Satira preventiva di Michele Serra
Niente embrioni congeliamo le mamme
Continua la guerra del mondo religioso contro il laicisimo dello Stato. Un piaga
da abbattere a colpi di iniziative ingegnose: dalla mutualizzazione dei miracoli
alla fecondazione assisitita da un sacerdote
Eutanasia, aborto legale, matrimonio gay, fecondazione assistita,
autodeterminazione della donna, piercing all'ombelico, uso smodato di cibi
piccanti nei take-away etnici: la piaga laicista sta infettando l'umanità. Per
rimediare, si stanno moltiplicando nel mondo le iniziative dei vari movimenti
per la vita, di ispirazione religiosa (soprattutto i cristiani rinati e gli
ancor più zelanti cristiani trinati, che si distinguono per l'aureola multipla,
a forma di anelli di Saturno). Vediamo i progetti più significativi.
1. Congelamento delle madri Per conciliare scienza e morale, anziché congelare
gli embrioni, pratica blasfema, potranno essere congelate le madri, già
fecondate o ancora da fecondare, con un rosario in mano e il camice da puerpera.
2. Donne Il termine 'donne', fonte nei secoli di infinite ambiguità, verrà
sostituito a norma di legge dal termine 'madri', che almeno chiarisce perché mai
queste curiose creature figurino tra gli esseri viventi. Molti i mutamenti nel
lessico corrente: "Stasera esco a cena con una madre", "Ho visto un film sexy,
era pieno di madri nude!", "Madre al volante pericolo ambulante", "Chi dice
madre dice danno", "Quello è un dongiovanni, è pieno di madri", eccetera.
3. Mutualizzazione dei miracoli Le guarigioni miracolose, sempre più frequenti e
in aumento esponenziale dopo la morte del pontefice, rappresentano ormai una
pratica terapeutica riconosciuta e diffusa. Nel caso comportino, da parte del
miracolato, lunghi viaggi a Lourdes o a Medjugorie, può essere presentato alle
autorità sanitarie un rimborso spese. Qualora la guarigione miracolosa avvenga a
domicilio, si avrà comunque diritto a un indennizzo per i danneggiamenti al
mobilio provocati dalla troupe della 'Vita in diretta', che non se ne perde una.
Inseriti nei farmaci esenti da ticket anche la pomata per le stimmate e le lenti
scure per proteggersi dalla 'luce intensissima' che illumina molti miracolati.
Quest'ultimo fenomeno è stato dimostrato indubitabilmente vero: si tratterebbe
dei riflettori della 'Vita in diretta' accesi in faccia all'agonizzante.
4. Profilattici L'uso rimane vietato, tranne nei casi di comprovata allergia al
caucciù. In quel caso l'immediata sofferenza provocata dal preservativo
(arrossamenti, scariche di sternuti, asma, crisi apoplettiche, choc
anafilattico) santifica il suo uso e lo assolve, perché laddove c'è sofferenza,
umiliazione, prostrazione e dolore, c'è Dio. Così almeno assicura, nel suo
manuale 'Soffrire con letizia', suor Addolorata, dell'Ordine delle Calpestate e
Dilaniate.
5. Fecondazione assistita Ad ogni fecondazione dovrà assistere un sacerdote.
6. Eutanasia Vietatissima, ovvio. Ci sarà, per giunta, un vero e proprio giro di
vite: prima di avere il diritto di dichiarare deceduto il morto e seppellirlo
(con molta calma), il decesso dovrà essere accertato, secondo il diritto
canonico, con una martellata in fronte. Bandita la cremazione, si auspica una
maggior diffusione della pratica dell'adorazione dei cavaderi, immergendoli in
formalina e lasciandoli esposti nell'androne del condominio almeno un mese.
Transenne sui marciapiedi per ordinare il flusso entusiasta dei vicini di casa.
Consentito il commercio delle reliquie (tibie, teschi, scalpi, protesi di
silicone) solo se il parente defunto si dichiara, in vita, donatore di reliquie.
7. Divorzio È la madre di tutte le storture morali. Ma, in segno di apertura e
dialogo con il mondo secolarizzato, potrà essere consentito, previa dispensa
papale, solo in due casi: la morte di uno dei due coniugi, oppure quando lo
scioglimento del matrimonio venga richiesto da parte di un uomo e una donna che
non sono sposati e non si conoscono nemmeno.
