Il verbale d'intesa


ROMA - Ecco il verbale d'intesa firmato oggi da tutte le le sigle sindacali presenti a Palazzo Chigi ad eccezione della Cgil.

"Il governo ribadisce l'importanza della politica dei redditi e di coesione sociale così come definita nel protocollo del 23 luglio 1993. Il governo si impegna altresì a convocare le parti sociali prima della presentazione del Dpef per un approfondito confronto sulla definizione di obiettivi comuni in merito alla crescita del Pil e dell'occupazione nonchè ai tassi d'inflazione programmati.

In relazione alla riforma del mercato del lavoro, il governo proporrà al Parlamento la immediata approvazione delle materie contenute nel ddl 848 ad eccezione delle disposizioni in materia di riordinoo degli incentivi, ammortizzatori sociali, art.18 e arbitrato. Il governo proporrà al parlamento di trasferire le norme relative a tali materie dal ddl 848 ad un separato disegno di legge il cui esame sarà avviato alla conclusione del confrotno con le parti sociali che dovrà svolgersi entro il 31 luglio 2002.

Il governo proporrà al parlamento emendamenti a questo secondo ddl coerenti con l'esito e lo svolgimento del negoziato.

Il governo crede in relazioni collaborative tra le parti sociali e a questo scopo intende favorire e incentivare lo sviluppo di tutte le modalità che essi liberamente intendono adottare, con particolare attenzione al recepimento delle direttive europee in materia.

Il governo nel quadro di una complessiva regia della presidenza del Consiglio dei ministri aprirà articolate sedi di confronto con le parti sociali sulla riforma fiscale, sulla politica per il mezzogiorno e sulla lotta all'economia sommersa oltre a quella dedicata ai sovraindicati temi del lavoro.

In materia fiscale lo scopo del confronto è quello di condividere con le parti sociali gli obiettivi di riduzione della pressione fiscale, definire le modalità e i tempi di attuazione della riforma, rendere evidenti le compatibilità di finanza pubblica.

Per il mezzogiorno, infine, il confronto verterà sull'utilizzo dei fondi strutturali, sulle politiche e le procedure di delocalizzazione produttiva, sulla infrastrutture e sulla sicurezza. Per la lotta al sommerso il confronto ha lo scopo di realizzare il pieno e attivo coinvolgimento delle parti".

(31 maggio 2002)


Il leader Cgil scrive a Pezzotta e Angeletti per una piattaforma comune
Cofferati: nuovo sciopero ma Cisl e Uil dicono di no

Maroni a Paci: pensioni invariate grazie al Tfr
Sul sommerso anche Fini chiede uno sforzo maggiore. Il Cnel: 3,5 milioni di irregolari
RICCARDO DE GENNARO


ROMA - La Cgil propone un nuovo sciopero generale contro le modifiche all´articolo 18, ma Cisl e Uil dicono di no. Sergio Cofferati ieri ha inviato una lettera a Savino Pezzotta e Luigi Angeletti nella quale sottopone loro l´idea di una piattaforma comune, che definisca «le priorità in materia di lavoro» e la scaletta delle iniziative di lotta - compreso appunto un nuovo sciopero generale - nel caso di un nuovo no del governo alla richiesta di definitivo stralcio delle modifiche all´articolo 18 dalla delega sul mercato del lavoro. Nell´occasione Cofferati chiede la convocazione delle segreterie unitarie dei tre sindacati per «una nostra ferma e ulteriore risposta» al governo.
La replica di Angeletti è secca e immediata: «Non vediamo adesso la necessità di fare un nuovo sciopero generale». Pezzotta, che non ha gradito l´invito tramite lettera, manda a dire invece che risponderà nei prossimi giorni con un´altra lettera. Non è difficile, tuttavia, immaginare la risposta. Bastino le parole del suo segretario confederale, Pierpaolo Baretta: «Penso che siano più efficaci iniziative articolate, piuttosto che lo sciopero generale». È questo l´orientamento anche della Uil: ieri il Comitato centrale, che si è svolto all´Inps, ha espresso infatti il suo favore nei confronti di iniziative di mobilitazione articolate, questa volta non per territori, ma per categorie. Nella sua relazione introduttiva, Angeletti - che in due ore non ha fatto cenno alla lettera di Cofferati - ha ricordato al governo che senza concertazione i sindacati saranno costretti ad abbandonare la linea della moderazione salariale: di qui il via a una serie di vertenze nei luoghi di lavoro, che potrebbero anche essere «snobbati» dal governo, ma non avranno certo il gradimento degli industriali.
Proseguono, intanto, le polemiche sul sommerso. Mentre i ministri Maroni e Tremonti smentiscono che su questo tema sia in atto uno scontro all´interno del governo (martedì il Cipe dovrebbe esaminare il piano con gli strumenti applicativi messo a punto da Tesoro e Welfare), il vicepremier Gianfranco Fini ammette che «occorre fare di più». Quanto alla divergenza di opinioni manifestata nei giorni scorsi da Maroni e Tremonti, il sottosegretario all´Economia, Vito Tanzi, spiega che «probabilmente hanno ragione tutti e due». Dal Cnel, intanto, si viene a sapere che l´incidenza dell´economia sommersa sul Pil è del 15,4 per cento e corrisponde a 3,5 milioni di italiani che lavorano in nero. Il presidente dell´Inps, Massimo Paci, conferma le sue preoccupazioni sul futuro della previdenza pubblica: «Mi sembra di capire che il governo acceda all´idea che i trattamenti pensionistici pubblici debbano essere ridotti». Paci si è detto però tranquillizzato dalle parole di Maroni, il quale ha assicurato che il trasferimento del Tfr nei fondi pensioni (13 miliardi di euro all´anno in caso di trasferimento obbligatorio) garantirà ai giovani un trattamento previdenziale complessivo invariato. Maroni ha tuttavia precisato che la componente «pubblica» dipenderà dalla situazione dei conti dello Stato.

