Riforma delle pensioni:i costi della transizione

di TITO BOERI E AGAR BRUGIAVINI

Luciano Gallino e Eugenio Scalfari hanno recentemente cercato di fornire, sulle colonne di Repubblica, argomenti tecnici a supporto della tesi secondo cui un´ulteriore riforma del nostro sistema previdenziale non sarebbe urgente. Apprezziamo il tentativo di entrare nel merito dei problemi perché, spesso, di questi aspetti si discute con una miscela esplosiva di superficialità e ideologia.(...)
Come è noto, la transizione al sistema previdenziale introdotto dalla riforma Dini nel 1995 sarà completa - nel senso che tutti i lavoratori e tutti i pensionati saranno interamente sotto il nuovo regime - attorno al 2065, vale a dire settanta anni dopo la riforma.
Scalfari riconosce una seria difficoltà di equilibrio dei conti previdenziali per gli anni 2013-2030 e accenna a problemi «per i giovani che hanno fatto o sperano di fare al più presto il loro ingresso nel mercato del lavoro». Ma sposa la tesi (e i numeri) di Gallino secondo cui la riforma «è meno urgente di quanto non si dica». Ignorando tre fatti: 1) il sistema è già oggi in forte squilibrio; 2) genera gravi iniquità fra giovani e anziani e anche all´interno di ciascuna generazione; 3) un rinvio ulteriore ha costi politici elevati perché ogni anno che passa invecchiano gli elettori e i giovani avranno più difficoltà a far prevalere la decisioni a loro favore.
Gli squilibri. Scalfari sostiene che oggi il sistema pubblico sarebbe in disavanzo solo perché nella contabilità dell´Inps vengono erroneamente incluse spese di natura assistenziale, che giustamente ricadono sulla fiscalità generale. Tra queste ultime Scalfari include anche spese per cui è previsto un pagamento di contributi da parte di imprese e lavoratori, quali ad esempio le pensioni di invalidità. Il sottosegretario al Welfare, Alberto Brambilla, prima ancora di Scalfari, aveva cercato di mostrare che la spesa pensionistica in Italia è molto più bassa di quanto misurato sulla base di parametri oggettivi, stabiliti da Eurostat, che classificano come spesa pensionistica tutti i trasferimenti concessi a chi ha un´età superiore a quella di pensionamento. Escludere dalla spesa previdenziale pubblica ogni intervento di tipo redistributivo, è sbagliato perché la previdenza pubblica attraverso questa redistribuzione copre rischi altrimenti non assicurabili, quali il rischio di longevità, interagito con il rischio di mercato. Il sistema pubblico, in altre parole, deve essere in grado di offrire una pensione minima anche a chi ha subito licenziamenti o ha accudito i figli, non riuscendo così ad accumulare un montante contributivo sufficiente a garantirsi un reddito minimo durante la propria vecchiaia.
È poi prevista nei sistemi pensionistici di tutti i Paesi occidentali (persino negli Stati Uniti) una copertura contro il rischio individuale di invalidità. Non proponiamo certo il modello estremo delle "pensioni di cittadinanza", per cui tutti hanno diritto come cittadini indipendentemente dai contributi versati. In questo ultimo caso la distinzione tra previdenza e assistenza è irrilevante. Ma Scalfari si spinge all´estremo opposto sostenendo che la previdenza pubblica debba rinunciare a ogni funzione redistributiva e replicare in tutto e per tutto un´assicurazione privata. Perché allora non privatizzare il sistema pensionistico tout-court?
Le iniquità. I giovani stanno già oggi pagando tasse molto più alte dei loro genitori e riceveranno pensioni molto più basse. In particolare, stime di Nicola Sartor riprodotte sul sito www.lavoce.info, indicano che ogni individuo delle generazioni esonerate dalla riforma del 1995 (quelle con almeno 18 anni di contributi nel 1996) abbia ricevuto un regalo di circa 12mila euro, pari a circa il 15 per cento dei trasferimenti che otterrà per il resto della sua vita. Se fossimo passati tutti subito al regime contributivo, pro-rata, vi sarebbe stato un risanamento pressoché completo nella finanza pubblica, il che avrebbe reso inutili ulteriori interventi, che finiranno, una volta di più, per ricadere sulle spalle dei più giovani. Certo, come scrive Scalfari, i giovani possono talvolta beneficiare della pensione ricevuta dai loro genitori. Ma sempre di meno perché le famiglie sono diventate più piccole. Inoltre, questa spartizione della pensione dei genitori ha costi individuali (molti giovani magari preferirebbero uscire di casa) e aggregati (la famiglia come ammortizzatore sociale impedisce la mobilità, con costi elevati per il nostro sistema economico).
A queste iniquità intergenerazionali, si aggiungono le iniquità intragenerazionali, fra persone di una stessa età. Siamo l´unico paese in Europa in cui il grado di copertura delle pensioni (la percentuale di individui che ricevono una pensione) aumenta all´aumentare del reddito e dove chi va in pensione prima di raggiungere i 65 anni riceve trattamenti – in rapporto al reddito disponibile – molto vicini a quelli di chi va in pensione più tardi. Questo in virtù di privilegi accordati a categorie specifiche, quelle con maggiore potere contrattuale, come i dipendenti pubblici. Perché due operai che fanno lo stesso lavoro, hanno la stessa qualifica e anche la stessa storia contributiva dovrebbero andare in pensione a età diverse solo perché uno può godere della pensione di anzianità e l´altro no?
I costi politici del rinvio. L´elettore mediano, quello verso cui convergono le piattaforme politiche in un sistema maggioritario, aveva nel 1992 (riforma Amato, quella che ha sin qui maggiormente contribuito al risanamento dei nostri conti previdenziali) 44 anni, ne ha oggi 46 e ne avrà 47 all´inizio della prossima legislatura, ne avrà 49 nel 2013 (quando forse, anche secondo Gallino e Scalfari, la riforma sarà urgente). Il sostegno alle riforme ha un chiaro profilo generazionale. Solo tra i giovani si trovano maggioranze favorevoli a riforme che accelerino la transizione al sistema Dini. Non a caso: i giovani hanno già pagato i costi della transizione a un sistema sostenibile, cioè in grado di mantenere le promesse nel corso del tempo. Aspettare farà ridurre il consenso per le riforme "eque", perché è l´età che condiziona l´atteggiamento verso queste riforme. Non l´ideologia. (...)
Insomma, stare in mezzo al guado è costoso e rischia di costringerci a stare con l´acqua alla cintola ancora più a lungo.

