Norberto Bobbio contro la propaganda clericale

"con questa familiarità coi santi, Giovanni Paolo II dimostra di essere un perfetto Papa della controriforma" - "Lo scopo pratico di una ideologia sta nell’orientare il giudizio storico in un senso favorevole o sfavorevole a una parte politica"

Le polemiche sulla storia

Se il Papa diventa revisionista

di Norberto Bobbio

Per uno storico serio, che intenda fare onestamente il proprio mestiere, la «revisione» è addirittura un atto dovuto. Il racconto storico, detto un po’ alla buona, consiste di fatti e di interpretazioni dei fatti: la scoperta di un nuovo documento o della falsità del documento usato induce, anzi obbliga, lo storico a «rivedere» il testo. Così una nuova interpretazione del fatto, che viene a conoscenza dello storico o una vecchia interpretazione che gli era prima sfuggita, possono consigliarlo a proporre una interpretazione diversa, a compiere, ancora una volta, un’opera di «revisione».

Sono cose note. Non è infrequente, e per nulla scandaloso, che nella nuova edizione di un’opera storica, sia di storia politica, letteraria, o filosofica, si legga in copertina «Riveduta e corretta». Uno degli autori oggi maggiormente contestati, Augusto Camera, fa questa opportuna osservazione: «Dal presente nascono sempre nuove domande da rivolgere al passato e quindi il passato stesso viene riesaminato secondo sempre nuovi punti di vista».

A differenza della revisione, il revisionismo è una ideologia che, come tutte le ideologie, ha una funzione eminentemente pratica. Lo scopo pratico di una ideologia sta nell’orientare il giudizio storico in un senso favorevole o sfavorevole a una parte politica, non attraverso la sola revisione di fatti o di interpretazioni, ma modificando e talora capovolgendo il giudizio storico consolidato. Proprio perché è una ideologia, al revisionismo si addice la tipica dicotomia di destra e di sinistra.

Dell’uso di questa dicotomia adduco un esempio attualissimo a proposito delle varie interpretazioni del Risorgimento: al principio del secolo si era affacciata alla ribalta della discussione storica una interpretazione del Risorgimento che era stata considerata di sinistra rispetto alla narrazione ufficiale, una interpretazione secondo cui il Risorgimento non era stato la «rivoluzione nazionale» ma era stato il fortunato risultato di una abile operazione diplomatica e militare della monarchia piemontese.

Recentemente è stata proposta con grande strepito una interpretazione del tutto opposta da parte di gruppi cattolici militanti, una interpretazione che non esiterei a chiamare di destra, secondo cui il Risorgimento è stato un movimento guidato da élites anticlericali, per non dire addirittura massoniche, il cui scopo ultimo era l’abbattimento del potere temporale dei Papi.

Mi pare che questo esempio ci aiuti a comprendere meglio la distinzione fra la pura e semplice revisione di una narrazione storica e una vera e propria opera di revisionismo che si ispira a due concezioni opposte, ideologicamente condizionate, del processo secondo cui si sarebbe dovuta svolgere la formazione dell’Unità d’Italia: attraverso la forza di un esercito regio anziché attraverso movimenti popolari spontanei, oppure contro i cattolici, invece che con la loro partecipazione. Le due operazioni revisionistiche oggi dominanti sono la rivalutazione del fascismo e la svalutazione o denegazione della Resistenza.

Della prima il più recente episodio è la proposta del controllo dei libri scolastici, avanzata da uno dei leader di Alleanza Nazionale, Francesco Storace. Quanto al secondo revisionismo, è anch’esso di questi giorni il tentativo di mettere sullo stesso piano di «pari dignità» la lotta condotta dai partigiani per la liberazione dell’Italia dall’occupazione tedesca e quella opposta dei militi più o meno volontari della Repubblica di Salò. Il tentativo è nato inintenzionalmente dalla tardiva confessione dello storico antifascista Roberto Vivarelli di aver militato nella prima gioventù tra i secondi. Ma questa dignità è sin troppo facilmente confutabile.


Come ho già scritto sulla Stampa basta porsi l’ovvia ed elementare domanda su quali sarebbero state le conseguenze della vittoria dei repubblichini alleati coi tedeschi, invece di quella dei partigiani combattenti dalla parte degli alleati nella guerra antinazista. Non sarebbe stata la perpetuazione, anzi il rafforzamento, del dominio del nazismo sull’intera Europa? Nel clima di «restaurazione ideologica», occorre collocare anche l’insistenza con cui si viene sottolineando da tempo con indignazione la pretesa o presunta «egemonia culturale della sinistra».

Che per anni, anche durante l’egemonia politica democristiana, la cultura sia stata in Italia prevalentemente di sinistra, è un fatto accertato. Che questa prevalenza della cultura di sinistra dipenda da una forzata, per non dire anche subdola, imposizione dei comunisti, è falso. Vi ha contribuito per anni la scoperta dell’opera di un pensatore come Antonio Gramsci, la cui fonte è un marxismo liberamente interpretato alla quale non ha corrisposto dall’altra parte un autore che si possa a lui paragonare. Perché non ci si domanda come mai i maggiori scrittori italiani postfascisti, Calvino, Moravia e Pasolini sono stati di sinistra? Complotto, macchinazione, imposizione dei comunisti?

Per quel che riguarda il capitolo sul laicismo (che è l’altro tema del convegno della Fondazione Nenni) mi limito a commentare l’arrivo di parlamentari da tutto il mondo per aderire alla proposta di un santo protettore fatto dal Papa. A parte l’osservazione che, con questa familiarità coi santi, Giovanni Paolo II dimostra di essere un perfetto Papa della controriforma, il fatto che alla elezione di santo protettore dei parlamentari sia stato chiamato Tommaso Moro, giustiziato con il taglio della testa per aver condannato lo scisma di Enrico VIII, ha qualche cosa, se non di macabro, di beffardo.

