L’Istat ha diffuso i consuntivi del 2003 e Bankitalia il suo “bollettino di primavera” 
E dodici... e come da più di un decennio, c’è da mettersi le mani nei capelli

di Vittorio Valenza


Declino. Nel corso del 2003, il prodotto interno lordo, cioè il valore monetario dei beni e dei servizi prodotti sul territorio nazionale, è cresciuto, in termini reali, solo dello 0,3 percento. Siamo andati peggio del 2002, quando la modesta crescita fu dello 0,4. A sostenere il misero aumento sono stati il settore delle costruzioni, cioè il capitale pubblico, con il più 2,5 per cento e quello dei servizi, con il più 0,7. Dell’agricoltura non parliamo: meno 5,6. Lo scarno risultato è stata accompagnato da una diminuzione, meno 0,6 per cento, delle importazioni. Cosicché, le risorse disponibili hanno rasentato la crescita zero: più 0,1 per cento. Siamo più poveri dell’anno scorso e viviamo peggio. Gli esponenti del governo hanno messo in evidenza come, l’anno scorso, sia stata l’economia dell’Europa a essere “in affanno”. La crescita europea è stata, infatti, appena dello 0,4 percento, a fronte di un 2,1 dei 30 Paesi più industrializzati, tra i quali spiccano il più 3,1 degli Usa e il 2,3 degli inglesi. Il misero più 0,2 percento della Francia e il drammatico zero della Germania hanno condotto molti al salomonico “mal comune…”.
Sbagliato. Infatti, la crisi italiana è ben più grave di quella dei nostri partner. L’Italia non ha vissuto, nel corso del 2003, una brutta, ma accidentale, stagione. Bensì, ha confermato un andamento declinante che viene da lontano. Per esempio, la produzione industriale, tra il 1996 e il 2003, è aumentata in Italia del 5 percento, mentre in Eurolandia il saldo è stato del più 17. Tra il 1992 e il 2003, siamo cresciuti della metà in confronto con i 12 anni precedenti: l’1,28 percento di media annua contro il 2,51. Inoltre, gli altri hanno incominciato il 2004 in ripresa. Noi, invece, unici nel “G7”, abbiamo perso altro terreno. Trend, d’altra parte, prevedibile, vista la qualità della crisi del 2003. Infatti, nel corso dell’anno scorso, gli investimenti fissi lordi sono stati di segno negativo: meno 2,1 per cento nel complesso, con punte del meno 9,8 e del meno 4 rispettivamente nei mezzi di trasporto e nei macchinari. Anche l’investimento nei cosiddetti “beni immateriali” ha stentato: più 0,6. L’unico comparto in controtendenza è stato quello del mattone: più 1,8. E il 2003 non è stato un’eccezione. Infatti, tra il ‘79 e il ‘91, gli investimenti fissi lordi erano cresciuti, in termini reali, con una media del 2,3 percento all’anno. Nei dodici anni successivi, solo dell’1,3. Ora, noi sappiamo che l’andamento degli investimenti è un dato critico, perché pregiudica il futuro. Non è un caso, quindi, che, sia nel quarto trimestre del 2003 che nel primo trimestre di quest’anno, la crescita sia zero. A Gennaio, la produzione industriale ha segnato, addirittura, un meno 2,8 percento rispetto allo stesso mese dell’anno precedente. Questa “assenza di segnali di ripresa”, allontana, come ha sottolineato Luigi Angeletti, segretario della Uil, la prospettiva, accreditata dal governo, di una crescita, nel 2004, dell’1,9 percento. Bankitalia prevede un ben più modesto uno. In conclusione: gli altri subiscono alti e bassi, noi solo i bassi. Esemplare è la progressiva discesa dell’export italiano. Nonostante la flessione delle importazioni, la bilancia commerciale del 2003 è stata negativa. Ancor più, infatti, sono cadute le esportazioni: meno 3,9 percento. Ma quello che interessa è che, negli ultimi 8 anni, dopo la fiammata alimentata dalla mega svalutazione del 92-93, le nostre esportazioni sono entrate in una crisi progressiva. Se nel 1995 la nostra quota dell’export mondiale era intorno al 4,8 percento, l’anno scorso è arrivata al 3. Le flessioni maggiori riguardano il cosiddetto “made in Italy”: meno 12,4 nel legno e mobili, meno 10,7 nel cuoio e pelletteria, meno 9,1 nell’abbigliamento, meno 7,5 nella ceramica. A detta dei più autorevoli osservatori, la crisi italiana troverebbe la sua causa nei limiti della struttura produttiva. Ci attarderemmo in settori che crescono poco e dove si scontriamo con la concorrenza dei Paesi in via di sviluppo. Non incideremmo nei comparti in crescita come la microelettronica, l’information technology, le biotecnologie, le nanotecnologie e i nuovi materiali. Anche nell’innovazione di processo saremmo indietro. Esemplari su entrambi i fronti sono i dati forniti dal censimento delle imprese che si avvalgono o meno delle tecnologie informatiche e quelle che hanno effettuato ricerca e sviluppo. Nel 1999, solo il 22 percento delle imprese di avvalevano di tecnologie informatiche. E, guarda caso, questo 22 si avvicina a 100 man mano che le classi di addetti si affollano: il 96 percento delle imprese oltre i 250 addetti si avvaleva, infatti, di tecnologie informatiche. Nel 1997, solo l’1,5 percento delle imprese avevano effettuato “ricerca e sviluppo”. Anche qui, medesimo trend: rispondevano affermativamente il 41 percento delle imprese oltre i 250 addetti. La carenza tecnologica si riflette nella produttività del lavoro. Tra il 1995 e il 2001, la produttività media del lavoro ha segnato un misero più 1,2 percento. La media dell’Unione europea è stata del 3,1. D’altra
parte l’andamento del valore aggiunto, in termini reali, è identico a quello degli investimenti fissi lordi: più 1,4 percento nei dodici anni che ci stanno alle spalle, più 2,5 nel periodo 79-91.

