Tante parole, pochi fatti un'economia sotto processo

Un esempio sono le pensioni Nel 2010 la spesa previdenziale sarà il 14 o il 15% del Pil nazionale Non è chiaro però cosa voglia fare il governo: forse lasciare perdere?
Da organismi come Bce e Fmi sono giunte sollecitazioni perché il governo dìa subito seguito alle promesse Ma anche Fazio e la Corte dei conti sono intervenuti

Gli inviti alle riforme e a rispettare gli obiettivi di risanamento si ripetono di continuo

MASSIMO RIVA


«Come on, Mr. Berlusconi», ha scritto ieri il Financial Times tracciando un bilancio del primo anno di governo del centrodestra italiano. Un «Forza Berlusconi» che non suona da lode, ma come energico invito a darsi da fare.
Perché finora - è l´opinione del quotidiano della City - egli troppo poco ha fatto per affrontare i problemi dell´Italia, a dispetto di un robusto mandato elettorale. Conclusione secca della disamina: ora Mr. Berlusconi «deve usare il suo potere crescente per risvegliare il paese invece che per perseguire i suoi interessi personali».
Un altro attacco della stampa estera, magari imbeccata dai soliti «comunisti» nostrani, come amano dire i portavoce del presidente del Consiglio? In realtà, ciò che scrive il Financial Times non è particolarmente originale. Perché il quotidiano inglese si limita a ripetere valutazioni che «tribunali» ben più autorevoli hanno pronunciato proprio in questi giorni. Da Bruxelles l´Unione europea ha mandato a dire che continua a prendere in parola l´impegno italiano sui vincoli di Maastricht, ma non vede come il governo di Roma possa riuscire a tener fede alla parola data. Gli ispettori del Fondo monetario, venuti da Washington, hanno appena riconosciuto che i programmi sarebbero anche buoni, ma sono le realizzazioni a latitare.
Infine, giusto ieri da Francoforte, la Banca centrale europea ha sottolineato che, mentre «significativi squilibri fiscali» insidiano il bilancio, Roma non indica misure «chiaramente specificate e credibili per raggiungere gli obiettivi di risanamento».
Una congiura internazionale contro l´Italia? C´è da sperare che i più tenaci fan di Berlusconi resistano stavolta alla tentazione di rifugiarsi nel ridicolo. Anche perché gli argomenti proposti da questa variegata corte di giustizia economica appaiono cementati in un´inconfutabile realtà di fatto. Le spese per le pensioni e per la sanità continuano a crescere senza intervento alcuno, neppure per creare lo spazio finanziario utile a compensare il tanto promesso taglio delle tasse. Sulle privatizzazioni non si è mosso un passo e così pure per quelle liberalizzazioni che dovrebbero aiutare la competitività del sistema. Per non dire delle stime di crescita del Pil e di riduzione del deficit 2002, tuttora sbandierate da un euforico Tremonti, le quali appaiono ormai come una chimera: il Fmi ha dimezzato la prima ipotesi e più che raddoppiato la seconda.
Insomma, quel che gli osservatori esterni dicono a Berlusconi è chiaro: hai promesso che avresti tagliato le spese, diminuito le tasse, completato le privatizzazioni, rilanciato la competitività delle imprese, ridotto il deficit annuale e accelerato la discesa del debito, ma in realtà hai fatto poco o nulla, quindi datti una mossa. Invito, a guardar bene, del tutto simile a quelli che, dall´interno del paese, sono venuti dalla Corte dei Conti e da un governatore della Banca d´Italia, che dopo mesi di infatuazione miracolistica ha dovuto rimettere i piedi per terra, e continuano a venire, sempre più insistenti e al tempo stesso delusi, da quella parte rilevante del mondo imprenditoriale che aveva visto in Berlusconi il messia del proprio tornaconto economico.
Ieri il presidente del Consiglio, che forse comincia a sentirsi il terreno scottare sotto i piedi, ha evocato i vincoli di Maastricht per sollecitare tutti a smetterla con «baruffe da cortile». Il proposito appare ottimo, ma anche in questo caso i fatti di questi giorni camminano in senso opposto.
Prendiamo un caso concreto, ritenuto essenziale dagli osservatori internazionali per gli equilibri della finanza pubblica: la riforma delle pensioni. D´accordo, in materia la situazione non è facile per Palazzo Chigi.
Da un lato ci sono i sindacati (tutti i sindacati) i quali dicono che non c´è bisogno di alcun intervento perché non vogliono spingere lo sguardo dei loro conti oltre l´orizzonte di qualche anno. Dall´altro lato c´è la Confindustria, la quale preme perché si faccia qualcosa subito, ma punta soprattutto a ottenere una riduzione dei contributi versati dalle imprese.
In mezzo, però, ci sta una spesa pensionistica che non apparirà allarmante per i prossimi tre o quattro anni, ma continua a crescere con un ritmo destinato a diventare insostenibile già per le giovani generazioni oggi in attività nel mondo del lavoro. Nel 2010 si stima che la spesa previdenziale sarà fra il 14 e il 15 per cento del prodotto interno lordo: un primato mondiale negativo. Non per caso - da Bruxelles come da Francoforte e Washington - si insiste nel chiedere che l´Italia, come e più di altri paesi europei, faccia qualcosa per arginare un´uscita che ipoteca la gestibilità del bilancio pubblico. Che vuol fare in proposito il governo Berlusconi? Agire, come più volte assicurato, ovvero lasciar correre scaricando la questione su figli e nipoti?
Chi sa rispondere a queste domande meriterebbe un premio. Il ministro Tremonti, che aveva in casa gli ispettori del Fmi, ha annunciato un esperimento tampone con la liberalizzazione dell´età pensionabile. Ma sùbito il suo collega Maroni, impegnato in un difficile negoziato coi sindacati, ha escluso interventi sulle pensioni. Mossa tattica la prima per dare un contentino agli ispettori internazionali ovvero la seconda per tenere al tavolo Cisl e Uil dopo che la Cgil si è defilata? La vera intenzione del governo rimane un mistero, assai poco glorioso e così esso perde credibilità: coi sindacati, con la Confindustria, con gli interlocutori internazionali. Forza Berlusconi? Viene il dubbio che la forza per Berlusconi sia come il coraggio per Don Abbondio.

