Parla l’esperto di strategie e di mercati. «Lo stile italiano è una chiave formidabile»
Guerci: la sfida resta comunque industriale
«Nel futuro vincerà chi intuirà le nuove richieste per i veicoli del traffico urbano»


Per grandi produttori come Renault, Peugeot o Fiat, qualunque sia l’assetto manageriale, la partita si gioca soprattutto sulle idee: «Si tratta per esempio di capire come sarà il traffico nelle città fra dieci anni e, quindi, come gli automobilisti vorranno percorrerlo». Carlo Mario Guerci, l’economista industriale più autorevole quando si guarda alle prospettive del settore automobilistico, non intende addentrarsi in questo momento sui problemi specifici del Lingotto. Preferisce semmai delineare lo scenario dei prossimi anni, mettere in fila le carte che le case d’auto hanno in mano per affrontare un mercato sempre più competitivo. «Per resistere - spiega - bisogna lavorare molto sui costi e, contemporaneamente, spingere sempre più gli investimenti in ricerca, in progettazione. La domanda di fondo da porsi è: cosa vuole il pubblico? Non cosa vuole adesso, beninteso, ma dal 2010 in poi». Perché il 2010?
«Per un motivo semplice: siamo nel 2004, un modello di auto messo adesso sul mercato ci resterà per 5 o 6 anni prima di essere sostituito con un modello completamente nuovo. Si arriva, appunto, al 2009-2010. Già oggi, dunque, le case produttrici si stanno chiedendo cosa desidereranno i consumatori nel prossimo decennio».
Già, cosa vorranno?
«E’ probabile che il grande pubblico continui a scegliere un po’ d’innovazione: non più le tradizionali berline ma neanche gli attuali Suv, troppo massicci. Un processo che porta verso nuovi ibridi, i cosiddetti crossover , né Suv né berlina. Poi ci sono le nicchie, più o meno ampie. Per esempio, quella di chi è relativamente giovane e dispone di redditi alti, che tenderà a preferire modelli con maggiore personalità, come coupé o cabriolet. Fermo restando che tutti vogliono tutto: consumi sempre più bassi, velocità di rilievo, vetture esteticamente accattivanti e piacevoli da guidare».
Come si stanno muovendo i grandi produttori?
«La tendenza più evidente è rappresentata dalle nuove strategie di quelle case produttrici di auto di fascia alta che sono riuscite a imporre il proprio marchio in tutto il mondo, come Bmw, Mercedes e Audi, che adesso puntano ad ampliare l’offerta con vetture di segmenti inferiori. Un esempio chiaro è il lancio della classe uno di Bmw».
I produttori di auto di fasce medie e basse possono rispondere puntando verso i segmenti superiori?
«Non credo. Non c’è riuscito nessuno, né Renault, né Peugeot, se non con vendite modeste. Non hanno il marchio necessario per imporsi. Non ce l’ha fatta neanche la Volkswagen, anche se attualmente il suo Tuareg, un Suv potente con un motore dieci cilindri, sembra avere successo».
In Europa quanto possono fare paura giapponesi e coreani?
«Molto. Fra i giapponesi, soprattutto la Toyota: offre tutti i tipi di veicolo, ha una copertura mondiale, produce auto ottime. Toyota è destinata a crescere ancora molto, a consolidarsi come il secondo maggior gruppo mondiale dietro a General Motors. Quanto ai coreani, sono pericolosissimi. Sia Hyundai, sia Kia e Daewoo hanno cominciato con le auto piccole e stanno salendo di gamma, con qualità elevata. Competono infatti sul mercato americano, che come banco di prova è il più selettivo. Basta pensare ai criteri di sicurezza che vengono richiesti».
Concorrenza spietata, insomma. Fiat, Renault e così via, quali carte possono giocare?
«Primo: la tecnologia. E quella c’è: basta pensare che il diesel common rail è nato qui. Poi lo stile: e su questo non abbiamo niente da invidiare a nessuno. Infine, quello che dicevo prima: individuare come sarà il traffico, soprattutto urbano, del prossimo decennio. E cosa vorranno di conseguenza gli automobilisti, per poter offrire loro prodotti adeguati e realmente innovativi. Un esempio fra tanti: un’esigenza crescente sarà quella di viaggiare per le città danneggiandole il meno possibile dal punto di vista ambientale».
Giancarlo Radice

