Mercato e flessibilità
Il fascino del posto fisso non conquista più il Sud


di RENATO MANNHEIMER


La linea emersa dal congresso della Cgil, che ha suscitato grandi consensi tra i delegati presenti a Rimini, dando nuova linfa al loro senso di identità e di rilievo sociale, potrà ottenere anche il consenso almeno di una parte significativa dei lavoratori? Sul piano delle indicazioni di massima (ad esempio l'opposizione alla modifica dell'art. 18) la linea di Cofferati ha il sostegno della maggioranza degli italiani, anche - sia pure in misura minore - tra quelli orientati verso il centrodestra. Ma su quello, più concreto, della gestione dei conflitti di lavoro, si riscontra la situazione opposta. C'è un calo di fiducia che ha portato il sindacato tra le istituzioni meno stimate. Anche da una quota significativa di chi vota per il centrosinistra. E, come si sa, si è manifestata una progressiva erosione delle adesioni al sindacato tra la popolazione attiva, tanto che una buona parte degli iscritti è costituita da pensionati. Secondo molti osservatori, ciò dipende dal fatto che l'immagine del mondo del lavoro presente in alcune componenti della leadership sindacale e che pare uscire anche dai lavori del congresso Cgil di Rimini non coglie appieno le profonde trasformazioni che negli ultimi anni hanno toccato la struttura produttiva. 
Si sa che il processo di terziarizzazione e, più di recente, l'innovazione tecnologica e la globalizzazione dell'economia, hanno comportato sostanziali modifiche nella natura stessa del lavoro e nella distribuzione delle attività nei diversi comparti. Ma il mutamento non ha riguardato solo la struttura: esso ha inevitabilmente e significativamente inciso sugli orientamenti e gli atteggiamenti dei lavoratori stessi. Si è accentuata, sino a coinvolgere la maggioranza della popolazione attiva, la preferenza (potendo scegliere) per una occupazione autonoma, senza vincoli, anche se ciò comporta inevitabilmente una situazione di maggior rischio per la stabilità del posto di lavoro. 
L'impiego nell'azienda privata ha perso quasi tutta la sua attrattiva, a fronte, semmai (per la quota di popolazione che privilegia la sicurezza) di un più tranquillo posto nel settore pubblico. Si tratta, ovviamente, di mutamenti graduali. Ma è significativo rilevare come, a esempio, tra gli aspetti che contano di più in un lavoro, i contenuti tradizionali (la sicurezza, lo stipendio, la carriera) rivestano oggi tra la popolazione grosso modo la stessa importanza di quelli cosiddetti «autoespressivi», che privilegiano l'interesse del lavoro stesso e la possibilità di imparare cose nuove, anche (beninteso, non necessariamente) a scapito della solidità del rapporto contrattuale. 
Fino a poco tempo fa queste tendenze erano appannaggio soprattutto del mondo giovanile. Le ultime rilevazioni mostrano il loro estendersi a tutta la popolazione attiva, con una significativa omogeneità anche nelle diverse aree territoriali del Paese. Ancora nel 2000 si registrava la consueta differenziazione tra Nord e Sud, con una adesione relativamente maggiore all'approccio autoespressivo nel Settentrione e una maggiore attenzione ai contenuti tradizionali nel Meridione. Da circa un anno la dissonanza territoriale si è venuta attenuando fino, quasi, ad annullarsi. 
Insomma, gli orientamenti nei confronti del lavoro mutano rapidamente, sovvertendo approcci e divisioni sin qui consolidati. Riuscirà, ciononostante, la «mobilitazione» proposta da Sergio Cofferati a trovare riscontro nella base sociale del sindacato e non solo tra i militanti della «sua» confederazione? E' sulla risposta a questo quesito, come si è visto tutt'altro che scontata, che si gioca non solo il futuro politico del segretario della Cgil, ma quello di tutto il movimento sindacale.


L’impiego fisso non piace più, ora l’aspirazione è mettersi in proprio

La maggioranza non ha fiducia nelle organizzazioni dei lavoratori, anche tra gli elettori del centrosinistra.

 Un impegno nel settore terziario resta fra i traguardi più ambiti

Renato Mannheimer

E, come si sa, si è manifestata una progressiva erosione delle adesioni al sindacato tra la popolazione attiva, tanto che una buona parte degli iscritti è costituita da pensionati. Secondo molti osservatori, ciò dipende dal fatto che l'immagine del mondo del lavoro presente in alcune componenti della leadership sindacale e che pare uscire anche dai lavori del congresso Cgil di Rimini non coglie appieno le profonde trasformazioni che negli ultimi anni hanno toccato la struttura produttiva. Si sa che il processo di terziarizzazione e, più di recente, l'innovazione tecnologica e la globalizzazione dell'economia, hanno comportato sostanziali modifiche nella natura stessa del lavoro e nella distribuzione delle attività nei diversi comparti. Ma il mutamento non ha riguardato solo la struttura: esso ha inevitabilmente e significativamente inciso sugli orientamenti e gli atteggiamenti dei lavoratori stessi. Si è accentuata, sino a coinvolgere la maggioranza della popolazione attiva, la preferenza (potendo scegliere) per una occupazione autonoma, senza vincoli, anche se ciò comporta inevitabilmente una situazione di maggior rischio per la stabilità del posto di lavoro. 
L'impiego nell'azienda privata ha perso quasi tutta la sua attrattiva, a fronte, semmai (per la quota di popolazione che privilegia la sicurezza) di un più tranquillo posto nel settore pubblico. Si tratta, ovviamente, di mutamenti graduali. Ma è significativo rilevare come, a esempio, tra gli aspetti che contano di più in un lavoro, i contenuti tradizionali (la sicurezza, lo stipendio, la carriera) rivestano oggi tra la popolazione grosso modo la stessa importanza di quelli cosiddetti «autoespressivi», che privilegiano l'interesse del lavoro stesso e la possibilità di imparare cose nuove, anche (beninteso, non necessariamente) a scapito della solidità del rapporto contrattuale. 
Fino a poco tempo fa queste tendenze erano appannaggio soprattutto del mondo giovanile. Le ultime rilevazioni mostrano il loro estendersi a tutta la popolazione attiva, con una significativa omogeneità anche nelle diverse aree territoriali del Paese. Ancora nel 2000 si registrava la consueta differenziazione tra Nord e Sud, con una adesione relativamente maggiore all'approccio autoespressivo nel Settentrione e una maggiore attenzione ai contenuti tradizionali nel Meridione. Da circa un anno la dissonanza territoriale si è venuta attenuando fino, quasi, ad annullarsi. 
Insomma, gli orientamenti nei confronti del lavoro mutano rapidamente, sovvertendo approcci e divisioni sin qui consolidati. Riuscirà, ciononostante, la «mobilitazione» proposta da Sergio Cofferati a trovare riscontro nella base sociale del sindacato e non solo tra i militanti della «sua» confederazione? E' sulla risposta a questo quesito, come si è visto tutt'altro che scontata, che si gioca non solo il futuro politico del segretario della Cgil, ma quello di tutto il movimento sindacale. 