la Repubblica
14 giugno 2002


Un altro anno di vacche magre?

di Vittorio Valenza

I dati.

Lo scorso 15 maggio, l’Istituto nazionale di statistica ha reso noti i dati relativi all’andamento del Prodotto interno lordo e della produzione industriale nei primi tre mesi del 2002: una doccia fredda. Secondo l’Istat, il Pil, che, come sappiamo, corrisponde alla produzione totale di beni e servizi realizzata dai residenti, è cresciuto, nel trimestre, di appena lo 0,1 per cento rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso. Però, l’Istat precisa che, nel confronto, manca all’appello un giorno lavorativo: quest’anno abbiamo lavorato 63 giorni invece di 64. In termini omogenei, la crescita dovrebbe, quindi, essere aumentata. Ciò, tuttavia, non stravolge il giudizio. Infatti, come sottolinea la Confcommercio, vi è l’impossibilità, “tecnicamente provata”, di raggiungere entro l’anno la crescita programmata dal governo. Il risultato non solo è il più basso degli ultimi cinque anni, ma sembra anche essere in controtendenza nel panorama internazionale. Nel medesimo periodo, per esempio, la Germania ha registrato una crescita doppia. Peraltro, con un forte incremento dell’export. Non parliamo degli Usa, dove il Prodotto lordo sembra che si stia attestando intorno a un più 5 per cento su base annua. Da noi, invece, la produzione industriale, cioè il totale dei beni prodotti dall’industria, ha registrato un crollo del 7,6: il più forte dall’agosto del ‘96. Anche i consumi e gli investimenti sono in calo. Rispettivamente, meno 7,2 percento e meno 10,3. Anche qui siamo in controtendenza. In Francia, per esempio, in aprile, le spese per consumi hanno registrato un aumento dello 0,8 per cento rispetto al mese di marzo e del 4,2 rispetto all’aprile 2001. A parere degli esperti, sul calo della produzione industriale avrebbe fortemente influito la crisi del settore degli autoveicoli, cioè débâcle della Fiat con i quasi tre mila esuberi annunciati e la ricaduta al moltiplicatore sull’indotto.

