LA PROPOSTA
Il segretario Uil, Angeletti punta a eliminare la soglia dei 15 dipendenti
"Art. 18, tutti i poteri al giudice"
Più tutele nelle piccole imprese, ma l´ultima parola spetterebbe alla magistratura

VITTORIA SIVO

ROMA - Riscrivere l´articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, estendendo la possibilità di reintegro nel posto di lavoro a tutti i dipendenti anche nelle piccole imprese, fatte salve quelle a carattere familiare. Sarà il magistrato, caso per caso, a decidere non soltanto se il licenziamento è illegittimo, ma anche il tipo di riparazione risarcimento economico, riassunzione o reintegro. E´ la soluzione alla tedesca che la direzione della Uil propone, «non per rendere superfluo il referendum, ma nella convinzione che il ricorso alle urne, qualunque ne sia l´esito, non risolve questo problema e che - come ha dichiarato il segretario generale Luigi Angeletti - la complessità della riforma delle tutele richiede soluzioni modulate».
Dando ampia discrezionalità al magistrato, la proposta della Uil elimina la soglia dei 15 dipendenti (al di sotto della quale oggi non è previsto il reintegro), ma abolisce anche l´automatismo attuale fra licenziamento senza giusta causa e reintegro nel posto di lavoro «Fra licenziare un quarantenne a Crotone o un venticinquenne a Treviso - ha sottolineato Angeletti - c´è una bella differenza», quindi la sanzione va commisurata al danno subito dal lavoratore, in funzione della sua età, la dimensione dell´azienda, la zona di attività. Bisogna poi definire un rito abbreviato per le cause sui licenziamenti individuali, diffondere le procedure di conciliazione e arbitrato, modificare la disciplina «oggi troppo generica» per le collaborazioni coordinate e continuative, che «spesso mascherano rapporti di lavoro dipendente veri e propri». Serve quindi una definizione legislativa più precisa delle caratteristiche (orario, organizzazione del lavoro) del rapporto lavorativo dei co.co.co., e anche in caso di vere collaborazioni la Uil propone di introdurre il diritto al preavviso e alla conoscenza delle ragioni dell´eventuale licenziamento.
Angeletti vuole discutere la proposta con le parti sociali e i partiti politici, per raccogliere consensi più ampi possibile. In vista di questa campagna di persuasione, la Uil considera prematuro e controproducente dare oggi indicazioni di voto sul referendum. «Se ci pronunciassimo fin d´ora per il sì, il no o l´astensione la nostra proposta verrebbe letta sono in funzione di schieramento, danneggiando l´idea che è alla base della riforma che noi riteniamo necessaria».

la Repubblica
14 febbraio 2003


Scioperi, destra e sinistra

AEREI BLOCCATI UNA BEFFA NEL SILENZIO

di PIETRO ICHINO


Malpensa, 3 febbraio: 7 soli controllori di volo sui 50 operanti nell'aeroporto internazionale aderiscono allo sciopero proclamato da un solo sindacato autonomo dei tredici che rappresentano la categoria, per una vertenza banalissima su procedure operative interne; ma questo basta per paralizzare lo scalo, con danni per le compagnie aeree, il gestore dell'aeroporto, i viaggiatori e la collettività, che si calcolano in decine di milioni (di euro). L'episodio, non nuovo nel suo genere, pone due interrogativi distinti, uno rivolto alla maggioranza, uno all'opposizione. Il primo è questo: a che serve avere un governo di centrodestra, che dichiara di saper compiere le scelte necessarie anche senza il consenso dei sindacati, se episodi come quello del 3 febbraio continuano a essere subìti e considerati del tutto normali, al punto che né dai palazzi del potere romani né da quelli milanesi si è levata una sola voce di riprovazione, né tanto meno di impegno a provvedere affinché la cosa non si ripeta in futuro? Un autorevole esponente della maggioranza, interrogato in proposito, risponde che un intervento legislativo su questa materia, in questo momento, costerebbe politicamente molto caro al governo, perché sindacato e opposizione si scatenerebbero in difesa del sacro diritto di sciopero; mentre, viceversa, un episodio come quello del 3 febbraio a Malpensa costa molto caro ai sindacati e ai partiti che li difendono. È vero: i viaggiatori bloccati per ore negli aeroporti (ma anche tutti coloro che riflettono costernati sul danno assurdo di questi scioperi per la collettività), se hanno qualche simpatia per il movimento sindacale e le forze politiche sue alleate, devono fare uno sforzo notevole per conservarla.
Ed ecco, allora, la domanda per l'opposizione: è esatto il calcolo politico che induce la maggioranza al silenzio su episodi scandalosi come quello del 3 febbraio? Se quel calcolo è esatto, perché l'opposizione lo subisce passivamente, lasciando intendere all'opinione pubblica di collocarsi dalla parte dei sette scioperanti, contro gli interessi dell'intera collettività? Se invece il calcolo della maggioranza è sbagliato, dov'è l'errore e che cosa fa l'opposizione per denunciarlo all'opinione pubblica?
La realtà è che una sinistra prigioniera dei propri slogan genera una colossale rendita di posizione per una destra che ha le idee chiare sul come smontare il Codice di procedura penale ma non sul come smontare quegli slogan; e che non ha l'autorità morale necessaria per agire credibilmente contro di essi. Lo slogan che blocca la sinistra è, ancora una volta, quello dei «diritti»: tutti fondamentali, irrinunciabili, intangibili, sacri. Sacro e intangibile, naturalmente, come l'articolo 18 contro i licenziamenti, è pure il diritto di sciopero. Così diventa «sacro» - e guai a chi lo tocca - anche il «diritto» di sette controllori di volo di prendere in ostaggio quando pare a loro migliaia di altri lavoratori. E nessuno lo mette in discussione.
Se centrosinistra e centrodestra fossero capaci, una volta soltanto, di allearsi in difesa dell'interesse dell'intero Paese per correggere una stortura evidente, la soluzione non sarebbe difficile. Basterebbe che il centrodestra accogliesse la richiesta - ragionevolissima, questa - della Cgil di una legge sulla verifica periodica della rappresentatività dei sindacati nei luoghi di lavoro; e che in cambio la Cgil accettasse la regola - altrettanto ragionevole - per cui, nei servizi pubblici essenziali, lo sciopero può essere proclamato soltanto da una coalizione sindacale che rappresenti la maggioranza dei lavoratori interessati. Con questo si eliminerebbero quei quattro quinti degli scioperi nel settore dei trasporti, che vengono proclamati dai sindacati minoritari proprio contro le confederazioni maggiori. Ma il lettore non si illuda: questo accordo non si farà. Da una parte non si accetterà mai che «si tocchi» il sacro diritto di sciopero; dall'altra non si accetterà mai quella legge sulla rappresentatività dei sindacati, di cui Confindustria e Cisl non vogliono neanche sentir parlare e che, per questo, nel Libro bianco del governo sulla riforma del lavoro è stata esplicitamente esclusa. Gli uni continueranno a crogiolarsi nelle proprie paralisi mentali, gli altri a vivere di rendita su di esse. E i sette controllori di volo continueranno a farsi beffe di tutti quanti.