8. Voto all'embrione L'ovulo fecondato, in quanto persona umana, avrà il diritto
di voto. Nel caso non potesse ancora esercitarlo, saranno delegati la madre, che
dovrà presentare al presidente di seggio il test di gravidanza, o il ginecologo,
purché non sia il professor Flamigni.
9. Indulgenze La remissione dei peccati è garantita a chi sia riuscito a
fotografarsi con il telefonino davanti al feretro del papa. Assoluzione estesa
anche ai familiari nel caso delle foto di gruppo, con menzione al merito in caso
di filmati anche brevi. Un pellegrino abruzzese, che eludendo il servizio
d'ordine è riuscito a farsi fare da un amico un ritratto a olio con il papa
morto sullo sfondo, sarà santificato e ha ottenuto il diritto di partecipare al
Conclave.
L'Espresso online
24 aprile 2005
Dibattito sulla laicità: Stato, Chiesa e la lezione
di Giolitti
di Mario Pirani
Perché non possiamo non dirci laici, ha affermato sulle nostre colonne Eugenio
Scalfari, cogliendo nel segno. L'irrompere di tematiche religiose di diverso
orizzonte nello scontro politico, sia su scala internazionale che all'interno
dei singoli Stati, è un sintomo pericolosissimo che chiunque abbia dimestichezza
con la Storia può avvertire.
Le guerre di religione hanno insanguinato e devastato attraverso i secoli
l'Europa e il mondo.
Le loro radici risiedono nelle latebre della società e il conflitto, sovente,
divampa all'improvviso. A differenza delle guerre tradizionali, quelle in cui
domina l'elemento religioso sono difficilissime da concludersi e si trascinano
senza soluzione: i combattenti sono, infatti, dominati da idee assolute, non
suscettibili, di per sé, di mediazioni di compromesso. Sono, per gli stessi
motivi, crudelissime nello svolgersi, ogni parte in causa sentendosi portatrice
del Bene in lotta con il Male. Infine non conoscono alcuna separazione tra
civili e militari.
Soltanto nel 1648 le paci (quella religiosa e quella politica) di Westfalia
concludevano quella guerra dei Trent'anni che nella sola Germania, lacerata tra
il Nord protestante e il Sud cattolico, aveva causato otto milioni di morti,
carestie e pestilenze.
Il conflitto era scoppiato quando due funzionari dell'imperatore cattolico,
giunti a Praga per impedire la costruzione di alcune chiese protestanti, vennero
gettati da un gruppo di nobili protestanti dalla finestra del palazzo reale. Al
centro del contendere vi era il dilemma se i sudditi dei vari Stati dovessero o
no conformarsi alla religione del loro principe (cuius regio eius religio)
oppure emigrare.
Questo destino incombeva sul nostro continente fino a quando non si affermò la
separazione tra Chiesa e Stato. Del resto l'interminabile e sanguinosissimo
contenzioso nord irlandese spiega come il veleno del dissidio religioso sia
difficilissimo da debellare. Oggi quel veleno ha ricominciato a spargersi
ovunque a guisa di pandemìa globalizzata.
Solo uno scaramantico rifiuto, privo di senso, impedisce ai tanti "politicamente
corretti" di riconoscere quanto pesi la pulsione del fanatismo religioso nella
jihad islamica. Quel che suona come ancor più catastrofico è che alla sua logica
militare e missionaria, che dilata sino al limite estremo il dualismo
amico/nemico, corrisponde ormai «una logica altrettanto militare e missionaria,
fondata sulle categorie del Bene e del Male invocate dall'America» (Renzo Guolo,
"L'Islam è compatibile con la democrazia?" ed. Laterza).
