Benedetti, maledetti socialisti

Vittorio Emiliani (ex direttore del "Messaggero", deputato progressista nella penultima legislatura, attuale consigliere di amministrazione - ancora per poco. - della RAI) è nato a Predappio, il paese di Mussolini. Si potrebbe dire che, con i socialisti, nelle varie sfumature di questo termine, ha avuto a che fare fin dalla culla. Ed in effetti è stato così. Questo suo ultimo libro è il racconto autobiografico della propria formazione politica, dal liceo di Ferrara all'inizio degli anni '50 (quelli della legge-truffa, in una città della Bassa Padana ricca di tradizioni culturali, ma circondata da un mondo di braccianti, disoccupati e povertà) agli studi universitari tra Pavia e Voghera. Sono gli anni della scoperta della politica e del giornalismo, attraverso i giornaletti universitari, l' Unione goliardica italiana (palestra di tanti futuri leaders politici), gli "amici del Mondo", il Partito radicale e le correnti di sinistra del PSDI. Emiliani ci conduce per mano attraverso persone, cose, idee di una stagione che ci appare contemporaneamente vicina e distante. L'ammirazione per la tradizione riformatrice laburista e socialdemocratica diventa, nel '56, la coscienza dell' "impossibilità di essere comunisti", anche tenendo sempre presente la necessità di "un'unità dialettica, competitiva" a sinistra, nel nome dello spirito della Resistenza e dell'antifascismo militante, con un PCI che ha avuto la capacità e l'intelligenza (con tutti i limiti che Emiliani sottolinea ripetutamente) di annettersi la migliore tradizione del riformismo socialista degli inizi del secolo: la buona amministrazione locale e la cooperazione. La sconfitta dell'alleanza radical-repubblicana alle elezioni politiche del 1958 segna, per Emiliani, anche la decisione di iscriversi al PSI (vi rimarrà per 20 anni, fino al 1978), in un elenco speciale, per non creare problemi al padre, segretario comunale. E' ancora tempo di discriminazioni politiche e di censura clericale, di "culturame" scelbiano e di parole (peggio, di desinenze) proibite in televisione. Ma è anche la stagione del primo centro-sinistra, della collaborazione all' "Espresso" e al "Giorno", del fervore programmatore e del difficile cammino dell'autonomia socialista, del boom economico e di una Milano che sembrava veramente (allora.) una delle capitali culturali d'Europa. Italo Pietra ed Eugenio Scalfari, Aldo Moro e Riccardo Lombardi, Enzo Forcella e Gaetano Afeltra, nomi noti e meno noti della sinistra e del giornalismo italiano passano così davanti ai nostri occhi, in una galleria di personaggi sempre descritti con attenzione ai loro tratti umani, alle loro qualità e ai loro vezzi. Una battaglia, quella del riformismo programmatore, condotta su due fronti, quella dell'estenuante prudenza democristiana e quella dell' esasperante massimalismo di tanta parte della sinistra italiana. Una lotta che ha portato alla nazionalizzazione dell'energia elettrica, alle leggi sull'urbanistica, allo Statuto dei lavoratori, all'introduzione del divorzio, ma che ha scontato l'inizio del processo di degenerazione del sistema dei partiti: il conflitto ideologico di correnti ridotto allo scontro per il potere fine a se stesso, la carriera politica come mezzo di arricchimento personale. La crisi economica degli anni '70, l'involuzione del centro-sinistra, gli anni di piombo ed il caso Moro, l'avvento di Bettino Craxi erano ormai alle porte. Inevitabilmente, le ultime pagine del libro di Emiliani sono dedicate proprio a Craxi, al craxismo e alla fine del PSI. Un ritratto in chiaroscuro, nel quale le righe più dure non sono quelle dedicate al segretario del PSI, ma alla sua corte (e a Claudio Martelli in primo luogo). Anzi, a Craxi viene riconosciuto il merito di aver posto sul tappeto del dibattito politico questioni fondamentali per una democrazia, come quelle delle riforme istituzionali e del garantismo giudiziario. Ma la strategia craxiana mancava di "forza programmatrice e di etica". L' insistenza sulla "governabilità", più che a un progetto politico mitterrandiano, puntava semplicemente all'imitazione e alla sostituzione della Dc. La divaricazione fra idee e comportamenti del ceto dirigente del PSI non potevano che condurre a Tangentopoli e se accanimento giudiziario vi fu, le ragioni della sconfitta di Craxi, della mutazione genetica e del suicidio collettivo del PSI furono tutte politiche. "Quando passa un socialista, passa un uomo onesto": Emiliani, da ragazzo, ha fatto ancora a tempo a vivere quella lontana stagione del socialismo italiano. Ne ha vissute parecchie altre, raccontate senza indulgenza e senza eccessiva malinconia in queste pagine che si concludono, nonostante tutto (nonostante Berlusconi..) con una nota di speranza "per una sinistra ricca di feconde diversità. Pluralista al suo interno, capace di discutere, di elaborare, di progettare. Ancora"

Giovanni Scirocco
da Diario - www.diario.it

Vittorio Emiliani, Benedetti, maledetti socialisti, Baldini & Castoldi, Milano 2001, pp. 280, £ 28.000


