FAZIO:I POSTI DI LAVORO CRESCONO PIU' CHE NEL BOOM DEGLI ANNI '60 

Clamorose dichiarazioni del governatore della Banca d'Italia

Washington, - La crescita dei posti dilavoro registrata dall'Italia negli ultimi anni dopol'introduzione di alcune riforme strutturali sul mercatodell'occupazione è stata molto forte, addirittura migliore chenegli anni del boom economico. La certificazione degli effetti positivi seguiti a taliriforme giunge dal governatore della Banca d'Italia, AntonioFazio, che in una conferenza stampa a margine dei lavoridell'assemblea Fmi a Washingon ha comunque voluto ricordare chepoco possono i miglioramenti strutturali in assenza diun'economia che cresce. "Questa crescita del mercato del lavoro, questa elasticità -ha detto Fazio - è stata molto più rapida, e io non me laricordo nemmeno negli anni del boom economico una crescita al 2%all'anno per gli occupati. Nel boom economico, mi ricordo quandosono entrato in Banca d'Italia nel 59/60 per alcuni anni glioccupati crebbero dell'1% all'anno".

OCCUPAZIONE/ I DATI DIETRO LE DICHIARAZIONI DI FAZIO 

Bankitalia: un milione di occupati in soli due anni Roma, 30 apr. (Ap.Biscom) - 

Il governatore della Bancad'Italia a Washington ha espresso grande ottimismo sulladinamica del mercato del lavoro in Italia. E si è lasciatoandare a clamorose affermazioni, come quella che non si era maivisto un simile boom degli occupati, dagli anni del miracoloeconomico. Su che cosa basa queste affermazioni? Il bollettino economico della Banca d'Italia, nel suo ultimonumero, sottolinea, in effetti, che "la sostenuta fase espansivadell'occupazione italiana, in atto dalla fine del 1997, è piùforte di quanto ci si potesse aspettare sulla basedell'evoluzione del prodotto. Essa è stata favoritadall'andamento moderato del costo del lavoro dipendente perunità di standard di lavoro, rimasto sostanzialmente costante intermini reali, e dalla riduzione dei costi indiretti del lavoro,connessa con la flessibilità introdotta sia nei rapporticontrattuali sia nella gestione degli orari". In sostanza, sono gli argomenti rilanciati ieri dalgovernatore: il mercato del lavoro è diventato più flessibile,quindi più dinamico. La crescita economica, a questo punto, hapotuto innescare un circolo virtuoso. Per quanto riguarda le stime della flessibilità, il bollettinomostra che la quota di lavoratori dipendenti a tempo determinatosul totale, è salita dal 6,8% del 1994, al 10,5% del 2000. Nell'appendice statistica del bollettino, si vede che ècresciuta in modo consistente la partecipazione al lavoro,misurata dal tasso di attività tra i 15 e i 64 anni. Nel 1996era il 57,7%, nella media del 2000 era il 59,9%, ma nell'ottobredello scorso anno ha raggiunto il 60,5%, quindi la media deipaesi europei. E' questo l'indice chiave per capire se il mercato del lavorosi amplia oppure no. Molto significativa è la dinamicadell'indice e la progressione del 2000: a gennaio era al 59,1%,a ottobre del 60,5%. Analizzando gli anni precedenti, si vede che il salto maggioreè avvenuto tra il 1998 e il 99, in coincidenza con la ripresaeconomica. Le forze di lavoro, nel loro complesso, sono aumentate da 22milioni e 779 mila del '96 a 23.883 mila dell'ottobre 2000, conun aumento di quasi un milione e centomila. Gli occupati sonopassati, nello stesso periodo, da 20 milioni 125 mila a 21milioni 450 mila, con un aumento di un milione 325 mila. Unmilione dei quali nel solo biennio 1999-2000.

Ap.Biscom
30 aprile 2001

 


NUOVI RIBELLI
Ecoguerrieri d'Italia

Sono la frangia più estremista del movimento di Seattle. Sono contro la globalizzazione. Odiano il progresso e le biotecnologie. E pensano che violenze e sabotaggi..

di Antonio Carlucci e Marco Lillo 



Francamente, della legalità non ce ne frega niente. Se c'è da rompere una vetrina o da avvelenare un hamburger siamo pronti a farlo... Pietro ha 28 anni, è un militante dello Ska di Napoli, il centro sociale di "sperimentazione kulturale autogestita", e non ha timore di presentarsi come un corsaro del Terrore Verde. Lui vede con favore ogni azione diretta di sabotaggio contro la globalizzazione, contro le aziende che producono gli organismi geneticamente modificati, contro le biotecnologie, a favore della difesa intransigente di natura e animali.

Per Pietro, che nella vita di tutti i giorni si presenta come un avvocato, leggi e leggine assomigliano a fogli di carta velina che si possono tranquillamente stracciare. Lui e i suoi compagni di avventura sostengono di porsi un solo problema di fronte alla scelta dei mezzi di lotta: «Nel momento in cui decidiamo e prepariamo un'azione, ci concentriamo sulla quantità di consenso diffuso che possiamo ottenere. L'azione non deve essere sproporzionata rispetto al fine e deve smuovere le coscienze della gente. Così, spesso, azioni come il pic-nic da McDonald's risultano più incisive di un avvelenamento in grande stile».



