A proposito di "fichi d'India"

di Vittorio Valenza


Nel 2001, la Fiat auto ha perso un miliardo e mezzo di euro. Tre mila miliardi delle vecchie lire. Nei primi sei mesi di quest'anno, il rosso è di circa 900 milioni di euro. A fine luglio, gli istituti di credito, in particolare Banca Intesa, Capitalia, San Paolo Imi e Unicredito, hanno prestato alla Fiat spa tre miliardi per tamponare la falla. L'8 ottobre, la Fiat auto ha annunciato otto mila e 100 "esuberi": due mila e 700 a Mirafiori, mille ad Arese, mille e 200 a Cassino, 50 a Somigliano, mille e 800 a Termini Imerese. Evitano la scure solo gli stabilimenti di Cassino e di Melfi, i più robotizzati. In pari tempo, è stato pianificato un programma di ricerca e sviluppo da due miliardi e mezzo di euro all'anno fino al 2005. Dovrebbero servire per realizzare venti modelli nuovi. Estrapolate dal contesto, cioè dalle cause e dal divenire della malattia, le cifre esposte potrebbero apparire la débâcle come una quasi fisiologica crisi periodica. Ci sono gli esuberi, ma anche gli investimenti. Il credito non manca e la holding è piena di risorse.

Il declino. Ma le cose non stanno così. La crisi della Fiat auto viene da lontano. Non è solo congiuntura. Dieci anni fa, nel 1992, ogni cento auto vendute in Italia 57 erano Fiat, Lancia o Alfa Romeo. Una quota di mercato altissima che, unita alla buona penetrazione sui mercati esteri, faceva del gruppo torinese il numero uno dei produttori europei. Aveva, infatti, il 15 per cento del mercato continentale, superando, seppur di un soffio, la Volkswagen. Un decennio dopo, la situazione è ribaltata: ogni cento auto vendute in Italia, meno di trenta sono prodotte dal gruppo del Lingotto e, in Europa, la casa italiana è praticamente ultima, con una quota tra il sette e l'otto per cento del mercato contro la Volkswagen con il 18,3, la Psa al 15, la Ford e i giapponesi all'11,5, la Renault con il 10,5 e la General motors al 9,9. Nei primi otto mesi del 2002, infine, le vendite hanno preso una botta del 19 per cento in meno. Mentre il calo generale del mercato europeo è di circa il 4. Secondo i dati dell'associazione dei costruttori europei, la quota di mercato della Fiat è passata dal 7,6 percento del settembre 2001 all'attuale 7,3. In sostanza, in Italia e in Europa, Fiat auto conta la metà di dieci anni fa.

La malattia. Secondo gli esperti, la malattia della Fiat auto sarebbe la mancata innovazione di prodotto. Cioè lo sciopero degli investimenti. Un'inchiesta uscita sull'ultimo numero di Eurobusiness rivela che, tra il '95 e il 2001, la casa torinese ha investito solo 4 miliardi e mezzo di euro, contro i 21 della Volkswagen, i 10 e mezzo della Renault o i 10 della ben più piccola Bmw. Cosicché, mentre le station wagon sono un prodotto che vale da solo il 13 per cento del mercato italiano, la Fiat auto ne mette in campo un solo modello: la nuova Stilo. Mancano, inoltre, un 4x4, un coupé piccolo come la Opel Tigra, nonché una monovolume piccola come la Toyota Yaris, oppure una po' più grande come la Renault Scénic. Il progetto della Stilo monovolume è stato accantonato. Soprattutto, la Lancia non riesce neanche a scalfire il predominio delle berline tedesche. Poi ci si è messa anche la sfortuna. La casa torinese ha speso molte energie in paesi come l'Argentina, il Brasile, la Polonia e la Turchia, dove è esplosa una crisi economica di proporzioni globali.

L'intesa con la Gm. È in questo contesto, che va collocata l'operazione con la General motor. Come è noto, dal 2000, il 20 percento della Fiat auto è nelle mani del colosso statunitense. La vendita è stata accompagnata da un patto: a partire dal 2004, la Fiat potrà esercitare un diritto di vendita del rimanente 80 percento. In sostanza, dal 2004, la General motors avrà la proprietà della Fiat auto. Nel mondo della finanza, l'evento è, infatti, dato per scontato: l'agenzia americana di valutazione del credito ha ripetuto che, per allentare la pressione finanziaria, la Fiat nel 2004 dovrà vendere la maggioranza di Fiat auto alla General motors. Tanto è vero che, nei giorni scorsi, Paolo Fresco, in una intervista al Wall Street Journal, ha fatto capire che il problema verte sempre meno sul "se" la Fiat cederà alla Gm e sempre più sul "come, quando e a che prezzo". Quindi, come ha sentenziato a Panorama un analista di Londra specializzato nel settore: "Purtroppo è finita".

