La Casa delle libertà rilancia la teoria del “popolo delle partite Iva”

Quando la Destra scopre la “lotta di classe”

di Vittorio Valenza

Torna il “popolo delle partite Iva”.

Qualche giorno fa, Umberto Bossi, sul Giornale, ha abbozzato il ritratto della base sociale sulla quale poggerebbe la Casa delle libertà. Questo “ceto medio che vuole cambiare il Paese” sarebbe “formato dalla piccola e media impresa, da artigiani e commercianti, dai 7 milioni di partite Iva. A questi ci aggiungi i 5 milioni di professionisti, i 2 o 3 del sommerso che se emerge fa fallimento, stritolato da Roma. Siamo a 15 milioni, moltiplichiamo per tre che sarebbe il numero medio di una famiglia, ed eccoci qui. Sarà una Rivoluzione francese.”

AGGREGATI

DATI ASSOLUTI

Imprenditori

423 mila

Liberi professionisti

840mila

Lavoratori in proprio

3 milioni 342 mila

Soci di cooperativa di produzione

331 mila

Coadiuvanti

803 mila

Totale occupati indipendenti

5 milioni 739 mila

Dirigenti

344 mila

Direttivi-Quadro

876 mila

Impiegati o Intermedi

6 milioni 205 mila

Operai, Subalterni ed Assimilati

6 milioni 818 mila

Apprendisti

168 mila

Lavoranti a domicilio per conto imprese

46

Totale occupati dipendenti

14 milioni 458 mila

TOTALE OCCUPATI

20 milioni 197 mila

Tabella1. Anno 1998: Occupati in complesso per posizione nella professione. Fonte Istat

Già nei numeri, Bossi dà i numeri. Se fosse il solo a dire queste cose, non varrebbe neanche la pena di parlarne. Purtroppo, invece, si sta creando, di nuovo, un più generale interesse intorno a queste tesi. Diciamo di nuovo, perché questa teoria ha avuto un suo fugace momento di gloria in occasione dei “referendum sociali”. Parte del centrodestra visse, infatti, quell’appuntamento come un momento decisivo nell’ipotetica “lotta di classe” che “il popolo delle partite Iva”, “il nostro mondo di riferimento”, come lo chiamava Gianfranco Fini, starebbe conducendo contro “il popolo del lavoro dipendente”, definito da Marco Pannella “blocco sociale dominante, statalista, antiliberale.” I referendum andarono poi come si sa: fu lo stesso Silvio Berlusconi ad affossarli. Il “popolo delle partite Iva” entrò in un cono d’ombra, nel quale sarebbe stato meglio rimanesse. Invece, in queste settimane, opinionisti di prestigio vanno presentando questa filosofia come il mastice che tiene insieme il centrodestra. Un esempio: Mario Cervi. Il direttore del Giornale scrive che l'alleanza di centrodestra “è di ferro perché sta scritta, prima che negli accordi di vertice, nelle caratteristiche” d'un elettorato “che è formato dai piccoli e medi imprenditori, da artigiani e commercianti, da professionisti, e da modesti lavoratori” i quali si oppongono “allo statalismo legato alla grande impresa, al sindacato, alla burocrazia inossidabile.”

La “lotta di classe” secondo Giulio Tremonti e Renato Brunetta.

