Si discute la proposta di istituire una commissione d’inchiesta sulle responsabilità politiche. La vicenda scoperta per caso dal procuratore militare Intelisano
Silenzio su 695 stragi nazifasciste, il Parlamento ora vuole indagare
Cercando dossier su Priebke e Haas trovate centinaia di indagini avviate dagli angloamericani



Indro Montanelli lo ripeteva sempre: sugli orrori hitleriani i tedeschi sono stati più seri di noi, perché la verità l'hanno cercata. E se per la Berlino dei carnefici fu una ricerca scomoda, per Roma sarebbe stata un dovere, vista la contabilità dei nostri morti. Un esempio, i 5000 massacrati a Cefalonia, per i quali lo storico Schieder chiedeva ai colleghi italiani: «Come mai il silenzio su un simile episodio?». Montanelli rispondeva che la rimozione era dipesa dalla difficoltà di far entrare nel «sacrario della Resistenza» i soldati massacrati dalla Wehrmacht.
Lo stesso interrogativo su una giustizia negata (e senza farne questioni di Dna da partigiano-tipo), potrebbe esser moltiplicato per almeno 695 volte. Cioè per il numero dei fascicoli su altrettante stragi naziste che furono chiusi nel cosiddetto «armadio della vergogna», con il timbro di «archiviazione provvisoria».
Ci è calata la muffa per quasi cinquant'anni. Fino a quando non sono stati trovati, nel '94. Da allora è scattata la trasmissione dei dossier ai tribunali militari. Si sono aperti processi. E soprattutto si è alzato il velo su un imbarazzante segreto di Stato.
Ieri la vicenda è approdata a Montecitorio. Se ne discuterà con un obiettivo: il varo di una Commissione parlamentare d'inchiesta. La Camera dovrebbe approvarla in tempi brevi, poi toccherà al Senato confermarla. Ma l'onorevole Francesco Bonito, ex magistrato e responsabile giustizia dei Ds, tra i più attivi nel promuovere questa svolta, non vuole avere dubbi: «Con il peso delle 15 mila vittime elencate nei dossier, tutte civili, nessuno può decentemente sottrarsi alla richiesta di verità».
Che cosa dovrebbe chiarire la commissione, a una così grande distanza di tempo? Ovviamente non le responsabilità penali, il cui accertamento compete alle procure e alle corti militari (certo, per quanto possibile, dato che mezzo secolo ha ormai tolto di scena moltissimi testimoni e carnefici). Deve dunque far luce sulle responsabilità politiche. Vale a dire: dare un nome a chi decise, quando, e con l'appoggio di quali autorità, di nascondere in un archivio quei 695 fascicoli relativi ai crimini di massa compiuti dalle truppe naziste durante gli anni dell'occupazione.
Il «perché», invece, è già stato in qualche modo chiarito. Ed ha a che fare con «superiori esigenze di politica internazionale», la fatidica ragion di Stato, come forse aveva intuito sin dal ritrovamento delle carte il procuratore militare Antonino Intelisano, nell'estate del 1994.
Il magistrato cerca documentazioni su Priebke e Haas, e scopre per caso un armadio al piano terra di un palazzo di via degli Acquasparta, a Roma. E' un vecchio mobile ministeriale, chiuso in una stanza ricavata da un'altra stanza e accessibile tramite un cancello chiuso a chiave, ed ha le porte rivolte verso il muro cui è appoggiato. Quando lo dischiude, vi scopre un inventario delle stragi nazifasciste, diviso in centinaia di fascicoli. Nei dossier, monchi in quanto le prime istruttorie furono svolte dagli angloamericani e non si era proceduto oltre, c'è materiale abbondantissimo. Ci sono le località dove sono avvenuti torture, stupri, eccidi, distruzioni, incendi. Ci sono i nomi delle vittime e quelli dei colpevoli. Ci sono verbali d'interrogatorio, a volte scritti in tedesco. E su ogni foglio c'è quel cartiglio, «archiviazione provvisoria», inventato ad hoc, che ha consentito di non trasmettere a tempo debito le istruttorie alle varie procure interessate.
Su quel ritrovamento il Consiglio della magistratura militare apre un'inchiesta in cui certifica «un insieme di determinazioni radicalmente contrarie alla legge», un'«illegalità» che «ha avuto inizio nell'immediato dopoguerra». Insomma: si è deliberatamente archiviato tutto, rinunciando a perseguire colpevoli identificati con nome e cognome, e impedendo che fosse resa giustizia a migliaia di vittime. Perché? Siccome non è pensabile che i vari procuratori militari che si sono alternati in quell'ufficio si siano presi la briga di far sparire i fascicoli senza un ordine superiore, è tra le autorità politiche che vanno cercati i responsabili. Come del resto aveva ammesso Paolo Emilio Taviani, che fu presidente dei partigiani cattolici, tante volte ministro dc e poi senatore a vita. Pochi mesi prima di morire, parla del caso Cefalonia con Franco Giustolisi (firma storica dell'«Espresso» ed esploratore tenace di questa pista), e gli spiega perché l'Italia aveva rinunciato a perseguire i responsabili della strage. Rinunciato proprio con il suo assenso scritto in una lettera segreta, accanto alle firme dell'allora ministro della Difesa Martino e del capo del governo Segni. Dice Taviani: «Un processo per quell'orrendo crimine avrebbe colpito l'opinione pubblica e impedito forse per molti anni la possibilità che l'esercito tedesco risorgesse dalle ceneri del nazismo. A guidarmi fu la ragion di Stato». In breve: la Nato aveva bisogno delle forze armate tedesche in funzione anti-Urss, la Germania era un alleato-chiave sul quale era meglio che l'ombra del nazismo si dissolvesse in fretta, gli Usa premevano e Roma si adeguò senza remore.
Ecco come è stata negata giustizia ai morti di Cefalonia, e a quelli di infiniti altri eccidi, con l'avallo di chissà quali grandi papaveri.
Quando l'anno scorso il «Comitato per la verità e la giustizia sulle stragi nazifasciste» costituito a Sant'anna di Stazzema (560 vittime), ha portato al presidente della Repubblica il registro con l'elenco degli orrori, si è sentito tranquillizzare. Ha detto loro Ciampi: «Seguirò con molta attenzione questa vicenda, le responsabilità saranno chiarite». Da ieri, in Parlamento, si è cominciato a far sul serio.