Corriere della Sera
7 febbraio 2003


I sindacati e il miraggio dell´unità

di GINO GIUGNI



L´evento più significativo nel tormentato mondo della sinistra appare oggi l´avvenuta rottura in atto dell´unità sindacale. La memoria torna indietro nel tempo di sessant´anni e risale al famoso Patto di Roma, di cui i lettori, anche i più giovani, avranno avuto, si spera, conoscenza in un modo o nell´altro. Il Patto del 1944 fu voluto da Buozzi, Grandi e Di Vittorio, tre nomi ormai passati alla storia, l´uno di parte socialista, l´altro di parte democristiana e l´altro infine di parte comunista. L´unità così costruita durò per così dire lo spazio di un mattino. Gli eventi s´accavallarono e al posto dell´unità subentrò la realtà della scissione. Nel giro di pochi anni, e cioè a partire dal 1950, si realizzò una nuova condizione d´equilibrio, nacquero così le tre confederazioni che ancora detengono il campo, e cioè la Cgil, la Cisl e la Uil. Nello svolgersi del periodo turbinoso del dopoguerra restò tuttavia valido un punto fermo. L´unità sindacale costituiva ancora un sogno, coltivato da pochi dirigenti, e in misura molto maggiore da una vasta base. Nel frattempo il mondo sindacale così scisso riuscì comunque a dar vita ad una intensa attività di contrattazione di gran lunga superiore a quella che fu propria di paesi a noi omogenei, come la Francia e il Belgio. Nella prassi contrattuale si affermò, come dato di fatto rilevante, il comportamento unitario tenuto dalle tre organizzazioni sindacali, la cui unità di azione fu sapientemente gestita da Angelo Costa, allora ben noto presidente della Confindustria.
Cambiarono gli anni e passarono i decenni, l´unità restò un sogno coltivato da alcuni sindacalisti, convinti che prima o poi si sarebbe realizzato.
Il fatto nuovo intervenne negli Anni '60 prendendo forma gradatamente; il primo segno che una prospettiva di tale natura stava lentamente maturando fu quando le Acli, in questo periodo guidate da Livio Labor, più tardi iscrittosi al Psi, indissero un convegno a cui parteciparono alcuni importanti dirigenti ad alto livello delle tre confederazioni. Fu un´operazione di cui nessuno, salvo pochi, tra i quali Piero Boni allora dirigente della Cgil, acquistò coscienza. Fu un evento politico che assunse l´aspetto di un vero e proprio miracolo. Nel giorno del convegno del '64 non accadde apparentemente nulla, ma il fatto nuovo fu che il carrozzone dell´unità si mise, anche se stentatamente, in moto. E, sostenuto dal clima dell´autunno caldo, che sarebbe esploso di lì a poco, quello che appariva non altro che un sogno alimentato da pochi stava evolvendosi in un esito positivo.
L´obiettivo stava per essere toccato con mano quando emersero gravi resistenze. L´operazione negativa fu dovuta in particolare al sindacato dei braccianti della Cisl e ad una parte della Uil. Inoltre la Cgil, forte della propria condizione di maggioranza, abbandonò il progetto di unità che a breve si trasformò in un pallido simulacro, quale fu il patto federativo o, nel linguaggio polemico, la "Trimurti sindacale".
Non è il caso di percorrere passo per passo le vicende di quasi venti anni. Un episodio va tuttavia sottolineato ed è lo scontro sul referendum relativo alla scala mobile, voluto da Berlinguer ma sconfessato dalla maggioranza degli elettori. Ma anche allora prevalse la volontà unitaria, fu superata alla meglio la grave prova e si aprì la strada verso la realizzazione di significative intese, tra le quali il patto di concertazione del '93.
Purtroppo il clima politico in atto non giocò a favore d´un tentativo ancora troppo fragile di realizzazione dell´unità, e il colpo di grazia intervenne con il radicale cambiamento politico che ebbe luogo nel '94 e che tuttora realizza i suoi effetti.
La recente battaglia sull´articolo 18 è l´evento nuovo, che ha determinato e determina un profondo riflesso sui rapporti sindacali. Prima di recitare un requiem all´unità sindacale si può ancora forse solo sperare nel miracolo che si verificò negli Anni '60, quando quasi improvvisamente il tema in questione si attualizzò. Oggi tuttavia non sembra un esito probabile, perché nel rapporto tra le confederazioni sindacali si è introdotto un fattore lacerante. Non v´è più una battaglia frontale tra operai e padroni, come dicevano gli slogan del passato, ma si è aperta una breccia profonda nell´ambito del movimento sindacale oggi impegnato su vari e nuovi fronti.
La divaricazione fra i sindacati ha origini diverse. Tra queste, vi è un fattore storico legato alla differente concezione del movimento sindacale, che per la Cgil deve essere aperto anche ai non iscritti, mentre per la Cisl deve soprattutto privilegiare il rapporto con i propri associati. Inoltre, in tempi più recenti, si è aperta una competizione tra le organizzazioni (Cgil e Cisl soprattutto), ciascuna delle quali cerca di legittimarsi come interlocutore privilegiato del governo (a seconda dei diversi orientamenti politici), con la speranza di vedere così incrementati i propri consensi a scapito dell´altro sindacato. Qualunque previsione è per ora impossibile. Ma tocca agli uomini di buona volontà la realizzazione del miracolo. 