Con la conseguenza che la guerra terroristica tende sempre più, malgrado gli
scongiuri d'uso, ad assumere i caratteri di una guerra di religione che contagia
anche il pensiero occidentale. Cosa altro significa d'altronde l'ansia neo-con
di imporre con le armi la democrazia all'Islam, giudicato altrimenti incapace di
controllare la sua deriva fondamentalista e aggressiva, se non la pretesa di
"riformare" quella religione per renderla compatibile col bisogno di sicurezza
americano? La ostilità di gran parte dell'Europa verso lo spirito di crociata
impresso da Bush alla guerra del Bene contro il Male, con epicentro l'Iraq, si
spiega, assieme a motivazioni più volte analizzate, anche per il permanere nel
Vecchio Continente di uno spirito laico che ha profondamente caratterizzato la
società e le istituzioni (con una parziale eccezione per l'Italia), qualificato
dalla netta separazione tra Chiesa e Stato, tra piena libertà religiosa e
altrettanto piena indipendenza dei poteri democratici nel legiferare e
nell'operare politico. Sottostà alla partizione fra Trono e Altare una filosofia
di vita che influenza comportamenti, scelte e modi di sentire: laicismo è
problematicità contrapposta ad assoluto, dubbio sistematico contrapposto a
certezza aprioristica, storicismo agnostico contrapposto a finalismo etico. È
immaginabile - per fare un esempio in chiave politica - che un eventuale,
influentissimo sostenitore di Chirac, Schroeder o Blair possa rivolgersi in tv a
Dio, il giorno dopo le elezioni, ringraziandolo per «la vittoria del suo
messaggero», come ha fatto, inneggiando alla vittoria di Bush, il reverendo
Falwell, capo della «Maggioranza morale» in nome di 80 milioni di evangelici
americani? Scendendo però dalla scala mondiale a quella italiana lo scontro
perde i connotati del dramma per assumere quelli della commedia dell'arte con
attori, reduci da copioni assai diversi, che s'improvvisano oggi crociati di
Cristo, vogliosi di menar fendenti contro gli infedeli casalinghi e foresti.
Neo credenti illuminati dal verbo neo-con intuiscono il vantaggio di una
vestizione religiosa che addobbi l'operazione politico-culturale da loro
condotta per affermare una egemonia di destra nel nostro Paese. Tutto serve alla
bisogna: dal caso Buttiglione alle cellule staminali. Il disegno non è però
cervellotico: tende a fornire una cornice ideologica e un contenuto unificante
al legame di Berlusconi con Bush, con in sottofondo l'idiosincrasia per
l'europeismo. Tutto questo non fiorisce sul nulla. Già da qualche tempo è
riemersa preoccupantemente la questione dei rapporti Stato-Chiesa che nello
scorrere del XX secolo era venuta perdendo le sue asperità, tanto da sopportare
senza eccessive lacerazioni le difficili tappe del divorzio e dell'aborto. Per
converso lo stesso laicismo si era stemperato nel cinquantennio della prima
Repubblica, assumendo, per un verso, un sentore residuale, segnato da simboli e
ricorrenze ormai desuete, a partire dal XX settembre, mentre, dall'altro, veniva
riassorbito nella dialettica dei complessi rapporti fra Dc e Pci che, dal
togliattiano art. 7 al berlingueriano compromesso storico, incanalò la
compresenza dei cattolici e delle sinistre nella ricostruzione dello Stato
post-fascista.
Un equilibrio che nella lunga e incompiuta transizione alla seconda Repubblica
perde i suoi pilastri fondamentali, mentre nuovi soggetti politici compaiono
sulla scena in un clima di delegittimazione reciproca. Oltre Tevere, intanto, si
afferma un pontificato di straordinario impatto e carisma. In questo contesto
acquista una forza propulsiva la aspirazione della Chiesa di riplasmare in senso
cristiano aspetti fondamentali della società italiana, imponendo, grazie al
deterioramento del tessuto politico, criteri di scelta, norme di vita, principi
legislativi e di governo corrispondenti a valori etici di cui la Cattedra di
Pietro si proclama infallibile interprete. L'ossessione prescrittiva di Giovanni
Paolo - come l'ha definita Vittorio Foa - cui vanno aggiunte le ripetute prese
di posizione della Conferenza episcopale, si è manifestata in un crescendo di
esternazioni, specificamente mirate a questo o a quell'obbiettivo: dalla ricerca
scientifica all'ordinamento scolastico, dalla morale sessuale alla procreazione
controllata, dalla utilizzazione degli ormoni ai diritti delle coppie di fatto,
fino alla stesura della Costituzione europea. È lecito obiettare che tutto ciò
rientra nei compiti naturali del Magistero per cui non dovrebbe suscitare
eccessive doglianze, il che sarebbe logico se l'azione della Chiesa fosse
rivolta ad ispirare il comportamento dei soli credenti nella loro sfera
individuale e non si proponesse di uniformare alla sua Verità quello della
generalità dei cittadini e, soprattutto, delle pubbliche istituzioni. Questa è,
invece, la realtà, che non sarebbe così foriera di preoccupazioni se ad essa non
facesse riscontro uno Stato indebolito nelle sue capacità di autonoma
determinazione.