Questo articolo è tratto dal sito www.lavoce.info

la Repubblica
18 luglio 2003 


Esce l’opera dedicata da Pietro Ichino al contratto di lavoro. Ne anticipiamo alcune pagine sul tema della retribuzione

Stato e mercato, tiro alla fune per la «giusta mercede»

di PIETRO ICHINO


Il precetto della «giusta mercede all'operaio» ha radici antichissime nella nostra cultura: esso compare già nell'Antico Testamento, poi nella scolastica medioevale; ma la questione se e come l'ordinamento giuridico possa e debba intervenire a determinare la misura del salario, ovvero a correggere gli effetti del libero mercato, ha incominciato a porsi soltanto dopo la rivoluzione industriale. All'inizio del secolo XX potevano schematicamente distinguersi due teorie contrapposte. Secondo la prima, riconducibile alla linea di pensiero che andava da Smith a Mill e a Marshall, qualsiasi intervento autoritativo che avesse imposto un livello retributivo diverso da quello prodotto spontaneamente dal mercato avrebbe generato disoccupazione e perdita di ricchezza. In questo ordine di idee, la «giusta retribuzione» corrisponde al prezzo normale della forza lavoro nel libero mercato; contrattazione collettiva e pubblica autorità possono intervenire a correggere soltanto eventuali scostamenti individuali dallo standard, dovuti a circostanze particolari. 
La posizione contrapposta, tributaria soprattutto delle opere di Ricardo e Marx, era quella che teorizzava invece la possibilità, entro un determinato limite massimo, di una correzione del livello generale delle retribuzioni rispetto all'equilibrio spontaneo del mercato, senza che ne derivasse uno squilibrio nel sistema economico. In altre parole, più note al dibattito politico anche recente, la retribuzione poteva, entro quel limite massimo, considerarsi come una variabile indipendente del sistema, suscettibile di essere utilmente governata per legge o negoziazione collettiva senza che ne derivasse, nell'immediato, una riduzione della quantità di ricchezza prodotta e da spartire: l’equilibrio non soffre se il surplus viene diviso tra padrone e operaio in un modo o in un altro. 
All'indomani della Prima guerra mondiale una nuova teoria economica scompagina i termini della questione: Keynes osserva come il mercato sia impedito a produrre spontaneamente la piena occupazione, a causa di una carenza di domanda, combinata con un fenomeno generale di rigidità verso il basso dei livelli salariali nominali. Poiché ne consegue un certo tasso di disoccupazione strutturale, la piena occupazione secondo K. può essere garantita soltanto dalla creazione per così dire «artificiale» di domanda di manodopera mediante opportuni investimenti pubblici. Il paradigma keynesiano apre spazi sconfinati all'intervento dello Stato nel mercato del lavoro; ma non in funzione della fissazione diretta di minimi inderogabili di trattamento dei lavoratori, bensì in funzione dell'incremento della domanda di lavoro. 
Il fenomeno della rigidità dei livelli retributivi nominali verso il basso troverà spiegazioni e sistemazioni teoriche più compiute negli studi di economia del lavoro della seconda metà del secolo, caratterizzati dall'importanza attribuita ai fattori peculiari di distorsione del funzionamento del mercato del lavoro rispetto al modello della concorrenza perfetta: di questo si occupano, in particolare, le teorie insider/outsider e le teorie dei salari di efficienza. Anche per effetto di queste teorie, il fuoco del dibattito di politica del lavoro si sposta dal problema di adeguare in aumento le retribuzioni di chi lavora a quello di evitare, semmai, che l'anelasticità delle retribuzioni di chi lavora impedisca l'accesso al lavoro di altri: dal problema della «giusta retribuzione» a quello del «diritto al lavoro». Questo non significa, però, che l'economia del lavoro moderna disconosca l'esistenza - anche nei mercati del lavoro più evoluti - di distorsioni cui conseguono effetti depressivi sulle retribuzioni: al contrario, la scienza economica degli ultimi decenni individua nuovi modi di manifestarsi di quelle distorsioni a favore del datore di lavoro o committente (il fenomeno del monopsonio dinamico e le nuove forme di dipendenza economica), che costituiscono altrettante giustificazioni razionali dell'intervento correttivo pubblico o sindacale a sostegno degli standard di trattamento. 
La realtà è che ciascuno dei modelli proposti dalla scienza economica negli ultimi due secoli mette in luce un aspetto del funzionamento del mercato del lavoro, più o meno rilevante a seconda delle circostanze. In corrispondenza con ciascuno dei diversi possibili contesti, il problema della garanzia della «giusta retribuzione» di chi lavora e quello della garanzia del «diritto al lavoro» di chi il lavoro non ce l'ha si pongono in termini parzialmente differenti. Donde la necessità di una risposta dell'ordinamento via via più articolata e attenta alla complessità crescente del problema. 
Va infine menzionata una questione nuova, che ha fatto irruzione nel panorama del diritto del lavoro per effetto dell'integrazione dell'ordinamento nazionale in quello comunitario e che apre un nuovo terreno di indispensabile cooperazione tra economisti e giuristi del lavoro: la questione della tutela del consumatore e dell’utente contro la rendita monopolistica che i lavoratori di un settore possono conseguire, quando la concorrenza tra le imprese nel mercato dei servizi sia limitata dalle norme protettive del lavoro. Al problema della giusta retribuzione di chi il lavoro ce l'ha e a quello del diritto al lavoro di chi ancora non ce l'ha si aggiunge così il problema del bilanciamento dell'interesse dei lavoratori con quello dei consumatori e degli utenti. 