ICorsari Verdi, che vengono definiti anche Ecowarriors (guerrieri dell'ecologia) e qualche volta Ecoterroristi, sono la punta più visibile di quella galassia politica che cammina al fianco del Movimento di Seattle. Rappresentano un confuso cocktail di anarchia, movimentismo, ambientalismo, animalismo. Non hanno alcun timore dello scontro diretto: l'ultima volta che sono entrati in azione sotto gli occhi di tutti è stato il 17 marzo scorso, a Napoli, in occasione del Global Forum, quando la testa del corteo bloccata dalla polizia si è lanciata in una carica preordinata e decisa a tavolino che ha innescato un paio di ore di scontri di piazza e prodotto 200 feriti.

Ma quella che è ormai una costante della loro attività è l'azione clandestina. Gli ecoguerriglieri si sono attribuiti da soli, anche se con un volantino privo di firma, l'incendio scoppiato il 3 aprile nello stabilimento di Lodi della americana Monsanto. La multinazionale dei semi viene indicata come responsabile dell'introduzione clandestina sul mercato italiano di prodotti geneticamente modificati, la bestia nera degli ecoguerrieri. Adesso sono due le scadenze più immediate cui prestare attenzione. Dal 17 al 21 aprile si celebra la Giornata della Terra in tutto il mondo. Le manifestazioni saranno pacifiche? Dubitarne è legittimo. Perché, l'intero mondo dei guerriglieri dell'ecologia è entrato in fibrillazione quando dalla Francia Paul Bovet, l'agricoltore che è diventato un simbolo della lotta contro la globalizzazione (si è beccato anche una condanna per la distruzione di un McDonald's) ha incitato alla "mobilitazione sovversiva" in tutta Europa.

Inoltre, mancano solo tre mesi alla riunione del G8 di Genova, un appuntamento considerato chiave dall'intero movimento che vede aumentare i consensi di fronte ad avvenimenti come la decisione del presidente Usa George W. Bush di considerare carta straccia il patto di Kyoto sulla riduzione dei gas nocivi. Proprio Genova sembra essere diventato un appuntamento chiave: anche i terroristi di matrice brigatista che hanno messo una bomba a Roma martedì 10 davanti al portone dello Iai, hanno fatto riferimento nel loro volantino alla scadenza di Genova. Così, il ministro dell'Interno ha annunciato che la questione sicurezza diventerà fondamentale nei giorni di luglio.

Ma quanti sono gli ecoguerrieri d'Italia? Quali e quanti gruppi sono pronti a entrare in azione, con una folcloristica manifestazione davanti a McDonald's, con un sabotaggio negli allevamenti di animali da pelliccia o con un vero e proprio attentato terroristico come l'abbattimento di un pilone dell'energia elettrica o delle antenne dei telefoni cellulari? Una fotografia nitida e precisa di questa galassia non esiste ancora, sia per l'esiguità numerica di militanti pronti all' "azione diretta", sia per la difficoltà di censire formazioni che sono costituite da pochissime persone, spesso neanche in collegamento tra di loro.

Quello che è più facile riconoscere sono le anime di questo movimento che non può essere solo ricondotto ad alcuni collettivi anarchici, a pezzi dei centri sociali, agli epigoni italiani dell'Animal Front i cui militanti sono quasi tutti fuoriusciti dalle organizzazione ambientali classiche come Wwf, Greenpeace, Vas (Verdi ambiente e società). Tutti movimenti che rifiutano tra mille distinguo e giustificazioni le azioni che infrangono la legge. «Non condanno chi viola la legge per salvare vite umane e animali», dice Walter Caporale, presidente della sezione italiana della Peta, organizzazione che si batte per i diritti degli animali: «Abbiamo deciso di difendere gli animalisti che effettuano azioni estreme».



In Italia gli ecoguerrieri sono circa un migliaio e sembrano destinati a crescere. Non sono strutturati in organizzazioni stabili e visibili, anche se poi i volantini di rivendicazione portano diverse firme: I figli della Terra, nel caso delle azioni di sabotaggio attraverso l'avvelenamento di panettoni e cotechini; Alf-Tony Humphries Commando, per la liberazione degli animali da pelliccia dagli allevamenti; Azione Diretta per gli attacchi dimostrativi ai McDonald's; Organizzazione rivoluzionaria anarchici insurrezionalisti, per firmare i pacchi esplosivi inviati nella campagna contro magistrati e politici considerati responsabili delle inchieste contro militanti anarchici incarcerati per gli attentati ai tralicci dell'Enel. Così, si possono isolare cinque anime degli ecoguerriglieri.

I Primitivisti: sono poche decine di persone, ma molto attive stando alle informazioni raccolte all'interno stesso della galassia del Terrore Verde. Rifiutano totalmente il progresso e la tecnologia, vivono lontano dalle città, in case senza luce elettrica (ci sono alcuni nuclei in Umbria e nella Marche che hanno eletto a dimora le grotte). Sono nemici giurati delle biotecnologie e degli organismi geneticamente modificati. Sono usciti allo scoperto l'anno scorso a Genova nel corso delle manifestazioni contro la mostra internazionale TeBio.