Corriere della Sera
11 febbraio 2002 


Parla Giugni, padre dello Statuto dei lavoratori "Sciopero legittimo che errore spaccarsi" 
"Due volte la Cgil ha attaccato da sola, erano altri tempi"


l´intervista di Aldo Fontanarosa 

ROMA - La Cgil da una parte, Cisl e Uil dall´altra. Spaccatura è fatta, professor Gino Giugni. Come la valuta, lei che è il padre dello Statuto dei lavoratori? «E´ un fatto grave e le conseguenze per i lavoratori possono essere severe».

Perché è così pessimista? «Sono solo realista. I lavoratori, per la prima volta dopo decenni, devono fronteggiare un governo avversario che ha una straordinaria forza parlamentare. Dividersi e sguarnire il fronte difensivo, in un momento così, può portare a sconfitte dure».

Quindi lei condivide l´idea dello sciopero generale? «Spetta ai sindacati prendere questa o altre decisioni. Certo, il governo mette in discussione uno dei cardini del sistema di garanzie dei lavoratori. Quindi, in linea di principio, lo sciopero generale non è sproporzionato. Quando l´attacco è forte, è giusto pensare ad armi non convenzionali. Va anche detto, però...».

C´è qualche controindicazione, a suo giudizio? «La Cgil di Cofferati immagina di andare allo sciopero generale anche da sola. Questa situazione ha due soli precedenti: nel 1960, quando il bersaglio era il governo Tambroni; e nel 1968, quando lo scontro era sulle pensioni. Allora il clima politico era più favorevole alla classe lavoratrice e incoraggiava azioni solitarie. Ma oggi?».

Per quattro anni sarà possibile licenziare senza giusta causa i lavoratori emersi dal "nero"; i lavoratori i cui contratti a termine diventino definitivi; i lavoratori di aziende che, assumendo, superino i 15 dipendenti. Questo il piano del governo: come lo giudica? «Attenua molto le tutele, creando una qualche discriminazione tra vecchi assunti e nuovi. Forse sarebbe servito un dibattito più intenso sul tema del licenziamento individuale, anche con i tecnici».

Lei, se proprio dovesse cambiarlo questo articolo 18, come lo scriverebbe oggi? «Il discorso sarebbe molto lungo. Mi limito a dire che proposte di modifica sono state ipotizzate altre volte. Io stesso, cinque anni fa, lanciai l´idea di affidare a un arbitrato, e non più al pretore del lavoro, le cause che seguono al licenziamento senza giusta causa. Oggi il governo ha ripreso quest´ipotesi, ma in modo timido e marginale. E molte altre buone idee, di esimi studiosi, giacciono dimenticate».

la Repubblica
10 febbraio 2002


Appunti sulla Legge Delega

di Pietro Ichino 


Per evitare l'estendersi della precarietà dei lavoratori, occorre un progetto di riforma proiettato verso il futuro, che sappia cogliere gli elementi di cambiamento che si stanno delineando nel mondo del lavoro. Pietro Ichino, in risposta all'intervento di Mario Fezzi sulla Legge Delega, spiega perché è controproducente voler difendere a tutti i costi aspetti ormai superati del diritto del lavoro.

1. Neanche a me piace il disegno di legge-delega del Governo sul lavoro. Innanzitutto perché esso esprime un intendimento revanscista contro il vecchio diritto del lavoro e provocatorio nei con-fronti del movimento sindacale: la riforma del sistema va perseguita prioritariamente attraverso il consenso più ampio possibile della parti sociali interessate. Inoltre perché la riforma proposta dal Governo avrebbe l'effetto di estendere la già vasta area del lavoro precario.
Credo, però, che non giovi all'opposizione cadere nella provocazione. Un rifiuto indiscrimi-nato di quel disegno di legge, che faccia di ogni erba un fascio, travolgendone aprioristicamente tutto il contenuto (ivi comprese le sue parti che si pongono in continuità con scelte di politica del lavoro compiute dai Governi di centro-sinistra!), dà all'opinione pubblica l'impressione che l'opposizione consideri il nostro vecchio ordinamento come il migliore possibile, da conservare così com'è. La strategia della sinistra deve consistere nella promozione di un sistema di garanzie universale, capace di unificare il mondo del lavoro, offrendo sicurezza a tutti coloro che lavorano in condizioni di dipendenza da un'impresa creditrice, conciliando questa sicurezza con le esigenze di flessibilità del tessuto produttivo in tutti i suoi comparti e adeguando la nostra politica del lavoro agli standard che ci vengono proposti dall'Unione Europea. Questa strategia comporta dei cambiamenti assai rilevanti, già in parte avviati nelle due passate legislature; è un grave errore politico rinnegarli o metterli in ombra.