L’occupazione e gli stipendi. Non può sfuggire una contraddizione, peraltro già rilevata l’anno scorso: a fronte di una stagnazione delle risorse disponibili, gli occupati, al netto della cassa integrazione, sarebbero aumentati dello 0,4 per cento. Ci sarebbero lo 0,5 per cento in più di lavoratori dipendenti e lo 0,2 degli indipendenti. Cosicché, la percentuale dei senza lavoro sarebbe scesa all’8,4. Meglio di Eurolandia, dove il tasso è intorno al 9 percento. Come l’anno scorso, occorre fare, però, un appunto: per quanto riguarda l’andamento dell’occupazione, i confronti numerici con il passato e, in particolare, con i primi anni ’90, non è valida. I numeri sono, infatti, incommensurabili. Non si possono mettere a confronto. I 15 milioni e mezzo di occupati dipendenti del 1991 erano, nella sostanza, occupati a tempo indeterminato. Ed erano inquadrati rigidamente nei modelli normativi e retributivi degli allora vigenti contratti di lavoro. E, all’epoca, come sappiamo, non esisteva, per esempio, il lavoro interinale e i “contratti a termine” erano limitati da una legislazione rigorosa. Cosicché, quando l’Istat contava “le persone occupate”, contava, in pari tempo, di fatto, le “ore di lavoro”. Nei dodici anni che ci dividono da allora sono state introdotte misure di cosiddetta “flessibilità”. Cosicché, oggi svariati milioni di occupati sono “a partime”, interinali, “a termine”, “cococo” e chi più ne ha più ne metta. Al censimento del 2001, sono stati rilevati 827 mila cocco e 119 mila interinali. Vanno aggiunte le partite Iva “anomale”, che gonfiano in modo patologico il numero delle imprese individuali. Tutti costoro, alla domanda dell’Istat, rispondono “occupato”. Ma sarebbe sbagliato mettere a confronto questa cattiva occupazione con quella buona. Perché, oggi, quando si contano gli occupati non si contano le ore di lavoro. In questo modo, i numeri del Pil non corrono più paralleli a quelli dell’occupazione. Per fare un paragone credibile, occorrerebbe, come suggerisce Luciano Gallino, poter misurare il volume totale dell’occupazione.
Se così facessimo, ci accorgeremmo che, in realtà, il lavoro è diminuito. Per Renato Brunetta, “le retribuzioni pro capite, dal 1996 al 2003, sono sempre state superiori al tasso di inflazione”. Cosicché “le retribuzioni sono cresciute più dei prezzi”. Di opposta opinione, Il Corriere della Sera. Secondo il “Rapporto sulle retribuzioni” del Corriere Lavoro, gli stipendi avrebbero perso, negli ultimi tre anni, la guerra contro l’inflazione: gli impiegati sarebbero a meno 13,3 percento, gli operai a meno 9,3, i dirigenti meno 6,8 e i quadri meno 4,9. Noi facciamo il nostro solito conto della serva: confrontiamo l’“Indice dei prezzi al consumo per le famiglie di operai e impiegati”, cioè l’inflazione ufficiale”, con l’“Indice delle retribuzioni orarie contrattuali”. Come noto, con il Protocollo del 31 luglio 1992 e con l’Accordo del 23 luglio1993 si è instaurato il regime della “concertazione”: la “scala mobile” è stata abolita; la contrattazione della “paga base” ha come scopo il recupero dell’inflazione e la contrattazione articolata viene disciplinata nel merito delle materie e nei tempi. L’ultimo scatto dell’indennità di contingenza risale al 1 novembre 1991. E avrebbe dovuto scattare di nuovo il 1 giugno 1992. Partiamo, quindi, dai dati del luglio 1992, cioè da quando, sulla busta paga, iniziano gli effetti della “concertazione”. Secondo l’“Indice dei prezzi al consumo per le famiglie di operai e impiegati”, 1.388 Euro del dicembre del 2003 hanno il medesimo potere d’acquisto di mille Euro del luglio ’92. Il deprezzamento della moneta è stato, quindi del 38,8 percento. Per l’“Indice dei prezzi al consumo per l’intera collettività nazionale”, questa il dato è 40,7. Per contro, le retribuzioni orarie contrattuali nel complesso sono cresciute solo del 18,2 percento: 15,2 in agricoltura, 21,2 nell’industria, 17,3 nei servizi e 15,5 nella pubblica amministrazione.
Diciamo quindi che la “concertazione”, almeno per quanto riguarda il ruolo che assegna al contratto nazionale, cioè quello di recuperare l’inflazione, ha fallito in pieno. Qualcuno, a questo punto, dirà che esiste anche la contrattazione articolata che dovrebbe inseguire la produttività. È vero. Ma l’unico dato certo è che essa riguarda unicamente i lavorati della media grande impresa, cioè una minoranza. Per Beniamino Lapadula, responsabile economico della Cgil, l’aumento progressivo della produttività avrebbe ha fatto perdere, dal 1993 ad oggi, il dieci percento del potere d’acquisto dei salari. I 12 anni di vacche magre non possono non riflettersi sul tenore del risparmio. Cosicché, dalla radiografia di Bankitalia appare in crescita l’indebitamento delle famiglie: più 351,8 miliardi di Euro. I nuovi debiti sono cresciuti nel 2003 di oltre 2 miliardi. Nel 2001, la quota di risparmio rispetto al Pil era del 7 percento. Oggi, siamo al 4,7%.