la Repubblica
22 maggio 2002


ARTICOLO 18, FLESSIBILITÀ E MERCATI GLOBALI 
SCONFITTA DEL GOVERNO 



Fa una giusta osservazione Jas Gawronski quando sulla Stampa dell´altro ieri constata che il 16 aprile è stato un (grande e riuscito) sciopero e non una spallata al Governo, quando si compiace che proprio lo sciopero abbia reso chiaro a tutti che la piazza protesta e il Governo governa. Non si tratta solo di esorcizzare i fantasmi del 1994 (e poi, i fantasmi, o gli eroi, bisognerebbe evitare di crearli: non è stata la piazza a rovesciare il primo governo Berlusconi, ma la Lega e, insieme ad essa, la Confindustria di Luigi Abete, timorosa che dalla piazza lo scontro potesse passare alle fabbriche: allora come oggi). Ma se ha respinto l'assalto ed è restato padrone del campo, non vuol dire che il Governo abbia vinto la partita. Al contrario, per il Governo si preannuncia una sconfitta. Non può fare marcia indietro, perché così sconfesserebbe i suoi sostenitori e gli impegni sin qui ribaditi; sarà dunque costretto, in una situazione di finanza pubblica già problematica, a reperire qualche miliardo di euro: da destinare a una riforma degli ammortizzatori sociali per il cui esame manca oggi la serenità, visto che l'insistenza sul solo articolo 18 è sin qui riuscita a scontentare gli industriali e a mobilitare le piazze. Nella stessa pagina La Stampa pubblicava i risultati di un approfondito sondaggio su cosa pensano gli italiani della flessibilità. Alla domanda se preferiscano un mercato del lavoro in cui è più facile trovare un lavoro e più facile perderlo, o viceversa uno in cui sia difficile trovare lavoro ma una volta trovato sia difficile perderlo, 70 (settanta!) italiani su cento preferiscono la seconda alternativa. La tranquillità del posto fisso è l'ideale non solo per chi il posto ce l'ha già, ma perfino della maggioranza (57 contro 43) di chi è disoccupato e avrebbe solo da guadagnarci da un mercato del lavoro più flessibile. La tranquillità del posto fisso sopravvive con tutte le sue contraddizioni: in termini di efficienza, dato che i cicli economici e tecnologici si inseguono sempre più veloci; in termini di equità, quando l'importante è entrare nella cittadella delle tutele e tanto peggio per chi sta fuori. E anche per quella parte di imprenditori che ritengono l'art. 18 un reliquato di altri tempi reso però innocuo dal buon senso: non resterà difficile anche per loro conciliare il dinamismo necessario a vincere sui mercati mondiali e il conservatorismo di 70 lavoratori su 100? La rigidità del mercato del lavoro, prima che nella legge, è nella testa della maggioranza degli italiani. L'articolo 18 è una grande metafora delle loro aspettative. Modificarle è il compito di una classe dirigente. Qui sta il nodo, come aveva riconosciuto lo stesso Gawronski sulla Stampa del 10 aprile: «Il problema più grosso ha a che fare con l'anima profonda di un Paese sempre attaccato all'interesse particulare, quello generale abbandonato per secoli ad altri». Non voglio forzare Gawronski a una conclusione che resta mia. Ma se guardiamo alle aspettative degli italiani, sin qui sull'art. 18 il Governo non ha fatto avanzare il paese di un passo nella direzione giusta. E' questa, per la classe dirigente ora al comando, la più grave sconfitta. 

Franco Debenedetti

La Stampa
19/4/2002


Amato: basta rodei, l’economia cresce col consenso
E invita gli imprenditori a chiedere al governo nuovi tagli al costo del lavoro e un mercato finanziario europeo 
dal nostro inviato