Tommaso Moro è stato un martire della fede: non si riesce a capire quale modello possa essere per uomini politici il cui impegno è rivolto a trattare tutt’altro genere di affari. E poi, non è pretendere troppo additare come modello ideale un martire? Per finire, Silvio Berlusconi ci ha fatto sapere recentemente, parlando ai ragazzi di Comunione e Liberazione, che il combattere contro il comunismo è un dovere morale. Ma dopo le sguaiataggini di Storace e le sciocchezze costituzionali di Bossi non è forse un dovere morale per noi usare tutti i mezzi che la democrazia ci consente per impedire al Polo di vincere le prossime elezioni?

La conseguenza di questa vittoria sarebbe inevitabilmente un governo con un presidente come Berlusconi, un vicepresidente come Fini, un ministro degli Interni come Bossi o Maroni. E perché poi Storace non potrebbe diventare ministro dell’Istruzione o dei Beni culturali?

La Stampa

2-12-2000


Bossi & Biffi e la falsa comunità


C’e’ un trait d’union tra liberalismo e democrazia che purtoppo non sembra piacere a tanti cattolici (e liberal-cattolici). E’ il principio della “sovranitá dell’individuo”. La democrazia –quella antica come quella rappresentativa—é un “governo per mezzo della discussione” e prevede che ciascuno esprima liberamente la propria opinione. Che sia per alzata di mano o per voto segreto, in ogni caso la regola di maggioranza si basa su una manifestazione e una conta finale delle opinioni di ciascuno, uno per uno, individualmente. Questa pratica politica sottintende una specifica visione morale secondo la quale le opinioni e le credenze sono aperte alla revisione. La deliberazione e il voto presuppongono la nostra fallibilitá e cercano di compensarla attraverso un lavoro cooperativo di ricerca alla fine del quale sta la decisione. Presuppongono che ciascuno sia padrone della propria mente, responsabile delle proprie opinioni e della loro manifestazione. La centralitá del giudizio individuale nelle democrazie liberali moderne é cosí evidente che alcune costituzioni, come per esempio quella della Repubblica Italiana, impongono ai partiti e ai media di sospendere la campagna elettorale diverse ore prima del voto. Il silenzio vuol significare che ciascun cittadino deve eleborare la propria decisione da solo e liberamente. Prima si discute, si dissente, si fa politica attiva. Poi ci si ferma a pensare e si sospende la relazione con l’esterno. La cooperazione che la deliberazione democratica prevede non é un’immersione dell’individuo nel lete della comunitá: nessuno si identifica con il “gruppo” a tal punto da rinunciare alla propria libertá di giudizio. La comunitá democratica –che comunitá in senso comunitarista non lo é proprio—riceve vigore proprio dall’autonomia morale dei singoli: é la nostra libertá di dissentire, di portarci fuori dall’opinione o dai valori condivisi, che rafforza la societá democratica. Perché questa autonomia non dissocia, non spezza i legami; semmai li raffora perché fa sentire tutti parte dell’impresa cooperativa. In sostanza: c’é nella cultura morale delle democrazie costituzionali una tendenza a resistere l’uniformitá che, invece, é la regola di maggioranza tende a promuovere.

Uno dei teorici che meglio e prima di tutti ha compreso che questa é la natura etica della democrazia liberale é stato John Stuart Mill, un teorico della mentalitá socratica e della ricerca della veritá contro le mai sopite tendenze di questa o quella chiesa o casta o tradizione di avere il monopolio dell’interpretazione e quindi della decisione. Il principio della “sovranitá dell’individuo” –che Mill mutuó dagli anarco-individualisti americani—ha provocato una tempesta di critiche. Le prime e piú radicali sono venute da destra, e sono pressocché le stesse che sentiamo oggi riproporre contro la cultura liberale. Come puó –una delle critiche recitava-- un individuo essere autonomo nel giudizio e tuttavia mantenere una propria identitá? Non é l’attaccamento a una tradizione o a una fede che crea l’ambiente nel quale la persona cresce e sviluppa la propria personalitá? La prioritá dell’individuo significa in realtá la sua morte. Cosí, occorre educare non al libero esame; alcuni valori devono essere accettati come sono; discuterli equiverrebbe distruggerli. Infatti, siccome l’individuo si nutre all’interno di una cultura, se si vuole il suo bene si deve proteggere l’integritá di quella cultura. Il dissenso corrode i valori, non rende liberi.

Quando il Cardinale Biffi dá una definizione dell’identitá nazionale italiana come di un’unitá culturale omogenea e non pluralista e addirittura suggerisce allo stato di proteggere questa identitá scegliendo chi fare entrare e chi no; quando Umberto Bossi stigmatizza coloro che non scelgono di formare una famiglia con figli non concepiti dai genitori; essi propongono una visione integralista della vita sociale nella quale non c’é posto per la “sovranitá dell’individuo”. Lo stesso si deve dire di quei liberali che vogliono che lo stato finanzi le scuole private. Uno degli argomenti che usano –e che chiamano ‘liberale’-- é che una famiglia ha il sacrosanto diritto di mandare il proprio figlio in una scuola che educa secondo i valori della famiglia. In tutti questi casi, il principio sostenuto va nella direzione contraria a quello che guida il processo liberal-democratico: libertá di pensare con la propria testa e di scegliere responsabilmente. In tutti questi casi, si propone una visione fortemente paternalistica secondo la quale le persone devono essere mantenute sotto tutela per il loro bene. Certo, i bambini hanno bisogno di tutela, e i genitori hanno dei doveri nei loro confronti, tra i quali quello di prepararle as essere persone autonome. Questo paternalismo é in funzione della libertá: esporre il bambino alla differenza, all’interazione con bambini che sono portatori di visioni diverse del mondo é per lui una ricchezza, un tirocinio a ragionare criticamente. Se i genitori vogliono evitare la contaminazione con non-cattolici contribuiscono a creare, loro sí, futuri conformisti. Lo stesso vale per la predica di Biffi, con l’aggravante che questa si rivolge non a bambini e che, soprrattutto, trasmette un messaggio razzista, di esclusione.