Inflazione, fisco, deficit e debito. Questi conti sono fatti sui dati ufficiali. Ma, come è noto, anche intorno all’inflazione, le scuole di pensiero e i dati distribuiti sono molteplici. Per molti ci sarebbe uno scarto tra l’inflazione rilevata e quella reale e tra quest’ultima e quella percepita. Infine, c’è la polemica sulle sue cause. Giulio Tremonti ne incolpa l’“euro malfatto” di Romano Prodi. A noi sembra da approfondire l’opinione di Vincenzo Visco: “Il problema vero dell’Italia è il crollo della produttività che determina l’aumento dei prezzi”. In tutti i casi, abbiamo la benzina al massimo storico: oltre le 2 mila 200 vecchie lire al litro. La più cara d’Europa. Supera, infatti, di 3,7 centesimi la media dell’Unione. Ed è tale, perché il 70 percento del suo prezzo è composto di fiscalità. Così arriviamo all’altra diatriba. Per Silvio Berlusconi, le tasse, fulcro del “contratto” che a suo tempo aveva stipulato con gli elettori e argomento principe della metafisica di Giulio Tremonti, sarebbero diminuite: “28 milioni e 622 mila italiani ne pagano meno”. Così dice il premier. Di parere opposto l’Istat: “La pressione fiscale complessiva (imposte dirette, indirette, in conto capitale e contributi sociali) è aumentata di 0,9 punti percentuali rispetto all’anno precedente”, passando così “dal 41,9 per cento nel 2002 al 42,8 per cento nel 2003”. In parole povere: “Le imposte dirette sono diminuite, meno 0,9 per cento, ma quelle indirette sono aumentate: più 1,8 per cento”. E poi non dobbiamo dimenticare i frutti del cosiddetto “federalismo”: le addizionali regionali. È vero, quindi, che sono cresciute, dal 2002, le detrazioni per i figli, almeno per alcune categorie di reddito. È anche vero che, nel 2003, sono stati rivisti gli scaglioni e introdotta la “no tax area”. Ma è altrettanto vero che il prelievo complessivo è aumentato ed è anche più ingiusto. Infatti, la fiscalità indiretta colpisce di più chi ha meno. Nonostante ciò, il fronte del deficit di bilancio e del debito pubblico ha registrato un ulteriore regresso. Il deficit in rapporto al Pil è risultato pari al 2,4 per cento. In valore assoluto è aumentato di oltre 3 mila 400 milioni di Euro, attestandosi 32 miliardi. È vero che i nostri partner stanno peggio. La Francia ha chiuso il 2003 con il deficit al livello più elevato dell’intera Unione: 4,1 percento del Pil. Ed è il terzo anno che sfonda. Così pure la Germania è, per la terza volta, al di sopra del canonico 3 percento. Per la Gran Bretagna l’Olanda si tratta, invece, della prima volta: rispettivamente al 3,2 percento e al 3. Ma, anche qui, non vale il “mal comune….”. Sarebbe come guardare la pagliuzza nell’occhio altrui…..Infatti, Francia, Germania, Inghilterra e Olanda hanno un debito pubblico compatibile: rispettivamente 63, 64, 40, 55 percento dei Pil. Noi, invece, siamo al 106,2 percento. E non si venga a dire che è stato ereditato dalla prima Repubblica. Ricordiamo che nel giugno del 1992, alla fine dell’ultimo governo Andreotti, il debito si attestava a poco più del 90 percento del Pil. Nei dieci anni successivi, nonostante le manovre straordinarie, le strette e le massicce “privatizzazioni”, ha registrato un valore medio del 111 percento.

da "La Tribuna di Lodi" 
Numero 6 del 3 Aprile 2004 


Intervista impossibile a J M Keynes

di Giorgio Ruffolo


Ricorre quest'anno il centenario di un anno, il 1904, che nella vita di John Maynard Keynes non 
rappresenta niente di veramente significativo. 

Ci sembra questa la migliore occasione per una intervista impossibile al grande economista, che ce l'ha gentilmente concessa.



