di MIRIAM MAFAI
QUALCUNO ha scritto una volta che noi italiani sappiamo benissimo come dovremmo essere, ma non come siamo. Secondo alcuni, noi siamo ancora divisi in modo furibondo tra guelfi e ghibellini sempre pronti a una guerra di religione. Secondo altri, sarebbe tipica del nostro carattere nazionale la tendenza all'accomodamento, al compromesso. Mi è venuta in mente questa citazione leggendo la lettera con cui Piero Fassino rispondeva ieri ai radicali che gli avevano chiesto un serio impegno per la modifica della legge sulla fecondazione assistita in via di approvazione al Senato.
Una lettera nella quale il segretario del Ds ricorda, appunto, "decenni di contrapposizione tra guelfi e ghibellini sui temi etici che riguardano la vita e la morte, la famiglia e la sessualità" e l'impegno attuale della sinistra "di ricercare soluzioni largamente condivise, rispettose del pluralismo etico che contraddistingue positivamente la società italiana".
Niente da obiettare, naturalmente. Ma non si può dimenticare che a suo tempo, in quei decenni che Fassino descrive di feroce contrapposizione tra guelfi e ghibellini, i laici riuscirono a far approvare dal Parlamento italiano la legge sul divorzio, e poi quella sull'aborto successivamente confermate da referendum. Segno, per le meno, che già trent'anni fa il nostro paese era più laico, più moderno di quanto molti allora pensassero. E oggi, com'è il nostro paese? Secondo l'anagrafe, i cattolici sfiorano in Italia il 98%, ma, secondo un recente sondaggio quelli impegnati, che ci tengono a comportarsi come tali, non superano l'8%. Oggi solo il 12% dichiara di confessarsi almeno una volta al mese, la maggioranza dichiara con bella disinvoltura di non credere all'esistenza dell'inferno e del paradiso, e che dopotutto "c'è qualcosa di vero in tutte le religioni; l'una vale l'altra".
E, allora, diciamo la verità, quando i laici, e in primo luogo i Ds, esprimono la preoccupazione di non "offendere" con le loro posizioni i cattolici, non è tanto ai cattolici della porta accanto che pensano, ma alle gerarchie che, dopo la fine della Democrazia Cristiana, hanno cercato e trovato una sponda disponibile in tutti i partiti presenti sulla scena politica, e in virtù di questa trasversalità intendono (e spesso riescono) a far prevalere le loro posizioni.
E infatti. La legge sulla fecondazione assistita arrivata al Senato blindata nel testo già licenziato dall'aula, e che alcuni esponenti della maggioranza (tra cui Rossana Boldi della Lega Nord e Antonio del Pennino del Gruppo misto) dichiarano "inaccettabile sul piano del diritto, della scienza e della deontologia professionale", potrebbe essere approvata anche grazie al concorso di una parte almeno dei voti del centrosinistra (cattolici dei Ds e della Margherita). Della legge abbiamo già ripetutamente parlato. Se approvata non solo comporterà un danno ed una sofferenza per le donne costrette a ricorrere a questa pratica, ma suonerà come una offesa per i tanti medici, ginecologi, scienziati che hanno espresso in molti modi la loro critica ed opposizione ad alcune di quelle norme, ispirate a un pregiudizio di carattere ideologico. Non solo infatti viene vietata, per volontà della Pontificia Accademia per la Vita, la fecondazione eterologa, già oggi notevolmente diffusa in Italia e di cui nessuno ha dimostrato il pericolo o il danno, né per le coppie che vi ricorrono né per i bambini che in questo modo, a migliaia, sono già venuti al mondo e godono di ottima salute. Ma viene persino vietata, nel caso di coppie affette o portatrici di malattie genetiche, la diagnosi preimpianto degli embrioni, cui oggi si fa normalmente ricorso. Gli embrioni dunque dovranno essere tutti introdotti nell'utero della madre, anche quando uno di essi sia affetto da una grave malattia o malformazione. In teoria questa povera madre potrebbe sempre abortire, utilizzando, finché sarà in vigore, la legge 194, ma nessuno che sia dotato di comune buon senso può considerare eticamente e giuridicamente lecito abortire un feto di alcune settimane e insieme considerare un reato la soppressione di un embrione non ancora impiantato nell'utero della madre.