2. Non mi sembra politicamente utile all'opposizione presentarsi come paladina acritica del nostro sistema di collocamento pubblico, che, anche dopo l'abolizione del monopolio statale disposta dalla legge n. 469/1997, per iniziativa del Governo Prodi, è rimasto a livelli di inefficienza assolutamen-te inaccettabili. Difenderne a oltranza l'assetto attuale, svalutando il ruolo assai più rilevante che in questo campo stanno svolgendo gli operatori privati, è una scelta puramente ideologica, de-stinata a essere perdente in futuro come lo è stata nei due decenni passati.

3. Per agevolare l'inserimento stabile nel tessuto produttivo delle persone appartenenti alle fasce deboli della forza-lavoro, negli ultimi quattro anni, le agenzie di lavoro temporaneo riconosciute e ben regolamentate dalla legge Treu del 1997 hanno fatto molto di più del collocamento pubblico. È sostanzialmente in linea con quella scelta l'idea, ora ripresa nel disegno di legge governativo, di ricono-scere e regolamentare anche le agenzie di staff leasing, adeguando il sistema di protezione predispo-sto dalla legge n. 1369/1960 sull'interposizione nelle prestazioni di manodopera alla realtà attuale dell'organizzazione del lavoro (che già conosce diffusamente la pratica dello staff leasing, anche se nor-malmente svolta nella forma dell'appalto di servizi, sovente senza alcuna protezione per i lavoratori coinvolti).

4. Un discorso analogo vale per la disciplina della segmentazione del processo produttivo e dei processi di outsourcing attuati attraverso il trasferimento di ramo d'azienda. Può essere che Mario Fezzi sia davvero convinto che il diritto del lavoro possa continuare a difendere il modello della grande impresa accentratrice; ma se la sinistra fa propria questa linea, si condanna a non com-prendere quanto di nuovo accade nell'economia moderna e a essere percepita come una forza politica che considera socialmente pericoloso tutto quanto non corrisponde al modello di or-ganizzazione del lavoro dominante negli anni Sessanta e Settanta.

5. La paura del nuovo induce Mario Fezzi addirittura a condannare il riconoscimento legislativo del job sharing (una forma di lavoro a part-time gemellato, che consente a due lavoratori di distribuirsi liberamente il carico di un posto di lavoro a tempo pieno), dimenticando che esso è già stato riconosciuto e regolamentato in via amministrativa con una circolare del Governo Prodi del 1998.

6. Concordo invece pienamente con il giudizio pesantemente negativo che Mario Fezzi dà della proliferazione, delineata nel Libro bianco del ministro Maroni e nel disegno di legge governativo, di forme di lavoro precario variamente denominate (contratto di programma, lavoro a chiamata, nuove possibilità di contratto a termine, ecc.). Queste sì avrebbero l'effetto di estendere l'area del lavoro precario, confermando e aggravando l'attuale divisione della forza-lavoro italiana in due parti tra loro scarsamente comunicanti: quella degli iperprotetti e quella dei precari.

7. Se vogliamo combattere questa dualizzazione del mercato del lavoro, però, non possiamo eludere il problema della redistribuzione delle tutele tra le due parti della forza-lavoro: non possiamo fare finta che il sistema italiano - già oggi caratterizzato da un tasso complessivo di rigidità netta-mente superiore a quello degli altri partners europei - possa sopportare l'aumento ulteriore del proprio tasso di rigidità conseguente a un'estensione dello Statuto dei lavoratori del 1970 a tutti i lavoratori che oggi ne sono esclusi. Se vogliamo davvero superare la situazione attuale che vede da una parte nove milioni e mezzo di lavoratori inamovibili o quasi, dall'altra sei o sette milioni di lavorato-ri sui quali grava tutto il peso della flessibilità necessaria al sistema - dobbiamo elaborare un sistema di protezione che possa davvero applicarsi a tutti i rapporti di lavoro caratterizzati da "dipen-denza economica", cioè dalla continuatività ed esclusività (o prevalenza) della prestazione nei confronti di un datore di lavoro o committente.

8. In questo nuovo sistema di tutela
a) deve essere estesa a tutti i lavoratori in posizione di "dipendenza economica", indipendentemente dalle dimensioni dell'azienda e dal tipo di rapporto di lavoro, una tutela efficace contro il licenziamento discriminatorio o di rappresaglia, nelle forme dell'attuale art. 18 dello Statuto dei lavoratori (sul punto, molto delicato, tornerò nei §§ 11 e 12);

b) deve, per converso, essere prevista una più effettiva possibilità di licenziamento nei casi in cui esso è motivato da esigenze economiche od organizzative (oggi questa possibilità è fortemente compressa, per le imprese a cui si applica l'art. 18 dello Statuto, dalla assoluta incertezza dei criteri di valutazione giudiziale in proposito e dai costi elevatissimi dell'eventuale giudizio negativo, che può venire anche a molti anni di distanza dal licenziamento);

c) deve essere assicurata a tutti i lavoratori in posizione di "dipendenza economica", indipendentemente dalle dimensioni dell'azienda e dal tipo di rapporto di lavoro, una protezione efficace contro il rischio della perdita del reddito, in parte costituita da un congruo indennizzo posto a carico dell'impresa, proporzionale all'anzianità di servizio, in parte - ove necessario - da un congruo sostegno del reddito garantito da una moderna assicurazione contro la disoccupazione involontaria;

d) in ogni caso deve essere predisposto un sistema efficace di servizi di informazione, formazione e assistenza alla mobilità nel mercato del lavoro, capace di moltiplicare il più possibile le possibilità di lavoro effettive per le persone che hanno maggiori difficoltà a trovarne.

9. - La sinistra proprio perché la sua ragion d'essere sta nel perseguire il valore dell'uguaglianza sociale e della solidarietà deve farsi pienamente carico del fatto che una fluidificazione del mercato del lavoro porta con sé una maggiore possibilità per le imprese di selezionare i lavoratori più produttivi, quindi un potenziale aumento delle disuguaglianze tra i lavoratori più forti e i più deboli. Queste disuguaglianze, però, vanno combattute col rafforzare la posizione dei più deboli nel mercato, offrendo loro un sovrappiù di servizi di informazione, formazione professionale mirata, assistenza alla mobilità: quella che i laburisti inglesi chiamano employability. Per altro verso, è ormai uni-versalmente riconosciuto che, se si eccede nel proteggere i deboli ingessando le strutture produttive, si ottiene il risultato di creare nel mercato del lavoro una vera e propria classe di esclusi: i disoccupati permanenti, gli irregolari o precari a vita: è ciò che accade oggi in Italia, più che in qualsiasi altra parte d'Europa.

