AZIONISTI IN TRAPPOLA 
di LUCIANO GALLINO

SINGOLARE paradosso. Da almeno una decina d´anni viene perentoriamente affermato, da coloro che s´intendono di questa materia, che la missione primaria di un´impresa consiste nel creare valore per gli azionisti.

Profitti e bugie gli azionisti in trappola

Mentre nello stesso periodo non è mai stato altrettanto elevato (almeno dopo il 1929) il numero di azionisti ? soprattutto piccoli risparmiatori ? che sono stati duramente puniti dal crollo delle azioni che avevano acquistato. Gli azionisti Parmalat sono solo gli ultimi arrivati di una dolente legione transnazionale di vittime della borsa che partendo dagli Usa (vedi i casi Enron, WorldCom, Global Crossing ecc.: l´elenco sarebbe lungo una pagina) si è andata infoltendo e snodando attraverso vari altri paesi, tra cui la Francia (Vivendi), l´Olanda (Ahold) e ora l´Italia. Sostenere che tra le cause dei disastri modello Parmalat e affini si colloca anche una ben definita e seriamente teorizzata concezione dell´impresa è più difficile che non provare, in presenza di documenti manifestamente falsificati, che gli amministratori delle aziende coinvolte, o alcuni di essi, hanno commesso delle irregolarità di bilancio. Tuttavia gli argomenti a favore dell´esistenza di una relazione piuttosto stretta tra la dottrina che vede nella creazione di valore per gli azionisti l´unica ragion d´essere di una impresa, e la accresciuta frequenza e ampiezza dei casi di distruzione di quello stesso valore, non sono pochi né lievi. Anzitutto si è operata col tempo una distorsione del significato stesso dell´espressione "creare valore per gli azionisti". Una ventina di anni fa essa poteva significare distribuire buoni dividendi, meglio se superiori al tasso di interesse corrente rispetto al capitale investito in azioni; dividendi derivati dall´aver conseguito elevati profitti producendo e vendendo beni o servizi. In seguito l´identica espressione è venuta a significare principalmente "far salire il valore delle azioni in borsa". Ora, in borsa, il valore delle azioni si può far salire in diversi modi. Ad esempio, facendo credere che si sono conseguiti, o si stanno per realizzare elevati profitti, anche se ciò è lontano dal vero. Oppure licenziando un tot di dipendenti, anche quando l´andamento della produzione non lo richiederebbe, perché la correlativa riduzione delle spese di personale lascia intendere che vi saranno maggiori ricavi rispetto ai costi. O, ancora, facendo correre la voce che si è prossimi alla fusione con un´altra impresa, od alla sua acquisizione, dalla quale avrà origine il gigante industriale dell´anno. Il fatto che tre fusioni & acquisizioni su quattro finiscano in malo modo, è un problema che in genere non sembra influire sulla corsa all´acquisto delle azioni che così si scatena, facendo crescere oltremodo ? almeno per un certo periodo ? il valore delle medesime. Ben più gravi, per le loro conseguenze, sono le pressioni oggettive che vengono a gravare sui manager in nome della creazione di valore per gli azionisti. Tra questi ultimi, quelli che veramente pesano sono gli investitori istituzionali: fondi pensione, fondi comuni di investimento, compagnie di assicurazioni e simili. Per essi, da quando si cominciò a gonfiare la bolla speculativa nei primi anni Novanta, vale la regola del 15 per cento. In altre parole un investimento deve rendere almeno il 15 per cento l´anno; altrimenti non val la pena effettuarlo, e meno che mai tenerlo dov´è. Ora che cosa può fare il povero top manager d´una grande impresa dinanzi all´incubo che il tale investitore non acquisti al più presto i 500 milioni di euro in azioni che aveva promesso, perché non giudica sufficiente il loro rendimento; o, peggio, che sfili tra breve dal portafoglio dell´azienda il miliardo di euro di sua proprietà? Si sa che realizzare profitti dell´ordine del 15 per cento producendo beni e servizi reali è molto difficile, in qualunque settore produttivo, almeno a periodo medio e lungo. Perciò quel tal manager si trasforma esso stesso in uno speculatore: lascia cadere la produzione in secondo piano, nel suo ordine di priorità, per cimentarsi piuttosto in rocambolesche costruzioni e manovre finanziarie, sperando di trarre da esse i profitti che la normale attività produttiva non gli permetterà mai, salvo casi eccezionali, di realizzare. Fino a che le costruzioni crollano, travolgendo non tanto i loro costruttori, che conoscono il segreto per ripararsi dai terremoti, quanto i piccoli risparmiatori che delle loro capacità manageriali si erano fidati. Il risultato globale cui adduce il comportamento tanto dei grandi investitori quanto delle imprese che pensano e agiscono seguendo tattiche finanziarie di breve periodo, piuttosto che strategie industriali di largo respiro, era stato preconizzato da John Maynard Keynes circa ottant´anni fa, prima della crisi del ´29: "La speculazione non nuoce quando non è che una bolla al di sopra d´un flusso continuo di attività produttive; ma il caso è ben diverso quando l´attività produttiva non diventa altro che una bolla presa in un turbine speculativo". Per questo la concezione dell´impresa come entità che prima della creazione di occupazione, di buoni prodotti, di solidi profitti, considera suo scopo primario il perseguire con ogni altro mezzo possibile l´aumento del valore delle azioni in borsa, avrebbe concluso Keynes, si è trasformata in una trappola. Ben vengano dunque maggiori controlli sulle imprese, sulle azioni dei loro amministratori e dirigenti, sulle modalità che seguono per redigere i bilanci, al fine di ridurre il rischio che si verifichino altri casi Parmalat (o Cirio, per non risalire fino al tracollo del gruppo Ferruzzi Montedison, giusto dieci anni fa). Ma essi non porteranno a cambiamenti significativi nel comportamento degli uni e degli altri ove non ci si renda conto che alle radici dei casi in questione v´è, a fianco di altri fattori, una concezione profondamente distorta dell´impresa contemporanea. Essa è stata alimentata da uno stuolo innumerevole di studiosi e di commentatori economici, di centri di ricerca e di istituzioni internazionali. I quali, dopotutto, non hanno fatto altro che dare espressione squisitamente teorica al fatto rudemente concreto che per il mondo si aggira una massa enorme di capitali in cerca frenetica di una ulteriore valorizzazione di sé stessa. Bisognerebbe quindi trovare il modo di regolarne la circolazione per far sì che l´attività produttiva riprenda il sopravvento sul turbine speculativo. Se ciò accadesse allora una diversa concezione dell´impresa, forse, seguirebbe.