la Repubblica
6 febbraio 2003


UNA SFIDA SBAGLIATA
di PIETRO ICHINO


L’ala sinistra dell’opposizione ha ottenuto quello che voleva, passare al contrattacco. Non più soltanto barricate difensive contro le iniziative del centrodestra: Rifondazione, Verdi e sinistra ds sono riusciti a porre all’ordine del giorno la propria proposta referendaria, tendente ad allargare proprio quell’area di applicazione del regime di stabilità dei posti di lavoro che le iniziative legislative del governo tendevano a ridurre. Ma il referendum aveva e ha anche un altro obbiettivo, meno esplicito: consolidare l’egemonia che durante lo scorso anno la stessa ala sinistra ha imposto a tutta l’opposizione su questo tema politico divenuto cruciale.
Ora, infatti, i Ds (tutti, Cofferati compreso) e la Margherita sono posti di fronte alla scomodissima alternativa tra la linea della continuità rispetto alle barricate del 2002 in difesa dell’articolo 18 e quella di un difficilissimo «distinguo» tra diritti dei lavoratori delle grandi e delle piccole imprese.
Se l’articolo 18 dello Statuto del 1970 ponesse davvero un diritto di libertà e dignità della persona fondamentale e intangibile, logica vorrebbe che ne godessero tutti i lavoratori senza eccezione.
Ma questo significherebbe eliminare proprio quella zona di grande flessibilità del nostro sistema, che ha consentito fino a oggi di conservare nelle imprese medio-grandi un regime di stabilità tra i più rigidi del mondo. Significherebbe anche irritare gran parte dell'elettorato di centro, nonché recidere i legami tradizionali fra la sinistra e il mondo della piccola impresa. Se invece Ds e Margherita ritengono giusto continuare a negare l'applicazione dell'articolo 18 alla metà della forza-lavoro che ne è rimasta esclusa per tre decenni, essi devono riconoscere di avere sbagliato nella scelta degli argomenti opposti per tutto lo scorso anno all'iniziativa del governo: devono ammettere che non si tratta di un diritto fondamentale e intangibile e che le vie dell'equità nel mondo del lavoro passano attraverso una sua riforma.
Questo problema si era posto già alla fine degli anni '80, quando la sinistra massimalista aveva promosso un referendum in tutto simile a quello di oggi. Allora il partito comunista se la cavò concordando con il governo una legge (n. 108 del 1990) che assicurava ai lavoratori licenziati dalle piccole imprese soltanto un risarcimento. Oggi una soluzione analoga non sarebbe certamente praticabile, perché il referendum è rivolto proprio contro il regime istituito da quella riforma. Né varrebbe a evitare il referendum la «Carta dei diritti dei lavoratori» elaborata lo scorso anno da Giuliano Amato e Tiziano Treu in risposta alle iniziative del governo: essa, infatti, lascia sostanzialmente intatto il sistema differenziato delle protezioni dei lavoratori subordinati, limitandosi a estenderne alcune parti ai collaboratori continuativi e ai lavoratori autonomi.
Il solo modo in cui il centrosinistra può uscire dall' impasse è probabilmente quello di riprendere una proposta che dalle sue stesse file venne avanzata nella passata legislatura (anche con le firme di alcuni parlamentari diessini), modellata sulla legge tedesca: cambiare l'articolo 18 lasciando al giudice di decidere discrezionalmente secondo buon senso se disporre la reintegrazione del lavoratore in azienda o assicurargli un risarcimento; ed estendere questo regime, come in Germania, a tutte le aziende con più di quattro dipendenti. La legge tedesca fissa per il risarcimento un limite massimo di 18 mensilità di retribuzione; da noi potrebbe essere fissato un limite massimo più elevato per le imprese maggiori, gradualmente più ridotto per le minori.
Se il centrosinistra avesse il coraggio di compiere questo passo, rivalutando la propria ispirazione riformatrice della scorsa legislatura, sarebbe assai difficile per il centrodestra opporvi un rifiuto. E si eviterebbe al Paese una consultazione referendaria dalla quale, nel migliore dei casi, uscirebbe consolidato un regime di iniqua disparità tra i lavoratori, che non piace più a nessuno. Neppure a sinistra.

