IL TAGLIO PREVENTIVO

di MASSIMO RIVA


NON era mai successo che un´istituzione pubblica delegata a dichiarare le verità statistiche del paese fosse costretta ad ammettere un proprio, per giunta vistoso, errore a poche ore soltanto dalla comunicazione dei dati. Ma questo è esattamente quel che è accaduto all´Istat, che ieri mattina aveva confermato il preannunciato rallentamento dell´inflazione nel mese di gennaio e nel pomeriggio - colto in fallo da un rilievo delle associazioni dei consumatori - ha dovuto esibirsi in un´incresciosa smentita di se stesso. Contrordine, infatti: a gennaio la corsa dei prezzi non ha per nulla frenato. Anzi, ha fatto registrare un balzo mensile dello 0,4 per cento, che mantiene il tasso tendenziale a quota 2,8, come nel novembre e dicembre precedenti. A tutti, per carità, può capitare di sbagliare e quindi, a prima vista, potrebbero apparire eccessive le reazioni di chi ora reclama a gran voce la decapitazione del vertice dell´istituto. Solo che l´errore commesso è di quelli che non sembrano attribuibili ad una semplice distrazione, ma suscitano il serio dubbio di una maldestra manipolazione dei dati. Che cosa hanno combinato, infatti, i maestri della statistica pubblica? Hanno ricompreso nelle rilevazioni di gennaio gli effetti di un decreto governativo di riduzione dei prezzi dei farmaci che è entrato in vigore soltanto a partire dal giorno 16 dello stesso mese.
Ora il punto è che, per regola consolidata, le osservazioni sull´andamento dei prezzi mensili vengono sempre effettuate fra il giorno 16 del mese precedente e il 15 del mese di riferimento. Dunque, l´Istat ha scaricato su gennaio una diminuzione dei prezzi dei medicinali che doveva e dovrà, viceversa, essere registrata con l´indice di febbraio.
Poco male, dirà qualcuno, perché così si é solo anticipato di un mese il riflesso di un provvedimento calmieratore che, comunque, dispiegherà i suoi effetti antinflattivi sulle rilevazioni successive. Purtroppo, l´errore non è così banale. In realtà, nei calcoli dell´Istat si è dato per scontato a priori che il decreto sui farmaci avesse già raggiunto nella pratica ciò che si riprometteva in teoria: cioè, una riduzione media del 3,5 per cento dei prezzi del prontuario farmaceutico. E questa scelta risulta francamente sconcertante perché getta una luce obliqua sui metodi di lavoro dell´istituto di statistica.
Tutti si augurano, infatti, che la scelta di ridurre i costi dei medicinali raggiunga pienamente l´obiettivo dichiarato. Ma chi rileva l´andamento effettivo dei prezzi ha l´obbligo di verificare quel che effettivamente accade nella realtà e non di prendere per buona una realtà al momento solo virtuale. Ed è proprio questo specifico sfondone ad apparire ben più inquietante dell´errore commesso nell´anticipare a gennaio un dato che dovrà essere ricompreso nel conto del corrente mese di febbraio. Anche perché esso allunga sulle rilevazioni dell´Istat più di un´ombra di scarsa credibilità.
Già nei mesi scorsi sull´affidabilità delle cifre registrate e annunciate dall´Istat in tema di inflazione erano sorte vivaci polemiche. Per lo più, tuttavia, concentrate sulla effettiva rappresentatività del paniere dei beni selezionati per misurare l´andamento del costo della vita. Ora questa incredibile disavventura sulla questione del prontuario farmaceutico apre un capitolo ben più spinoso perché fa dubitare perfino dei metodi di rilevazione e di calcolo in uso all´istituto. In ogni caso l´impressione diffusa fra i cittadini che la corsa dei prezzi abbia una velocità reale decisamente maggiore di quella proclamata dall´Istat riceve un´indiretta e clamorosa conferma.
Una parola chiara sulla questione da parte di chi governa diventa, a questo punto, necessaria e urgente. Finora Silvio Berlusconi e i suoi ministri hanno cercato in materia di fare i furbi scaricando ogni colpa per i rincari degli ultimi mesi sull´euro. Un alibi smentito radicalmente dal fatto che in altri paesi passati alla moneta unica, come Francia e Germania, non vi è stata alcuna impennata dell´inflazione, anzi. Ma questo miserevole pretesto ha fatto breccia nella mente di molti cittadini e così ha impedito di portare alla luce del sole una semplice verità. Quella che i rincari hanno come responsabili coloro che sul cambio della moneta hanno realizzato robuste speculazioni: cioè, produttori e commercianti di scarso scrupolo, ma anche pubblici amministratori che hanno avuto la mano particolarmente pesante in tema di tariffe. Ora che anche la diga di contenimento della realtà offerta dall´Istat è rovinosamente crollata, tocca al governo cominciare ad assumersi le sue responsabilità.

la Repubblica
19 febbraio 2003 


Povertà, in Italia tre milioni di persone rischiano la fame

Rappresentano il 4,2% delle famiglie. «Redditi molto incerti anche tra le classi medie»