Gli Animalisti radicali dovrebbero essere al massimo un paio di centinaia. Alcuni fuoriusciti dalla Lav (Lega antivivisezione) e dalla Peta. Si rifanno alla madre di tutte le organizzazioni semiclandestine, l'Animal Liberation Front, e non disdegnano l'uso della violenza per affermare i diritti degli animali.

Gli Antinocivisti sono nemici giurati di tutto ciò che viene considerato tossico e nocivo per l'uomo. Extraurbani come scelta di vita, sono un centinaio e la loro bestia nera sono i tralicci delle antenne dei telefoni cellulari che, nei mesi scorsi, hanno danneggiato soprattutto in Toscana. Come? Aprendo semplicemente le scatole che contengono i componenti elettronici e aspettando che la prima pioggia facesse il resto.

Le ultime due componenti degli ecoguerriglieri sono i Vegani e gli Anarchici. I primi sono i vegetariani ortodossi, quelli che non toccherebbero una bistecca neanche sotto tortura. Gli anarchici, che si sono autobattezzati insurrezionalisti, sono stati messi alla porta dalla Federazione anarchica italiana, quando hanno cominciato le azioni di sabotaggio. Sono quasi sempre in testa alle manifestazioni del movimento di Seattle, riconoscibili dalle barriere di plastica usate per fronteggiare le cariche della polizia o, sempre più spesso, per andare per primi all'assalto.



Sono stati proprio i gruppi degli anarchici insurrezionalisti a dare il via in Italia alle azioni di sabotaggio e di violenza con alla base motivazioni ambientali e anticapitaliste. Già dalla fine degli anni Ottanta, quando alcuni tralicci dell'Enel furono danneggiati con cariche esplosive o tagliandone le basi di appoggio. Nel corso degli anni Novanta si sono svolti anche due grossi processi: uno a Roma, che si è concluso con diverse condanne per i fatti specifici e con l'assoluzione per il reato di associazione sovversiva; l'altro a Torino, dove invece il reato associativo è stato riconosciuto. «L'urlo dirompente della dinamite squarcerà ancora molte notti turbando i sonni di chi rimane fermo», hanno scritto nei loro volantini.

Con il passare degli anni i gruppi hanno fatto proprie altre ragioni per le azioni di sabotaggio e di violenza. Dai cibi alle biotecnologie, dagli animali agli organismi geneticamente modificati. E tutte le multinazionali del settore sono diventate l'obiettivo di azioni a ripetizione, che hanno portato al danneggiamento di materiali, capannoni, prodotti. Ma senza mai causare vittime umane. Anche le azioni di avvelenamento di prodotti alimentari sono state sempre accompagnate da telefonate e da volantini che dicevano dove e come era stato inserito il Racumin, il veleno topicida amato dai Corsari Verdi. Azioni di piazza, sabotaggi dimostrativi, esplosivi contro obiettivi simbolici. Tutte cose che fanno sorgere una domanda: siamo agli inizi di una nuova stagione di terrore e di violenza? Certo, se il movimento di Seattle dovesse diventare per gli ecoguerriglieri un autobus simile a quello che fu il movimento del '77, dove salirono autonomi arrabbiati e scesero terroristi delle Brigate rosse, di Prima linea, dei Nuclei combattenti comunisti, allora prepariamoci a veder tornare anni che pensavamo di avere archiviato.

(hanno collaborato Andrea Benvenuti e Chiara Longo Bifano)


L'Espresso online
19.04.2001


Intervento del Presidente del Consiglio Giuliano Amato alla presentazione del libro di Paolo Onofri "Un'economia sbloccata. la svolta degli anni 90 e le politiche per il futuro" 