Corriere della Sera
16 gennaio 2003 


Disoccupazione mai così bassa da dieci anni
A ottobre il tasso scende all’8,9%, il minimo dal ’92. Creati 234 mila posti. Maroni: le imprese hanno più fiducia



ROMA - La disoccupazione a ottobre ha toccato il livello più basso dal ’92: 8,9% rispetto al 9,3% di un anno prima. Il bilancio tracciato dall’Istat resta però in chiaroscuro. Se gli occupati in un anno sono aumentati di 234 mila unità, portandosi a quota 21 milioni 932 mila, il ritmo di crescita, pari all’1,1%, è più lento rispetto a gennaio (1,7%), aprile (1,8%) e luglio (1,2%). Sono di meno, ma solo al Centro e al Sud, le persone in cerca di occupazione, due milioni e 152 mila unità: -3,3% su base annua. Intanto l’indagine congiunturale rapida di Confindustria segnala che la produzione industriale, calata a dicembre dello 0,1%, è «in stallo». Nell’intero 2002 è calata del 2,3% rispetto al 2001. Anche per l’Isae il clima di fiducia delle imprese in dicembre si è deteriorato.
LO SCONTRO - Secondo il ministro del Welfare, Roberto Maroni, i dati Istat dimostrano che le politiche del governo per l'occupazione e contro il sommerso «sono efficaci». Ma anche che «l'imprenditorialità italiana non ha sfiducia nel governo, anzi investe, contrariamente a quanto dice la sinistra» che lancia solo «allarmi ideologici». Ma l’opposizione insiste: «Non bisogna lasciarsi ingannare - avverte il responsabile economico dei Ds, Pierluigi Bersani -, la tendenza alla crescita dell’occupazione, stimolata negli anni scorsi dall’elasticità introdotta dal centrosinistra, sta bruscamente rallentando. Sull’ultimo trimestre si blocca. In particolare al Sud». Per il Mezzogiorno appaiono preoccupati tutti i sindacati, in particolare Cisl e Uil. E la Cgil attacca: «Il milione di posti di lavoro promesso da Berlusconi resta tra le migliori invenzioni pubblicitarie del centrodestra».
I SETTORI - A crescere a ottobre è l’occupazione dipendente (»1,8%); cala il lavoro autonomo (-0,8%). Dall'inizio del 2001 è la prima volta che tra i dipendenti risulta prevalente il contributo dell'occupazione a termine (94 mila unità) e a tempo parziale (»132 mila). Un elemento che fa dire al senatore dei Ds, Cesare Salvi, ex ministro del Lavoro, che «l’occupazione creata è poca e cattiva», in una parola «precariato». Al contrario, per il presidente della Confesercenti, Marco Venturi, il dato positivo è «il sempre maggiore ricorso» alla flessibilità che «ha contribuito in maniera efficace a diminuire il numero dei disoccupati». Preoccupa invece il calo dei lavoratori autonomi, in particolare «gli operatori del commercio, che già a luglio avevano contato centomila occupati in meno».
A proposito di settori, il numero di occupati in quello agricolo è diminuito rispetto al 2001 del 2,4% (-28 mila unità) e si attesta su un milione e 122 mila persone. L' industria ha attenuato il ritmo di crescita (»1,7%, pari a un aumento di 119 mila unità), per un totale di poco superiore a 7 milioni di persone. Rallenta l’incremento occupazionale anche nei servizi (»1%, pari a 142 mila unità in più), per un totale di 13 milioni e 806 mila occupati.
LE DONNE - La crescita dell'occupazione ha riguardato ancora una volta di più le donne (»1,7%) rispetto ai maschi (»0,7%). Nella media del 2002 l'occupazione femminile è aumentata del 2,2%, quella maschile dell'1%. Il tasso di occupazione della popolazione compresa tra i 15 e i 64 anni è stato ad ottobre del 55,7% (»0,7% su ottobre 2001). Quello giovanile (15-24) è diminuito dal 25,8% del 2001 all'attuale 25,2%. A livello territoriale, il Nordovest è cresciuto dell'1%, il Nordest dello 0,1%, accentuando il rallentamento già emerso negli ultimi mesi. Il Centro ha registrato una crescita annua dell'1,4%, il Sud dell'1,6%.
«Dopo oltre un anno di politica tremontiana», commenta la Cgil, quello di ottobre è «il più striminzito risultato» su base annua: la crescita occupazionale si è fermata «nelle aree più dinamiche del Paese». «Al Sud - afferma per la Cisl Raffaele Bonanni - siamo ancora ben lontani dalla necessaria svolta». Per Adriano Musi (Uil) il governo ha bloccato proprio «quegli incentivi all'occupazione che avevano funzionato negli anni passati al Sud». Ma per Maroni non c’è spazio per i dubbi: «Il 2003 non sarà solo l'anno delle riforme ma anche quello dell'occupazione».
Antonella Baccaro