Ma é proprio vero che chi ragiona con la propria testa finisce per sbriciolare credenze e valori e, quindi, distruggere le comunitá di significato? Non é vero il contrario? Quando metto in discussione il modo di essere italiana che Biffi e Bossi mi propongono, quando decreto la mia autonomia di giudizio rispetto agli altri e alla mia cosiddetta identitá nazionale, non contribuisco, in realtá, a rafforzare il mio legame con la comunitá? Imparare a elaborare in maniera critica le convinzioni e i valori che ci vengono trasmessi a partire dall’infanzia, significa trasformare il luogo dove siamo nati per caso nel nostro mondo. Personalizzare la nostra appartenenza. Qui sta il valore della libertá morale dell’individuo, un valore che arricchisce tutti. Forse, gli individui apatici e indifferenti sono proprio coloro che vivono in comunitá omogenee, che cercano non l’eguaglianza di considerazione ma l’identitá. Una comunitá di morti viventi.

Nadia Urbinati

Critica liberale
1-12-2000


Troppi cedimenti al Vaticano, la sinistra si processa


ROMA - Molti confessano di aver visto vendere la propria anima laica in questi anni e di non aver fatto nulla, di non aver potuto far nulla per evitarlo e, pur battendosi politicamente il petto, si difendono appellandosi alla ragion di Stato, anzi di governo, meglio ancora di partito, mitigando in questo modo un forte disagio interiore, il disagio di uomini e donne di una sinistra che sente di aver spesso ceduto alle pressioni delle alte sfere della Chiesa di Roma, magari confidando in ricompense terrene. «Così - racconta la diessina Fulvia Bandoli -, a volte per amor di coalizione, a volte per la crisi dei nostri valori di riferimento, siamo stati ciechi. Caduta la Dc e iniziata la competizione per il voto cattolico, la sinistra ha commesso un grave errore politico, ha pensato di mettersi in comunicazione con quell’elettorato attraverso la mediazione delle gerarchie ecclesiastiche». Pertanto, oggi sarebbe un errore puntare sommariamente l’indice contro la lunga processione al giubileo dei politici, sotto accusa è piuttosto la politica di governo della sinistra in questi anni. Perché nessuno mette in discussione la necessità del «dialogo sui valori», ma un conto fu il carteggio che nel ’76 unì nelle differenze il segretario del Pci Enrico Berlinguer e il vescovo di Ivrea Luigi Bettazzi, un conto le parole con cui Massimo D’Alema si presentò nel ’99 dinnanzi a Giovanni Paolo II: «Per chiunque si dedichi alla vita pubblica, Cristo è riferimento essenziale». Parole che - secondo la Bandoli - «forse nemmeno un cattolico avrebbe usato». E comunque non sono i discorsi ma gli atti a sollevare perplessità, e il segretario socialista Enrico Boselli ricorda ancora lo scontro con D’Alema, che da Palazzo Chigi premette per il finanziamento della scuola privata, «una manovra al limite della violazione della Costituzione, un caso emblematico che segnalò il cedimento della sinistra postcomunista desiderosa di conquistarsi le grazie del Vaticano». 
È ovvio, come sottolinea l’esponente della segreteria ds Carlo Leoni, che negli anni dei governi D’Alema «si è dovuto e voluto costruire buone relazioni e un clima di collaborazione» con l’altra sponda del Tevere, ed è altrettanto vero che su temi come la fecondazione assistita «la sinistra ha marcato la propria differenza, rispettosa delle altrui vedute ma ferma nel segnare i confini di uno Stato laico», epperò forse non basta difendersi sostenendo che «in una coalizione come la nostra esistono sensibilità diverse», riferendosi all’area cattolica dell’Ulivo. Perché proprio da Piazza del Gesù partì il più duro attacco della storia politica ai vertici della Conferenza episcopale italiana, quando l’allora segretario del Ppi Franco Marini disse che «anche i vescovi possono sbagliare se parlano di politica», e mirò al cardinal Camillo Ruini accusando il quotidiano della Cei, Avvenire , di sembrare «a volte il giornale di Forza Italia». 
Allora avrà ragione la Bandoli quando - rivisitando il recente passato - ritiene che «il dialogo con il Vaticano non doveva essere imbastito su certi tipi di contrattazione»? Avrà ragione Boselli quando sostiene che «alla base dei cedimenti e di rapporti poco chiari c’era un errato calcolo elettorale»? Di sicuro, nessuno a sinistra pensa che la liaison con l’altra sponda del Tevere abbia garantito consensi cattolici. «Nel Lazio, alle recenti elezioni regionali - ammette infatti Leoni - parti delle gerarchie ecclesiastiche sono state sensibili al richiamo e alla demagogia del Polo, forse». Un «forse» a suo modo necessitato, al quale però il dirigente ds accompagna un’amara constatazione per quella «pagina particolarmente triste». «D’altronde - aggiunge Boselli -, sono costanti i riconoscimenti a Forza Italia, così come sono costanti le critiche della Cei al ministro della Sanità Veronesi, erede di Loris Fortuna e dei valori di una sinistra laica e socialista. Mentre quella postcomunista ha perso una grande occasione». 
«È l’intero centrosinistra che sbaglia continuamente la scelta degli interlocutori, la sua unica ansia è allargare il cerchio degli alleati, senza mai volgersi alla sua sinistra». Così dicendo, Fausto Bertinotti evita dapprima di focalizzare l’analisi su D’Alema, ma non riesce a dissimulare fino in fondo, perché d’un tratto il primo premier postcomunista sale sul banco degli imputati: accade quando il leader del Prc ripercorre «gli errori della sinistra liberale»: «Aveva bisogno del centro e puntò prima su Buttiglione, poi su Di Pietro, infine su Mastella. Cercò di agganciare Berlusconi e mise su la Bicamerale. Volle accreditarsi con i poteri forti e lisciò il pelo a Confindustria. Finché considerò importante avere buoni legami con il Vaticano e cercò il rapporto con la Chiesa, ma senza riflettere se avesse davanti la Chiesa del Concilio o - come io temo - la Chiesa del Sillabo». 
Bertinotti torna a parlare di centrosinistra quando dice che «ancora oggi, pur di competere con il Polo, pur di non essere sgradito al Vaticano, si comporta come le tre scimmiette: non si accorge dell’involuzione integrista, basta blandire le alte sfere». E l’ambientalista Grazia Francescato riconosce che il problema esiste nella coalizione, «perché ci sono state certe forme di blandizie...». Da parte di chi? «Non faccio nomi, ma se per esempio non si partecipa al "Gay pride" pur di non disturbare certe sfere...». Si riferisce a Rutelli? «Ma io non ho fatto nomi». 