10. La sinistra italiana, a differenza della maggior parte della sinistra europea, è poco sensibile a quest'ultimo tema; e paga un prezzo altissimo per questa sua insensibilità. Viceversa, prevale in essa un atteggiamento di sufficienza e di scetticismo nei confronti dell'efficacia delle politiche di rafforzamento della posizione del lavoratore nel mercato del lavoro, che costituiscono l'unica via per coniugare al me-glio il valore dell'uguaglianza e della solidarietà con quello dell'efficienza e della lotta alle rendite di posizione di una parte dei lavoratori a danno di un'altra parte. Il fatto è che in Italia non siamo mai stati capaci di praticare queste politiche; su questo terreno, rispetto alle guidelines comunitarie, siamo il fanali-no di coda in Europa. Assistenza (cioè servizi efficienti) nel mercato del lavoro significa anche andare a cercare gli emarginati, i perdenti, uno per uno, e neutralizzare l'handicap sociale di cui ciascuno di essi soffre con un corrispondente privilegio nelle iniziative di recupero e riqualificazione, ricerca intensiva della possibile rioccupazione. La nuova sinistra deve proporre di triplicare la spesa pub-blica per questi servizi controllandone l'efficacia in modo severo.

11. - Contro la prospettiva che ho delineato sopra di uno spostamento del baricentro della tutela del lavoratore dall'azienda al mercato, si è obiettato che il licenziamento discriminatorio potrebbe facilmente nascondersi sotto le mentite spoglie del licenziamento per motivi economici: il lavoratore a-vrebbe difficoltà a difendersene, poiché graverebbe su di lui l'onere di dimostrare l'intento discriminato-rio del datore di lavoro. Quell'onere, in realtà, grava sul lavoratore anche nel regime attuale; ma i giudici del lavoro sono comunque perfettamente in grado di individuare i casi di discriminazione, capriccio o rappresaglia, anche sulla base di indizi e presunzioni: prova ne sia che il procedimento contro la condot-ta antisindacale istituito dall'art. 28 dello Statuto ha sempre funzionato benissimo, anche al di fuori della materia dei licenziamenti, nonostante che l'onere della prova circa l'illiceità della condotta dell'imprenditore gravi sulle organizzazioni sindacali.

12. Del resto, discriminazioni e rappresaglie antisindacali sono efficacemente represse in tutta Europa, nonostante che in nessun altro paese europeo si applichi una norma simile al nostro art. 18 dello Statuto, che dispone la reintegrazione automatica nel posto di lavoro in qualsiasi caso di li-cenziamento ritenuto dal giudice ingiustificato. Nell'ordinamento tedesco, che viene sovente citato a questo proposito, spetta al giudice decidere, caso per caso, se disporre la reintegrazione del lavoratore o limitarsi alla condanna all'indennizzo in caso di licenziamento ingiustificato; e di fatto i giudici tedeschi si avvalgono di questa facoltà soltanto nel cinque per cento dei casi in cui danno torto all'impresa: lo fanno quando, appunto, ritengono che il licenziamento sia dettato da motivi di discriminazione o rap-presaglia, o anche da mero capriccio.

13. - Per concludere, mi sembra che sia giusto contrastare tutto quanto, nel disegno di legge-delega del Governo, tende a allargare l'area della precarietà del lavoro. Ma per farlo in modo credibile ed efficace occorre contrapporre ad esso un disegno complessivo di riforma proiettato verso il futuro, non ridurre tutto a una barricata in difesa dell'esistente, o, peggio, del passato.

da "Casa della Cultura" Milano
http://www.casadellacultura.it


Diritto del lavoro: trent'anni di storia

di Mario Fezzi


Il diritto del lavoro - e quindi la tutela dei diritti dei lavoratori - ha subito profonde e spesso contrastanti modificazioni negli ultimi trent'anni. La promulgazione dello Statuto dei Lavoratori nel 1970, ma soprattutto la legge 533 del 1973 di riforma del processo del lavoro (che lo ha trasformato da processo lento e scritto in un giudizio teoricamente velocissimo e a carattere prevalentemente orale) hanno dato impulso alla materia. 

Altre leggi di tutela dei diritti dei lavoratori sono state rapidamente introdotte (basti pensare alle legge di parità del 1977): in questa fase la tutela dei diritti è intensa e sufficientemente reale. Il processo del lavoro viene applicato con un certo rigore da parte della magistratura e i tempi dei procedimenti sono brevi, ma soprattutto efficaci, poiché garantiscono giustizia effettiva (mentre una giustizia resa a distanza di anni si trasforma comunque in un'ingiustizia, in quanto ben raramente c'è modo, per il tempo trascorso, di "rimettere le cose a posto").

Una prima svolta, significativa, si ha però agli inizi degli anni ottanta con il c.d. Protocollo Scotti (gennaio 1982): inizia la fase della deregulation, termine che viene adottato per indicare la progressiva eliminazione di garanzie a favore dei lavoratori. Si tratta però ancora di una fase altalenante: alla eliminazione di alcuni dei tanto odiati lacci e lacciuoli si accompagna anche e ancora l'introduzione di altre norme di tutela in materie diverse (nel 1984 si introducono i contratti di solidarietà e il part time, ma anche i contratti di formazione e lavoro; nel 1987 si dà invece una prima consistente spallata al contratto a termine, la cui regolamentazione, rigida e rigorosa, risale al 1962).

Gli anni Novanta si aprono con una legge (la 223 del 1991) che, pur limitandosi a regolamentare quanto di fatto già avveniva, apre la strada ai licenziamenti collettivi, privati di alcun controllo giurisdizionale in termini di opportunità o di necessità della scelta aziendale. Il resto del decennio si caratterizza per un'ulteriore erosione dei diritti dei lavoratori, questa volta attuato con piccole ma sostanziali modifiche alle leggi esistenti.