Responsabilità. Il neosegretario della Cgil, Gugliemo Epifani, ha ragione da vendere: "La crisi della Fiat sta tutta nel manico: non si era mai vista una latitanza simile della proprietà". E, tuttavia, alcune domande non sono fuori posto. Non è, forse, il mitico Contratto collettivo nazionale di lavoro dell'industria metalmeccanica uno dei più attrezzati per quanto concerne i cosiddetti "diritti d'informazione"? Non contiene, forse, una "Sezione prima" tanto nutrita da essere addirittura prolissa e ridondante? Non contempla tutti gli "osservatori congiunti" possibili e immaginari (nazionali, territoriali, aziendali) "sulla situazione economico sociale dell'industria"? A norma di un tale contratto, gli imprenditori non avrebbero dovuto fornire, per tempo, ai sindacati tutte le informazioni che questi ultimi avessero ritenuto necessarie? La crisi Fiat auto non è un lampo improvviso. Cova da dieci anni. Chissà se in questo divenire, la Federmeccanica o la Fiat che, come noto, ha "più di 200 dipendenti", hanno reso "ai Sindacati stipulanti informazioni globali riferite alle linee generali di andamento economico-produttivo ed alle prevedibili implicazioni sull'andamento della occupazione"? Sarebbe interessante leggere i verbali delle riunioni degli "osservatori congiunti". Chissà se hanno affrontato "le tendenze e l'evoluzione dell'innovazione tecnologica"? Se avranno avuto sott'occhio "gli andamenti e le tendenze qualitative e quantitative degli investimenti nel settore con particolare riguardo alle tendenze di integrazione internazionale"? Oppure "i dati medi dei principali indici di bilancio relativi al settore metalmeccanico"? Cosa si saranno detti "sulle scelte e sulle previsioni dell'attività produttiva, sulle iniziative formative in programma nonché sui programmi che comportino nuovi insediamenti industriali o rilevanti ampliamenti di quelli esistenti"? Per non parlare dell'"andamento delle modifiche degli assetti societari comportanti trasferimento d'azienda". Sarebbe istruttivo sapere come il sindacato ha usato questo diritto, tanto più che, in questi giorni, il senatore Giulio Andreotti, intervenendo nel dibattito che si è aperto su quali possano essere gli strumenti più idonei per aiutare la Fiat, con l'acume che lo distingue, ha proposto di utilizzare l'Articolo 46 della Costituzione, mai attuato, che riconosce ai lavoratori "il diritto a collaborare alla gestione delle aziende". Sante parole, se non fosse che le capacità dimostrate dalle organizzazioni sindacali in materia siano state, negli ultimi dieci anni, non corrispondenti.

La trattativa. La vicenda di questi giorni va, pertanto, intesa come l'inizio della trattativa per la vendita della Fiat auto alla General motors. L'holding italiana vorrebbe arrivare all'appuntamento con meno debiti, per chiudere l'accordo stipulato nel 2000 da una posizione di minor debolezza. L'obiettivo è condiviso dalle banche creditrici: "Il nostro compito è di accompagnare il nostro miglior debitore verso l'alleanza con gli americani della Gm". Le quali, peraltro, rischiano che la crisi del cliente si trasformi anche nella loro crisi. Infatti, come ha sottolineato il Corriere della Sera, "che cosa si può vendere, ai corsi attuali di Borsa?". Le azioni Fiat sono al livello del 1985. Con cinque miliardi di euro, ci si porta casa un gruppo che oltre all'auto, custodisce la Toro, l'Iveco, le macchine agricole, l'Avio, l'energia. La partita la sta giocando, come ovvio, anche la Gm. Nel bilancio del gruppo americano, il valore del 20 percento della Fiat è passato, nei giorni scorsi, da due miliardi e mezzo di dollari a circa 200 milioni. In pratica, è stato azzerato. Per gli esperti, il motivo di una tale svalutazione risiederebbe nel tentativo per abbassare il prezzo della Fiat auto nella prospettiva dell'acquisizione. Quindi, l'esatto contrario di quanto si sta congetturando a Torino.

Deindustrializzazione. Se mettiamo insieme e coniughiamo tutti i dati e i comportamenti, scopriamo che non sono in gioco solo otto o dieci mila posti di lavoro. Il percorso imboccato conduce, infatti, alla scomparsa tout court dell'industria dell'automobile dal panorama economico italiano. Rimarranno operativi gli stabilimenti di Melfi e di Cassino, costruiti con i soldi dello Stato e con i sacrifici dei lavoratori, i quali serviranno alla Gm per soddisfare le esigenze del mercato italiano. E solo di questo. La Gm comprerà la Fiat auto. Non sappiamo se per quattro oppure per otto soldi. Sappiamo, però, che gli italiani diventeranno, ancora una volta, lavoratori per conto terzi. E, per di più, lavoratori di bassa qualifica. Siamo, quindi, di fronte a un duplice trauma. Nel breve, c'è la perdita di gran parte dell'occupazione, diretta e indiretta, riconducibile alla Fiat auto. Nella prospettiva, c'è la scomparsa di un pezzo decisivo di quello che si chiama "patrimonio produttivo nazionale". È facile capire che la seconda cosa è molto più grave della prima. Perché se ne sta andando via il lavoro a più alto valore aggiunto. Quel che rimarrà sarà poco e povero. L'ha capito anche il premier: "Siamo il quinto paese industriale del mondo, se perdessimo questa sfida non lo saremmo più". Insomma, la vicenda si concluderà con l'uscita dell'Italia dal G8.

Risalita. È possibile invertire il corso delle cose? Tutto è possibile. Mai dire mai. Bisogna, tuttavia, sapere che mentre la strada del declino è stata in discesa, l'altra è una ripida salita. Ci vogliono idee chiare e volontà inflessibile. Se l'obiettivo è quello di accompagnare nel modo meno traumatico la Fiat auto in braccio alla Gm, magari difendendone il valore di cessione, facendo con ciò un ennesimo regalo agli azionisti, allora la soluzione è semplice, è un problema di tecnicalites. È alla portata delle forze in campo. Se, invece, si volesse mantenere italiana l'industria automobilistica, la musica cambierebbe. Vi è una condizione necessaria: risorse ingenti e un ingegnere alla Piech. Inoltre, come ha scritto Paolo Cirino Pomicino: il problema da affrontare subito "insieme alla crisi industriale, è quello della crisi finanziaria del gruppo". "Il settore finanziario italiano deve fare sistema. Con la Ferruzzi le banche decisero di trasformare i propri crediti in capitale di rischio. Niente impedisce agli istituti di credito di farlo anche con la Fiat. Ma niente impedisce che in questo frangente anche la finanza pubblica possa essere della partita". Ma qui scatta la condizione sufficiente: il ruolo della classe politica. Anche perché una simile strategia implica una rinegoziazione degli accordi del 2000.
Dalle celebri affermazioni di Vittorio Valletta alle riflessioni di Giorgio Amendola, è idea dominante che le sorti dell'Italia siano più che legate a quelle della Fiat. E viceversa. Per illustrare la simbiosi, i giornali, in questi giorni, hanno rispolverato l'episodio di tota (signorina in piemontese NdR) Robiola: "Qui si fa l'Italia". La vicenda che stiamo vivendo conferma questo sentire. Da un decennio il Paese è una flotta alla deriva. I dati sono noti. Può la nave ammiraglia non condividere le sorti della flotta? Il declino della Fiat non solo dà corpo alla più generale crisi del Paese, ma forse ne è anche una conseguenza. Il quesito da porsi è pertanto questo: può la classe dirigente, comprensiva dell'élite politica, che è frutto della decadenza produrre la riscossa? Il livello del dibattito è bene sintetizzato dalle parole di Roberto Maroni: "Noi ci auguriamo che la fabbrica non chiuda, ma queste sono decisioni che non competono al governo ma all'impresa. Se malauguratamente dovesse avvenire la chiusura, stiamo studiando un piano che preveda la costituzione di altri insediamenti per garantire a coloro che dovessero perdere il posto di lavoro di trovarne uno nuovo sull'esempio di quanto è avvenuto in Puglia".

