Gli zelanti sacerdoti dell'ultima ideologia

EUGENIO SCALFARI


SI era detto (perfino Cesare Romiti se ne era fatto portavoce uscendo l´altro ieri dalla riunione a porte chiuse della Confindustria) che nell´assemblea pubblica di ieri mattina il presidente degli industriali avrebbe stemperato sia il collateralismo governativo dell´associazione sia lo scontro muro contro muro con i sindacati sull´articolo 18.
Niente di tutto ciò. La relazione di D´Amato è un testo monolitico che non arretra d´un centimetro dalle posizioni sostenute nei due convegni di Parma (2001 e 2002) e dal comportamento scrupolosamente adottato in tutto il travagliato percorso del cosiddetto negoziato sulla flessibilità del lavoro e nulla concede ai brontolii provenienti dall´interno della Confederazione.
Sbaglierebbe tuttavia chi pensasse che il documento confindustriale sia una rassegna del già detto e quindi inutile da analizzare. Al contrario. Esso svela per la prima volta in modo esplicito le terapie perentoriamente richieste senza ricoprirle col velo del tatticismo e dell´ipocrisia. Da questo punto di vista si tratta d´uno sforzo encomiabile per la sua chiarezza e anche per il coraggio (o dovrei dir meglio per la iattanza) con cui affronta il tema prendendolo per le corna con la certezza d´avere con sé tutti gli interessi e le opinioni che contano. Una certa presa di distanza nei confronti del governo s´avverte in qualcuna di quelle cinquanta pagine, ma si tratta di piccole frustate affinché i cavalli ministeriali corrano di più e meglio sul percorso che deve portare agli obiettivi comuni. Ciò che è stato finora fatto è poco; si chiede, anzi si pretende di più, molto di più, con la fiducia che il governo non potrà che corrispondere a quelle richieste.
Perciò è un documento importante che, allo scadere d´un anno dalla presa del potere della destra politica e sociale, segna i traguardi e scandisce i tempi di tutta la legislatura. Non resta dunque che esaminarlo con l´attenzione che merita.
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Dirò innanzitutto che si tratta di un documento ideologico quale ormai raramente s´incontra nella pubblicistica contemporanea se non nei testi delle sinistre antagonistiche.