La più compiuta esposizione della teoria in questione si trova nel fascicolo di luglio-agosto ‘98 del bimestrale Ideazione. Si tratta di otto brevi saggi (i più significativi quelli di Giulio Tremonti e di Renato Brunetta) che hanno per oggetto, per l’appunto, “il ceto medio”. Le idee esposte sono confuse e rudimentali, ma d’indiscutibile originalità. Mischiando diversi e, talvolta, antagonistici metodi d’analisi, Giulio Tremonti chiama “ceto medio” l’insieme di “medi e piccoli imprenditori, artigiani, commercianti, professionisti di vecchio e nuovo tipo, più i loro dipendenti.” “Questa componente della società”, figlia, come dice Renato Brunetta, “di una virtuosa cultura della responsabilità”, avrebbe “un ruolo dominante in termini di reddito prodotto (e consumato)”, sarebbe “il segmento più dinamico del corpo sociale, quello più scolarizzato, più acculturato, più aperto al cambiamento e al mercato”, rappresenterebbe “il motore della modernizzazione, il segmento sociale trainante.” Rappresenterebbe il “soggetto sociale cardine per superare le sfide imposte dall’innovazione tecnologica e dalla competizione globale.” Ad esso si contrapporrebbe “il blocco statalista”, che “contiene lo Stato, la grande industria, il sindacato, le relative burocrazie funzionali ed intellettuali.” I due blocchi non sarebbero, però, ancora equipollenti. Esisterebbe, scrive Tremonti, un’antinomia tra l’“enorme dimensione sociale” del ceto medio, la “funzione economica” che svolge e la sua “debolezza politica”. Infatti, mentre “il lavoro dipendente dispone di un apparato di rappresentanza forte e attrezzato”; quello indipendente “non dispone di alcun apparato di tutela”. Sarebbe, quindi, l’ora di dotare “quel popolo, ormai maggioritario nel Paese”, di “una vera e propria coscienza di classe”, “di una vera e propria consapevolezza di ruolo sociale”.

Una teoria non corrispondente, non coerente, ma rivoluzionaria.

Se la teoria corrispondesse alla realtà sociale, l’azione politica derivata sarebbe, se non condivisibile, perlomeno giustificata. Ma questo riscontro non c’è, a partire dalla consistenza stessa del “popolo delle partite Iva”. In Italia, gli imprenditori, i liberi professionisti, i lavoratori autonomi, cioè coloro per i quali è prevista l’apertura della “partita Iva”, sono meno di 5 milioni. Ora, il fatto che le “partite Iva” siano, invece, 7 milioni, che il loro numero corrisponda a quello della Gran Bretagna, Germania, Spagna e Francia messe insieme!, invece di accendere entusiasmi, dovrebbe far riflettere. Dovrebbe far sospettare un qualche probabile inganno. Forse gran parte di questo presunto lavoro autonomo tanto “autonomo” non è. Forse vi sono lavoratori costretti a dirsi “autonomi”, cosicché il loro datore di lavoro possa evadere i contributi. Se così fosse, gran parte di questi 2 milioni di “partite Iva” in eccedenza non corrisponderebbe, pertanto, a un benestante “ceto medio”, bensì ad aree di precariato, di sfruttamento e di sottoccupazione.

Detto questo, dobbiamo aggiungere che la teoria esposta manca anche di coerenza interna. Nel delineare i confini di questo “ceto medio”, Tremonti, dapprima, aderisce allo schema d’analisi che è proprio dell’economia classica e che, da questa, è trasmigrato in Marx: individua, cioè, le classi estrapolandole dal cosiddetto “rapporto di produzione”: da una parte il lavoro autonomo e dall’altra quello dipendente. Poi, però, affianca a questo criterio, che chiameremo “oggettivo”, un principio di carattere “soggettivo”. Dice: “Il primo blocco contiene lo Stato, la grande industria, il sindacato, le relative burocrazie funzionali ed intellettuali. Il secondo blocco contiene, residualmente, tutto il resto: medi e piccoli imprenditori, artigiani, commercianti, professionisti di vecchio e nuovo tipo, più i loro dipendenti.” E qui casca l’asino. Può accadere, e in qualche caso succede, che “pochi addetti, che lavorano in un capannone fianco a fianco con il padroncino [siano] naturalmente “fidelizzati”” e, pertanto, costruiscano una “comunità di destino”. Ma ciò non accade in virtù dell’”oggettivo” rapporto di produzione (il salario è una cosa, il profitto un’altra), bensì per una scelta cosiddetta “soggettiva”, che ha a che fare, cioè, con il mondo delle rappresentazioni e delle autorappresentazioni. E una scelta determinata dalla coscienza, può anche essere il frutto di una “falsa coscienza”. Le scorribande di Tremonti rendono incoerente una tesi che già era non corrispondente. Non è fisica, non é neanche metafisica e, però, rappresenta una novità, anzi una rivoluzione: un “cambiamento che comporta una sorta di ricostruzione dei dogmi condivisi”, per dirla con Thomas Kuhn. Per la prima volta, infatti, gruppi politici estranei al pensiero socialista interpretano, benché a modo loro, la società in chiave classista e cercano di rappresentare, in modo esplicito, un ceto contro un altro. In una parola, si pongono sul terreno della lotta di classe.