Fin qui il sistema, in qualche modo, regge. Il processo del lavoro rallenta e diviene in alcune realtà lento e farraginoso; ma nel complesso la giustizia del lavoro resta il modello cui tendere, anche per la giustizia civile; i lavoratori pretendono ancora il rispetto dei loro diritti anche in sede giudiziale (anche se comincia a notarsi una tendenza a rivendicare il rispetto dei diritti lesi non più nel corso del rapporto, ma alla sua cessazione); il sindacato fa la sua parte e le cause per attività antisindacale crescono di numero e di intensità.

da "Casa della Cultura" Milano
http://www.casadellacultura.it/


IL PADRE DELLO STATUTO: LA LEGGE 300 DEL 1970 HA FUNZIONATO ABBASTANZA BENE MA ORA E' FUORI DAL TEMPO

ANCHE il padre dello Statuto dei lavoratori è convinto: l'articolo 18 ha fatto il suo tempo. Bisogna cambiare le norme sui licenziamenti per adeguarle ad una realtà economica e sociale che è sicuramente mutata. Nella legge 300 del 1970 c' è molta mano e molto pensiero giuridico del professor Gino Giugni. L'argomento, in questi giorni, è di quelli caldi. Per il giurista, addirittura un «po' spremuto», ma «è importante per il futuro sociale ed economico del paese che ora si cambi strada». Giugni sembra in sintonia, su molti punti, con il ministro delle Attività produttive e il Governatore della Banca d'Italia Fazio per una maggior flessibilità in uscita dal mondo del lavoro.

Professor Giugni, per quale motivo va cambiata la legge sui licenziamenti? «Lo statuto dei lavoratori, in generale, e l'articolo 18, in particolare, hanno funzionato abbastanza bene. Da qualche anno, ormai la struttura normativa si è fatta vecchia, non è più efficace. Certo c'è modo e modo di cambiare».

Marzano, Fazio e tutta la Confindustria, sostengono la linea della maggior flessibilità in uscita. Chi è contrario teme il licenziamento selvaggio. Lei cosa propone? «Per i vecchi assunti si deve andare avanti così. Per i nuovi bisogna cambiare le regole e in particolare gli strumenti di giudizio sul licenziamento. Al posto del giudice sarebbe meglio affidarsi ad un collegio arbitrale. Insomma bisogna arrivare ad un giudizio privato».

Come viene composto questo collegio? «Devono deciderlo le parti in causa. Deve diventare un punto fondamentale in sede di contrattazione tra le parti».

Quali sarebbero i vantaggi? «Di sicuro una maggior rapidità nel giudizio. Un vantaggio non trascurabile che garantisce più certezza ed efficienza a tutto il sistema. Questo significa maggior flessibilità. In cambio il lavoratore, che ha meno garanzie di mantenere il posto, deve ottenere più soldi. Ma su questa questione mi sembra che siano tutti d'accordo».

Molti invece sono divisi sulla necessità di cambiare l'articolo 18. I sindacati hanno già alzato un muro e anche nella maggioranza c'è chi si è detto contrario. Trovare un'intesa pare dunque assai difficile? «Non mi sembra che ci sia stato un netto coro di no. Nemmeno tra i sindacati. La Cgil è sicuramente e nettamente contraria, mentre Cisl e Uil hanno dimostrato un moderato interesse ad affrontare la questione. Anche all'interno della sinistra ci sono delle differenze. Tra i partiti e dentro i partiti stessi».

L'articolo 18, a sinistra, quindi non è un tabù, un monolite impossibile da abbattere? «Solo per alcuni. Massimo D'Antona stava lavorando e studiando anche una modifica dell'articolo 18. Purtroppo non gli è stato dato il tempo di portare a termine la sua opera».

Lei crede che la maggior libertà di licenziare sia la panacea per rilanciare l' occupazione? «Assolutamente no. Mi sembra di poter concordare con chi, anche tra i sindacati, sostiene che si possa discutere di riforma dell'articolo 18 solo all'interno di un più vasto dibattito sullo sviluppo, sull'occupazione e sull'utilizzazione che si dovrà fare in futuro dello stato sociale. Un modello da seguire potrebbe essere quello tedesco».

La Stampa
22 agosto 2001


L'intervento alla Direzione Ds del 25-26 giugno 2001

Ripartire dal "lavoro che pensa" 

di Bruno Trentin 

Con tutto il rispetto per lo Statuto non mi sento di schierarmi su mozioni imprigionate a priori, al di là dei loro contenuti sulla candidatura di un Segretario. Il partito ha bisogno d’altro, di confrontarsi e di dividersi anche sui contenuti di un progetto di società e in questo dibattito almeno di ritrovare una unità di linguaggio e una comune concezione della politica. 
Non ci illudiamo, anche una riflessione critica sulle ultime elezioni politiche e sugli errori fatti nei confronti di Rifondazione e del movimento di Di Pietro non cancellano il fatto che l’importante consenso riscosso dalla coalizione dell’Ulivo –e lo stesso voto del nostro partito- siano segnati molto più da un rifiuto di quanto c’era di populismo reazionario nel programma di Berlusconi, che da una consapevolezza piena dei risultati conseguiti dai governi di Centrosinistra o dal fascino di un progetto di cambiamento rivolto sia alle forze meno tutelate che a quelle più dinamiche della società italiana. Su questo punto vorrei concentrare il mio intervento pur essendo consapevole della sua parzialità.