D. Le rubo solo pochi minuti.
R. Ma le pare. Per noi il tempo, qui, non è un problema.

D. Lei segue le vicende politiche del nostro mondo?
R. Anche degli altri. Ovviamente preferisco, a quelle politiche, quelle culturali e artistiche. Per esempio, il balletto.

D. Restiamo, la prego, alla politica, a quella economica in particolare. Lei sa che molti "liberali" considerano definitivamente sepolto il keynesismo. E' indiscreto chiederle che cosa ne pensa?
R. I liberali sono una specie mutante: dai liberal, internazionalisti, pacifisti e socialmente progressisti (com'ero io, dichiaratamente) ai liberisti, nazionalisti, guerrafondai e socialmente conservatori. Bisogna essere precisi: di quali "liberali" si tratta? E di quale keynesismo? C'è una versione spuria del cosiddetto keynesismo: quella della spesa pubblica senza briglie e dell'intervento statale senza freni, con la quale io non ho avuto mai niente a che fare. Certo, negli anni sessanta e settanta i governi dell'Occidente hanno messo il mio nome su politiche irresponsabili: come quella di finanziare contemporaneamente la guerra del Vietnam, uno Stato sociale disinvolto e le rivendicazioni corporative dei sindacati; con spese irreversibili e deficit di bilancio permanenti. Queste politiche hanno promosso l'inflazione; anzi, accompagnandosi con la stangata petrolifera, la stagflazione, suscitando la reazione monetarista.

D. Guarda un po'. Lei giustifica la destra monetarista?
R. Ma no, guardi un po': la spiego. Ciò che è intollerabilmente stupido, nel monetarismo, è la sua rigidità ideologica reazionaria. Vede, il mio keynesismo è pragmatico, antideologico. Quando il problema era l'inflazione ho raccomandato politiche rigorosamente stabilizzatrici. Quando il problema diventò la disoccupazione sostenni la necessità di politiche espansive. Del resto, i governi della destra americana hanno da tempo abbandonato - sepolto, come dice lei - il monetarismo, e stanno praticando un "keynesismo" disinibito fino all'oscenità, con politiche monetarie e fiscali che producono voragini nei conti pubblici e nella bilancia dei pagamenti. Ma io, che c'entro?

D. Dobbiamo dunque considerare la famosa "rivoluzione keynesiana" una modesta sommossa? Un messaggio di moderazione equilibrata tra piena occupazione e stabilità dei prezzi?
R. E le pare poco? Ma ora le dirò una cosa che le sembrerà peculiare. Il vero messaggio keynesiano, se mi posso permettere, non sta nella Teoria Generale, un libro un po' ostico, lo riconosco, che riscriverei volentieri; ma in un esile opuscolo di "esortazioni e profezie" nel quale mi sono occupato - sì, proprio io - di "lungo termine", quello nel quale, come mi si cita oltre la noia, "saremo tutti morti" (io lo sono, da tempo). In quel libretto facevo il facile profeta. L'umanità, dicevo, ha passato due grandi rivoluzioni. Diecimila anni fa, quella dell'agricoltura e della scrittura, che l'ha portata dallo stato nomade a quello civile. Poi, dopo millenni di sostanziale stagnazione tecnica, la rivoluzione industriale, che ha inaugurato la fase dello sviluppo continuo, dell'accumulazione a tassi d'interesse composto. Questa accumulazione prodigiosa della potenza l'ha portata alle soglie della soluzione del problema economico. Poche generazioni, dicevo allora, nel 1930, e questo problema sparirà dal primo posto, nella lista delle preoccupazioni, per lasciarlo a impegni più nobili. Mi aveva preceduto, a dire la verità, un altro liberale vero, John Stuart Mill: una volta esauriti i bisogni materiali, aveva detto con eleganza, gli uomini si dedicheranno a "coltivare le grazie della vita".

D. Ma siete stati sonoramente smentiti. Mi pare che ci si dedichi oggi a tutt'altre coltivazioni.
R. Vero. Perché ci siamo (pardon, vi siete) ammalati. Di qui vedo con orrore passare per la Pennsylvania Avenue lunghe file di donne e di uomini obesi. Lei chiamerebbe l'obesità "sviluppo"? E corrono, poi, o cercano di correre, lo chiamano jogging, e lo praticano a rischio frequente della vita. Corrono corrono: ma dove?

D. Lei questo, però, non lo aveva previsto, come profeta non merita un gran voto.
R. Ma come no! Lei, si vede subito, non mi ha letto bene. Del resto, la capisco. Come diceva la mia giovane seguace, Joan Robinson, perché leggere quando si può scrivere? Io avevo individuato bene il virus del male che insidiava l'umanità ricca: la cieca avidità che investe nella distruzione le passioni prima dirette alla sopravvivenza. Che senso ha continuare a girare la mola, come schiavi bendati, quando si è raggiunto un grado di produttività che ci consente di leggere e di scrivere contemporaneamente? Di dipingere? Di danzare? Di coltivare fiori? Di fare (gioiosamente) l'amore? Avevo distinto i bisogni assoluti, come mangiare e bere, che comportano dei limiti anche per gli obesi, da quelli relativi che consistono nel piacere acre di superare il prossimo in ricchezza, fama e potere? Questi sì che sono illimitati. Ma anche potenzialmente catastrofici. Portano alle speculazioni cumulative, che distruggono con la finanza stupida quel che si è creato con la scienza e con l'intelligenza (ho bisogno di esempi?). Che risuscitano in un mondo che potrebbe permettersi la pace e un livello decente di prosperità per tutti la logica dell'oppressione, del razzismo, del terrore.