L´ideologia consiste in una supposta verità limpidamente esposta: l´impresa è il pilastro centrale del progresso materiale e anche morale della società; tutto ciò che giova all´impresa giova alla società nel suo complesso; solo l´impresa produce la ricchezza che poi - dopo che l´impresa ne avrà prelevato quanto le bisogna per migliorare e consolidare la sua crescita - potrà essere equamente distribuita; l´impresa non deve parteggiare per questo o quel governo ma deve far sì che i governi condividano la cultura dell´impresa; quanto al resto (ma qual è il resto?) facciano ciò che vogliono e l´impresa si asterrà benignamente da ogni giudizio.
Cultura d´impresa - e questo concetto è assai bene spiegato nel documento - non significa soltanto conoscere i meccanismi del mercato, delle società, degli operatori per poter meglio intervenire nell´interesse generale, ma significa condividere gli obiettivi del sistema delle imprese e contribuire a realizzarli.
Questi obiettivi allo stato dei fatti si riassumono in una sola parola, una parola-slogan, una parola-mito: modernizzazione. Per realizzarla occorrono grandi riforme di struttura. Un tempo le riforme di struttura erano invocate da Riccardo Lombardi, da Giorgio Amendola, da Ugo La Malfa, ma in un senso e con un segno molto diverso da quello di D´Amato. Era anche a quei tempi una sottolineatura ideologica così come lo è oggi per i confindustriali. In un mondo di pragmatici sono rimasti i soli sacerdoti dell´ideale, anche se si tratta di un ideale materializzato nel potere, nel profitto e nella ricchezza. Perché no? Su questa posizione la Confindustria è aperta, anzi apertissima. Chiede, anzi auspica, che l´opposizione politica collabori. Chiede soprattutto che collabori il sindacato. A che cosa? La risposta sta a pagina 15 del documento: «Noi sulla trincea dei diritti - quelli veri - ci siamo, intendiamo restarci, abbiamo tuttora la speranza che il sindacato non voglia sottrarsi al confronto sul terreno della modernizzazione. E dobbiamo dire che se il sindacato s´irrigidisse nel contrastare le riforme, se ne facesse un motivo d´accentuazione della conflittualità, allora non sarebbe la nostra pressione ma sarebbe la forza stessa delle cose, la logica oggettiva dei processi di cambiamento che lo spingerebbero fuori gioco».
La tesi è chiara: se aderirete alla nostra modernizzazione e alle riforme necessarie per attuarla, se difenderete con noi i diritti - quelli veri, attenzione, non quelli falsi - sarete i benvenuti. Altrimenti sarete stritolati, non da noi ma dai processi oggettivi della produzione e del cambiamento.
Sembra di rileggere i sacri testi del pensiero marxista sul passaggio "oggettivo" dalla produzione capitalistica a quella comunista. Marx sbagliò sull´ineluttabilità oggettiva dei processi di produzione e di cambiamento. È dunque possibile che sbagli anche D´Amato poiché nessuno possiede la verità assoluta, ammesso che esista. Ma certo è stupefacente vedere una forza sociale così tenacemente convinta d´essere al centro del pianeta e sentenziare nell´anno 2002: se non sarete con noi sarete accantonati dalla Storia. La Storia, gentile presidente di Confindustria, è un´entità troppo grossa per esser chiamata in causa con tanta disinvoltura. Per l´avvenire raccomanderei una cautela maggiore. Lo dico per lei. A me, personalmente, importa assai poco.
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La modernizzazione, manco a dirlo, riguarda soprattutto se non esclusivamente il mercato del lavoro e i suoi immediati dintorni; i "diritti veri" sono quelli dei giovani disoccupati e non già i diritti scritti nei contratti e nelle leggi (che è un singolare modo di distinguere il vero dal falso). Non trovo una sola parola, a proposito di modernizzazione, sulle innovazioni di prodotto, sull´organizzazione aziendale, sulla ricerca, sul credito e sulle dimensioni delle imprese. Nel convegno Parma 1 di queste cose si parlò ma oggi sono state silenziate. Ho già detto che il testo è monolitico.
Vediamo anzitutto le cifre a proposito di flessibilità di D´Amato: sono conturbanti. Cito dal testo (pagina 47 e seguenti) «La più gran parte degli occupati sfugge alle rigidità del mercato ufficiale. Quattordici milioni e mezzo di italiani, i due terzi degli occupati, non sono coperti dall´articolo 18. Sono 3 milioni e mezzo di lavoratori irregolari, quasi 3 milioni di dipendenti di imprese al di sotto della soglia dello statuto dei lavoratori, un milione e mezzo di lavoratori a termine, sei milioni e mezzo di lavoratori autonomi. Sei milioni e mezzo di lavoratori autonomi rappresentano quasi il 30 per cento degli occupati, il doppio della media europea, più di tre volte i livelli degli altri principali paesi. [...] Si sente spesso dire che l´Italia non ha bisogno d´ulteriore flessibilità perché è già molto flessibile. Rispondiamo che è vero: l´Italia è un paese molto flessibile. È flessibile l´Italia delle piccole e piccolissime imprese, è flessibile l´Italia dei lavoratori autonomi, è flessibile l´Italia dei quasi quindici milioni di lavoratori che non sono coperti dall´articolo 18. È flessibile l´Italia di quell´insostenibile patologia che è il lavoro sommerso. Ma è questa l´Italia che vogliamo?».
La domanda è volutamente retorica: non è questa l´Italia che vogliamo. Ma perché il nostro è il paese dell´impresa piccola e piccolissima? Perché il lavoro autonomo è tanto più numeroso da noi che altrove? Perché la dotazione di capitale fisso è così elevata a detrimento dell´impiego della forza lavoro?