Storie di socialisti senza potere

di Aldo Cazzullo 

BETTINO Craxi compare a pagina 51 «giovane, magro e con una folta capigliatura», perde una serie di congressi Ugi, combatte per metà libro dure battaglie nenniane di minoranza, viene sottovalutato dai maggiorenti del partito al momento della vittoria - «Craxi-driver» lo sminuisce Giacomo Mancini -, si concede anche negli anni del potere sprazzi di umanità come quando salendo sul palco del congresso di Verona rimbrotta Carlo Ripa di Meana per le sue bizzarrie erotiche - «Ma Carlo, con una ottantenne!» -, si congeda nell’ultima pagina con il dramma di Hammamet. Ma non è Craxi il protagonista del bel libro che Vittorio Emiliani, firma del Mondo , del Giorno e di Mondoperaio , direttore del Messaggero , da cinque anni consigliere di amministrazione della Rai, ha dedicato ai «Benedetti, maledetti socialisti». Protagonisti sono i socialisti che al potere non ci sono andati o non se ne sono accontentati, che avevano ragione ma non sono stati riconosciuti, che hanno passato la vita in minoranza ma vinto la battaglia delle idee. Nelle pagine di Emiliani trovano forma la suggestione dei padri fondatori, Francesco Zanardi «sindaco del pane» di Bologna, Giacomo Matteotti, Andrea Costa; i maestri dei giovani socialisti del dopoguerra, Riccardo Lombardi, Antonio Giolitti, Giacomo Brodolini; figure dell’intellighenzia radicale e anticlericale come Epicarmo Corbino, Bruno Villabruna e il «protettore dei divorziati», il magistrato torinese Domenico Peretti Griva. Vengono ricostruiti luoghi del dopoguerra italiano, dalla provincia di Predappio e Voghera alla Milano riformista di Paolo Grassi e di figure meno note come Bruno Di Pol e Umberto Dragone, fino agli ambienti cari all’autore della musica, del cinema, delle corse al trotto. Particolare attenzione, come già negli «Anni del Giorno», è riservata al giornalismo: la grande scuola di Italo Pietra, l’intransigenza di Fidia Sassano, padre di Marco, l’inventore della Zanzara dove compare per la prima volta la firma di Walter Tobagi, la figura di Luigi Fossati, testimone della rivolta di Budapest e degli scontri di Reggio Emilia e coraggioso direttore del Messaggero negli anni del terrorismo, e la mitica redazione di Mondoperaio che negli Anni ‘70 diede battaglia all’egemonia cattocomunista con Federico Coen, Luciano Cafagna, Giampiero Mughini, Giuliano Amato, Giorgio Ruffolo, Massimo Salvadori, Barbara Spinelli, Ernesto Galli della Loggia. Giornalismo e politica vi appaiono intrecciati, al punto che mancò poco che fossero i cronisti a decidere il congresso del Midas, quando Emiliani con Giampaolo Pansa della Stampa , Gaetano Scardocchia del Corriere della Sera e Fausto de Luca di Repubblica assicurarono a Giolitti l’appoggio dei grandi quotidiani, ma non ne sciolsero le riserve che aprirono la strada a Bettino. Poi c’è ovviamente il vertice del psi craxiano, le giravolte di Manca, l’arroganza di Martelli, le abbronzature di Signorile. A uscirne meglio, a parte Acquaviva, è De Michelis: quando Emiliani dirigeva il Messaggero , allora proprietà Eni, il Doge era ministro delle Partecipazioni statali; ma «non mi ha mai chiesto nulla».

La Stampa
Lunedì 30 Aprile 2001


 