Marzio Breda

Corriere della Sera
18 giugno 2002 


Aldo Aniasi commemora FERRUCCIO PARRI


Quello di oggi è un atto simbolico di grande significato etico e politico.
Un atto compiuto alla vigilia della data simbolo della Liberazione Nazionale, che sottolinea il legame tra l'eroico passato della Lotta di Liberazione Nazionale e le giornate che viviamo dense di gravi problemi nei quali si dibatte la società italiana.
Dobbiamo essere grati al Comitato Permanente della Resistenza, al Sindaco di Genova che lo presiede, alle organizzazioni partigiane per aver promosso l'omaggio che abbiamo reso poco fa a Staglieno alla memoria di Ferruccio Parri ove riposa accanto alla tomba di un altro grande italiano Giuseppe Mazzini.
Genova, medaglia d'Oro al Valor Militare per l'eroica resistenza contro il nazifascismo, dimostra ancora una volta di essere fedele alla sua storia alla sua tradizione patriottica e popolare.
E' la Genova che noi ricordiamo, unica città in Europa che ha costretto il 22 aprile '45 l'armata germanica comandata dal Gen. Meinhold ad arrendersi, ai capi della Resistenza, ai membri del C.L.N.
La Genova operaia e popolare che nel 1960 si oppose alla arroganza di Tambroni e al suo disegno reazionario e antidemocratico costringendo il Governo alle dimissioni.
Questa è la Genova delle grandi tradizioni eroiche e civili che noi ancora una volta vogliamo ringraziare.
Parri avrebbe apprezzato l'atto di oggi più di ogni altro onore che gli è stato reso nei giorni della sua scomparsa e negli anni successivi.
Una lapide, con la firma "i partigiani" è stato l'atto di riconoscenza dei ragazzi di un tempo al loro effettivo comandante.
Parri è uno degli eroi meno conosciuti e uno dei meno popolari.
E' vero che la Repubblica gli ha reso onori dovuti, ma è altrettanto vero che quegli onori sono stati spesso formali, protocollari, proprio quelli dei quali egli diffidava.
Un sondaggio sulla conoscenza della storia patria ha confermato l'ignoranza della storia della nostra Nazione dal Risorgimento alla Resistenza. Ebbene alla domanda: Lei ricorda chi è stato Ferruccio Parri? solo il 34% ha risposto "un esponente della Resistenza" a fronte del 56% che non sa e del 10% che si divide tra patriota del Risorgimento e Ministro fascista.
E ad un'altra domanda - quale personaggio che le ricorda la Resistenza - Parri ha ottenuto solo l'1%. 
Non c'è dubbio che l'ignoranza della storia della nostra nazione è dovuta a molteplici ragioni a partire dalla scelta di una scuola agnostica nella quale sino a qualche anno fa l'insegnamento della storia si fermava al 1918.
Sicuramente questi risultati sono anche conseguenza del tentativo di cancellare quella spinta al rinnovamento di cui era portatrice la lotta di liberazione nazionale.
E' triste constatare quanto sia necessario ancora dopo due decenni dalla scomparsa, rivalutare la figura di un personaggio che la maggioranza degli italiani non ha saputo valutare in giusta misura.
Nei giorni della sua scomparsa Giovanni Spadolini affermò: "il giudizio della storia sarà più largo di quello che fu la generosità dei suoi contemporanei".
Nelle stesse giornate Sandro Pertini il grande antifascista, eroe della Resistenza, Presidente della Repubblica da sempre suo compagno affermò: "era di esempio a tutti noi, era il nostro capo ideale".
Genova non ha certo mancato di apprezzare i giusti meriti e l'eccezionale contributo che Parri ha dato all'unità nazionale, all'indipendenza, alla liberazione e alla crescita civile e sociale della nostra Italia.
Genova lo ha voluto suo cittadino onorario, lo ha accompagnato alla sua ultima dimora con affettuose e commosse manifestazioni di affetto, di cui si è allora fatto interprete il sindaco del tempo Fulvio Cerofolini.
Voglio aggiungere il ricordo di un Convegno che si tenne a dieci anni dalla sua scomparsa al teatro "Carlo Felice" per iniziativa dell'Istituto Storico della Resistenza Ligure e del suo Presidente, il nostro caro compagno Raimondo Ricci.
Sono quindi sentimenti di gratitudine che a nome dei compagni qui giunti rivolgo ai partigiani e ai cittadini genovesi.
Ho voluto sottolineare questi apprezzamenti perché è rimasta nel mondo dei resistenti la sofferta, diffusa convinzione che troppo spesso Parri sia stato oggetto di interpretazioni lontane dal significato autentico del suo impegno di vita.
Egli era stato innanzitutto "Maurizio" il capo dei partigiani, l'antifascista coerente, coraggioso ed intransigente. Era stato il capo di un Governo antifascista sorretto dal vento del nord, ben presto soccombente alle prime manifestazioni di una tendenza alla restaurazione che poi si sarebbe manifestata nel paese.
E' stata la pubblicistica prevalente a dare di Parri un'immagine deformata: lo si è pianto per le sue virtù civili, per la sua onestà morale ignorando, quando non addirittura negando, la sua capacità politica, la sua idoneità a governare il paese.
Ben venga quindi anche questo incontro a rendere giustizia, a valutare i fatti con obiettività, a formulare giudizi attenti, analizzando con rigore la vita, l'attività, il pensiero ed il comportamento di Ferruccio Parri.
Ne uscirà esaltato l'uomo, la sua figura eroica, ma anche il politico coerente, portatore di un disegno rinnovatore e riformatore.
In un momento nel quale viene messa in discussione l'unità nazionale, nel quali si vitupera la bandiera tricolore e grottescamente si ricercano origini celtiche riscoprire il filo ideale che unisce il primo risorgimento con la resistenza è importante per un popolo che non conosce la sua storia e le sue radici e che perciò rischia di non essere in grado di proiettarsi verso il futuro.