la Repubblica
27 dicembre 2003


CAPITALISMO DA REGOLARE

di MICHELE SALVATI


Il capitalismo è un modo d’organizzare l’economia e la società la cui accettazione diffusa e convinta non è mai garantita in modo permanente, come se si trattasse di un ordine naturale, e la sconfitta del suo grande avversario storico, il comunismo, non rende questa osservazione meno vera. Anche se tutto fila liscio, già il suo normale funzionamento genera disagi e sofferenze che non sono facili da accettare per chi ne è coinvolto: sono proprio i caratteri più dinamici del capitalismo, la sua capacità di mettere a frutto il progresso tecnico e la divisione del lavoro su scala mondiale, a generarli. Se un settore produttivo deve contrarsi perché non regge alla concorrenza di analoghi prodotti esteri più a buon mercato, o di prodotti diversi ma più appetibili, o di tecnologie più avanzate, presto o tardi se ne avvantaggiano tutti; ma intanto, anche con gli «ammortizzatori sociali» più generosi, c’è qualcuno che ne soffre.
E’ per questo motivo che nelle democrazie capitalistiche avanzate si è sviluppato un delicato bilanciamento tra flessibilità e protezioni, in modo da contemperare l’esigenza di dinamismo dell’economia con la domanda di sicurezza della società. Ed è proprio questo bilanciamento a essere oggetto di un continuo contendere tra le principali forze politiche di ogni Paese.
Ma non sempre tutto fila liscio. A volte si scatenano crisi generali o crisi di grandi settori, in cui la domanda di prodotti e servizi cade al di sotto di quella necessaria a sostenere l'offerta esistente, e dunque la produzione e l'occupazione: in questi casi l'intero sistema di ammortizzatori viene messo a dura prova. Quando tutto fila liscio, quando non ci sono crisi generali, le crisi riguardano singole imprese e assumono particolare rilievo se tali imprese sono molto grandi, occupano molti lavoratori e hanno un ruolo notevole nel sostenere l'economia e la competitività del Paese. Dal punto di vista dell’accettazione del sistema, della sua legittimità agli occhi dei cittadini, bisogna però distinguere. Di solito la crisi è generata da scelte degli imprenditori che, ex post , si rivelano sbagliate: questo è il caso Fiat. Si tratta di sbagli inevitabili in via generale, poiché l’imprenditore, facendo un investimento, scommette - deve scommettere - su un futuro distante e incerto e a volte la scommessa può andar male. Buoni ammortizzatori sociali, un diritto societario che sia capace di identificare e sanzionare le responsabilità di proprietari e manager, dovrebbero però essere in grado di distribuire i costi in un modo che venga percepito dai cittadini come accettabile. In non pochi casi, tuttavia, - Enron negli Stati Uniti, Cirio e Parmalat da noi - la crisi è prodotta da truffe, illegalità, disattenzioni colpevoli, in cui sono coinvolti sia i manager dell’impresa, sia soggetti che con essa hanno avuto rapporti (banche, società finanziarie, società di revisione e consulenza, autorità pubbliche) e rivela un sistema di leggi e di regole, nazionali e internazionali, inadeguato e disattenzione grave delle autorità preposte alla vigilanza: anche il lettore più disattento cono sce il nome delle Cayman Islands e probabilmente programma di farci una vacanza. Gli Stati Uniti hanno reagito al caso Enron inasprendo il sistema di norme e sanzioni che regolano l’attività dell’impresa e dei soggetti finanziari e tecnici, pubblici e privati, che con essa vengono in contatto. Da noi la legislatura è partita depenalizzando il falso in bilancio. È dubbio, tra i due Paesi e i due governi, quale ami maggiormente il capitalismo. Lo ama di più chi - circondandolo di regole e sanzioni - cerca di evitare il discredito che consegue a casi come quelli che ho ricordato o chi gli lascia briglia sciolta nell’illusione che questo ne scateni i famosi spiriti animali? E se l’assenza o la violazione di regole sono tollerate in alto, con quale faccia si può pretendere che siano rispettate in basso? Come si può accettare che si applichino con fermezza le norme che puniscono chi organizza blocchi stradali o scioperi selvaggi nei servizi pubblici e si tolleri l’assenza di norme e controlli severi, o la mancata applicazione di quelli esistenti, in materia d’impresa? Gli operai dell’Alfa di Arese e i tranvieri di Milano e altre città commettono violazioni di legge per difendere un posto di lavoro o richiedere salari più adeguati. Sbagliano, certo. Ma nel secondo caso la debole regolazione o la scarsa vigilanza, le truffe e gli arricchimenti illeciti che queste consentono, provocano un danno assai maggiore: compromettono la fiducia nel sistema in cui viviamo.