28 novembre 2002


Il ministero dell’Economia: nei primi nove mesi dell’anno il gettito è sceso del 2,5%. Scattano le regole salvadeficit
Frenano le entrate, debito record
Bankitalia: salito a 1.386 miliardi. Berlusconi: faremo il possibile per tenere botta


ROMA - «Stiamo pensando di adottare tutti gli strumenti possibili per tenere botta»: il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, commenta così il nuovo record raggiunto a settembre dal debito pubblico e il calo delle entrate registrato nei primi nove mesi dell’anno. Il premier accusa il colpo ma si consola con la constatazione che «la situazione non riguarda solo il nostro Paese». Le cifre diffuse ieri dalla Banca d’Italia sul debito e dal ministero dell’Economia sulle entrate segnalano ancora una volta le difficoltà dell’economia e del bilancio. Il debito pubblico è salito del 4,1% in un anno, toccando a settembre 1,386,8 miliardi di euro, il che vuol dire che ogni italiano, grande o piccolo che sia, ha un debito di 24.330 euro. Vero è, come ha rilevato in più occasioni il ministro dell’Economia Giulio Tremonti, che il debito è destinato per sua natura ad aumentare soprattutto in assenza di incassi da privatizzazioni che lo abbattono. Ma è altrettanto vero che è cresciuto anche il rapporto debito-Pil, importante per il Patto di stabilità europeo, ed è salito il deficit pubblico. Proprio ieri la Banca d’Italia, ma anche il ministero dell’Economia, hanno confermato il calo delle entrate: nei primi 9 mesi dell’anno, secondo i dati del ministero, il gettito è calato di circa 5,7 miliardi di euro con una riduzione del 2,5% rispetto allo stesso periodo del 2001. risultando pari a 223.167 milioni di euro. Le imposte dirette sono diminuite del 5,5%, a 116.761 milioni di euro. A fronte di un aumento dell’1,2% dell’Irpef, l’Irpeg è calata del 14,1%, attestandosi a 15.416 milioni di euro. Il gettito dell’Iva è salito del 2,7%. Per la Banca d’Italia, che utilizza i dati di cassa e non di competenza come il Tesoro, la flessione delle entrate è stata nei primi 9 mesi del 4,5% contro il calo del 5,6% registrato nei primi 8 mesi.
Alcune contromisure per «tenere botta» sono state già prese: al contenimento del deficit sono destinati infatti gli incassi della cartolarizzazione annunciata ieri a fronte della vendita della seconda tranche di immobili pubblici e soprattutto sono state avviate dal Consiglio dei ministri di lunedì sera le procedure previste nel decreto salvadeficit. In particolare scatteranno i limiti delle spese non obbligatorie della pubblica amministrazione che non toccheranno in ogni caso stipendi, pensioni e pagamenti di interessi. Indicazioni più precise saranno fornite da un atto di indirizzo contenuto da un decreto del presidente del Consiglio e da un successivo decreto del ministro dell’Economia che dovrebbe essere varato entro una quindicina di giorni.
Intanto oggi la Commissione europea pubblicherà le previsioni economiche d’autunno che dovrebbero sancire il superamento del 3% nel rapporto deficit-Pil da parte della Germania (ieri il ministro delle Finanze Hans Eichel ha precisato che quest'anno raggiungerà il 3,7%) e il pericoloso avvicinamento della Francia a quella soglia. Difficile però prevedere se Bruxelles farà scattare fin da subito le misure previste nel Patto di stabilità per i governi che non riescano a tenere sotto controllo il disavanzo pubblico o se attenderà ancora. Sotto esame sarà anche l’Italia, che però non rischia richiami formali, il cui disavanzo di bilancio - secondo i calcoli di Bruxelles - dovrebbe attestarsi nel 2002 al 2,3% del Pil, contro il 2,1% previsto dal governo.
Il Senato intanto si prepara all’inizio della discussione della Finanziaria, approvata lunedì dalla Camera: il dibattito in aula è previsto per il 9 dicembre mentre il termine per la presentazione degli emendamenti è stato fissato al 6 dicembre. Il clima a Palazzo Madama è già teso: ieri il presidente dei deputati dell’Udc, Luca Volontè, ha anticipato alcuni dei tempi caldi della discussione. In particolare ha previsto ritocchi alla norma che regolarizza i videopoker e contrasti sul concordato: «Sarebbe un segnale negativo la trasformazione del concordato in condono» ha detto. In vista del nuovo round della sessione di bilancio si è fatta sentire anche la Confindustria: sul federalismo fiscale «occorre una riflessione più approfondita», ha detto il direttore generale Stefano Parisi esprimendo le perplessità per un’eventuale introduzione di norme federaliste in Finanziaria.
Stefania Tamburello

Corriere della Sera
13 novembre 2002


La classifica del World Economic Forum: superati da Trinidad, Thailandia e Slovenia
Il buco nero della competitività 
l´Italia affonda in classifica

