di
Vittorio Valenza
Già
nel suo discorso d’investitura, Antonio D’Amato aveva manifestato la volontà
di dividere i sindacati tra “quanti fra loro intendono gestire gli interessi
che rappresentano in una reale prospettiva di sviluppo” e quanti si arroccano,
come la Cgil, su posizioni “conservatrici”. Per la prima volta, pertanto, un
presidente della Confindustria, dichiarava di preferire i cosiddetti “accordi
separati”, alla normale pratica contrattuale. Tanto ha tuonato, che alla fine
è piovuto: l’accordo separato glielo hanno confezionato, in questi giorni,
Sergio Cofferati e Cesare Salvi.
Il
6 marzo, all’apertura del negoziato su come disciplinare la direttiva europea
relativa ai cosiddetti “contratti a termine”, che in Italia riguardano circa
il 9 percento dei lavoratori contro una media europea del 13, dopo solo cinque
ore di confronto, la Cgil ha abbandonato il tavolo. Per Cofferati, infatti, la
linea ultraliberista della Confindustria non solo equivarrebbe al “suicidio
del sindacato”, ma sarebbe addirittura “lesiva della direttiva
comunitaria”, la quale, come è noto, mantiene fermo il principio
dell’eccezionalità di questo rapporto di lavoro.
La
Cgil ha, quindi, invitato il governo ad accogliere la direttiva
indipendentemente dall’opinione delle parti sociali. Sul fronte avverso, pur
dichiarando d’essere disponibili a continuare il dialogo e nonostante le grida
di guerra lanciate da D’Amato negli ultimi mesi, non se la sono sentita di
fare il bliz. D’altra parte, già l’11 febbraio, il ministro del
Lavoro, superando l’opposizione di Ottaviano Del Turco, li aveva avvertiti: il
governo non avrebbe accettato accordi sui quali “dovesse mancare il consenso
di una delle organizzazioni sindacali.”
Così
la palla è passata a Salvi, “il ministro della Cgil”, il quale non se l’è
più lasciata scappare. È vero che il governo non recepirà la direttiva
europea, come aveva chiesto la Cgil. A Camere chiuse, un decreto “apparirebbe
poco rispettoso delle prerogative del Parlamento.” Però, il proseguo della
trattativa, come chiedeva la Confindustria, è stato bocciato con parole dure:
“non sarebbe funzionale alla definizione dell’avviso comune.” E il
recepimento dell’indirizzo comunitario “non può non essere espressione a
livello nazionale delle stesse parti aderenti alle organizzazioni che hanno
definito in sede europea il contenuto della direttiva.”
Gli
spazi di Antonio D’Amato non si sono, quindi, allargati. Tanto più che la
Confcommercio ha preso le distanze: “Auspico –ha detto Sergio Billè- che la
concertazione mantenga tutte le sue componenti.”
Ora,
il Nostro può solo confidare nel cambio della guardia successivo alle elezioni,
ma non necessariamente nella vittoria di Silvio Berlusconi. Già una volta,
infatti, il Cavaliere è uscito malconcio da un braccio di ferro con i
sindacati. E, stando alla linea che, dal 20 febbraio, il Giornale ha
incominciato a sostenere, sembrerebbe non avere nessuna voglia di rischiare il
bis. Peraltro, nella vicenda, la Cgil ha trovato un alleato nell'Ugl, il
sindacato vicino ad An.
Una progressiva débâcle
Così,
D’Amato, napoletano, classe 1957, imprenditore cartotecnico, piffero venuto
per suonare, rischia di essere suonato. E il colpo avrebbe conseguenze decisive,
perché il pugile è già groggy. La sua autorevolezza, se mai c’è
stata, è via via svanita. Per esempio, il 13 dicembre scorso, in una riunione
della Confindustria, Gianni Agnelli ha ascoltato tutti gli interventi, però
quando ha preso la parola D’Amato s’è alzato e ha lasciato la sala. Vecchia
ruggine, si dirà. Ma anche Cesare Romiti, che era tra i suoi sponsor, pare sia
ora imbufalito. Per non dire di Marco Tronchetti Provera, che aveva accettato di
fare squadra, ma che adesso va ripetendo: “Se continua così, io mollo.” E
poi Andrea Pininfarina e Benito Benedini, capi di Torino e di Milano, nonché
Giancarlo Elia Valori, presidente degli industriali di Roma.
In
questo clima di marcato isolamento, Giuliano Amato ci ha messo del suo.
Chiudendo la Conferenza nazionale sull’occupazione, il premier si era,
infatti, rivolto al leader della Confindustria, seduto vicino a Carlo Azeglio
Ciampi, e gli aveva imputato la responsabilità della fallita riforma del
trattamento di fine rapporto e del conseguente mancato decollo dei fondi
pensione. Pochi giorni dopo, il 7 febbraio, il Giornale
gli dedicava un titolo: “Un programma che nessun politico di buon senso
potrà accettare.” Una débâcle.