Roma 12 aprile 2001



GIULIANO AMATO, Presidente del Consiglio dei Ministri. Tra di noi non ci possiamo citare solo in presenzia, come se ci fosse la par condicio della politica, perché altrimenti diventa un inferno. Detto questo io ho riferito, in pubblico, il punto su cui divergemmo in materia di meritocrazia. Quando ti domandai se la meritocrazia deve esistere anche nelle scuole elementari o nell’asilo, tu mi rispondesti in maniera affermativa. 
Mi rendo conto che questo tema non afferisce al libro di Paolo Onofri, ma è comunque una questione interessante. 
La meritocrazia è un criterio fondamentale per sviluppare una società: deve esistere all'Università, forse anche nelle scuole che precedono l'università; il principio della concorrenza è il modo in cui l'economia cerca di far valere la meritocrazia – certo io non ho nulla da obiettare – ma non all'asilo e alle elementari. In quei momenti esiste un problema di delicata maturazione del bambino che esce dalla famiglia, che può presentare una serie di problemi, che è ancora fortemente condizionato da questi ambienti. Tutte le ricerche confermano che l'influenza della famiglia deve essere considerata decrescente al crescere dell'età degli allievi, al di là delle illusioni dei genitori. Ho infatti commissionato uno studio, dal quale emerge che la percezione della influenza da parte dei genitori, su ragazzi e le ragazze delle scuole medie, è tripla rispetto alla percezione da parte dei giovani; non è detto che abbiano ragione i ragazzi, perché l'influenza può essere superiore a quanto credono. Comunque non voglio entrare in questo argomento, anche se è in fondo più interessante di tanti discorsi da affrontare in campagna elettorale. L'influenza dell'habitat in cui il bambino è cresciuto – quando è ancora in età da frequentare l'asilo e le elementari – è veramente enorme. A volte si verificano fenomeni, come i giornali hanno evidenziato nelle settimane scorse: la dislessia non percepita dall'insegnante. Il bambino non è quindi capace di leggere o di scrivere, solo perché nella fase iniziale della crescita non era in grado di percepire e di distinguere esattamente i suoni, situazione che spesso non viene percepita dall'esterno. Questo problema esige una particolare attenzione. Quindi la tua visione da College di Oxford, trasferita all'asilo e alle elementari trovava il mio dissenso, ma il dissenso termina lì. Non ho mai detto nulla di diverso da questo, lo giuro. Del resto, tu lo sai, perché di questo avevamo discusso in una cena tra amici, non ricordo se a casa di Fabrizio o di Pippo. 