MILANO - Tre milioni di italiani sono «assolutamente» poveri, oltre 940 mila famiglie: non fanno la doccia calda (ammesso che in casa ne abbiano una), non vanno dal dentista, rischiano il taglio della luce e del gas, ricorrono a forme di assistenza per arrivare a fine mese, non comprano libri o giornali, usano gli abiti smessi di qualcun altro, non viaggiano. Rappresentano il 4,2 per cento delle famiglie italiane. Guadagnano (in due) 560 euro al mese; un single ha un’entrata di 375 euro; tre persone dello stesso nucleo 795 euro. Vivono soprattutto al Sud, dove la percentuale delle famiglie in povertà assoluta è del 9,7 per cento: al Nord i poveri assoluti sono l’1,3 per cento mentre al Centro il 2,3 (dati Istat pubblicati nel 2002). I dati sull’indigenza non si fermano qui. Il 12 per cento delle famiglie, cioè sette milioni 828 mila persone, vive in condizioni di povertà «relativa»: con un reddito, per due persone, in media di 814 euro, che per un single scende a 490. Anche in questo caso la distribuzione regionale penalizza soprattutto il Sud. Malgrado nelle regioni meridionali la vita abbia un costo decisamente inferiore rispetto a quelle del Nord. Come mai? 
«Una delle ragioni fondamentali è il livello di occupazione - spiega Giancarlo Rovati, docente di Sociologia e metodologia della ricerca sociale all’Università di Genova e presidente del Cies, la Commissione nazionale di indagine sull’esclusione sociale -, che è più alto nel Settentrione. Però bisogna anche riconoscere che al Nord il tessuto delle organizzazioni di solidarietà è molto sviluppato, lo stesso al Centro. Esistono associazioni di volontariato, onlus, imprese sociali, opere caritative di tradizione secolare, che danno un grosso contributo ad arginare la povertà». Questo spiega chi provvede a distribuire ogni giorno aiuti alimentari a un milione di italiani in difficoltà. Sono mense, Caritas parrocchiali, centri di solidarietà o per disabili, case famiglia, comunità: in tutto 7.000 enti. 
Ma il dato che più sorprende è l’8 per cento di italiani a rischio povertà, a rappresentarlo sono gli stessi «colletti bianchi». Insegnanti supplenti, impiegati con contratto di collaborazione coordinata e continuativa, persone insomma che potrebbero cambiare tenore di vita di fronte al più banale degli imprevisti. Basta una malattia, la separazione dal coniuge per ridimensionare le entrate e costringere a ristrettezze improvvise. «Servirebbe una politica fiscale a favore della famiglia», prosegue Rovati, che a fine marzo consegnerà al ministro del Welfare la relazione da trasmettere al governo e al Parlamento sulla povertà in Italia. E proprio ieri la società Lever Faberge ha deciso di regalare 50 mila pasti gratuiti alla comunità milanese di San Francesco per i Poveri e a quella romana di Sant’Egidio. 

Elvira Serra 
Corriere della Sera
31 gennaio 2003


DOSSIER 

I sindacati: il declino dell'auto pesa sulla vita di decine di aziende collegate 
L´indotto Fiat travolto dalla crisi a rischio 24mila posti di lavoro 
Sindacati e Unione Industriali in allarme: "Dalla casa madre il 40% del fatturato. Ogni esubero porta via altri tre impieghi"

di PAOLO GRISERI

TORINO - I dipendenti di Fiat auto in Italia sono poco più di 50 mila. I lavoratori italiani legati direttamente o indirettamente all´industria dell´automobile sono circa un milione e mezzo, pari al 7 per cento dell´occupazione nazionale. Basta la differenza tra questi due dati a comprendere che cosa sia oggi l´indotto automobilistico. Un arcipelago frastagliatissimo, fatto di migliaia di piccole e medie aziende che producono il 65 per cento dell´automobile e che ora rischiano di pagare il prezzo più salato della ristrutturazione decisa dal Lingotto. Si calcola che per ogni lavoratore Fiat in esubero ci siano almeno altri tre addetti dell´indotto che rischiano di perdere il posto di lavoro. «Presto saranno a casa altre 24mila persone», è la previsione dei sindacati metalmeccanici di Cgil, Cisl e Uil.
Nell´arcipelago ci sono isole di grandi dimensioni, le multinazionali della cosiddetta prima fornitura che producono le parti da montare direttamente sulle linee di Mirafiori e degli altri stabilimenti Fiat, e piccoli scogli, le aziende fornitrici dei fornitori, che rischiano di scomparire nella tempesta della ristrutturazione. Una struttura gerarchica molto rigida in cui i primi fornitori, circa 400 aziende in Piemonte e 380 in Lombardia, cedono parti della produzione a fabbriche più piccole e queste, a loro volta, appaltano una parte del lavoro a stabilimenti di dimensioni ancora più ridotte, in alcuni casi a gestione familiare.
Un esempio illuminante è quello della Lear, multinazionale del sedile, con stabilimenti in tutto il mondo. A Torino produce i sedili per le linee di Mirafiori: la Fiat manda gli ordini via fax e in quattro ore il sedile è pronto per essere montato su una Punto o su una Panda. Ma la Lear non lo realizza completamente: per produrre una poltrona lavorano fino a 85 ditte della subfornitura. Una catena lunghissima che è impossibile ricostruire: «Questo significa - spiega Giorgio Airaudo, segretario della Fiom di Torino - che non sapremo mai con esattezza quali effetti occupazionali ha avuto la crisi di questi mesi».
Gli esperti dell´Unione industriale di Torino sottolineano che negli ultimi anni l´indotto ha diminuito di molto la sua dipendenza dalle commesse Fiat. Nelle aziende della prima fornitura gli ordini del Lingotto incidono per il 30-40 per cento sul fatturato. Il rimanente 60 per cento della produzione è realizzato per le case straniere. Ma non sempre, ribatte il sindacato, questa emancipazione dalla dipendenza Fiat è sufficiente a garantire un futuro certo. Per due motivi: innanzitutto perché nessuna azienda può rinunciare al 30 per cento del fatturato senza contraccolpi occupazionali. In secondo luogo perché le multinazionali della componentistica realizzano i loro stabilimenti a ridosso degli stabilimenti di montaggio finale: la chiusura di una linea di produzione Fiat mette a rischio la sopravvivenza della fabbrica.
Nonostante questi rischi che riguardano la cerchia della prima fornitura, è indubbio che gli effetti della crisi si faranno sentire soprattutto sugli anelli deboli della catena, nelle aziende del secondo e terzo indotto. Si tratta di società di dimensioni ridotte, dai fatturati esili e dagli organici contenuti, dove è quasi nulla la sindacalizzazione e dove il ricorso alla cassa integrazione straordinaria, sovente, non è previsto dalle leggi. Nell´area torinese fanno parte di questo gruppo circa 800 aziende che ora chiedono alle banche di prolungare la scadenza delle linee di credito per evitare il fallimento. Interventi decisivi per salvare un settore comunque rilevante per l´economia italiana. La relazione finale dell´indagine sull´industria automobilistica condotta dalla Commissione Attività produttive della Camera fornisce dati significativi: «La componentistica nazionale ha espresso nel 2001 un fatturato di oltre 24 miliardi di euro con un export di 10 miliardi di euro e un saldo positivo della bilancia dei pagamenti di oltre 3 miliardi». Il problema dell´indotto non è dunque solo un problema sociale e occupazionale. Quanti di quei 24 miliardi di euro resisteranno alla ristrutturazione decisa da Lingotto?