Corriere della Sera
22 dicembre 2003 


Dov´e' finita l´etica nel mondo del mercato
di Umberto Galimberti


GIULIANO Amato, nel suo rigoroso e appassionato intervento su quel tema importante costituito da "I confusi confini tra etica e impresa", pubblicato da Repubblica lunedì 20 ottobre, ritiene che l´economia sia ancora e debba essere compatibile con l´etica, mentre da parte mia non vedo quale etica possa essere all´altezza dell´economia divenuta «globale». La globalizzazione che, a mio parere, rende impraticabili le etiche che, sia sul versante cristiano, sia sul versante laico, sono state finora formulate. In Occidente abbiamo conosciuto fondamentalmente tre etiche: l´«etica dell´intenzione», che maturata nel solco profondo della tradizione giudaico-cristiana, ha fatto da sfondo e forma a tutto l´ordine giuridico europeo. Ancor oggi i giudici, per giudicare un´azione, indagano se questa è «volontaria», «intenzionale», «preterintenzionale», cioè discutono dell´intenzione dell´attore. La domanda che ci poniamo è: nell´età della tecnica e dell´economia globale, l´etica dell´intenzione è ancora praticabile? Direi che la risposta è no, nel senso che non è interessante sapere che intenzioni aveva Fermi quando ha inventato la bomba atomica, molto più importante è conoscere gli effetti della bomba atomica. Non sta molto meglio l´«etica laica» che qui per brevità riassumo in quella bella frase di Kant: «L´uomo va trattato sempre come un fine e mai come un mezzo». Si tratta di un´etica che non è ancora stata realizzata, se è vero che oggi le merci e il denaro godono di maggior libertà di circolazione degli uomini, per cui merci e denaro sono già concepite come finalità superiori alla sorte dell´uomo. E tuttavia, l´etica kantiana, anche se fosse realizzata, si rivelerebbe un´etica ancora insufficiente perché: cosa vuol dire che l´uomo è un fine e tutte le cose sono un mezzo? Oggi, ad esempio, l´aria è un mezzo o è a sua volta un fine da salvaguardare? Non si dà il caso che finora abbiamo pensato solo a etiche che regolano i rapporti tra gli uomini, mentre oggi dobbiamo farci carico anche degli enti di natura che nessuna etica, da noi finora elaborata, ci ha prescritto di farci carico. Un tempo gli uomini erano pochi e tutto era «mezzo» a servizio dell´uomo, oggi gli uomini sono molti e i mezzi sono ridotti. Probabilmente quello che abbiamo concepito fin ora come semplici «mezzi» non sono più «mezzi», ma «scopi» da salvaguardare. Quale etica abbiamo a questo proposito? All´inizio del secolo scorso Max Weber ha proposto l´«etica della responsabilità», poi ripresa da Hans Jonas. Un´etica che nasce da questa considerazione di Weber: viste le modalità con cui si espande l´economia, visto quel che sarà il futuro della nostra storia sempre più segnato dal dominio della tecnica, dobbiamo pensare un´etica che ci renda responsabili degli effetti delle nostre azioni. A questo punto però Weber apre opportunamente una parentesi «finché questi effetti sono prevedibili». Se non che è proprio della tecnica produrre effetti imprevedibili. Chi avrebbe previsto, ad esempio, la clonazione, gli organismi geneticamente modificati, e quant´altro i progressi della tecnoscienza quotidianamente ci offrono? Qui l´etica diventa «pat-etica», nel senso che, come a più riprese scrive Emanuele Severino: «Chiede alla tecnica che può di non fare ciò che può», e, in versione economica, chiede al mercato in espansione di contenere la sua forza espansiva se questa danneggia le popolazioni più povere. Qui l´etica non oltrepassa mai il livello dell´invocazione, come risulta a chiunque abbia partecipato a un comitato bioetico. Chiedere alla ricerca scientifica di fermarsi a riflettere è un´invocazione, chiedere al mercato di occuparsi del mondo povero è un´invocazione. L´etica non ha forza. Qui allora bisognerà pensare ad altre etiche, perché quelle che abbiamo a disposizione, quelle che sono state pensate in Occidente, nel nostro tempo non sono efficaci, per le dimensioni che ha assunto la tecnica e per le dimensioni che ha assunto l´economia. Il mutamento qualitativo, che deriva dall´aumento quantitativo di un fenomeno, determina quella che i filosofi chiamano «eterogenesi dei fini», ben illustrata da Marx, buon lettore di Hegel, là dove dice: noi siamo abituati a considerare il denaro come un «mezzo» in vista di quei fini che sono la soddisfazione dei bisogni e la produzione dei beni, accade però che se il denaro diventa la «condizione universale» per soddisfare qualsiasi bisogno e per produrre qualsiasi bene, allora il denaro non è più un «mezzo», ma diventa il «fine», per accaparrarci il quale, si vedrà se soddisfare i bisogni e se produrre e in che misura i beni. In questo modo ciò che antropologicamente percepiamo come «fini» (soddisfazione dei bisogni e produzione di beni), diventano «mezzi» per produrre denaro, se il denaro è diventato «condizione universale» per realizzare qualsiasi scopo. Quando infatti qualcosa è «condizione universale» per realizzare qualsiasi scopo non è più un «mezzo» ma è il primo «scopo» di ogni attività.

è questo un ragionamento che possiamo applicare anche alla tecnica: se tutti gli scopi possono essere realizzati solamente a partire da una disponibilità di strumentazione tecnica, la tecnica non è più un mezzo, ma diventa uno scopo, il «primo scopo», per realizzare il quale, subordinerò tutti quelli che prima concepivo come scopi. Ne è un esempio l´apparato tecnico americano che era un tempo equipollente all´apparato tecnico sovietico. Allora nessuno ipotizzava il crollo del comunismo, che è caduto non perché in Unione Sovietica mancava la libertà, perché la gente stava male o per ragioni antropologiche di questo tipo, ma perché a un certo punto il dispositivo tecnico sovietico è risultato così inferiore al dispositivo tecnico americano che, per la realizzazione delle finalità che il comunismo si proponeva, non c´erano più i mezzi. Questo un esempio che dimostra come il dispositivo tecnico, che noi siamo sempre abituati a pensare come un «mezzo», è diventato uno «scopo», ossia ciò senza il quale nessuno scopo si realizza. Ora nel campo economico succede qualcosa di analogo. Il «mezzo» che l´economia assume come suo indicatore oggi è il denaro. Non è sempre stato così, lo è solo da quando l´economia è divenuta, nella seconda metà del settecento, con Adam Smith, un sistema scientifico. Prima tante erano le azioni umane, e anche di grande valore economico, che avvenivano su scenari non necessariamente monetari, come ad esempio gli scenari simbolici, i rapporti di gerarchia, le forme di prestigio. Basti pensare ad Aristotele per il quale il denaro, essendo il simbolo di un bene, non può produrre beni, «pecunia non parit pecuniam». Dovessimo stare a questo assunto, la finanza non esisterebbe. Quando il denaro diventa la forma unica dell´economico, e l´economico diventa la forma del mondo, si sviluppa una qualità di pensiero, un tipo di razionalità (non si dimentichi che la parola «ragione» nasce in ambito economico, essendo la «ratio» la contropartita in uno scambio: redde rationem) che si limita a far di conto, quella che Heidegger chiama «pensiero calcolante» (Denken als Rechnen) che sa fare solo conti, che sa solo calcolare, che sa fare solo operazioni con numeri, che guarda vantaggi e svantaggi, profitti e perdite, che si configura esclusivamente nell´utile.