ALBERTO GENTILI

PARMA — Lì sul palco, piccolo e un po’ curvo, Giuliano Amato quasi si perde sotto l’aquila della Confindustria. Ma gli basta calzare gli occhialini, spingerli con il dito sulla punta del naso, per far capire ad Antonio D’Amato, a Marco Tronchetti Provera, ai ministri Antonio Marzano e Rocco Buttiglione, che il Dottor Sottile - ultimo premier della stagione dell’Ulivo di governo - non si è materializzato a Parma per una comparsata. Ma è qui per una lezione. Anzi, per dare una lezione a industriali e governo: «Basta con il rodeo», sull’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. «Perché è inutile e dannoso. L’economia diventa forte, competitiva, solo quando si regge sul consenso. Quando è inclusiva e non esclusiva». 
E il bello - la sorpresa - è che gli industriali applaudono. Forse perché da ex, Amato non è più un avversario. Certamente perché - a sinistra - è stato tra i pochi negli anni Novanta a tentare quelle riforme che piacciono agli imprenditori. E non è un comunista, né tantomeno un sindacalista: «Crediamo negli stessi valori», dice rivolto alla platea. Poi sottovoce, quasi parlando a sé stesso: «Ho speso gran parte della mia vita, nei limiti delle mie possibilità, a rendere l’economia italiana più competitiva». 
La premessa dell’ex premier - che in oltre quaranta minuti non una sola volta evocherà espressamente l’articolo 18 - è un invito agli industriali a non guardare la realtà attraverso lenti scure. A mettere da parte i basic instinct. A pensare positivo. «Perché solo così si evita una tensione sbagliata» sulla riforma del mercato del lavoro. Tanto più «che l’Italia non è un Paese di serie "B", voi non siete imprenditori di serie "B"». 
Amato disegna - citando Einaudi - un’economia di mercato con «le necessarie reti di sicurezza sociale». Che evita situazioni ansiogene e riduce i rischi. «Perché», ammonisce, «il rischio genera sfiducia e la sfiducia è un problema per l’economia». Mentre «il mercato deve acquistare una legittimazione democratica, in quanto percepito dalla stragrande maggioranza dei cittadini come luogo di inclusione e non come fonte di esclusione». E già le «nuove generazioni hanno visto infrangersi un sogno. Quello che i figli staranno meglio dei padri». 
Detto questo, «guai ad abbandonare la battaglia per la competitività». Guai a far passare un’idea di «flessibilità» come rischio ed esclusione. «Il Paese va inteso come una grande banca in cui ogni italiano è un euro. E ogni euro deve fruttare. Nessuno deve vedere il proprio rendimento sterilizzato». 
Qui Amato si ferma. Sistema ancora una volta gli occhialini sul naso, guarda dritto verso D’Amato. Lancia un invito a rinunciare al collateralismo con il governo, sollecitando una sorta di ribellione: «Rinunciate al rodeo, fatevi sentire» da Berlusconi. «Mi interessa sapere cosa pensate dell’evoluzione del fisco italiano, dove per le aziende si promette al massimo una neutralità fiscale a situazione attuale». Interessa capire - ad Amato - perché gli industriali si scaldano tanto sull’articolo 18 e non chiedono invece a Tremonti una ulteriore riduzione del costo del lavoro («noi avevamo cominciato»). E perché non fanno la guerra «ai banchieri centrali che, difendendo il loro potere residuo, si mettono regolarmente di traverso per impedire la creazione di un mercato finanziario unico». 
L’ultimo passaggio è un’orgogliosa rivendicazione del lavoro fatto dai governi di centrosinistra. Lo sguardo dell’ex premier si sposta sui ministri del Polo. «Cari Buttiglione e Marzano, vi chiedo di non essere ingenerosi. Noi non vi abbiamo lasciato in eredità un Paese preistorico, da Flinstones. Tutti i buoni risultati di adesso sono il frutto di un processo iniziato anni fa. Caro Rocco - Buttiglione ndr. - il motore dell’Italia è in riparazione da tempo...». Infine, alzando gli occhi sulla platea: «Voi imprenditori, aiutatemi a dimostrare che un’economia libera non è un’economia di pochi, ma di tutti. E che non rinuncia alla solidarietà». Seguono applausi. 

Il Messaggero
14 Aprile 2002 


Parla il leader della Cgil a pochi giorni dallo sciopero generale: il governo dimentichi la norma sui licenziamenti e trattiamo su un nuovo progetto per il lavoro
Cofferati: ecco le vere riforme
"Le mie proposte a Berlusconi. E sul terrorismo basta con le ingiurie"