DAL NOSTRO INVIATO


BRUXELLES - L´Italia vede crescere i suoi posti di lavoro più che nel resto dell´Unione europea, ma il gap con i partner rimane invariato. E nelle classifiche sulla competitività il nostro Paese scivola di tredici posti: dal 26 al 39.
Le cifre non positive per l´occupazione e l´economia italiane sono della Commissione europea e degli esperti del World Economic Forum. Nel Rapporto sull´occupazione che saranno approvate oggi dalla Commissione all´Italia viene accredito un aumento dell´occupazione dell´1, 6% nel 2001 superiore a quella dell´Unione (+1,2%). Gli indicatori del mercato rimangono però lontani dalle medie degli altri paesi Ue e «il gap con i partner europei - dice la commissaria Ue Anna Diamantopoulou - è rimasto sostanzialmente invariato».
Per lo scivolone nella competitività - sostiene il Wef, organismo responsabile del Forum di Davos, in Svizzera - a pesare sono invece soprattutto la poca flessibilità del lavoro, l´handicap tecnologico, il peso delle tasse sulle imprese ma anche la criminalità e l´andamento dei conti pubblici. Il titolo di «campione del mondo» è stato riconquistato dagli Stati Uniti, battuti nel 2001 dalla Finlandia, ora seconda. Seguono Taiwan, Singapore, Svezia, Svizzera ed Australia. Anche la Francia ha perso punti: dal 20 al 30 posto. E se gli Usa sono stati trainati in alto dalla loro innovazione tecnologica, l´Italia è stata penalizzata dalla sua debolezza nel settore, e superata da Trinidad e Tobago, Thailandia e Slovenia.
Da Bruxelles la Commissione dice che le «ampie riforme» che «dovrebbero modificare in profondità» il mercato del lavoro in Italia fanno parte di un mix di interventi «piuttosto squilibrato» e «non sufficiente» a risolvere soprattutto la situazione del sud. Il Patto per l´Italia potrebbe colmare alcune lacune» .

(m.m.)

la Repubblica
1 novembre 2002


I paradossi della crisi Fiat

di TITO BOERI


Non sappiamo come e quando la trattativa sul destino di Fiat Auto si concluderà. Ma una cosa sembra certa: alla fine lo Stato interverrà trasferendo, almeno in parte, gli oneri di un fallimento industriale dalle spalle del management e della proprietà a quelle dei contribuenti. Non lo farà per ragioni di strategia industriale: non è affatto ovvio che oggi l´Italia debba ancora puntare sull´auto, né che si debba, a tutti i costi perché di questo si tratta, salvaguardare la nostra impresa simbolo. Eppure lo Stato interverrà, pagando un prezzo elevato e generando forti iniquità, perché non è politicamente e socialmente possibile affrontare una crisi di queste dimensioni affidandosi agli ammortizzatori sociali di cui disponiamo. Tutto si regge su di un ricatto incrociato. Vediamo perché.
Gli 8100 lavoratori Fiat in esubero tra Arese, Cassino, Termini Imerese e Torino avranno diritto, tra Cassa Integrazione e mobilità, ad una retribuzione pari all´80 per cento del loro ultimo stipendio (fino ad un massimo di circa 900 euro) per 24 mesi. Dopodiché, se con più di 40 anni, potranno fruire per un altro anno (due nel caso degli over-50) di un sussidio pari al sessanta per cento della loro ultima retribuzione. Per i lavoratori meridionali, esiste anche la possibilità di estendere la durata del sussidio di altri 12 mesi. Alla fine di questo tortuoso percorso, il sistema sociale italiano non prevede altri ammortizzatori sociali automatici: l´unica via di fuga dalla povertà sarebbe quella di riuscire a trovare un nuovo impiego. Non esiste da noi un reddito minimo garantito, un sistema che impedisca a chiunque di avere un reddito al di sotto di una soglia di povertà prestabilita, come avviene in tutti i paesi della Ue ad eccezione di Grecia e Italia.
In Italia esiste, invece, un altro istituto, talmente costoso da essere accessibile solo da pochi, anzi pochissimi. Si chiama mobilità lunga, garantisce ai lavoratori interessati la possibilità di essere sussidiati fino all´andata in pensione. Quali sono le condizioni per accedere alla mobilità lunga? Non è dato saperlo. Le regole d´accesso vengono decise dal governo di volta in volta e dipendono esclusivamente da considerazioni di natura politica e sociale, il che innesta un gioco perverso di ricatti incrociati fra governo e grandi imprese.
Quanto costa ai contribuenti la mobilità lunga? Molto. Solo per Termini Imprese, uno stabilimento con manodopera relativamente giovane, il costo potrebbe essere superiore ai 225 milioni di euro. Se contiamo l´indotto, circa 1000 lavoratori, meno pagati, ma più giovani, si aggiungerebbero almeno altri 150 milioni di euro. Ad Arese, Cassino e Torino, il cammino dalla mobilità alle pensioni di anzianità sarà più breve, ma richiederà comunque il ricorso alla mobilità lunga perché i lavoratori più anziani sono già stati licenziati, con la "rottamazione" dei lavoratori più vicini alla pensione compiutasi fra luglio e settembre: 2887 esuberi nella casa madre e 575 in società del gruppo. Contando anche un terzo dei costi delle pensioni di anzianità (circa un 30 per cento degli aventi diritto non vi accede) si arriva ad un costo totale dei provvedimenti ad hoc per fronteggiare gli esuberi Fiat già annunciati vicino ai 600 milioni di euro.
Certo, la posizione dei lavoratori Fiat, specialmente quelli meridionali, è tutt´altro che invidiabile, ma è bene sapere che lo stesso trattamento non è concesso ai lavoratori licenziati in altri settori e certamente non è concesso ai lavoratori licenziati dalle imprese più piccole. Il nostro stato sociale discrimina, come se esistessero disoccupati di serie A e disoccupati di serie B. Per i lavoratori in esubero dalle piccole imprese, non solo non è prevista la mobilità lunga, ma neanche quella "corta" e neppure la Cassa Integrazione Straordinaria. Per questi disoccupati di serie B, 6 mesi dopo il licenziamento, l´unico modo di evitare il rischio di povertà consiste nel trovare un nuovo lavoro.
Vi sono poi altre iniquità, non meno stridenti. E´ fuori di dubbio - - lo spiegano con dovizia di particolari su www.lavoce.info alcuni profondi conoscitori della Fiat - che la crisi attuale abbia radici in errori del management. Eppure l´ex amministratore delegato della Fiat, Paolo Cantarella, ha ricevuto una liquidazione pari a 20 milioni di euro, un valore pari a 4 mesi di stipendio per i 1.800 lavoratori di Termini Imerese messi in esubero. Fonti attendibili valutano la liquidazione di Cesare Romiti ben al di sopra dei 100 milioni di euro, poco meno della metà del costo della mobilità lunga nello stabilimento siciliano. La proprietà, si dice, paga già con la caduta dei prezzi dei titoli. Ma senza interventi esterni, Fiat Auto è un´impresa in bancarotta. E´ la prospettiva del salvataggio con intervento pubblico che impedisce la caduta verticale del corso dei titoli.
Per rimediare a queste iniquità occorre spezzare il ricatto incrociato. Servono istituti di protezione automatici, cui si possa accedere indipendentemente dal potere contrattuale dell´impresa cui si appartiene. Il governo sostiene che mancano le risorse per farlo. Eppure i costi dello status quo sono ancora più alti, come prova la vicenda Fiat. Costruire un sistema serio di ammortizzatori sociali che impedisca a tutti per sempre di cadere in condizioni di indigenza costerebbe circa 3 miliardi di euro. Tra ammortizzatori e salvataggio industriale rischiamo di spenderne poco meno per la sola Fiat. Non si è mai visto un simbolo costare così tanto!
Questo articolo è tratto dal sito www.lavoce.info

