppo e della povertà. L’idea: la globalizzazione è un fattore di crescita economica e di diffusione del benessere. Ma per esprimere tutte le sue potenzialità, va accompagnata da un allargamento della democrazia e delle libertà individuali. I diritti dell’uomo e le ragioni del mercato non sono affatto inconciliabili. 
Globalizzazione e diseguaglianze (Laterza) del sociologo Luciano Gallino. L’idea: istituire all’interno dell’Onu un consiglio per la sicurezza economica dei popoli. 
Globalizzazione, una sfida (Piemme) dell’arcivescovo di Genova, Dionigi Tettamanzi. L’idea: contro la «disumanizzazione del lavoro e la situazione di nuovo apartheid prodotta dall’economia-mondo», occorre una «rivoluzione etica» e, cristianamente, una «conversione alla solidarietà» da parte di chi governa o dovrebbe governare la globalizzazione. 
Il mondo che cambia. Come la globalizzazione ridisegna la nostra vita (Il Mulino) di Anthony Giddens, guru del progressismo anglosassone e teorico della «terza via». L’idea: natura, nazione, famiglia, lavoro, politica non sono più quelle che erano fino a tempi recentissimi. Viviamo ormai «oltre la tradizione», e ciò lascia sgomenti. Per uscire da questo spaesamento, servono nuovi organi decisionali a livello planetario. Così, la globalizzazione potrebbe rivelarsi non un rischio ma una nuova chance per lo sviluppo della «democrazia cosmopolita». 
I popoli di Seattle. E’ il numero monografico della rivista di geopolitica «Limes», diretta da Lucio Caracciolo, che sta diventando un vendutissimo vademecum per capire l’Evento genovese. Una ventina di saggi, da «Il pesto globale» di Beppe Grillo a «Spezzeremo le reni alla globalizzazione» del politologo Carlo Jean. L’idea: i ragazzi di Seattle tentano di imporre un’agenda - protezione dell’ambiente, annullamento del debito dei Paesi poveri, critica della «globalizzazione selvaggia» - sufficientemente ecumenica da far dire a Berlusconi: «Noi proponiamo ciò che chiedono gli stessi manifestanti». 

WTO. Tutto quello che non vi hanno mai detto sul commercio globale (Feltrinelli) di Lori Wallach e Michele Sforza. L’idea: l’ipotesi di un commercio mondiale senza controllo democratico è disastrosa non solo per i più poveri, ma per le condizioni di vita di ognuno anche nell’Occidente consumista, per la tutela di salute e ambiente e per la stessa democrazia. 
No Logo. Democrazia globale e nuova contestazione (Baldini & Castoldi) di Naomi Klein, giornalista canadese. E’ la bibbia dei contestatori anti-global. L’idea: c’è una ondata di resistenza contro l’invadenza dei marchi commerciali (da quello della Nike ad altri che rappresentano lo strapotere delle multinazionali che sfruttano i lavoratori del terzo mondo) e questa opera di sabotaggio economico rappresenta la forma più avanzata di politica democratica. (Ndr: l’autrice confessa di vestire con abiti Gucci, «ma stacco l’etichetta»). 
Il mondo non è in vendita (Feltrinelli) di Josè Bovè e François Dufur. Bovè è l’agricoltore francese, simbolo della lotta contro la globalizzazione. L’idea: è il momento di creare una «bio-alleanza», fra agricoltori, consumatori e ecologisti, contro l’alimentazione standard dei fast food e in nome del diritto a una dieta più rispettosa dell’individuo e della natura. Viva il roquefort, abbasso il manzo agli ormoni. 
Ecocidio (Mondadori) di Jeremy Rifkin, economista di successo. L’idea: ai poveri vengono negati i cereali che servono come mangime per ingrassare oltre misura i bovini destinati alle mense dei ricchi occidentali. Che poi, anche a causa di quelle carni sugnose, muoiono per infarto, tumore, diabete. 
La solitudine del cittadino globale (Feltrinelli) di Zygmunt Bauman, grande filosofo. L’idea: siamo come i «passeggeri di un aereo che si accorgono che la cabina di pilotaggio è vuota». I leader politici hanno perso il comando. E bisogna dunque ricominciare dal basso e da lontano: riprendendo il modello greco dell’agorà. 
Sopravvivere al G8 (Editori Riuniti) di Filippo Nanni, Alessandro d’Asaro, Gerardo Greco. L’idea: ci riusciremo? 