di MASSIMO GIANNINI


ROMA - Sergio Cofferati, l´assassinio di Marco Biagi ha stravolto la natura del conflitto tra governo e sindacati. Invece di compattare il fronte, in nome di un interesse supremo, il ritorno del terrorismo ha creato ulteriori ragioni di polemica.
«La tragedia di questi giorni impone a tutti noi una riflessione profonda. In questi giorni sono stati fatti molti accostamenti, tra gli attentati a Ruffilli, a Tarantelli, a D´Antona e a Biagi. C´è un elemento comune: questi professori lavoravano al servizio dello Stato per definire politiche di coesione. Ma c´è anche una differenza rilevante: mentre i primi tre furono uccisi essenzialmente per ciò che avevano fatto, il professor Biagi è stato ucciso per ciò che stava facendo. Era impegnato in una trattativa complessa, delicatissima, sull´articolo 18. Per questo viene assassinato. A parte il precedente di Aldo Moro, io non ricordo in passato un tentativo così esplicito e violento da parte delle Br di imporre tempi e metodi dei rapporti politici e sociali. Gli assassini hanno scelto il loro obiettivo per colpire un simbolo, ma soprattutto per condizionare i comportamenti della parti, spingendo il governo ad irrigidirsi e cercando di intimorire un movimento di lavoratori sempre più vasto e convinto».
Questo è un ragionamento che può portare lontano. Persino alle tesi di Luca Casarini, che ha parlato di un «delitto di Stato». Spero non segua la stessa pista.
«Ovviamente no. Sto ai fatti. La matrice dell´assassinio di Biagi è politica. La rivendicazione è delle Br. E ogni disputa su questo sarebbe fuori luogo. Ma non è fuori luogo ragionare sui possibili moventi di questo crimine. Non escludendone nessuno. Perché anche da questo punto di vista l´assassinio di Biagi non ha riscontri con il vecchio terrorismo degli anni '70, che era un fenomeno diffuso. Godeva non solo di complicità, ma anche di tolleranza in alcune parti della società italiana. Proprio per questo poteva contare su un numero rilevante di militanti».
A sinistra poteva contare anche su parecchi imbecilli che parlavano dei brigatisti come di «compagni che sbagliano», o che lanciavano slogan come «né con lo Stato né con le Br». Fu indulgente anche il sindacato, in quegli anni?
«Quegli slogan furono folli idiozie. Quanto al sindacato, è vero che in quegli anni i conflitti nel mondo del lavoro erano accompagnati a volte da episodi di violenza, come capitava nella società. Ne sono stato testimone diretto, quand´ero in Pirelli. Quella violenza non era immediata espressione del terrorismo, tuttavia ne fu il brodo di coltura. Ma contro quella violenza, e contro il terrorismo, si schierarono, compatti, tutti i leader dell´epoca. Primo tra tutti Luciano Lama, una delle poche, grandi autorità morali di questo Paese».
E qual è la differenza tra il clima di allora e quello di oggi?
«Oggi non c´è, nel mondo del lavoro e nella società civile, nessuna tolleranza. Oggi il terrorismo non è fenomeno diffuso. Al contrario, è verosimile che si tratti di gruppi ristretti, costituiti da poche persone, oltre tutto integrate in un contesto 'normale´. Questo rende la minaccia molto, molto più pericolosa. Il nuovo terrorismo è infiltrato in luoghi diversi, è invisibile, silente e sempre pronto a colpire. Questo deve chiamarci tutti ad un impegno nuovo. Serve la vigilanza accorta delle organizzazioni sociali, dei partiti e delle istituzioni: ognuno deve essere attentissimo a cogliere ciò che gli si muove intorno. L´insidia può nascondersi ovunque: anche nella redazione di un giornale, in uno studio professonale o in un ministero. E poi certo, anche in un´organizzazione sociale».
Forse era proprio questo il tema della convocazione a Palazzo Chigi che Berlusconi vi aveva rivolto la scorsa settimana, e che voi avete rifiutato con sdegno?
«Proprio per la natura insidiosissima del nuovo terrorismo, serve un grande senso di responsabilità. Il tema della sorveglianza democratica, sia pure in un clima di emergenza, non si può considerare come oggetto di rapporto tra le parti. Per una ragione di principio: se abbiamo un sospetto ci rivolgiamo al magistrato. E poi perché il terrorismo è un attacco alla democrazia, e la difesa della democrazia è un´esigenza di tutti».
A giudicare dalle accuse del Polo, non sempre il sindacato ha fatto la sua parte.
«Lo confesso. Sono rimasto profondamento colpito e offeso dal cumulo di ingiurie che si è riversato contro di noi, attraverso le parole di ministri e sottosegretari. Mai nella mia vita avrei immaginato di dover ascoltare tante vili insinuazioni».
L´hanno accusata di aver dato del «traditore» al professor Biagi, perché dopo aver lavorato con il governo dell´Ulivo era diventato consulente del ministro Maroni.
«Non ho mai detto un´infamia del genere, e infatti ho querelato chi l´ha scritto».
Ma di «collateralismo» aveva parlato, citando il suo Libro Bianco.
«Ho parlato di collateralismo tra governo e Confindustria. Il mio è un giudizio politico, riferito a organizzazioni colettive, non a persone singole. Queste sono tutte strumentalizzazioni vergognose. La nostra storia parla per noi. Il sindacato è democrazia, il terrorismo è un attacco alla democrazia, e dunque il sindacato è nemico del terrorismo. Noi, rispetto alle Br, siamo parte lesa. E continueremo a fare ciò che abbiamo sempre fatto, vigilando il nostro territorio con il massimo del rigore e decidendo i nostri comportamenti con il massimo senso di responsabilità».
E´ responsabile, secondo lei, ripetere per settimane che quella sull´articolo 18 è «una battaglia di civiltà»?
«Certo che lo è. Il diritto fondamentale di chi lavora a non essere licenziato senza giusta causa è un tratto della nostra civiltà. Il Trattato di Nizza della Ue lo ha sancito all´articolo 30, fissando anche un nesso inscindibile tra i diritti delle persone, i diritti del lavoro e i diritti di cittadinanza».
Ma questo non implica che chi vuole modificare l´articolo 18 sia automaticamente bollato come «incivile», e quindi vada fermato con tutti i mezzi?
«Niente affatto. Implica solo che ha un´altra idea della civiltà. Nella mia, ci sono quei diritti. E dunque uso gli strumenti che la democrazia mi offre per difenderli».
E´ responsabile, secondo lei, che il leader della Fiom, Claudio Sabattini, dica in un teatro che «il governo Berlusconi non si può battere solo per via parlamentare»?
«Anche su queste parole c´è stato un palese tentativo di strumentalizzazione. In Cgil, in nessuna occasione e da parte di nessun dirigente, è mai stata messa in dubbio la legittimità di un governo eletto dai cittadini con l´esercizio democratico di un voto. L´obiettivo del sindacato non è mai quello di propiziare la caduta del governo. Ma può essere quello di costringerlo a cambiare idea, con le azioni di contrasto che la democrazia consente, se avanza proposte non condivisibili».
E´ responsabile, secondo lei, che dopo l´assassinio di Biagi tra i Cobas di qualche fabbrica ci sia chi dice «era un avversario, per lui non verseremo una sola lacrima»?
«Quelle sono affermazioni vergognose. Non fanno parte della cultura del sindacalismo confederale. Voglio citarle come ultimo esempio del nostro grande senso di responsabilità, la decisione di confermare la manifestazione del 23 marzo, ma cambiandone il carattere dopo l´assassinio del professor Biagi. E´ stata una grandissima prova, con la quale abbiamo gridato il nostro no al terrorismo, ma abbiamo anche confermato le nostre posizioni di merito per dare un contributo efficace alla normale dialettica democratica che le Br vorrebbero stroncare».