Non disconosco affatto alcuni dei più significativi risultati dei 5 anni di governo del Centro Sinistra. Osservo soltanto che:

primo - dopo la scelta coraggiosa (e compresa dalla maggioranza degli italiani) dell’ingresso nell’Unione Monetaria, riforme importanti, come il risanamento dei conti pubblici che assieme all’Euro ha favorito una ripresa della crescita e dell’occupazione; o come la riforma ancora in itinere della pubblica amministrazione; o come la contestata riforma della scuola e della formazione, ancorché priva delle risorse necessarie a tradurla in una grande esperienza collettiva; o come la riforma dell’assistenza e della sanità, sono rimaste le iniziative di un governo e qualche volta di ministri illuminati e non sono divenute il terreno fecondo di un confronto nel paese e di una battaglia politica nel paese. 
Secondo – queste riforme o quelle ipotizzate sulle pensioni non sono state percepite come parte di un progetto generale di società, con le sue priorità rigorose, con il suo divenire e le sue implicazioni in materia di redistribuzione delle risorse, con le sue compatibilità, quindi, e con il rispetto degli impegni assunti con l’Unione Europea. 
Quando parlo di un progetto, con i messaggi forti che esso è in grado di lanciare sia alle forze più dinamiche che a quelle meno protette della società, non parlo evidentemente di una modernizzazione, che non riesco ancora a distinguere dal succedersi delle opere e dei costumi che si manifestava anche alla fine del Medioevo, si definì in seguito quel periodo come i "tempi moderni".

La modernità non è in sé stessa, né solo buona né solo cattiva. E’ come tutti i percorsi storici, intrisa di contraddizioni profonde, di fattori di progresso come di regressione. Ed è soprattutto, alla faccia delle soluzioni già iscritte nella storia, aperta ad esiti diversi e spesso alternativi. Il compito di una forza di sinistra non può essere la modernizzazione o la normalità, ma quello di produrre idee, programmi, iniziative, capaci di forzare la strada verso uno di questi esiti, presentandosi al paese davvero come una forza di cambiamento, libera dalle ideologie e dalle mode messe in campo dai poteri forti e da intellettuali alla ricerca di un successo effimero.

Vi ricordate la moda della "fine del lavoro", con i suoi seguaci di destra e di sinistra? Vi ricordate la necessità di abbassare i salari nelle zone con più disoccupati? Vi ricordate le favole sulla flessibilità come fonte di una nuova occupazione particolarmente qualora si fosse rimosso qualsiasi ostacolo al licenziamento individuale senza giusta causa? E vi ricordate i guasti che queste ideologie (che nulla avevano a che fare con la necessità di governare la flessibilità del lavoro indotta dalle nuove tecnologie, con grandi programmi di formazione e di riqualificazione dei giovani, degli adulti, degli anziani, degli immigrati) hanno determinato non solo nel basso livello del nostro dibattito politico ma nei nostri rapporti con tanta parte del mondo del lavoro, anche fra i giovani? Non era un dibattito fra innovazione e conservazione ma, in fieri, fra due modi radicalmente diversi di governare la trasformazione in atto nel paese, spesso ambedue incapaci di esprimersi con la chiarezza necessaria.

Abbiamo bisogno, dopo più di dieci anni di latitanza, di riconquistare in una lettura critica della trasformazioni della società civile una nostra autonomia culturale, che ci consenta, come è ineluttabile per una forza che vuole fare parte del movimento socialista europeo, -il partito socialista europeo deve ancora essere costituito- di leggere queste trasformazioni da un punto di vista: quello del lavoro o dei lavori, con il loro peso crescente nel mondo, con i loro interessi articolati e spesso divaricanti e, soprattutto con i loro mutamenti di ordine generale, per creare i nuovi presupposti di una solidarietà fra diversi che riconosca a tutte le sue componenti un diritto alla conoscenza, all’informazione e al controllo, un diritto a liberarsi di tutte le forme dirette o indirette di oppressione e un diritto all’autorealizzazione della persona nel lavoro. Anche nella giusta e qualche volta solitaria battaglia per i diritti fondamentali dei lavoratori condotta dalla CGIL, è mancata, a volte, una forte capacità di proposta.

Quando parlo di un progetto o di un punto di vista non mi riferisco ad una lettura statica di questo o quel gruppo sociale, magari per ricavarne un elenco di istanze corporative nella speranza di accontentare tutti.

Il mondo del lavoro oggi è diviso e non riusciremo mai a rappresentarlo tutto. Esso potrà ritrovare nei suoi diritti, a partire dal diritto individuale alla formazione continua e dalla posta in gioco che essa contiene in termini di potere, una sua qualche unità nella diversità, solo se proietterà le sue ambizioni sul futuro, non sulla difesa corporativa dell’esistente.

E così è per le altre forze sociali fra le quali dobbiamo sostenere e premiare quelle che cercano di emanciparsi dalla società delle rendite da evasione fiscale o da fuga dei capitali, dell’assistenza, e dei bassi salari, per cimentarsi con le grandi sfide della competitività su scala planetaria e quindi con le sfide della ricerca, dell’innovazione, della valorizzazione con la formazione continua della risorsa umana, del lavoro che pensa.

Questo grande punto di riferimento, questo muovere dall’analisi della società dal punto di vista del lavoro non cancella affatto la necessità di nuove alleanze sociali e politiche e non può portare il partito ad una posizione di chiusura o di autarchia.

Anzi, un progetto di società dà una ragione fondamentale, non tatticistica come fu la nostra effimera alleanza con Cossiga che impose l’oscuramento dell’Ulivo, alla scelta dei nostri alleati perché è con la convergenza e anche la contaminazione fra progetti e programmi che pur nella diversità si dimostrano compatibili, che si costituisce una forte alleanza, capace di imprimere all’Ulivo il carattere di un vero e proprio movimento politico. Le alleanze si costruiscono e si consolidano nella riflessione critica su un progetto; ma non sono le alleanze precostituite a dettare i contenuti di un progetto riformatore.

A quell’alleanza noi vogliamo recare il nostro contributo e non la nostra candidatura al comando. Prima le idee e dopo gli uomini.

Ma se manca questo lavoro in progresso per un progetto di società e per un nuovo contratto sociale, con le sue alternative interne che vanno portate alla luce del sole, e che vanno fatte intendere nelle loro implicazioni a tutto il popolo della sinistra per fare intendere in tutta la loro portata le scelte che alla fine siamo chiamati ad effettuare, se è possibile con il suo consenso, se manca questo progetto viene meno anche la capacità di comprendere e giudicare la validità delle nostre decisioni quotidiane, e questo riguarda anche al nostro dialogo impostato con Giuliano Amato.