LA STORIA
A Sparone nella Valle Orco la sopravvivenza è legata alla Itca, che realizza scocche per il gruppo Fiat
Cancelli chiusi, il paese muore 
"Qui restano vecchi e tristezza"
Dalla fondazione mai scioperi, o iscritti al sindacato. Adesso è l´ora dei cortei
Su 330 lavoratori, 130 sono in esubero. E cresce la voglia di abbandonare la zona

RITA COLA

TORINO - Sparone è un piccolo comune della Valle Orco, ai piedi del Parco Nazionale del Gran Paradiso. Lì, lungo la statale 460, c´è una fabbrica di scocche per auto. Dalla Itca escono le scocche per Multipla, Lybra, 166. Trecentotrenta lavoratori, centotrenta in esubero. E il filo doppio che lega la fabbrica all´economia della valle rischia di spezzarsi per sempre. La crisi Itca rischia di trascinare in un baratro tutta la valle, martoriata dalle alluvioni e da problemi comuni a tutte le zone di montagna: spopolamento e voglia di andarsene. Così, il giorno dell´annuncio dei 130 esuberi, alla fine di ottobre, c´è chi ha detto: «Questa è la nostra Termini Imerese».
Per i lavoratori è stata una doccia fredda. In valle, la Itca era «la fabbrica» per antonomasia. Mai un lavoratore iscritto al sindacato, mai uno sciopero, mai una contestazione. Solo lavoro. Ancora oggi, tutti continuano a chiamare la fabbrica «la Ceresa», in onore dei patriarchi fondatori, i fratelli Emilio ed Aurelio. Cose di altri tempi. E non solo. Sei mesi fa, le avvisaglie della crisi. Prima il taglio netto degli straordinari, poi la cassa integrazione. E la paura. Il serpeggiare delle incertezze, le dicerie legate al fatto che chi era messo in cassa integrazione era perchè era meno disponibile, in buona sostanza, un fannullone. Ecco la spaccatura tra chi è dentro e chi è fuori e chi è fuori cerca di parlare con chi ancora va in fabbrica ogni mattina e gli chiede solidarietà. Qualche volta c´è, altre prevale l´indifferenza, la speranza che, in questo modo, ci si salvi. Così si passò dal lungo periodo in cui, per decine di volte, i responsabili sindacali andarono alla Itca per discutere con i lavoratori del contratto nazionale e alle assemblee non si faceva vedere nessuno, ad una riunione in cui, Fim Fiom e Uilm raccolsero centocinquanta nuovi iscritti in un solo giorno.
Le voci da un corteo di lavoratori - il primo nella storia di Sparone - gridano che «la Itca non si tocca» e mormorano che in cassa integrazione a 650 euro con due o tre bambini non ce la fai a vivere se non hai un genitore in pensione che ti aiuta e coltiva l´orto. Giacomo Verga precisa che non è una dichiarazione da guerra tra poveri, ma una constatazione: «Un posto di lavoro perso qui equivale a cento posti di lavoro a Torino. Qui non ci sono altre realtà industriali. Via di qui significa andarsene da questa valle».
Eppure, fino a pochi anni prima, era un onore lavorare alla Itca: C´era il pranzo di Natale per tutti i dipendenti, a Torino. C´era la porta sempre aperta dei padroni. Se avevi un problema ne parlavi e si risolveva. Franco Picco aveva quindici anni quando è entrato a lavorare alla Itca. Ora è un uomo fatto, ha passato i trenta. Ha visto la fabbrica con gli occhi di adolescente: «Ero contento, quando mi hanno assunto. Erano felici i miei. Era considerato un lavoro sicuro. Anzi, di più». Ora è amareggiato, si stringe nella giacca a vento e nella delusione. Mai un contratto integrativo, mai una contrattazione sui tempi del lavoro. Nel periodo d´oro si lavorava da nove a dieci ore al giorno ed il sabato mattina come fosse normale routine. Gli stipendi? «Erano buoni, con tutte quelle ore di straordinario». Chi è in cassa integrazione tesse a fatica una tela di contatti con gli altri colleghi. Il tempo dilatato e i pochi soldi sono al limite della dannazione: «Hobby? E chi ne ha? Con tutte le giornate dedicate al lavoro non c´è mai stato tempo per altro». Poi, ad un certo punto, basta straordinari e la cinghia ha cominciato a stringersi.
Nino Meaglia, sindaco di Sparone, ha offerto la disponibilità delle istituzioni: un occupato in meno significa una famiglia in meno in paese. « La perdita di centotrenta posti di lavoro è una tragedia in una realtà come la nostra. Chiediamo di non essere lasciati soli».
Ma le piccole istituzioni hanno le mani legate e il confronto con i numeri e la crisi rischia di essere perdente. C´è stato un consiglio comunale aperto; monsignor Arrigo Miglio, vescovo di Ivrea, ha organizzato una veglia di preghiera e di digiuno. Cgil, Cisl e Uil del Canavese cercano la strada giusta per una iniziativa che faccia il punto sulla situazione e catturi l´attenzione di tutti per un progetto che non lasci morire una valle montana. L´ultimo incontro con la proprietà della Itca, prima di una amara pausa natalizia, ha confermato le luci e le ombre. C´è la volontà di restare a Sparone, di mantenere la tradizione dei patriarchi Ceresa, «padroni» di vecchio stampo, ma con duecento addetti. Per gli altri centotrenta il destino pare segnato. Si ribellano Fim, Fiom e Uilm con le affermazioni di rito («Non accetteremo un piano industriale che preveda degli esuberi»), c´è qualche speranza legata alle cinquemila scocche per il restyling della Barchetta, ma non è in grado di annullare il problema degli esuberi.
La piccola storia della piccola Itca ha fatto innamorare Fabrizio Galatea, regista torinese della cooperativa Zenit. Sta filmando le vite e le esperienze di lavoratori ed abitanti di Sparone: «E´ una vicenda singolare, che fa capire molte cose. Mi serve raccontare questo microcosmo per far capire cosa sta accadendo in Fiat».