L’eredità del secolo che si è chiuso

Nello Ajello


Quali speranze, incertezze, drammi, incognite o soluzioni il secolo appena trascorso trasmette all’era del Duemila? A queste domande cerca di rispondere l’ultimo libro di Valerio Castronovo, L’eredità del Novecento (Einaudi, pagg. 458, lire 34.000). Si tratta d’una riflessione critica su un insieme di problemi, ciascuno dei quali investe un aspetto saliente del nostro destino. Castronovo, docente di storia contemporanea a Torino, chiama simbolicamente a raccolta schiere di specialisti: storici, filosofi, sociologi, politologi, economisti, biologi, ecologi, etnologi, urbanisti, studiosi delle religioni. Ne riassume il pensiero. Ne espone ipotesi e conclusioni. Addentrandosi nelle sfide che il presente rivolge all’avvenire, quest’opera assai densa e ambiziosa, benché sorretta da uno stile discorsivo è di per sé una sorta di sfida, che ha come antagonista ideale la complessità. Ne parliamo con l’autore. Professor Castronovo, lo storico marxista Eric Hobsbawm ha definito il Novecento il «secolo breve». Lei non è d’accordo. Perché? «L’avvento e la caduta del socialismo reale non sono stati, come vorrebbe Hobsbawm, l’alfa e l’omega del secolo. Il Novecento è un secolo più lungo e più largo di quanto molti ritengono. Vari fenomeni lo connotano, per cominciare, come più "largo": il disfacimento degli imperi coloniali e l’ emancipazione civile della gente di colore, oltre a molte altre profonde trasformazioni economiche, sociali e di costume. Basti pensare all’ espansione dei consumi di massa, all’allungamento della vita umana, al nuovo ruolo assunto dalle donne. Per non citare le conquiste scientifiche e le esplorazioni spaziali. E perché va considerato più "lungo", quel secolo? Perché negli ultimi dieci anni abbiamo assistito all’intreccio fra rivoluzione informatica e globalizzazione del mercato. E anche all’avvento delle biotecnologie». E’ forse per l’intreccio di tanti fenomeni, esplosi anche sullo scadere del secolo, che lei parla di un «gran labirinto». «Un labirinto, infatti, Non se ne può venire a capo con un’unica chiave di lettura, come se tirassimo un filo d’Arianna». Il fatto che l’Occidente abbia vinto la Guerra dei Settant’anni contro il comunismo sovietico significa che democrazia e capitalismo procedono ormai l ’una accanto all’altro e segnano l’itinerario dell’intero universo? «Io penso proprio di no. Non è detto che, crollata l’Unione Sovietica e affermatasi l’egemonia mondiale degli Stati Uniti, il successo della democrazia e dell’economia di mercato abbia decretato, come ha sostenuto Francis Fukuyama, la fine della storia. Quasi che il futuro risulti già prefigurabile lungo un itinerario rettilineo e univoco. Sono invece in campo altre concezioni e ideologie incompatibili con lo stato di diritto e con il capitalismo. Non va dimenticato che un quinto del genere umano vive ancora sotto la bandiera rossa». Per la Cina, si tratta di un comunismo con qualche pentimento o attenuazione. Almeno in economia. «Certo. Ma non è affatto sicuro che il "socialismo di mercato", per adottare un termine d’uso corrente, comporti in prospettiva una svolta riformatrice anche sul versante politico». Appare dunque problematica una marcia trionfale del binomio democraziamercato. «Ecco una prospettiva da escludere. Essa è incompatibile con il fondamentalismo islamico. E mal si accorda con la perpetuazione, dietro il paravento della modernizzazione economica, di certe vetuste forme di autoritarismo che si riscontrano in alcuni paesi del Sudest asiatico. Poi c’ è, in Europa, il pericolo della rinascita del razzismo e di una sorta di etnopopulismo. E rinascono in America latina, dal Perù al Venezuela un giustizialismo e un populismo a tinta nazionalista, impersonato da nuovi caudillos. Per non parlare dei complessi problemi interni ai sistemi democra tici». Può fare qualche esempio? «A parte la questione dei rapporti fra stati nazionali e istituzioni sovranazionali, penso alle crescenti difficoltà di