D. Professore: vorrebbe farci credere in un mondo angelicato? Really, come dicevate a Bloomsbury?
D. Anzitutto non mi chiami Professore. Non lo sono mai stato. Il mio tenore di vita non poteva permettersi quei sobri stipendi. Come certamente sa, sono stato tutt'altro che un angelo. Ma ho pensato sempre che l'uomo (e la donna) possano progredire, anche moralmente. Persino se sono ricchi. E che questo, anche per gli economisti, è più importante dell'economia politica. Certo, non è facile come andare in chiesa. Ma perché dovrebbe? Ho letto di quel cretinetto yuppie americano che arringava i suoi compari in un pranzo sociale urlando: Siate avidi. Siate avidi con orgoglio. Lui è finito in galera. Ma quanti ancora a piede libero?

D. Mi permetta una domanda per me particolarmente interessata. Come vede l'Italia, da questo punto di vista?
R. Mi sono particolarmente dispiaciuto per quel che è successo a Parma, anche se, come dite voi, italiani, non bisogna piangere sul latte versato. Dio, se anche una splendida città d'arte e di raffinata cucina, come ne avete tante nel vostro paese è travolta dalla sindrome di aggressività truffaldina di uno studio legale alla Grisham, come continuare a giustificare il mio ottimismo metodologico? Mia moglie, la mia adorata ballerina Lydochka, dice di non preoccuparsi, che l'Italia se la caverà. Forse perché in prime nozze ha sposato un impresario teatrale italiano che ne ha passate tante. Forse perché è russa e un po' strana. Lei (io no) guarda ogni sera la tv italiana e si diverte molto. Dice che è proprio come un balletto, una filata sulle punte della politica. Con personaggi di tanti colori: il verde Pecoraro, l'azzurro Cicchitto. Proprio una commedia dell'arte. Non avviene da nessuna altra parte del mondo televisivo. Io non trovo la cosa affascinante. Il fatto è che, con questo vostro riccone strampalato, non state ben messi (anche se, finalmente, dopo quasi tre anni di governo, ha realizzato una grande riforma: il lifting del Premier), Ma vede, io non credo nei grandi "declini". Nei grandi cicli alla Kondratieff, un russo anche quello. Forse Lidia ha ragione. Lo lasci dire a uno che ha dedicato tanta parte della sua vita a due temi, quello delle aspettative e quello della probabilità. L'Italia è un paese imprevedibile. L'Italia è un paese improbabile.


LA STORIA SI RIPETE
di LUCIANO GALLINO

Per l´industria italiana la storia si ripete
Come non è esistita una politica per i computer per l´elettronica per l´aeronautica civile o per la chimica, così non c´è una politica per il settore alimentare
Il Paese si avvia a passare dalla semiperiferia in cui si barcamena, a ridosso dei grandi, alla periferia lontana: la cerchia che sotto il profilo industriale non conta nulla