Confindustria non ha dubbi: la colpa è della rigidità del lavoro. Questo è dunque il centro del problema: dateci la flessibilità e avremo il nuovo Eldorado; dateci i veri diritti e abbattete quelli falsi e subito dopo - dopo naturalmente - le imprese vi daranno lavoro per tutti. Montale avrebbe scritto «D´altri Eldoradi/malchiuse porte». Oh, rileggere i poeti...
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Ho qualche dubbio e qualche domanda. Cercherò d´esser breve.
1. Lei dice, gentile presidente, che 6 milioni e mezzo di lavoratori autonomi sono il prodotto della rigidità. Forse non ho capito bene. Il lavoratore autonomo è qualcuno che sceglie di metter su una sua attività individuale, da solo o con pochi compagni, anziché di cercare un lavoro dipendente; oppure, nella grande maggioranza dei casi, è qualcuno che ha imparato il mestiere in una grande o media azienda e a un certo momento l´abbandona e mette su una sua baracchetta. Che cosa c´entra con questo la rigidità? Quel lavoratore ha "licenziato" il suo datore di lavoro per fare il "padroncino". Non è stata questa la fortuna del Nordest? Non avevate detto che quello era il miracolo? Avete dunque cambiato idea?
2. Ci sono vari modi di abbassare i costi di produzione: innovazione tecnologica, innovazione di prodotti, costo del danaro, efficienza organizzativa eccetera eccetera. Uno di questi modi è quello di concentrare gli investimenti sul capitale fisso; detto in parole povere: sostituire il lavoro delle macchine a quello delle persone. Dice D´Amato: questa sostituzione dipende dalla rigidità del lavoro.
Mica vero. I grandi balzi della rivoluzione industriale e post-industriale sono sempre stati accompagnati da aumento di capitale fisso, molti anni e anzi secoli prima della legge Brodolini-Giugni sulla giusta causa. Certamente lei, gentile presidente, ha letto il capitolo di Ricardo "Delle macchine"; presumo che lo sappia addirittura a memoria. Ma le imprese italiane, se vogliono abbassare i costi di produzione, sono dominate da un´idea fissa: abbassare il costo del lavoro e pagare meno imposte. Tutti gli altri metodi sono esclusi. A costo di caricarsi di macchinari, d´immobilizzare capitale, d´accrescere il peso degli ammortamenti e di ritardare le innovazioni fino ad ammortamento compiuto. C´è della genialità in questa follia.
3. Il governo - e lei con esso, signor presidente - giura che il suo solo obiettivo nella riforma dell´articolo 18 è quello di alzare di due o tre, al massimo cinque unità la soglia dei lavoratori non coperti da giusta causa, attualmente al livello di 15. Ci sarebbe da presumere che ci sia ressa d´imprese a quel fatidico livello. Quante sono, signor presidente della Confindustria? Quante sono queste imprese che soffocano con soli 15 dipendenti, che vorrebbero crescere, respirare a pieni polmoni, collocarsi a livelli superiori di organizzazione, di finanza, di ricerca? Io non lo so per mia diretta esperienza, ma leggo le statistiche. E apprendo dall´ultimo rapporto dell´Istat pubblicato proprio tre giorni fa che il 49 per cento degli addetti sono occupati in imprese che stanno tra uno e 10 dipendenti. Si rende conto? Dunque non c´è ressa al reticolato dei 15 dipendenti: da 10 a 15 potrebbero liberamente aumentare ma non aumentano. Ci spiega il perché?
4. L´Istat fornisce anche un altro dato di notevole interesse: è scoppiato il lavoro atipico; i posti di lavoro non coperti dai tradizionali contratti sono ormai più di 3 milioni, il 23 per cento del totale degli occupati nell´industria e nei servizi. Aggiunge l´Istat: «Dal 1998 al '99 solo il 2,7 per cento ha fatto il salto di qualità verso il posto fisso. Circa il 30 per cento dei rapporti di lavoro dipendente avviati nel periodo marzo-aprile 2001 ha avuto una durata inferiore ad un mese, il 50,8 per cento meno di un anno».
Ma all´ufficio studi della Confindustria li leggono i rapporti dell´Istat? «D´altri Eldoradi/malchiuse porte... ».
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Dicevo che il monolitico testo confindustriale merita elogio e lo ripeto: per la sua chiarezza e il suo coraggio. Da tutte le cifre di D´Amato e da tutto il suo argomentare risulta chiaro che non si tratta affatto di derogare all´articolo 18 per passare da quindici a diciassette o magari a venti dipendenti. Il tema è un altro ed è quello d´abbattere del tutto la giusta causa, toglierla di mezzo per quanto riguarda la media e la grande impresa. Cofferati e anche Pezzotta e Angeletti lo dicono da un pezzo ma ieri l´ha detto anche D´Amato e a lui si deve credere: il lavoro in Italia è già flessibile anzi flessibilissimo salvo che per la media e grande impresa ed è lì che bisogna arrivare.
Ora io non dico che sia un male. Chi può saperlo? Il fatto certo è che si tratta di cancellare non un pezzetto di diritto piccolo piccolo, un ritaglio, l´angolo d´una miniatura, ma un diritto che riguarda più o meno 7 milioni di persone. D´Amato ha fatto chiarezza. Licenzieranno i padri? O i figli? Vai a sapere. Dopo aver licenziato riassumeranno? Di più o di meno? Vai a sapere.
Nessuno lo può sapere, D´Amato meno degli altri. Intanto la pace sociale l´avete fatta a pezzi. Una ragione ci sarà. Ma non mi sembra una buona ragione.