Francesco Verderami

Corriere della Sera
6 Novembre 2000


Dal 20 settembre 1870 ai nostri giorni

SE ANCORA E’ APERTA UNA QUESTIONE ROMANA

di ALBERTO RONCHEY


Qualcuno ha voglia di ricordare quel decisivo episodio della storia italiana? Roma, 20 settembre 1870, Porta Pia. Fine del potere temporale dei papi o del «papa re», allora Pio IX ora beatificato. Principio della così detta questione romana, poi risolta forse dai concordati o forse no. Di fatto, la commistione dei due poteri che dovevano risultare distinti se non distanti, Chiesa e Stato, a Roma è cronaca d’ogni giorno. L’autorità confessionale appare sempre più incline a esercitare pressioni su quella statale, che tende a subirle. Forse perché, dopo la dissoluzione della Dc come partito egemone, troppi da destra e sinistra inseguono con eccessi di zelo verso la gerarchia ecclesiastica il voto cattolico vagante, mentre imperioso è il prestigio di questo papato e rovinoso il discredito delle ideologie come fedi secolari militanti. L’influenza neoclericale non opera solo nella società, ma investe le più disparate questioni legislative, di governo e d’amministrazione, quasi non sia da tempo scaduto il precetto della «religione di Stato».
Pochi esempi. La norma di legge che rende obbligatorio, nelle scuole pubbliche, il gradimento vescovile per i professori di religione retribuiti dallo Stato. La persistente mobilitazione per ottenere diretti sussidi statali alle scuole private, spesso confessionali, malgrado il divieto esplicito nell’articolo 33 della Costituzione tuttora non emendato. L'interferenza nelle tormentose discussioni sul sistema carcerario italiano, con sollecitazione dell’indulto. La richiesta d’una sanatoria generale, in occasione del Giubileo, per l’immigrazione clandestina. Le rigide prescrizioni, rivolte ai legislatori, sui complessi dilemmi della bioetica. Senza commentare la cedevolezza che ha consentito quella spartizione dell’8 per mille sull’Irpef, nel devolvere molti residui alle finanze vaticane secondo il sistema «pro quota».
Nella gestione di Roma, intanto, sembrano inclinare a un aperto connubio i poteri civili e religiosi. A quali obblighi l’urbe deve obbedire verso il Vaticano? Concordato del 1984: «La Repubblica italiana riconosce il particolare significato che Roma, sede vescovile del Sommo Pontefice, ha per la cattolicità». La norma poteva suggerire interpretazioni più o meno estensive, ma niente obbligava le autorità italiane a finanziare pubbliche opere come quelle reclamate dalla controparte nel Giubileo 2000 dinanzi all’esorbitante peregrinatio auspicata e realizzata.
Perché, oltre le molteplici prestazioni di servizi e infrastrutture, si doveva coprire a metà il costo del grandioso parcheggio sotto il Gianicolo? Perché si doveva tentare la temeraria impresa del sottopasso di Castel Sant’Angelo, impedita solo dal tenace disparere della soprintendenza archeologica? E perché si dovevano assumere tante spese per la piana di Tor Vergata, che non è il deserto fra La Mecca e Gedda, bonificata e attrezzata nell’incombere dei due milioni di reclutati e convenuti? Da non dimenticare neanche la requisizione delle scuole pubbliche prestate come dormitori, o la chiusura dell’A1, mentre il sindaco ammoniva i romani a non rientrare dalle vacanze il 19 e 20 agosto. Certo era un’emergenza eccezionale, ma non occasionale, anzi voluta e programmata.
Rimane da spiegare, in generale, la remissività dei poteri politici dinanzi a quelli confessionali. Non si può ignorare, beninteso, che in una società con assoluta maggioranza di cattolici è da evitare un conflitto tra Stato e Chiesa. Ma perché non sollevare obiezioni? Chissà, è forse tornato di attualità quell’avviso del Tommaseo: «I preti son più potenti de’ principi, il destino d’Italia è in lor mano...». Una diffusa riscoperta, con rassegnazione o soddisfazione.