Partito
alla grande, ha collezionato solo figuracce
Eppure
Antonio D’Amato era partito alla grande. Eletto con il 92 percento dei voti
(solo 9 i contrari), s’era presentato come il campione di quella piccola e
media impresa che, oggi, ha i suoi esponenti di punta nel Nord-est capeggiato da
Nicola Tognana e che dice di essere il nerbo del Paese. Appena eletto, aveva
messo insieme una squadra coi fiocchi: Marco Tronchetti Provera, Edgardo
Garrone, Rosario Averna, Guido Brambilla e la mitica Emma Marcegaglia. Il
programma (46 pagine) era all’altezza dei nomi: rispondere alla sfida della
globalizzazione con la competitività; cercare la competitività con la
flessibilità. In pratica, intensificare lo sfruttamento dei lavoratori. E poiché
la Confindustria è “aperta al confronto con le parti sociali”,
l’obbiettivo andava perseguito attraverso la concertazione. Ma “la
concertazione non è un fine ma lo strumento per raggiungere lo scopo.”
Quindi, se lo scopo non si raggiunge concertando, si può anche non concertare.
E non era mancato il capitolo dedicato a una “forte ed incisiva” riforma
interna con l’obiettivo di costruire una Confindustria “più competitiva per
un’Italia che vogliamo più competitiva.” E per dare gambe alle idee,
D’Amato aveva voluto, come direttore generale, Stefano Parisi, l’ex
socialista, collaboratore di Gianni De Michelis, che già Gabriele Alberini
aveva apprezzato come city manager.
Nonostante
ciò, in pochi mesi, il Nostro ha collezionato clamorosi insuccessi. Ricordiamo
le risate che sono risuonate a Roma e a Bruxelles quando aveva chiesto di
bloccare l'allargamento a Est dell’Unione europea se prima non fosse arrivato
un via libera alla riduzione dell’Irpeg nel Sud. Ancora oggi, il commissario
europeo Mario Monti non perde occasione per ironizzare sulla sgangherata
richiesta. E dopo le bacchettate di Monti, certo non ci volevano quelle di
Amato. Tanto più che la stoccata del premier è stata interpretata come il
segnale di un clima che sta mutando. Non a caso, per l’occasione, Amato aveva
ritrovato una verve socialista. Aveva, infatti, affermato di auspicare
un futuro in cui fossero “i lavoratori a poter licenziare i datori di
lavoro.”
Ma
D’Amato ha una sola colpa: è privo esperienza politica. E anche un po’
sfortunato. Il Nostro, infatti, ha fatto il suo cursus confindustriale sotto le
ultime due presidenze: quella di Luigi Abete, tra il 1992 e il 1996, e quella,
successiva, di Giorgio Fossa. Questi sono stati, per gli imprenditori (vedi la Tribuna
di Lodi n. 11, 12 del 2000 e il supplemento del n. 5 del 2001), 8 anni di
vacche grasse. Un solo esempio.
|
MESE E ANNO |
INDICE DEI PREZZI AL
CONSUMO PER LE FAMIGLIE OPERAI E IMPIEGATI
Base 1938=1 |
INDICE GENERALE DELLE
RETRIBUZIONI ORARIE.
Base 1995=100 |
DEPREZZAMENTO DI L
1.000 DELL'APRILE 1992 |
DINAMICA DELLA
RETRIBUZIONE ORARIA DI L. 1.000 DELL'APRILE 1992 SECONDO L’INDICE
GENERALE DELLE RETRIBUZIONI ORARIE |
|
Aprile 1992 |
1.058,95 |
90,01 |
L.1.000 |
L.1.000 |
|
Dicembre 2000 |
1382,28 |
114,30 |
L.1.305 |
L.1.270 |
Tabella
1
. Nostra elaborazione su fonti
Istat (Bollettino mensile di statistica) e Indici Mensili,
edizioni Il sole 24 ore e Pirola.
Con
le “riforme” introdotte dai governi Amato e Ciampi, ai contratti nazionali
di lavoro è stato assegnato il compito di recuperare il potere d’acquisto
degli stipendi eroso dall’inflazione. Dopo circa 8 anni, constatiamo che se,
tra l’aprile del 1992 e il dicembre del 2000, l’inflazione ufficiale è
stata del 30,5 percento, mentre le retribuzioni contrattuali orarie sono
cresciute solo del 27. Quel che manca all’appello è andato a ingrassare i
profitti già, peraltro, rimpinguati dal forte incremento della produttività
(vedi andamento dell’occupazione). Una festa. E D’Amato, che non si
considera meno capace di Abete e di Fossa (sarebbe difficile dimostrare il
contrario), aveva pensato di continuare la performance. Ma le fortune
degli Abete e dei Fossa non erano dovute alle loro doti di condottieri. I due
erano solo capitati nel posto giusto al momento giusto. Come insegna Sergio
Turone, quando la sinistra va al potere possono verificarsi due comportamenti.