Diversi fattori vi hanno contribuito. In primo luogo le sinistre frammentate e
svigorite si sono dimostrate incapaci di elaborare un proprio disegno culturale
o anche di raccogliere e rilanciare i valori dell'Italia unita, dal Risorgimento
alla Resistenza e alla Costituzione. In secondo luogo la scomparsa della Dc ha
fatto venir meno un potente fattore di coagulazione, mediazione e garanzia sia
nei confronti dello Stato che della Chiesa, lasciando sul campo una serie di
formazioni residuali sia nel campo del centrodestra che del centrosinistra,
nessuna delle quali in dimensioni sufficienti per una rappresentanza univoca
dell'universo cattolico. Di qui la rincorsa di tutti e di ognuno per strappare
la palma di più fedele esecutore dei desideri ecclesiastici, così da ricevere un
accreditamento da spendere sul piano politico. Dilapidata anche su questo
versante l'eredità dei capi storici i quali, pur tra molteplici aggiustamenti
nel bene e nel male, seppero mantenere quel "Tevere più largo" che consentiva
loro non solo la collaborazione con gli alleati laici e socialisti, ma un ambito
di propria autonomia politica nei confronti del Vaticano. Lo si vide, tanto per
richiamare un esempio illuminante, quando negli anni Cinquanta De Gasperi
rifiutò il pressante invito di Pio XII, il Papa della scomunica contro i
comunisti, a sdoganare l'estrema destra e blindare così a Roma una maggioranza
clerico-postfascista. In terzo luogo la maggioranza di centrodestra ha
progressivamente smussato e quasi cancellato il liberalismo, inizialmente
conclamato, per abbracciare l'accattivante possibilità di subentrare alla Dc.
Con la differenza che Berlusconi ha un Dna assolutamente antitetico a quello di
un De Gasperi, di un Moro e di un Andreotti. Non ha una idealità propria da
difendere e affermare ma una disponibilità a definirla, interpretarla e
"venderla" sulla base delle esigenze del mercato politico.
Questa la chiave dei suoi successi ai meeting di Comunione e Liberazione dove si
è sempre presentato non certo come un cristiano democratico, intriso di certezze
di fede e dubbi esistenziali, ma quale fiero propugnatore di un cattolicesimo
battagliero in un'Italia perennemente minacciata da quanti, in primis i
comunisti, vorrebbero addirittura «togliere l'ora di religione dalle scuole».
Nella sua veste di cavaliere della Fede mira ad identificarsi con le posizioni
ecclesiastiche, non certo a salvaguardare i principi cavourriani di «libera
Chiesa in libero Stato» che al giorno d'oggi appaiono come bestemmie comuniste.
Così come impronunciabile per l'attuale presidente del Consiglio sarebbe il
discorso di un suo grande predecessore su quello stesso scanno, Giovanni
Giolitti che parlando a Montecitorio affermava: «Sulle questioni religiose il
governo è precisamente e semplicemente incompetente... il principio nostro è
questo, che lo Stato e la Chiesa sono due parallele che non si debbono
incontrare mai. Guai alla Chiesa il giorno che volesse invadere i poteri dello
Stato!» Era il maggio 1906 e i liberali erano autentici e non fasulli.