governo e di mediazione politica nell’ambito di società di massa sempre più molecolari e disarticolate. Emergono, anche nei paesi più avanzati, fenomeni di nuova povertà ed esclusione sociale. Mi riferisco inoltre alla diffusione della criminalità organizzata e dell’illegalità d’alto bordo, generatrici rispettivamente d’insicurezza personale e di corruzione pubblica. Più in generale mi pare che il rischio dell’Occidente cioè d’una società affluente e sempre più disincantata sia la perdita di forti ideali e passioni civili. Vengono meno, così, gli antidoti capaci di neutralizzare certi risvolti ambigui e contraddittori delle trasformazioni in atto. Un esempio? L’uso strumentale del medium elettronico a fini di manipolazione politica e di livellamento culturale». Fino a ieri il riformismo è stato il sale della democrazia, un fattore basilare nella contesa vittoriosa con il socialismo reale. E oggi? «Si sono incrinati i due pilastri della politica riformista, il keynesismo e il Welfare State. Il primo è impraticabile. Il secondo è da ridefinire. Non c’è più spazio né per interventi basati sull’espansione della spesa pubblica, né per una dilatazione generalizzata dell’assistenza sociale. Non è più concepibile uno Stato proprietario e gestore diretto di risorse e neppure uno Stato "angelo custode". E’ plausibile, ormai, solo uno Stato "regolatore". La scommessa sulla quale si gioca, in Europa, l’avvenire delle forze riformiste consiste dunque nel conciliare economia di mercato ed esigenze d’interesse collettivo, efficienza e solidarietà. E’ questo il nodo. Per scioglierlo, non esistono ricette a portata di mano. Occorre cercarne e sperimentarne di nuove. Sarebbe grave se si restasse in mezzo al guado fra continuità e cambiamento». Lei sostiene che, mentre in passato le «sorti della pace» erano unicamente affidate agli statisti, oggi non si può prescindere dall’apporto dei capi spirituali e delle organizzazioni ecclesiastiche. Non vede in questo una diagnosi d’impotenza da parte dei politici? «Uno dei maggiori pericoli per la pace e la stabilità del mondo è rappresentata dai conflitti etnicoreligiosi. E’ dunque essenziale un dialogo fra le grandi religioni che valga a diffondere i principi della tolleranza, il rispetto delle diverse credenze e la causa dei diritti umani». La sfida delle sfide consiste nel salvare il sistema Terra. «Si tratta», lei scrive, «di utilizzare i progressi della scienza e della tecnologia per ripristinare l’ambiente e i cicli naturali» E conclude: «Ciò non ha alcun precedente nell’esperienza storica». Enunciata da uno storico, quest’ultima affermazione dà molto a pensare. «Anche la bomba atomica ci pose di fronte a una sfida del tutto inedita. Finora, per oltre mezzo secolo, siamo riusciti ad esorcizzare lo spettro d’ una conflagrazione nucleare impiegando gli strumenti della politica e della diplomazia. Il rischio del degrado ecologico richiede un’azione concertata a livello internazionale contro le cause inquinanti nei paesi più avanzati». E negli altri, nei paesi più poveri? «Servono aiuti e incentivi tali da evitare la distruzione di quei patrimoni forestali che sono i polmoni verdi del mondo intero». S’affaccia nel libro un’altra emergenza: l’esplosione demografica. «Si prevede che nel giro di vent’anni saremo, sulla terra, dai sette agli otto miliardi. Si tratta perciò di adottare fin d’ora le misure più adeguate e lungimiranti per sfamare tanta gente concentrata soprattutto nei paesi del Terzo mondo. Non basta cancellare il loro debito estero. Occorrono investimenti in agricoltura, creazione di piccole imprese, istruzione pubblica, formazione professionale, infrastrutture. Purché tali aiuti non finiscano nelle mani di despoti locali». Ma a chi spetta far fronte a simili esigenze? «Anche su questo versante l’Occidente, che è alla testa della modernizzazione, dovrà assumersi nuove responsabilità e nuovi compiti. Un filo rosso ci collega sempre più strettamente al resto del mondo. Ne va del nostro stesso destino».