la Repubblica
15 ottobre 2002 


L´INTERVISTA
Parla Bersani dopo gli applausi della platea di Confindustria

"Le imprese non credono più al miracolismo di Berlusconi"
"Industriali delusi, ma D´Amato si è fermato un passo prima: è troppo legato al governo"

MARCO PATUCCHI


ROMA - «Evidentemente il miracolismo non li convince più...». Il giorno dopo gli applausi incassati dalla platea di Confindustria, Pierluigi Bersani - ex ministro dell´Industria e responsabile economico dei Ds - prova a ragionare su quella che sembra a tutti gli effetti una virata del mondo imprenditoriale fino ad oggi fedele compagno di viaggio del governo.
Allora, la luna di miele tra imprese ed esecutivo è davvero finita?
«Mercoledì, al convegno di Confindustria, era palese la disaffezione della platea per un governo che è sempre più lontano dalla realtà delle cose e della situazione. L´ho detto a viale dell´Astronomia e lo ripeto qui: non si può essere talmente creativi da passare sopra alla realtà; ma da Tremonti non sono arrivate risposte alle istanze degli imprenditori e così si continua ad andare avanti con una politica economica volontaristica, tutta giocata sulle aspettative».
Dunque gli applausi al suo intervento più che un segnale alla sinistra sono stati il riflesso di una delusione nei confronti di Berlusconi e dei suoi ministri...
«Non esattamente. Oltre alla preoccupazione e all´incertezza degli industriali sulle capacità del governo, ho colto anche l´apprezzamento per un centrosinistra realista e che non segue un anti-Berlusconismo astratto. Insomma, la ricetta che ho proposto è quella di riprendere il filo dell´equilibrio nella finanza pubblica tenendo i piedi ben saldi per terra, il che significa una strategia aggressiva sul debito e lo stop ai meccanismi di una tantum e sanatorie fiscali».
Scusi, lei propone ricette come se al governo ci fosse l´Ulivo...
«Il mio è un appello alle parti sociali: tocca a loro selezionare le priorità e, sedendosi ad un tavolo che non sia zoppo, recuperare una vera politica dei redditi».
Torniamo agli industriali. Il nuovo clima al quale faceva riferimento si respira solo nella base o crede che anche la leadership di Confindustria abbia iniziato a rivedere la propria opinione sul governo?
«La caduta di credibilità dell´esecutivo Berlusconi è molto diffusa tra le imprese, ma mi sembra che D´Amato si sia fermato un passo prima: non potrebbe essere diversamente, visti gli impegni molto stretti che ha preso a suo tempo con il governo».
Eppure anche D´Amato ha contestato alcune misure di Tremonti, condono in primis...
«Difficile non criticare certe cose...Berlusconi dovrebbe rendersi conto che l´Italia sta cambiando: anche tra i lavoratori autonomi cresce l´insofferenza per la politica dei condoni e delle sanatorie. E pensare che il Cavaliere ha tarato tutta la sua impostazione di governo sul concetto del ´nuovo inizio´, invece di fare un ulteriore passo avanti nella politica di riforme degli anni ´90...». 

la Repubblica

13 settembre 2002 


Perini: «Le prospettive dell´economia non sono affatto malvagie Quello di cui il paese non ha bisogno è un nuovo autunno caldo che strumentalizzi le difficoltà in chiave politica e sindacale» 

DIRE che tutto va a gonfie vele sarebbe una bugia, ma abbiamo superato situazioni ben peggiori senza fare troppe storie. Per questo non capisco le tante Cassandre che vengono a dipingerci futuri catastrofici». Michele Perini, dal vertice dell´Assolombarda - ossia dell´organizzazione territoriale di gran lunga più importante della Confindustria - ha modo di tastare gli umori dei suoi associati quasi senza soluzione di continuità. E il barometro, per gli industriali lombardi, non segnala affatto tempesta. A dispetto di tutto. A dispetto di un andamento di un´economia mondiale che è ancora «molto lontano dai trend ritenuti soddisfacenti da tutto il sistema produttivo». A dispetto di numerosi rinvii delle promesse fatte da Silvio Berlusconi in campagna elettorale. A dispetto delle ombre di dirigismo prodotte da alcune mosse a sorpresa del governo, come il blocco delle tariffe deciso l´altro giorno. «Certo, la situazione avrebbe potuto essere migliore e quella attuale non è la stagione più gratificante che ci sia stato concesso vivere come imprenditori» dice Perini a «La Stampa», ma subito aggiunge che «sarebbe fuorviante imputare le perduranti difficoltà dell´economia al governo e sarebbe ingiusto accusare il premier di avere fatto promesse che poi non è riuscito a mantenere». Per Perini non va infatti dimenticato che «quando Berlusconi, in campagna elettorale, prometteva di ridurre la pressione fiscale appena salito al governo, tutti gli organismi internazionali facevano stime di crescita del Pil attorno al 2,6/2,7%». Ora, questa crescita non c´è stata «per cui - aggiunge il presidente dell´Assolombarda - non c´è da meravigliarsi se il governo corregge al ribasso le proprie prospettive e rimodula nell´arco della legislatura le sue promesse».