la Repubblica
24 maggio 2002 


Nessun pasto è gratis

di Mario Deaglio

Il discorso del presidente della Confindustria all’assemblea annuale dell’organizzazione degli industriali e le dichiarazioni del presidente del Consiglio durante la trasmissione televisiva «Porta a Porta» modificano l’orizzonte del contenzioso sociale, da tempo bloccato sullo scontro attorno all’articolo 18. Il presidente della Confindustria ha innanzitutto smorzato i toni del confronto dando credito al sindacato di meriti e funzioni di carattere generale importanti nella tenuta del paese, meriti e funzioni che, nelle polemiche dure degli ultimi mesi, erano stati in larga misura dimenticati.

Il sindacato non ha naturalmente bisogno di legittimazioni, ma le parole di D’Amato delineano un quadro di parti sociali non tanto bloccate in una dura contesa su un punto di portata pratica limitata ma piuttosto impegnate, sia pur con una netta differenziazione di posizioni e di ruoli, nel ridisegno complessivo delle strutture dei rapporti di lavoro e degli ammortizzatori sociali. L’apertura di D’Amato prosegue la linea già emersa al convegno di Parma e consente alla Confindustria di svolgere con maggior efficacia un’azione autonoma nel dibattito sul futuro sociale del paese, di non apparire appiattita su posizioni governative.

Pur con toni garbati, infatti, D’Amato ha mosso al governo due rimproveri piuttosto severi: quello di muoversi troppo lentamente sulla strada delle riforme e quello di sopravvalutare le capacità di crescita dell’economia. Alle parole di D’Amato s’è aggiunta la disponibilità di Berlusconi a modificare non solo i tempi ma anche i contenuti della riforma dell’articolo 18, all’insegna della ragionevolezza e nel quadro di una accordo generale sugli ammortizzatori sociali. Questo inedito «buonismo» berlusconiano, quale che sia il giudizio che se ne vuol dare, ha la caratteristica di spostare nettamente il centro del dibattito: dal parametro delle garanzie di cui deve godere l’individuo a quello della ragionevolezza, del «buon senso», in nome del quale si possono fare concessioni senza perdere la faccia.

E’ ben possibile che tutto ciò si traduca nello stralcio di questo articolo e nella sua trasformazione in un disegno di legge aperto a modifiche di vario tenore. Sarebbe difficile per il sindacato sostenere che si tratta solo di un cambiamento di carattere cosmetico, che tutto ciò non muta proprio nulla e che gli scioperi devono andare avanti come prima. Si tratta soltanto di una mossa astuta del presidente del Consiglio, di una «riverniciatura» delle posizioni del presidente della Confindustria? E’ forse più realistico pensare che, in modo pur confuso e disordinato, questo Paese sia sinceramente alla ricerca di una soluzione, che una nuova negoziazione sociale abbia ora qualche possibilità di ripartire, sotto la pressione delle dinamiche economiche e delle innovazioni tecnologiche che alterano profondamente la realtà del lavoro, della produzione, della sicurezza sociale.