Corriere della Sera
31 maggio 2004 


Il rilancio svanito dell´impresa nazionale
di PAOLO SYLOS LABINI


Luciano Gallino ha tracciato un quadro che ha fatto accapponare la pelle anche a me, che di professione sono critico e pessimista sul nostro paese; egli parla addirittura di "scomparsa dell´Italia industriale", che è appunto il titolo del suo ultimo libro. Gallino, è vero, allude alla crisi progressiva delle grandi imprese e mette in evidenza il peso elevato e crescente delle piccole imprese; la sua tesi, però, è che le grandi imprese hanno una capacità di promuovere la ricerca e di sostenere la concorrenza internazionale che le piccole imprese non hanno; e pone in risalto il regresso che l´industria italiana ha subito in campi innovativi in cui in passato aveva il primato; uno dopo l´altro abbiamo abbandonato a imprese straniere quasi tutti i primati. Il quadro di Gallino purtroppo è realistico; fortunatamente è incompleto: non tutta l´industria italiana è in crisi, alcuni importanti settori sono in netta crescita, anche se resta vero che il problema centrale è quello delle microimprese (meno di 10 addetti).
Gli effetti della crisi internazionale vanno distinti da quelli della crisi nazionale, imputabili all´attuale governo. La congiuntura estera ha giocato, ma più ancora ha giocato la strategia avviata col nefasto documento economico-finanziario del 2001, in cui Tremonti pose come riferimento per il Pil l´ipotesi-obiettivo del 3,1%. Io ed altri economisti mettemmo in evidenza "a caldo" che quell´ipotesi-obiettivo non era raggiungibile per la congiuntura internazionale. L´ottimismo di Tremonti non era un errore: mirava a rendere plausibili le mirabolanti promesse del "contratto con gl´Italiani" del Cavaliere: tasse, pensioni, grandi opere e così via, giacché fra crescita del Pil e crescita dell´entrate fiscali c´è proporzionalità. Il Pil è poi cresciuto d´una cifra prossima allo zero e le grandi promesse sono rimaste nelle parole. Ma Tremonti, per non sconfessare se stesso ed il suo capo ha rivisto in basso con colpevole lentezza l´ipotesi-obiettivo senza cambiare la scala delle priorità, la quale in un paese civile doveva salvaguardare in ogni modo i grandi obiettivi: scuola - incluse Università e ricerca - sanità e stato sociale. Le critiche timide non sono capite: Tremonti ha gravi responsabilità per il dissesto dei conti pubblici coi suoi colpi di genio di finanza creativa e le sue misure per il trionfo dell´evasione fiscale.
Per evitare le alterazioni della congiuntura in corso, esaminiamo i trend che risultano dai due ultimi censimenti, quelli del 1991 e del 2001. Osserviamo due gruppi di industrie, uno in declino, l´altro in espansione. Nel primo che include le industrie tradizionali - tessile, alimentari, calzature - l´occupazione è scesa da un milione e mezzo a un milione e 250mila lavoratori, nel secondo - meccanica, macchine elettriche, strumenti di precisione, gomma e plastica - l´occupazione è salita da un milione e 800mila a 2 milioni. La più importante industria in declino è la tessile, la principale industria in espansione è la meccanica, che fornisce il 40% delle esportazioni industriali. Dobbiamo alla meccanica se il declino industriale nel nostro paese non ha assunto le proporzioni di una catastrofe.