 
Corriere della Sera
2 Settembre 2000


Papa Pio IX

Ne ha combinate più di Carlo in Francia, di cotte e di crude, Papa Pio IX, l’ultimo Papa re, che la Chiesa si accinge a beatificare il prossimo 3 settembre (tra santi e beati Giovanni Paolo II -che, come si sa, ama le moltitudini - ne ha messo sugli altari ben 800, più di tutti quanti i suoi predecessori messi insieme): il Papa che si offese a morte per la breccia di Porta Pia e rifiutò di accettare la fine del potere temporale e rimase sul soglio ben 31 anni e 7 mesi battendo il record della durata. Giovanni Maria Mastai Ferretti, in arte Pio IX, nasce conte, da una famiglia di piccola nobiltà provinciale, precisamente a Senigallia nel 1792. Studi dagli Scolopi e successiva carriera ecclesiastica, prima uditore in Cile, poi a capo del grandioso ospizio San Michele a Roma, infine arcivescovo di Spoleto e Imola. Il secolo dei lumi e la Rivoluzione francese hanno lasciato il segno, i moti di rivolta scuotono l’Europa (e l’Italia) e quando lui viene eletto - il 21 giugno 1846 (solo due anni prima della Comune di Parigi e del Manifesto di Marx) - lì per lì lo prendono per buono. Ha fama di vescovo mite, tutto dedito allo zelo religioso, poco attratto dalle faccende politiche, addirittura quasi liberale. In uno Stato ponteficio che è ormai allo sfascio, screditato in Italia e fuori (il moderato Massimo D’Azeglio non é avaro di rampogne) questo papa che, appena eletto, concede l’amnistia generale a tutti i condannati politici italiani e si apre alla riforme, concedendo un barlume di libertà di stampa, un consiglio dei ministri, una Consulta di stato sia pure senza potere legislativo e addirittura, nel marzo del 1848, la costituzione di due Camere (una delle quali di elezione popolare), suscita l’entusiasmo generale, è acclamato per le strade. Breve illusione. A due anni dalla sua elezione, tutto è già finito, il Papa è il Papa, ha ragione in pieno Metternich, «un Pape liberal n’est pas possible».
Potere temporale inannzitutto Tremendo abbaglio, Pio IX non è affatto aperto alle riforme, è tutt’altro che “moderno”; e ciò che ha fatto sino a quel momento non è che il tentativo mascherato di salvare comunque e a tutti i costi il potere temporale. Altro che liberal, teme di essersi troppo compromesso e fugge all’indietro precipitosamente. Nel marzo del ’48 scarica quei poveracci di irredentisti e mazzinaini che hanno creduto in lui, si proclama neutrale e rifiuta di partecipare alla guerra contro l’Austria; e pochi mesi dopo, esattamente il 24 novembre, incapace di fronteggiare la situazione e tuttavia risoluto a non concedere un’unghia di potere, non trova di meglio che darsela a gambe. Fugge travestito da prete e ripara a Gaeta, dove un re borbone è pronto ad accoglierlo. Roma non ha più il papa re, sventola la bandiera della Repubblica, ma dura poco; Pio IX non è affatto rassegnato, si appella alle monarchie cattoliche: la sua “invocazione” è subito raccolta dalla Francia che invia il generale Oudinot. Il 2 luglio 1849 Roma è occupata, i repubblicani e Garibaldi cacciati, Ciro Menotti muore all’ospedale dei Pellegrini e il Papa fa ritorno, più bello e più forte che pria.
La sua guerra santa Da quel momento, chi lo tiene più. Armato di dottrina, furore religioso, straordinario spirito restauratore e autocratico marcia lancia in resta contro tutto ciò che ai suoi orecchi suona come moderno e progressista, anche solo poco poco. Assolutista, chiuso, testardo, interprete fino all’ultimo di una Chiesa ormai ineluttabilmente fuori dal mondo che cambia velocemente, vede passare. davanti al suo cieco oltranzismo visioni aborrite: lo Stato piemontese che proclama quell’ anatema, “libero Stato in libera Chiesa”; e poco più in là, nella Germania del terribile Bismarck, è costretto, qualche anno dopo, a mirare lo scempio: la Chiesa che perde il controllo dell’istruzione, i gesuiti espulsi, il matrimonio civile che diventa obbligatorio. Lui combatte; è la sua Guerra Santa; suoi nemici giurati tutte le idee e i movimenti che prendono avvio dalla Rivoluzione francese, suoi nemici giurati liberalismo, illuminismo, enciclopedismo, razionalismo, positivismo, materialismo, naturalismo, socialismo. Ce n’è per tutti. Scomuniche e dogmi sono le sue armi preferite, senza disdegnare i servizi di Mastro Titta - il boia di Roma - le armi straniere, le persecuzioni, la galera. E’ lui a scomunicare i piemontesi della Repubblica romana, a inventare il dogma inedito della Immacolata Concezione (8 dicembre 1854), a indire quel Concilio Vaticano I nel quale proclama, sempre sotto forma di dogma, la infallibilità del papa, pastor aeternus, il quale, da allora in poi, “con quella bocca” potrà dire di tutto, anche ex cathedra, non solo in materia di religione e fede, ma anche nel campo della morale, del costume, della cultura.
La Breccia e il Giubileo E’ fuori dai tempi, ma non importa; nel 1867, infischiandosene degli avvenimenti che precipitano, indice un Giubileo straordinario per dimostrare che ha ancora in pugno la città, ma mal gliene incoglie, i diecimila pellegrini devono tornarsene precipitosamente a casa, perchè il 20 settembre arrivano i bersaglieri dalla Breccia di Porta Pia, l’ultimo giorno della Roma papale è giunto, i francesi se ne vanno, Vittorio Emanuele II si insedia al Quirinale. Lui rifiuta la legge delle Guarentigie che gli assicura i diritti ecclesiastici, fa appello all l’obolo di san Pietro, e pronuncia il famoso “Non Expedit”, l’obbligo per i cattolici di non partecipare alle elezioni politiche. Sotto scomunica. Né, prima, è stato certo a guardare. Dopo la caduta della Repubblica romana, sconfitta dai francesi chiamati dal Papa, «la Restaurazione fu spietata: ai 6.000 morti nell’assedio, si devono aggiungere i 230 giustiziati dopo e i moltissimi che perirono di stenti in carcere (ne furono imprigionati 8.000). Ventimila furono costretti all’esilio e fuggirono, ricercati incessantemente dalla polizia pontificia, braccati per tutta Europa. Dappertutto la campana dei preti si sostituì al tamburo e scese su questi eventi una notte lunga...». Nel 1868, quel pio pontefice ordina la decapitazione in piazza del Popolo dei due rivoluzionari Monti e Tognetti, rei di avere compiuto un attentato contro una caserma pontificia e, appena due giorni prima della presa di Roma, il 18 settembre 1870, a Frosinone è giustiziato per impiccagione Paolo Muzzi, l’ultimo cittadino dello Stato della Chiesa a subire tale sorte. No e poi no, nel 1875 è ancora sul piede di guerra, il nuovo Giubileo è indetto ma il Papa non apre la Porta Santa in segno di protesta, e si proclama “prigioniero” di Vittorio Emanuele II.
Ottanta volte contro Il suo capolavoro, quello che lo consegna definitivamente alla Storia, è però il “Sillabo”, che vede la luce nel 1864. Un elenco di violenta condanna di tutte le idee moderne sorte dopo la Rivoluzione francese, un documento apocalittico contro l’autonomia della società civile, contro il socialismo, contro chi non condivide il dominio temporale dei papi, contro la dottrina della sovranità popolare, contro l’uguaglianza delle religioni dinanzi alla legge, contro la separazione di Stato e Chiesa, contro chi non accetta l’idea che la Chiesa cattolica sia una società perfetta. Ottanta tesi, tutte da bruciare. Il Papa che mette all’indice la cultura moderna in blocco, che osa proclamare “la Chiesa sono io”, è tuttavia considerato, come si legge nel Dizionario storico del papato, «un pessimo politico e un esempio di sicura impreparazione teologica». Meno male. Pio IX muore il 7 febbraio 1878. Prima sepolto in Vaticano, tre anni dopo la salma viene traslata in San Lorenzo fuori le Mura, ma durante il trasporto patisce l’assalto di un gruppo di romani che non hanno dimenticato le gesta dell’ultimo Papa re. Volevano buttarla nel Tevere.