Quando si assiste allo scadimento di valori morali, qualcuno comincia a dubitare della democrazia e si crea una certa disaffezione verso le istituzioni.
Per questo è molto importante rifarsi a coloro che con l'esempio hanno dato la dimostrazione di fedeltà ai principi di intransigenza morale.
Oggi c'è chi nega i valori del Risorgimento chi irride la figura di Garibaldi e di Mazzini.
Anche Parri fu deriso mortificato, calunniato, diffamato.
Voleva condurre l'Italia a compiere una rivoluzione democratica e pacifica, voleva riforme di struttura di grande respiro.
Un riformismo sociale, che però non è riuscito ad imporre perché si trovò di fronte il muro della conservazione.
Le forze che egli ha combattuto lungo tutto l'arco della vita hanno sempre operato per offuscarne la figura, per sminuirla, per fare apparire Parri come un modesto, patetico onest'uomo.Nelle analisi e nelle valutazioni è stata prevalente la considerazione per il suo carattere e il suo temperamento più che per il suo pensiero, per gli stessi risultati concreti della sua azione e delle battaglie politiche alle quali dette il suo contributo determinante, quando non le capeggiò o diresse.
Si è arrivati al punto di ridurre il suo impegno una specie di laicismo religioso mortificandone la coerenza ed il rigore.
Schiacciare - come si è fatto - la sua figura sulle più evidenti manifestazioni caratteriali, quasi sempre per sminuire o per evitare di rendere esplicite le riserve sulle sue capacità politiche - è il torto più grave che gli si potesse fare.
Egli invece per tutta la vita ha partecipato da protagonista agli eventi che hanno trasformato la nostra società.
A nessuno può sfuggire, in questi tempi nei quali la questione morale ha raggiunto livelli e qualità così chiaramente politici, l'attualità e la preveggenza di una generazione e di una sinistra che hanno sempre considerato l'aspetto etico come un pilastro fondamentale della vita politica e pubblica in generale. 
"La mia non è l'ingenuità dell'orbo in un mondo di furbi", ripeteva Parri, "ma quella di chi preferisce consapevolmente la buona fede alla furberia".
Egli era così in sintonia con una generazione di combattenti per la libertà che hanno pagato di persona per la loro coerenza e la loro intransigenza.
Una generazione che costituisce un ponte con i giovani di oggi, un punto di riferimento ideale per poter costruire l'Italia di domani a misura dei sogni e del disegno politico dei resistenti.
La sua è una vita densa di avvenimenti e fin dall'inizio politicamente orientata, dove lo spirito e gli ideali del combattente democratico assumono una fisionomia sempre più netta in termini di impegno e di obiettivi politici.
Egli fu l'interventista democratico pluridecorato nella prima guerra mondiale, l'ufficiale di Stato Maggiore che partecipò alla stesura del piano strategico che portò all'offensiva di Vittorio Veneto, il giornalista attivo in tempo di pace sino a quanto gli fu possibile farlo in regime di libertà, il militante antifascista che pagò di persona con il carcere e il confino, che approdò poi all'elaborazione ideologica dando vita a Giustizia e Libertà, l'artefice - con Sandro Pertini e Carlo Rosselli - del leggendario espatrio clandestino di Filippo Turati.
Il suo ruolo ed il suo peso nella Resistenza, anche grazie alle sue esperienze e capacità militari, appaiono come il coronamento e la conseguente evoluzione della sua vita precedente.
L'equilibrio, la moderazione, congiunte alla fermezza sulle questioni di principio, fecero di Parri il solo capo capace - come ci ricordava Valiani - di conciliare le diverse ali del movimento partigiano: comunisti, socialisti, azionisti, democristiani, liberali e persino monarchici.
Una convinzione quella di imprimere una svolta alla politica italiana che sostenne sin dalla Consulta quando polemizzò aspramente con Croce che considerava il fascismo una parentesi e che si augurava un ritorno alla fase precedente.
Durante questa esposizione, Parri fece un'affermazione che provocò vivaci polemiche: "… "Tenete presente che da noi la democrazia è praticamente agli inizi. Io non so, non credo che si possano definire regimi democratici quelli che avevamo prima del fascismo…" Una parte dell'aula reagì fragorosamente.
Qui si palesa la questione centrale che Parri voleva porre: rinnovamento o conservazione? Ci sono in questo confronto dialettico due linee politiche presenti nella lotta antifascista e nella Resistenza; ambedue hanno lottato per la libertà ma l'una, conservatrice, per un ritorno all'Italia prefascista, l'altra progressista e riformatrice, per una nuova Italia.
Egli era convinto che solo misure di giustizia sociale con una grande valenza morale avrebbero potuto rappresentare quella carica ideale volta a sostenere una politica riformista, a far sopportare sacrifici creando una solidarietà nazionale indispensabile per sostenere un reale e radicale rinnovamento. Parri si proponeva quindi come esponente di una rivoluzione democratica e liberale che veniva duramente avversata dalla destra: infatti, nel frattempo, le forze e gli uomini della Resistenza dell'area popolare e progressista, avevano perso peso. Si sottovalutavano la corruzione e l'inefficienza del sistema ereditato dal fascismo e una burocrazia che costituiva un intralcio, una remora a politiche di cambiamento.
Una sottovalutazione che ha nel tempo influito sulla possibilità di impedire il rinnovamento delle strutture e del costume del paese.
Debole fu allora il sostegno della sinistra.