Una legge oscurantista, pericolosa, offensiva della dignità della donna e della sua libertà, ma che risponde alle richieste delle autorità cattoliche, del cardinal Sodano, del cardinal Ruini e della Conferenza episcopale italiana. Una legge che, se approvata in questi termini, rappresenterà un serio vulnus alla laicità del nostro Stato, perché, lo Stato laico non è soltanto quello che riconosce ai suoi cittadini "piena libertà di coscienza e di culto" ma quello che è in grado di legiferare in modo autonomo, non secondo il dettato della Chiesa e delle sue gerarchie, ma secondo il principio che vuole tutti i suoi cittadini liberi di scegliere ed adottare comportamenti e modi di vita che ritengano giusti, purché non ledano, come ovvio, i diritti di altri. "Contribuire a far sì che le leggi dello Stato siano ispirate ai propri convincimenti di cattolici", ricordava il cattolico Pietro Scoppola "è legittimo e doveroso, ma non è la stessa cosa che esigere, come condizione di legittimità morale della legge una piena identità". E infatti possono darsi, e si danno quotidianamente, comportamenti individuali che la Chiesa considera "peccato", ma che per la legge non sono "reato". Oggi, con questa legge avviene il contrario: ciò che la Chiesa considera "peccato" (sia nel caso della fecondazione eterologa, sia nel caso della selezione degli embrioni) diventa, per il nostro Stato, "reato". Nemmeno la cattolicissima Spagna è giunta a tanto.
Ora, se questo si verificherà, lo dovremo, come abbiamo già detto, non solo alla maggioranza uscita dalle ultime elezioni, ma anche alle timidezze del centrosinistra o meglio di una parte del centro sinistra che si accinge a votarla. L'esito di questo voto non potrà non avere conseguenze all'interno dell'Ulivo e, in particolare, tra quei partiti dell'Ulivo che intendono presentarsi uniti alle prossime elezioni europee e dar vita, in prospettiva, a un unico partito "riformista" o "riformatore". È diritto di ogni elettore infatti, nel momento del voto, sapere da ogni candidato quale sarà la sua posizione nel Parlamento europeo quando in quella sede si dovesse decidere a proposito (che so io?) dello statuto delle coppie omosessuali, o della utilizzazione a fini terapeutici delle cellule degli embrioni sovrannumerari, o, ancora, di fecondazione eterologa. Nella chiarezza, e in piena responsabilità, ognuno potrà fare le sue scelte. E decidere se schierarsi a favore delle richieste della Chiesa Cattolica o a favore delle donne e della ricerca scientifica. Siamo a uno snodo politico che, da laico, io ritengo di grande importanza.
la Repubblica
4 dicembre 2003
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LE SCHEDE
I sei punti della discordia tra laici e cattolici Così le regole negli altri Paesi |
di MIRIAM MAFAI
LA "NOTA" della Congregazione per la dottrina della fede promulgata ieri in Vaticano, con la quale si dettano norme per il comportamento dei cattolici in politica, è destinata, se presa sul serio, a rendere più aspro, forse impossibile, il dibattito su grandi temi di attualità, come la famiglia la scuola la ricerca scientifica. La "Nota" richiama i politici cattolici a respingere "ogni concezione del pluralismo in chiave di relativismo morale" e a ricordare sempre, nella loro azione che "ci sono principi etici che per la loro natura e il loro ruolo di fondamento della vita sociale non sono negoziabili".
Le regole del Vaticano e il ritorno al passato
Il richiamo alle leggi in tema di aborto, divorzio è immediato; altrettanto immediato il richiamo al dibattito in tema di eutanasia, riconoscimento delle coppie di fatto, ricerca scientifica, status dell´embrione, scuola privata.
Niente di nuovo, si potrebbe dire, rispetto a precedenti prese di posizione del Vaticano. E tuttavia, la Nota, firmata dal cardinal Ratzinger, contiene affermazioni che sembrano particolarmente stringenti, là, ad esempio, dove si afferma che i cattolici, non potendo più appellarsi al principio dell´autonomia, non potranno più collaborare con "forze e movimenti che su questioni fondamentali abbiano espresso posizioni contrarie all´insegnamento morale e sociale della Chiesa". I politici cattolici sono tenuti a votare e legiferare secondo la più rigorosa "coerenza tra fede e vita".