La Repubblica 
18.11.2000


BILANCI Il parallelo fra i due grandi totalitarismi defunti, fino a pochi anni fa «scandaloso», oggi viene proposto da vari studiosi: in Occidente, nell’Europa dell’Est e soprattutto in Russia

DITTATURE Nazismo e stalinismo, gemelli nel male

di VITTORIO STRADA


Non sono rare le persone che ancora respingono con sdegno ogni confronto tra comunismo e nazismo (o anche fascismo), entrambi sotto il comune segno del totalitarismo, vedendo nello stesso accostamento, con una sorta di bigotteria ideologica, qualcosa di blasfemo, prima ancora che si giunga ad appurare quanto di comune e quanto di diverso ci può essere tra questi due fenomeni centrali della storia del nostro secolo. Ciò da entrambe le parti, per cui un superstite nazista permaloso potrebbe risentirsi a vedersi confrontato con un bolscevico così come un vispo comunista suscettibile reagirebbe con veemenza a sentirsi comparare a una camicia bruna. Per uno storico non fazioso, tuttavia, questo paragone è del tutto lecito e per lui il problema è unicamente quello delle modalità con cui esso, al pari di ogni altro, viene svolto e delle produttività che dimostra al fine di una comprensione dei due termini dell’analisi comparata, tanto più se, come in questo caso, si tratta dei fenomeni che, anche a prima vista, mostrano elementi di contatto reciproco, sia di similarità, sia di rivalità. 
D’altra parte, limitare il confronto ai due «ismi» suddetti, quasi li si potesse isolare dal contesto storico generale, sminuirebbe il confronto stesso e almeno un terzo momento deve entrare nell’orizzonte d’attenzione, quello di un tipo di assetto sociopolitico diverso, democratico-liberale, del quale comunismo e nazismo, ognuno a suo modo, sono stati radicali nemici, al di là della loro reciproca lotta per l’egemonia mondiale. 
Queste riflessioni vengono alla mente di fronte a una ripresa della comparazione tra comunismo e nazismo (e, distinto da quest’ultimo, fascismo) nella riflessione storica e teorica in vari Paesi, alla luce anche di un approfondimento del concetto generale di totalitarismo, una riflessione indubbiamente più pacata ed equilibrata che non ai tempi della guerra fredda, quando il coinvolgimento delle parti in gioco (comunista e democratico-liberale) era drammaticamente pressante. Per di più oggi le voci in cui questa riflessione prende corpo sono più numerose che in passato in quanto anche gli studiosi dei Paesi un tempo comunisti, e quindi costretti al silenzio o alla menzogna dal potere totale ivi dominante, oggi partecipano liberamente alla discussione con contributi di notevole rilievo. 
Senza minimamente pensare di fare qui una rassegna, basterà ricordare un’interessante riconsiderazione del «paradigma totalitario» alla luce della «fine del comunismo» a cura dell’Università Adam Lickiewicz di Poznan e un analogo volume, a differenza del precedente più di carattere storico che teorico, che al totalitarismo ha dedicato l’Istituto di storia mondiale dell’Accademia delle scienze russa, la quale ha pubblicato quest’anno anche un libro, frutto di una collaborazione tra storici russi e tedeschi, su un parallelo tra Russia e Germania dal punto di vista delle comuni, per quanto diverse, esperienze totalitarie. 
A questi studi si accompagnano quello americano di Abbott Gleason, ad esempio, che analizza il concetto di totalitarismo lungo il corso della guerra fredda e, prima ancora, della guerra ideologica a partire dai primi anni Venti, e la recentissima monografia di A. James Gregor «The Faces of Janus» che vede in una particolare prospettiva i rapporti tra marxismo-leninismo e fascismo. 
Si tratta di ricerche che, con vari risultati, ma sempre in modo stimolante, analizzano problemi troppo spesso tra noi ridotti a tabù da quella ottusa bigotteria ideologica cui si alludeva all’inizio. Da noi un libro recente, meritevole di attenta considerazione, sull’argomento è quello di Mario A. Cattaneo Terro rismo e arbitrio (Cedam), che tratta il tema con un’angolazione particolare, ma illuminante: quella del «problema giuridico nel totalitarismo». Due altri libri recenti vengono dalla Francia: Novecento, il seco lo del male (Ideazione Editrice, di Alain Besancon, che, come precisa il sottotitolo, parla di «nazismo, comunismo e Shoah» (è già stato presentato su queste colonne), e il recentissimo Comunismo e nazismo , Arianna Editrice, di Alain de Benoist, il maggior esponente intellettuale della «Nouvelle droite» (su di lui si può vedere un profilo, come di un intellettuale atipico, nel libro di Pierre-Andrè Taguieff Sur la Nouvelle droite ). 
Il libretto di Alain de Benoist (un centinaio di pagine) non è affatto trascurabile nel panorama sopra lacunosamente delineato, anche perché, oltre a entrare nel vivo della comparazione «scandalosa» comunismo-nazismo, di essa offre un’interpretazione consona, naturalmente, all’ideologia dell’autore. Si tratta di «25 riflessioni sul totalitarismo nel XX secolo (1917-1989)», come recita il sottotitolo, delle quali le prime sedici sono dedicate a «smontare» le obiezioni dei bacchettoni di fede comunista o nazista contro il «sacrilego» confronto tra i loro rispettivi regimi. Nella parte restante del volumetto l’autore trascina sul banco degli imputati di un ideale tribunale storico, accanto ai due «ismi» summenzionati, anche il presunto (ma, per l’autore, indubbio) padre di entrambi: il lilberalismo, nonché la madre, la Modernità. Il non immacolato concepimento dei mali totalitari viene ravvisato nella Rivoluzione francese. I totalitarismi, quindi, sarebbero tre, aggiungendosi ai due ben noti quello, più o meno mascherato, del liberalismo o, almeno, di una sua fase degenerativa. Questo «teorema» giudiziario non è nuovo, ed è interessante che a conforto di questa incriminazione vengano citati gli autori di un libro intellettualmente insidioso, ma incisivo, come «La dialettica dell’Illuminismo» cioè i «francofortesi» Horkheimer e Adorno, e, ovviamente, a un grado più basso, anche l’unidimensionale Marcuse. 
Sarebbe segno di una tartuferia pari alla bigotteria sopra deprecata «liquidare» Comunismo e nazismo con sufficienza, in nome del più bolso «antifascismo», perché «di destra», tanto più che il suo autore si mostra aperto a così rinomati teorici «di sinistra». Si tratta di un libro interessante, alla seconda parte del quale non sarebbe difficile opporre argomenti. Ma, cosa più importante, al di là di questa operetta, da elaborare è piuttosto una visione nuova dello stesso liberalismo, il quale oggi non può essere che critico e sociale (cosa ben diversa dal mitico «socialismo liberale»), fondato su valori laico-cristiani, scevro di ogni incongruo e anacronistico trionfalismo, e dello stesso Illuminismo, presunto padre di tutti i totalitarismi, anch’esso non da rigettare, naturalmente, ma da riconsiderare alla luce della sempre più complessa avventura della Modernità. La ricerca è aperta: le vecchie barriere ideologiche (totalitarie e non liberali!) sono crollate, finalmente.

Corriere della Sera
Martedì 2 Gennaio 2001


PARALLELI STORICI /UNA PROVOCAZIONE DI LUCIANO CANFORA 

Tu chiamala se vuoi Restaurazione 

L'Italia d'oggi come la Francia del dopo Napoleone? Allora sotto accusa erano le conquiste del 1789. Oggi quelle del dopoguerra. È la tesi di un famoso intellettuale. Che fa nomi e cognomi 