Maria R. Calderoni 
 
Liberazione
25 agosto 2000


SE I LAICI RINUNCIANO ALL'UTOPIA


di STEFANO RODOTÀ


AI TEMPI del Concilio Vaticano II, un amico intelligente e spiritoso mi diceva: "Meraviglioso, straordinario Giovanni XXIII! Ma, noi laici, il nostro concilio lo abbiamo fatto nel 1789". Non v'era, in queste parole, la banale rivendicazione d'un primato, v'era piuttosto la consapevolezza d'essere in quel momento protagonisti, culturali prima ancora che politici, d'un grande processo d'incivilimento del nostro paese, tanto profondo e capace di superare antiche barriere che lo stesso mondo cattolico si divise e persino alcuni autorevolissimi componenti del consiglio nazionale della Dc rifiutarono di partecipare alla campagna referendaria contro la legge sul divorzio (ricordando fatti come questi, oggi sembra di sognare). Ma in quelle parole si poteva cogliere anche l'annuncio d'un nuovo e più proficuo confronto, e forse la speranza d'un ricongiungimento.
Oggi nei commenti dei laici alla Giornata mondiale della gioventù raramente si coglie quell'antica consapevolezza, non dirò orgoglio. Si legge piuttosto smarrimento, cattiva coscienza, senso di essere impari rispetto a nuove sfide. La forza mediatica del Papa quasi atterrisce, e annichilisce i modesti spettacoli di comunicazione messi quotidianamente in piedi dai mediocri attori della politica. S'avanza un esercito di giovani, così impetuoso da assumere persino le sembianze d'un invasore. Risuonano parole forti, appelli assoluti ai valori.
I laici sembrano scossi. O così spero, e mi auguro. Ma in che modo si sta reagendo? Un tempo si cantava: "E noi faremo come la Russia". Si può oggi avere come parola d'ordine "e noi faremo come Wojtyla"? Teniamoci lontani dalle tentazioni estreme - dall'enfasi e dal riduzionismo.