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Chiuso questo capitolo, non attinente al libro di Paolo Onofri, devo prendere atto che, ogni volta che ascolto Gallo parlare così, mi torna in mente – ma siamo amici ovviamente – uno spot su di un elettrodomestico intitolato “Gli Incontentabili”. Si vedevano il papà e la mamma con i bambini che percorrevano a passo svelto in vari negozi di elettrodomestici, ma dicevano sempre no, fin quando si trovavano davanti all’elettrodomestico giusto e finalmente sorridono. Io ti auguro di trovare questo elettrodomestico, perché prima o poi nella vita una soddisfazione dovrai pure averla! 
Io, però, sarei più d'accordo con Giacomo Vaciago: valutiamo le differenze, il fattibile, il tasso di errore che chiunque commette quando si sperimenta nell'attività di Governo, le variabili molteplici: il risultato di questi anni è, nell'insieme, soddisfacente. In questo mi associo davvero a Giacomo Vaciago: se 5 anni fa ci avessero detto che saremmo realizzare tutto questo, probabilmente non ci avrei creduto. Tanto ciò è vero che quando “qualcuno” promise un milione di posti di lavoro si sollevarono ironie; poi altri ne hanno creati più di un milione. Questo è un dato di fatto, che ex post possiamo rilevare. 
Detto questo in termini di reazione è giusto che qualcuno segnali che non è sempre abbastanza, perché altrimenti si rischia di giustificare anche l'errore, affermando che tutto va bene. E’ un bene, quindi, che qualcuno dica che non tutto è a posto. 
Io devo dire, rispetto alla parte iniziale del tuo discorso, relativo agli anni ‘80 e ‘90, che nel libro c'è una argomentazione forte, che fornisce una spiegazione della differenza – che è poi lo schema adottato nel libro – nota a tutti voi economisti, del rapporto tra politiche, impostazioni dei singoli attori ed aspettative che si formano nell'economia. In realtà, negli anni ‘80 riesce lentamente ad affermarsi una politica antinflazionistica – su questo non c'è dubbio – alla quale, però, per una serie di ragioni che riguardano il contesto dei vincoli esistenti in questi anni, non si accompagna una politica salariale e di bilancio ispirate a principi di stabilità e di vincolo. O meglio la politica di bilancio ha un andamento che, ancorché non assecondi più l'inflazione, non è comunque stringente (come negli anni '90); accade ancora, negli anni '80, che permangano impulsi sugli attori, tali da continuare ad assecondare comportamenti espansivi, sia in termini salariali, sia in termini di politiche di bilancio. Andrea Monorchio ed io abbiamo “nella carne” la differenza tra questo aspetto degli anni '80, che pur furono molto positivi perché ci spostammo da una inflazione a 2 cifre ad una inflazione a una cifra. Ma quando lavoravamo, nell'estate degli anni '80 sul tendenziale, tutto il nostro sforzo di manovra di bilancio consisteva nel riassorbirlo e farlo scendere a livelli ragionevoli: ma ci scappava sempre! L’anno successivo era sempre come il precedente. Mi tornavano in mente quei giocattoli per bambini con la molla, che aprendo lo sportellino salta un pupazzetto; il tendenziale, per tutti gli anni '80, funzionava in questo modo: quando noi aprivamo il coperchio della scatola, a luglio, questo tendenziale saliva, e tutta la nostra manovra di bilancio consisteva nel richiudere la scatola, ma la molla restava dentro; l'anno successivo riaprivamo la scatola per la Finanziaria ed il tendenziale saltava nuovamente. Noi ci siamo trovati l'anno scorso, insieme al Ministero del Tesoro, davanti ad un tendenziale che, a legislazione vigente, andava a zero: questa è una assoluta differenza tra gli anni '80 e gli anni '90. Naturalmente immettendo varie autorizzazioni legislative in Finanziaria si poneva nuovamente il problema. Ma dall'anno scorso variamo le manovre, non allo scopo di far rientrare nel coperchio il tendenziale, ma allo scopo di coprire maggiori spese, che il Governo e il Parlamento ritengano necessarie. Questa è una differenza molto significativa, perché fa comprendere il cambiamento rilevante degli anni '90, che ha investito l'insieme delle aspettative. La politica salariale si è ricondotta entro i confini di una politica dei redditi, non a caso a partire dal 1992: fu allora che deindicizzammo in via definitiva e addirittura congelammo per un anno i salari, (salvo le 20 mila lire) e poi, dal 1993 entrò in vigore l'accordo. Ora si discute di rivederlo, ma questo accordo ha determinato un andamento compatibile dei salari, al punto che, ogni volta che c'è una rilevazione retributiva, la tua preoccupazione è che emerga che i salari sono cresciuti meno dell'inflazione, perché ciò pone, rispetto alla tua organizzazione, il problema di dover contenere delle spinte. Ma questa è la tendenza dei salari; ogni volta che noi del settore pubblico superiamo questo indice, lo dobbiamo giustificare, in ragione dei processi di riforma ai quali questi innalzamenti sono legati. Questa è una differenza che volevo far notare. 
Il libro merita di essere letto anche per questa lunga analisi del trentennio dagli anni ‘70 agli anni ‘90, svolto verificando i punti di cambiamento. Il libro sottolinea anche giustamente, usando lo stesso congegno, che nonostante la “botta” del 1992, la percezione degli operatori non fu tale da invertire il ciclo: per due o tre anni è rimasta una incertezza nei comportamenti, quasi fosse un intervento figlio di emergenze assolute, ma che non modificava sufficientemente i percorsi, come è accaduto con la “botta a freddo” – come la definisci tu – degli anni ‘96-‘97. Non voglio esaminare quello che il libro racconta in relazione a quello che è stato fatto; non tocca a me raccontarlo, ma a lui. E’ anche buffa questa situazione: scrive un libro, parla del Governo, ma è sempre stato un consigliere che prendeva appunti e su questi ha scritto un libro. E va benissimo così.
Mi interessa molto – perché questa è la parte davvero intrigante – il modo intelligente e acuto (così diremmo scrivendo una recensione su un quotidiano) con cui analizza i problemi attuali, che sono in parte presenti, in parte futuri. Essi sono essenzialmente l’incompiuta della competitività e tutte le questioni che si legano alle nuove incertezze e alle soluzioni che richiedono. Questa è una parte che, chi vive la politica, dovrebbe leggere con calma, riflettendoci per ricavarne impulsi virtuosi. Dell’incompiuta della competitività dobbiamo parlare a 360 gradi, con calma, al di fuori dei pregiudizi della situazione: io ho il pregiudizio da Governo, egli quello da Confindustria (anche se non è della Confindustria, pur incontrandolo spesso lì). Però in qualche modo, ciascuno di noi è schierato. 
Noi il costo lavoro lo abbiamo ridotto già in modo significativo, tra l'altro l'ultima tabella che mi ha inviato da Piercarlo questa mattina (in ritardo rispetto all'uso che ne dovevo fare) mette in evidenza che, la componente non salariale del costo di lavoro, è, accanto alle privatizzazioni, un altro nostro primato in Europa: noi siamo quelli con la riduzione più netta (rivolgersi a Piercarlo per avere le tabelle relative al 1999-2000 che poi farò vedere). So bene che l'elettrodomestico è un altro – è sicuro che non lo compravi – ma nel 1999-2000 si è verificata la variazione più significativa al ribasso della componente non salariale. Misurati in Euro, sappiamo che, per il costo medio orario, noi siamo sulle 30 mila, la Germania sulle 38 mila e la Francia sulle 34 mila. Nota giustamente Paolo Onofri che forse noi abbiamo una maggiore omogeneità tra i livelli alti e bassi; ma non è così: solo in termini di dispersione la Gran Bretagna ha valori più elevati; il nostro grado di dispersione è, più o meno, lo stesso di tutti gli altri grandi Paesi. Il problema non è questo.