Qui è l´essenza del «pensiero unico» dove i criteri di valutazione sono «produttività», «efficienza», «calcolo», accanto ai quali non ci sono pensieri alternativi o, se ci sono, sono pensieri marginali, ciò intorno a cui non accade mondo. Penso ai pensieri «filosofici», «teologici», «poetici». Sono pensieri possibili, gratificanti, ma il mondo non si organizza a partire da questi pensieri. Allora qui la prima domanda che si pone è questa: siamo consapevoli che la diffusione anzi l´egemonia dell´economico, indicato esclusivamente dal denaro, possa costituire l´unica forma di pensiero a cui educare tutta l´umanità? E ancora: non è proprio qui il luogo decisivo del fallimento etico? Se tutti pensiamo in termini economici, che spazio c´è per un pensiero altro che non sia quello economico? E l´etica è un pensiero altro. Abbiamo stabilito prima un nesso tra tecnica ed economia e lo abbiamo individuato nel «mercato», che è divenuto così razionale da eguagliare la tecnica che è la forma più alta della razionalità raggiunta dall´uomo. A lei subordinata è l´economia che io considero ancora un´espressione «antropologica», perché ancora soffre di una passione umana, da cui è esonerata la tecnica, che è la passione per il denaro. Mi chiedo: in un mercato tecnicizzato è ancora consentito «agire» o non resta altro che «fare»? Colui che opera in un apparato «agisce» o «esegue»? E qui non penso solo all´impiegato, ma anche all´imprenditore che è a sua volta privato della possibilità di «agire» perché deve «eseguire» cioè «seguire» azioni descritte e prescritte dal mercato. A questo punto se «agire» vuol dire compiere delle azioni in vista di uno scopo, e «fare» vuol dire invece eseguire azioni già descritte e prescritte dall´apparato, che nella fattispecie è il mercato, allora come possiamo introdurre un´etica là dove nessuno più «agisce», perché tutti si limitano a «fare» e a «eseguire»? Mi vengono in mente quelle risposte che i generali nazisti davano quando venivano catturati e processati. Si chiedeva conto della loro condotta ed essi rispondevano: «Ho eseguito ordini». Qui abbiamo un esempio di cosa vuol dire passare dall´»agire» al «fare». Perché colui che fa non è responsabile dei fini ultimi. Se io lavoro in una banca e questa banca, per ipotesi, sovvenziona la produzione delle armi e la sua esportazione io, impiegato, non sono responsabile: primo perché non sono tenuto a conoscere i fini ultimi, secondo perché, se anche li conoscessi, non sono autorizzato a prendere posizione. Allora qui io «faccio», ma non «agisco» più, perché i fini mi sono sottratti. Ecco, se per noi ormai l´»agire» si riduce a «lavorare» dove il lavorare consiste nella pura esecuzione di azioni già descritte e prescritte, io sinceramente per l´etica non vedo alcuno spazio. Non disponiamo di un´etica all´altezza della tecnica e dell´economia globale. Qui bisogna incominciare a pensare.

la Repubblica
11 novembre 2003


«Dpef deludente, riforma pensioni nella Finanziaria»
Confindustria all’attacco: l’Italia rischia il crac competitivo. Tremonti: ci sarà una delega previdenziale importante