Le previsioni.

Più volte, nei mesi scorsi, il governo italiano aveva dichiarato di stimare, per il 2002, una crescita del Pil intorno al 2,3 per cento. L’Unione europea, con maggiore cautela, aveva parlato dell’1,4. In effetti, come sottolinea Gerassimos Thomas, il portavoce del commissario Ue agli Affari economici, la Commissione aveva previsto che, per produrre un più 2,3 percento a fine anno, sarebbe stata necessaria, nel primo trimestre, una crescita dello 0,4. Dopo questo dato, che è addirittura più basso di quanto la Commissione aveva supposto, è difficile essere ottimisti: il risultato finale sarà all’incirca tra l’1,3 e l’1,5. Perfettamente in linea con la media degli ultimi dieci anni. Se non accade un miracolo, il 2002 rischia, quindi, di essere l’undicesimo anno di vacche magre (vedi La Tribuna di Lodi di Sabato 16 Marzo 2002). E, abbiamo il sospetto, che anche per quel che riguarda il portafoglio dei lavoratori, le cose non andranno meglio. È vero che, secondo i calcoli dell’Istat, l’indice delle retribuzioni orarie dovrebbe registrare, nel 2002, un incremento di almeno il due percento: lo 0,3 in più rispetto al tasso d’inflazione programmato, che è dell’1,7 per cento. Ma non sempre, anzi quasi mai, il tasso d’inflazione programmato si rivela, alla fine, uguale o superiore a quello dell’inflazione reale.

Tremonti e il Cavaliere.

Per il superministro dell’Economia, Giulio Tremonti, “il dato Istat è oggettivamente e fortemente positivo” e farebbe intravedere “a una prospettiva di crescita buona”. Così, almeno, sul Giornale del 16 maggio. Da Reykjavik, dove era in visita, il premier non ha perso tempo a sposare l’ottimismo di Tremonti. Silvio Berlusconi, infatti, ha sdrammatizzato i dati e ha detto di confidare su quanto gli hanno riferito molti imprenditori suoi amici: la ripresa sarebbe già in atto. L’obiettivo del governo resta, pertanto, quello del 2,3 percento. E su questo base continuerà a poggiare tutta la politica economica. Ciò vuol dire che non sarà necessaria alcuna manovra correttiva per far corrispondere i conti pubblici italiani agli impegni europei, cioè al cosiddetto “Patto di stabilità”. Non dobbiamo, infatti, dimenticare che sia il parametro del debito pubblico sia quello del deficit di bilancio si misurano in rapporto al Prodotto interno lordo. Se il Pil non cresce, risulta più difficile contenere il deficit (il quale, peraltro, come deciso al summit di Barcellona, dovrebbe essere azzerato entro il 2004) e ridurre il debito. Quest’ultimo, in particolare, si è attestato, nel 2001, intorno al 107,5 percento del Pil. Era di poco superiore al 90 nella primavera del 1992. Nella campagna elettorale dell’anno scorso, gli esponenti della Casa delle libertà avevano dichiarato di puntare, per il 2003, al cento percento. L’obiettivo, poi, è stato spostato per il 2004. I bene informati dicono che Giulio Tremonti confidi nel buon esito dell’autotassazione di giugno, nel risultato raggiunto con il cosiddetto “scudo fiscale” e nell’impennata dei contributi versati dal “sommerso sta emergendo”. I risultati dello “scudo fiscale” li sapremo, forse, a luglio. Per ora, si parla di 22 miliardi di Euro. Per quanto riguarda l’emersione dal sommerso, la polemica tra Roberto Maroni e Tremonti è in atto. Fino al 12 marzo, sono “emerse” 159 imprese per un totale di appena 430 lavoratori. Per il ministro del Welfare, “Gli interventi del governo, come abbiamo visto, non funzionano”. Per quello dell’Economia, “In Italia si è manifestato uno straordinario fenomeno di emersione”. Come si vede, le parole di Tremonti si discostano a tal punto dalla realtà che viene da chiedersi se la notizia che fa colpo, lo scoop, invece di essere il comunicato dell’Istat, non sia la dichiarazione del ministro. 