la Repubblica
30 dicembre 2002


«Edonisti e delusi, l’Italia ha le pile scariche»
Il Rapporto del Censis: non pensiamo più al futuro, ci rifugiamo nel mito del buon vivere

ROMA - Siamo una bella cartolina. Bei borghi antichi. Buon cibo. Vestiti eleganti. All’estero ci ammirano. Di più, ci invidiano. Il quotidiano tedesco Frankfurter Allgemeine ha raccontato che il cancelliere Schroeder prima delle elezioni andava dicendo: «Per vincere dobbiamo promettere che li faremo vivere come gli italiani». Ma il modello «rilassato» che attira tanto gli stranieri pronti a trasferirsi in villaggi come Montegabbione nasconde appena la realtà di un Paese che è comunque in declino. Non c’è sprint verso un futuro che non riusciamo a programmare. Poche speranze. Poco lavoro. E’ più di un campanello d’allarme l’ultimo rapporto del Censis. E’ una sirena che chiede la sveglia: l’Italia è un paese con le pile scariche senza voglia di reagire, prigioniero di uno stallo confermato dall’andamento degli indicatori sull’occupazione, sui risparmi, sugli impieghi. Paghiamo la delusione per il mancato ruolo innovativo che avrebbero dovuto esercitare alcuni fattori di crescita: la new economy che non ha mantenuto le promesse, la finanza facile e la nuova cultura capitalistica che non hanno funzionato secondo le attese, mentre la stessa costruzione europea è rimasta più un sogno che realtà. E così ci rifugiamo sempre più nel mito del «buon vivere» e di un edonismo fine a se stesso. DOLCE VITA - Per capire: nell’ultimo anno abbiamo speso oltre 271 miliardi di euro per tutti i beni di piacere e voluttà (quasi 48 miliardi soltanto per l’abbigliamento, 12 miliardi per le scarpe). Una spesa che negli ultimi tre anni è cresciuta del 6% a dispetto di un Pil che nel 2002 ha visto la propria crescita diminuire del 3,1% a inizio anno per arrivare allo 0,6 della fine. A dispetto di una crescita dei posti di lavoro che da un anno all’altro è calata dello 0,9%. Crescono soltanto le imprese che producono piacere: sono diventate ormai 580 mila, il 18% del totale.
BORGHI AFFOLLATI - L’esplosione del nostro edonismo si manifesta non soltanto nel come, ma anche nel dove vivere. E’ per questo che si affollano i borghi e si svuotano le città inquinate e trafficate. I numeri: negli 8.101 comuni italiani la popolazione è diminuita, in media, dello 0,8%, per via del calo delle nascite. Ma nei comuni con meno di 20 mila abitanti la popolazione è cresciuta di quasi il 4%, a differenza delle città con oltre 100 mila abitanti dove la diminuzione è stata del 7,8. Nelle cittadine di 50-100 mila abitanti il calo è stato invece del 2,5%.
TUTTE VELINE - Siamo il Paese che investe meno nella ricerca e nell’istruzione. E siamo molto ignoranti. Per capire: tra i 25 e i 34 anni abbiamo il 57% di diplomati, contro l’88 degli Stati Uniti e l’89 della Germania. Non promettono meglio i nostri ragazzi che affollano gli studi dei casting e disdegnano le accademie. Sono inquietanti i dati del Censis: ai 26 mila ragazzi che si sono presentati ai provini di «Saranno famosi» si contrappongono 200 partecipanti per le selezioni dell’Accademia di Santa Cecilia (quasi tutti stranieri).
SI GLOBAL - Siamo stregati dai marchi e dalle tecnologie. Spendiamo per coccolarci e per scaricare lo stress. Globalizzati in Rete: Internet è nel 70% delle famiglie con reddito medio-alto (più di 1.500 euro al mese), ma anche nel 20% di quelle con reddito basso.
Alessandra Arachi

Corriere della Sera
7 dicembre 2002

L´ITALIA del 2002 è una nave che galleggia verso la deriva, avverte all´orizzonte le «nubi nere del declino» ma non sa reagire e cambiare rotta. È questa l´immagine desolata che sovrasta il rapporto annuale del Censis, il check up sul sistema Italia. Stavolta il professor De Rita abbandona il tradizionale ottimismo, tradotto in tanti slogan, spesso geniali, a volte consolatori («Piccolo è bello») ma sempre fortunati, per sposare toni inusualmente cupi.