L’ECONOMISTA
«Economia in crisi ma più lavoro? Aiutano il bonus e la flessibilità»
MILANO - L’economia rallenta, ma aumentano i posti di lavoro. E in ottobre, comunica l’Istat, il tasso di disoccupazione in Italia è sceso all’8,9%, ai minimi da 10 anni. In controtendenza con il resto dell’Unione europea. Un paradosso? «Il dubbio viene a tutti - spiega l’economista Tito Boeri - visto che la crescita dell’occupazione senza crescita economica è un fenomeno tutto italiano. E’ in atto fin dal ’95, anche se quest’anno in modo più netto: a fronte di un Pil sostanzialmente piatto, l’occupazione sale di circa punto percentuale». Come si spiega?
«Le ragioni sono tre. La prima è la moderazione salariale. I salari reali sono aumentati meno della produttività, facendo scendere il costo del lavoro per unità di prodotto del 4% tra il ’95 e il 2001. Di conseguenza le aziende hanno adottato tecnologie a maggiore intensità di lavoro».
La seconda ragione?
«E’ la flessibilità introdotta in questi ultimi anni: dal pacchetto Treu nel ’97 alle nuove regole sul part-time al recepimento della direttiva Ue suo contratti a termine. La flessibilità ha reso meno oneroso per le imprese assumere e licenziare».
E la terza ragione?
«E’ il bonus per l’occupazione previsto con la Finanziaria 2001, un aiuto molto generoso assegnato alle imprese che assumevano a tempo indeterminato al Sud. La riprova? A luglio, a causa del deterioramento dei conti pubblici, il bonus è stato prima sospeso, poi reintrodotto a settembre, ma in forma ridotta e non più automatica. E da luglio a oggi sono cresciuti molto di più i contratti a tempo determinato. E anche la Finanziaria 2002 stanzia un bonus per l’occupazione più leggero».
Che cosa prevede per il futuro?
«Il fenomeno potrebbe essersi esaurito. Non solo per colpa del bonus alleggerito. Le nuove piattaforme sindacali per i rinnovi contrattuali indicano richieste salariali dal 5,6 al 6% per Cisl e Uil fino all’8% della Cgil. E anche la flessibilità funziona soprattutto in tempi di crescita, non in fase di stagnazione come quella che si prospetta. I dati già indicano che la disoccupazione al Nord è in aumento».
Senza contare gli esuberi Fiat e quelli annunciati da alcune grosse banche.
«Quell’effetto non è stato ancora registrato, ma più che i disoccupati, farà aumentare i prepensionati. Piuttosto crescerà la disoccupazione derivata dai lavori flessibili, ad esempio nel commercio, nel turismo o nella ristorazione, e dalle piccole imprese, colpendo i lavoratori che non hanno ammortizzatori sociali altrettanto generosi».
Giuliana Ferraino

Corriere della Sera
24 dicembre 2002


Lavoro e caccia ai talenti

IL RITORNO DEL POSTO FISSO

di WALTER PASSERINI


La flessibilità è una virtù? Sicuramente sì, quando parliamo di lavoro, ma con giudizio. Il problema delle imprese, infatti, è sì quello di aumentare la quota di flessibilità nelle assunzioni di personale, ma senza superare una certa soglia, che potrebbe anzi diventare controproducente. La conferma viene da una ricerca della Provincia di Milano e dell’Osservatorio sul mercato del lavoro, di prossima pubblicazione (anticipata dal Corriere del 6 agosto), che spiega che se la maggioranza degli avviamenti al lavoro a Milano e provincia (il 65%) avviene secondo la formula dell’atipico (part time, contratti a tempo, Cococo), resta alto ed è anzi in crescita il ricorso ad assunzioni standard, vale a dire a tempo indeterminato. Un nuovo posto di lavoro su tre è un posto fisso e il 35-40% dei lavoratori interinali nel giro di un anno viene riconfermato a tempo indeterminato.
Le ragioni di questa inversione di tendenza stanno non solo nella parola magica della «fidelizzazione» evocata dalla ricerca, ma anche nella lotta vera e propria che si è scatenata tra imprese, per accaparrarsi le risorse migliori. E’ scoppiata, infatti, una «guerra dei talenti» a cui partecipano piccole e grandi aziende, un po’ di tutti i settori, che vede come prede tecnici, quadri, manager, ma anche operai qualificati e specializzati, che vengono letteralmente rubati alla concorrenza, al prezzo non solo di importanti aumenti di stipendio, ma anche di «fringe benefit» (benefici non monetari), di percorsi di carriera, di clima aziendale e di tempo liberato (sabbatici, ferie, periodi di formazione).
Il fenomeno raccontato dalla ricerca della Provincia ribadisce la formula del trifoglio del «guru» del management, Charles Handy: la prima foglia è il nocciolo duro dell’impresa, con i dipendenti fissi su cui l’azienda investe e che cerca di tenersi ben stretti; la seconda è la catena dei fornitori, che vanno motivati e curati; la terza foglia è quella dei collaboratori flessibili, costole fluttuanti dell’azienda, che rientrano nel circuito del lavoro temporaneo. La strategia delle imprese non è quindi quella di aumentare a dismisura e senza una specifica «ratio» la quota di personale flessibile, ma quella di conciliare in un giusto «mix» personale a termine e personale fisso. Anche perché la guerra della competizione si vince solo con eserciti ben formati, ben pagati e motivati, e non con l’aumento dei «mercenari» che, come si sa, sono spesso nomadi e infedeli.
Se la flessibilità dei dipendenti non è più un fine o un mito, ma un mezzo, una misura, una tattica, alle aziende tocca ora il difficile compito non solo di attrarre i migliori talenti (le cui caratteristiche cambiano a seconda dell’azienda o del settore), rendendoli rari e ricercati, e spesso introvabili, ma anche quello di tenerseli buoni (con sofisticate politiche del personale, leva retributiva compresa) e, soprattutto, di non farseli scappare. Sarebbe infatti un dramma, e una beffa, se, dopo averli conquistati a suon di aumenti di stipendio, motivati, formati e coccolati, i talenti, diventati cacciatori del posto fisso, emigrassero altrove attirati da altre e più irresistibili sirene aziendali. 