Martino e Bossi l´hanno interpretata in un altro modo.
«Leggere che secondo un ministro quel nostro gesto di responsabilità si è trasformato in un atto che mette in crisi la legalità democratica crea in tutti noi profonda contrarità e inquietudine. Allo stesso modo, trovo inaccettabile che un presidente del Consiglio, parlando di 'scampagnata con bibite e panini pagati´, derida milioni di persone venute a Roma da ogni parte d´Italia a dire no al terrorismo. Quelle di Berlusconi sono parole che offendono. Normalità vuol dire rispetto reciproco. E la sua mancanza di rispetto verso di noi non aiuta certo a ripristinare le condizioni per un dialogo normale».
Cofferati, il sindacato dimostra di saper coniugare l´interesse generale con gli interessi corporativi, ma rischia anche di esaurire la sua tradizione riformista, sacrificandola a un´esigenza puramente «resistenziale», che conserva ma non rinnova. Come si esce, da questo conflitto paralizzante sull´articolo 18?
«Resto convinto che se ne esca solo stralciando il tema dalla delega sul lavoro. Ma proprio per la natura paralizzante di questa contesa, vorrei far presente al governo che i temi sui quali dobbiamo discutere sono molti. C´è in campo anche una delega sul fisco, che è cruciale. Le due aliquote ipotizzate dal governo cancellano la progressività del prelievo e il minor gettito manda in crisi il sistema delle protezioni sociali. E poi c´è la scuola: i provvedimenti della Moratti indeboliscono l´istruzione pubblica. Infine, la delega sulla previdenza, che prefigura un taglio dei contributi con il quale entrerà in crisi l´equilibrio generale del sistema».
In altre parole lei chiede a Berlusconi di allargare il tavolo agli altri capitoli delle riforme. E´ così?
«E´ così. Ma sarebbe bene che al tavolo ci sedessimo tutti avendo ben chiare quali sono le vere riforme di cui c´è bisogno. Che non sono l´articolo 18, non sono quelle che propone il governo né quelle che invoca Confindustria. La Cgil ha pronto un suo pacchetto di proposte, per quelle che consideriamo le vere priorità, per riformare il mercato del lavoro e dare più competitività alle imprese. Siamo disponibili a discuterle nel dettaglio con Cisl e Uil, e poi con governo e Confindustria, non appena le condizioni del dialogo sociale lo permetteranno».
E´ davvero ora che il sindacato metta in campo qualche idea, e non si limiti a bocciare quelle altrui. Quali sono queste proposte?
«La prima riguarda il lavoro atipico. Quello del lavoro è un mercato di diritti ineguali. Alla storica differenza tra lavoratori delle grandi aziende e delle piccole si somma la platea crescente del lavoro non protetto: quello dei collaboratori coordinati e continuativi, che hanno meno tutele e meno diritti. La prima riforma è assicurare a questi lavoratori diritti identici e tutele equivalenti. Con strumenti legislativi, prima di tutto. Serve una nuova legge, che confermi e estenda l´impianto di garanzie fissato dallo Statuto dei lavoratori. Ma poi anche con strumenti negoziali: serve un contratto collettivo nazionale anche per i lavoratori atipici».
Altre proposte?
"La seconda è una grande riforma degli ammortizzatori sociali. Su questo fronte occorre partire dalle istanze segnalate dalla Commissione affari sociali della Ue, per favorire le 'riconversioni produttive sopportabili´. Si impone un cambiamento culturale enorme: finora gli ammortizzatori sono stati semplici strumenti per integrare il reddito di persone che hanno perso il lavoro. Hanno avuto una funzione enorme, ma ormai risultano ingessati e distorsivi. Il caso più eclatante è quello dei prepensionamenti: hanno creato iniquità nel mercato del lavoro e danni al sistema previdenziale, cui hanno trasferito costi elevati e impropri».
E allora? Che tipo di riforma ha in mente?
«La nostra proposta è: trasformiamo gli ammortizzatori, e facciamoli diventare strumenti funzionali alla riorganizzazione d´impresa. Con due obiettivi. Primo: la difesa della professionalità e del valore del lavoro. Finora i criteri anagrafici e contributivi spingevano fuori dal ciclo produttivo persone giunte al punto più alto del loro percorso professionale. D´ora in poi questo non deve più succedere. Chiediamo che si aboliscano definitivamente i prepensionamenti, sostituiti da contratti e strumenti solidaristici che, anche in fasi di crisi aziendale, preservino le quantità di lavoro date e il valore delle professionalità acquisite. Secondo obiettivo: la formazione permanente. I nuovi ammortizzatori sociali la devono garantire per tutti. Anche per chi viene espulso dal lavoro. Quindi: basta con il limbo della cassa integrazione, e via alla creazione di circuiti formativi permanenti».
Cofferati, nessuna di queste proposte, però, risolve il problema dell´articolo 18 e della reintegrazione obbligatoria del lavoratore licenziato.
«Semplicemente perché quello non è un problema. Ecco perché noi formuleremo una terza proposta. E´ urgente una riforma del processo del lavoro, che risolva i contenziosi quasi in tempo reale. Il punto da cui partire è la relazione della Commissione interministeriale Salvi-Fassino, che riforma i percorsi giudiziali, integrandoli con strumenti extragiudiziali come la conciliazione obbligatoria e l´arbitrato volontario. Istituti molto più efficaci di quell´"arbitrato secondo equità" previsto dalla delega del governo, che è poco più di una categoria dello spirito».
Berlusconi e Maroni le obietteranno che anche la loro delega sul lavoro prevede interventi sugli ammortizzatori sociali.
«Quella è tutto fuorchè una riforma. Nella delega gli ammortizzatori sono affrontati in modo marginale, con soluzioni sbagliate e soprattutto, cosa che mi lascia costernato, a costo zero. Una vera riforma, come quella che noi proponiamo, vale almeno 10 miliardi di euro».
Tremonti le obietterà che, per trovare le risorse, bisogna tagliare le pensioni.
«No. Queste riforme devono poggiarsi sulla partecipazione solidale delle imprese e dello Stato. E si devono finanziare solo ricorrendo alla fiscalità generale. Sono riforme ambiziose, perché mirano alla sfida alta della competitività. Peccato che Confindustria finga di non capirlo: continua a sollevare alti lai sulla previdenza da tagliare, e poi ad ogni difficoltà congiunturale corre a chiedere al governo altri prepensionamenti».
Ma a valle di queste riforme che lei propone, è disposto a concedere nuova flessibilità nel lavoro?
«Non ce n´è bisogno. Proprio l´Unione europea chiede meno flessibilità e più solidarietà. In Italia gli strumenti flessibili, contrattuali e legislativi, sono gli stessi del resto d´Europa».
La scorsa settimana il premier ha fatto una riapertura di gioco non trascurabile: fate il vostro sciopero il 16 aprile, ha detto a voi e a Cisl e Uil, e dopo il dialogo ripartirà.
«Aspetto i fatti. Per ora mi è parsa una frase di rito. Preceduta da affermazioni inopportune e sprezzanti nei nostri confronti. Il premier non si rende conto che il problema non è la 'simpatia´ dei rapporti, ma il rispetto degli interlocutori. Proprio quello che è mancato in questi ultimi tempi. Berlusconi guarda sempre alla Spagna come modello: ma Aznar non ha mai provato a dividere i sindacati, e men che meno a isolare la confederazione più grande».
Riapra lei la trattativa, a questo punto. Squaderni le sue tre proposte. Abbandoni il «cadornismo» sindacale, e tenti un rilancio.
«Non tocca a me, questo passo. Il governo riapra il negoziato stralciando l´articolo 18. E la Cgil, a quel punto, sarà in campo con le sue proposte. Come ha sempre fatto. La storia i questi anni lo dimostra: i veri riformisti siamo noi».