Corriere della Sera
14 giugno 2003


TAVOLA ROTONDA "COME RINNOVARE IL PROTOCOLLO CIAMPI"

- MODELLO CONTRATTUALE
- RAPPRESENTANZA E TITOLARITÀ NEGOZIALE DELLE OO.SS.

Milano,4 luglio 2003

L'ANALISI E LE PROPOSTE DELLA UIL LOMBARDA

Interventi:

PIETRO ICHINO
TITO BOERI
TIZIANO TREU
GIULIANO CAZZOLA


L'ANALISI E LE PROPOSTE DELLA UIL LOMBARDA

Il Protocollo Ciampi ha dimostrato che la strategia della politica dei redditi e la pratica della concertazione hanno mobilitato forze capaci di capovolgere la direzione della politica economica: è vero che ha prodotto spostamento del reddito da salari e profitti verso fisco e contributi, ma è stato un prezzo pagato consapevolmente, a fronte dell'obiettivo condiviso del risanamento dei conti pubblici e di garanzie di difesa dei redditi da lavoro (nei dieci anni le retribuzioni di fatto sono cresciute dello 0.44% rispetto all'inflazione, anche se negli ultimi due anni il segno negativo): il punto è che l'incremento di produttività è andato in tasse e contributi.
Situazione irripetibile legata all'emergenza? No, il metodo della concertazione e la politica dei redditi sono adatti alla governance di un sistema economico sociale complesso, all'interno del quale la rappresentanza collettiva di interessi tramite i corpi intermedi sia prassi comune. Il punto è che la concertazione richiede capacità di negoziare e mediare che vengono più facilmente sollecitate in condizioni di emergenza.
Esiste ancora oggi un'emergenza? Sì, anche se non si presenta con le sembianze drammatiche del 1993. Se allora la competitività del paese era compromessa dal fabbisogno del debito pubblico e dall'inflazione, oggi che tassi di cambio e d'interesse sono dati, la competitività del sistema si gioca su fattori quali efficienza del mercato del lavoro e del sistema formativo, costi e accessibilità dei servizi (finanziari, comunicazione, trasporto, ecc.), oltrechè sulle modalità della spesa pubblica e del suo finanziamento.
E' un'occasione perduta che, per colpe varie (certamente evidenti quelle di Confindustria e della CGIL), non sia stato possibile obbligare il Governo ad affrontare nell'ambito del sistema del protocollo Ciampi la riforma del mercato del Lavoro: quando lo si è fatto (legge Treu '97) i risultati erano stati importanti.

In definitiva: dopo 10 anni di prot. Ciampi è arrivato il momento di voltar pagina? Secondo noi si e no. 
No nel senso che politica dei redditi e concertazione, ossia la possibilità di negoziare scambi e garanzie in un quadro di certezza istituzionale tra fattori del sistema economico, resta ancora per la UIL la strada maestra della governance di un sistema sociale e industriale complesso: in questo senso l'impianto politico-istituzionale del prot. Ciampi va confermato (o rivendicato); in proposito sembrano bizantinismi da glottologi quelli relativi a concertazione o dialogo sociale: se per concertazione s'intende un sistema in cui le parti sociali esercitano un diritto di veto sulle scelte non condivise, questo non è mai esistito neanche con la sinistra al governo; se si intende un sistema in cui le parti sociali suppliscono alle funzioni della politica, questo può essere solo con una politica debole, ed è eventualmente una declinazione specifica della concertazione, non certamente una sua condizione
Si nel senso che di quel protocollo vanno aggiornati gli obiettivi (relativamente p.es alle politiche del lavoro, al sistema di istruzione-formazione, al sostegno al sistema produttivo). 
Ma c'è un altro aspetto per il quale il Protocollo ha profondamente innovato: nell'aver collegato il sistema della concertazione dei fattori macroeconomici a regole del sistema di relazioni industriali che fossero funzionali e coerenti alla concertazione stessa.
Mi riferisco ovviamente al modello contrattuale e a quello della rappresentanza sindacale: le regole per il rinnovo dei CCNL e quelle per le Rappresentanze Sindacali sui luoghi di lavoro (le RSU).
Oggi vorremmo occuparci di questi aspetti, cioè di quelle parti del Protocollo che riguardano direttamente i "ferri del mestiere" del sindacalista.

La prima questione da affrontare, anche alla luce delle recenti vicende di accordi separati, è quella della titolarità e della efficacia degli accordi collettivi.
E' ancora valida l'ipotesi di un intervento legislativo di sostegno ad un accordo tra le Parti che, anche in attuazione dell'art.39 della Costituzione, e sul modello già attuato nel comparto pubblico, individui modalità certificabili tramite le quali determinare la consistenza di ogni singola Organizzazione (numero di iscritti più voti riportati in competizioni elettorali), e stabilisca l'efficacia erga omnes degli accordi collettivi stipulati ai vari livelli da Organizzazioni che rappresentino la maggioranza dei lavoratori interessati? Questa modalità esclude il referendum come passaggio obbligatorio per verificare il consenso dei lavoratori.
In ogni caso una legge sulla rappresentanza non potrebbe certo evitare il ripetersi di accordi non sottoscritti da tutte le Organizzazioni: il contrattare rimane una facoltà per le Parti, e non un obbligo.
Alla luce di questa norma va ripensato anche l'accordo sulle RSU, in modo tale da rendere efficace la norma prevista dal Protocollo secondo la quale la competenza sulla contrattazione di secondo livello spetta unitamente alle RSU elette e alle OOSS stipulanti il CCNL.
Un'opzione interessante e innovativa potrebbe essere quella di rifarsi al modello duale vigente nella legislazione tedesca, creando in azienda due strutture comunicanti ma specializzate: una direttamente eletta dai lavoratori, competente per i diritti di partecipazione sia contrattuali che derivati dalla legge di riforma delle Società nonché per l'applicazione in azienda degli accordi collettivi, e un'altra che rappresenti in Azienda le OOSS firmatarie del CCNL e cui competono le materie delegate dal CCNL al livello aziendale, a partire naturalmente dalla contrattazione integrativa.
Una questione sulla quale sarebbe forse opportuno indagare è se il contesto politico bipolare e maggioritario non finisca per determinare effetti distorsivi su una pratica della rappresentanza sindacale fondata di fatto sul principio proporzionale.