Corriere della Sera
5 settembre 2002


Nell’articolo di fondo pubblicato sul «Corriere» del 6 giugno Pietro Ichino ricordava un progetto di legge di modifica dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori presentato da 50 deputati del centrosinistra nel marzo del 2000. La riforma prevedeva l’eliminazione dell’automatismo del reintegro del lavoratore licenziato senza giusta causa, lasciando al giudice la decisione sul rientro nell’azienda o il risarcimento. Una norma applicabile, secondo il progetto, anche alle piccole e medie imprese. 

COERENZA & RIFORME

Le contraddizioni a sinistra e le ragioni della politica
di Giancarlo Lombardi e Michele Salvati



Caro direttore, il 6 giugno Pietro Ichino ha scritto sul Corriere un fondo ineccepibile in punto di fatto (Doppia verità su una riforma), ma un po' facile, forse anche leggermente qualunquistico, nel messaggio che trasmette al lettore. E' vero che le persone da lui menzionale - Tiziano Treu, soprattutto, ma anche i sottoscritti, in mezzo a tanti altri - hanno sostenuto nella scorsa legislatura proposte di riforma dell'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori anche più penetranti di quelle che l'attuale governo intende realizzare. E' vero che in materia di legislazione del lavoro tutte queste persone - che a buon diritto si ritengono di sinistra o centrosinistra - nutrono convinzioni diverse da quelle di Cofferati. Ed è infine vero che alcuni di loro - quelli che sono rimasti in Parlamento - oggi avversano ogni idea di ritocco di quel famigerato articolo, fino al punto di presentare una impegnativa proposta di legge sullo Statuto dei lavori (Tiziano Treu e Giuliano Amato) che neppure lo menziona.
Non intendiamo nasconderci dietro al dito di non essere più in Parlamento e dunque di non essere esposti ai dilemmi che devono affrontare i nostri amici liberal che in Parlamento sono rimasti.
Sicuramente ha contato non poco - nella nostra decisione di non candidarci alle ultime elezioni - il disagio di dover sostenere per ragioni di schieramento posizioni che non condividiamo nel merito, disagio che abbiamo avvertito molte volte nella passata legislatura.
Fossimo però oggi in Parlamento, sentiremmo il dilemma tra ragioni specifiche di merito e ragioni politiche generali con altrettanta forza dei nostri amici e proprio non sappiamo come ci comporteremmo.
Pietro Ichino la fa troppo facile. Proprio perché la questione dell'articolo 18 si è caricata di un significato politico generale così estremo è molto difficile decidere come comportarsi, impossibile decidere esclusivamente sulla base delle proprie convinzioni sul merito del problema. Nel merito si tratta di piccola cosa. Da un lato dare al giudice la scelta tra il reintegro e il risarcimento (di cui è importante fissare un sostanzioso minimo, più che il massimo) è soluzione più che civile e che non lede alcun «diritto», se diamo a questo termine il suo significato proprio. Dall'altro nessuno è sinora riuscito a sostenere con argomenti convincenti che questa piccola facilitazione per le imprese nel regime del recesso produrrebbe risultati economici e occupazionali apprezzabili.
E allora? Allora è inevitabile che pesino maggiormente considerazioni politiche generali, per cui non ci si deve meravigliare se chi è personalmente convinto di una certa soluzione di merito la subordina poi a quelle considerazioni. E Ichino fa male a non prospettare il dilemma nella sua complessità, a denunciare come contraddizione ciò che in realtà è una scelta in condizioni diverse: così facendo egli rischia di alimentare una visione della politica sin troppo diffusa, una visione secondo cui i politici, di destra e di sinistra, sono sempre pronti a voltare gabbana, a rimangiarsi le proprie promesse e persino le proprie convinzioni profonde «quando gli conviene». La politica è una cosa difficile, in cui ci sono certamente voltagabbana volgari, ma anche persone di grande integrità che ritengono in perfetta buona fede che sia necessario superare le proprie convinzioni di merito quando le circostanze lo impongono. Si può criticare questo loro giudizio. Si può sostenere che Giuliano Amato e Tiziano Treu fanno male, e proprio per ragioni politiche generali, a piegarsi a esigenze di unità del centrosinistra. Ma per farlo bisogna valutare queste esigenze e ragioni, e Pietro Ichino non lo fa.


Licenziamenti senza tutele, quell’illusione dei nuovi posti
di Ferdinando Targetti