L'Italia con le pile scariche

di CURZIO MALTESE 


Non è tanto la crisi economica a preoccupare i ricercatori del Censis, quanto l´"assenza di reattività" di un Paese rassegnato a "una prolungata bassa congiuntura", pieno di paure e povero di idee.
L´Italia del Censis ha «le pile scariche», è stanca, disillusa, depressa (esplode il consumo di psicofarmaci) e sempre più tentata di fuggire la competizione internazionale per rifugiarsi in una dimensione di «buon vivere» provinciale che ricorda il famoso orticello di Candide. È un imborghesimento fiacco e senza borghesia. Nel migliore dei casi borghigiano, col sogno di un buen retiro enogastronomico fra i paesaggi dell´Italia centrale. Nel peggiore dei casi, un rinchiudersi nella soffocante inerzia casalinga da piccola borghesia televisiva e un po´ guardona. In ogni caso lontano dalla migliore tradizione di un popolo che, ricorda De Rita, «ha dato il meglio quando ha attraversato l´angoscia per darsi serietà: nel poverissimo dopoguerra, nei drammatici anni ´70, nella crisi finanziaria del ´92» .
La situazione è grave ma non seria. Il 2002 è un anno nero per la Fiat ma ottimo per i maghi, negativo per l´Università (che si «liceizza») ma eccellente per i concorsi televisivi, le «fabbriche di miraggi», da Miss Italia a Saranno Famosi, frequentati da centomila giovani, contro le poche centinaia che provano a entrare nelle accademie. A dar retta al rapporto Censis, pare che i giovani aspirino nella grande maggioranza a fare le veline o i giornalisti, mestieri che infatti tendono a confondersi.
Gli italiani del resto credono ai telegiornali quanto ai varietà e hanno smesso di abboccare alla «politica degli annunci», dopo che le promesse di nuovo miracolo economico degli Harry Potter governativi sono franate nel misero 0,5 per cento di crescita. Non è un caso se il professor De Rita stavolta tralascia lo slogan e lancia un: «Diamoci una calmata e affrontiamo i problemi seri». È il genere di appelli alla Ciampi, destinati ad essere molto applauditi e subito ignorati.
La vita pubblica italiana sembra prigioniera di altre logiche, una «sterile personalizzazione della politica» e la tecnica pubblicitaria di promettere sempre nuovi «miracoli» e «rivoluzioni». Come se non fosse già abbastanza salato il conto che l´Italia del 2002 sta pagando al decennio delle grandi rivoluzioni mancate. Dall´illusione di Mani Pulite (una «svolta abortita») alla bolla della new economy, dal culto delle privatizzazioni fino all´idea di Europa come panacea universale. Anni e anni persi dietro a slogan vuoti e virtuali, mentre l´Italia reale scivolava da quarta o quinta a settima potenza economica, sprofondava al trentanovesimo posto nelle classifiche di competitività e regalava un quarto delle quote di mercato ai concorrenti. Nel 1991 le merci italiane erano il 5 per cento del mercato mondiale, nel 2001 sono appena il 3,7. All´appello manca soprattutto la grande industria, quasi sparita. Sono stati «decapitati» i quattro o cinque «grandi alberi», dalla Fiat all´Olivetti alla Pirelli, e in attesa che crescano i cento alberi dell´impresa medio-grande (i Merloni e i Della Valle) il sistema soffre di un preoccupante nanismo.
Le «nubi nere» del declino italiano hanno contorni netti che la società però non vuole vedere. Si chiamano incapacità di innovazione tecnologica, scarsa accumulazione di capitale culturale e sociale, azzeramento della ricerca, povertà di grandi infrastrutture. È un tirare a campare, fidando nella gallina dalle uova d´oro della piccola e media impresa, che continua a sgobbare e a esportare macchine utensili e moda, l´ultima linea del Piave del made in Italy. Ma senza più la forza della grande impresa e l´identità di uno Stato che perde i pezzi, messo in liquidazione al peggior offerente con le privatizzazioni e minacciato da una rovinosa «devolution dall´alto». Nessuno dunque programma, nessuno studia e finanzia la ricerca, con i pochi cervelli che scappano all´estero, anzitutto negli Stati Uniti e Gran Bretagna. Nella certezza di trovare migliori condizioni e opportunità di quelle offerte da un paese che ha inventato la plastica e il primo microprocessore eppure è riuscito a far fallire l´industria chimica e quella dei computer.
Sul resto del sistema incombe la «nube nera» di un territorio fragile, dove non si è investito. Porti e aeroporti che si bloccano di continuo, autostrade perennemente intasate, treni che impiegano 18 ore per andare da Palermo a Venezia (e si chiamano pure Freccia della Laguna), ponti e reti ad alta velocità che non ci sono e non ci saranno tanto presto, visto che il debito pubblico somma record su record anche a cantieri fermi.
Il professor De Rita assicura che una nuova classe dirigente capace di affrontare i «veri problemi» è alle porte. Ma ci vorranno tre o quattro anni prima che si ponga il problema della rappresentanza politica. Tocca dunque sopportare ancora l´attuale, chiassosa e incompetente: un «grumo di potere» che «blocca la vitalità del Paese». Con la complicità servile dei media, sempre più controllati e rivolti a un basso compito di «pettegolezzo cortigiano». Non resta davvero che rifugiarsi nel «buon vivere», stappare una bottiglia di Chianti e brindare tutti insieme a un 2003 migliore.

la Repubblica
7 dicembre 2002


FIAT: INTINI, (SDI) I SINDACATI PARLANO LO STESSO LINGUAGGIO

Sulla Fiat i sindacati sono tornati a parlare lo stesso linguaggio: a sottolinearlo è il Capogruppo alla Camera dello SDI Ugo Intini, commentando la posizione unanime dei tre sindacati contro le esternazioni di Berlusconi sugli operai in sciopero. ''Di fronte a problemi urgenti e drammatici come quello della FIAT - ha detto Intini - CGIL, CISL e UIL sono tornate a parlare lo stesso linguaggio, che è molto distante da quello di Berlusconi. Ciò ricorda anche alla sinistra quanto sia stato sbagliato accettare per scontata la divisione del sindacato o addirittura incoraggiarla, come hanno fatto quanti hanno puntato su Cofferati per forzare gli equilibri interni all'opposizione''. 
ANSA.Roma, 12 dicembre 2002


Il tramonto di un Paese senza classe dirigente

di FEDERICO RAMPINI


IL CENSIS descrive un´Italia «con le pile scariche». Il presidente della Ferrari dice che «siamo di fronte a una crisi di classe dirigente di questo paese, a 360 gradi, non solo classe politica». Analizzati con distacco questi giudizi possono apparire ingenerosi. In America scienziati italiani danno contributi decisivi alla rivoluzione della microelettronica e della biogenetica, nelle grandi università Usa i nostri giovani ricercatori gareggiano con i migliori talenti. Nei paesi che contano, questa è classe dirigente.
Vista dagli Stati Uniti l´unica cosa veramente importante che accade in Europa è il consolidamento dell´unione economico-monetaria e l´allargamento a Est. Alla guida di questi cambiamenti storici ci sono un presidente della Commissione italiano, un guardiano delle regole di mercato italiano, e un italiano tra i massimi dirigenti della Banca centrale europea. Questa è classe dirigente nella dimensione statuale europea: in prospettiva, è più importante dei ceti politici nazionali. Lì gli italiani ci sono.
Ma a ispirare le parole di Montezemolo è la crisi della Fiat e il modo in cui il paese vi sta rispondendo. Conviene allora focalizzare l´analisi su questo.