Pazienza non esser più capaci di produrre computer originali, dopo essere stati tra i primi al mondo a progettarli e costruirli. O grandi aerei passeggeri. O telefoni cellulari. Ma se l´industria italiana si dimostrasse incapace di continuare a produrre con le proprie forze anche latticini e pomodori in scatola, biscotti e succhi di frutta, si dovrebbe prender atto che nelle cerchie concentriche in cui si esprime la gerarchia economica del sistema mondo, l´Italia si avvia a passare dalla semiperiferia in cui da qualche anno si barcamena, a ridosso dei grandi, alla periferia più lontana.
Cioè nella cerchia dei Paesi che sotto il profilo industriale, nel mondo, non contano nulla. Seppure rimangono attraenti come mercato, bacino di consumatori messo a disposizione delle multinazionali dei diversi settori.
A prima vista le apparenze direbbero altrimenti. Con un fatturato di 92 miliardi di euro nel 2002, l´industria alimentare in senso stretto si è portata al secondo posto tra i principali settori industriali del paese, superando il tessile e avvicinandosi al metalmeccanico. Un segnale che parrebbe indicare un ottimo stato di salute del settore, con i suoi 270.000 addetti, oltre 6.500 aziende che hanno in media circa quaranta dipendenti ciascuna, ben al disopra della media dell´industria manifatturiera, ed un export in crescita sostenuta. Tanto da essere ottimisti - se non fosse per alcuni dettagli. Come il crollo improvviso, nel giro di pochi mesi, di due dei più importanti gruppi del settore, Cirio e Parmalat. Oppure il fatto che alle sue spalle l´industria alimentare italiana ha un´agricoltura, ad essa ormai strettamente intrecciata, che produce all´incirca la metà degli alimenti primari che il Paese consuma. Il che significa che quel che l´industria trasforma proviene per la metà dall´estero, con i limiti e i condizionamenti che ciò comporta. O si veda il dato comparativo per cui l´avanzata da essa registrata nel 2002 a spese del settore metalmeccanico e del tessile è dovuta, oltre che ai meriti propri ? più 3,3% di fatturato sull´anno precedente ? in misura ancor maggiore alla crisi che attanaglia tali settori. Il primo perché il suo nucleo portante è l´auto, che ha avuto come noto nel 2002 uno dei suoi anni peggiori; il secondo perché da tempo incontra difficoltà crescenti a reggere alla concorrenza internazionale. Difficoltà che sono già costate, nei principali distretti del tessile, a partire dal Biellese, migliaia di posti di lavoro nei reparti di produzione.
La storia, dicono alcuni, non si ripete ? nemmeno quella industriale. Se però uno si mette d´impegno a cercare ragioni sufficienti ad escludere l´ipotesi che l´industria alimentare potrebbe finire per percorrere, a sua volta, la strada dei settori industriali che in Italia sono scomparsi negli ultimi lustri, oppure sono passati dalla prima fila alla terza o alla quarta, s´accorge che il compito è faticoso. Perché le analogie contendono il campo alle differenze.
Per intanto, così come non è esistita di periodo in periodo una politica industriale di ampio respiro per la produzione di computer, né per l´elettronica di consumo, né per l´aeronautica civile o per la chimica, così non sembra esistere al presente una politica per l´industria alimentare. Il che avrebbe comportato negli anni scorsi il saper favorire certi processi di fusioni e acquisizioni in luogo di altri, insieme con il saper dire sì alla cessione di certe imprese nazionali a multinazionali straniere, e saper invece dire no in altri casi ? come fanno oculatamente i Paesi nostri vicini.
Se poi fosse stata concepita una politica industriale, fatta di scelte, di promozione di determinate iniziative e scoraggiamento di altre, di investimenti mirati in ricerca e sviluppo, essa non avrebbe comunque trovato, a livello di istituzioni statali e di governo, il braccio organizzativo capace di attuarla. Si può infatti osservare che le competenze e i poteri che sarebbero necessari a realizzare una politica efficace riguardo all´industria manifatturiera sono frammentate tra almeno quattro ministeri ? Economia, Attività produttive, Università e Ricerca, Innovazione tecnologica ? mentre negli altri Paesi sono concentrati al massimo in due. Simile frammentazione rientra tra i fattori non ultimi dello sgretolamento passato dell´Italia industriale. Ma nel caso dell´industria alimentare i ministeri interessati salgono addirittura a sei o sette, poiché ai precedenti bisogna almeno aggiungere ? ovviamente ? il ministero delle Politiche agricole e quello della Sanità.
A parte il suddetto deficit di idee e di strutture istituzionali che le accomuna, vi sono tra i settori industriali disastrati nel recente passato e l´industria alimentare altre analogie non propriamente tranquillizzanti. Si incontrano infatti, a ripassare la storia degli uni e dell´altra, errori catastrofici delle strategie di produzione e di mercato. Per dire, nel fraintendere posizione sociale, bisogni e desideri dei potenziali consumatori, la decisione della Parmalat di produrre e cercar di vendere latte in polvere nei paesi dell´America latina, dove il latte fresco scorre a fiumi, non è radicalmente diversa da quella della vecchia dirigenza Fiat di produrre anni addietro, negli stessi Paesi, automobili rustiche di basso costo, al fine di captare la domanda delle classi medie emergenti ? i cui componenti avevano però in testa solamente vetture di gamma alta, tipo Bmw o Mercedes.
Al di là dei comportamenti personali più o meno corretti si ritrova altresì, nell´industria alimentare come in quelle manifatturiere del recente passato, la convinzione che non vi sia problema di organizzazione o di produzione che non si possa affrontare e risolvere con strumenti finanziari, progettando mirabolanti architetture geopolitiche di gruppi d´aziende contenuti entro gruppi che contengono gruppi terzi e quarti distribuiti in vari continenti, sino al punto in cui nemmeno il progettista architetto arriva più a comprendere come si reggano in piedi. Tanto che, all´improvviso, crollano. Il caso Parmalat è di ieri, simboleggiato in TV dai finanzieri che trasportano dozzine di faldoni, nei quali potrebbero essere contenute - sperano i giudici - le planimetrie del fantasioso castello finanziario costruito dal suo management. A dieci anni fa risale invece il congedo del gruppo Ferruzzi-Montedison dalla grande chimica, a fronte dei debiti che, costruendo pur esso castelli finanziari, aveva contratto con ben trecentoundici banche italiane ed estere. Sarà dunque vero che la storia economica, come la storia senza aggettivi, non si ripete. Ma se imprenditori e manager delle grandi imprese italiane continuano a manifestare simili coazioni a ripetersi, anche tale grano di saggezza, e di speranza per il Paese, potrebbe essere invalidato.

la Repubblica
30 dicembre 2003 


IL RISCHIO ITALIA

di FEDERICO RAMPINI

I mercati processano il sistema-Italia
Crac, corruzione, trasparenza: torna l´incubo del "rischio Paese"
Il Financial Times: "Enron era nulla a confronto, il buco di Parmalat vale lo 0,8% del Pil Italiano". E i Bot sono sotto esame
Negli anni bui di Tangentopoli il capitalismo fu decapitato: e ora il carcere di San Vittore torna protagonista
Si temono riflessi sui costi di finanziamento delle imprese italiane. E svanisce l´illusione-euro: la moneta unica non cancella i gap