Ferruccio Parri era il sostenitore di una democrazia senza aggettivi, ne' classista , né confessionale. Una democrazia non socialista, ma legata a quegli ideali di libertà e giustizia che Carlo Rosselli aveva consacrato nel suo socialismo liberale.
Con più precisione si può definire un riformista di formazione risorgimentale, aperto alle istanze umanitarie e democratiche del socialismo italiano: ecco Ferruccio Parri, nella globalità del suo pensiero e delle sue battaglie. 
Un fatto è però certo: la politica riformista allora sconfitta non è più riuscita, nonostante la buona volontà e l'impegno di molti, ad affermarsi nel nostro paese.
Sarebbe far torto alla verità desumere dal freno alle tesi riformiste la sconfitta della Resistenza.
Infatti le elezioni amministrative, la ricostituzione dei consigli Comunali, il referendum istituzionale, la vittoria della Repubblica, la Costituente e la promulgazione della Costituzione, la politica sociale, le conquiste dei lavoratori, le riforme civili, laiche e democratiche sono dimostrazione di quanto lo spirito antifascista e popolare abbiano inciso sullo sviluppo e sul progresso del paese.
Ancora oggi gli ideali rappresentati da "Maurizio", che sono gli ideali della Resistenza, consacrati nei principi della nostra Costituzione, sono un punto di riferimento per chi ritiene che il rinnovamento delle strutture del costume del paese siano la condizione per lo sviluppo ed il progresso dell'equità.
Pochi uomini attribuirono alla questione morale il valore centrale che fu espresso dalla Presidenza Parri in quel governo a guida laica e azionista diretta espressione della nuova Italia del secondo Risorgimento. Egli ai suoi critici rispose: "Voi vedete in prima linea le necessità materiali. Lasciate che io metta in prima linea il lato morale".
Era quello stesso Parri che al Tribunale di Savona, che lo aveva processato per il suo antifascismo, aveva risposto: "contro il fascismo non ho che una ragione di avversione: ma quest'ultima perentoria e irriducibile, perché avversione morale: è, meglio, integrale negazione del clima fascista. 
Dopo la nomina a Senatore a vita affermò e lasciò una indicazione che dobbiamo fare nostra: "gli uomini della mia generazione non possono prendere congedo quale che sia il ruolo che di volta in volta sono chiamati a svolgere .
Questo è un patrimonio alto della nostra Repubblica.
Gli uomini che hanno memoria storica perché hanno partecipato a queste vicende hanno il dovere morale di trasmetterle alle nuove generazioni perché senza questa memoria storica, senza il ricordo di questi esempi è difficile dare una base morale anche alle istanze di cambiamento che pure si impongono.
Ecco quindi che questo incontro, questa nostra riflessione sulla figura di Ferruccio Parri non si limita al riconoscimento del ruolo da lui esercitato per decenni, non è solo una pagina eroica della nostra storia che celebriamo ma ha un preciso significato politico del tutto attuale.
Oggi quella italiana e tuttora una democrazia difficile e ha quasi carattere di emergenza.
Il governo attuale è condizionato, meglio forse sarebbe affermare, è portatore di interessi economici e di tentativi reazionari che rischiano di condurci a situazioni e contrasti drammaticamente esplosivi.
Qualche riflessione e qualche riferimento ai valori attuali cioè ritenendo che una rilettura, una riproposizione della figura di Parri sia appunto un mezzo per riflettere sulle vicende e sulla crisi politica, sulla crisi morale e sulla crisi istituzionale che noi stiamo attraversando.
Parri ci ha insegnato il senso dello Stato, il senso delle Istituzioni, a lavorare per lo sviluppo e l'equità per l'unità del nostro Paese.
"Resistere ora e sempre". E' il motto dettato da Calamandrei e che ci ha ispirato in questi decenni.
Dobbiamo resistere a chi vuole riportarci indietro nel tempo cancellando quanto di positivo si è fatto in questi decenni.
Dobbiamo resistere a chi, non accettando che la Repubblica sia fondata sul lavoro, vorrebbe cancellare le conquiste democratiche, i diritti e lo statuto dei lavoratori.
Dobbiamo resistere a chi vorrebbe eleggere un'Assemblea Costituente, per riscrivere la Costituzione, tagliando le radici con la Resistenza.
Dobbiamo resistere ai tentativi di un pseudo - revisionismo che vorrebbe riscrivere la storia falsificandola.
Ecco perché diciamo no a chi vorrebbe trasformare il 25 aprile in una festa della riconciliazione.
No alla parificazione dei torti e delle ragioni: riconciliazione solo con chi accetta il "patriottismo costituzionale" sul quale fondare l'unità e l'identità nazionale.
Il nostro senso della democrazia e della libertà è solido e senza riserve.
Siamo rispettosi dei responsi elettorali, riconosciamo la legittimità di chi governa con il consenso popolare. Chi ha vinto le elezioni ha il diritto-dovere di governare, ma non ha il diritto di mettere in discussione le basi democratiche della Repubblica.
Ricordiamo loro che governare non vuol dire comandare, non vuol dire ignorare la divisione di poteri, l'indipendenza della magistratura, vuol dire invece che la legge è eguale per tutti, vuol dire rispettare i poteri del Parlamento nel quale c'è anche una opposizione che esercita il diritto dovere di opporsi ad una scuola di classe, ad una sanità per i ricchi, ad una informazione distorta.
Non basta essere stati antifascisti ieri. Dobbiamo esserlo ancora oggi.
Dobbiamo ribadire che essere antifascisti significa battersi per la pace, contro il razzismo, contro la violenza, contro la fame, la povertà del mondo, contro chi coltiva sogni reazionari e antidemocratici.
Ricordando Parri che ci ripeteva: "la Resistenza è incompiuta" dobbiamo raccontare perché gli anziani ricordino e i giovani sappiano.