la Repubblica
2 aprile 2002


COME USCIRE DALLA TRAPPOLA DELL'ARTICOLO 18

di GINO GIUGNI


Che sia necessario qualche ritocco alle vecchie norme non c´è dubbio, ma né il governo né la Confindustria possono dimostrare che la riforma aumenterà l´occupazione
Lo statuto dei lavoratori fu voluto da Pietro Nenni e varato nel 1966, ma solo nel 1970 fu introdotto l´obbligo di reintegrazione in assenza di giusta causa



Si è posto al centro della polemica politica, intorno ad esso è addirittura fiorita una vera e propria simbologia. Vale quindi la pena di riferire i precedenti ormai remoti, invero, di questo contestatissimo articolo 18 che fa corpo con lo statuto dei lavoratori. A dir la verità lo statuto è molto più ampio, ma l´articolo 18 ne costituisce uno degli elementi più qualificanti.
Come nacque lo statuto molti non lo ricordano, ma esso fu voluto da Pietro Nenni come effetto di una lontana polemica che vide al centro Di Vittorio, che nel congresso della Cgil, se non erro nel 1945, aveva posto, anche se in maniera molto generica, l´idea di uno statuto dei diritti dei lavoratori.
Di Vittorio si riferiva al tema delle discriminazioni e di tutti quegli analoghi problemi che all´epoca erano molto acuti e molto sentiti nella classe operaia, e costituivano effettivamente un vero e proprio attacco alla democrazia nel momento in cui, di fatto, dominava una soluzione centrista impersonata in maniera eccessiva dall´allora famoso ministro dell´Interno Mario Scelba.
Questa è l´origine dell´articolo 18. I suoi successivi sviluppi, che ne arricchiscono molto il contenuto rispetto alla modesta enunciazione formulata a suo tempo da Di Vittorio, sono costituiti da una vera e propria legge introdotta nel 1966 dall´allora governo di centro sinistra. Essa presentava limiti piuttosto cospicui rispetto al successivo statuto dei diritti dei lavoratori del 1970. E´ vero che si chiamò sin dall´inizio con lo stesso nome, ma il breve tempo intercorso tra il primo ed il secondo aveva segnato una presa di distanza notevole.
Lo statuto dei diritti dei lavoratori fu fortemente voluto da Giacomo Brodolini, ministro del Lavoro, il quale, peraltro già in gravi condizioni fisiche, morì alla fine degli anni ´60 e dunque prima di vederne la conclusione. La sua opera fu portata a termine dal democristiano Carlo Donat Cattin.
La legge Nenni, chiamiamola così, riguardava solo il licenziamento e prevedeva soltanto il risarcimento nella forma di alcune mensilità di retribuzione, ma è nello statuto di Brodolini, e poi di Donat Cattin, che venne introdotto l´obbligo della reintegrazione nel caso di mancanza di giusta causa (il famoso articolo 18 di cui oggi si discute).
Poiché svolgevo le funzioni di capo dell´Ufficio legislativo del ministero del Lavoro, nominato dal socialista Brodolini, ebbi la ventura di occuparmi di questa legge in ragione delle mie conoscenze tecniche, ma fu di Brodoloni, e poi di Donat Cattin, la volontà politca.
Accanto all´articolo 18, lo statuto introdusse un ulteriore fattore di grande importanza, costituito da un´altra norma molto particolare, l´ancor più famoso articolo 28, che introdusse un mezzo innovativo di tutela, il quale valse, tra l´altro, a produrre nuovi e positivi effetti sulla procedura civile, e che influenzò molto ampiamente anche il contenzioso nascente dall´articolo 18. Infatti l´articolo 28, dando luogo ad un autentico rinnovamento della procedura civile, regolò una forma di procedimento d´urgenza, che permise di scavalcare i processi civili in materia di lavoro, fino ad allora operanti sulla base di vecchie norme che prevedevano la prevalenza del procedimento scritto su quello orale.
Il nuovo statuto ebbe all´inizio una vita travagliata, con momenti di acuta tensione soprattutto nel corso degli anni '70. Poi vi fu una lunga fase di assestamento, che forse non avrebbe generato ulteriori problemi di attuazione, se non fossero emersi nel frattempo richieste di riforma, ed, in particolare, il mutamento più profondo del cambio di maggioranza del governo. E qui siamo al giorno d´oggi.
Che l´articolo 18 fosse passibile di un "ritocco" l´ho sempre affermato, se non altro per l´ovvia ragione che nulla, neanche le norme di legge, devono ritenersi immutabili, meno che mai una legge così legata all´influenza dell´attualità. Tuttavia la riforma non può essere giustificata da ragioni connesse agli effetti positivi che la modifica di questa norma produrrebbe sull´occupazione. Infatti, nonostante la diversa opinione della Confindustria e del governo, l´articolo 18 non ostacola una situazione di quasi piena occupazione al nord e non impedisce una crescita di posti di lavoro a tempo indeterminato in tutto il paese, come dimostrano i recentissimi dati Istat del gennaio 2002.
Oggi dopo trent´anni di attuazione, e lasciando da parte le ipotesi dirompenti dovute alle parole improvvide di alcuni ministri, i tempi apparirebbero maturi per alcune modifiche, non però quelle che hanno generato violente reazioni così nel mondo politico come anche in quello sindacale. Da questo punto di vista, occorre affermare una volta per tutte che l´articolo 18, stretto in un comune destino con l´articolo 28, riguardante la soppressione dei comportamenti antisindacali, potrà e dovrà essere "ritoccato" ma assolutamente non cancellato.
Che cosa fare di questo tormentato pezzo dello statuto? Ad avviso di chi scrive, esso non solo va mantenuto, ma deve esser potenziato nei suoi effetti, rendendolo, per quanto possibile, accettabile sia dai lavoratori che dagli imprenditori. A questo riguardo, esso presenta due punti deboli: l´uno, che è quasi un luogo comune, è l´eccessiva durata dei procedimenti, l´altro, ed è un aspetto della stessa medaglia, il fatto che, se per i lavoratori la perdita del posto può equivalere ad una tragedia umana, dall´altra parte l´imprenditore, specie se di piccole dimensioni, può trovarsi di fronte ad un danno anche spropositato e, in termini economici, a volte persino rovinoso. In queste settimane molte voci si sono levate e non per sopprimere l´articolo 18, ma per attenuarne almeno l´operatività.
Vari e diversi tentativi di correzione emergono, concernenti l´entità dell´indennità sostitutiva: ma sono tutte mezze misure. Il problema riguarda il fatto in sé. E cioè il se del licenziamento, se sia ritenuto ammissibile o meno.
In ordine a questo, la soluzione più ragionevole apparirebbe quella di operare su due lati: adottare un sistema processuale modellato in qualche misura ad imitazione del famigerato articolo 28, e cioè un procedimento ultra rapido anticipatorio della causa e del suo esito, che del resto aveva già dato un buon risultato dopo che si era attenuata l´ondata degli anni '70, l´epoca dei "pretori d´assalto", ormai scomparsi. Tutto questo resta nell´ambito della procedura civile, in questo caso d´urgenza.
Ma un passo ulteriore consisterebbe nella riduzione del ricorso dinanzi al giudice, e della sua sostituzione con l´arbitrato volontario, già del resto sperimentato, sia pure con estrema prudenza, nel 1947 con accordi sindacali (auspici Di Vittorio e Angelo Costa). Le due soluzioni non sono sostitutive, ma affiancate una all´altra. In tal modo si darebbe una scrollata al regime di licenziamento, ma allo stesso tempo si realizzerebbe una efficace azione di rottura, rinnovando la procedura civile. L´arbitrato, tuttavia, per poter decollare, dovrebbe vedere la partecipazione di tecnici del diritto e non dovrebbe avere costi eccessivi, che dovrebbero essere in larga parte sostenuti dallo stato e, in misura molto inferiore, dal datore di lavoro.
L´uno e l´altro sistema potrebbero dare una spinta definitiva alla gestione di un problema certamente serio, ma anche ingigantito dalle polemiche in corso.