Gli altri. 

Per fortuna, non tutti ragionano così. Per il numero uno dell’Ocse, Ignazio Visco, anche contando la giornata in meno, la “ripresa ora si mostra difficile”. Secondo il Corriere della Sera, Gianfranco Fini, dopo un colloquio con il viceministro Baldassari, ha confidato che “la situazione dei conti è critica”, che “va monitorata”. Monotono Antonio D’Amato, presidente della Confindustria: “L’andamento dell’economia italiana conferma che bisogna fare di più sul fronte delle riforme.” Più concreto Giorgio La Malfa, presidente della commissione Finanze della Camera: la scarsa crescita va inquadrata in una crisi europea, pertanto è “urgente rivedere il patto di stabilità in modo che i governi abbiano più ossigeno per fronteggiare l’emergenza”. Antonio Marzano ha cercato di cavarsela con la “congiuntura internazionale” che “non determiniamo noi, ma Paesi importanti come gli Stati uniti.” E, quindi, se l’è cavata male: i “paesi importanti” stanno andando bene. Qualcuno ha perfino pensato di difendere il governo riprendendo la polemica con Luigi Biggeri, il docente di statistica nominato, appena prima delle elezioni politiche, al vertice dell’Istat da Giuliano Amato. Qualcun altro se l’è presa con la Pasqua “bassa”, “con l’inevitabile rallentamento lavorativo legato alle vacanze”. Come se in Germania la Pasqua fosse stata “alta”. 

Scioperi. 

Così, nel difficile tentativo di trovare delle cause dell’insuccesso che non coinvolgessero le responsabilità degli imprenditori e del governo, a un certo punto qualcuno ha pensato di rilanciare antiche, ma poco nobili, argomentazioni: gli scioperi. Meglio se “politici”. I tempi cambiano, si dice che le ideologie si siano dissolte, che gli operai vadano scomparendo, ma il pensiero dei padroni è sempre lo stesso. Le danze le ha aperte la stessa Istat, la quale ha messo insieme, nel medesimo comunicato, i dati sul Pil con quelli sugli scioperi e sulle retribuzioni orarie. Nel 1999, le ore di sciopero furono 6 milioni e 300 mila. Nel 2000, 6 milioni e cento. Nel 2001, 7 milioni e 200 mila. Nei primi due mesi di quest’anno (gennaio e febbraio 2002), sono andate perdute per conflitti di lavoro 3 milioni e 700 mila ore: il 1.450 per cento rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Alla fine di marzo, siamo a 5 milioni 137mila ore non lavorate. In sostanza, nel corso dei primi tre mesi del 2002, la media mensile delle ore di sciopero è quasi quadruplicata rispetto ai tre anni precedenti. Tutti numeri più che sufficienti per sostenere la tesi secondo la quale la consistente perdita di ore di lavoro dovuta a una accesa conflittualità sindacale avrebbe messo in crisi la capacità produttiva e quindi causato la flessione della produzione industriale e, di conseguenza, quella del Prodotto interno. È quanto hanno scritto molti giornali. E per rendere l’argomento ancor meno neutrale ci si è agganciati a un passaggio del comunicato dell’Istat particolarmente allarmante: “È da sottolineare che l’elevato numero di ore perse registrate è dovuto, per la quasi totalità, a vertenze estranee al rapporto di lavoro (3,2 milioni di ore, pari all’87,2 per cento).” È stato come aprire una diga. Sono stati ripescati tutti i luoghi comuni della retorica antisindacale: dall’immagine delle “braccia conserte” allo spettro dello “sciopero politico”. All’appello è mancata, almeno per ora, solo la parola “sabotaggio”. 

Qui casca l’asino. 