GENOVA,24 APRILE 2002


La Liberazione

L'insurrezione nel Nord

(da "Storia dell'Italia moderna", di G. Candeloro)

Il 13 aprile 1945 il generale Clark (generale americano della quinta armata e poi di tutte le forze alleati in Italia) inviò un messaggio ai partigiani raccomandando loro di restare sulle montagne e di non compiere azioni premature. Appena conosciuto il testo dei messaggio Togliatti scrisse a Longo in questi termini: "Il nuovo ordine del giorno del generale Clark è stato emanato senza l'accordo del governo né nostro. Tale ordine del giorno non corrisponde agli interessi del popolo. E nostro interesse vitale che l'armata nazionale e il popolo si sollevino in un'unica lotta per la distruzione dei nazifascisti prima della venuta degli alleati. Questo è indispensabile specialmente nelle grandi città, come Milano, Torino, Genova ecc., che noi dobbiamo fare il possibile per liberare con le nostre forze ed epurare integralmente dai fascisti. Prendete tutte le misure necessarie per la rapida realizzazione di questa linea, scegliete voi stessi il momento dell'insurrezione sulla base dello sviluppo generale della situazione sui fronti, sul movimento del nemico e sulla base della situazione delle forze patriottiche, [ ... ]".
L'atteggiamento del Partito comunista, che controllava almeno il 40 per cento delle forze armate partigiane, ebbe un'importanza determinante; ma si deve dire che anche il Partito d'azione e il Partito socialista erano pronti per la lotta finale. E neppure si opposero all'insurrezione i rappresentanti della DC e del PLI nei CLN. All'insurrezione parteciparono quindi anche le formazioni armate democristiane e autonome. Inoltre tutte le formazioni erano molto aumentate numericamente nelle ultime settimane per l'afflusso di giovani desiderosi di combattere l'ultima battaglia contro i nazisti e i fascisti. La rete organizzativa dei CLN e dei comandi partigiani delle varie tendenze funzionò nel complesso molto efficacemente e, si può dire, quasi ovunque le varie formazioni locali si mossero nel momento più opportuno per attaccare i tedeschi e i fascisti, per difendere gli impianti industriali e di pubblico interesse e per prevenire talora di poche ore, ma spesso di alcuni giorni, l'arrivo delle forze alleate. Masse notevoli della popolazione scesero in campo per appoggiare le formazioni partigiane.