la Repubblica
2 aprile 2002 


Secondo l’Istituto di statistica l’87% delle astensioni dovuto allo scontro sulle deleghe per previdenza e occupazione

Articolo 18, ondata di scioperi come nel ’94

Nei primi due mesi dell’anno 3,7 milioni di ore non lavorate, il 1450% in più rispetto allo stesso periodo 2001


ROMA - Lo scontro sull’articolo 18 (licenziamenti) ha causato un’impennata delle ore di sciopero come non accadeva dal ’94, otto anni fa, quando c’era il primo governo guidato da Silvio Berlusconi. Tra gennaio e febbraio, ha segnalato ieri l’Istat, le ore non lavorate per scioperi sono state pari a 3,7 milioni, con un incremento del 1.450% rispetto allo stesso periodo del 2001. Questo dato è dovuto, per la quasi totalità, a vertenze estranee al rapporto di lavoro. Ben 3,2 milioni di ore di sciopero (pari all’87%) sono in pratica dovuti al conflitto tra sindacati e governo sulle deleghe (lavoro e pensioni). Per trovare dati paragonabili a questi, osserva l’Istat, si deve risalire al 1994, quando ci furono quasi 16 milioni di ore di scioperi, in gran parte contro le proposte di riforma delle pensioni. Dopo il primo governo Berlusconi i conflitti erano scesi ai minimi storici per tutto il periodo 1995-2001 con alcuni anni, il ’95, il ’96 e il ’99, senza scioperi «politici», cioè estranei alle controversie di lavoro. I dati del 2002 sono comunque lontanissimi dal record negativo del 1969, anno dell’«autunno caldo», con ben 300 milioni di ore di sciopero, e da quelli dei primi anni settanta, con valori stabilmente superiori alle 100 ore all’anno. 
La ripresa del conflitto sociale è «allarmante», secondo il sociologo del lavoro, Aris Accornero. La colpa è del governo che vuole «ridurre lo spazio delle relazioni sindacali, che risultano anzi alterate perché l’esecutivo ha preso di più le parti della Confindustria, causando uno sbilanciamento che aumenta la tensione». Diversa la lettura dell’economista di Forza Italia, Renato Brunetta: «Come la pace sociale negli ultimi anni era stata imposta dal sindacato per favorire i governi amici, alla stessa maniera quando è cambiata la natura del governo, al di là del merito, è riesploso il conflitto anche in assenza di motivazioni economiche: c’è la ripresa, i salari sono maggiori e le politiche sociali più generose». 
In ogni caso la conflittualità sembra destinata a proseguire almeno fino al 16 aprile quando si svolgerà lo sciopero generale di 8 ore proclamato da Cgil, Cisl, Uil, Ugil e Cisal. Dopo ci si aspetta una mossa del governo per la riapertura della trattativa. Berlusconi potrebbe giocare la carta della riforma degli ammortizzatori sociali (potenziamento dei sostegni a chi perde un lavoro) ma l’ostacolo continua ad essere rappresentato dalle modifiche all’articolo 18. «Chiediamo un tavolo di confronto in cui tutte le idee vengano rispettate», ha detto ieri il segretario della Cisl Savino Pezzotta. 