ROMA - Senza le riforme strutturali nella prossima Finanziaria l’Italia rischia il «crac competitivo». La Confindustria critica il Documento di programmazione, «tardivo, generico e insufficiente», contesta la logica degli undici tavoli di confronto che il governo vorrebbe avviare con le parti sociali e chiede una Finanziaria «di sviluppo e non di recessione» con la riforma delle pensioni. Richiesta che il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, confortato anche dal Fondo Monetario, sembra pronto a raccogliere ma che incontra la ferma opposizione dei sindacati, critici come Confindustria sulle modalità del dialogo che dovrebbe portare alla stesura della Finanziaria 2004, e decisamente chiusi sull’ipotesi di una differenziazione dei salari su base regionale suggerita dal Fmi. «Bisogna ridisegnare subito la politica economica e sociale, per questo è necessario che le riforme siano nella Finanziaria» ha detto ieri il presidente della Confindustria, Antonio D’Amato. «Tutti quei tavoli previsti nel Dpef - ha detto - ci sembrano troppi. Serve un confronto serio e profondo, non mi pare utile frammentarlo: fa perdere tempo e il quadro d’insieme». Tremonti concorda con l’esigenza di un intervento più incisivo sulla previdenza, sollecitato ieri anche dal Fmi, anche se lo strumento sarà soprattutto quello della delega già in Parlamento. «E’ fondamentale completare la riforma Dini e costruire il secondo pilastro della previdenza complementare. Dobbiamo definire alcune misure e il ministro del Welfare, Roberto Maroni, sta lavorando benissimo. Ci sarà una delega importante, perché quello è il luogo politico adatto. Poi vedremo se, come e dove introdurre ulteriori elementi» ha detto Tremonti.
Il ministro appare tranquillo sull’andamento dei conti pubblici nel 2003 («centreremo il 2,3% di deficit» ha detto), ma il Dpef per il 2004 tratteggia solo una manovra di tagli di spesa rinviando prima al confronto con le parti sociali, poi a quello nella maggioranza, le scelte e la ricerca delle risorse per finanziarle. «La riforma fiscale? Stiamo impostando la Finanziaria - dice Tremonti - e ci sono grandi scelte da fare. Ma di queste ne parliamo a settembre».
Che saranno mesi non facili, lo confermano i sindacati, ascoltati ieri in Senato sul Dpef. La Cgil ha espresso un «giudizio negativo» mentre Cisl e Uil ne hanno rimarcato la vaghezza. Anche a loro il metodo degli undici tavoli separati (contestato anche dall’Udc) non piace: «vogliamo avere una visione d’insieme» ha detto il segretario della Cisl, Savino Pezzotta.
Sul Dpef c’è maretta anche in Parlamento. Non solo per le critiche dell’opposizione, che con il segretario dei Ds, Piero Fassino, parla di «un guscio vuoto» e invita Tremonti a «cambiare politica». Il relatore di maggioranza del Dpef e capogruppo di Forza Italia in Commissione Finanze alla Camera, Vittorio Emanuele Falsitta, è in piena crisi di coscienza. Nel Dpef, ribadisce leggi alla mano mentre i suoi lo attaccano, non ci sono elementi sufficienti perché la Commissione esprima un parere compiuto.
M. Sen.

Corriere della Sera
24 luglio 2003


«Vennero gli applausi»
«L’Italia non è in declino ma ora servono riforme»

Tremonti: «Dobbiamo tutelare il Paese nel commercio o vince l’Oriente senza regole» «La nostra forza economica è enormemente superiore a quanto dicono le statistiche»