Per quanto concerne il tema della contrattazione, la UIL privilegia una riforma che preveda il ritorno alla durata triennale della validità del CCNL, con la parte economica legata all'inflazione programmata, e il rafforzamento e generalizzazione della contrattazione di secondo livello, cui compete la redistribuzione degli incrementi legati alla produttività, con la possibilità di realizzarla tramite tre opzioni distinte: a livello aziendale, territoriale (provinciale o sub provinciale), o di distretto industriale.
A questo proposito occorre chiarire che l'ipotesi di contrattare in CCNL una quota di salario riferito alla produttività media del settore, proprio in quanto si riferisce ad una media, ci fa perdere per strada le quote eccedenti prodotte a livello locale. Il risultato è che il Sindacato contratta solo una parte del salario di fatto, e perde di funzione e rappresentanza nelle aree forti del Paese. 
Oggetto della contrattazione di secondo livello dovrà esser la quota salariale legata al risultato ma più in generale la contrattazione delle modalità flessibili di erogazione della prestazione, da mettersi in relazione a contropartite di natura economica, normativa, o di servizio. Quest'ultima modalità può esser particolarmente significativa nei Distretti Industriali. Occorre riflettere circa la possibilità che in questa modalità la trattativa di secondo livello possa operare deroghe al CCNL.
Modelli specifici andranno pensati per i il personale dello Stato e degli Enti Parastatali (per i quali è problematico individuare un livello locale cui attribuire una reale titolarità negoziale), della Scuola (andrà legato all'autonomia degli Istituti), per la Sanità e il Trasporto Locale: per questi ultimi si pone il problema di un ruolo contrattuale diretto da parte delle Regioni, cui competono gli oneri finanziari del Contratto. Se si vuole evitare che, quanto meno per la parte economica, finiscano per nascere Contratti Regionali in luogo di quello nazionale, sarà necessario che il tavolo negoziale nazionale veda coinvolte direttamente e attivamente le Regioni stesse.
Il decentramento di quote importanti della contrattazione collettiva deve essere integrato con la diffusione del sistema della bilateralità, che dovrebbe sul territorio avere compiti di erogazione di prestazioni ai lavoratori (sfruttando le possibilità offerte dalla contrattazione collettiva condotta a livello territoriale, e quindi l'opportunità di mutualizzare) e di normare, garantire e certificare la contrattazione territoriale.



TITO BOERI

L'accordo interconfederale del luglio '93 ha permesso di traghettare il paese da una profonda crisi all'Unità Monetaria, ma paradossalmente proprio quell'esperienza virtuosa ha costruito le condizioni per il proprio superamento, delegando il governo della moneta a istituzioni sovrannazionali e precludendoci la capacità di ricorrere a svalutazioni competitive della nostra valuta. Dal punto di vista delle politiche economiche, in questo quadro le pressioni salariali devono essere compensate con incrementi di produttività, altrimenti generano perdita di occupazione. Se non si riesce a redistribuire gli incrementi di produttività, e se l'occupazione addirittura aumenta (è questa l'attuale situazione, che possiamo definire di crescita occupazionale senza crescita produttiva) vuol dire che vengono compressi i salari: il che è appunto ciò che negli ultimissimi anni si sta verificando.
L'indebolimento del ruolo di agente salariale del Sindacato, in aggiunta al fatto che la certezza della copertura contrattuale, a prescindere dall'iscrizione, disincentiva il lavoratore dall'adesione, determina un declinare della sindacalizzazione, che però è controbilanciata da un crescere dell'influenza "politica" del Sindacato sulle scelte relative alle tutele fornite dallo Stato Sociale. Tuttavia, proprio perché questa funzione si esercita sul terreno della politica, insinua nel Sindacato il sistema di divisioni e conflitti che della Politica sono propri.
Per tornare a svolgere un ruolo di autorità salariale, posta l'impraticabilità per ora di piattaforme salariali a livello Europeo capaci di obbligare la BCE a confrontarsi con la CES su inflazione e tassi di cambio, probabilmente l'unica strada perseguibile nell'immediato è quella di contrattare sempre di più i salari a livello decentrato, definendo piattaforme che tengano conto dei livelli di produttività nelle singole imprese e in quelle loro concorrenti. Si tratta, in sostanza, di capovolgere l'effetto indotto dall'attuale sistema di contrattazione centralizzato, per cui a produttività disomogenee corrispondono salari omogenei.
Naturalmente questo approccio implica alcuni presupposti: innanzitutto l'abolizione del tasso di inflazione programmato, visto che da un lato le politiche monetarie non sono più materia disponibile per la contrattazione, e dall'altro che le compatibilità, ormai troppo diverse tra imprese, settori e territori non possono più esser compresse in un unico numero.. In secondo luogo che occorre risolvere il rapporto tra Contratto Nazionale e contrattazione decentrata: così com'è si tratta di un ibrido che non funziona. Un'ipotesi praticabile e ragionevole di rinnovamento del sistema potrebbe essere quella di un CCNL in cui si negozino la parte normativa e le tutele, ed eventualmente un minimo salariale garantito (che a questo punto potrebbe essere anche intercategoriale), mentre la contrattazione locale si occuperebbe di incrementare la quota salariale. 
Questo modello obbliga il Sindacato a dare risposta a due questioni: come evitare che la parte normativa dei Contratti venga svuotata dalla possibilità concessa alle imprese di aggirare le norme tramite il ricorso a forme contrattuali non controllate dal Sindacato (atipici), e perciò, di conseguenza, come contrattualizzare e rappresentare anche i lavoratori atipici; e, in secondo luogo, come dar vita ad una contrattazione decentrata viva e generalizzata.
Ovviamente, per legare i due livelli di contrattazione, il Sindacato deve dotarsi di regole di rappresentanza che da un lato consentano di misurare la rappresentatività delle diverse Organizzazioni per riconoscere a quella (o quelle) di maggioranza il diritto di negoziare a nome di tutti i lavoratori, dall'altro garantiscano che la contrattazione nelle diverse aziende sia coerente con le politiche generali del Sindacato.