Io ero d’accordo con l’intervento militare in Kossovo per ragioni umanitarie e non ho cambiato idea, pur non essendo così ingenuo da non vedere sbavature, forzature e disegni che configgevano con quelle ragioni. Ma, anche in questo caso, quale enorme prezzo abbiamo pagato nel momento in cui siamo stati incapaci di coinvolgere tutto il popolo di sinistra in un dibattito aperto e senza remore sulle ragioni di una scelta drammatica, che rompeva con tutta una tradizione del movimento operaio italiano!

Io ritengo, compagni, che stiano qui le ragioni profonde e non meschine che spiegano come in mancanza di un progetto meditato e sofferto, non come i vari programmi condannati al macero per la nostra indifferenza, si sono affermati, per responsabilità di tutti, i due mali fondamentali del partito piglia-tutto: il leaderismo e il trasformismo, con il suo gioco di rimessa di fronte all’incalzare dei problemi di cui non si conoscono le soluzioni.

E del resto non è un caso che la stessa storia di un partito così diverso come Rifondazione presenti molti similitudini con questo percorso, con questo gioco di rimessa sia pure in forme più caricaturali.

Di questo abbiamo bisogno:

Un progetto capace di giustificare e di legittimare le alleanze politiche e di coinvolgere trasversalmente, partendo dal lavoro, tutti i gruppi e le caste della società italiana, un progetto capace di fronteggiare la più drammatica delle fratture sociali nel nostro paese e nel mondo, quello fra chi è padrone degli strumenti del sapere e chi ne è escluso, ben al di là del cosiddetto "digital divide".

Un progetto capace di tentare grandi risposte alle sfide di questo secolo

- Dal diritto all’autorealizzazione del più grande numero di persone nel lavoro che dia un nuovo nerbo alla lotta per l’occupazione, attraverso una mobilitazione straordinaria di risorse nella formazione e nella ricerca, anche rinviando la facile politica degli sgravi fiscali indiscriminati.

- Alla generale riforma e al decentramento del Welfare, nei suoi servizi formativi, nella sua politica di promozione al lavoro, nel suo sistema previdenziale che deve poter tutelare anche i precari ed i sottoccupati di oggi e di domani e che deve potere mantenere in una esperienza di lavoro le popolazioni anziane.

- Alla riforma della Stato per un Federalismo che salvaguardi nelle competenze che riconosce allo Stato il rispetto, per la scuola come per l’assistenza, dei diritti iscritti nella nostra Costituzione.

- Alla iniziativa politica, con obiettivi trasparenti, per costruire una Federazione europea degli Stati-nazione, per realizzare una unità politica dell’Europa, a partire dalla unione monetaria, in modo da ricostruire sulla base di scelte politiche concrete e trasparenti, votate a maggioranza, un rapporto effettivo fra istituzioni europee e cittadini. Una Europa politica capace di divenire un grande soggetto riformatore nei confronti di processi di globalizzazione selvaggia, in modo da non lasciare solo il Capo dello Stato a combattere la sua battaglia per la Federazione Europea.

Sono poi questi i temi di una forte opposizione.

O siamo capaci di ripartire da qui, da un dibattito franco su queste scelte o per l’affermazione di altre; da divisioni salutarie sulle idee ed i programmi, perché è con quelle che si giunge poi se non all’unità, alla coesione di un partito per affermare le decisioni assunte da una sua maggioranza; o giungiamo così alla formazione di un gruppo dirigente che non sia all’insegna della transitorietà o rischiamo di prolungare una crisi lacerante dove prevalgono la caccia alle responsabilità e la personalizzazione della competizione, senza farci capire dai tanti compagni che stanno oggi immediatamente dietro ai funzionari e agli eletti del nostro partito; e che sono i primi a sentirsi esclusi.


I dati sul fronte del lavoro
di Raul Wittenberg



La flessibilità introdotta con la legge Treu nel mercato del lavoro, dopo un accordo con le forze sociali, in aggiunta alla crescita indotta dalla politica economica del governo, ha prodotto un sensibile aumento dell'occupazione. Secondo l'Istat dall'ottobre '99 all'ottobre 2000 il numero degli occupati è aumentato di 1 milione e 200 mila unità, in un solo anno l'aumento ha superato il mezzo milione. Nel primo trimestre del 2001 per la prima volta dopo parecchi anni la disoccupazione è scesa sotto alla soglia del 10%. In particolare l'incentivazione del part time (600 miliardi di sgravi contributivi) ha prodotto l'assunzione di 1.370.000 persone, soprattutto donne, portando la quota del lavoro a mezzo tempo sull'8,9% dell'occupazione totale. Con il lavoro interinale (detto anche in affitto) sono stati attivati 220.000 contratti, all'80% con giovani sotto i 34 anni, i quali hanno realizzato oltre 450.000 missioni nelle aziende ai quali sono stati "affittati". Il 30% di loro sono stati poi assunti in pianta stabile. Nei cinque anni la riduzione del deficit pubblico e del debito e l'ingresso nell'Euro hanno contribuito a stroncare l'inflazione e i tassi d'interesse ed hanno creato gli spazi per una significativa riduzione della pressione fiscale. Dopo diversi tagli selettivi dell'imposizione fiscale, secondo i calcoli dell'Istat la Finanziaria del 200 aveva aumentato mediamente il reddito familiare annuo di 357.000 lire, pari ad una percentuale media dello 0,66%, con l'uscita dalla fascia della povertà di 81.000 nuclei familiari.