Emilia

In Emilia la resistenza tedesca durò per circa una settimana, prima di cedere alla pressione delle armate alleate. Il 21 aprile gli italiani del gruppo di combattimento "Legnano" e i polacchi entrarono per primi a Bologna, dove però già da due giorni erano penetrate le forze partigiane. Il 21 Ferrara insorse, ma il giorno successivo i partigiani non poterono impedire che la città fosse attraversata da grosse forze germaniche in ritirata verso il Po. Modena, Reggio e Parma furono liberate dalle forze patriottiche, grazie all'azione concorde delle brigate affluite dalla campagna e delle formazioni cittadine. Nelle campagne e nelle città minori l'insurrezione ebbe un carattere travolgente, grazie all'appoggio della maggioranza delle popolazioni contadine. 1 tedeschi si ritirarono precipitosamente a nord del Po, ma molti furono catturati dagli alleati e dai partigiani; circa 6000 di loro, rimasti circondati nella valle del Taro, si arresero agli americani. I partigiani di Piacenza lottarono a lungo contro i tedeschi ostacolandone la ritirata fino a che la città fu liberata completamente la mattina del 29 aprile.

Liguria

Frattanto la V armata americana, che aveva liberato Carrara il 12 aprile, aveva cominciato ad avanzare in Liguria, in direzione di Genova, che però insorse il 23 aprile. Sebbene inferiori di numero rispetto alla guarnigione tedesca, i GAP, le SAP genovesi e alcune brigate scese dalle montagne, penetrate via via in città, salvarono il porto asportando e isolando le mine postevi dai tedeschi, salvarono gli impianti industriali, sconfissero i fascisti che tentarono di resistere nel centro della città, costrinsero alla resa il comandante del presidio tedesco, fecero prigionieri 6000 tedeschi, che consegnarono agli alleati quando questi arrivarono a Genova il 28 aprile.

Piemonte

In Piemonte, dove le formazioni partigiane erano più numerose che in altre regioni, la lotta fu molto aspra. Cuneo fu liberata, dopo una 939 battaglia durata dal 24 al 29 aprile, dalle brigate garibaldine, gielliste (appartenenti al gruppo "giustizia e libertà") e autonome, scese dalle valli. A Torino l'insurrezione fu preceduta il 18 da uno sciopero generale che bloccò tutte le attività cittadine; poi il 25 entrarono in azione le squadre cittadine e alcune formazioni scese dalle montagne; gli operai occuparono le fabbriche che difesero contro gli attacchi dei tedeschi. Frattanto, mentre i fascisti, asserragliati nel centro della città, tentavano l'ultima difesa, il capo della missione alleata, colonnello Stevens, cercò di fermare l'insurrezione per fare in modo che la città fosse liberata soltanto dagli alleati. Ma altre brigate partigiane penetrarono in città, nonostante i messaggi in contrario inviati dal colonnello inglese, e diedero il colpo di grazia alla resistenza dei fascisti e dei tedeschi liberando definitivamente Torino il 28 aprile. Due divisioni tedesche, che si ritiravano dal Cuneense, chiesero allora di attraversare la città; ma il comando partigiano rifiutò. A loro volta i tedeschi rifiutarono di arrendersi e, senza entrare a Torino, si diressero verso il Canavese. Qui, dopo avere compiuto ancora stragi e devastazioni, si arresero poco dopo agli alleati che frattanto erano entrati a Torino il 1 maggio. Anche le altre città del Piemonte furono liberate dai partigiani prima dell'arrivo degli alleati. Le formazioni garibaldine della Valsesia liberarono Biella, Vercelli e Novara, quindi, insieme ad altre formazioni scese dalla Val d'Ossola, si diressero verso Milano.

Lombardia

A Milano il segnale dell'insurrezione fu dato dal CLNAI nella tarda mattinata del 25, ma soltanto la mattina del giorno dopo cominciò lo sciopero generale e gli operai occuparono le fabbriche. L'insurrezione dilagò rapidamente nelle zone periferiche, dalle quali le squadre cittadine fecero pressione verso il centro della città. La sera del 26 la Guardia di finanza, da tempo in collegamento col CLNAI, occupò in nome di questo il palazzo della prefettura, mentre cominciavano ad affluire a Milano le divisioni partigiane provenienti dall'Oltrepò pavese. Nei giorni successivi furono sopraffatte le resistenze fasciste e tedesche nel centro cittadino. Le truppe americane arrivarono a Milano il 30 aprile, quando già i partigiani avevano liberato anche le principali città della Lombardia.