Caro direttore, vorrei rispondere all'articolo di fondo di Pietro Ichino, uscito sul Corriere del 6 giugno, nel quale egli rinfaccia ad alcuni firmatari del disegno di legge 6835/2000, tra i quali chi scrive, di essere stati favorevoli con quel disegno di legge alla riforma dell'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori sotto il governo di centrosinistra e di osteggiarla ora sotto il governo di centrodestra, accusandoli di andare dietro, come tanti soldatini «allineati e coperti», al leader della Cgil. Non credo che io fossi allineato e certo non ero coperto, quando, prima dello sciopero generale, sono intervenuto su questo tema con un articolo sull'Unità dal titolo «Flessibilità, Tarzan senza la liana», con opinioni che non ho modificato. L'argomento è molto semplice e si può riassumere in poche righe: una cosa è licenziare un lavoratore che è tutelato nel mercato del lavoro, un'altra cosa è licenziarlo e basta. Keynes, a chi lo accusava di aver cambiato opinione, rispose che non è incoerente uscire un giorno senza l'ombrello e l'altro giorno con, se nel secondo giorno piove. 
Il governo sostiene con insistenza la relazione tra l'abolizione dell'articolo 18 e la creazione di nuovo lavoro. Io non credo che la modifica all'articolo 18 abbia effetto nella creazione di posti di lavoro: nel Nord c'è piena occupazione e c'è l'articolo 18, il lavoro va creato al Sud attraverso la creazione di imprese che non nascono con l'abolizione dell'art.18. Inoltre il 95% delle imprese italiane ha meno di dieci addetti e l'articolo 18 opera solo per imprese con più di 15 addetti. 
L'insistenza del governo sulla relazione tra l'abolizione dell'articolo 18 e la creazione di lavoro nasconde il reale obiettivo, che è quello dell'indebolimento sindacale. Quindi lo stesso provvedimento se adottato per ridurre il contenzioso giudiziario senza ridurre le tutele dei lavoratori va bene, se è adottato per cambiare i rapporti di forza tra lavoratori e imprese dentro le imprese medio-grandi va male. In secondo luogo credo che non richieda molti commenti l'evidente considerazione che non è lo stesso provvedimento una proposta di modifica delle tutele dei lavoratori a livello di impresa qualora questa modifica sia inserita o non lo sia in una riforma generale delle tutele dei lavoratori a livello di sistema economico, quale ad esempio la creazione di istituti come il reddito minimo garantito e la destinazione di risorse cospicue alla formazione permanente. 
Qui si inserisce il problema della credibilità. E' da dieci anni che la letteratura economica insiste su questo concetto: le stesse misure adottate da una Banca centrale credibile sono diverse da quelle adottate da una Banca centrale non credibile. Una trattativa sindacale è come uno scambio commerciale, un partner deve credere all'altro. Io non vado a comprare una macchina di seconda mano da un rivenditore che mi refila bidoni (vedi il famoso articolo di Akerlof "The market for lemons", che in inglese sarebbero appunto i bidoni). Il giudizio sulla credibilità del governo forse è diverso tra i diversi sindacati e non c'è da stupirsi più di tanto. Personalmente la giudico vicino a zero. Sulla base di che cosa? Semplice, della finanza pubblica. 
Lo scambio tra minori tutele a livello di impresa in cambio di maggiori tutele a livello di sistema costa e il governo non è credibile quando afferma che sono costi che può affrontare. Per quattro ragioni. 
Primo perché non ha una lira, come è dimostrato dalla mancata riduzione dell'indebitamento del 2001 al netto delle operazioni di cartolarizzazione. Secondo perché negli anni futuri non potrà più godere della discesa dei tassi di interesse. Terzo perché non ha nessun potere nell'accelerare la crescita economica senza grossi interventi in opere pubbliche che sottraggono ulteriori risorse. Ultimo, ma non da ultimo, perché il governo ha vinto le elezioni con la promessa di cospicue riduzioni delle imposte, politica che, se attuata, sottrae ulteriori risorse all'ipotetica riforma degli ammortizzatori sociali. Ichino chiude chiedendoci che cosa diremo ai nostri elettori il giorno dopo che saremo tornati al governo sulla riforma del diritto del lavoro. 
Innanzitutto lo ringrazio dell'augurio e poi sono io a chiedergli «se vedi Biancaneve a cui la strega sta offrendo una mela avvelenata le suggerisci di non prenderla o ti preoccupi che in futuro non potrai suggerirle più una dieta che contenga il salutare frutto?». 


Il mestiere dello studioso e le scelte del legislatore

di Pietro Ichino

Al buon politico, in un sistema democratico, non basta conoscere a fondo i problemi e individuare le soluzioni in astratto migliori: gli occorre anche avere il consenso degli elettori e averlo oggi. Michele Salvati e Giancarlo Lombardi hanno pienamente ragione quando lo sottolineano; e anche quando ammoniscono contro il rischio di qualunquismo, di svalutazione del ruolo specifico e insostituibile della politica, rischio insito nel disconoscere la difficoltà in cui il politico serio si trova quando le idee e soluzioni in astratto migliori stentano a raccogliere il consenso popolare. Il mestiere dello studioso delle scienze sociali - oltre che del giornalista - è però diverso da quello del politico: egli ha il dovere di dire ciò di cui è convinto anche quando è impopolare, quando il consenso su ciò che egli dice richiede anni o decenni per maturare; e anche quando il dirlo lo pone in contrasto con la propria parte politica. Il che, certo, può creare una situazione di incompatibilità tra i due mestieri; ma la libera dialettica fra di essi resta preziosa e insostituibile. 
Ferdinando Targetti muove invece al mio articolo di giovedì scorso un'obiezione diversa. La riforma della disciplina dei licenziamenti delineata nel disegno di legge Treu del marzo 2000 - dice Targetti - è auspicabile soltanto nel quadro di un sistema di protezioni efficaci del lavoratore nel mercato (servizi capillari di informazione e formazione mirata, trattamento di disoccupazione adeguato); non lo è al di fuori di quel quadro; e soprattutto non lo è quando viene proposta da un governo che ne fa l'occasione per un indebolimento generale del movimento sindacale. 
Questa, però, è un'affermazione ben diversa da quella secondo cui l'articolo 18 dello Statuto, così com'è, costituirebbe una garanzia fondamentale di dignità e libertà dei lavoratori, sarebbe cioè una norma assolutamente intangibile, sulla cui modifica non si può neppure discutere. Far propria quest'ultima posizione, da parte dei partiti di centrosinistra, è sbagliato non soltanto sul piano teorico-concettuale, ma anche sul piano immediatamente politico: essi infatti già ora non sono in grado di spiegare ai propri elettori perché quella garanzia, «fondamentale e intoccabile» ma oggi applicabile soltanto a nove milioni di lavoratori, non debba essere estesa anche a tutti i dipendenti delle piccole imprese, come propone Rifondazione comunista; e ai collaboratori coordinati e continuativi, come propone la Cgil. Il «modello tedesco» proposto da Treu nel marzo 2000 mirava a una tutela modulata ma sostanzialmente unitaria di tutti questi lavoratori; la «linea» dell'intangibilità dell'articolo 18 non lo consente. 
Se dunque - come Targetti, ma anche Treu, Amato, D'Alema, Rutelli e tanti altri esponenti del centrosinistra pensano - esistono dei modi migliori rispetto all'attuale articolo 18 per proteggere la sicurezza e la dignità dei lavoratori (di tutti i lavoratori e non soltanto di nove milioni di essi!), perché attestarsi sulla parola d'ordine «l'articolo 18 non si tocca»? Perché non contrapporre, invece, alle proposte del governo attuale, su questo punto del tutto improvvisate e disorganiche, una proposta organica e ambiziosa, che possa domani costituire per l'opposizione un programma elettorale davvero credibile? Certo, c'è il «rischio» che il governo accolga quella proposta; ma ciò significherebbe soltanto che su questo terreno, a differenza di quelli della giustizia, dell'informazione o della scuola, un'intesa sensata tra maggioranza e opposizione è possibile. 