di Luciano Canfora 

Stiamo vivendo un periodo storico per molti aspetti simile a quella restaurazione che dopo il fallimento della rivoluzione francese e la definitiva sconfitta di Napoleone a Waterloo aveva riportato il vecchio ordine in Europa? È la provocazione che propone in questo articolo Luciano Canfora, storico e polemista spesso controcorrente. Partendo dalla grande fuga verso il moderatismo e le idee neoliberiste di tanti politici e intellettuali messi in crisi dalla caduta del Muro di Berlino e dal dissolvimento dell'Urss, Canfora mette a confronto le loro scelte e i loro comportamenti con quelli degli orfani di Robespierre e di Napoleone a partire dal 1815. E suggerisce ad alcuni protagonisti di oggi, scherzosamente ma non troppo, i modelli storici a cui utilmente ispirarsi all'inizio del nuovo millennio.È già successo. Anche al termine del venticinquennio rivoluzione-impero, al crollo dell'ardua esperienza, al disperdersi degli Stati satelliti, al trionfo della coalizione, animata dall'indomita e irriducibile Inghilterra contro il "tiranno" Bonaparte, chi volle continuare a popolare l'agone politico si riscoprì liberale. Fa specie, nel celebre discorso "Sulla libertà degli antichi e dei moderni" di Benjamin Constant (1819), leggere che la Francia di Luigi XVIII è per l'autore un paese libero, e che si è posta finalmente fine alla tirannide (prima giacobina, poi bonapartista). Fa specie anche pensando alla carriera dell'autore, tribuno col Bonaparte il 18 brumaio, e, dopo molteplici andirivieni, al fianco dell'imperatore persino nei disperati "Cento giorni". Constant è qui ricordato per il suo rilievo: ma simboleggia un'intera generazione, che non volle rimanere ai margini - come Filippo Buonarroti e pochi altri - ma restare al centro, beninteso entro le nuove "compatibilità" (come si direbbe oggi), anche al prezzo di entrare a pieno titolo nei vari, implacabili, e veridici repertori pullulati all'epoca: il "Dizionario delle banderuole", il "Dizionario dei Protei moderni", il "Dizionario dei falsi profeti".

Ci furono allora e ci sono oggi, in una situazione analoga (la differenza è che gli anni sono stati 71, dal 1917 al 1989) - diverse tipologie. Chi si è scoperto liberale perché lo è diventato davvero: un crollo di nervi è sempre possibile, specie in politica. Chi i nervi li ha piuttosto saldi ma non ha voluto farsi da parte. Chi ha deglutito il doloroso travestimento, ma non ha mai smesso di guardare più in là, sperando magari in tempi migliori. Con la rivoluzione del 1830 qualcosa cominciò a cambiare. Bonaparte tornò clamorosamente in auge e Luigi Filippo fu il primo sottoscrittore della sontuosissima e celebrativa "Expédition francaise en Egypte": inno alla campagna del Bonaparte, volta, così scrivevano gli autori dell'imponente lavoro, a portare con le armi i lumi nel cuore dell'oscurantismo ottomano protetto e sfacciatamente difeso dalla flotta inglese. Poi fu, man mano, la volta della rivoluzione, magari lasciando da parte il Terrore. Fino al recupero dello stesso Robespierre, negli anni ormai in cui era in atto la rivoluzione russa.

Dal primo momento gli argomenti pro e contro la rivoluzione russa furono incentrati sul grande precedente della rivoluzione francese. E riproposero i durissimi scontri polemici suscitati a suo tempo dal Terrore. Sin dal primo momento ai bolscevichi fu rinfacciato di aver ripreso in mano l'arma giacobina del Terrore. Kautzky, il noto leader della sinistra socialista tedesca, sferrò contro i bolscevichi, già alla fine del 1919, un libello intitolato "Terrorismo e comunismo": un bolscevico col berretto frigio sulla testa campeggiava sulla copertina della tempestiva traduzione italiana. Il succo del libro era che la ferocia del Terrore di tipo giacobino si era dovuta, nel corso del tempo, mitigare: così nella rivoluzione di luglio come nella Comune, e che invece i bolscevichi avevano la grave colpa di tornare a Robespierre. La risposta più dura a Kautzky la diede Trotzky, in un pamphlet dallo stesso titolo, pubblicato nel '20.


Anche chi difendeva l'esperienza sovietica si appellava al precedente del terrore giacobino e della sua brusca interruzione, a seguito del golpe contro Robespierre: scacco dal quale la rivoluzione era stata snaturata e infine travolta. Il terrore, in tutta la sua dolorosa spirale, fu dunque il protagonista dello scontro politico e storiografico intorno all'una e all'altra rivoluzione, quella di fine Settecento e quella d'inizio Novecento, legate a filo doppio nella concezione di detrattori e difensori. Tutto può dirsi tranne che il costo umano fosse ignoto. Ben scrisse Norberto Bobbio, quando le polemiche erano ancora agli inizi e l'Urss ancora alla testa del suo impero: sapevamo praticamente tutto da sempre. Oggi è comodo dire: non sapevamo. E riproporsi all'agone politico in veste nuova. Ora che ci hanno aperto gli occhi, ricominciamo a fare politica, da liberali: questo dicono ogni giorno, e finiscono col crederci essi stessi, coloro che non perché dirigenti, ma da semplici lettori di giornali, «sapevano già tutto», come ben scrisse Bobbio.

Guardando alla Restaurazione del tempo nostro, con Reagan al posto di Wellington, Putin al posto di Fouché, e D'Alema e i suoi coetanei nel ruolo dei vari Manuel, Foy, Tournon, la mente si rasserena pensando che nel lungo tempo che ci sta davanti verrà l'ora della comprensione storica di quanto abbiamo visto e tuttora vediamo. 