L'Unità
Sabato 14 Aprile 2001 


«Evitare le battaglie ideologiche, sì ai contratti diversificati» 
Ruffolo: flessibilità, ma con regole 

ROMA Cambiare con gradualità e senza mai dimenticare le esigenze del lavoratore, che per essere produttivo e partecipare alla crescita della competitività non deve essere oppresso dalla paura della disoccupazione. Giorgio Ruffolo, il presidente del Cer, europarlamentare per il Centro-sinistra, non esclude un ricorso anche massiccio alla flessibilità, anche contrattuale, per far fronte alle esigenze di competitività. Ma chiede che questi cambiamenti si svolgano in un clima ordinato e senza dare luogo a forme di anarchia e di sfruttamento.

Professor Ruffolo, le esigenze di competitività chiedono cambiamenti sostanziali alle regole di funzionamento del mercato del lavoro. È possibile cambiare le regole del gioco?

È possibile se, per prima cosa, si evitano le battaglie ideologiche. Non amo quelli che dicono che non si deve cambiare niente o quelli per i quali si deve cambiare tutto. Non deve fare scandalo un intervento sul mercato del lavoro, perché questo non è immutabile, risente dei vincoli economici e tecnologici, delle esigenze di competenza e di competitività, come tutti gli atti economici.

Questi mutamenti però vanno governati.

Certo, altrimenti il mercato si trasforma in un souk. Bisogna vedere allora quali regole debbano valere, quali siano i problemi ai quali occorre far fronte. Il mercato del lavoro non è più quello che era con Ford e Taylor, adesso produzioni e consumi sono differenziati e non è uno scandalo se anche i contratti di lavoro si diversificano. Questo però non deve tradursi in una perdita delle protezioni e delle garanzie legislative e sociali. Si tratta di passare dal contratto di lavoro a tempo indeterminato fermo teoricamente per tutta la vita a situazioni estremamente differenziate, con tempi e modi di lavoro anche molto diversi tra loro.

Fino a dove deve spingersi la flessibilità?

Importante è che non diventi anarchia e che la differenziazione non porti una forma di sfruttamento. Si può ottenere un’idonea e adeguata protezione sociale del lavoratore anche in una condizione di lavoro differenziata. Marx opponeva la forza lavoro e il lavoratore, diceva che l’economia non aveva bisogno del lavoratore, ma solo della sua forza di lavoro, del suo tempo di lavoro indifferenziato. Questo valeva ai suoi tempi, non adesso. Oggi l’organizzazione del lavoro non ha bisogno del tempo del lavoratore, ma della sua intelligenza, della sua autonomia, della sua partecipazione. Per questo non si deve proteggere più la merce lavoro indifferenziata, ma il lavoratore nella sua integrità e per farlo dobbiamo accompagnare la sua vita produttiva, anche se cambia lavoro, assicurandogli istruzione e formazione professionale adeguate, che valorizzino la sua prestazione. Cerchiamo di renderci conto che non esistono più i padroni delle ferriere e non ci sono nemmeno più i lavoratori dell’800.

Il lavoratore è garantito dalla flessibilità?

Ci sono due tipi di flessibilità, quelle a favore dell’impresa, quando si chiede al lavoratore la sua disponibilità a cambiare lavoro, a spostarsi da un luogo all’altro, a cambiare contratto. E quelle a favore del lavoratore, la sua disponibilità a disporre del tempo che gli serve per la sua qualificazione, il suo acculturamento, il suo riposo. 

Se il contratto di lavoro deve seguire le esigenze dell’individuo, è più utile un sistema contrattuale meno standardizzato, che dia più spazio al livello aziendale che a quello nazionale?

Nessuno scandalo a passare da contratti collettivi a contratti più specifici, se si applica il principio della sussidiarietà. Alcune garanzie, proprio per le loro caratteristiche, debbono essere definite al livello nazionale, ma certamente i contratti aziendali riflettono le condizioni specifiche del lavoro e dell’impresa in un dato momento.

La stessa disponibilità vale per la flessibilità in uscita?

Io sono contrario alla libertà di licenziare. Perché gli imprenditori devono essere difesi da loro stessi. Il loro interesse fondamentale, lo dicono nelle loro retoriche, ma poi non lo applicano, è quello di avere una partecipazione attiva e coinvolta del lavoratore. Ma per averla non si deve fare del lavoratore una persona ansiosa, incerta del proprio futuro, angosciata dal pericolo di poter cadere da un momento all’altro nella disoccupazione. Il lavoratore è una merce strana, una merce che pensa. Bisogna fare molta attenzione a fare sfoggio di liberismo in questo campo, si rischia di avere un risultato diverso da quello che si cercava. 

Mercato del lavoro e Welfare state sono fortemente collegati. Lei crede che una modifica dell’uno porti la necessità di intervenire anche sullo stato sociale?

Non capisco perché sempre più spesso si tenda a dichiarare che le rigidità dello stato sociale impongano un regime di bassa occupazione. Negli anni 60 e 70 lo stato sociale dava proprio nei paesi dove era applicato con maggiore ampiezza i benefici della piena occupazione. Dove è scritto che la protezione sociale nuoce alla produzione? Si tratta naturalmente di vedere in quali forme intervenire a garanzia dai rischi che riguardano l’occupazione, la salute, l’ambiente. Un sano mercato del lavoro poggia sulle strutture di un grande stato sociale. 

Lei raccomanda cautela?

Importante è che ci sia una protezione sociale efficiente. Che lo Stato sociale non diventi burocrazia, disfunzioni amministrative, code, ingiustizie. Ci sono fallimenti del mercato, ma anche quelli dello Stato sociale. Non dico che non si debba intervenire, dico di farlo con intelligenza, cercando di non gettare via il bambino con l’acqua sporca, di far crescere sano questo bambino. Un lavoratore più sicuro è più produttivo e più coinvolto nel suo lavoro. 

Come assicurare competitività e occupazione assieme?

Ci sono due modi per essere competitivi. Si può esserlo attraverso la compressione dei costi, in primis quello del lavoro oppure ricercandolo attraverso un aumento di produttività, di ricerca, di investimenti. La prima via mi sembra grossolana. Scelgo la seconda.

Massimo Mascini

Il Sole 24 Ore
27.12.2000


Torna alla pagina precedente

Vai alla prima pagina