Corriere della Sera
10 giugno 2002


La sinistra della «terza via» e quella di Cofferati

di STEFANO FOLLI 


Nella lunga traversata del deserto che il centrosinistra ha intrapreso c’è un problema astratto e prematuro (il ritorno di Romano Prodi alla leadership) e una questione concreta e turbolenta: la frattura nel sindacato sull’articolo 18. E’ una spaccatura - la Cgil da una parte, la Cisl e la Uil dall’altra - che cambia lo scenario. E per la sinistra tutto diventa più difficile. In apparenza è Sergio Cofferati a essere isolato, in realtà è l’intera opposizione politica a trovarsi in una scomoda posizione. Mentre il vantaggio tattico della controparte si è fatto consistente.
Lo ha subito compreso il presidente della Confindustria, D’Amato, che non a caso nell’intervista di ieri al Corriere ha sferrato un attacco piuttosto aspro sia all’Ulivo sia alla Cgil. Ma il vero obiettivo è colpire le contraddizioni del centrosinistra: un Ulivo appiattito sul sindacato. Incapace, nella visione del capo degli industriali, di costruire una prospettiva riformista. Fassino, Rutelli, D’Alema, tutti in qualche modo subordinati a Cofferati.
E’ anche questo un effetto della frattura nel sindacato. Se Pezzotta e Angeletti accettano di trattare, il centrosinistra si trova davanti al bivio: prendere le distanze da Cofferati e dalla sua intransigenza o, al contrario, «coprire» il segretario del maggiore sindacato fino al punto di trovarsi nella sua scia, sconfessando gli altri due?
Al momento prevale senz’altro la prima ipotesi, in qualche misura obbligata. Ma non senza preoccupazioni. Fassino ammonisce sull’ Unità che «il governo ha teso una trappola»: Cisl e Uil si illudono circa la disponibilità di Berlusconi e se ne accorgeranno presto. Il negoziato è destinato a non produrre alcun risultato, nota il segretario della Quercia: e la sua è per metà una previsione e per l’altra metà una speranza. Anche Arturo Parisi invita Pezzotta e Angeletti a «non cedere alla tentazione della solitudine», cioè a non sganciarsi da Cofferati.
Tuttavia si coglie un po’ di imbarazzo. Un conto è sostenere le scelte sindacali contro la politica del governo quando le tre confederazioni marciano all’unisono e le piazze si riempiono; un altro conto è sostenere Cofferati anche quando Cisl e Uil decidono di sperimentare la via del negoziato, nonostante la minaccia di un nuovo sciopero generale da parte della Cgil. L’appoggio a Cofferati è logico da parte della Quercia, ma non altrettanto da parte della Margherita, gamba moderata dell’alleanza.
Tanto più nel momento in cui Romano Prodi, esprimendo la linea prevalente in Europa, traccia anche per l’Italia il profilo di un riformismo stile Tony Blair: «dal pragmatismo della destra la sinistra deve imparare a non essere più schiava del proprio passato». Come è ovvio, il presidente della Commissione è attento a non entrare nella bottega politica italiana; anzi, riconosce al sindacato il diritto di «apparire conservatore» perché il suo compito consiste nel difendere i diritti sociali.
Ma la prospettiva di Prodi è diversa da quella dell’Ulivo che combatte la sua battaglia politica a Roma. Il presidente indica il futuro: il carattere di un riformismo fondato su di uno standard europeo. Viceversa gli ulivisti sono alle prese con le difficoltà quotidiane. Vale a dire un governo Berlusconi che sui temi del lavoro sta recuperando l’iniziativa. E una Confindustria da cui la sinistra subisce un pesante attacco proprio in nome dell’Europa e delle esigenze di «flessibilità» che l’Unione ha fatto proprie.
Perciò ha ragione Parisi quando afferma che aprire oggi il capitolo della leadership nel centrosinistra sarebbe inutile e «logorante». Prima di questo passaggio l’Ulivo deve sciogliere altri nodi, tra cui proprio quelli indicati da Prodi. In sostanza: che cosa vuol dire essere riformisti. Cofferati ha dato la sua risposta e per ora sembra lui l’uomo forte del centrosinistra. Paradossalmente, la maggiore insidia non gli viene dal «centro» dell’Ulivo, ma dall’estrema sinistra. Ossia dal referendum per estendere l’articolo 18 su cui si è impegnato Fausto Bertinotti. 

Corriere della Sera
4 giugno 2002


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