Niente di nuovo, si potrebbe dire. Più di una volta Giovanni Paolo II ha richiamato i politici cattolici al dovere di testimoniare la propria fede, più di una volta si è espresso con inestinguibile passione contro il divorzio o l´aborto o per i diritti dell´embrione. E tuttavia, in questo documento si legge qualcosa di più e di diverso. Il tono è più duro, fa intravedere la minaccia e l´intimazione. È un tono che fa tornare alla memoria i lontani e pesantissimi interventi del Vaticano nella vita politica italiana, quando segretari di partito o presidenti del Consiglio (cattolici, cattolicissimi) erano sottoposti prima ancora che al voto della propria maggioranza al placet della Segreteria di Stato. È un tono di altri tempi, di un´epoca che sembrava chiusa con il Concilio Vaticano II e con Giovanni XXIII.
E invece no. Il fondamentalismo è sempre in agguato. La Nota di ieri rinvia a tempi e documenti lontani: al Sillabo degli errori (che condannava il liberalismo, l´istruzione obbligatoria e il principio secondo il quale il potere pubblico emana dal popolo), o all´anatema di padre Gemelli contro coloro che "hanno bevuto alle fonti inquinate dell´illuminismo e hanno le menti ancora annebbiate dai fumi della libertà di pensiero".
Un balzo indietro, insomma, di quasi un secolo, il desiderio di ritornare a un´epoca nella quale uomini e donne – non annebbiati dai fumi della libertà di pensiero - rimettevano ad altri (e in primo luogo alla propria Chiesa) il compito di stabilire il giusto e l´ingiusto, il lecito e l´illecito, ciò che fosse bene o male nella vita quotidiana e nel rapporto con gli altri.
Ma l´epoca nella quale viviamo è segnata da una diversa, opposta concezione di sé, della propria libertà, della propria autonoma capacità di scegliere il bene e il male. Nessuno di noi accetta divieti e regole di vita che non siano frutto di un proprio convincimento. Mi chiedo se in quest´epoca e in questo mondo in cui viviamo sia possibile dare attuazione, prendere sul serio, la Nota del cardinal Ratzinger.
Sembra difficile, infatti, forse impossibile, imporre ad una società come la nostra, regole che, ispirate ad una dottrina religiosa dovrebbero essere imposte anche a coloro che a quella dottrina non si rifanno, o che hanno un debole legame con quella Chiesa. Ma anche i politici "cattolici" ai quali la Nota si rivolge avranno, probabilmente, qualche difficoltà a seguire quelle indicazioni. E chi sono poi oggi i politici "cattolici"? Anche per loro gli orientamenti dell´elettorato valgono alla fine più delle richieste e delle intimazioni di Ratzinger.
È possibile allora che quelle regole non vengano prese alla lettera. Sempre che l´opinione pubblica non si distragga e che i laici, presenti anche nello schieramento della maggioranza non rinuncino a far sentire la loro voce.
la Repubblica
17 gennaio 2003
VALORI LAICI E RELIGIONE
Il crocifisso non è di tutti
di Gian Enrico Rusconi
LA questione del Crocifisso in aula è tuttaltro che nuova. Ma ora viene politicamente rilanciata sulla base di alcuni equivoci.
Il primo parte dall’abuso e dalla politicizzazione della tesi, continuamente ripetuta, delle «radici cristiane dell’Europa». Si tratta di un’evidenza storica che ha, tuttavia, confini cronologici remoti ed indeterminati.
Soprattutto pretende di fermare e fissare l’identità europea alle soglie della modernità. Tutto ciò che viene dopo - l’Europa laica dei diritti dell’uomo e del cittadino - è trattato come un fenomeno irrilevante, secondario.
Addirittura è presentato da alcuni come frutto indiretto di tali origini cristiane. Questa posizione è sbagliata: la laicità è costitutiva dell’identità storica europea.
L’Europa ha certamente radici cristiane, ma ha maturato e sviluppato la sua identità attraverso ragioni e comportamenti laici.
Questi non entrano in contraddizione con le radici storiche cristiane - anzi sono in sintonia - sintanto che il riferimento a quelle origini non viene usato in modo strumentale.
E’ quanto invece sta accadendo ora con l’imposizione dall’alto del Crocifisso, che crea un altro equivoco: il Crocifisso infatti non viene presentato come segno specifico e positivo di fede religiosa, che legittimamente si distingue dalle altre. Ma come un veicolo di universalismo.