Abbiamo questioni non ancora completamente risolte su altri fronti: vediamoli tutti. 
Io ho ripetuto anche in un'intervista al “Corriere della Sera” di avere apprezzato molto l’intervento del Presidente della Confindustria, intervento che io ho cercato di riprenderne e di valorizzare nella sua relazione a Parma: “Colleghi imprenditori, guardiamoci allo specchio e guardiamo se la struttura del nostro sistema di impresa riesce a reggere la competitività in un mercato globalizzato”. Se possiamo quindi seriamente guardare alla miriade di piccole imprese a struttura familiare; se il capitale internazionale che circola in grande abbondanza, essenziale per essere sui mercati mondiali, può arrivare ad imprese del genere; se, davanti alla circostanza che tante aziende rischiano di rinsecchire, perché i figli non sono interessati alla gestione, non sia il momento di far intervenire il mercato, ma non lo Stato, organizzando il nostro sistema imprenditoriale al quale io pur riconosco meriti enormi, rispetto al passato e al presente dell'Italia. Un Paese infatti che riesce ad essere il quinto o il sesto Paese industriale del mondo, con una struttura d'impresa italiana, ha degli imprenditori che sono dei Batistuta al 90%, perché altrimenti non saremmo a quel posto con una struttura di impresa così polverizzata. Ma così possiamo entrare, nel XXI secolo, sul mercato globale o alle imprese dobbiamo chiedere il coraggio di saltare nel mercato, assicurando alle loro famiglie un reddito da fondi di investimento e non da proprietà e controllo esclusivo di impresa? Non è l'unica causa, ma abbiamo anche questo problema. 
Ma abbiamo un’altra grande questione: se continuiamo a occuparci soltanto dei costi, noi non dedichiamo sufficiente attenzione all'innovazione d'impresa, all'assunzione nell'impresa di un management innovativo che porti i processi e i prodotti della impresa ad un livello fortemente competitivo sul mercato internazionale. Noi non siamo presenti con l'investimento diretto, per debolezza di capitali, in primo luogo, e per piccolezza dimensionale. Cosa può fare anche Fabrizio dinanzi al mercato globale? E’ bravo, ma cosa può fare da solo? Non si può dipendere dallo Stato, quando si entra nel mercato, altrimenti restiamo tutti figli dello Stato, anche se è buono ed economista come Fabrizio. 
Anche nei settori d’esportazione – il libro lo testimonia – noi rischiamo di diminuire, perché comincia a morderci una concorrenza esterna. Noi continuiamo a mantenere nei settori dove la domanda regge maggiormente, ma esiste questo problema, anche se è di medio termine. Non possiamo continuare a pensare che tutto deve dipendere dallo Stato – che certamente deve migliorare tanto – ma cominciamo a pensare che non è l’unico a cui chiedere dei cambiamenti, perché c'è un problema di competitività. 
Un'altra questione che il libro tocca, che mi sembra di grandissimo interesse e che ha anche un risvolto politico importantissimo, è quella legata alle incertezze e ai costi. Qualcuno si domanda come mai buona parte del ceto medio italiano sia radicalizzato; e noi tutti assistiamo a questo fenomeno singolare: ci sono partiti che vengono definiti espressione dei ceti moderati, che si esprimono con un linguaggio urlato, che è il megafono di atteggiamenti che cominciano ad essere diffusi, di forte insofferenza, di rifiuto. La radicalizzazione dei ceti intermedi è un fenomeno descritto in molti libri, ma da dove proviene? E' tutta colpa di Bossi che ci ha abituato ad un linguaggio non consigliato da Monsignor Della Casa, o c'è anche un fenomeno più strutturale che comincia a pesare, senza piena consapevolezza, sulle coscienze delle generazioni intorno ai 35-40 anni che stanno percependo di avere un lavoro meno sicuro delle generazioni precedenti, che in futuro dovranno pagare le pensioni della generazione precedente, che devono accantonare delle somme per pagare la propria, pensione, perché ora emerge il problema delle previdenza integrativa che devono versare i singoli? Il cambiamento ha, tra gli altri, questo problema: noi continuiamo ad utilizzare schemi fondati sul patto intergenerazionale e sul trasferimento alla generazione successiva dei costi di quella precedente. I sistemi, come è noto, previdenziali a ripartizione sono fondati esattamente su questo principio: i contributi tolti dalla mia retribuzione, costituiscono la pensione che mi verrà erogata; questo è proprio del sistema ripartizione; ciò che consente a questo sistema di esercitare quella sacrosanta funzione redistributiva dei sistemi pensionistici. Ma quando cambiano le tendenze demografiche, quando il numero dei pensionandi tende fortemente a crescere, si crea una situazione per cui al giovane si dice che avrà un lavoro precario, con il quale dovrà mantenere se stesso, provvedere ad una parte della vecchiaia e continuare, con i contributi, a pagare la generazione precedente. Io ho la sensazione che questo tipo di vicenda, non spiegata chiaramente, sia già presente nella coscienza di ciascuno. Si pongono delle premesse difficili, delle premesse di gestione difficile del futuro. Questo è trattato nelle 30 pagine finali del libro ed una prospettiva che condivido totalmente: da un lato riarticolare le reti di sicurezza, per chi è in fase ancora lavorativa in modo da fornire tranquillità sui cicli bassi del reddito da lavoro legati alle sue discontinuità e quindi conti individuali di welfare che siano costruiti con flessibilità interna tale da alimentare, in caso di necessità, indennità di disoccupazione ovvero, in assenza di questa necessità, da essere accantonati per trattamenti previdenziali futuri; dall’altro, evidentemente, riequilibrare il rapporto tra previdenza obbligatoria e previdenza integrativa, che è un'esigenza fondamentale del nostro futuro, proprio perché destinata ad intervenire e perché, nel medio periodo, ha l'effetto, accantonando per la parte di previdenza integrativa, di posticipare il pagamento con la partecipazione agli utili delle imprese in cui è investito il mio risparmio, non pescando nelle contribuzioni pagate dai lavoratori della generazione successiva. 
Per questo io sono dispiaciuto di non aver trovato un accordo sul TFR e ho lanciato quell'indicazione che ha creato esagerato dispiacere. Portiamo anche la questione ad un tavolo negoziale in cui si discute di altro, ma dovremmo essere tutti convinti che la questione è importante di per sé e che quindi rafforzare la previdenza integrativa è nell'interesse del sistema, non è nell'interesse di qualcuno. 
Paolo Onofri è stato protagonista, ancora più di me, di tutta questa storia, e magari, quando scriverà un altro libro, potrà anche raccontare questa vicenda in tutti i suoi passaggi.