MENTRE i magistrati italiani interrogano Tanzi a San Vittore, sui mercati internazionali è già in corso un "processo parallelo" al sistema-Italia. Questo processo ha scadenze rapide, la sua sentenza può infliggere pene pesanti che saranno pagate dall´economia italiana: meno fiducia internazionale, minori investimenti esteri, un ulteriore freno allo sviluppo e all´occupazione. Il tono dei commenti stranieri sull´affare Parmalat è rivelatore. Il capo degli analisti di M&G Asset Management, uno dei più grandi fondi di investimento internazionali, dichiara alla Reuters che «è fuorviante definire il caso Parmalat come la Enron europea perché il problema non è europeo, è italiano». Un titolo di The Guardian evoca quella «malattia chiamata rischio-Italia». Il Financial Times avverte che un buco di dieci miliardi di euro vale lo 0,8% del Pil italiano.
E commenta: «Le dimensioni del crack Enron per l´economia americana al confronto erano peanuts, noccioline».
Nessuno deve sottovalutare l´effetto che queste analisi esercitano sull´immagine dell´Italia. In questi giorni sta cambiando il giudizio di quegli investitori globali che con un «clic» su un computer possono dirottare altrove capitali preziosi per la nostra crescita. La diffidenza può far salire i tassi d´interesse che tutte le imprese italiane devono pagare per finanziarsi e creare lavoro. Fin dall´inizio si era capito che il disastro Parmalat è un colpo all´intero settore agroalimentare e una pugnalata alle spalle dei risparmiatori italiani; ora emerge una dimensione nuova che riguarda il rischio-paese e può comportare costi ancora più elevati.
I dieci miliardi svaniti nel nulla sono perfino poca cosa, rispetto a quello che rischia di sparire in questo dicembre 2003: la «illusione da euro» che ha ipnotizzato i mercati internazionali dal 1999 a oggi, facendo credere che un investimento in Germania, in Francia o in Italia siano sostanzialmente la stessa cosa. Questa illusione non è certo il frutto di ingenuità; ha un fondamento reale: con la morte della lira è scomparso il pericolo di una svalutazione che ogni investitore straniero doveva calcolare quando comprava azioni italiane o prestava capitali a un´impresa italiana. La fine del rischio-svalutazione ha quindi regalato al nostro ministero del Tesoro - uno dei più grandi debitori del pianeta - e a tutta l´industria nazionale una generosa rendita, sotto forma di liquidità e bassi tassi d´interesse. Da quattro anni ci siamo abituati a quella rendita, che ci appare scontata, e all´euro addebitiamo soprattutto delle colpe, vere o presunte: dal carovita alla crisi delle esportazioni. Ma quella apertura di credito dei mercati, quella equiparazione dell´Italia al resto d´Europa, non è scontata. L´affare Parmalat sta ricordando agli investitori del mondo intero che all´interno di Eurolandia esistono altri rischi oltre alla svalutazione: rischi legati alle differenze nazionali tra le leggi, i controlli, la trasparenza delle aziende, l´etica degli affari, i conflitti d´interessi.
I motivi per cui l´Italia non è eguale alla Francia o alla Germania hanno radici antiche. Il caso-Parmalat ce lo ricorda. In attesa che i magistrati ricostruiscano la dinamica del disastro, sembra che la falsificazione dei bilanci duri da una quindicina d´anni. La vicenda Tanzi dunque affonderebbe le sue radici nell´Italia della Prima repubblica e di Tangentopoli, anche se risulta che nell´ultimo anno e negli ultimi mesi la crescita del «buco» abbia avuto forti accelerazioni. Poiché le malefatte di Tanzi sono così antiche, collegarle direttamente alle modifiche legislative introdotte da Silvio Berlusconi sul falso in bilancio è apparso a molti come una strumentalizzazione politica, forzata e ingiustificata. Senza dubbio il rischio-Italia, che i mercati riscoprono all´improvviso, ci perseguitò negli anni Ottanta e metà degli anni Novanta: tra malgoverno della cosa pubblica e capitalismo opaco nella sfera privata, chi investiva in Italia lo faceva con legittima suspicione. I capitali esteri arrivavano col contagocce, e bisognava ricompensarli caramente. Quel «male italiano» non lo ha inventato Berlusconi.
Ma se oggi i mercati scoprono che l´Italia è cambiata poco, e che l´appartenenza a Eurolandia non ci rende eguali agli altri, il clima creato nel mondo degli affari da questo governo ha qualche peso. Perfino The Wall Street Journal, il grande quotidiano economico americano politicamente vicino alla Casa Bianca e di solito assai tenero con Berlusconi, ieri ha dedicato una lunga analisi alle differenze di reazioni politiche tra il crack Enron e la Parmalat. Va ricordato che la bancarotta della società texana colpì un top manager - Kenneth Lay - che era il primo benefattore individuale di George Bush in termini di finanziamenti elettorali. Pur «amica» del grande capitalismo Usa, l´Amministrazione Bush capì che con la Enron era in gioco un bene troppo grande: la fiducia dei mercati. Bush non mosse un dito per aiutare il suo finanziatore, e firmò la legge Sarbanes-Oxley che dal luglio 2002 ha inasprito le pene sul falso in bilancio: oggi negli Stati Uniti un buco da un milione di dollari basta per far scattare dodici anni di carcere.
L´Italia di Berlusconi si è mossa nella direzione opposta: con leggi più lassiste, oltre che con l´esempio personale del magnate-presidente del Consiglio. Il risultato, come ricorda il Financial Times, è che nell´indice internazionale sulla «percezione della corruzione» stilato annualmente da Transparency International, il nostro paese è al penultimo posto tra i paesi dell´Unione europea. Questo indice della corruzione include tra i suoi criteri l´efficacia delle leggi e l´affidabilità delle imprese. Il risultato, conclude lo stesso Financial Times, lo pagherà il contribuente italiano: se il premio di rischio per investire in BoT torna a salire, la pressione fiscale dovrà compensare il maggior costo del debito pubblico. C´è da augurarsi che abbia torto. Ma scommettere sull´indulgenza, l´ingenuità o la dabbenaggine dei mercati sarebbe azzardato, in queste ore in cui San Vittore è tornato ad essere un simbolo del capitalismo italiano.