La sostituzione della garanzia specifica della conservazione di un particolare posto di lavoro con quella più generale di un diritto a lavorare con certe modalità minime consentirebbe qualche forma di tutela anche ai lavori precari. Ricordando naturalmente il vecchio adagio dell’economia secondo cui «nessun pasto è gratis»: le garanzie hanno un costo e fissarle senza stabilire come questo costo dev’essere distribuito sarebbe il peggiore degli errori.

la La Stampa
24 maggio 2002


I costi della crisi Fiat e lo spirito del capitalismo
Se una impresa va male sofferenze e disagi possono colpire anche migliaia di persone innocenti È essenziale allora individuare i pochi responsabili
Il settore dell´auto è certo maturo e molto competitivo Però molte società se la cavano egualmente Le difficoltà di Corso Marconi dipendono perciò da scelte sbagliate

Primo dovere delle aziende è fare profitti attraverso prodotti che si vendano Ma a Torino questo non si è fatto e lo Stato pagherà Le responsabilità siano individuate


MICHELE SALVATI


Può essere riferita al capitalismo la famosa battuta di Winston Churchill a proposito della democrazia: è il peggiore dei sistemi possibili… tranne tutti gli altri. Proprio come Churchill non aveva dubbi da che parte stare nella scelta tra i diversi sistemi politici, così non ne ho io nella scelta tra i diversi sistemi economici. E come il premier inglese si preoccupava dei motivi che ponevano a rischio la legittimità della democrazia, così noi dovremmo estendere le nostre preoccupazioni e le nostre cure a quelli che minano la fiducia nel capitalismo, dalle conseguenze negative della globalizzazione alle truffe legali (ma non solo legali) del genere Enron. Come avviene per le democrazie, di capitalismi ne esistono tanti, ed un conto è vivere nella democrazia e nel capitalismo di un paese del Nord Europeo, un altro è vivere in Italia, tanto per rimanere in Europa. Anzi, uno dei principali vantaggi di questi due sistemi è la loro capacità di evolvere verso assetti più soddisfacenti, sempre "meno peggiori", sempre più civili, se non proprio umani.
Personalmente, sono convinto (o forse desidero essere convinto) che le ventate populistiche che stanno scuotendo le democrazie europee indurranno governanti e studiosi ad escogitare mezzi che riducano il distacco tra politici e comuni cittadini, che diano a questi ultimi l´impressione di contare. E sono anche convinto (come sopra) che il capitalismo possa gradualmente trasformarsi in un sistema nel quale le ragioni di illegittimità che lo minano siano fortemente attenuate. Queste ragioni di illegittimità sono profonde, intimamente legate alle ragioni che ne assicurano la straordinaria efficacia nel produrre benessere e innovazione, sicché non è possibile estirparle alla radice senza ammazzare la gallina che produce le uova d´oro. Ma attenuarle, ridurle, è perfettamente possibile.
Veniamo ad una, forse la principale, di queste ragioni: nel capitalismo alcuni (pochi) prendono decisioni e altri (molti o moltissimi, che a quelle decisioni non partecipano) ne pagano le conseguenze quando le cose vanno male, quando le decisioni sono sbagliate. La giustificazione del potere decisionale dei pochi è la proprietà, o la delega da parte della proprietà: nessuna obiezione, questa è l´essenza del capitalismo. La ragione per cui pagano conseguenze in molti è la natura contrattuale del rapporto di lavoro, e dunque la sua sospensione (per licenziamento od altro) quando l´impresa va male: anche questo è un aspetto centrale del sistema, sul quale però si è molto lavorato per riconciliarlo con un minimo di benessere dei molti coinvolti. Si può fare certamente di più. Ma anche con un sistema di ammortizzatori e di tutele molto più sviluppato del nostro rimarranno sempre sofferenze e disagi di migliaia e migliaia di innocenti, di non responsabili delle decisioni che hanno condotto alle difficoltà aziendali. Non è dunque dell´incremento e del perfezionamento delle tutele dei molti che voglio parlare: se disagi e sofferenze di tante persone non responsabili rimarranno sempre, il problema di legittimità del sistema si sposta sulle responsabilità dei pochi. Vediamole un po´ più da vicino.
Prendiamo tre casi: una crisi generale dovuta ad un crollo di domanda aggregata che colpisce uno o più paesi (a questo caso, ai nostri scopi e con qualche cautela, può anche essere assimilato quello di una grave crisi che colpisce non tutta l´economia, ma un singolo settore in più paesi); una crisi che colpisce una singola grande impresa mentre tutte le altre del suo stesso settore vanno bene o se la cavano; una crisi che sempre colpisce la singola impresa, ma è palesemente dovuta a truffa, dolo, mismanagement degli amministratori. Quest´ultimo è il più grave dal punto di vista della legittimità del sistema: ci si scontra infatti non solo contro elementari e diffuse concezioni di giustizia, ma l´illegittimità in senso sociale è rafforzata dall´illegalità in senso giuridico. E´ però anche il caso più semplice se si vuole contenere una diffusa reazione contro il sistema: oltre a risarcimenti e indennizzi generosi per i danneggiati innocenti, oltre ad un rafforzamento delle istituzioni che dovrebbero impedire l´avverarsi di questi episodi, è solo necessaria una giustizia esemplare per i responsabili. Giustizia "esterna", da parte dell´autorità giurisdizionale. Ma anche giustizia "interna", se così si può dire, da parte dei "pari", delle altre imprese e del sistema economico e finanziario: le mele marce dovrebbero essere scartate da parte degli stessi produttori di mele. Non mi sembra che ciò stia avvenendo con la severità necessaria per il caso Enron, e questo è un male.
Il primo caso (crisi generale) è diverso perché non conduce a responsabilità individuali, di singole aziende. Resta però il fatto che migliaia, a volte centinaia di migliaia, di persone si trovano disoccupate senza loro colpa e la mancanza di responsabili identificabili per il danno che subiscono non le consola molto. Anzi, può indirizzare il loro risentimento verso il "sistema", verso quegli aspetti di instabilità e di crisi che sono intimamente legati ad un sistema di produzione globalizzato e privo, per ora, delle istituzioni regolatrici che l´esperienza disastrosa degli anni ´30 ha consentito di creare negli stati nazionali. Questo pone il dito sul vero punto dolente del capitalismo contemporaneo, sull´insidia più forte ad una sua indiscussa accettazione e legittimità, ma è discorso troppo ampio perché possa essere anche affrontato ora, anche per cenni. Ciò cui volevo accennare oggi, in un momento in cui appaiono in tutta la loro gravità le conseguenze della crisi della Fiat, è il secondo caso, cui indubitabilmente la crisi della Fiat appartiene. Senza dover entrare nei dettagli, la crisi non è crisi di settore subita con la stessa intensità da tutti i grandi produttori automobilistici: il settore è certamente maturo, di conseguenza molto competitivo, ciclico, a crescita complessiva modesta, ma non è a questi caratteri che possono essere addossate le difficoltà della Fiat, visto che gran parte dei suoi concorrenti se la cavano, alcuni molto bene, altri più modestamente ma senza drammi, e che la Fiat continua a perdere quote di mercato. Le difficoltà della Fiat risalgono a scelte sbagliate degli amministratori di quell´azienda, punto e basta.
Oltre a una certa dimensione le singole imprese, anche se ancora a proprietà famigliare com´è la Fiat, sono un pezzo della costituzione economica materiale del paese: i loro amministratori rispondono (in senso lato, sociale e politico) non soltanto agli azionisti, come devono fare in senso giuridico, ma all´intera comunità in cui l´impresa è insediata. Dopo la pubblicazione del Libro Verde della Commissione Europea sulla responsabilità sociale delle imprese, in cui si invitano le imprese la fare tante belle cose per una vasta platea di stakeholders, non vorrei si fosse dimenticato che la prima responsabilità "sociale" di un´impresa capitalistica è quella di fare profitti facendo prodotti che si vendono, è quella di innovare, di sviluppare la produzione e l´occupazione. E´ proprio ciò che gli amministratori Fiat non sono riusciti a fare, con conseguenze gravi sui diecimila e più addetti diretti e indiretti che dovranno essere messi in mobilità, e con costi pesanti per la finanza pubblica: mi piacerebbe vedere chi avrà il coraggio, anche questa volta, di opporsi a pre-pensionamenti a go-go. Sofferenze e danni: si cercherà di rimediare, all´italiana immagino, ma meglio di niente. E le responsabilità? Perché è dal modo in cui sono individuate e trattate che può discendere la riduzione del danno immateriale inferto all´immagine del capitalismo, una restaurazione della sua legittimità e credibilità offese.
Come ben sanno i giuristi che si occupano di queste cose, il concetto di responsabilità è molto elusivo. Chi è responsabile della situazione attuale? Solo i manager attualmente in carica, che hanno agito sulla base di una situazione largamente compromessa dai predecessori e sulla base di indirizzi della proprietà già ampiamente predefiniti? Certo, nessun medico ordinava loro di andare a dirigere l´azienda e prendersi i lauti compensi conseguenti all´incarico: ma sicuramente non sono gli unici responsabili. E quanto indietro bisogna andare? Fino alle scelte che hanno visto l´estromissione di chi aveva idee diverse sui destini della Fiat e del suo core business e la competenza per fare buone auto, auto competitive? Su chi ha perso l´occasione di fare di Lancia e Alfa due segmenti di prestigio, quando avevano ancora un buon nome da salvare, prima di essere "fiattizzate"?
La ricerca delle responsabilità sarà difficile e penosa, come penosa e difficile sarà la definizione di un piano di risanamento e di rilancio. Ma ci dev´essere, e il governo ha piena autorità per imporla, dati i costi che lo Stato dovrà addossarsi. Ci dev´essere proprio per mostrare che non sono gli innocenti gli unici a dover pagare, e dunque per salvare il buon nome del capitalismo italiano. Proprio perché la Fiat (Fiat-auto, intendo) è uno pezzo troppo importante del nostro sistema produttivo e dev´essere messa in grado di tornare a competere.