Veneto

Poco prima altre forze americane, che avevano passato il Po il 24, avevano occupato Mantova e Verona il 26 aprile, separando così le truppe tedesche che ancora combattevano in Lombardia e in Piemonte da quelle che presidiavano il Veneto, dove le truppe britanniche, che avevano passato il Po a Ferrara, puntavano su Padova. Questa città, che era sede del comando regionale del CVL (corpo volontari della libertà), insorse il 27. I partigiani ottennero subito la resa dei fascisti, ma dovettero combattere aspramente per parecchie ore contro i tedeschi, che si arresero la sera; il giorno dopo insorse Venezia che costrinse alla resa il presidio germanico. Nei giorni successivi fino al 2 maggio, mentre in tutto il Veneto avanzavano le truppe alleate, i partigiani combatterono ancora contro i tedeschi sull'Altipiano di Asiago e nel Cadore.

Friuli Venezia Giulia

A Trieste il CLN (di cui non faceva parte il PCI per contrasti con gli altri partiti sull'atteggiamento da tenere verso i partigiani slavi) proclamò l'insurrezione il 30 aprile e riuscì a impadronirsi di alcuni edifici pubblici; ma il 1 maggio la città fu occupata dai partigiani iugoslavi molto più numerosi di quelli italiani; infine il giorno seguente entrò a Trieste la divisione neozelandese dell'VIII armata, comandata dal generale Freyberg, al quale si arresero i tedeschi che ancora presidiavano alcune posizioni fortificate.
Gli iugoslavi tuttavia rimasero in città, dove istituirono una loro amministrazione; soltanto dopo alcune settimane essi furono costretti da anglo-americani a ritirarsi da Trieste che fu sottoposta al governo militare alleato.

In tutte le città liberate dai partigiani, e pure nei piccoli comuni, i CLN locali nominarono nuovi sindaci e giunte comunali sulla base di elenchi di persone che essi stessi aveva già preparato. Lo stesso fu fatto per le cariche governative provinciali: prefetti, questori e al funzionari nominati dai CLN assunsero i poteri politici e amministrativi, mentre reparti partigiani costituirono le forze di polizia. Tutte cariche pubbliche furono distribuite tra i partiti antifascisti in modo generalmente paritario Intanto il CLNAI aveva emanato una serie proclami e decreti importanti. Anzitutto il aprile aveva diffuso un proclama che cominciava con questa premessa: "In nome del popolo italiano il Comitato di Liberazione Nazionale per l'Alta Italia, delegato dal governo italiano per assicurare la continuazione della guerra liberazione a fianco degli Alleati, per garantire contro chiunque la libertà, la giustizia e la sicurezza pubblica, assume tutti i poteri civili e militari. Tali poteri sono esercitati attraverso i comitati di Liberazione Nazionale regionali provinciali".

da :


La storia rubata dal fascismo


Il regime ha stravolto i valori del Risorgimento e ha fatto dimenticare il rispetto per le altre nazioni. Con il risultato che da noi il sentimento di patria è «a bassa intensità».


di PASQUALE CHESSA 


Ovidio: «È una pia fatica narrare le vicende della patria»  

«Dobbiamo recuperare una visione profonda della storia» dice Rosario Villari, professore emerito della Sapienza di Roma e membro dell'Accademia dei Lincei. È autore anche di un celebre manuale per i licei che, completamente riscritto alla luce dei grandi mutamenti dell'ultimo ventennio, sta per tornare sul mercato per Laterza col titolo Sommario di storia. Villari dà grande importanza al ruolo della storia nella coscienza civile di un paese. È questa la costante ideale che accompagna il dibattito attuale sull'identità italiana, che Panorama ha riaperto in occasione dell'uscita (fra due settimane) della Storia d'Italia Einaudi in cd-rom. 

Professor Villari, storia d'Italia o storia degli italiani?

Francamente la distinzione netta fra una storia d'Italia e una storia degli italiani mi sembra sofistica. Lo svolgimento della storia d'Italia non può che coincidere con la storia dell'affermarsi della coscienza di essere italiani. Si può discutere quando comincia a formarsi questa coscienza, in che misura, in che modo... 

Da dove cominciare allora? 

Dalla lingua comune, per esempio. Poi dalla letteratura. Perché, se la lingua è un fatto sociale e naturale, l'esistenza di una letteratura comune rimanda a un valore culturale superiore, diciamo politico, che dà all'identità nazionale una dimensione universale, non semplicemente etnica. Si dice che in Italia la letteratura sia stata un fenomeno elitario. È vero in parte. Ma in ogni caso una letteratura nazionale, con o senza stato, è importante come elemento di vita collettiva che supera il patriottismo locale e la dimensione regionale o, per meglio dire, delle nazioni minori. Caratteristica della storia italiana è la convivenza quasi paritaria, anche se con una certa instabilità, fra i diversi livelli di identità. L'idea generale dell'appartenenza a una nazione italiana, fino a un certo momento, si è conciliata con l'accettazione di una pluralità di stati. Non sempre questa convivenza è stata agevole: antagonismi e difficoltà si sono manifestati, per esempio, nelle guerre del '400. Si riteneva che il mantenimento della pluralità in equilibrio conflittuale fra i diversi stati della Penisola fosse una condizione della libertà del Paese. Un'idea di nazione italiana, senza che a questo concetto corrispondesse uno stato unitario, è stata comunque uno dei fili conduttori della storia d'Italia. Perfino l'idea imperiale del tardo Medioevo, e ancor più l'esperienza delle successive monarchie composite, non contrastava con l'esistenza di sovranità e identità nazionali. Nell'impero di Carlo V e nella monarchia di Filippo II c'erano più regni e stati (con la loro autonomia) di quanti ne comprenda l'Europa dell'euro. 