Il Messaggero
Giovedì 19 Luglio 2001 


NEL CINQUANTENARIO DELLA MORTE UNA MOSTRA AL VITTORIANO RISCOPRE L´IMPEGNO POLITICO DEL FILOSOFO NEI SUOI ULTIMI ANNI

CROCE:autunno di un liberale 

ROMA AL Vittoriano è possibile visitare una piccola ma ben realizzata mostra dedicata all'impegno politico di Benedetto Croce negli ultimi anni della sua vita che anticipa le grandi celebrazioni autunnali per il cinquantesimo anniversario della morte del filosofo napoletano (20 novembre 1952). Come sottolinea Sandro Bonella nel saggio pubblicato nel catalogo della mostra, la politica è per Croce «un impegno al quale non può e non vuole sottrarsi, ma che non sente congeniale». Giunto all'epilogo della vita, Croce sa bene che la sua vera vocazione sono gli studi. Ma, di fronte al compito di liberare l'Italia dai tedeschi, di distruggere le radici del fascismo e di ricostruire un vero regime liberale, sente il dovere morale di lasciare da parte gli studi e di mettere al servizio della patria tutto il peso del suo grande prestigio. Intellettuale impegnato lo era sempre stato. Era intervenuto sui grandi temi politici e sociali del tempo: la questione sociale e il socialismo; il suffragio universale; i rapporti fra Stato e Chiesa; il nazionalismo; la guerra; il fascismo e la libertà della cultura. Era senatore del regno ed era stato ministro per l'Istruzione Pubblica nel Governo Giolitti, come mette in rilievo il testo del Regio Decreto del 16 giugno 1920 esposto alla mostra. Ma nel 1943 era la stessa unità della patria a essere in pericolo, e con essa la possibilità di veder rinascere un regime liberale. Era in gioco quell'eredità morale e politica del Risorgimento che Croce sentiva come il valore fondamentale della sua religione laica. 
Il filosofo agì con intransigenza e insieme con prudenza. Lo dimostrano le pagine del volume Quando l'Italia era tagliata in due che raccoglie estratti del diario dal luglio 1943 al giugno 1944, pubblicato per la prima volta da Laterza nel 1948, e di recente ristampato in edizione purtroppo fuori commercio e quasi introvabile. «Nonostante le premure che vengono anche da brava gente», scrive il 10 dicembre 1943, «è necessario mantenere la nostra intransigenza»: Vittorio Emanuele III e il figlio devono abdicare e deve essere stabilita la reggenza. Il 26 dicembre annota: «Da parte mia mi sono adoperato di serbare (...) quel carattere di moderazione, che, come sin da giovane ho appreso da Francesco de Sanctis, è "un'arma terribile, che gli uomini non conoscono abbastanza, altrimenti se ne varrebbero più spesso"». Nella splendida villa Tritone a Salerno, dove si era trasferito da Napoli, Croce agiva «come un sagace primo ministro e, di più, come un autentico capo di Stato in pectore», ha scritto Enzo Bettiza nella prefazione al volume. Riceveva ogni giorno ufficiali e proconsoli americani e inglesi per fare capire la realtà dell'Italia; discuteva con plenipotenziari sovietici; s'industriava, di concerto con Sforza, per persuadere il re ad abdicare (straordinario il resoconto del colloquio del 28 ottobre 1943 con il ministro della Real Casa Pietro Acquarone); operava affinché l'Italia passasse dallo status di «cobelligerante» a quello di alleata a tutti gli effetti. Ma soprattutto esortava alla lotta armata contro i tedeschi e contro i fascisti, e si adoperava presso il generale americano Donovan («molto intrinseco del Roosevelt») perché gli alleati permettessero e aiutassero la formazione «di legioni combattenti con la bandiera italiana» che cooperassero con le armate angloamericane. 