E casca più volte. Abbiamo visto che l’economia tedesca sta fornendo una buona performance. Orbene, questi mesi sono stati caratterizzati, in Germania, da una vivace stagione sindacale. In particolare, forte è stata la conflittualità nel settore metalmeccanico, dove solo la settimana scorsa è stata raggiunta, dopo mesi di scontro, una buona intesa. Il 18 maggio, è stato, infatti, siglato l’accordo: un contratto della durata di 22 mesi, con un incremento salariale pari al 4 per cento fra il primo giugno e il dicembre di quest’anno e aumenti del 3,1 per il 2003, un bonus una tantum di 110 euro. Non sembra che la conflittualità dell Ig Metal abbia messo in crisi l’economia tedesca. Né, è presumibile, la metteranno in crisi gli edili, i poligrafici o il commercio che inizieranno nei prossimi mesi i rinnovi contrattuali con richieste che vanno dal 4,5 al 6,5 percento di aumenti salariali. Si fa presto a dire “sciopero politico”. Al di là delle classificazioni dell’Istat, che avrà le sue ragioni, a noi sembra che l’unica forma di sciopero che può essere definita, seppur con qualche approssimazione, “politica” sia lo sciopero generale. Ora, lo sciopero generale si è svolto in aprile. Quindi, è estraneo al conteggio. Conclusione: nuvoloni in arrivo. Infatti, se gli scioperi sono la causa della flessione del Pil, anche il secondo trimestre non potrà essere positivo. Prima zappata sui piedi, quindi. L’argomento “scioperi” forse può servire per scusare, ma, nel contempo, sbugiarda le affermazioni di Tremonti. Ancora più significativa è la seconda gaffe. Infatti, se lo sciopero generale è un atto politico, non possiamo nasconderci che anche la causa che l’ha determinato, cioé l’attacco all’Articolo 18, sia squisitamente politica. Non si vuole, forse, con i licenziamenti “senza giusta causa”, mettere sotto scopa i sindacalisti? E non è “politica” il convocare allo stesso tavolo la Fim-Fiom-Uil insieme all’Ugl, erede della triste Cisnal, e ai “gialli” della Cisal? Infine, l’ultimo sasso tirato in aria e che ricade in testa. È paradossale, ma proprio coloro che, in questi giorni, hanno schiamazzato “dagli allo sciopero!”, sono i medesimi che contestano sempre la rappresentatività del sindacato. Cerchino, lor signori, di essere un po’ più coerenti. Infatti, come si può, in pari tempo, affermare che la partecipazione dei lavoratori alle azioni di lotta è minoritaria, che gli scioperi falliscono, che le astensioni anche quando ci sono marginali, che l’azione del sindacato non influisce e, poi, dire che le eccezionali astensioni dal lavoro rischiano di mettere in crisi l’economia? Delle due l’una. Di tutte le esternazioni dei fiancheggiatori del governo, una sola ha, ai nostri occhi, un qualche fondamento: il confronto tra la conflittualità attuale e la pace sociale che ha segnato le stagioni dei governi ulivisti. Naturalmente, i ragionamenti dei centrodestrosi non contestano quella pace, ma questa guerra. Noi, invece, non contestiamo questa guerra, ma quella pace. Infatti, gli anni che ci stanno alle spalle non hanno certo rappresentato un progresso per i lavoratori: gli stipendi e le pensioni sono stati penalizzati, il precariato è aumentato, il welfare è stato intaccato. Qui risiedono le responsabilità del sindacato e, segnatamente, della Cgil. Qui risiede anche la sua “debolezza politica”. Infatti, dieci anni di subordinazione all’Ulivo non aiutano certo a essere sindacalmente credibili. E, però, chi è oggi al governo sta aiutando Sergio Cofferati a fuoriuscire da questa difficoltà.