PIETRO ICHINO

Nel Sindacato italiano sono da sempre presenti due distinte concezioni della natura dell'Organizzazione Sindacale: quella che ne sottolinea la rappresentanza universale del mondo del lavoro, e quella che privilegia la rappresentanza degli iscritti. L'idea fondante delle RSU tentava di ottenere la quadratura del cerchio: un organismo sindacale nel quale convivesse una rappresentanza diretta di tutti lavoratori dell'azienda, attraverso il meccanismo del voto universale, e una rappresentanza diretta del Sindacato come Associazione di iscritti, tramite la riserva di 1/3 dei seggi alle OOSS firmatarie del CCNL. 
Il sistema, tuttavia, non ha funzionato, e questo per la mancanza di una Legge sulla rappresentatività e la conseguente titolarità negoziale. Un danno gravissimo, del quale non ci si rende abbastanza conto: provoca una perdita di potere contrattuale ai Sindacati maggiormente rappresentativi e dilata il potere dei piccoli e piccolissimi. Ciò non significa che la pluralità, e le differenze di opinione, nel sindacato siano un male; però occorre che la competizione tra diverse Organizzazioni e posizioni venga regolata: occorre una legge che parta dal riconoscimento reciproco e fissi le regole per permettere che alla fine le decisioni vengano prese. Senza questo il pluralismo sindacale cessa di essere una ricchezza e diventa un parapiglia. 
Se non è possibile avere una legge (e pare che questo Governo non la voglia fare) lo stesso risultato si può raggiungere per via pattizia: quello che propongo è un accordo che preveda di far eleggere a suffragio universale ai lavoratori gli Organismi Sindacali in Azienda, non però votando candidature ma esprimendo un voto per la sigla sindacale, o per una coalizione di sigle. I seggi nell'organismo verrebbero ripartiti proporzionalmente secondo i voti riportati, e ogni Organizzazione designerebbe i propri rappresentanti a ricoprire i seggi conquistati con modalità che ognuna potrà scegliere (eletti tra i propri iscritti, designati dalla Segreteria, ecc.). In questo modo si salvaguardano sia il principio del voto universale, sia il ruolo dell'Associazione. Sempre in via pattizia, si definirà che un accordo collettivo può essere negoziato e sottoscritto, con validità universale, solo da Organizzazioni o coalizioni di Organizzazioni che abbiano la maggioranza dei seggi dell'Organismo. In mancanza di un accordo collettivo firmato dalla maggioranza dell'Organismo, sarà possibile per le singole Organizzazioni sottoscrivere accordi validi esclusivamente per i propri iscritti. 
Questo meccanismo è facilmente applicabile a livello aziendale, ma può essere trasportato a livello di categoria nazionale o addirittura confederale: nel caso del CCNL dei metalmeccanici, ad esempio, se UILM e FIM avessero la maggioranza dei consensi, misurata sull'elezione degli Organismi aziendali, potrebbero negoziare e sottoscrivere il CCNL nonostante l'opposizione della FIOM, e il CCNL avrebbe valore universale senza possibilità di contestazione; se viceversa la maggioranza l'avesse la FIOM, e la FIOM non avesse sottoscritto il CCNL, UILM e FIM potrebbero sottoscrivere un Accordo che, solo per i propri iscritti, abbia le stesse funzioni del CCNL. 
Questo sistema consente ai lavoratori di scegliere, permette ad ogni Sindacato di assumersi con trasparenza le proprie responsabilità e ai lavoratori di giudicare. E' importante che il "peso" di ogni singola Organizzazione sia determinato dal voto, e non dal numero degli iscritti, perché sulle iscrizioni possono pesare elementi che falsano i dati, come per esempio una politica di tessere a basso costo o addirittura regalate.
E' inopportuna invece un'ipotesi di "doppio canale" perché rischierebbe di costituire, e per giunta per via legislativa, un soggetto sindacale aggiuntivo, che in forza del suo essere eletto tra tutti i lavoratori, diventerebbe concorrente con l'organismo di emanazione sindacale per quanti sforzi si facciano di assegnare ruoli distinti ai due organismi, fino a soppiantarlo, come fu delle Commissioni Interne di fronte ai Consigli di Fabbrica.
Per ragioni analoghe, del resto, nella scorsa legislatura è naufragata la Legge Smuraglia, che aveva provocato il legittimo dissenso di molti perché, attribuendo tutte le titolarità in azienda alla RSU, di fatto delegittimava l'Organizzazione Sindacale e ne metteva fuori gioco la natura associativa.