Sul rallentamento dell´economia hanno giocato molti fattori, dall´insicurezza generalizzata prodotta dagli attentati dell´11 settembre alla crisi del capitalismo americano che si è dimostrato incapace di evitare tanti scandali. Che cosa la preoccupa di più? 

«Credo che con l´insicurezza ormai siamo costretti a convivere, mentre ritengo che le regole vigenti in Europa e l´insieme dei controlli incrociati operanti nelle nostre società quotate siano in grado di evitare da noi il riprodursi di fenomeni così devastanti come quelli che si sono verificati negli Stati Uniti nel corso dell´ultimo anno. Ciò che mi preoccupa più da vicino, in questo momento, è invece il riaccendersi dell´inflazione in Italia». 

Ma in realtà una certa ripresa dell´inflazione non è un fenomeno squisitamente italiano perché si è verificato in tutta Europa. 

«E´ vero, ma in Italia dobbiamo vedercela con uno 0,4% aggiuntivo rispetto all´andamento medio europeo dell´inflazione. Da imprenditore milanese debbo rilevare però che a Milano questo differenziale non c´è stato, forse perché nel capoluogo lombardo c´è maggior concorrenza: le imprese sono messe a dura prova e i prezzi vengono necessariamente calmierati. In linea generale, un po´ perché la gente con leggerezza ha usato l´euro come si trattasse delle vecchie mille lire e un po´ perché qualcuno ha fatto il furbo nei dintorni dell´introduzione della valuta europea, sta di fatto che i prezzi sono decisamente cresciuti; si è ridotto il potere di acquisto delle famiglie e questo ha prodotto ricadute negative sull´andamento dei consumi». 

Quale terapia suggerisce per frenare l´inflazione? 

«Più che bloccare le tariffe io ritengo apprezzabili due interventi concomitanti. Da un lato auspico che si introduca la banconota da 1 euro come c´è per il dollaro. Voglio ricordare che la moneta più grossa negli Stati Uniti è pari a un quarto di dollaro, ossia circa 500 lire, mentre in Europa abbiamo addirittura la moneta da 2 euro (quanto dire circa 4000 lire). Inoltre solleciterei Carluccio Sangalli a monitorare con attenzione l´andamento dei prezzi al dettaglio per colpire decisamente i furbi». 

Uno dei terreni su cui il governo studia come intervenire è quello delle assicurazioni. Come pensa si possa combattere il caro-tariffe della Rc-auto? 

«Il problema verrebbe risolto rapidamente se le compagnie assicurative decidessero di provvedere direttamente - presso officine loro o con loro convenzionate - alla riparazioni degli automezzi incidentati. Con il controllo diretto del lavoro fatto da parte delle assicurazioni si evita sia che la gente abusi della situazione sia che i meccanici mettano prezzi esorbitanti; si facilita, inoltre, l´emersione del sommerso (troppe officine lavorano ancora in nero); e si toglie alle assicurazioni ogni titolo per correggere al rialzo le tariffe Rc-auto ad ogni piè sospinto». 

Come vede il secondo semestre dell´anno? 

«Non siamo ancora in grado di dare giudizi definitivi perché l´andamento dell´economia è stato segmentato. A luglio le rilevazioni erano intonate alla stabilità, con spunti di miglioramento: non capiamo ancora se si tratta di semplici ricostituzioni delle scorte o se, invece, ci troviamo di fronte ai primi, timidi segnali di un ritorno al bello. Lo capiremo certamente a ottobre. Ora, poi, il venire a scadenza degli incentivi fiscali per gli investimenti produttivi decisi dal governo un anno fa, potrebbe determinare un´accelerazione degli investimenti per la produzione. Le prospettive, insomma, non sono affatto malvagie, a patto che non le si vogliano rendere tali». 

A che cosa si riferisce? 

«Intendo dire che è importante che l´autunno non sia strumentalizzato in termini politici e sindacali. Credo che il paese non abbia bisogno di un autunno caldo, né di una dissennata rincorsa di prezzi e salari». 

Si è sentito dire che il governo, o quanto meno il premier, non sarebbe sfavorevole a un recupero dell´inflazione reale nei contratti. Dato e non concesso che queste affermazioni siano qualcosa di più di rumors estivi, lei che cosa ne pensa?


«Da un lato, più restiamo ancorati all´inflazione programmata più riusciamo, come paese, a migliorare i nostri conti. Dall´altro lato, però, è comprensibile che da noi - con i ben noti nodi di costo del lavoro indotti dal persistere di un enorme cuneo contributivo e fiscale - si rischia l´impopolarità ancorando il recupero dei contratti a quell´1,4% lordo dell´inflazione programmata». 

Come trovare la quadratura del cerchio per salvaguardare i conti e, nello stesso tempo, soddisfare le aspettative della gente? 

«Io suggerirei di lasciare una parte dell´incremento dei salari libera dagli oneri sociali, in modo che a parità di costo per le imprese la gente si trovi più soldi netti in tasca». 

Qualcuno, nella maggioranza di governo, per evitare le strettoie imposte dalla debolezza della congiuntura economica suggerisce di rivedere il Patto di Stabilità. Come vedono le imprese questo orientamento? 