Nel primo (per es. il governo del laburista Ramsay MacDonald nel 1924), la
sinistra, che “si sente condizionata prima di tutto dall'opportunità di
rassicurare i ceti che la avversano”, tende a dare “prova di estrema
moderazione, scontentando i propri elettori senza eliminare la diffidenza degli
avversari”. Al contrario, nel secondo caso (Leon Blum nella Francia del 1936),
si sviluppa una accentuata azione rivendicativa incoraggiata da un governo
amico.
Negli
anni ‘960, l’ingresso dei socialisti nell’area di governo fruttò ai
lavoratori storiche conquiste tanto che il Centrosinistra è considerato come
l’unica “rivoluzione sociale” che il Paese abbia vissuto. Non così è
stato negli ultimi 8 anni. Sui post comunisti grava la responsabilità di aver
fatto regredire le condizioni di vita della classe lavoratrice. Peraltro, anche
gli anni del “compromesso storico” furono caratterizzati dall’“austerità”.
Oggi, però, vuoi per un calcolo elettorale o per una strategia post elettorale,
molti ex comunisti hanno cambiato registro. Il governo non ha prodotto la solita
finanziaria punitiva e la Cgil ha riscoperto una certa combattività. Ma
D’Amato non s’è accorto della svolta e ha continuato per la sua strada.
da "La Tribuna di Lodi"
Popolo di
navigatori, ma anche di privatizzatori.
Popolo di navigatori, ma anche di privatizzatori. Non saremo come i
Vichinghi, però ce la caviamo ancora. La crociera (o la crociata) di Berlusconi
ha fra l'altro il pregio di suscitare una bella concorrenza di gozzi e
scialuppe, fra «Greenpeace» e il «Conte di Savoia» nell'Amarcord di Fellini.
Ha anche stimolato a rievocare altre barche entrate nella nostra storia, dal '47
ad oggi. Compreso il misterioso «Britannia», lo yacht della famiglia reale
inglese che nel '92 (all'inizio del diluvio) avrebbe imbarcato a Civitavecchia
esponenti del nostro establishment economico-finanziario per discutere la «svendita»
di banche e industrie a investitori stranieri.
Chiacchiere, leggende, anche se non proprio «metropolitane». Però vengono in
mente certe privatizzazioni italiane, non prive di qualche più concreto
interrogativo. Con la fine di giugno si concluderà, in un certo senso, la
storia quasi settantennale dell'Iri, costituito nel 1933 per fronteggiare la
crisi del sistema industriale e bancario italiano, divenuto poi (fra autarchia,
guerra e partecipazioni statali) il perno dello «Stato industriale».
Cessioni, liquidazioni e conferimenti non totalitari lasceranno aperti alcuni
problemi, da Fincantieri e Tirrenia ad Alitalia, mentre la vendita del 53% di
Finmeccanica ai privati (per Alenia si parla di Eads, che detiene l'80% del
consorzio Airbus) dovrebbe rendere circa 14 mila miliardi. Per l'Iri la
privatizzazione resta comunque il primo impegno. Tutto bene, dunque: soprattutto
in presenza di credibili progetti industriali. Se non fosse per l'esperienza
passata, che suscita letteralmente qualche scrupolo (da «scrupulus»,
sassolino). Il caso emerso più di recente, del tutto regolare dopo 5 anni dalla
vendita, è il passaggio di GS sotto il controllo di Carrefour, il gigante
francese che, rilevando le quote di Benetton e Del Vecchio pari al 64% della
società privatizzata dall'Iri nel '94, diventa il secondo gruppo sul mercato
italiano della grande distribuzione. Con una plusvalenza di tutto riguardo per i
rivenditori, se questi incassano qualcosa come 5 mila miliardi rispetto alla
valutazione iniziale complessiva di 2.200 per GS, Autogrill e contorno.
Ma l'impressione è che nelle nostre privatizzazioni si sia spesso trattato di
affari puramente finanziari: nei quali privatizzatori anche baldanzosi, alfieri
di una «nuova (vecchia) economia», si sono poi limitati (legittimamente,
beninteso) a prendere dal pubblico, lasciar passare il tempo, che è pur sempre
il regno dell'interesse composto, per poi rivendere a compratori stranieri e
scomparire, realizzando forti plusvalenze.
Il catalogo, per fortuna, non è lungo come quello di Don Giovanni. E' tuttavia
una storia, anzi un metodo, che ricorda la cessione Cirio-Bertolli-De Rica nel
'93 (con Bertolli riceduta a Unilever), che si ripete con la liquidazione Efim e
la vendita della Siv (vetraria), ceduta infine agli inglesi della Pilkington,
poi ancora con la Ast (Terni, acciai speciali) che arriva alla Krupp. Sempre con
ricche plusvalenze. Per non parlare di enti locali e tanto meno di Omnitel che,
pur non trattandosi di privatizzazione, ma di liberalizzazione, finisce alla
Mannesmann. Anche con tutti i nostri quattro quarti di europeismo, qualcosa
forse non quadra. Da noi, s'intende.
Mario Talamona
dal "Corriere della Sera"
2.4.2000