La Tribuna di Lodi
Sabato 1 Giugno 2002


«Ritrovare la competitività» 
Gros-Pietro: ma non si vince se non si è flessibili 


MILANO 

DA sempre, con metodo e in ogni occasione, la Confindustria torna sul tema della competitività e si concentra sulla flessibilità del lavoro e sul prelievo fiscale, denunciando la carenza della prima e l´eccesso del secondo. E´ successo anche l´altro ieri in occasione della sua assemblea plenaria. «Ma non si tratta di una forma monomaniacale», sostiene Gian Maria Gros - Pietro. Il presidente dell´Eni che, dal 30 maggio, tornerà a vestire (per qualche tempo) essenzialmente i panni dello studioso di politica industriale, spiega che «la competitività è un fenomeno molto complesso legato al concetto di «produttività globale» che è poi «il rapporto tra il valore del prodotto e il valore delle risorse impiegate».


Come dire che se hai prodotti a basso valore aggiunto la possibilità di aumentare la produttività diventa una strada irta di ostacoli: è così? 

«Si tratta di lavorare sia sul numeratore, aumentando il valore aggiunto dei prodotti; che sul denominatore in cui ha un peso rilevante anche il lavoro e il suo costo. Certamente un sistema più flessibile, in cui si possano combinare la quantità e, io direi anche, la qualità di capitale e lavoro impiegati, permette poi di giocare anche sull´aumento del valore aggiunto dei prodotti». 

L´insistenza con cui Confindustria reclama flessibilità ha portato qualche sindacalista a sospettare che gli industriali italiani tentino di risolvere le carenze competitive inseguendo solo salari da Paesi asiatici. 

«Credo che nessun imprenditore italiano abbia mai pensato di vincere la partita della competitività vagheggiando modelli asiatici. La scommessa sarebbe persa in partenza. Basta pensare alla Cina col suo miliardo di abitanti: se anche vi fosse solo un 10% di manodopera qualificata, si tratterebbe comunque di decine di milioni di persone pronte ad essere impiegate anche in produzioni sofisticate a costi stracciati rispetto ai nostri. No, con loro non si compete. La sfida va giocata tutta sulla qualità dei prodotti e dei processi produttivi». 

Questo postula l´innovazione. 

«Non c´è dubbio. Gli imprenditori sanno che, per incrementare e proteggere il loro vantaggio competitivo, devono innovare costantemente: modificare di continuo il processo di produzione e di progettazione, e affrontare la scommessa di prodotti nuovi senza poter sapere se avranno nei tempi voluti i volumi attesi». 

Di qui la necessità di strutture aziendali così flessibili, da poter seguire in tempo reale la dinamica del mercato? 

«Inevitabile. Con la condanna a strutture di lavoro rigide, nessuno tenta nemmeno di affrontare le innovazioni necessarie al business per crescere». 

D´Amato ha sostenuto che i due terzi dei lavoratori italiani sono fuori dalle protezioni dell´articolo 18. Ma allora la flessibilità non manca. 

«Sì, ma al prezzo della destrutturazione dell´impresa. Con le micro aziende, però, l´unica innovazione possibile è quella di imitazione o di nicchia». 

Non basta per essere competitivi, è così? 

«Esatto. Non si può sfuggire alla politica industriale implica nei diversi sistemi produttivi. Quello italiano ha pochissime grandi imprese e un esercito di aziende di piccola e piccolissima stazza. Inutile lamentarsi che sia pressoché assente dall´high tech: non ha le dimensioni per affrontare certe scommesse. Ed è inutile lamentarsi del fatto che il made in Italy perda quote di mercato sull´export mondiale: l´export tradizionale perde quote a vantaggio dei beni high tech». 

Quanto incide l´articolo 18 sulla flessibilità? 

«Non sono un esperto di diritto del lavoro. So, invece, che quanto più ci si sposta sui prodotti ad alto valore aggiunto tanto più sono necessarie alte specializzazioni professionali che incorporano, però, un alto rischio professionale. Se vogliamo che la gente investa sulla specializzazione dobbiamo costruire tutele che oggi da noi non esistono. E i sussidi, per chi ha alte specializzazioni e perde il posto non possono essere elemosine: debbono essere adeguati (come avviene in altri Paesi) e temporanei per non incentivare la disoccupazione volontaria». 