TIZIANO TREU

Il Protocollo Ciampi ha funzionato molto bene sul piano delle politiche economiche attivate, ma non ha prodotto molto in materia di regolazione delle relazioni: la concertazione stessa è stata praticata a geometria variabile (accordi trilaterali, bilaterali, con esclusione ora di questo ora di quello) e non è stata per nulla decentrata sul piano locale.
E anche quel che è stato praticato viene messo in forse in questo quadro politico. Ed è la stessa politica dei redditi a rischiare di diventare inutile: se, come dice Boeri, abbandoniamo il parametro dell'inflazione programmata, cosa resta della politica dei redditi?
Forse è sui terreni nuovi, diversi da quelli affrontati col Prot. Ciampi, che può rivivere la pratica della concertazione: su quello dello sviluppo, ad esempio, e soprattutto su quello del territorio.
Quanto al modello contrattuale, è vero che il sistema è un ibrido tra centralizzazione e decentramento; ma lo è perché già lo stesso CCNL è in realtà una creatura ibrida: il salario contrattato a livello nazionale non si limita infatti a tutelare il puro e semplice potere d'acquisto, ma incorpora, storicamente, almeno una quota di produttività del settore. Il che d'altronde è inevitabile, soprattutto in quei comparti dove la contrattazione di secondo livello è scarsa e dove se non ci fosse il CCNL gli incrementi di produttività andrebbero a totale beneficio delle imprese.
Il problema vero è rafforzare e generalizzare la contrattazione di secondo livello, ma non è facile identificare gli strumenti: probabilmente la generalizzazione di istituti bilaterali potrebbe creare condizioni più favorevoli.
Per quanto concerne i problemi della rappresentanza, pare interessante l'ipotesi del doppio canale proposto dalla UIL, che peraltro è assai diffuso in Europa. Peraltro anche il Comitato eletto direttamente dai lavoratori (quello con competenza in materia di partecipazione e non di contrattazione) potrebbe essere eletto su liste presentate dalle Organizzazioni Sindacali, e i candidati membri del Sindacato stesso, rendendo così più improbabile l'ipotesi di un conflitto tra i due organismi.
Alternativa al doppio canale, pur tuttavia efficace nel dare risposta al problema del quadrare il cerchio tra Sindacato Associazione e Rappresentanza Universale, è ancora il modello delle RSU del Prot. Ciampi, che peraltro è analogo a quello della Legge Bassanini che regola la rappresentanza nel Pubblico Impiego e che risolve il problema del "misurare" le Organizzazioni Sindacali con un mix tra il rilevarne il peso associativo (numero degli iscritti) e il consenso (voto per le RSU). Anziché scegliere il mix, la proposta del doppio canale "spariglia", riservando al criterio dell'associazionismo e a quello del consenso due organismi diversi. 
La proposta di Ichino è efficiente rispetto al problema di regolare l'accesso delle Organizzazioni ai tavoli negoziali, ma non garantisce il mix nella determinazione della rappresentatività di ciascuna: infatti la distribuzione del peso di ogni Organizzazione è affidata al voto universale, e il ruolo degli iscritti viene in questo modo mortificato. 



GIULIANO CAZZOLA

Il Protocollo Ciampi riprende nella sua ispirazione il Protocollo Intersind - ASAP del 1962: questo già spiega perché sia da aggiornare! A questo si aggiunga che esso è stato pensato in funzione di un tasso d'inflazione enormemente superiore a quello attuale. Del resto, non c'è molto da essere soddisfatti della sua riuscita: il decentramento non si è realizzato a nessun livello (basti pensare al Federalismo: sono state decentrate le competenze, ma la gestione della spesa è rimasta a Roma!); il modello contrattuale non è riuscito a produrre una copertura totale (il CCNL realizza un'unità forzata che non copre tutto il territorio, come è dimostrato dagli insuccessi nella lotta al lavoro sommerso), e viceversa "tira il collo" alla contrattazione nazionale (tempi sempre più lunghi per il rinnovo e risultati salariali modesti) ma contestualmente non allarga la contrattazione decentrata. 
Occorre ripensare molto dell'impianto del sistema contrattuale: è necessario, ad esempio, ricondurre quote crescenti di salario alla contrattazione aziendale, legandoli direttamente ai risultati dell'impresa; ma questo significa prevedere la libertà per la contrattazione aziendale di derogare anche rispetto ai parametri che reggono il CCNL: un'azienda che lavori per l'export, ad esempio, dovrà utilizzare parametri che le consentano di confrontarsi con le aziende straniere sue competitrici. 
Difficile pensare ad una contrattazione decentrata effettuata a livello territoriale: se di contrattazione vera si tratta, l'impresa pretenderà (giustamente) di farla in azienda e non fuori, dove diventerebbe inevitabile usare parametri riferiti alla "media" delle imprese.
Tuttavia è opportuno che la retribuzione della prestazione lavorativa possa essere connessa anche a fattori territoriali, che a loro volta contribuiscono a determinare la produttività: non si tratta di ripescare le gabbie salariali, se però il CCNL prevedesse il decentramento della negoziazione di alcune materie a livello regionale, ciò consentirebbe di tener conto in modo più aderente dei fattori locali nella contrattazione collettiva: potrebbe ad esempio esserci, nell'ambito di oneri definiti a livello nazionale, una distribuzione di risorse contrattata in regione.
In linea generale, la contrattazione deve introiettare due nuovi parametri di riferimento: il federalismo e le differenze socio - economiche (Nord - Sud).
Quanto al problema della rappresentanza, il doppio canale presenta un vantaggio: risponde all'esigenza di non separare il soggetto della contrattazione nazionale da quello della contrattazione di secondo livello, com'è invece nel caso della RSU. Nella proposta del doppio canale l'Organismo con competenza contrattuale è infatti di diretta emanazione delle Organizzazioni Sindacali ed è in grado di assicurare la coerenza tra CCNL e contrattazione di secondo livello.


Sindacati: verso la marginalizzazione 
di Silvano Veronese


Il rinnovo del contratto nazionale dei metalmeccanici è stato sottoscritto per la seconda volta consecutiva senza l'adesione della FIOM-CGIL.
Purtroppo gli strappi sindacali non sono più un'eccezione, in particolare nella categoria dell'ex FLM, dove non poche sono state, a livello di grandi complessi, le intese separate in vertenze significative, ma ora il livello della rottura delle relazioni intersindacali sembra assumere una preoccupante dimensione di non-ritorno.

Non siamo in presenza di una sana e normale dialettica ma di uno scontro che rischia, per i toni e le caratteristiche della polemica, di compromettere la convivenza democratica, la coesione sociale e la stabilità delle relazioni industriali.
La crisi dei rapporti nella più importante categoria sindacale dell'industria si inserisce infatti in quella più generale tra le Confederazioni: già l'anno scorso si divisero tra forti contrasti e dure polemiche, in occasione dell'intesa triangolare con il Governo per il Patto per lo sviluppo ed il lavoro.

Successivamente la CGIL, unica organizzazione non firmataria a fronte di trenta sottoscrittrici, si è prodotta da sola in una lunga "esibizione di muscoli" contro il Governo (ma anche contro Confindustria, CISL e UIL) con l'obiettivo - così è sembrato - non di recuperare un terreno di negoziazione di risultati, ma di sbaragliare un presunto fronte di demonizzati nemici ed avversari, assumendo il conflitto sociale come momento di esaltazione e di caratterizzazione della propria identità.