La Repubblica
17 Novembre, 2004
di MIRIAM MAFAI
IL TESTO promulgato ieri in Vaticano in tema di unioni gay non è giunto inaspettato. Si sapeva che il documento, la cui stesura era affidata al cardinal Ratzinger, avrebbe condannato ogni ipotesi di legalizzazione delle convivenze tra gay. La legalizzazione, che stabilisce in diverse forme diritti e doveri dei conviventi (anche in materia di successione, assistenza sanitaria, diritto all´alloggio) è già in vigore da alcuni anni, in molti Paesi europei. E in favore di questa soluzione si è già ripetutamente espresso anche il Parlamento Europeo. La contrarietà della Chiesa cattolica in questa materia è ben nota.
E dunque, il documento reso noto ieri non può considerarsi una sorpresa. E nessuno può contestare al Vaticano il diritto di esprimere un suo giudizio sulla materia.
E tuttavia colpisce la estrema durezza del linguaggio, l´apoditticità delle affermazioni, la mancanza, anche quando si concede «rispetto» di una autentica comprensione nei confronti degli omosessuali. E´ lo stile, ben noto del resto, del cardinal Ratzinger.
Fin qui, se si vuole, è questione che riguarda soltanto la Chiesa, quel processo di voluto allontanamento dalle posizioni della chiesa protestante, di vera e propria restaurazione e presa di distanza dal Concilio, di sempre più accentuato rigore in tema di morale sessuale e rifiuto della modernità. E infatti, con il testo promulgato ieri sembra di fare un balzo all´indietro, ai tempi feroci che classificavano l´omosessualità come una malattia o un crimine da perseguire.
Ma un´altra considerazione ci riguarda direttamente. Colpisce infatti in quel documento il tono con il quale ci si rivolge ai politici cattolici, richiamandoli all´obbligo di legiferare secondo le richieste e le norme fissate dalla loro Chiesa. Non è la prima volta che il cardinal Ratzinger rivolge questa raccomandazione ai politici cattolici. (Lo aveva già fatto qualche tempo fa, in occasione del dibattito, al Senato, sulla nuova legge sulla fecondazione assistita). Il testo di oggi conferma che siamo in presenza di una precisa scelta, che si configura come un intervento costante, pressante, del Vaticano, non un consiglio o un suggerimento, ma piuttosto un severo richiamo alla dottrina, qualcosa che assomiglia ad una imposizione o una minaccia.
A me questo sembra il tentativo, drammaticamente fuori tempo, di riaffermare il primato della Chiesa sulle istituzioni politiche, quasi una nostalgia del Medioevo, il sogno di un trionfante integralismo cattolico. Un sogno che è destinato a rimanere tale, quali che siano, da noi, le aspirazioni di Ratzinger e, negli Usa, le posizioni di Bush e degli integralisti cattolici che lo sostengono e lo condizionano (si vedano le sue posizioni in tema di aborto e di ricerca scientifica sugli embrioni, e quelle, più recenti, a proposito dei diritti degli omosessuali). La nostra società, basata sulla espansione dei diritti e dei consumi individuali, comporta infatti inevitabilmente, la rottura di tutte le gabbie e le regole che per secoli sono state proposte o imposte dalla religione. (Solo nel mondo islamico la religione pretende ancora di imporre la sua legge, ed è questo uno dei motivi della sua arretratezza e della nostra indignata disapprovazione...) .
In altri tempi un Parlamento nel quale la Dc era maggioranza relativa approvò la legge sul divorzio e quella sull´aborto, sommamente invise al Vaticano. Ma Berlusconi, alla ricerca di una legittimazione di cui Andreotti o Forlani non avevano bisogno, eviterà accuratamente questo scoglio. Non credo quindi che il problema della regolamentazione delle convivenze gay sarà affrontato nel corso di questa legislatura. Ma vale la pena comunque di discuterne. Ognuno di noi potrà approvare o disapprovare una unione gay, considerare opportuna o dannosa una norma che la regoli. Tenendo sempre fermo il principio secondo il quale la libertà di ognuno di noi, quando non comporti danno a terzi, è parte costitutiva e irrinunciabile della nostra cittadinanza.