ROMA - «Il futuro politico di questa coalizione ha un solo nome: riforme. Riforme costituzionali e riforme strutturali. Abbiamo tempo da oggi all’autunno». Il ministro Giulio Tremonti ha le idee chiare sulle prospettive della maggioranza che governa il Paese e su cosa stia succedendo in Europa e nel mondo. «Se Karl Marx vivesse oggi non si occuperebbe del "rapporto deficit-Pil al 3 per cento", ma della più colossale migrazione industriale mai avvenuta nella storia, quella da Occidente verso la Cina e dintorni. La difesa degli operai e dei piccoli imprenditori dei distretti italiani la fa Fassino che al Wto di Seattle apre il vaso di Pandora del "commercio mondiale" o chi - come il centrodestra - inizia a porre la sfida della protezione della produzione europea e nazionale?». Se capisco bene lei sostiene che parlare del futuro dell’Italia senza capire le dinamiche internazionali è oggi più che mai un esercizio inutile? 
«È così. Sul nostro cielo c’è la traccia di due grandi vettori "rivoluzionari", dentro l’Europa e da Oriente a Occidente. Dentro l’Europa c’è stato un processo politico di devoluzione senza sostituzione. Gli Stati hanno trasferito i loro poteri originari, fiscali, di bilancio, monetari, senza che ci fosse una nuova collettiva macchina politica capace di esercitarli in sostituzione. Non abbiamo politica di bilancio, perché c'è il Patto di stabilità e crescita. Non abbiamo politica monetaria perché c’è la Bce. Non abbiamo politica di cambio perché viene fatta altrove». 
Considera l’attuale quotazione dell’euro una iattura? 
«Nel 2000 economia e bilanci pubblici europei erano buoni, l’euro era "basso" sul dollaro, ora economia e bilanci pubblici europei non sono così buoni e tuttavia l’euro è "alto" sul dollaro. Newton avrebbe qualche difficoltà nel definire il razionale del legame causa-effetto, il tragitto della mela. Questa asimmetria dimostra i limiti della politica europea». 
Non c’è alternativa, dunque, all’euro-pessimismo? 
«È partita la Convenzione ed è buono perché parte una macchina politica europea. È partito il piano italiano per la crescita europea ed è buono perché è la prima forma di politica economica comune dopo l’euro, ma siamo dentro una transizione che alla Gramsci potremmo descrivere così: viviamo una di quelle fasi in cui è finita la notte, ma non è ancora iniziato il giorno. È tremendamente difficile in tutta Europa governare in questa fase. Crescono le difficoltà, i problemi, non hai più i vecchi poteri governativi, non ne hai ancora di nuovi sostitutivi. Le criticità nel fare "una legge finanziaria" sono diffuse in tutta la Ue, mai come per il 2004 è evidente che l'Europa si è integrata totalmente. La dimensione europea non è più solo limitata all’economia "finanziaria", ma estesa all’economia tout court. E da qui alla società, alla politica». 
In attesa che "inizi il giorno" però dobbiamo fare i conti con l’Oriente. È così? 
«Il secondo vettore si chiama Cina, il "declino" si chiama Cina e ovviamente dintorni del Far East. Dai rubinetti agli occhiali, dal tessile al cuoio è statisticamente e drammaticamente evidente che dove entra la Cina esce l’Italia. Non è che gli imprenditori e i lavoratori italiani sono diventati incapaci o abulici, è che sono entrati operatori che ti distruggono perché operano a costo zero. L’Italia è stata colpita per prima, sulle produzioni a bassa tecnologia ma lo spiazzamento sta investendo tutta l’Europa. Il commercio o è regole o non è commercio. Non puoi competere se tu hai la legge 626 e il tuo competitore inquina, se tu hai l’articolo 18 e il tuo concorrente non ha vincoli. Tu fai rubinetti conformi ai costosissimi standard di sicurezza europei e il tuo concorrente usa materiale di risulta con uranio impoverito. Se tu vendi un pezzo a 100 euro e il concorrente a 10, il governo può fare la più radicale delle riforme fiscali, aliquota zero sugli utili, ma se non hai utili non serve a niente». 
Non ha timore che la accusino di simpatie tardo-protezionistiche? 
«Nel lungo andare il commercio renderà certo tutti più ricchi, nel durante dobbiamo però evitare di essere morti. Né vale l’illusione che l’Oriente si fermi ai prodotti di bassa tecnologia. Salirà vertiginosamente nella scala della tecnologia e si ripeterà in progressione esponenziale quanto è successo decenni fa con il caso del Giappone. Quando ho iniziato a parlarne, in autunno con Bossi in un convegno a Pesaro, il tema non era di quelli precisamente definibili politically correct . Eppure ci sono venuti gli applausi. Segno infallibile! Se su un tema hai gelo nei Palazzi ma applausi in "periferia", allora vuol dire che hai ragione e devi proseguire. Adesso, su nostra iniziativa, il tema ha cominciato a circolare nelle sedi internazionali più importanti. Ne ho parlato al G7 ottenendo che la formula classica "libero commercio" fosse sostituita dalla formula "commercio basato su regole". E poi da ultimo ho portato il tema in Europa». 
In concreto quali azioni di protezione possono essere messe in cantiere? 
«La dogana italiana ha scoperto che lo stesso marchio CE è stato contraffatto. Ci sono prodotti con stampigliato CE, ma dietro non c’è l'Europa, l’esportazione italiana, ma, occultato nei registri, si scopre un fantomatico China Export. La difesa della produzione può essere soprattutto europea: controlli di quantità e qualità, rapporti di cambio tra euro e renminbi (la valuta cinese, ndr ). Resta comunque spazio per una difesa nazionale sul confine contro contraffazioni, frodi, abusi sul marchio, eccetera. È curioso che la difesa del prodotto d’impresa e del lavoro, tanto in Europa tanto in Italia, sia fatta da destra e non da sinistra. È assordante il silenzio del sindacato. Se Marx vivesse oggi…» 
Il sindacato italiano ha denunciato il declino industriale del Paese e ha persino firmato un accordo con la Confindustria. 
«Giusto. È un patto intelligente, bisogna trovare un modo intelligente per finanziarlo. Tuttavia non basta. E comunque di declino parlano in tanti. Basta leggere un libro di storia per capire che un declino non avviene in pochi anni. Avviene in decenni e per combinazione di fattori eterogenei, sociali, culturali, ambientali e geografici. Quello che è successo in Italia è accaduto troppo di colpo per essere catalogabile come declino. È per questo che dico che si chiama Wto, si chiama apertura troppo violenta dei mercati. I tempi sono strategici, dobbiamo investire per competere ma nel frattempo dobbiamo agire per difenderci». 
Ammetterà però che al netto della novità cinese l’imprenditoria italiana non è più all’altezza della sua storia? 
«Lo scenario è complesso e certamente vanno messi in conto andamenti demografici non favorevoli, il naturale ritiro degli imprenditori ex operai, una certa assuefazione all’opulenza, il passaggio dalla produzione alla rendita. E certamente bisogna reagire: investire nella ricerca. Mi permetta però di introdurre una nota positiva: la forza economica italiana è enormemente superiore a ciò che viene evidenziato dalle statistiche. La via italiana alla internazionalizzazione non è rilevata dai dati nazionali perché fatta in forme atipiche, ma tuttavia si tratta di "ricchezza" che è in mani italiane. Quel che mi pare vero è che gli uffici studi vedono tutto tranne l’essenziale e l’essenziale si chiama Cina e il futuro si chiama capacità prima di capire e poi di gestire fenomeni internazionali così complessi». 
Torniamo alle prospettive del centrodestra. Lei pensa che, visti i contrasti di queste ultime settimane, la Casa delle Libertà riuscirà a essere unita sulle riforme costituzionali? 
«L’assetto ipotizzato "federalismo & devoluzione » presidenzialismo del premier » proporzionale" integra le tre anime dell’alleanza. Il federalismo è libertà, il premierato forte è unità e governabilità, il proporzionale è continuità repubblicana». 
E il bipolarismo che fine fa? 
«La legge elettorale regionale è un modello che funziona, è un modello a base proporzionale che garantisce pienamente il bipolarismo. Ma servono riforme strutturali». 
Sta dicendo che va riformato il sistema previdenziale? 
«Anche. La delega Maroni è necessaria soprattutto perché pone le basi del secondo pilastro, ma non è del tutto sufficiente per garantire gli effetti strutturali necessari. Ci si deve lavorare sopra sapendo che le riforme di questo tipo non servono per fare cassa ma hanno l’orizzonte lungo del patto tra generazioni». 
Le cronache riferiscono di un suo secco intervento nel Consiglio dei ministri di venerdì. E di un contrasto con il collega Tremaglia. Ce lo spiega? 
«Il senso del mio intervento, che non era in consiglio ma in privato, è che il 2004 sarà anno di semina e che il raccolto si potrà avere solo dopo la stagione delle riforme strutturali». 