Senza classe dirigente

Il dramma della Fiat è l´ultimo di una serie di disastri aziendali che hanno cancellato dall´economia italiana molti grandi gruppi e ci hanno espulsi da interi settori produttivi: la chimica, la farmacia, l´informatica e altri ancora. Nessun paese europeo ha subito una decadenza industriale così brutale. Le pochissime grandi imprese italiane che sopravvivono sono ex aziende di Stato che hanno campato per anni sul monopolio e ancora godono di rendite e privilegi, ma non per molto.
Questo disfacimento della grande industria italiana è al tempo stesso causa e conseguenza di un impoverimento di classe dirigente. E´ causa: perché un paese a cui restino solo la moda, la piccola impresa e il turismo, non ha più i luoghi dove si forma quella élite manageriale che è un pezzo essenziale della classe dirigente nel mondo contemporaneo. E´ conseguenza: perché il tramonto delle grandi aziende a sua volta rivela una debolezza dei gruppi dirigenti del capitalismo italiano. La vicenda della Fiat ne è la sintesi.
Nel suo secolo di storia la Fiat è stata uno dei motori della modernizzazione italiana, ha dato al paese cultura industriale e sapere tecnico, è stata al centro del miracolo post-bellico che ci ha fatti entrare nel club delle potenze economiche. Ma via via che l´Italia si integrava nell´Europa e poi nei mercati globali, la Fiat ha cercato di non misurarsi fino in fondo con la logica del mercato aperto. Ha sfruttato protezionismi di varia natura. Ha vietato che produttori stranieri potessero acquistare marche italiane o fabbricare auto in Italia. Ha blindato a lungo il comando dell´azienda in capo alla famiglia fondatrice senza che questa pagasse il controllo con investimenti adeguati. E´ stato un calcolo sbagliato, perché le protezioni fiaccano le imprese anziché rafforzarle. Questa strategia, molto diffusa ed emblematica del capitalismo dinastico all´italiana, ha avuto come prezzo necessario la collusione con il potere politico. L´alleanza con lo Stato come garanzia di sopravvivenza. Sicché, alla Fiat come in altri grandi gruppi, la selezione della classe dirigente ha privilegiato la capacità nei rapporti politici più del talento industriale. Perciò il sistema delle grandi imprese italiane ha espresso complessivamente un establishment astuto, ma inadeguato alle sfide della globalizzazione.
L´appoggio della Fiat a Berlusconi nella campagna elettorale del 2000 ha evocato quasi un simbolico passaggio di staffetta tra due stagioni diverse del capitalismo italiano, ma con qualche difetto in comune. L´imprenditore che oggi è Palazzo Chigi ha una biografia professionale particolare: il suo successo negli affari è legato alla politica più che alle regole di un mercato aperto e concorrenziale. Mediaset è un successo molto nazionale e per niente globale. Le reazioni di Berlusconi alla crisi Fiat - il «se avessi tempo la risanerei io», il consiglio ai cassaintegrati di trovarsi un lavoro nero - rivelano tutta una cultura della scorciatoia furba, dell´improvvisazione estrosa per aggirare l´ostacolo, del protagonismo mediatico. Cioè il contrario di quella disciplina a cui viene addestrata la classe dirigente di un capitalismo avanzato: il riconoscimento della complessità, la stima per le competenze, il valore del lavoro di squadra e dei progetti di lungo periodo, il rispetto delle regole, la meritocrazia. In questo senso è vero che l´Italia è di fronte a una crisi di classe dirigente, e non solo nella classe politica. In un paese dove il confine tra il capitalismo e la politica è diventato introvabile, i vizi degli uni e degli altri si sovrappongono e si confondono.
Quello che era il grande capitalismo italiano si è condannato alla decadenza chiudendosi a riccio, organizzandosi come un sistema di potere, privilegiando la cooptazione sul ricambio. L´abbraccio con la politica sembrava rassicurante, invece lo ha soffocato. Di fronte ai balbettamenti con cui le istituzioni di governo affrontano la crisi Fiat - in una povertà di idee che sarebbe impensabile per qualunque altro paese industrializzato - anche il capitalismo italiano deve farsi l´autocritica. Non solo perché questo governo è nato dalle sue viscere e con la sua benedizione. Ma anche perché oggi in Italia la grande industria non incute il rispetto che c´è in altri paesi.
Berlusconi ha manifestato il suo disprezzo per i dirigenti Fiat con parole che negli Stati Uniti vengono riservate ai manager che truccano i conti e rubano la cassa. Questo in Italia non suscita nemmeno stupore. E´ il segno che la classe dirigente imprenditoriale ha perso legittimità. Quando i grandi capitalisti italiani sono stati visti troppo a lungo nei palazzi del potere romano, anziché nell´arena del mercato a misurarsi con i concorrenti, è la loro funzione sociale ad essere in discussione. Nella crisi Fiat, oltre al dileggio di Berlusconi verso la maggiore impresa industriale italiana, colpisce l´assenza di un diffuso patriottismo aziendale: quel senso di uno sforzo corale che solo i grandi dirigenti sanno creare, perché danno l´idea che l´impresa è davvero un´opera collettiva e un bene di tutti.

la Repubblica
9 dicembre 2002


Imprese italiane fra crisi e evoluzione del sistema

di Innocenzo Cipolletta 


1. Evoluzione e competitività dell'industria italiana La crisi di alcune aziende italiane va inquadrata nella logica del processo di continua evoluzione di ogni struttura produttiva nel corso del tempo: in questo processo le recessioni giocano il ruolo di catalizzatore, perché fanno precipitare le crisi ed accelerano i processi evolutivi. Nella situazione attuale, dobbiamo chiederci quanta parte della crisi che tocca alcune imprese italiane in questo momento, a partire dalla FIAT, sia parte del processo di evoluzione e quanta parte sia invece dovuta a vere e proprie perdite di capacità competitiva con impliciti rischi di deindustrializzazione. Si avverte subito l'importanza di comprendere questa differenza posto che le politiche economiche e/o industriali saranno diverse a seconda che ci si trovi di fronte ad un fenomeno che deve essere favorito o eventualmente orientato, come nel caso dell'evoluzione, ovvero ci si trovi di fronte ad un evento che va contrastato, come nel caso della perdita di capacità competitiva. Appare anche evidente come sia difficile nei fatti distinguere nettamente tra le due cause di crisi. In effetti, se una impresa è forte e ben gestita, difficilmente entra in crisi nei momenti di passaggio evolutivo, Infatti, ci sono stati casi di imprese che si sono completamente trasformate al loro interno senza subire vere e proprie crisi, mentre è anche possibile resistere alle crisi evolutive, continuando ad investire nella qualità e continuando perciò a produrre gli stessi beni lungo un arco di vita molto esteso. Ma, se l'evoluzione non è né necessaria né necessariamente traumatica, tuttavia è vero anche che spesso l'evoluzione della struttura produttiva passa attraverso processi di trasformazione delle imprese che prevedono crisi e passaggi di proprietà, quando non veri e propri fallimenti ed uscita dal mercato. Valga per tutte il caso della Olivetti, nata come industria di macchine per l'ufficio, poi trasformatasi in industria di computers e servizi di software, quindi in impresa orientata alle telecomunicazioni (Omnitel) ed oggi in veicolo societario per la detenzione della partecipazione in Telecom Italia.