la Repubblica
1 agosto 2003
LA LIBERTÀ RELIGIOSA È GARANTITA DALLE CARTE COSTITUZIONALI E DALLE CONVENZIONI INTERNAZIONALI, MA L´INTOLLERANZA È TUTT´ALTRO CHE SCONFITTA
DIO contro DIO
di Michele Ainis
IL 28 febbraio 1933 Hitler era cancelliere da meno d'un mese. Per gli ebrei doveva ancora scoccare il tempo della stella di David gialla, della confisca dei beni, delle deportazioni, dei forni crematori dove almeno 5.860.000 uomini e donne persero la vita. Ma quel giorno il governo del Terzo Reich stabilì una lista di sette vietate, di movimenti religiosi posti all'indice per proteggere l'integrità del popolo tedesco: vi figuravano i Testimoni di Geova, gli anabattisti, gli avventisti del 7º giorno, gli gnostici, i Baha´i e vari altri. Quel giorno segna l'inizio d'una persecuzione religiosa senza quartiere. E perciò costituisce il presupposto storico da cui nel dopoguerra mosse il rafforzamento della libertà di religione, le garanzie di convivenza tra le diverse fedi disseminate nella Costituzione tedesca così come in tutte le altre carte europee. Garanzie ribadite da numerosi testi e convenzioni internazionali: per esempio dalla Dichiarazione dell'Assemblea generale dell'Onu sull'eliminazione di tutte le forme di intolleranza e di discriminazione fondate sulla religione o sulla convinzione (New York, 25 novembre 1981). Anche perché il fenomeno religioso tocca l'esistenza di non poche persone: secondo stime approssimative, si calcola che i cristiani siano all'incirca 2 miliardi, pari al 33% della popolazione mondiale; gli aderenti all'Islam 1 miliardo e 300 milioni (22%); gli induisti 900 milioni (15%); i buddisti 360 milioni (6%). Ma l'intolleranza religiosa è tutt'altro che sconfitta. In Georgia, nel 2000, i 13.000 Testimoni di Geova presenti nel paese hanno subito molteplici aggressioni a opera dei sostenitori di un ex prete ortodosso, Basil Mkalavishvili, spesso con la complicità della polizia locale e con l'avallo della Corte Suprema, che il 22 febbraio 2001 ha deciso di confermare lo scioglimento delle due uniche organizzazioni di Testimoni di Geova in possesso della registrazione. Sempre nel 2000 in Grecia 14 persone sono state processate (e in qualche caso condannate a pene detentive) per aver esercitato il proprio culto senza una licenza da parte dello Stato. Dopo il riaccendersi dell'Intifada in Palestina (settembre 2000), ogni angolo d'Europa è stato attraversato da pulsioni antisemite: in Belgio, in Inghilterra, ma soprattutto in Francia, dove vivono 600.000 ebrei, e dove in poco più d'un anno (sino al febbraio 2002) si sono registrati 400 attentati alle cose e alle persone, compreso l'incendio della sinagoga di Marsiglia e il pestaggio di 14 calciatori dilettanti del Maccabi, squadra affiliata a un'associazione ebraica. L'evento chiave tuttavia è l'11 settembre 2001, l'attentato alle Twin Towers che ha aperto in tutto l´Occidente la caccia al musulmano: soltanto negli Stati Uniti - secondo l'American Religious Identification Survey 2001 - il loro numero è di almeno 2 milioni, di cui il 24% abita a New York. Già in precedenza, del resto, non erano mancate affatto le frizioni, le occasioni di conflitto tra noi e loro. Valga per tutti il caso divampato a Lodi, in seguito alla decisione del Comune d'innalzarvi una moschea: un caso che in Italia si è guadagnato la ribalta nazionale dopo il corteo organizzato dalla Lega (il 14 ottobre 2000), con un variopinto corredo di minacce e di slogan razzisti. Con sprezzo della tolleranza, ma a ben vedere anche della logica: giacché, se i musulmani che vivono tra noi avranno modo di praticare apertamente il loro culto, si sentiranno a casa propria e assumeranno quindi un atteggiamento più amichevole verso l'Italia e gli italiani. Sennonché l'esperienza insegna che logica e politica non vanno quasi mai d'accordo. E soprattutto ci mostra la diffidenza, se non l'aperta ostilità, praticata dai poteri pubblici e privati non soltanto verso religioni secolari, ma forse ancor di più verso le nuove. Valga per tutti il caso di Scientology. Fondata nel 1954 da L. Ron Hubbard, con sede a Los Angeles, si è rapidamente propagata in tutto il mondo, conquistando (secondo la cifra dichiarata dalla stessa organizzazione religiosa) oltre 8 milioni di seguaci, fra cui le star di Hollywood John Travolta, Tom Cruise e Nicole Kidman. Eppure in Inghilterra e nel Galles le è stato negato lo status di istituzione benefica; in Italia la Cassazione l'ha definita «religione a pagamento», stabilendo che va perciò tassata ; in Grecia la magistratura ha chiuso la sezione ateniese; in Germania agli scientologisti è proibito assumere impieghi pubblici o candidarsi alle elezioni; in Francia una commissione parlamentare ne ha denunziato la pericolosità sociale.