«Come il fumo negli occhi. Il Patto di Stabilità va rispettato e non si deve andare oltre lo sfruttamento degli elementi tecnici di aggiustamento che esso già incorpora. Di tutto ha bisogno l´Italia salvo che di un ritorno alla finanza allegra. E poi che senso avrebbe suggerire di mettere mano al Patto di Stabilità quando si è appena imposto il rispetto del Patto ai paesi dell´Est europeo che attendono di entrare nell´Unione?». 

Quanto è importante per voi industriali l´allargamento dell´Unione Europea a Est? 

«E´ molto importante: non si tratta solo di mercati di sbocco potenziali per le nostre produzioni, ma anche di aree verso le quali delocalizzare i segmenti della filiera produttiva non più economicamente sostenibili nei paesi ad alto costo del lavoro qual è il nostro». 

La delocalizzazione sta diventando dunque un destino? 

«Lo è già diventato. Per questo abbiamo bisogno di incorporare in Europa aree a più basso costo del lavoro; di farci promotori di grandi alleanze con imprese del Far East, come quelle cinesi, per esempio, per le produzioni a contenuto innovativo e di valore aggiunto ancora più basso. Tutto questo, però, andrà accompagnato dalla salvaguardia assoluta della proprietà intellettuale (ossia dei brevetti): e a questo è chiamato il Wto, che deve riprendere a lavorare in grande». 

Vi attendete, dunque, una nuova rivoluzione in termini di ripartizione mondiale del lavoro? 

«E´ inevitabile: la globalizzazione comporta vantaggi e oneri. Molte lavorazioni migreranno dall´Italia: solo il sindacato non lo ha ancora capito, o finge di non averlo capito, ma lo dovrà accettare». 

E gli imprenditori suoi associati come si preparano alle nuove sfide della globalizzazione? 

«Si stanno preparando nell´unico modo vincente: investendo massicciamente per aumentare la qualità della produzione e il valore aggiunto incorporato nei loro prodotti. Solo così si può competere in un mondo globalizzato, da un paese industrialmente avanzato». 

Questo significa che le scommesse non si vincono solo tagliando i costi. E´ così? 

«Certo che non basta tagliare i costi. Ma per avere le risorse da dirottare agli investimenti per la crescita del valore aggiunto e della qualità delle produzioni, e all´innovazione tecnologica, i costi devono necessariamente essere posti sotto controllo». 

Incrociando le persistenti debolezze dell´economia con le nuove sfide poste dalla globalizzazione, come si pone rispetto al futuro: ottimista o pessimista? 

«Moderatamente ottimista».

La Stampa
2 settembre 2002


L´ASSALTO AI NOSTRI PORTAFOGLI

di FEDERICO RAMPINI 


TUTTI sospettiamo che l´inflazione reale in Italia sia più alta. Ma anche se fosse vero solo quel +2,3 per cento d´aumento ufficiale dei prezzi ad agosto, sarebbe già un colpo duro per il potere d´acquisto degli italiani. Il carovita corre troppo e corre quando non dovrebbe, perché siamo in pieno rallentamento della crescita economica e gran parte del paese stringe la cinghia. È anche un segnale d´allarme per il sistema Italia, che "fabbrica" il doppio d´inflazione della Germania e però ha perso la vecchia scappatoia della svalutazione per recuperare competitività. È infine una brutta notizia per il governo (vede saltare tutte le sue previsioni e rischia un autunno caldo) che tuttavia lo chiama in causa direttamente: non ha mai fatto una politica della concorrenza a tutela dei consumatori.
Sull´attendibilità dei dati Istat vale quel che disse lo statista inglese Benjamin Disraeli: «Ci sono tre modi per mentire: le bugie, le menzogne spudorate, e le statistiche». Perfino in America, paese che ha il culto delle statistiche, sono costretti a rivedere e aggiustare continuamente la contabilità nazionale; credevano che la recessione dell´anno scorso fosse durata un trimestre solo, ora si scopre che ne durò tre. In Italia gli esperti sanno che il "paniere" Istat ha molti difetti, basti dire che la spesa per la casa vi pesa solo per un 10 per cento mentre è assai più elevata la sua incidenza nel bilancio delle famiglie. Ma soprattutto, la maggioranza degli italiani denuncia da mesi i forti rincari dei prezzi avvenuti in occasione del passaggio all´euro. Un fenomeno che sul radar delle statistiche non è mai apparso.
È possibile che sia un´allucinazione collettiva? La percezione che hanno milioni di consumatori varrà pur qualcosa; in ogni caso contribuisce a formare un clima di sfiducia che a sua volta penalizza i consumi e quindi la crescita economica.