L’INTERVISTA / Il presidente del Consiglio propone agli imprenditori di rinunciare a un modello in passato vincente ma che ora appare inadeguato

«Il capitalismo familiare va superato»

Amato: contribuisce a ridurre la competitività e scoraggia gli investimenti esteri


«Ci vuole un grande salto, anche culturale. Io mi domando, francamente, se la perdurante struttura proprietaria familiare di larga parte del capitalismo italiano non concorra anch’essa a ridurre la competitività di cui tanto parliamo. E allora dico agli imprenditori di successo, e ai tantissimi "padroncini" che ho visto, in tv, a Parma, alle assise di Confindustria: date le vostre imprese al mercato, che così saranno messe in condizione di crescere di più, e non preoccupatevi troppo, magari, se i figli non vogliono seguire le orme dei padri, come tante volte sento dire...Alle vostre famiglie potete assegnare un bel fondo d’investimento per cavarne un reddito...». Il presidente del Consiglio Giuliano Amato ha appena presentato il rapporto dell’Ocse sui sistemi di regolazione in Italia. «Certo, abbiamo fatto un buon tratto di strada, non siamo in Paradiso ma nemmeno all’anno zero», commenta evitando toni da propaganda preelettorale. E a sorpresa apre un fronte nuovo che farà discutere industriali, banchieri e sindacati. 
Che significa, presidente? Propone la grande ritirata del capitalismo familiare italiano, che è stato e rimane uno dei punti di forza del nostro sviluppo? 
«Via, non scherziamo. Ma guardi la tabella del rapporto Ocse sugli investimenti internazionali diretti in Italia. Ci dice che in termini assoluti essi contribuivano nel ’99 a meno dello 0,5% del prodotto interno lordo italiano contro una valore medio del 3,1% per tutti i paesi dell’Unione Europea e del 2,7% per tutti i paesi dell’Ocse. Contemporaneamente, rilevo che l’Italia registra un tasso di sviluppo tra i meno elevati...» 
I freni, appunto, sono tanti, a partire dal sistema di tassazione. 
«Il rapporto Ocse indica i progressi ulteriori cui siamo chiamati. Le imposte che gravano sull’attività d’impresa devono scendere ancora e lo stesso deve accadere per i costi del lavoro. Abbiamo poi dei settori che operano in un sistema di concorrenza debole: qui non incontriamo lo Stato ma corporazioni e categorie che si fanno forti grazie a leggi protettive. Penso al commercio e alle attività turistiche: non siamo riusciti nel corso della legislatura, per esempio, a varare le norme sui procedimenti per le licenze alberghiere. Su questi fronti occorre accelerare il passo, senza dubbio. Però aggiungo che c’è un terzo capitolo, a mio avviso molto importante, che va discusso e affrontato: quello della struttura proprietaria familiare di gran parte delle imprese italiane. E qui torno ai dati, deludenti, degli investimenti stranieri diretti in Italia. Noi abbiamo bisogno di poter attingere a capitali ingenti perché il rafforzamento sui mercati internazionali delle nostre imprese passa per le nuove tecnologie. E’ più aggressivo, e vincente, chi è nelle condizioni di poter pianificare volumi di produzione e spazi di mercato più ampi. Ed è plausibile, a mio avviso, sostenere che siamo in difficoltà per la raccolta dei capitali anche perché sui mercati internazionali sono favorite le società modello inglese e «public company» rispetto alle nostre, che fanno riferimento al modello familiare. Capisco che il discorso è molto delicato, ma credo che i capitali affluiscano più facilmente all’impresa la cui redditività è affidata al controllo del mercato piuttosto che a quella a controllo familiare, che alla lunga, se prevalente sul resto, può divenire un ostacolo». 
Discorso delicato, ma che lo stesso presidente di Confindustria Antonio D’Amato ha affrontato a Parma. Agli imprenditori ha detto chiaro e tondo che devono aggiornare il «modo di fare impresa», superando la dimensione strettamente familiare e facendo maggiormente ricorso ai mercati finanziari. 
«Vero, ha ragione e ho molto apprezzato. L’importante è non fermarsi, avendo tutti il coraggio di non far cadere questo tema». 
Resta il fatto, storicamente accertato, che il modello italiano è stato per molti aspetti un grandissimo successo. 
«E chi lo nega? Non sarà un caso che in Germania (tranne il caso della BMW, azienda "familiare") la gestione delle imprese sia stata praticamente affidata al sistema bancario e che l’Italia, in confronto, abbia registrato un tasso di imprenditorialità diffusa, e vincente, di gran lunga più alto. Però abbiamo il dovere e il coraggio di guardare al futuro. E di fare un salto, anche culturale, per crescere. Abbiamo bisogno, ripeto, di grandi capitali per l’innovazione, per investire nel paese, per conquistare nuove fette di mercato. Capitali che non possiamo trovare al nostro interno». 