Naturalmente può ben darsi che alcune pratiche religiose violino questo o quel diritto umano, nei termini in cui il mondo occidentale l'ha codificato. Per i suoi detrattori è appunto tale la colpa di Scientology, accusata di plagiare i propri adepti. Gli esempi, d'altronde, sono innumerevoli. Fra i più noti, l'infibulazione praticata su bambine arabe e africane anche in Europa (2 milioni di casi l'anno, secondo i dati dell'Organizzazione Mondiale della Sanità ): trattandosi d'una mutilazione genitale, i nostri ordinamenti hanno avuto gioco facile a criminalizzarla, con pene varianti da 2 anni di carcere in Svezia a 5 anni in Inghilterra. E tuttavia anche qui, anche quando l'intervento delle corti mira a difendere l'integrità fisica delle persone, vi s'allunga l'ombra del colonialismo culturale, che divide il mondo fra «noi» e «loro», e a loro - i bruti, i selvaggi, gli incivili - pretende d'imporre con la forza i nostri valori superiori . Perché, ad esempio, condanne analoghe quasi mai colpiscono i casi di circoncisione? Forse perché la circoncisione viene tradizionalmente praticata dagli ebrei, e la cultura ebraica è parte di quella occidentale. E perché nessun tribunale tiene conto del fatto che in questo caso l'immigrato non sa di commettere un reato, non parla la nostra lingua, non conosce i nostri codici penali? Lui, dopotutto, lo fa per il bene della sua presunta vittima: sa soltanto che sua figlia non troverà marito senza sottoporsi a questa operazione rituale, e verrà quindi isolata dalla propria comunità d'origine. Eppure situazioni analoghe danno luogo a una casistica nutrita, che si risolve in altrettante interferenze sugli usi religiosi, anche quando non ci sono menomazioni fisiche da scongiurare o da punire. Negli Stati Uniti e in Canada vigono antiche esenzioni per alcune comunità (come gli amish, i mennoniti, i doukhobour, gli hutteriti e altre sette cristiane) che rifiutano l'istruzione obbligatoria dei loro bambini, allo scopo d'impedirne l'omologazione culturale; però un diritto analogo è stato negato ai gruppi di recente immigrazione, e ciò dimostra che ogni conquista di libertà è sempre revocabile, ed è sempre più spesso revocata. Così come non hanno trovato quasi mai soddisfazione le richieste tendenti a rimuovere situazioni di svantaggio provocate da leggi falsamente neutrali: quella degli ebrei e dei musulmani in Gran Bretagna, che chiedono d'essere esentati dalla chiusura domenicale degli esercizi pubblici e dalle norme sulla macellazione degli animali; quella degli uomini sikh, che non possono arruolarsi nella polizia canadese senza violare il precetto religioso che impone d'indossare il turbante; quella degli immigrati islamici, che vorrebbero usare le norme sul ricongiungimento familiare per farsi raggiungere in Europa dalla seconda o dalla terza moglie; quella degli ebrei ortodossi americani, che hanno cercato invano d'ottenere il diritto di portare lo yarmulka durante il servizio militare. Ancora: i paesi occidentali negano ogni valore legale al divorzio talaq, in uso nel mondo musulmano, dove il marito può ripudiare unilateralmente la moglie. In Francia, dopo una vicenda cominciata nell'ottobre 1989 (con l'espulsione da un liceo di alcune alunne musulmane che indossavano il chador) e successivamente punteggiata da polemiche pubbliche e alterne decisioni giudiziarie, rimane nella discrezionalità delle singole scuole permettere o vietare il velo islamico: e i divieti sono assai frequenti. Nel 1990 la Corte suprema nordamericana ha rifiutato ad alcune tribù indigene dell'Oregon il diritto d'usare peyote in una loro cerimonia religiosa, benché nella fattispecie si trattasse di un'antica