la Repubblica
21 maggio 2002 


L’INTERVISTA / L’economista del Mit: inutile copiare il modello Usa di mercato del lavoro

Thurow: la priorità dell’Italia? Investire nella formazione

DA UNO DEI NOSTRI INVIATI 

CERNOBBIO (Como) - A chi pensa che la chiave dello sviluppo economico in Italia stia nell’imitare il modello americano Lester Thurow risponde con una risata. L’economista del Massachusetts Institute of Technology di Boston è a Villa d’Este per il workshop dello Studio Ambrosetti e, in una pausa dei lavori, si concede qualche riflessione su quanto ha ascoltato in questi giorni. «Alcuni imprenditori credono che tutto si risolva con una maggiore flessibilità del mercato del lavoro, con la possibilità di licenziare senza vincoli - racconta -. Io dico invece che questo atteggiamento non ha senso. O meglio, che il problema va posto in modo diverso: l’Italia e, più in generale, l’Europa devono puntare a competere con il sistema americano, raggiungere lo stesso grado di efficienza, ma trovando le forme e gli strumenti più adatti al loro modo d’essere, alla loro cultura. Non è solo questione di flessibilità del lavoro, ma di flessibilità delle aziende. E del Paese nel suo complesso». 
Eppure, anche il presidente della Federal Reserve, Alan Greenspan, ha ribadito recentemente che la differenza fra le imprese americane e quelle europee è che le prime possono licenziare. 
«Era una battuta, un’esagerazione. Non nego però che quella frase contenga una parte di verità». 
Quale verità? 
«Prendiamo il caso della Intel: nel decennio scorso, di fronte a un rallentamento del mercato, il gruppo di Andy Grove reagì licenziando migliaia di dipendenti per ridurre i costi. E da lì è ripartita fino a diventare una delle imprese Usa più redditizie, oltre che il quarto gruppo americano per dimensioni e il primo produttore mondiale di semiconduttori. Ma non è stato solo l’effetto dei licenziamenti. L’intera azienda ha saputo ristrutturarsi in profondità. Si è dimostrata estremamente flessibile. Ibm ha fatto la stessa cosa, su scala ancora maggiore. E molti dei dipendenti licenziati da Big Blue, tutto personale di alto livello professionale, hanno permesso alla Dell, che li ha assunti, quella straordinaria crescita che conosciamo, tanto da diventare il maggiore produttore di computer al mondo. Così come, del resto, molti programmatori software della Ibm si sono rivelati fondamentali per il successo di Microsoft». 
Perché crede che in Italia dare alle imprese più libertà di licenziare non serva? 
«Non dico questo. Una maggiore flessibilità del lavoro è senz’altro utile. Ma se domani mattina le imprese italiane potessero licenziare a piacere, il risultato sarebbe che ci sarebbero decine di migliaia di persone di colpo senza lavoro e senza grandi possibilità di trovarne uno in tempi brevi. Né la società italiana, né la sua economia, né le istituzioni politiche sarebbero in grado di reggere l’impatto. Ripeto: il problema è semmai quello di raggiungere la stessa competitività degli Usa utilizzando forme adatte al contesto nazionale. Così ha fatto il Giappone». 
Il Giappone? 
«Molte aziende nipponiche competono ad armi pari con le imprese americane, soprattutto in settori industriali sofisticati come l’alta tecnologia. E il mercato del lavoro in Giappone non è sicuramente più flessibile che in Europa». 
Di cosa ha bisogno l’Italia? 
«La rigidità del mercato del lavoro è una delle cause della poca competitività italiana, ma non certo l’unica, né quella che in prospettiva mi sembra fondamentale. Avete semmai bisogno di investire di più nella formazione, nel capitale umano. E di moltiplicare le risorse destinate alla ricerca. Se non ricordo male, l’Italia, voglio dire anche le aziende italiane, spendono in questa direzione meno dell’1% del budget. In America grandi gruppi, come Honeywell o Microsoft, da soli spendono di più di quanto faccia lo Stato italiano. E per investimenti in formazione e ricerca intendo soprattutto quelli verso le nuove tecnologie, l’elemento trainante dell’economia del futuro. Bisogna mettersi in mente che perdere la sfida delle nuove tecnologie, dell’innovazione tecnologica significa negarsi la possibilità di conquistarsi un ruolo nel contesto internazionale. Così come un Paese che non riesce a formare laureati, ingegneri, tecnici finirà per dipendere dagli altri e relegarsi ai margini». 
E’ un rischio che l’Italia corre? 
«Innanzitutto vorrei dire che l’Italia è uno dei Paesi industriali più sviluppati al mondo. E i suoi abitanti godono di un alto tenore di vita, che hanno saputo crearsi e che continuano ad aumentare. Detto questo, aggiungo anche che siete riusciti a conquistare la leadership in molti campi. Prendiamo l’export italiano: avete conquistato il mondo con il vostro design, con la moda. Vendete scarpe in ogni angolo del Pianeta. E sono scarpe costose, acquistate da clienti che possono permettersele. Ebbene: a fabbricarle è personale altamente specializzato, che ha avuto una formazione adeguata e che prende stipendi elevati. Tutto questo per dire che i costi di produzione sono alti, ma il ritorno economico per le aziende è ancora più alto. In questo settore, la competitività italiana è imbattibile». 
Nell’industria hi-tech, in questo momento di forte rallentamento dell’economia, non le sembra che anche le imprese americane si stiano mostrando molto caute nei licenziamenti. Pur di non perdere personale specializzato, difficile da sostituire quando l’economia riprenderà quota, ricorrono a formule come ferie parzialmente pagate, o periodi «sabbatici» al 10-20% di stipendio, o settimane corte e così via. 
«Non è un fenomeno nuovo. Il fatto è che oggi appare più evidente. Per le aziende hi-tech , soprattutto quelle legate a Internet, il personale rappresenta il loro vero asset . Da una parte, devono ridurre i costi per reggere alla crisi, dall’altra, però, conoscono i rischi di lasciar andar via tecnici che saranno fondamentali al momento della ripresa. Tanto più che quei dipendenti potrebbero andare a lavorare per aziende concorrenti. E’ per questo che vediamo proliferare soluzioni alternative al licenziamento». 