La Stampa
25/5/2002


L'Istat disegna un'economia italiana che non riesce a ripartire

di Angelo Faccinetto


Dopo la produzione e il Pil, il fatturato e gli ordinativi. Il quadro dell’economia che esce dai dati Istat non è dei più confortanti. Anzi. Nel mese di marzo il fatturato dell’industria ha fatto segnare, su base annua, un calo tendenziale del 6 per cento, mentre gli ordini hanno registrato una flessione del 3,5 per cento. Un autentico crollo. Trascinato da alcuni settore strategici dell’industria metalmeccanica e appena mitigato dal miglioramento - rispettivamente dell’1,8 e del 2 per cento - evidenziato sul mese di febbraio. Segno di una ripresa che ancora stenta ad affermarsi.

È eloquente l’andamento dei settori. Se l’industria alimentare, quella calzaturiera e quella della carta - quanto a fatturato - hanno fatto registrare aumenti dell’ordine del 2-4 per cento, i prodotti della raffinazione del petrolio e gli apparecchi elettrici e di precisione sono crollati, rispettivamente, del 12,2 e del 14,4 per cento. Sul fronte degli ordini, ad andar peggio (meno 17,7 e meno 15,3 per cento)sono i veicoli - e l’andamento del mercato dell’auto di questi mesi ne è conferma - e gli apparecchi elettrici. Segnali, anche questi, di una crisi dei consumi piuttosto profonda. Mentre le speranze di ripresa sono affidate alla produzione di macchinari (più 8,2 per cento) e al tessile-abbigliamento (più 7,1).

Speranze prudenti, comunque. È il caso dell’industria metalmeccanica. Dopo una fase recessiva che ha segnato l’intero 2001, nei primi mesi dell’anno, come sottolineato dall’Istat, in alcuni settori si sono registrati miglioramenti. Soprattutto per quel che riguarda il portafoglio ordini, che si va gradualmente gonfiando. Perchè se ci si ferma ai volumi produttivi, trascinato da automobili e apparecchi elettrici, anche il primo trimestre di quest’anno è sconfortante: meno 7,9 per cento rispetto allo stesso trimestre dell’anno scorso. Con pesanti ricadute su lavoro e occupazione, visto che le ore di cassa integrazione, nei primi due mesi, sono aumentate del 10,3 per cento e che, più in generale, nella grande industria metalmeccanica la forza lavoro è diminuita del 3,8 per cento. Le speranze di un’inversione di tendenza, comunque, sono legate all’andamento della crisi dell’auto, cioè della Fiat, e più in generale del settore trasporto.

Insomma, la Tremonti-bis che doveva fungere da motore di una ripresa rapida e sostenuta - addirittura da «boom», stando alle ripetute affermazioni dei vertici di Palazzo Chigi e di Bankitalia - stenta quantomeno a decollare. E i commenti sono preoccupati. «Se il problema dovesse proseguire in modo così vistosamente negativo - sottolinea il direttore generale di Federmeccanica, Roberto Biglieri - la ricaduta sarà molto pesante per tutto il metalmeccanico». E per tutta l’industria nazionale, stante la strategicità del settore. A Nomisma si guarda al futuro con scarso ottimismo.