Ora le tre Confederazioni si apprestano a dividersi nuovamente e a fronteggiarsi rispetto al referendum sull'art. 18 promosso da Rifondazione Comunista.
Questa situazione di rottura sta producendo non solo sistematiche contrapposizioni sul merito delle principali questioni dell'agenda sociale sul tappeto, ma anche pericolose ed acute tensioni sui posti di lavoro e nel Paese.

Ne sono un preoccupante segnale le ripetute, gravi e pesanti contestazioni nei confronti del Segretario Generale della CISL Savino Pezzotta durante manifestazioni unitarie (si fa per dire) o "manifestazioni-simbolo" come la celebrazione del 25 aprile a Milano, del 1° Maggio ad Assisi (dedicata alla Pace !!!) e la scorsa settimana a Siena.

Con riferimento a questi fatti, il Segretario della FIM-CISL Caprioli ha recentemente reagito con inusitata crudezza e durezza accusando settori della CGIL di fomentare queste contestazioni "..dando così copertura politica all'eversione.." . Ha aggiunto che i militanti cislini non resteranno fermi se non dovessero cessare queste violenze nei confronti dei loro dirigenti.
Dopo gli insulti, le contestazioni e le minacce arrivano ora le carte bollate poiché la FIOM ha querelato il dirigente della FIM.

Siamo oltre la rissa. Una lacerazione destinata a non comporsi tanto facilmente ed in breve tempo, anche perché non investe solamente i rapporti tra ristretti gruppi dirigenti e gli apparati delle tre organizzazioni ma si riconduce anche alle rappresentanze ed ai militanti di base sui posti di lavoro e nel territorio, tanto da rendere complicato il proseguimento della stessa unità d'azione.

A nulla sono valsi, in questo clima, recenti ripetuti richiami all'unità collegata alla rivalutazione delle comuni radici del riformismo socialista, cattolico e democratico che hanno ispirato lo stesso agire della tradizione sindacale comunista della CGIL di Lama, Pizzinato e Trentin e persino del primo Cofferati.

Questi appelli, venuti anche da prestigiosi leaders del recente passato per sottolineare un ineludibile bisogno dell'unità come condizione essenziale per l'efficacia e per un protagonismo del Sindacato, non bastano se non si affronta e si scioglie il nodo nel quale si è aggrovigliato il sindacalismo confederale.

Se è vero come sembra che tutto è mosso da una contrapposizione tra due diversissime concezioni e prospettive sindacali, significa che anche le Confederazioni dei lavoratori (al pari del sistema dei partiti) si sono posizionate all'interno di una logica bipolare, anche se la spaccatura tra le Organizzazioni in due schieramenti contrapposti non si qualifica come proiezione meccanica degli attuali due poli politico-parlamentari.

La divisione riguarda il come intendere il ruolo, la missione e l'azione del sindacato in una società industriale complessa come la nostra, investita da profondi mutamenti che interessano le istituzioni, l'economia, le imprese, il sociale.
La divisione è mossa dal problema dell'autonomia, della collocazione e del rapporto con il quadro politico imperniato sul sistema bipolare maggioritario; a parole tutti sono d'accordo sul principio che un sindacato discute, negozia e concorda (se ci sono le convenienze) con qualsiasi governo, perché questo è il suo mestiere di organizzatore e patrocinatore di interessi senza essere la stampella sociale dell'Esecutivo nè il megafono ed il sostegno dell'opposizione.

Nei fatti la risposta ed i comportamenti divergono profondamente: CISL ed UIL, pur in un periodo nebuloso per la politica di concertazione, riconfermano comunque la loro propensione per un modello fortemente partecipativo (ma non consociativo) che sappia coniugare con equilibrio la funzione di tutela (anche in maniera forte) degli interessi rappresentati con l'etica della responsabilità, anche se in certe occasioni questa scelta - nei comportamenti pratici - è sembrata rinchiudersi in un profilo contrattualista o neo - corporativo quasi indifferente nei confronti di un Governo dominato da un liberismo avventuroso e da un populismo sbracato.

La CGIL ha assunto invece una sempre più marcata caratterizzazione di "sindacato - movimento" (un modello che non ha riscontri nelle democrazie occidentali), punto di raccolta e di riferimento di ogni espressione di protesta e di contestazione - spesso radicale - nei confronti dello schieramento governativo in particolare, ma i suoi dissensi investono spesso anche l'opposizione nelle sue versioni "più riformiste".
Un soggetto politico-sociale che sembra più a suo agio quando si manifesta come strumento di mobilitazione dell'antagonismo militante piuttosto che come organizzazione di tutela collettiva di interessi sociali e di mediazione del conflitto.

Se alla situazione esasperatamente di scontro e di rabbioso antagonismo che caratterizza il rapporto maggioranza/opposizione si aggiunge la grave lacerazione e contrapposizione tra le grandi centrali sindacali diverrà impossibile affrontare con successo le sfide che il sistema Italia deve combattere sul terreno della competitività sempre più esasperata in un'economia globalizzata, della modernizzazione delle istituzioni e dello stato sociale, della rivitalizzazione delle politiche di coesione sociale, della definizione di politiche innovative nella formazione, nella ricerca, nel mercato del lavoro, del recupero delle posizioni che il sistema ha perso nella classifica della competitività e della consistenza degli assets finanziari e produttivi.

Non può essere questo un problema che riguarda solo i gruppi dirigenti e dominanti di questo Paese ma dovrebbe essere la primaria preoccupazione di una grande forza riformista quale sarebbe il Sindacato Confederale, forte delle sue tradizioni, delle sue culture e delle sue responsabilità.

La divaricazione in atto allontana però l'individuazione di un progetto e di un programma comune necessari allo scopo. Un progetto di società, un progetto di relazioni sociali, un progetto di modernizzazione compiuta dello Stato, dell'economia, del Welfare.

CGIL, CISL e UIL dovrebbero riflettere sui profondi cambiamenti che hanno investito (e che continuano ad interessare) il mondo della produzione e del mercato del lavoro, su ciò che è cambiato, spesso senza il loro controllo e la loro influenza, e su ciò che deve essere cambiato senza certamente restringere i diritti di cittadinanza ed i livelli essenziali delle tutele sociali ma anche senza tabù e vincoli ideologici.