Con la conversione della lira in euro è accaduto semplicemente quel che era prevedibile: in una economia ingessata da monopoli, oligopoli, e corporazioni protette, il cambio monetario è stato il segnale per un "assalto alla diligenza", cioè ai portafogli dei consumatori. L´effetto-euro avrebbe dovuto essere un aumento della trasparenza nel grande mercato unico, quindi più scelta e più potere per gli acquirenti. Per ora è accaduto il contrario, perché i prezzi scendono solo dove c´è concorrenza (oppure di fronte a una grande depressione che fa crollare i consumi: per fortuna non siamo ancora a questo punto). In Italia con l´arrivo dell´euro chi ha più potere di mercato si è regalato una rendita una tantum.
Basta scorrere l´elenco dei rincari per vedere quali sono i focolai d´inflazione, e le zone di oligopolio. Non a caso l´Italia è il paese dove, quando il petrolio rincara in Medio Oriente, il prezzo alla pompa schizza subito al rialzo, mentre quando il greggio saudita scende gli aggiustamenti al ribasso dai benzinai sono lentissimi. È il paese d´Europa che ha le bollette della luce più care, perché il monopolio dell´Enel non è stato veramente attaccato. I rialzi delle tariffe assicurative sono un altro esempio classico dei danni dell´oligopolio. Queste cause d´inflazione sono note e si possono curare. Da un governo di centro-destra, guidato da un capitalista che professa fiducia nell´economia di mercato, ci si potrebbe aspettare una politica "thatcheriana" di liberalizzazioni in favore del consumatore.
Ma la Signora Margaret Thatcher alla concorrenza credeva sul serio, di mestiere faceva solo la statista, e non era la proprietaria di un´azienda duopolista. A parte le differenze con la biografia professionale di Silvio Berlusconi, è comunque l´intero centro-destra italiano a mancare di una cultura dell´antitrust. Non solo nel presidente del Consiglio, ma nella sua maggioranza non si vede una strategia di attacco alle rendite di posizione aziendali o corporative che creano inflazione.
Un´altra fonte importante di rincari dei prezzi, rilevata anche dall´Istat, è nei servizi municipali: dai trasporti pubblici alla nettezza urbana. Qui si vede l´effetto di una politica di bilancio che cerca di occultare il deficit pubblico spostandolo verso gli enti locali. Prima o poi il deficit cacciato sotto il tappeto rispunta da un´altra parte, e il conto lo pagano i cittadini.
Gli effetti sulla competitività sono un problema serio. Nell´ultimo mese comparabile, a luglio, l´Italia già viaggiava su un tasso d´inflazione del 2,2 per cento. La Francia era a quota 1,6, la Germania all´1. Germania e Francia sono i due principali partner commerciali dell´Italia. Quel costante divario d´inflazione significa che ogni mese i loro prodotti diventano un po´ meno cari dei nostri. Le loro esportazioni diventano più competitive, le nostre meno. La tendenza dell´economia italiana a produrre più inflazione è un problema antico, che prima dell´euro si compensava (malamente) con le periodiche svalutazioni della liretta. Oggi non si può più. E allora il nostro declino di competitività si traduce in meno crescita, meno posti di lavoro.
Questo è tanto più preoccupante in un contesto internazionale già così debole: il Fondo monetario rivede al ribasso le previsioni di crescita, la locomotiva americana rischia una ricaduta nella recessione, la Germania è in stallo e i suoi disoccupati superano i quattro milioni. In un contesto di sviluppo dinamico un po´ d´inflazione non sarebbe un dramma: quando la produttività e i salari crescono, i rincari servono da "lubrificante". Ma nella paralisi della crescita, l´Italia rischia di soffrire i due mali della stagflazione: stagnazione e carovita.
Tutto lo scenario economico del governo è ormai saltato. Sbanda l´inflazione, sfora il deficit pubblico, e la crescita del Pil secondo il Fondo monetario sarà un modestissimo 1 per cento. I sindacati, compresi Cisl e Uil, minacciano l´autunno caldo perché non possono vincolare gli aumenti salariali all´1,4 per cento d´inflazione programmata. Del resto una decurtazione dei salari reali farebbe scendere i consumi e quindi sarebbe un ulteriore freno alla ripresa economica. Ad arroventare l´autunno contribuirà l´inevitabile manovra di aggiustamento dei conti pubblici? Bisognerebbe tornare a parlare di nodi strutturali come le pensioni - esorta a farlo la Commissione europea - ma al governo Berlusconi questo evoca pessimi ricordi.

la Repubblica
23 agosto 2002


CONDIZIONI INCERTE PER UNA STAGIONE DI SCIOPERI

Autunno freddo

di Giuseppe Berta


A scorrere le cronache di questa tormentata estate del 2002, il lettore può essere facilmente colto da un senso di spaesamento. Da un lato, infatti, si delinea ogni giorno con contorni più minacciosi un quadro economico internazionale all'insegna del rischio di recessione; dall'altro, queste tendenze sembrano ripercuotersi soltanto in minima parte su una scena italiana che è dominata dai temi consueti.

A parte la questione dell'aggravamento dei conti pubblici, non pare che il cambiamento in corso nell'economia mondiale - la cui portata è enfatizzata da numerosi commentatori - sia tale da incidere sull'agenda politica italiana. Si direbbe al contrario che siano all'opera gli schemi di sempre. Ora essi si imperniano sul carattere che è destinato ad avere il prossimo autunno, da molti pronosticato come una stagione di rinnovata conflittualità.

Varie ragioni condurrebbero a un rilancio delle agitazioni sociali e della mobilitazione collettiva nel breve periodo. Vi è chi sottolinea il diffondersi di un malcontento che potrebbe facilmente sfociare in una ripresa del conflitto da parte di categorie forti e agguerrite. Altri indicano invece la questione salariale e dei redditi come la scaturigine di nuovi scioperi, ritenendo che la concorrenzialità fra i sindacati potrebbe alimentare rivendicazioni più rilevanti sul terreno monetario.

Del resto, non sono pochi coloro, anche nel centro-destra, che pensano che una pressione salariale avrebbe un effetto positivo sulla domanda interna e sul livello dei consumi. E infine ci sono tutti coloro che si aspettano una riedizione dell'«autunno caldo» attivata dalla Cgil, facendo credito alla confederazione di Cofferati di possedere una capacità di lotta così estesa da scuotere, in ultima analisi, l'esecutivo.

Alcune di queste valutazioni scontano un difetto di inattualità. Intendiamoci: non che non siano presenti nella società italiana i germi di una conflittualità robusta, soprattutto in alcuni comparti nei servizi. Ma una condizione per il moltiplicarsi e il rafforzarsi degli scioperi è la loro attitudine a produrre risultati. E negli ultimi tempi i conflitti nell'industria - un settore che sconta una fase di difficoltà più evidente nelle grandi concentrazioni, ma da non trascurare nemmeno nelle costellazioni delle imprese minori - hanno dimostrato uno scarso potere di conseguire risultati effettivi, come testimonia l'esperienza recente del sindacato più antagonista, la Fiom-Cgil.

Chi indugia nella convinzione un po' rétro che la lotta sociale possa sconvolgere gli equilibri parlamentari e mettere a repentaglio la continuità dei governi, dovrebbe peraltro tenere conto del diffuso grado di preoccupazione che oggi pesa sulla nostra società. Davvero si può credere che l'Italia del Duemila possa essere ribaltata nelle sue maggioranze politiche da un movimento meramente di lotta e contestazione, senza esprimere un programma politico preciso e realistico, in cui il Paese nel suo complesso possa identificarsi?

La Stampa
19 agosto 2002


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