La proposta di legge, presentata, dice che: «Il Crocifisso è emblema di valore universale della civiltà». In realtà questa affermazione può essere fatta soltanto in una interpretazione tutt’interna alla nostra cultura.
Ma non è evidente per le altre culture. Soprattutto se e quando viene usata per riaffermare polemicamente la nostra differenza di cultura contro altre culture.
E si lancia l’allarme di una incombente minaccia per la nostra stessa identità. Nasce così una forte contraddizione: un emblema che si vuole universalistico viene usato come riaffermazione della propria particolarità e differenza.
Trovo inopportuno che questo ruolo venga affidato proprio al Crocifisso sulla parete. Il riaprirsi di tutta la questione è sintomo dell’esistenza di un problema di fondo: il bisogno di una ridefinizione più netta, solida e precisa della nostra identità collettiva europea.
Temo ora che inizierà una equivoca e strumentale battaglia ideologica. L’attuale situazione giuridica delega di fatto alle singole autorità e comunità scolastiche la decisione se collocare o no il Crocifisso in aula.
E’ un modo ragionevole di affrontare il problema, perché consente una discussione partecipata e quindi una decisione condivisa negli stessi luoghi educativi. Questo è il nostro universalismo: scambiare ragioni e decidere insieme, anche con appartenenti ad altre culture.
Questa è la forza della nostra cultura, che ha radici cristiane ma oggi ragiona laicamente (come mostrano del resto molti cristiani).
E’ assurdo pretendere di risolvere la questione dall’alto, con intimidazione, come vuole l’attuale maggioranza di governo che fornisce un altro esempio di quanto poco sia «liberale».
La Stampa
20 settembre 2002
'SUPERMAN'-REEVE CONTRO BUSH E LA CHIESA: IMPEDISCONO LO SVILUPPO DELLA RICERCA
L'ex Superman Christopher Reeve contro la Chiesa cattolica e il presidente americano George Bush. L'attore, costretto da sette anni su una carrozzella in seguito a una caduta da cavallo, ha criticato duramente la Chiesa cattolica e Bush per aver ostacolato la ricerca che potrebbe aiutarlo a camminare ancora.
Londra, 17 set. - (Adnkronos) - L'ex Superman Christopher Reeve contro la Chiesa cattolica e il presidente americano George Bush. L'attore, costretto da sette anni su una carrozzella in seguito a una caduta da cavallo, ha criticato duramente la Chiesa cattolica e Bush per aver ostacolato la ricerca che potrebbe aiutarlo a camminare ancora.In un'intervista al 'Guardian', Reeve sostiene che l'amministrazione Bush ha abbandonato la ricerca sulle cellule staminali dopo che la Chiesa cattolica si e' opposta alle clonazioni. ''Se avessimo avuto il sostegno pieno del governo -ha detto Reeve- e se questo avesse dato fondi alla ricerca dell'Universita' del Wisconsin che nel 1998 aveva isolato le cellule staminali, non sarebbe irragionevole pensare che forse, a questo punto, saremmo arrivati alla sperimentazione umana. Sono amareggiato e deluso dall'atteggiamento di Bush che ha impedito lo sviluppo nella ricerca che avrebbe potuto aiutare la realta' dei paraplegici. Credo che saremmo potuti andare molto piu' avanti nella ricerca di quanto siamo adesso'', ha detto Reeve.''Bush -ha aggiunto l'attore- ha dato troppo ascolto alla Chiesa. Ci sono dei gruppi religiosi, credo i Testimoni di Geova, che pensano sia un peccato avere una trasfusione di sangue. Cosa succederebbe se il presidente decidesse per qualche ragione di ascoltare loro, invece dei cattolici, che sono quelli che ascolta prima di prendere decisioni sui fondi da destinare alla ricerca sulle cellule staminali?''.Reeve, che si sottopone a cure che costano circa 417 mila dollari l'anno, sostiene un appello per aiutare la ricerca terapeutica. Qualche tempo fa l'attore disse di essere ottimista sull'ipotesi di riuscire a camminare prima del suo 50esimo compleanno, il prossimo 25 settembre. ''E' desolante continuare a parlare inutilmente di quello che poteva essere ed e' altrettanto dura resistere'', ha detto l'attore.
da "Lycos-News"
17-SET-02