Dario Di Vico 

Corriere della Sera
20 luglio 2003 


Come aiutare gli imprenditori d´esportazione

Alcuni imprenditori milanesi, che ho incontrato giorni fa, lamentavano il fatto che trovano difficoltà a vendere i prodotti delle proprie aziende a livello internazionale. Ciò pare sia dovuto da un lato all´apprezzamento dell´euro rispetto al dollaro e, dall´altro, alla mancanza di interventi della politica del governo tesi a rimuovere i fattori strutturali che frenano l´economia italiana e lombarda tutte le volte che si confrontano con i mercati «stranieri».
Lo stesso presidente di Assolombarda Michele Perini è parso più volte preoccupato della situazione, indicando anche nell´allargamento dell´Unione Europea il rischio di una accentuata competitività tra paesi che potrebbe avere pesanti ricadute sul sistema produttivo milanese e lombardo.
C´è, come si sa, una tendenza del mondo imprenditoriale a mettere sempre le mani avanti; tuttavia non c´è dubbio che siamo di fronte ad una fase complicata che va posta seriamente sotto osservazione.
Del resto, le caratteristiche del sistema delle imprese lombarde impongono di guardare con maggiore attenzione, rispetto al passato, a quanto succede a livello internazionale e particolarmente in Europa.
Nei giorni scorsi è avvenuto un fatto importante: è stato finalmente approvato il nuovo trattato dell´Unione Europea, un testo dei diritti e valori dei cittadini europei.
Considero tutto questo un buon progresso per l´Europa e tuttavia appare utile non sottovalutare una serie di questioni importanti che restano aperte, tra le quali quella di rendere effettivamente esigibili alcuni di questi diritti attraverso una loro progressiva armonizzazione.
In questo quadro è sostanzialmente vero che il processo di allargamento dell´Unione a venticinque Paesi pone una serie di problemi da affrontare concretamente.
Di fatto si viene ad avviare una integrazione tra sistemi economico-sociali e mercati del lavoro che sono tra di loro profondamente diversi: quelli dei Paesi promotori dell´Europa, che rappresentano un insieme consolidato di diritti e tutele e quelli dei Paesi che ora si aggiungono e che costituiscono invece un insieme fragile di garanzie sociali e lavorative.
Il problema di fondo dell´integrazione sarà quello di definire a quale livello si verrà a stabilire la " linea comune" tra i due sistemi.
Una scelta che collocasse tale linea ad un livello medio basso rappresenterebbe una oggettiva fonte di conflitto sociale ma determinerebbe anche, per le stesse imprese coinvolte e interessate all´allargamento, problemi di una certa serietà da affrontare nel processo più generale di globalizzazione dei mercati.
A prima vista, dunque, il tema dell´Europa e della sua costruzione, che ai più sembra lontano, in realtà è più vicino di quanto si pensi.
È un tema che riguarda Milano e la Lombardia ed il loro ruolo nelle politiche di sviluppo economico e sociale. Per questo sembra di una qualche utilità l´entrata a pieno titolo, di questo tema, nell´agenda politica delle istituzioni locali e delle diverse associazioni economiche e del sindacato.
Appare infatti evidente che se si vuole assicurare un equilibrato e stabile sviluppo economico-sociale e del lavoro, nel quadro delle politiche territoriali, è nello scenario europeo che occorre agire e che tali politiche vanno immaginate e progettate.

ANTONIO PANZERI
L´autore è il responsabile per l´Europa della Cgil

la Repubblica
15 luglio 2003 


Sei «tesori» dell’Italia che vince in competitività

Il divario tecnologico si può colmare, il sistema ha le risorse per crescere


di FABRIZIO ONIDA

Da qualche tempo si vanno infittendo le analisi e gli allarmi sul declino dell'Italia industriale in un mondo di crescente concorrenza europea ed extra-europea (Fazio alla Banca d'Italia, Istat, D'Amato alla Confindustria, World Economic Forum, Censis ecc.). Si denunciano la crescita lenta del prodotto e della produttività anche rispetto alla vecchia Europa, le quote di esportazione in calo da quando la lira ha dovuto rinunciare alle ripetute svalutazioni competitive, la progressiva uscita delle già poche imprese italiane maggiori dalla classifica dei grandi gruppi mondiali, il sistema frammentato di microimprese e piccole imprese familiari vivaci e flessibili ma incapaci di crescere e di lanciarsi in una vera dimensione multinazionale, le magre spese di ricerca, la scarsa attrazione degli investimenti dall'estero, la bassa capitalizzazione di Borsa rispetto alle dimensioni dell'economia e altro ancora. Tutto vero, c'è di che preoccuparsi. Eppure c'è un numero crescente di imprese familiari a capitale italiano che vanno controcorrente, crescono velocemente in dimensione e redditività, assorbono e formano manodopera qualificata, investono in ricerca non meno dei propri concorrenti stranieri più forti, conquistano quote di clientela, si affermano come leader nel proprio segmento di mercato mondiale. Tutto ciò, si noti, anche in settori e sistemi di prodotti-servizi dove l'Italia complessivamente è poco specializzata e presenta una bilancia commerciale tendenzialmente in disavanzo (chimica e nuovi materiali, componentistica elettronica, strumentazione professionale): settori in cui il vantaggio competitivo si gioca soprattutto su fattori di ricerca originale, brevetti innovativi, intelligenza creativa, adattamento flessibile a soluzioni tecnologiche particolari richieste dall'utenza, strategia multinazionale. 
Eccone solo alcuni esempi, non particolarmente popolari nell'opinione pubblica. Se una rondine non fa primavera, un piccolo stormo vorrà pur dire qualcosa, indicando che il declino tecnologico non è inesorabile, che il sistema quando vuole sa ancora crescere e conquistare nuovi vantaggi competitivi. 
Permasteelisa: casa madre in provincia di Treviso, con un fatturato 2002 di 995 milioni di euro (di cui meno del 2% in Italia), 60 unità in 27 Paesi di 4 continenti, 4 centri di ricerca con prestigiose Università, è leader nel mondo di rivestimenti architettonici "energy saving" capaci di regolare trasmissione di luce, calore e suoni. Tra i suoi fiori all'occhiello: Sidney Opera House, museo Guggenheim di Bilbao, Parlamento Europeo a Strasburgo e Bruxelles, MoMA di New York. 
Mapei: da piccola impresa che nel 1938 occupava 3 dipendenti producendo intonaci e collanti, esplode negli anni '60 con la diffusione della ceramica e diventa leader di mercato negli adesivi-sigillanti-malte speciali impermeabilizzanti per l'edilizia. Acquisito nel 1994 il suo importante fornitore Vinavil, oggi conta 40 consociate e 7 centri di ricerca nel mondo, occupa 3.000 dipendenti, viaggia verso un fatturato di 1 miliardo di euro nel 2003, spende in ricerca il 5% del fatturato. 
Bracco: diagnostica per immagini, agenti di contrasto, software elettromedicale, dopo l'acquisizione di Esaote Biomedica è leader mondiale nelle apparecchiature di risonanza magnetica. Nel 2001 ha fatturato 1.054 milioni di euro (di cui due terzi esportato e il 16% speso in ricerca), con 3.500 addetti (di cui il 18% in ricerca), 10 sedi nel mondo e una fitta rete di alleanze tecnologiche tra USA ed Europa. 
Marposs: nata nel 1952 da un ingegnere bolognese, si è specializzata nelle macchine di controllo e misura e automazione industriale, con massiccio impiego delle tecnologie opto-elettroniche. Dà lavoro a 1.750 addetti, di cui 750 all'estero in 19 filiali commerciali e di assistenza. Investe in ricerca il 12% del fatturato. 
Saes Getters: leader mondiale nelle tecnologie di purificazione dei gas e nei sistemi del vuoto (tubi catodici, illuminazione ecc.), con 300 brevetti internazionali e 8 impianti produttivi nel mondo. Con un fatturato 2002 di 280 milioni di euro, è quotata al Nasdaq con un flottante del 43%. 
Manuli: originaria di Ascoli Piceno dal 1935, è specializzata in componenti di gomma e metallo per sistemi idraulici, per quasi metà applicati al settore degli autoveicoli. Nel 2002 ha fatturato 348 milioni di euro, con un margine operativo lordo del 17,4%. Ha 28 sussidiarie, prevalentemente in Europa, 3 centri di ricerca e dà lavoro a 3.130 addetti. 
L'elenco potrebbe naturalmente continuare, con nomi talora famosi ma più spesso poco conosciuti. Imprese dinamiche, che competono sulle frontiere tecnologiche e fanno sperare in un'Italia ancora capace di inventarsi un ruolo fra i grandi del mondo e mantenere posizioni di rispetto in produzioni avanzate non tradizionali. 