Era convinto che soltanto combattendo gli italiani avrebbero saputo riconquistare la dignità perduta. Occorreva combattere contro l'invasione tedesca e contro i fascisti di Salò, «una danza di morti che con moti convulsi simula la vita, ma non perciò è cosa meno disgustevole e ripugnante». Dovevano combattere tutti, ma soprattutto i giovani, cresciuti sotto il fascismo e da esso ingannati, «debbono, con tutta l'anima, con tutta la loro forza, in tutti i modi che riescono a escogitare, combattere contro l'atroce invasore tedesco, tenere a bada il carnevalesco, funereo neofascismo, concorrere per la loro parte a strapparne dalle radici la mala pianta e a distruggerne la semenza, purgandone completamente la nostra Italia». Temeva, e aveva ragione, che le idee fasciste sarebbero potute rinascere anche per via di revisioni storiografiche. Scriveva che di sicuro gli storici, passato qualche tempo, si sarebbero messi a scoprire in Mussolini «tratti generosi e geniali», e addirittura «imprenderanno di lui la difesa, la Rettung, la riabilitazione, come la chiamano, e fors'anche lo esalteranno». Per dissuadere futuri revisionisti e amatori di tesi paradossali, «ingegnose e brillanti», rivolse un accorato appello agli storici del futuro affinché nessuno dimentichi che il duce era uomo «di corta intelligenza, correlativa alla sua radicale deficienza di sensibilità morale, ignorante, di quella ignoranza sostanziale che è nel non intendere e non conoscere gli elementari rapporti della vita umana e civile, incapace di autocritica al pari che di scrupoli di coscienza, vanitosissimo, privo di ogni gusto in ogni sua parola e gesto, sempre tra il pacchiano e l'arrogante». Più di una volta Croce si sentì inetto allo scopo, incapace di «grande e creatrice azione politica». Avvertiva, ormai ottantenne, il dubbio, che lo aveva accompagnato fin dalla giovinezza, di essere fatto per gli studi e non per la politica. Continuò tuttavia a impegnarsi: pronunciò un discorso in favore dell'abdicazione del re al Congresso del Comitato di Liberazione Nazionale a Bari; polemizzò con i sostenitori dello «scervellato Partito d'Azione»; cercò di ricostruire il Partito Liberale come partito garante delle istituzioni liberali staccato sia dal liberismo economico sia dal conservatorismo proprietario; alla Costituente tuonò contro la «mostruosità giuridica» dell'inserimento dei Patti Lateranensi nella Costituzione; tenne un discorso nobile contro la ratifica del trattato di pace (si può ascoltare registrato al Vittoriano); infine, il 29 luglio 1949, compì lo sforzo di recarsi a Roma per depositare nell'urna del Senato il suo voto in favore dell'adesione al Patto Atlantico. Croce seppe svolgere il suo ruolo di «politico d'occasione» meglio di qualsiasi «navigato politico di professione», scrive Bettiza. La sua forza stava nella consapevolezza che a volte «per salvare l'avvenire bisogna tenersi pronti anche ad esser vinti nel presente, ma non mai a transigere»: l'esatto contrario di molti politici di professione, sempre disposti a transigere pur di vincere nel presente senza preoccuparsi del futuro della patria. Quando guardava al futuro, Croce, storicista e insofferente di ogni forma di vagheggiamento utopistico, sapeva intravedere la nascita di nuove e più alte forme di coscienza storica lontanissime dalla realtà della politica e della cultura del suo tempo. Davvero straordinaria una delle pagine conclusive della Storia d'Europa nel secolo decimonono (1931) che Sandro Bonella cita nel catalogo della mostra: «Già in ogni parte d'Europa si assiste al germinare di una nuova coscienza, di una nuova nazionalità (perché, come si è già avvertito, le nazioni non sono dati naturali, ma stati di coscienza e formazioni storiche); e a quel modo che, or sono settant'anni, un napoletano dell'antico Regno o un piemontese del regno subalpino si fecero italiani non rinnegando l'essere loro anteriore innalzandolo e risolvendolo in quel nuovo essere, così e francesi e tedeschi e italiani e tutti gli altri si innalzeranno a europei e i loro cuori batteranno per lei come prima per le patrie più piccole, non dimenticate già, ma meglio amate». Le celebrazioni autunnali dovrebbero far conoscere e apprezzare questo Croce, soprattutti ai giovani. Potrebbe servire a incoraggiare i migliori a riscoprire il significato più alto dell'impegno politico.

Maurizio Viroli

La Stampa 
9/7/2002


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