tradizione di quei popoli. Gli esempi potrebbero moltiplicarsi. Sta di fatto che il pericolo più grave per i culti forse oggi non proviene dal potere temporale: viene dagli altri culti. L'intolleranza è un'idra a due teste, l'una girata verso la società civile l'altra verso quella religiosa, e cova nelle piccole come nelle grandi religioni. I pueblo, una tribù indiana degli Stati Uniti, negano ad esempio le agevolazioni per la casa ai membri della comunità che non si sono convertiti al protestantesimo. Gli islamici, al pari dei cattolici, reclamano leggi contro la bestemmia, nonostante il carattere laico degli Stati occidentali. Tale la richiesta di alcuni leader musulmani in Gran Bretagna, dopo la vicenda di Salman Rushdie, il celebre scrittore accusato di apostasia; tale la campagna di stampa dell'Osservatore Romano (ottobre 2000) per ottenere l'oscuramento di un sito web dove si bestemmiava la Madonna. «Dietro ogni blasfemo c'è un giardino incantato», cantava Fabrizio De André mettendo in musica un personaggio dell'Antologia di Spoon River. Non sempre è così, naturalmente; tuttavia il reato di bestemmia contro i simboli della «religione dello Stato» (i santi) è stato espulso dai nostri codici penali nel 1995, dopo una sentenza del tribunale costituzionale pronunziata in nome del principio d'eguaglianza tra le confessioni religiose. Ed è superfluo aggiungere che ripristinarlo equivarrebbe a fare un bel passo indietro.
Ciò non toglie che per gli ordinamenti occidentali non tutti i culti sono uguali: ci sono i figli, e ci sono i figliastri. Negli Stati Uniti e in Canada le minoranze religiose occupano meno d'un terzo dei seggi che gli spetterebbero in base al loro peso demografico. Il principio di laicità è spesso più affermato che coerentemente praticato; o meglio vale per i deboli, non già per la religione dominante. Così, paesi come l'Italia o la Baviera espongono il crocifisso nelle aule scolastiche, negli ospedali, nei luoghi pubblici, nonostante il multiculturalismo delle loro società, e nonostante le polemiche ciclicamente sollevate contro la normativa che ne impone l'affissione. Per restare nell'ambito scolastico, basti pensare che l'ora di religione in Italia ha costretto lo Stato a interventi sempre più massicci: e infatti in oltre mezzo secolo (dal 1929 al 1985) la materia è stata regolata da 3 leggi, 7 circolari ministeriali e una sentenza del Consiglio di Stato; viceversa dal 1986 al 31 marzo 2002 si sono avvicendate 19 leggi, 167 circolari ministeriali, almeno 80 sentenze dei tribunali amministrativi regionali, 25 decisioni del Consiglio di Stato e 7 della Corte costituzionale. Sempre in Italia, il governo ha stipulato varie intese con i culti diffusi nel territorio dello Stato, applicando l'art. 8 della Costituzione: norma laica e liberale, che intende garantire attraverso questa procedura l'autonomia di ogni confessione religiosa e il suo rispetto da parte degli apparati pubblici. Ma il risultato è stato l'appiattimento di ogni religione sugli standard già riconosciuti alla Chiesa cattolica attraverso il Concordato, a scapito delle rispettive identità; e così per esempio l'intesa siglata il 20 ottobre 1999 con l'Unione Buddhista Italiana usa il termine «ministro di culto», tipico del linguaggio cattolico e però del tutto estraneo alla tradizione filosofica buddhista. Insomma: l'intolleranza religiosa, che in questo primo scorcio di millennio attecchisce in vasti strati della società civile, in quella politica si traduce in discriminazione, o quantomeno nella pretesa d'omologare alla religione dominante quelle di più recente insediamento. Non è proprio uno scenario edificante.
La Stampa
27/12/2002