Corriere della Sera 
3 luglio 2003


I vent’anni perduti della politica energetica
SE IL SUDDITO RESTA AL BUIO

di SERGIO ROMANO

In via di consolazione si potrebbe sostenere che anche i blackout sono un segno di progresso. Vent’anni fa, quando avevamo meno climatizzatori, il caldo non avrebbe messo in ginocchio la rete elettrica nazionale e costretto l’Enel a razionare per alcune ore la fornitura di corrente. Ma è una magra consolazione. Ciò che è accaduto suggerisce almeno una constatazione e alcuni quesiti. La constatazione concerne il governo. Era impossibile prevedere che il consumo di energia stava diventando intollerabilmente elevato? Era impossibile programmare con maggiore anticipo le interruzioni, annunciarle per tempo, permettere a consumatori e imprese di prepararsi agli inconvenienti? Ci sembra che ancora una volta il cittadino cliente sia stato trattato come un suddito cui non è necessario fornire informazioni. E vorremmo che il governo ce ne spiegasse le ragioni.
I quesiti concernono le esigenze energetiche di un grande Paese industriale. L’Italia ha già largamente sfruttato le sue risorse idriche e produce energia, in gran parte, con centrali alimentate da gasolio. Negli anni Settanta, dopo due grandi shock petroliferi (guerra del Kippur e rivoluzione iraniana), ogni governo europeo dovette affrontare il problema energetico. In una situazione in cui sembrava che le risorse petrolifere mondiali si sarebbero esaurite in un paio di generazioni, alcuni Paesi, fra cui la Francia, scelsero l’energia nucleare e lanciarono un ambizioso programma per la costruzione di nuove centrali. La Germania fece altrettanto e avviò un programma più modesto, ma pur sempre consistente.
In Italia il «piano energetico» divenne materia di interminabili discussioni e di numerose varianti che rimbalzavano da un governo all’altro. Fu deciso, alla fine, che il fabbisogno sarebbe stato assicurato da una combinazione di risorse idriche, petrolio e impianti nucleari. Ma fu subito evidente che il piano si sarebbe scontrato con preoccupazioni ambientaliste, fantasiosi programmi per lo sviluppo di energie alternative e con l’egoismo delle autorità locali, decise a impedire che gli impianti sorgessero sul loro territorio. Non appena cominciarono i lavori per una grande centrale nucleare fu lanciata una campagna per un referendum abrogativo. E il referendum cadde, per nostra sventura, un anno e mezzo dopo la catastrofe di Cernobyl. Morì allora la politica nucleare di un Paese che nel dopoguerra, grazie a uomini come Felice Ippolito e Mario Silvestri, aveva orgogliosamente preceduto, in questo campo, tutti gli altri Paesi del continente europeo.
Il problema, da allora, ha cessato di esistere. Dopo avere constatato che il petrolio nel mondo era assai meno scarso di quanto non si credesse negli anni Settanta, la classe politica archiviò il vecchio piano energetico e decise di provvedere alle esigenze del Paese con forti importazioni di energia (nucleare) dalla Francia. E’ probabile che qualche ministro o alto funzionario, negli ultimi anni, abbia attirato l’attenzione dei suoi colleghi sui rischi futuri di una tale situazione. Ma è altrettanto probabile che i suoi ammonimenti siano stati ascoltati con fastidio e insofferenza. Nessun governo era disposto a sfidare i verdi, i profeti delle energie alternative, gli egoismi locali e l’ecologismo un po’ naïf che circola ormai nel sangue delle società europee. Anche la Germania del resto, dopo la formazione del governo rosso-verde di Gerhard Schröder, sembra avviata, sia pure con molta prudenza e lentezza, verso l’uscita dal nucleare.
Ma la realtà ha la testa dura. I blackout di ieri ci ricordano che l’Italia ha perduto vent’anni e che il governo ha il dovere di spiegarci come e con quale energia funzionerà nei prossimi anni la macchina dell’economia italiana.

Corriere della Sera
27 giugno 2003


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