2. Privatizzazioni e riconversione dell'industria italiana Ma la particolarità del caso italiano sta nel fatto che il processo di trasformazione della struttura produttiva è stato accelerato nell'ultimo periodo anche dalla ondata di privatizzazioni che ha caratterizzato la prima metà degli anni novanta. Queste privatizzazioni hanno indotto, dopo talune esitazioni, i pochi grandi gruppi industriali italiani ad entrare nei mercati dei pubblici servizi (energia, telecomunicazioni, autostrade, aeroporti, stazioni, acqua, trasporti, ecc.) con massicci investimenti. Questo processo ha generato un forte indebitamento dei gruppi acquirenti, che hanno dovuto concentrare risorse finanziarie ed attenzioni di gestione sui nuovi settori. Ne è così derivata una situazione per certi versi paradossale: le attività industriali private hanno generato risorse per acquisire le imprese che lo Stato andava dismettendo, ma hanno anche posto le condizioni perché gli imprenditori privati si riposizionassero rispetto alle loro tradizionali attività che in alcuni casi sono state vendute anche all'estero. Questo è sicuramente il caso della Olivetti che, partendo dalla produzione di computers, aveva generato una impresa di telecomunicazioni, la Omnitel, che poi è stata ceduta alla Vodafone (nel frattempo anche l'attività di computers è stata ceduta a capitale straniero), nel momento in cui la Olivetti ha lanciato l'OPA sulla Telecom Italia, la cui privatizzazione stava ancora alla metà del guado. La recente recessione avviatasi dopo l'undici settembre 2001 ha così colpito molte imprese italiane in una fase di forte indebitamento, ciò che ha aggravato gli effetti della crisi ed ha accelerato i processi di trasformazione. Allo stesso tempo, le imprese industriali italiane hanno conosciuto una perdita di competitività derivante sia dagli aumenti della pressione fiscale connessi con le politiche di risanamento finanziario dello Stato italiano, sia dalla carenza di innovazione in specifici comparti. I due fenomeni non sono indipendenti posto che, mentre aumentava il peso delle imposte sulle imprese, si riduceva la spesa in ricerca sia da parte dello Stato che da parte dei privati. Nel complesso si è assistito ad uno spostamento di interesse da parte delle imprese italiane, in particolare da parte di quelle di grandi dimensioni che maggiormente investono in innovazione e ricerca, dai settori aperti al mercato ed alle esportazioni verso i settori protetti e orientati al mercato nazionale. Questo spostamento è stato la conseguenza diretta dei processi di privatizzazione ed ha ridotto la tensione ad investire in innovazione, mentre ha spostato l'attenzione alla finanza per le esigenze di procedere a ristrutturazioni finanziarie tese a rendere più sopportabile l'indebitamento complessivo. Inoltre, molte delle grandi imprese italiane hanno finito per porsi sotto l'influenza diretta delle decisioni amministrative pubbliche, gestendo attività che sono fortemente regolate dal settore pubblico (trasporti, telecomunicazioni, concessioni di vario tipo, ecc.). E' così che la fase di evoluzione del sistema industriale italiano si è accelerata in un momento caratterizzato anche da una perdita di competitività sui mercati internazionali, che ha determinato una riduzione delle quote di commercio mondiale. Che l'Italia fosse destinata a vedere ridotte le sue quote di commercio mondiale era cosa prevedibile, posto che assistiamo tutti ad un aumento delle quote di commercio detenute dai paesi di nuova industrializzazione. Tuttavia il nostro paese ha perso quote anche a favore di paesi industrializzati, ciò che testimonia di un reale arretramento della nostra competitività. Il fenomeno è stato meno marcato per i settori che tradizionalmente hanno nelle esportazioni il loro mercato di riferimento, perché questi comparti - il tradizionale made in Italy - hanno sempre investito in qualità e innovazione per competere con la concorrenza internazionale. Viceversa, i settori più concentrati sul mercato interno hanno subito perdite marcate sia sui mercati esteri che su quello nazionale, a causa dei ritardi di innovazione e della scarsa dinamica della produttività. Questa divergente evoluzione ha assunto dimensioni relativamente ampie nell'ultimo periodo, quando il rallentamento della domanda estera ha reso la congiuntura italiana più dipendente dalla capacità di crescita della domanda interna. In effetti l'Italia ha difficoltà a far emergere una maggiore domanda interna, senza creare tensioni inflazionistiche che ne limitino la crescita e finiscano per penalizzare la produzione nazionale di beni. Il nostro paese ha una certa distorsione nel modello di sviluppo, che sembra essere anche una caratteristica di altri paesi dell'Europa Continentale. Più in particolare l'Italia ha una specializzazione forte nei prodotti di esportazione, mentre ha una scarsa disponibilità di capacità produttiva per soddisfare la domanda interna, sicché quando la domanda estera ristagna, l'economia rallenta mentre non si riesce a spingere sulla domanda interna perché si rischia di generare un eccesso d'inflazione.