Giancarlo Radice 

Corriere della Sera
10 settembre 2001


IL PERSONAGGIO

Quel Reviglio-boy


ROMA - Per Franco Reviglio, che lo considera il suo allievo migliore, Domenico Siniscalco è «come un secondo figlio». Ed è qualcosa più che una semplice battuta. Aveva soltanto 24 anni e si era appena laureato in giurisprudenza all’Università di Torino quando, nel 1978, Siniscalco entrò al ministero delle Finanze. Erano tre ragazzi, lui, Giulio Tremonti e Alberto Meomartini. Li chiamavano i «Reviglio boys» con una punta di ironia e di invidia. Giovani, capaci e ambiziosi: esponenti di punta di quella generazione senza più fede democristiana che si sarebbe poi affermata negli anni Ottanta nei gangli dell’alta burocrazia e delle imprese pubbliche, spesso con l’etichetta socialista. Siniscalco era il consigliere economico, Tremonti il consigliere giuridico mentre Meomartini si occupava dell’ufficio stampa. Abitavano tutti e tre insieme in un appartamento di proprietà del demanio. Erano i tempi della guerra sullo scontrino fiscale, che Reviglio iniziò e perse: l’avrebbe vinta, soltanto cinque anni dopo, Francesco Forte. Ma quell’esperienza cementò stima e amicizia. Meomartini seguì Reviglio all’Eni, dove è ancora adesso. E Siniscalco ha sempre mantenuto con il professore torinese rapporti solidi. Nato a Torino il 15 luglio del 1954 sotto il segno del cancro, nel 1989 prende il dottorato in Economia a Cambridge. Da allora comincia a farsi strada nel mondo accademico. Insegna a Cambridge, all’Università di Cagliari, alla Luiss, a Lovanio, alla John Hopkins e all’Università di Torino, dove diventa ordinario di Economia politica. Colleziona incarichi internazionali come quello di membro del Royal institute for International affair di Londra e della Reale accademia delle scienze svedese. E italiani, come quello di direttore della Fondazione Enrico Mattei. Nel suo curriculum ci sono 70 pubblicazioni, tra l’altro è collaboratore del Sole 24Ore. In una di queste pubblicazioni, un saggio scritto nel 1993 per il Mulino, Siniscalco paragonò il presidente del Consiglio di allora a Raymond Poincaré, il premier francese che nel 1926 risollevò il franco schiacciato dal debito pubblico. Il presidente del Consiglio in questione era Giuliano Amato, ed era alle prese con problemi analoghi. Al Bilancio c’era Reviglio.E con Reviglio c’era Siniscalco, che Amato ha sempre stimato. 
Quando, cinque anni più tardi, Amato è stato nominato ministro del Tesoro nel governo di Massimo D’Alema, l’ha designato nel consiglio di amministrazione di Telecom (incarico da cui Siniscalco si è dimesso in seguito alla vicenda Telekom Serbia). E non a caso. Siniscalco è uno dei massimi esperti italiani di net economy. Oltre a essere consigliere della Ersel, società del finanziere Renzo Giubergia, Siniscalco è consigliere della Finmatica di Piero Luigi Crudele, di Hdpnet e della Logilab, società di telematica e robotica che fa capo al gruppo Fininvest (nel consiglio c’è anche Marina Berlusconi). Ma fino allo scorso anno risultava anche azionista con circa il 20% di We-cube.com, una società che gestisce un sito di servizi di consulenza. Fra gli azionisti di We-cube.com ci sono Ciao holding (Ifil-Fiat) e l’Italgas del gruppo Eni, presieduta da Meomartini. 

Sergio Rizzo 

Corriere della Sera
8 settembre 2001 


«Un capitalismo con tanti ricchi e pochi imprenditori»

Amato: i piccoli gruppi pensano solo ai patrimoni personali, il vero vincitore è il commercialista di famiglia, che sa tutto