Pensa insomma che sia divenuto meno stringente il problema del controllo sugli assetti proprietari? 
«I fondi istituzionali d’investimento non hanno la finalità di impadronirsi delle imprese degli altri per gestirle al loro posto, non sono guidati dallo spirito «modello Dallas» che vediamo nella telenovela americana. Ricercano invece la redditività e quindi per noi italiani, che abbiamo rifuggito il capitale di rischio guardando alla banca come fonte principale dei finanziamenti, questo scenario apre una grande opportunità. Abbiamo sempre difeso la nostra proprietà familiare prospettando il rischio che inserire azionisti terzi nell’impresa avrebbe significato perderne il controllo. Credo che questo rischio non esista più. E penso si debbano aprire le porte alla multinazionalità, alla diversificazione, un po’ come gli Agnelli hanno fatto con l’Ifil. Non basta più esportare o essere degli straordinari imprenditori di successo nei mercati di nicchia. Non bastano l’Istituto per il commercio estero ed il Mediocredito. Occorrono molti soldi e imprese più forti non solo a proprietà nazionale». 
Parlava prima di banche. Proprio la Mediobanca di Enrico Cuccia è stata in prima fila nel sostegno del capitalismo familiare italiano. 
«Sotto questo profilo è un modello certamente del passato. Che, sia chiaro, non rinnego oggi. La finalità che avuto Mediobanca di assicurare non solo finanziamenti ma stabilità degli assetti proprietari all’esiguo capitalismo privato italiano è stata positiva. Il grande merito di Cuccia è stato quello di evitare in passato l’intera statalizzazione dell’economia italiana. Ma se continuiamo a trascinarcelo dietro quando lo statalismo è morto, quel modello fa da barriera non allo statalismo ma al mercato». 
Morto lo statalismo? Se guardiamo al capitolo degli assetti proprietari vediamo che proprio nel sistema bancario sono decisivi, in un fitto reticolo di partecipazioni incrociate, quei «centauri semipubblici», come li definisce il senatore Franco Debenedetti, che sono le fondazioni bancarie che lei, com’è arcinoto, tenne a battesimo. 
«Voglio essere chiaro. Credo che in generale il sistema bancario si stia meglio attrezzando con la formazione di quattro grandi gruppi. Certo, è vero che mettiamo in volo strani calabroni: San Paolo di Torino e Montepaschi, per fare un esempio, riescono a farsi concorrenza pur stando l’uno dentro l’altro. Paradossale ma non fisiologico. Siamo di fronte a un intreccio proprietario anticoncorrenziale, a un’insopportabile canasta di famiglia che era tollerabile solo nella fase iniziale, ai tempi in cui si ritirò il Tesoro. Con il decreto Ciampi si stabilì poi una deroga di quattro anni. Al termine di essa, le fondazioni che svolgeranno ancora attività bancaria perderanno non solo le agevolazioni fiscali per le attività no-profit ma si porranno nella condizione di svolgere un’attività non consentita giuridicamente. Che è il punto fondamentale. Chiedo al Governatore Fazio e alla Banca d’Italia di vigilare attentamente nei prossimi due anni sul rispetto del decreto Ciampi». 
Agli imprenditori chiede grande coraggio. Ma ai sindacati e in particolare alla Cgil di Sergio Cofferati, oggi così duramente contrapposta a Confindustria, cosa dice? 
«Che è di fronte ad un bivio. Credo che anche i sindacati siano stati, sotto sotto, fautori del modello di capitalismo a «suffragio ristretto», perché quel modello favoriva un negoziato tra parti che si conoscono bene. Dobbiamo spingere tutti sui fondi pensione, ed è da questo lato che il sindacato può rientrare in gioco sentendosi forse meno spaesato in questa fase di grandi mutamenti ed essendo collegato agli azionisti del fondo. Una via alla proprietà indiretta, naturalmente». 
Insomma, meno «lotta di classe», più finanza e più «public company». 
«L’interesse si sposta da un’altra parte. Si cambia e si diventa interessati, per usare la terminologia di un tempo, «nella misura in cui» una parte del reddito attuale e soprattutto futuro di coloro che i sindacati rappresentano, cioè i lavoratori, dipende dalla redditività di imprese dalla cui redditività, a loro volta, i fondi traggono le risorse per questo reddito. Poi ci saranno sempre le questioni sindacali, che però dovranno essere affrontate col management che nell’impresa del futuro non avrà dietro la famiglia. Siamo in Italia abituati a scavalcare il management, rivolgendoci direttamente alla famiglia, quando questo dice «no, questa cosa non si può fare». Ecco una pratica che verrà meno. Ma è bene così: fa parte di quelle collusioni inefficienti figlie del capitalismo «a suffragio ristretto» di cui tutti diciamo che è superato». 

Corriere della Sera
5 aprile 2001


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