Enr. Ma. 

Corriere della Sera
30 marzo 2002


 

I dati Istat: in un anno gli occupati sono aumentati di 371 mila, quasi tutti a tempo indeterminato e nei servizi
Lavoro, boom del posto fisso

Disoccupazione ai minimi dal '93: è scesa al 9,1 per cento
Buona prova per la occupazione femminile
Gran parte dell´incremento è dovuto ai crediti d´imposta decisi daVisco per le nuove assunzioni
Minor dinamismo per gli impieghi a termine: soprattutto se sono part time, in chiara battuta d´arresto


ROBERTO PETRINI


ROMA - L´occupazione cresce, anche in presenza del «famigerato» articolo 18 dello Statuto dei lavoratori che Berlusconi vuole abolire. I dati dell´Istat diffusi ieri riguardano il primo test dell´anno, quello di gennaio, e testimoniano come nel corso dei dodici mesi del 2001 il mercato del lavoro, spinto soprattutto dai crediti d´imposta Visco mirati a nuove assunzioni e reso più flessibile dal «pacchetto Treu», stia producendo ancora buone performance.
Crescono gli occupati e sorprendentemente quelli a tempo pieno sconfiggendo quello che ormai era quasi un luogo comune: i dati dell´Istat indicano che l´aumento è stato complessivamente di 371 mila unità nel corso dei dodici mesi che separano il gennaio di quest´anno da quello del 2001, una crescita pari ad un tasso dell´1,7 per cento che riguarda soprattutto lavoratori dipendenti (quelli che si sono messi in proprio sono stati solo 21 mila pari allo 0,4 per cento in più).
Dunque se si va scavare dentro i dati dell´Istat si vede che dei 350 mila lavoratori dipendenti nati nell´ultimo anno ce ne sono ben 301 mila a tempo pieno (con un incremento del 2,3 per cento) anche se le nuove forme di contratto di lavoro non hanno dato una cattiva prova. Ad esempio i lavoratori permanenti a tempo parziale sono cresciuti di 81 mila unità (con un balzo del 9,1 per cento), mentre quelli a tempo determinato hanno avuto un incremento di 6.000 unità (+0,6 per cento). Sfuma invece il miraggio del part time a termine: l´ultimo anno segna la brusca caduta di questo contratto, che risente di una cattiva copertura previdenziale per chi si occupa, con la perdita di 38 mila posti di lavoro pari all´8,3 per cento. All´opposto, il part time sale nel lavoro a tempo indeterminato.
La disoccupazione così scende al minimo, sotto le due cifre, a quota 9,1 per cento. I senza lavoro, anche per effetto dell´aumento del numero degli attivi che hanno raggiunto i 23,8 milioni, sono al punto più basso da quando è stata introdotta nel 1993 la nuova serie statistica.
L´effetto dei provvedimenti sui crediti d´imposta si è fatto sentire nel Mezzogiorno: il tasso di disoccupazione è sceso in modo consolidato sotto il «muro» del 20 per cento collocandosi al 18,6 in termini destagionalizzati, i nuovi posti di lavoro creati sono stati 114 mila (contro i 172 mila del Nord).
Il boom degli occupati, quanto a settori produttivi, è stato soprattutto nei servizi: i nuovi posti di lavoro sono stati ben 378 mila; la grande industria ormai non produce più che pochi posti di lavoro (sono stati 30 mila nell´ultimo anno) mentre in agricoltura i posti si perdono soltanto (stavolta sono usciti 37 mila posti di lavoro). Da segnalare l´aumento di 50 mila unità nelle costruzioni. Cresce anche l´occupazione femminile: del 2,7 per cento rispetto ad un anno prima.


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LE REAZIONI
I Ds: grazie ai governi precedenti
"Ecco la prova :inutile toccare l'articolo 18"


ROMA - Unanime compiacimento per la crescita dell´occupazione, ma antitetiche le opinioni sul significato del fenomeno e sulle politiche da perseguire. Per gli esponenti del centro-destra è l´effetto del clima di fiducia e dei primi provvedimenti del governo per il rilancio dell´economia e procedendo sulla via della flessibilità del mercato del lavoro i risultati saranno ancora maggiori. E´ merito delle efficaci politiche del lavoro dei precedenti governi, sostengono invece gli esponenti del centro-sinistra, convinti che gli ultimi dati Istat siano la prova evidente dell´inutilità di riformare l´art.18 dello Statuto dei lavoratori.
«E´ una buona crescita, ma si può fare molto di più rendendo meno rigido e più moderno il mercato del lavoro», ha commentato il ministro del Welfare Roberto Maroni, per questo «il governo continuerà a perseguire le riforme avviate». Per il sottosegretario al Lavoro Maurizio Sacconi è significativo che l´aumento dell´occupazione sia distribuito su tutto il territorio e che al Sud dopo molti anni la disoccupazione scenda sotto il 20%; ma l´Italia resta agli ultimi posti, dunque bisogna procedere nella liberalizzazione del mercato del lavoro. «E´ la dimostrazione che gli strumenti di flessibilità già esistenti funzionano», dice Cesare Damiano (Ds), convinto che la crescita registrata dall´Istat sia frutto del «buon lavoro» fatto dai governi precedenti e che «è ancor più fuori luogo l´arroganza del governo» sull´art.18. Identica la tesi di Cesare Salvi (Ds) e della Cgil. 

Dal canto loro Cisl e Uil ribadiscono che si conferma del tutto inutile la modifica dell´art.18

la Repubblica 
28 marzo 2002


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