L'Espresso
11.01.2001


LA PAROLA AGLI STORICI 

Un solo colpevole: la rivoluzione 

Il comunismo demonizzato. La moda del revisionismo. Tutto come nel 1815? No. Perché la storia non si ripete. Tranne che... 

di Chiara Valentini 

Stiamo veramente vivendo una seconda restaurazione, un pesante ritorno al passato? Le interferenze sempre più forti del Vaticano nella vita politica attuale non potrebbero far venire in mente quel che capitò in Europa al ritorno delle monarchie, quando la Chiesa teorizzava il potere indiretto dei papi sui sovrani temporali? Ma soprattutto, anche oggi come allora, non assistiamo ogni giorno alle capriole di politici e di intellettuali che, vista la mala parata, cercano di mettersi in sintonia con il nuovo potere che avanza? Sono paragoni che non tutti gli storici sono disposti a sottoscrivere fino in fondo, anche se è difficile non farsi coinvolgere almeno un po' da somiglianze che non sembrano solo coincidenze. 

Prendiamo per esempio la condanna senza appello che a partire dal 1989 e dalla caduta del muro di Berlino viene fatta non solo degli orrori dello stalinismo ma di tutta quanta la rivoluzione d'Ottobre e via via di ogni richiamo alle idee di sinistra. Secondo Domenico Losurdo, docente di storia della filosofia, autore di un pamphlet sull'argomento, "Il peccato originale del Novecento",«anche oggi come allora la rivoluzione non viene analizzata come fenomeno storico ma considerata una specie di orribile malattia. Metternich paragonava la rivoluzione francese alla peste, Edmund Burke la definiva "un'intossicazione", altri parlavano dei giacobini come di barbari comparsi quasi per un sortilegio nel cuore dell'Europa». Per Losurdo sembra di sentire quei numerosi intellettuali che da Francois Furet giù giù fino ai compilatori del "Libro nero" fatto diffondere da Berlusconi trattano il comunismo come un virus di specie sconosciuta, colpevole di ogni male del 900. E se nella prima restaurazione si era arrivati a unire nella stessa condanna Voltaire a Robespierre, nella seconda c'è chi è disposto a mettere assieme non solo Marx e il Gulag ma anche a fare di Hegel o perfino di Jean Jacques Rousseau i pericolosi ispiratori di Lenin e Stalin. Per uno storico di area liberal come Piero Melograni, al contrario, «la storia non si ripete mai e quindi non solo non c'è una seconda restaurazione ma anche alcuni fenomeni apparentemente simili hanno origini diversissime, derivano dal passaggio di civiltà che stiamo vivendo». È invece convinto che oggi siamo immersi in una seconda restaurazione lo storico Lucio Villari. Ma con un distinguo. «Non c'è analogia fra le due rivoluzioni e quindi anche le conseguenze sono decisamente diverse». Per Villari, mentre la rivoluzione francese aveva acceso gli animi e stimolato le intelligenze più vivaci anche dopo la sua fine, la rivoluzione russa si era lasciata dietro solo macerie. «Proprio quando i Borbone tornavano a sedersi sui troni europei, si sviluppava un movimento culturale assetato di novità come il Romanticismo. Erano gli anni di de Maistre, ma anche di Byron, di Puskin, di Leopardi. Gli anni delle repressioni e dei processi ma anche della prima rivoluzione industriale, di Marx, di Hegel. Questa seconda restaurazione invece è un periodo culturalmente morto, dove la politica è sempre più povera, dove non si inventano nuove idee ma solo nuovi oggetti». Anche il liberalismo, a cui oggi quasi tutti si richiamano come in un rito, nell'800 aveva avuto una sua originalità, era l'idea forte della nuova borghesia che si legava al capitalismo nascente.«La dottrina liberista attuale si incarna nelle banalità del pensiero unico, sa solo adorare il mercato», accusa Giovanni De Luna, uno storico convinto che non ha molto senso parlare oggi di seconda restaurazione per il semplice motivo che la restaurazione c'è già stata. «È cominciata negli anni 80, quando la crisi del comunismo ha ferito a morte tutti i valori della sinistra, ha sostituito l'egoismo alla solidarietà, la meritocrazia all'uguaglianza».


Quanto al fenomeno dei voltagabbana, dei rivoluzionari che come il bravo principe di Talleyrand sono pronti a passare a Napoleone e poi magari ai Borbone, sono certo una costante di ogni periodo di cambiamento. «L'aspetto forse più interessante per l'Italia non sono tanto le conversioni berlusconiane che cominciano a prospettarsi, quanto il fatto che la nostra nuova destra si è costruita in misura notevole con quadri arrivati da sinistra,dalla diaspora socialista e dallo stesso Pci», dice De Luna. Dal mitico Aldo Brandirali, il grande capo dei marxisti leninisti approdato a Comunione e Liberazione all'ex militante comunista Bossi, dal comunistissimo Giuliano Ferrara al rivoluzionario professor Colletti, gli esempi si sprecano. Allo stesso modo abbondano i casi di laici di ferro che proprio come nell'800 si convertono e fanno atto di sottomissione a una chiesa sempre più invadente.

E chi sceglie di schierarsi contro? Allora il dissenso si era rifugiato nelle società segrete, nelle carbonerie e nelle massonerie. Dove però, sostiene De Luna, «si sviluppava il proselitismo verso la società civile. Un'esperienza da cui la sinistra in crisi avrebbe forse qualcosa da imparare davvero». 