Una teoria rivoluzionaria che non conduce ad alcun miglioramento.

Una tale novità desterebbe in noi un certo compiacimento se non sapessimo che le idee sbagliate conducono a pratiche altrettanto sbagliate.

AGGREGATI

1881

1901

1921

1936

1951

1961

1971

1983

1986

1988

1994

1998

Proprietari, imprenditori, Liberi professionisti e Dirigenti

2%

2%

2%

2%

2%

2%

3%

3%

4%

4%

7%

8%

Quadri, Impiegati, Insegnanti e Categorie particolari

5%

5%

6%

8%

12%

16%

20%

26%

30%

32%

33%

35%

Lavoratori autonomi, Soci di cooperative e Coadiuvanti

41%

46%

47%

47%

44%

37%

29%

28%

26%

25%

24%

22%

Operai, Subalterni e Assimilati

52%

47%

45%

44%

41%

45%

48%

43%

40%

39%

36%

35%

OCCUPATI NEL COMPLESSO

100%

100%

100%

100%

100%

100%

100%

100%

100%

100%

100%

100%

Tabella2.1881-1998: Peso percentuale delle categorie professionali sugli occupati nel complesso. Nostra elaborazione su Fonte Istat e su Paolo Sylos Labini, Saggio sulle classi sociali e Le classi sociali negli anni ’80. N.B. Contiene alcune, seppur trascurabili approssimazioni.

Se, fuori dalle fantasie, vogliamo parlare di “ceto medio”, dobbiamo dire che vi è una probabile maggioranza della società, la quale è composta da individui e da famiglie che, o per livello di reddito, o per ricchezza posseduta, o per istruzione, o per posizione nel lavoro, non può essere considerata proletariato (nel senso che i classici danno a quel termine), pur provenendo, in larga parte, da quelle file. C’è chi vorrebbe farci intendere, per es. Sergio Ricossa, che questa trasformazione è il frutto del solo “progresso scientifico-tecnico”. Per costoro, “il progresso” è una sorta di fluido che pervade la storia. Una specie di calorico, tanto caro agli alchimisti. In realtà, questo miglioramento è dovuto, prima di tutto, alle politiche rivendicative, cooperative, di tutela che hanno prodotto ridistribuzione di reddito e alle riforme che hanno messo in modo una mobilità sociale di massa e, quindi, assottigliato i ranghi del proletariato e alimentato quelli del ceto medio. Carlo Rosselli scriveva che, grazie all’azione dei socialisti, “anziché la rivoluzione sociale espropriatrice venne al mondo il movimento operaio. E col movimento operaio le libertà politiche, la legislazione sociale, i partiti di massa.” Noi, 70 anni dopo, possiamo, a ragione, affermare che con “le libertà politiche, la legislazione sociale, i partiti di massa” è avvenuta, avviene e, speriamo, continui ad avvenire la trasformazione del proletariato in “ceto medio”. Questa trasformazione deve proseguire e la via per procedere non passa certo per l’esaltazione del lavoro precario, del lavoro male pagato, dell’evasione e dell’elusione contributiva, della vita incerta. 

La Tribuna di Lodi • Sabato 18 Novembre 2000


Torna alla pagina precedente

Vai alla prima pagina