La meccanica si suddivide in una varietà di sottosettori, molti dei quali si trovano nella meccanica strumentale, che sono caratterizzati da un´intensa attività brevettuale. In un settore si è profilata un´importante innovazione, fondata su una combinazione fra macchine e apparecchiature elettroniche - la "meccatronica" - , che appare molto promettente. Nel gennaio 2001 io e altri studiosi, economisti e tecnici, consegnammo al ministro per l´Industria del governo di centrosinistra una breve memoria in cui mettevamo in evidenza la grande importanza potenziale dell´innovazione. Più volte ho suggerito di creare di un "polo binario" Nord Sud: il Nord dovrebbe fornire la capacità imprenditoriale e organizzativa, il Sud altri elementi di capacità imprenditoriale e la capacità di ricerca, facendo leva sull´Università di Catania, già collegata con la St Microelectronics di Pistorio, e sull´Università di Cosenza, dove opera un agguerrito gruppo di docenti e di ricercatori. Il Sud non va concepito come un problema separato e una tale iniziativa congiunta avrebbe il valore di un segnale.
Fra quelle europee l´industria italiana è la più colpita dal declino, ma neanche le industrie degli altri paesi stanno bene. Per bloccare il declino e promuovere il rilancio economico e civile dell´Europa occorre rilanciare vigorosamente la ricerca finanziando il rilancio - la proposta è di Jean-Paul Fitoussi - con un grande prestito europeo.
Il rilancio della ricerca dovrebbe essere accompagnato da una riforma dei distretti capace di valorizzare tutti gli elementi che hanno dato buona prova nei diversi paesi. Qui l´Italia ha esperienze positive, che potrebbero essere potenziate se si stabilisse la regola che ogni distretto dovrebbe disporre di un centro di ricerca adatto alle industrie dell´area e di uno "sportello unico" cui le imprese potrebbero delegare tutti gli adempimenti burocratici e fiscali. Il rilancio dovrebbe coinvolgere i sindacati (vedi l´accordo con Ciampi del 1993) e riguardare, non solo la ricerca applicata, ma tutti e tre i livelli: ricerca libera, di base e applicata, fissando, nell´assegnazione dei fondi, regole sulla base del merito, eliminando ogni interferenza burocratica e politica.
Nell´ambito della ricerca applicata in ciascun paese occorrerebbe dare la priorità alle industrie che in ciascun paese corrispondono alle specifiche "vocazioni", In Italia i naturali candidati si trovano in certi sottosettori della meccanica e, a detta di uno dei massimi esperti, Marco Vitale, nel "software". Uno dei fattori di crisi delle industrie europee è costituito dalla flessione delle esportazioni, alla cui origine troviamo la svalutazione del dollaro rispetto all´euro. Le esportazioni italiane sono andate anche peggio delle altre perché nella concorrenza internazionale non gioca solo il prezzo, giocano anche la qualità e il tipo di beni - nei beni tecnologicamente nuovi siamo particolarmente deboli. I prezzi hanno il ruolo preminente nel caso dei prodotti tradizionali, che sono standardizzati. Per le altre due categorie i prezzi sono rilevanti, ma contano di più le prestazioni, che sono giudicate dagli utilizzatori. La difesa contro la concorrenza sempre più incalzante della Cina non sta nella protezione doganale, sta nei nuovi beni.
Perché il governo Berlusconi non ha fatto nulla per avviare il "polo binario" e la "meccatronica"? Ad altri la risposta sembrerà difficile, a me pare ovvia: perché non rientrava nel vero programma del Cavaliere, che lo ha attuato con una disciplina di ferro, imponendosi anche sugli scudieri recalcitranti: evitare la galera, salvaguardare le televisioni, tutelare la "roba" e sfasciare la Costituzione per blindare il suo potere. Il resto era silenzio. Quanto al rilancio della ricerca vien perfino da sorridere a proporlo. Ma che cosa glie ne può importare a Berlusconi e alla Moratti, che con la cultura non hanno nulla in comune.
Dobbiamo operare per i tempi lunghi: quelli immediati sono cupi. Il quadro dell´industria oggi è variegato, ma l´economia nel suo complesso ristagna da ben tre anni!