la Repubblica
30 dicembre 2003 


L´INTERVISTA
Fabrizio Onida: all´estero chi sbaglia paga, in Italia si scarica tutto sul contribuente
"Hanno paura del consociativismo economia e politica ancora legate"
Sette reti di controlli non hanno impedito il crac: è comprensibile la diffidenza degli stranieri

EUGENIO OCCORSIO

ROMA - «Il Financial Times non ha tutti i torti». Fabrizio Onida, docente di economia internazionale alla Bocconi, è stato a lungo presidente dell´Ice e conosce bene l´atteggiamento e le reazioni che gli investitori stranieri hanno verso l´Italia. Osserva con sguardo non provinciale le critiche, e cerca laicamente di trarne lezioni.
Insomma non le sembra che siano stati troppo duri?
«Intendiamoci, sappiamo bene che gli anglosassoni non sono mai teneri verso il cronicapitalismo italiano, guardi a cosa scrive il Wall Street Journal o all´atteggiamento pregiudizialmente critico contro Prodi. L´immagine che Tanzi proietta è quella di un padre padrone che solo perché si atteggiava a galantuomo religioso, osservante e mecenate, poteva fare quel che voleva senza alcun controllo, bastava che si tenesse buoni un po´ di politici a destra e a sinistra. Questo hanno voluto colpire. E in effetti il caso è troppo incredibile per non suscitare reazioni sconcertate».
Però il signore di cui si parla ora è in galera?
«Quanti anni ci sono voluti? Sette livelli di controllo non hanno funzionato».
Ce li può ripetere?
«Nell´ordine, dal basso: amministratori, sindaci, revisori, certificatori, Consob, banche, Banca d´Italia. Nessuno si è chiesto come potesse un business dai margini limitati come il latte, dar vita a un colosso di tanta grandeur, ad acquisizioni continue in tutto il mondo, ad emissioni sui mercati finanziari evidentemente sproporzionate alle quali oltretutto non corrispondeva l´iscrizione in bilancio di poste adeguate. E´ tutto questo che gli ambienti internazionali non perdonano, come non hanno perdonato Enron, WorldCom e tanti altri. In più, ora fanno muro contro un pericolo di ulteriore lassismo».
Ancora?
«A qualcuno è sembrato che il governo avesse a cuore innanzitutto, prima ancora di far pagare i colpevoli, la salvezza della società. Non dico che fanno bene gli americani che se un´azienda fallisce chiudono il palazzo, buttano fuori i dipendenti con le carte negli scatoloni e li abbandonano al loro destino, ma deve esserci un giusto mezzo. Gli stranieri detestano questa specie di consociativismo economico. La società va cancellata e venduti gli asset, e ce ne sono tanti, a pezzi. Il problema è che non esistono compratori italiani, e questo è un´altra prova della debolezza del nostro capitalismo, ma è un destino che va affrontato. Di certo, e questo è l´ennesimo rischio contro il quale si schiera il Financial Times, bisogna evitare che il contribuente italiano si ritrovi sulle spalle il destino dell´intero impero Tanzi. Del resto, un aiuto statale massiccio non passerebbe il vaglio del commissario Monti».
Il quotidiano tira fuori anche Berlusconi: scusi, che c´entra?
«C´entra eccome. La riforma che lui ha varato rende di fatto impunito il falso in bilancio, tranne casi-monstre come questo, proprio mentre in America si inasprisce la normativa e di parecchio. L´altro giorno parlavo col giudice Greco (proprio quello che sta indagando su Tanzi, ndr) e lui mi spiegava che la riduzione delle pene comporta un anticipo della prescrizione. Ora, vista la lunghezza del processo civile, va a finire che non si colpisce mai nessuno. Così si crea un incentivo a falsificare i bilanci. E si rendono possibili nuovi casi Parmalat».

la Repubblica
30 dicembre 2003


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