ROMA - «Capitalismo renano? Toglierei il re e, almeno per l'Italia, parlerei di capitalismo nano». Inizia con un calembour sul capitalismo renano, quello dove non i mercati ma le grandi istituzioni finanziarie hanno un ruolo decisivo, il colloquio con Giuliano Amato per fotografare il sistema produttivo italiano dopo le operazioni Montedison e Telecom. Una riflessione che parte dal blitz della Pirelli e individua come maggior difetto dell'imprenditoria nostrana "la sindrome del commercialista". «È sempre rischioso attribuire a singole operazioni il carattere di pietra miliare, ma non c'è dubbio che due anni fa Cuccia celebrò l'alleanza tra la razza padana e l'establishment». Un tentativo generoso di immettere nei grandi disegni una porzione di piccola imprenditoria. «Alla fine però chi ci ha guadagnato sono stati i patrimoni privati e i commercialisti di famiglia». Chi sono i vincitori e chi i vinti? 
«Se esaminiamo il triangolo Mediobanca-razza padana-grandi famiglie, la nuova gestione della banca d'affari milanese esce sconfitta, le ambizioni della media imprenditoria vengono ridimensionate e i grandi gruppi vivono una nuova stagione. Sono loro che volano verso il futuro, in barba a chi li aveva dati per morti. Torniamo alla coppia Agnelli-Pirelli come summa del nostro capitalismo. Ricorda gli slogan sindacali degli anni '60?». 
Ma è solo un replay o ci sono delle novità? 
«Beh, sembravano il simbolo della superata impresa fordista. L'uno faceva l'auto e l'altro le gomme. Invece nella stagione post-fordista tornano, il primo con l'energia e il secondo con le telecomunicazioni». 
Il che dimostra che con i giudizi è meglio andarci piano. 
«Personalmente sostengo da un po' che la Fiat è una delle poche multinazionali che sta costruendo una società e un gruppo dirigente di cultura aperta. Tronchetti Provera, poi, era stato già capace di passare dalle gomme alla fibra ottica e ha completato il percorso comprendendo che la polpa di quel business sta nei servizi e non nel manifatturiero. Insomma che le grandi famiglie, anziché restar chiuse nel loro passato, trovino la capacità di penetrare nel futuro non può non farmi piacere. Sono italiano e so che la tradizione della nostra industria è imperniata sulle dinastie». 
Ma le resta l'amaro in bocca per quello che poteva rappresentare Colaninno.. 
«Non è esattamente così. Vedo che abbiamo pochi protagonisti ed essendo pochi sono sempre quelli. Ricorda quando si diceva che la Borsa italiana era asfittica perché bastava uno spostamento di un titolo guida per provocare un terremoto? Mancava un mercato più ampio. E allora se guardo con quest'ottica all'operazione Pirelli-Bell la legittima soddisfazione lascia il campo a un senso di frustrazione. Non è tanto la sconfitta di Mediobanca, che, perso un cervello come Cuccia, non poteva non risentirne, ma il fatto che vedo rientrare la razza padana nel suo alveo tradizionale. L'avventura si chiude con meno industria e più soldi». 
Da qui la condanna a restare capitalismo di nani. 
«Fortunatamente esistono delle eccezioni. E forse la maggiore si chiama Benetton, l'altro protagonista del blitz su Telecom. Loro sì che hanno dimostrato la capacità di superare la piccola dimensione, prima diventando multinazionali nel loro business e poi mettendo in campo una strategia industriale a largo raggio che li ha visti entrare un po' dappertutto, dalle autostrade alla ristorazione fino alle stazioni. Benetton rappresenta un esempio luminoso sia di capacità imprenditoriale sia di utilizzo delle nuove tecnologie. I colori di Treviso arrivano in tutto il mondo perché le tecnologie di oggi consentono di arrivare in tempo reale alla customer satisfaction , al mercato comandato dai consumatori». 
Benetton è solo l'eccezione che conferma la regola. 
«Non l'unica, ma è chiaro che dal 97% delle nostre piccole e medie industrie assai pochi riusciranno a crescere e diventare robusti protagonisti. Ovviamente hanno delle colpe ma purtroppo il loro nanismo è simmetrico all'esiguità del mercato finanziario. Mancano istituzioni che raccolgano il risparmio popolare. La public company si sviluppa anche per la presenza di istituzioni finanziarie forti e credibili. È l'amaro capitolo dei fondi pensione e del loro mancato sviluppo in Italia». 
Dalle privatizzazioni non ci si poteva attendere di più? 
«Proprio le privatizzazioni hanno dimostrato come le grandi imprese siano capaci di attirare risparmio, per le piccole invece tutto è più difficile. Se si mettono sul mercato titoli Enel o Eni non c'è problema, ma per far affluire i soldi ai Brambilla sono decisivi i fondi pensione. E se i Brambilla sono troppo piccoli neppure i fondi ci riescono. La democrazia economica di oggi è questa, si passa dal controllo dal basso al controllo proprietario indiretto. Ed è ciò che mette in crisi i nostri piccoli industriali». 
Affetti da inguaribile egoismo proprietario? 
«La famiglia si riconosce nella proprietà dell'azienda e quando si lancia in nuove avventure lo fa per cavarne dei soldi. Il piccolo imprenditore italiano si esalta quando riesce a produrre profitto, che però non viene investito in nuove avventure industriali. Se vengono intraprese delle attività differenziate lo si fa per poter succhiar soldi da far affluire sui patrimoni personali. L'episodio di Telecom lo dimostra. Gli alleati di Colaninno sono stati più attenti ai soldi che alle telecomunicazioni». 
Così si crea il paradosso che ci sono più ricchi che imprenditori? 
«Direi che molti crescono come ricchi e rimangono piccoli come imprenditori. Di conseguenza la figura chiave, come ha messo in luce l'economista De Cecco in un suo recente lavoro, diventa il commercialista di fiducia. È lui che consiglia l'imprenditore nell'investire 2 nell'azienda, 5 nella pelliccia e magari nel sottrarre 20 al fisco. In Italia l'imprenditore si affida a più banche anche per evitare che abbiano la fotografia della sua situazione patrimoniale. L'unico che sa tutto è, per l'appunto, il commercialista». 
Da dove si può cominciare per cambiare strada? 
«Occorre un circolo virtuoso di regole, istituzioni e cultura che finora non siamo riusciti, tutti quanti, a metter su». 
E un governo cosa può fare? 
«Può fare delle cose molto utili. Se fossimo riusciti ad approvare la legge Mirone sul diritto societario avremmo prodotto un’ottima cosa. È sgradevole oggi vedere che quella normativa, usata per ospitare una nuova e giustamente osteggiata disciplina sul falso in bilancio, diventi un campo di battaglia. Ma la Mirone è importante perché semplifica e rende più facile il salto nella società per azioni. Poi ci vuole un sistema fiscale che, come fa la Dual income tax (il premio fiscale alle imprese che aumentano il patrimonio, ndr ), incentivi lo spostamento di risorse verso il capitale di rischio. Anche in questo caso però vedo che sta per essere varata una politica fiscale che premia anche chi si indebita. E poi bisogna definire l’utilizzo del trattamento di fine rapporto ai fini di previdenza integrativa. Sono tutte azioni singole che se però convergono possono essere produttive. L'attuale governo, invece, mi pare che dica "vi riduco le tasse e siate felici" e per questa via contribuisca anche alla felicità dei commercialisti». 
E dal sistema bancario quali azioni dovrebbero partire? 
«Le banche cominciano a muoversi. Nel rapporto con le imprese qualche elemento di capitalismo renano inizia a esserci. Negli istituti di credito c'è molta più cultura industriale di ieri e ce ne sono tracce anche nelle operazioni di cui stiamo parlando. Le maggiori banche, ma anche quelle medie come l'Antonveneta, che ha finanziato l’operazione Telecom di Colaninno, cominciano a sfidarsi, a fare i conti con i progetti industriali. Ma torniamo al punto dolente: lavorano su materiale limitato». 
C'è chi sostiene che scomparso Cuccia è stata la Banca d'Italia ad assumersi il compito di indirizzare, anche se per via indiretta, le mosse dei protagonisti. 
«Il lavoro che Banca d'Italia ha svolto per rafforzare i gruppi bancari è stato positivo. Ho qualche riserva, invece, sulle remore che tutte le banche centrali mostrano quando si oppongono ai cross border merger , alle operazioni di concentrazione tra istituti di Paesi diversi. Lo fanno in nome delle rispettive nazionalità, ma ho l'impressione che procedano anche per preservare i propri poteri di vigilanza che sono di carattere nazionale. Solo i gruppi transnazionali sono capaci di intercettare capitali internazionali». 
Dopo Montedison e Telecom gli osservatori si aspettano una riorganizzazione dell'azionariato di Mediobanca. 
«È inevitabile che si pensi così. Quell'equilibrio costruito grazie al sistema di partecipazioni incrociate sta cedendo. E si è aperto un mercato. Spero però che quell'intreccio non si riproduca attorno a uno o due punti di riferimento, passeremmo dalla padella alla brace. Quanto all'istituto milanese, apertosi lo scrigno e non riuscendo Maranghi a chiuderlo più, il futuro è diventare un operatore del mercato aperto». 


Dario Di Vico 

Corriere della Sera
30 luglio 2001


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