3. Liberalizzare i servizi per far crescere l'industria In realtà, l'Italia ha una buona disponibilità di capacità produttiva anche per soddisfare una crescente domanda interna, ma esistono nel nostro paese molte rigidità che impediscono un rapido adattamento dell'offerta alla domanda e che pertanto generano tensioni di carattere inflazionistico. Più in particolare, la domanda interna è, per larga parte, domanda di consumo (oltre l'ottanta per cento) che si manifesta più come domanda di servizi che come domanda di beni: o meglio, la domanda di beni è attivata dalla domanda dei servizi che rappresenta una crescente parte della domanda delle famiglie. Infatti le famiglie italiane consumano sempre più servizi, sotto la forma di turismo, di ristorazione, di cura ed assistenza delle persone, di spettacoli, di sport, di cultura, ecc., che trascinano con se una domanda di beni che prima erano consumati in larga parte direttamente dalle famiglie, dato che molti servizi erano "autoprodotti" nell'ambito familiare. Questo filtro dei servizi alla domanda di beni rappresenta la via attraverso la quale le economie moderne fanno arrivare alle famiglie le nuove tecnologie ed i prodotti sempre più sofisticati, il cui uso deve essere mediato da uno specialista o da una squadra di professionisti. Basti pensare alla tecnologia implicita oggi in uno spettacolo cinematografico, teatrale o musicale, oppure al contenuto di macchinari di una palestra sportiva, o ancora alla sofisticazione tecnologica che esiste dietro il sistema sanitario, per rendersi conto di quanti beni "consumiamo" attraverso i servizi. Ebbene, in Italia l'offerta di molti servizi soffre di scarsa elasticità per le rigidità implicite nel mercato del lavoro, nella gestione degli orari, nei monopoli espliciti od impliciti ancora esistenti, nelle regolazioni minuziose che ne impediscono lo sviluppo e la concorrenza. E' così che l'assistenza alle persone è ostacolata dalla carenza di infrastrutture e di lavoratori; gli spettacoli sono un settore ancora compresso dove esistono troppe attività di tipo dilettantesco che non riescono a svilupparsi ed a crescere; la distribuzione commerciale è ancora frammentata ed ancorata ai sistemi di licenza; la sanità è compressa dalle scarse risorse pubbliche e frenata dalla organizzazione burocratica; l'offerta di turismo è spezzettata e legata a minuti interessi locali; e così via. In questa situazione, la domanda interna non riesce ad esprimersi pienamente né ad essere soddisfatta come dovrebbe e la sua crescita rischia sempre di trasformarsi in tensioni inflazionistiche, mentre la domanda di beni non riesce a ricevere quegli impulsi che permetterebbero all'industria di utilizzare meglio la sua capacità produttiva. Il paese non cresce quanto dovrebbe e potrebbe, mentre l'inflazione è sempre in agguato, rischiando così di erodere la nostra capacità competitiva. La cura per una tale situazione presuppone allora una maggiore liberalizzazione dei mercati dei servizi e delle professioni, assieme ad una vera deregolamentazione del mercato del lavoro, volto a creare nuove occasioni di attività.

4. Favorire la ricapitalizzazione delle imprese Una politica industriale che voglia far crescere il settore industriale del nostro paese, dunque, non può limitarsi a provvedimenti di sostegno a questo o a quel settore, ma deve abbracciare il campo della liberalizzazione dei consumi e dei mercati, quello delle infrastrutture del territorio, oltre che favorire un processo di ricapitalizzazione che appare oggi urgente anche in ragione dell'indebitamento generato dalle privatizzazioni avviate. Quest'ultimo aspetto appare particolarmente sottovalutato in questo momento. L'evoluzione della struttura delle imprese può essere agevolata se queste hanno una struttura patrimoniale solida, ove l'indebitamento è ricondotto verso livelli fisiologici. In caso contrario, ogni crisi congiunturale ed ogni processo di riposizionamento strategico da settore a settore rischia di essere fonte di forte instabilità, con il risultato finale di brusche chiusure di attività e/o di cessioni di proprietà a chi è più interessato alla conquista di un mercato che allo sviluppo di una attività produttiva. Ecco allora che appaiono urgenti, tra le altre, due strategie di politica industriale: a) consentire alle imprese una flessibilità adeguata per riassorbire gli shocks di domanda; b) favorire la ricapitalizzazione delle imprese sia sul piano normativo che fiscale. Un sistema flessibile, con riferimento in particolare al mercato del lavoro, consente di adeguare rapidamente i costi di produzione al livello di domanda complessivo, diminuendo i rischi di un eccesso di indebitamento che poi generano una forte instabilità. Per questo sono necessari ammortizzatori sociali più estesi e più automatici di quelli esistenti. Il caso FIAT è sintomatico: l'azienda deve ricondurre al più presto i costi di produzione ai livelli più bassi compatibili con la domanda attuale per potersi salvare; né è possibile avere certezze che nel futuro la domanda torni sui livelli precedenti, malgrado qualsiasi piano industriale sia fatto. In queste condizioni, negare la flessibilità dei costi all'azienda o condizionarla ad ipotesi di comportamento specifiche che implicano nel futuro un aggravio dei costi, significa solo generare rischi di ulteriori ridimensionamenti della capacità produttiva. Favorire un rapido ritorno all'equilibrio finanziario è invece una buona premessa per un recupero della competitività e per la salvaguardia della capacità produttiva. Ma le imprese italiane soffrono soprattutto di uno strutturale eccesso di debito. Quelle di piccole dimensioni sono indebitate anche per carenza di strumenti finanziari alternativi, mentre le grandi soffrono per lo sforzo fatto con le acquisizioni (in particolare delle imprese pubbliche) realizzate più attraverso il debito che attraverso il coinvolgimento di capitali presi sul mercato, ciò che avrebbe potuto allentare la capacità di controllo dell'impresa stessa. Un obiettivo, quest'ultimo, che va valutato anche sulla base della considerazione che le grandi imprese italiane sono relativamente "piccole" se confrontate con quelle di altri paesi, sicché la tendenza a difendere il controllo pieno da parte dei gruppi proprietari è anche una garanzia contro acquisizioni ostili effettuate da parte di concorrenti di altri paesi provvisti di maggiori mezzi finanziari. In queste condizioni, appare urgente una politica che favorisca la ricapitalizzazione delle imprese italiane, piccole e grandi, sia attraverso norme che facilitino i processi di aggregazione, che attraverso una fiscalità che agevoli le operazioni di fusione e la patrimonializzazione delle imprese stesse. La DIT (Dual Income Tax), pur con le sue complicazioni, aveva l'obiettivo di favorire le imprese che aumentavano il capitale proprio rispetto al debito. Sarebbe opportuno che un obiettivo di questo tipo facesse parte anche della nuova riforma del sistema fiscale italiano. 

da http://www.nens.it


Torna alla pagina precedente

Vai alla pagina principale