IL GRAN RADUNO di Tor Vergata non è stato un fatto epocale, ma neppure può essere interpretato come la semplice variante cattolica dei tanti eventi giovanili di massa di questi anni. È vero. Quei giovani cattolici hanno rivelato modi di essere, nel costume e nei rapporti sociali, simili a quelli d'ogni altro loro coetaneo. Ma questo è avvenuto in un contesto segnato culturalmente e politicamente da uno slancio verso fini ultimi e impegnativi, che possono non essere condivisi. Ma non possono esser messi tra parentesi.
Se non vogliono limitarsi a qualche piagnisteo, è proprio da qui che i laici devono ripartire. Da anni, da troppi anni, si sono fatti incantare dalla sirena della fine delle ideologie, e non si sono accorti che nuove parole forti stavano percorrendo il mondo, con i toni perentori di chi afferma che l'economia è l'unica dea e di chi cerca nella spiritualità religiosa l'unica possibile reazione. Turbati dagli eccessi d'una politica che tutto voleva possedere, hanno accettato una versione non debole, ma flebile, della politica, ridotta a buona amministrazione e privata d'ogni orizzonte. So bene che si è detto che, nella vita dei popoli, dopo la poesia deve venire la buona prosa. Ma Benedetto Croce pronunciava queste parole all'ombra della sua "religione della libertà".
I giovani cattolici, ma in ciò credo non dissimili dagli altri, hanno manifestato la loro adesione a un'idea forte di etica, di cultura, di politica. Da qui un insegnamento: se oggi si vuol parlare ai giovani (ma a loro soltanto?), si devono ritrovare gli accenti della nettezza, della moralità, anche dell'utopia. Un mondo di mediocri compromessi, di negoziazioni continue, fa smarrire il senso della missione civile, della cittadinanza attiva.
In cima alle loro bandiere, appunto in quella dichiarazione dei diritti dell'uomo e del cittadino del 1789, i laici avevano scritto la parola "fraternità", insieme a libertà ed eguaglianza. Negli ultimi tempi, però, hanno dato la sensazione d'aver tutto scambiato con il calcolo economico. Non deve sorprendere, allora, se le parole della Chiesa e del suo Papa abbiano il sembiante dell'unico pensiero d'opposizione a un mondo in cui la logica di mercato si manifesta insofferente d' ogni vincolo e controllo.
Basta allora che i laici ritrovino uno spirito che li faccia di nuovo parlare con le parole nette e i valori forti che li caratterizzarono nel passato? A me sembra che questo non sia sufficiente, anche se rappresenterebbe comunque un passo importante fuori dalle miserie e dalle rese di oggi. Vi è un compito più difficile, a mio giudizio ineludibile.
Nelle parole del pontefice, e nel modo in cui le ricevono molti giovani e non giovani, non vi sono soltanto toni e tesi che altri ben possono non condividere. Vi è uno spirito proprio della religiosità che le porta a essere veicolo d'una identificazione totale con un assoluto, con un verbo che dev'essere predicato. Il cardinale Ruini, con piena coerenza ha detto che vi è una "missione" alla quale il cattolico non può rinunciare.
La "missione" del laico non è quella di ribattere colpo su colpo. Deve essere capace di esprimere con forza e convinzione il suo punto di vista, ma al tempo stesso deve lavorare perché vi siano le condizioni per un confronto aperto e continuo tra i diversi punti di vista. Deve quindi impedire la formazione di qualsiasi tipo di ghetto, scolastico o etnico. Deve incessantemente lavorare per distinguere quel che deve essere regolato dalla norma giuridica e quel che deve restare affidato alla norma morale e alla coscienza individuale. Siamo ben lontani dalla vecchia diatriba tra clericali e anticlericali, e ben dentro il difficile lavoro che ci impongono tempi di grande cambiamento.

La Repubblica
22 agosto 2000


Quel messaggio per il futuro di una Costituzione scomoda


di STEFANO RODOTA'