l'Unità
21 maggio 2002 


L'effetto domino della crisi Fiat
LUCIANO GALLINO


Si inizia, usando quale anticamera la mobilità lunga, con tremila pre-pensionamenti (si suppone in risposta alle pressanti richieste confindustriali di innalzamento dell´età pensionabile) e con diecimila lavoratori in cassa integrazione. Poi si vedrà. Tutti si augurano naturalmente che la Fiat Auto abbia successo nel suo programma di risanamento. Il quale in ogni caso non arriverà domani. Ma se anche questo domani fosse positivo per l´azienda torinese, forse converrebbe cominciare a prendere coscienza, al di là di esso, di vari processi legati alla vicenda Fiat che paiono ormai difficilmente reversibili.
Un primo dato da considerare è che, comunque vadano le cose, i lavoratori addetti alla produzione di autoveicoli in Italia continueranno a diminuire. La produttività negli stabilimenti Fiat si aggira ormai su 75-80 vetture l´anno per addetto diretto. Ciò significa che per produrre un milione di vetture l´anno sono sufficienti circa 14 mila lavoratori sulle linee, oltre naturalmente ad un numero superiore, ma non di molto, di indiretti, di impiegati e simili. Ma la Fiat non produrrà mai più, in futuro, un milione di autoveicoli in Italia, perché la maggior parte della sua produzione si sta da tempo spostando all´estero. Non solo. È noto che tra due terzi e quattro quinti delle auto Fiat non sono più prodotti da dipendenti dell´azienda, secondo un modello organizzativo comune a tutta l´industria automobilistica. Molte lavorazioni, all´interno degli stessi stabilimenti Fiat, dalla lastratura alla verniciatura , sono affidate ad aziende terze. E la maggior parte, in valore, delle parti che formano un´auto provengono dalle fabbriche della componentistica, di cui l´azienda torinese assorbe il 60% del fatturato. In sintesi, per ogni posto di lavoro che scompare tra i dipendenti della Fiat Auto, potrebbe scomparirne almeno uno nelle aziende terze, e almeno due tra i produttori di componenti. Dunque una previsione non azzardata dice che se alla Fiat si dovessero perdere nel prossimo anno o due altri 10 mila posti di lavoro – foss´anche, si badi, non per effetto della crisi, ma bensì delle operazioni di risanamento e di aumento della produttività che per ottenere il risanamento sarà imposto anche alle aziende terze e alle imprese della componentistica – altri 30 mila potrebbero seguirli in questi altri settori. Per il momento si può considerarlo solo un rischio; ma quando i rischi sono grandi, anziché gridare al pessimismo di chi li richiama, bisognerebbe pensare per tempo a costruire validi sistemi di sicurezza. Pur con la speranza di non doverli usare mai.
In una prospettiva più ampia, le vicende della Fiat Auto, ultimo gigante italiano dell´industria manufatturiera, possono esser viste come un aspetto del declino nei paesi sviluppati del lavoro fatto principalmente con le braccia e le mani, poiché questo appunto significa "manifattura". Vari fattori hanno concorso a tale declino. Anzitutto, si sa, nei paesi in via di sviluppo il costo del lavoro è assai minore. L´industria europea si sposta quindi in Turchia, in Polonia, nel Sud-est asiatico; quella americana - in specie proprio quella dell´auto – in Messico. In secondo luogo, realizzare buoni profitti producendo oggetti complessi, che richiedono il lavoro coordinato di molte migliaia di persone, immensi mezzi di produzione, insieme con la movimentazione fisica e la lavorazione di montagne di materiali, richiede una scienza e una tecnica molto più difficile che non realizzare – anche solo per qualche tempo – profitti pari o superiori producendo servizi in cui si impiegano un decimo di addetti e un centesimo di mezzi di produzione e di materiali.

LA diversificazione delle attività produttive di molte imprese europee nate come industrie manifatturiere e poi lanciatesi nel campo dei servizi, un percorso che anche il gruppo Fiat ha intrapreso da tempo, è derivata tanto dai calcoli che i dirigenti fanno sui loro bilanci, quanto dalle pressioni su di loro esercitate al suddetto fine dai grandi investitori istituzionali. Perché fare una fatica d´inferno per realizzare, quando tutto va bene, un 4 o 5% di profitti netti fabbricando automobili o altri manufatti, quando offrendo servizi intangibili dei più vari generi si possono conseguire profitti tre volte maggiori?
Si può sostenere che così va l´economia contemporanea, che questa è semplicemente una delle facce della globalizzazione: ai paesi in sviluppo il lavoro manuale, a quelli sviluppati il lavoro intellettuale. Resta da notare che per questa strada rischia di perdersi, nel nostro paese come in altri, la secolare cultura del fare, del fabbricare in massa, per mezzo d´una sapiente combinazione di braccia, intelligenza e tecnologia, prodotti materiali utili per migliorare la qualità della vita. Alla quale dobbiamo principalmente inezie tipo il vivere oggi, in media, 30 o 40 anni più a lungo che non un secolo fa, lavorando 1500 ore l´anno invece di 3000.

la Repubblica
17 maggio 2002


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