L'Espresso
11.01.2001


Aldo Agosti ha diretto un’Enciclopedia che ridefinisce un secolo di idee e di movimenti oggi in crisi Sinistra, l’identità dalla A alla Z


Saggi e «voci» fra sorprese e spiazzamenti


Ci sono le biografie di 370 personaggi che fanno parte, direttamente o simbolicamente, della sinistra europea. C’è la mappa di partiti, movimenti, correnti culturali che hanno rappresentato questa sinistra. Ci sono gli eventi più significativi nella sua storia, dallo sciopero del 1902 in Belgio al crollo del Muro nel 1989. Ci sono tredici densi saggi sui grandi temi, da rivoluzione a globalizzazione. C’è la storia delle sinistre nei singoli paesi europei, in ordine alfabetico da Albania a Ungheria. Si tratta di una coraggiosa impresa editoriale: l’ Enciclopedia della sinistra europea nel Novecento , 1300 pagine in 5 sezioni, diretta da Aldo Agosti, pubblicata dagli Editori Riuniti. Sarà presentata mercoledì alla libreria Biblis di Roma. Ma, come in tutte le opere enciclopediche, ci sono scelte, sui nomi e sui temi, dietro le quali si possono intravedere linee culturali se non opzioni politiche. In questo caso, la scelta spiazzante è l’annessione al campo della sinistra europea di un liberale come Piero Gobetti e di un cattolico come Lorenzo Milani, che figurano fra i cinquanta italiani biografati. Sebbene né l’uno né l’altro abbiano militato nella sinistra, tuttavia sono stati inclusi nel dizionario biografico, come spiega Agosti nella «Introduzione», perché sono diventati un riferimento esemplare della sinistra. Dietro le voci di Gobetti e don Milani, come anche di Simone Weil o Aldo Capitini, è evidente l’idea di forzare i confini ideologici e politici della sinistra tradizionale. Il significato dell’opera, realizzata con il contributo di un centinaio d’autori, è d’altronde quello di spingere verso la ridefinizione di un’identità della sinistra europea, proprio in una fase storica in cui i suoi contorni si vanno stemperando. Da questa esigenza nasce probabilmente la stessa originale struttura dell’enciclopedia, nella quale s’incrociano registri diversi: il dizionario, la cronologia, la scheda, il saggio, per tenere insieme informazione didascalica e riflessione analitica. L’identità perduta è il rovello della sinistra dopo il 1989 e non c’è da meravigliarsi se nelle pagine di questa enciclopedia si ritrovano echi delle vicissitudini che hanno segnato il cammino dei postcomunisti, fino all’ I care del parroco di Barbiana, riletto da Veltroni. Un’operazione del genere implica rischi di sbilanciamenti e omissioni. La sezione dedicata a movimenti, istituzioni, correnti culturali, contiene numerose utilissime voci, da Anarchismo a Zdanovismo, però non comprende i movimenti pacifisti ed è piuttosto debole sulle opposizioni anticoloniali: resta ignorato il caso creato dal noto film di Autant-Laura Non uccidere (1961). E le parti sui movimenti giovanili oscillano tra una sottovalutazione della loro incidenza politica e una sopravvalutazione delle loro tendenze consumistiche: da un lato si attenuano gli sconvolgimenti provocati dal Sessantotto e dall’Autonomia (tra l’altro ignorando i nouveaux philosophes ), dall’altro si fa spazio al caso Zanzara, Patty Pravo e Adriano Celentano. Naturalmente ogni enciclopedia si presta al gioco maligno di chi c’è e chi non c’è, con conseguenti polemiche (qui comunque limitate dalla scelta di non includere i viventi nel dizionario biografico). In questa gli interrogativi riguardano soprattutto la scelta di dare rilievo a intellettuali, che non hanno avuto un peso politico ma sono stati riferimenti culturali. Limitandoci all’Italia, perché ci sono Pasolini e don Milani ma non c’è Primo Levi? Perché a Elio Vittorini è dedicata soltanto una citazione? Perché sono ignorati i meridionalisti e non c’è una voce per un cavallo di battaglia della sinistra come la questione meridionale? Perché non si citano mai, neanche en passant , Italo Calvino o Leonardo Sciascia, che pure un certo peso sulla cultura della sinistra europea lo hanno esercitato? Una risposta è l’impianto ideologico dell’opera. Per quanto articolato il comitato scientifico e per quanto largo il numero degli autori, emerge di fatto una linea che privilegia, nella recuperata identità della sinistra europea, la tradizione socialdemocratica, la lezione berlingueriana e l’apertura ai cattolici, lasciando in ombra il dissenso trasgressivo (a Giangiacomo Feltrinelli si riservano in tutto due righe e si escludono dal quadro i nouveaux philosophes ). Ma è chiaro che si sono anche fatte scelte difficoltose, ed è probabile la sorpresa di più d’un lettore di fronte al silenzio, in un’opera che rinnova l’immagine della sinistra, su Leone Ginzburg e Giaime Pintor, due intellettuali, entrambi caduti durante la resistenza, di cui oggi si riscopre proprio la dimensione europea.

Alberto Papuzzi

La Stampa
10 dicembre 2000


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