SI può vivere senza una religione civile, senza patriottismo costituzionale? E quali possono essere gli effetti di questa assenza o rinuncia sui comportamenti individuali, sulla coesione sociale, sulla possibilità collettiva di riconoscersi in valori comuni di riferimento?
L'Italia sembra conoscere proprio questa condizione, giustificando la domanda di Ezio Mauro sull'autonomia dello Stato, il suo dubbio sulla coscienza di sé che dovrebbe costantemente sorreggerne l'azione. Da tempo, peraltro, ci s'interroga proprio sull'identità italiana, premuti anche dalle spinte che vengono dal nuovo localismo aggressivo. E non è certo un caso che la discussione sia ripresa quando una sorta di concordia nazionale si è manifestata in occasione del messaggio di Papa Wojtyla sui detenuti, quasi a confermare le rassegnate dimissioni di quel che un tempo si chiamava il mondo laico, che sempre più spesso addita nella Chiesa l'unica portatrice di valori forti, e quindi capaci di far nascere identificazione e unificazione. Nel vuoto dei valori civili si insedia così l'appello religioso, che tuttavia non riesce a essere un contrappeso efficace al dilagante culto del profitto come misura di tutte le cose, privo d'ogni risvolto etico, e così lontanissimo da quello spirito del capitalismo che aveva ispirato le razionalizzazioni di Max Weber e che si ritrova nella teoria dei sentimenti morali di Adam Smith. Ma l'appello del Papa, proprio perché toccava corde che suscitano un sacrosanto consenso, offriva l'occasione per riflettere sul sistema dei valori fuori dalle strumentalizzazioni politiche e dalle rozzezze culturali. Che cosa ha detto Wojtyla? Credo che il suo complesso messaggio possa essere così riassunto: "Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato".
Queste ultime parole suonano familiari per qualcuno? Lo spero, perché si tratta di quel che dice, con bella lingua, l'articolo 27 della Costituzione repubblicana. Sono parole del 1948, non del 2000. Sono la prova che l'abbandono del testo fondativo della nostra religione civile, il suo tradimento, sono all'origine della disperata condizione carceraria, del degrado del nostro sistema penale. Non si è trattato di una dimenticanza. Infinite volte a chi invocava una civile politica carceraria si è risposto con irrisione: "Volete che le carceri siano degli alberghi"?
Nei messaggi del Papa, e non solo nell'ultimo, si sottolinea sempre il forte richiamo alla dignità. Proviamo anche qui a fare un piccolo confronto, tornando di nuovo alla Costituzione. Nell'articolo 3 si legge che "tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge": il principio di dignità è affermato addirittura prima di quello d'eguaglianza. E l' articolo 41 è perentorio: "L'iniziativa economica privata è libera. Non può svolgersi in contrasto con l'utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana".
Questi sono i fondamenti della Repubblica, di cui abbiamo via via perduto la memoria. Questa è la coscienza dello Stato che abbiamo smarrito e che, inconsapevoli, cerchiamo di sostituire con altre tavole di valori. Questo è il segno della ricchezza culturale di una Costituzione che non nasce, come vorrebbero alcune approssimative ricostruzioni di questi ultimi anni, da un consociativismo ante litteram, ma da un confronto secondo tra diverse tradizioni culturali, grazie al quale anche la tradizione cattolica ha ovviamente lasciato un forte segno. Non sto proponendo un polemico esercizio di nostalgia. Voglio più semplicemente dire che, nel momento in cui si manifesta un bisogno di valori di riferimento, è indispensabile volgersi verso un testo, la Costituzione, che per i cittadini dovrebbe rappresentare un riferimento spontaneo.
So bene che non è facile, che la Costituzione non è stata mai amata dalle nostre classi di governo, che l'hanno definita ora una "trappola" ora un "ferro vecchio". E conosco le difficoltà nuove che la Costituzione incontra, che oggi la rendono scomoda per ragioni diverse da quelle del passato. Essa incarna valori contro corrente. Dell'eguaglianza non si dovrebbe neppure parlare; contro la solidarietà sono stati scritti addirittura libelli; alla dignità si fa un'ipocrita scappellata solo quando ad essa si riferisce il Papa, senza però assumere poi atteggiamenti conseguenti.
Questo accade perché, come ricordavo all'inizio, nulla si crede di poter opporre all'altro valore imperante, vera religione di questo tempo - un modo d'intendere la ricerca del profitto che la vuole affrancata da ogni regola o principio. Qui la Costituzione diviene ingombrante, perché l'intera sua prima parte disegna una trama dei diritti, dei rapporti sociali ed economici che si oppone al misurare tutto con l'unico criterio del calcolo economico. Dignità non è solo una bella parola: è (dovrebbe essere) un limite preciso, giuridico, alla libertà d'impresa, che non può subordinare alla sola sua logica interna il modo in cui vengono trattati lavoratori e cittadini.
Ma possono valere i soli argini giuridici in un mondo dov'è profondo il mutamento antropologico, dove "il denaro, legale o illegale che sia, diventa l'unico vincolo di convivenza"? Così ha scritto, su queste pagine, Umberto Galimberti, arrivando però ad una conclusione ancor più radicale, notando che "siamo entrati comunque nell'epoca che segna la fine dell'uomo giuridico e all'inizio di un tempo che registra la nascita di un tipo d'uomo sempre meno soggetto alle leggi del paese e sempre più costretto a fare appelli a valori che trascendono la garanzia del legalismo territoriale".
Stiamo sicuramente vivendo la "fine del territorio giacobino", chiuso nei suoi netti confini, governabile da un unico centro, da un'unica autorità da una sola legge.

Se ci inoltriamo nella dimensione globale, scopriamo facilmente una molteplicità di regole ed una pluralità di fonti che le producono - istituzioni sovranazionali e Stati, grandi imprese e settori professionali. È un diritto mobile, talvolta avventuroso, spesso adoperato soltanto per dare legittimazione a puri rapporti di forza. Al tempo stesso, però, ritorna il bisogno di principi comuni, di regole unificanti. E qui riemergono anche valori che sembravano perduti. In un testo ancora discutibile ma comunque importante, la prima bozza della Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea, il preambolo afferma che "l'Unione è fondata sui principi indivisibili di dignità degli uomini e delle donne, di libertà, di eguaglianza e di solidarietà"; e, per mostrare che non si tratta solo di parole sonore, proprio la solidarietà dà il titolo ad una parte della Carta.
Sta così nascendo un nuovo "uomo giuridico", ancorato a valori non mercantili, cittadino senza le costrizioni della cittadinanza territoriale, di nuovo immerso in un flusso di relazioni solidali, titolare di diritti che possono consentirgli controlli sui nuovi poteri? Prudenza. E non solo perché non sono affatto remissivi o domati gli interessi che sono portatori di una pura logica mercantile. Ma anche perché al diritto vengono rivolte domande che possono incrinarne la legittimità e la funzione.
È importante il tentativo di far nascere un costituzionalismo dei valori che trascenda gli Stati, recuperando però i significati più alti delle Costituzioni nazionali: ecco perché mi sembra oggi necessario un ritorno ai fondamenti della nostra Carta costituzionale. È rischioso, invece, dare ascolto alle richieste di "giuridificare" la società che sorgono tutte le volte che le innovazioni scientifiche e tecnologiche ci turbano, agitano fantasmi. L'invocazione di norme giuridiche, in questi casi, non risponde ad una necessità di regole, ma ad un bisogno di rassicurazione, di ricostituzione d'un ordine che si presume violato.
Il diritto non può essere la scorciatoia per imporre principi non condivisi. Non può trasformarsi in un surrogato dell'etica, in una scorciatoia per sfuggire alla discussione pubblica. Si trasformerebbe in uno strumento autoritario, correndo in ogni momento il rischio della delegittimazione. Servono, insieme, una nuova fondazione dei valori giuridici ed una rinnovata, e netta, distinzione tra quel che dev'essere affidato al sistema del diritto e quel che appartiene al sistema dell'etica, tra quel che appartiene alla regola esterna e quello che deve rimanere attributo esclusivo dell'autonomia individuale.

La Repubblica
20 agosto 2000


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