E lo dovrebbero fare assieme, perché la sopravvivenza e la contrapposizione di due linee di politica economica, sociale e del lavoro senza un minimo sforzo di mediazione e di reciproco rispetto produce soltanto conflitti devastanti e paralisi e, alla fine, la loro marginalizzazione. 

24 maggio 2003


Le opposte stupidità sull´articolo 18
È stolta l´idea del governo di sospendere la norma per tre anni
Estendere l´applicazione a micro imprese non avrebbe alcun senso

di GINO GIUGNI


I più recenti sviluppi dell´autentica crisi istituzionale che sta attraversando il nostro sfortunato Paese: è di questi giorni la notizia di una vera e propria dichiarazione di guerra da parte del presidente del Consiglio contro il comunismo (ma esiste ancora?). In parallelo le affermazioni sulla condanna di Previti esprimono un clima assimilabile allo sciagurato 3 gennaio del 1925, quello del discorso che pronunciò Mussolini quando diede inizio alla dittatura ventennale (per nostra fortuna permane vigile l´Europa, che rende non ripetibile una vicenda di tal fatta).
All´opposizione abbiamo una sinistra antagonista che si è fatta promotrice di uno stolto referendum, fortunatamente contraddetto in modo deciso dall´ex segretario della Cgil, che sta aggravando con vistose crepe le debolezze del centrosinistra.
Fermiamoci su quest´ultimo punto, il referendum sull´articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. Ho detto stolto, perché il problema non è certo quello di estendere l´applicazione di quell´articolo a micro organizzazioni nelle quali la reintegrazione del lavoratore non ha senso alcuno.
A ben vedere, questa stupidità è speculare a quella del Governo, il quale - attraverso la legge delega 848 bis sulla riforma del mercato del lavoro - vorrebbe sperimentare la disapplicazione dell´articolo 18 per un periodo di tre anni, a vantaggio delle imprese che superino la soglia dei 15 dipendenti.
Il vero problema è quello di rendere più efficiente il sistema attraverso la tempestività della giustizia del lavoro nonché attraverso una disciplina dei licenziamenti che offra maggiori certezze alla gestione delle imprese e, soprattutto, tuteli in maniera più credibile l´interesse del lavoratore alla continuità dell´occupazione. Un sistema civile deve proporsi di sollevare i lavoratori dalla paura e dal disagio derivanti dalla precarietà del posto di lavoro.
A questo muscolare confronto tra stolti - che toglie ossigeno alla approfondita riflessione che il tema richiederebbe - sembra ben rispondere il suggerimento di astenersi dalla consultazione referendaria.
Qualche considerazione è opportuno svolgere sulla menzionata legge delega che porta la firma del ministro Maroni. Essa è il frutto dell´elaborazione di un´équipe di buoni tecnici, guidati da Marco Biagi, e costituisce un tentativo di razionalizzazione di una materia nella quale si sovrappongono proposte e progetti, tentativi e velleità di varia provenienza politica.
E´ una legge che presenta qualche luce e alcune ombre, purtroppo favorite da una concertazione dimidiata. Con il Patto per l´Italia è stato commesso, a mio avviso, un grande errore strategico: con l´esclusione della Cgil e quindi con l´accordo separato. E´ anche vero che almeno in parte tale esito la Cgil se l´è voluto ed è da augurarsi che la nuova segreteria del più grande sindacato sappia porvi rimedio.
Due ombre di questa legge mi sembra comunque opportuno segnalare in particolare.
La prima: profondamente negativa attiene al modello di gestione dell´impresa attraverso un ampio ricorso alla frantumazione delle dimensioni aziendali, e cioè alla moltiplicazione dei centri in cui si organizza la prestazione di lavoro, trasformando l´azienda in uno spezzatino d´azienda. Il che si verifica a seguito della facoltà concessa alle imprese di fare ricorso a forme di staff leasing, attraverso la facilitazione del trasferimento di parti di azienda, nonché il venir meno della parità di trattamento nel caso di appalti interni.
Senza dubbio l´organizzazione produttiva non è più quella di ieri, e la concentrazione in grandi aziende, quali la Fiat o la Pirelli, ha fatto il suo tempo. La questione si pone quando lo «spezzatino» è indotto esclusivamente da ragioni di convenienza, soprattutto di costi, e non da giustificati motivi.
Proprio qui si apre la prospettiva di un baratro di elusioni ed evasioni: nulla come la materia del lavoro è esposta all´area dell´elusione o addirittura a quella della parziale o totale violazione. La mente corre naturalmente all´elusione delle normative in materia sindacale e di tutela contro i licenziamenti. L´altra e più grave ombra riguarda l´area interessata dall´incremento più che proporzionale delle varie forme di lavoro atipico che, in un modo o nell´altro, sconfinano nella prestazione di lavoro irregolare, se non addirittura in nero. Senza dubbio è ormai nozione data per scontata che il rapporto regolare, come tale sottoposto a progredite e forse anche eccessive norme di natura protettiva, continui ad apparire statisticamente la forma prevalente di lavoro.
Nondimeno sta diffondendosi sempre più, sconfinando addirittura nel settore pubblico, l´utilizzazione dei lavoratori con contratti di collaborazione coordinata e continuativa che con formula pittoresca sono identificati come «la popolazione dei Co.Co.Co.». La legge delega tratta in modo sobrio, eccessivamente sobrio, un fenomeno che sta assumendo, invece, dimensioni imponenti nell´attuale mercato del lavoro.
Peraltro il problema della definizione di questi lavoratori non viene affrontato se non in termini puramente nominalistici, mentre la realtà cela una pluralità di identità variegate, professionalità eterogenee ed esigenze diversificate.
Questa è la goccia che fa traboccare il vaso. Alla luce di tali considerazioni viste nel loro complesso, vien fatto di chiedersi se esiste ancora quel diritto del lavoro che fu un grande momento di realizzazione della giustizia sociale.

la Repubblica
13 maggio 2003


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