Nasce qui il ritardo della storia nazionale?

Nella storia d'Italia prima del XVIII secolo manca quasi completamente l'idea dello stato unitario, necessario per rafforzare la coscienza nazionale. La parola ritardo, però, potrebbe far pensare all'esistenza di un progetto prestabilito. In realtà questa mancanza si è dimostrata catastrofica a un certo momento della storia italiana, ma non ha impedito all'Italia di raggiungere precedentemente altissimi livelli di civiltà e di sviluppo. L'organizzazione del comune nell'alta Italia, per esempio, e dello Stato svevo di Federico II. L'assenza del pilastro dello stato unitario ha permesso poi che la nostra comunità nazionale, malgrado la sua straordinaria creatività intellettuale, artistica, scientifica e politica, diventasse vittima di un dominio esterno, straniero.

Nasce da qui lo stereotipo dell'Italia terra di conquista? 

Il dominio straniero in una prima fase si è presentato come una possibile soluzione delle crisi interne dei piccoli stati, che avevano raggiunto un alto livello di sviluppo senza riuscire a risolvere alcuni problemi di equilibrio sociale e politico interno. È stata una grande illusione, durata circa mezzo secolo. La grande svolta della storia nazionale si è realizzata con il Risorgimento. Un evento di grande portata, in seguito al quale l'Italia da oggetto è diventata soggetto della storia europea e mondiale.

C'è un deficit quindi nella storia d'Italia?

Ritardo, deficit... Sono parole da usare con cautela. Finché è rimasta libera, pur nella sua composita realtà statuale, l'Italia è stata negli ultimi secoli del Medioevo un paese all'avanguardia dello sviluppo economico e ha continuato a esserlo anche nel Rinascimento sul piano dell'arte e del pensiero. Ora, una visione troppo rigida del rapporto fra stato e nazione ha impedito di vedere l'identità italiana in tutta la sua ampiezza e profondità storica. I sentimenti legati all'identità nazionale hanno radici profondissime. Non muoiono da un giorno all'altro. Bisogna considerare inoltre che, durante la Seconda guerra mondiale, molti hanno combattuto contro il fascismo e il nazismo in nome dell'indipendenza nazionale, in nome della Patria. In Italia, le successive strumentalizzazioni politiche, culturali e ideologiche, anche e soprattutto da parte della sinistra, e i silenzi e le reticenze, soprattutto da parte della destra, hanno oscurato questo fatto, travisando la realtà di un movimento nazionale molto complesso in cui il patriottismo era una componente fondamentale. La sottovalutazione del patriottismo come fattore positivo della vita sociale è stata, e continua a essere, un errore capitale che forse accomuna, pur nella grande varietà e nelle loro radicali contrapposizioni, le multiformi correnti della sinistra.

È il fascismo che ha contaminato per sempre il patriottismo di stato, per cui l'Italia repubblicana ha dovuto elaborare un sentimento di patria a bassa intensità? 

Il sentimento di nazionalità in tutti i paesi ha avuto due facce. Da una parte è stato un fattore di coesione sociale e di promozione culturale e politica che ha consentito di tenere insieme comunità che altrimenti sarebbero state dominate da contrasti, insicurezza e instabilità. Ma nello stesso tempo il sentimento di appartenenza ha avuto un risvolto aggressivo, nazionalistico, di conflitto e sopraffazione nei confronti di altre nazioni. Il fascismo ha puntato soprattutto su questo secondo elemento, stravolgendo l'eredità del Risorgimento italiano, in cui il sentimento nazionale si conciliava con il rispetto e con il legame con le altre nazioni e con la visione dell'Europa libera.

Carlo Azeglio Ciampi ha fatto della ricostruzione storica dell'identità italiana un tema costante del suo magistero presidenziale. 

L'opera di Ciampi per la difesa e la ricostruzione del patriottismo italiano nel Paese è altamente positiva. Serve da parte degli storici un impegno di analisi dell'identità nazionale che si estenda ampiamente verso il passato, a processi storici che vanno ben oltre il XIX secolo. Per il forte senso della sua identità nazionale la Francia ha potuto superare lacerazioni come le guerre di religione del XVI secolo e il dramma nazionale di Vichy. Uno dei nostri punti di riferimento ideale potrebbe essere, per esempio, il Machiavelli dell'appassionata esortazione patriottica dell'ultimo capitolo del Principe, che è anche unita strettamente all'idea della riforma politica e morale del nostro Paese. 

Panorama on line
21/3/2002


Torna alla pagina precedente

Vai alla prima pagina