la Repubblica
4 maggio 2004


Dal miracolo al declino
Un’economia malata di scarsa concorrenza

di MICHELE SALVATI


Non sono molte le convinzioni che condivido con Giulio Tremonti, ma su una, assai importante, il mio accordo è completo: la malattia più grave del nostro Paese è la scarsa crescita della sua economia. Ma qual è la ricetta per guarirla? Credo che il nostro accordo non reggerebbe alla risposta. Sia alla risposta del Tremonti ministro, a un esame dei provvedimenti effettivamente presi dal suo governo o da lui promessi; sia alla risposta del Tremonti intellettuale, alla «filosofia» che egli stesso e i suoi collaboratori costantemente ripetono: quella secondo cui minori imposte, minori vincoli regolamentari, maggiore discrezionalità governativa bastino e avanzino per far ripartire il motore ingrippato. A Tremonti e ai suoi, ma anche a chi, con poca spesa e poca fatica, vuol farsi un’idea dei guai dell’economia italiana, consiglierei di leggere un libriccino di Giangiacomo Nardozzi appena pubblicato da Laterza, Miracolo e declino (pp. 133, 10): un titolo che riecheggia il manifesto degli economisti tremontiani, Il secondo miracolo italiano di Mario Baldassarri e altri saggi simili. Poche pagine, poche tabelle e grafici, essenziali e facili da leggere, una tesi forte, ottenuta dal confronto tra il grande slancio espansivo degli Anni Cinquanta e Sessanta del secolo scorso e il suo lento esaurimento nei decenni successivi. Proprio come il grande successo del miracolo economico fu dovuto all’esposizione della nostra economia a forti stimoli competitivi, così il rallentamento e il ristagno sono la conseguenza di una crescente protezione: questa è la tesi.
Ma come, qualcuno osserverà subito, non sta forse l'industria italiana ansimando sotto il peso di una pressione competitiva intollerabile? Di concorrenza non ce n'è forse fin troppa, e non solo proveniente dalla Cina, la bestia nera che il Nord-Est e Tremonti continuamente evocano? La tesi di Nardozzi è più sottile: l'industria italiana non è stata allenata da regole severe a muoversi in un ambiente competitivo, perché quelle che c'erano sono state rimosse o allentate nella sciagurata esperienza degli Anni Settanta e Ottanta. Sicché quando, tra la fine degli Anni Ottanta e la crisi valutaria del ’92 e, poi, a partire dal ’95 e sino a oggi, la nostra industria è stata esposta da un cambio poco accomodante ai rigori della concorrenza esterna, essa si è rivelata e si rivela incapace di reagire e perde colpi. E i suoi protagonisti o non ci sono più (le grandi imprese pubbliche) o reggono a malapena (la Fiat e poche altre) o sopravvivono in nicchie (molte medie e piccole imprese) o smobilitano del tutto (altre piccole e medie, soddisfatte della ricchezza individuale che hanno procurato ai loro proprietari) o cercano posizioni di rendita (le grandi imprese private che hanno, per così dire, comprato utilities e altre imprese pubbliche).
Come tutte le tesi semplici e monocausali, essa può essere criticata e qualificata. Per ragioni di semplicità, oltretutto, un pezzo cruciale di analisi è omesso. Il libriccino salta infatti a piè pari dal miracolo degli Anni Cinquanta e Sessanta alle difficoltà degli Anni Novanta e dei nostri giorni, dedicando solo un fugace cenno ai fatali Anni Settanta e Ottanta, allo smarrimento di ogni indirizzo competitivo nel corso della lunga esperienza del centrosinistra e poi del pentapartito. Un'esperienza durante la quale i problemi all'ordine del giorno in Italia erano quelli di una inflazione che le classi dirigenti di altri Paesi, a differenza della nostra, riuscirono a contenere e di un debito pubblico che esse evitarono di accumulare. Non che le responsabilità siano addossate su spalle sbagliate: Nardozzi è chiarissimo nel mettere sotto accusa i politici e mettere a nudo quella mancanza (o, meglio, quella presenza solo intermittente) di «una classe dirigente adeguata» in cui già Raffaele Mattioli vedeva la principale debolezza del nostro Paese. Ma vedere in azione una «classe dirigente inadeguata», vedere a quali pressioni cedette, perché essa non fu in grado di tenere il timone su una rotta competitiva, gli avrebbe consentito di valutare con maggiore realismo la rotta che egli consiglia ai politici di oggi.
Nardozzi ha ragione. Il nostro vero problema non è quello dell'insufficiente flessibilità o dell’alto costo del lavoro. E non è quello di allascare di qualche decimo di punto i vincoli di Maastricht, ammesso che ce lo concedano. E anche il doveroso impegno nel promuovere istruzione, ricerca e sviluppo può rivelarsi inefficace se le imprese non utilizzano i suoi prodotti, perché poi richiedono solo personale poco qualificato e a basso costo. Ma impegnarsi su un sentiero di rigore, di rispetto di regole severe, di educazione alla concorrenza e aspettare che la selezione darwiniana svolga il suo compito, può essere una strategia troppo difficile per un ceto politico (classe dirigente?) esposto a domande incompatibili degli elettori e a una concorrenza feroce per accaparrarseli. Ma forse è bene che l'autore non sia entrato in questa materia, in fondo non sua: altrimenti, la citazione, con cui si conclude il saggio, tratta dal Declino economico dell'Italia di Carlo Maria Cipolla (il grande storico si riferisce ai quasi tre secoli che iniziano dalla fine del XVI), avrebbe avuto un suono troppo sinistro.

Corriere della Sera
30 aprile 2004


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