L´INGRESSO DEGLI EREDI DELL´IMPERO OTTOMANO INTRODUCE NELLA UE UN CONFRONTO DIRETTO CON L´ISLAM

L´identità europea nello specchio turco 
di Khaled Fouad Allam

LA decisione del parlamento turco di adeguare la sua legislazione in funzione dell´ingresso della Turchia in Europa con l´abolizione della pena di morte e un inizio, anche se timido, di maggiore tutela delle minoranze etniche ­ ha suscitato nell´opinione pubblica europea reazioni contrastanti: dal forte incoraggiamento fino alle perplessità di quanti vedono nell´Islam un pericolo o di quanti dubitano dell´effettiva volontà di cambiare atteggiamento. Ma al di là di una valutazione istituzionale, la Turchia oggi rappresenta una questione fondante per l´Europa, per due motivi: è una questione storica, che si colloca in un quadro geopolitico pericolosamente precipitato dopo i tragici avvenimenti dell´11 settembre 2001. L´ingresso in Europa dei turchi introduce il delicato problema di un´identità anche islamica dell´Europa, che già oggi conta più di 22 milioni di musulmani. Si tratta in realtà d´una costante nella storia dell´Impero ottomano e della Turchia moderna, a partire dalle conquiste che toccano il cuore stesso del continente: Belgrado nel 1521, l´Ungheria nel 1526, il tentativo di conquistare Trieste nel 1529, fino al celebre assedio di Vienna del 1683. Tali conquiste hanno avuto due conseguenze: 1) amplificare una linea di frattura geopolitica fra Oriente e Occidente, 2) introdurre fra gli ottomani modelli di arte, cultura, scienza e tecnica di matrice europea. Dalla fine del Seicento, l´Europa è un elemento determinante per la Turchia. Nei secoli seguenti l´intellighenzia turca intuì che ciò significava definire la modernità politica e culturale dell´impero. È così che verso la metà del XIX secolo gli stessi sultani ottomani promossero le tanzimat, politiche di riforma di forte impronta europea, con lo scopo di modernizzare l¹intera struttura imperiale. Certamente l´eco di queste riforme fu molto limitata, e probabilmente arrivarono troppo tardi, perché già nella seconda metà dell´Ottocento l´impero turco dava segni di forte debolezza, e non poteva non crollare, come avvenne per l¹impero austroungarico, di fronte al trionfo della nuova modernità, la nazione. È sulle rovine dell´impero che la nazione turca continuò a vivere la sua relazione con l´Occidente come un dilemma. Già nel 1899 lo scrittore Peyami Safa scriveva che l´Oriente non avrebbe potuto evitare di prendere in prestito dall´Occidente le sue tecniche e le sue arti. La nazione turca di Kemal Ataturk costruisce la sua identità su questa ambivalenza. Contrariamente a quanto si crede comunemente, con la nascita della repubblica turca la religione non è stata cancellata bensì è stata istituzionalizzata, vale a dire ­ nell´ottica turca ­ modernizzata. Si è creato un ministero degli affari religiosi, per cui il lo Stato gestisce clero e moschee. Mediante questa architettura istituzionale, si è pensato di operare una divisione di poteri fra lo stato e la religione. L´esercito repubblicano è diventato il guardiano della separazione dei poteri, mantenendo un confine tra la sfera politica e la sfera religiosa. Senza dubbio in ciò la Turchia ha imitato il modello cristiano-ortodosso del rapporto fra religione e politica. Si può quindi individuare una sorta di missione storica della Turchia nel costituire un ponte tra Oriente e Occidente, espressa nel 1952 con l´adesione all¹Alleanza Atlantica; ma simmetricamente a ciò nel paese si è delineata una tendenza crescente ad avvicinarsi all´Islam in quanto identità sociopolitica: è recente - risale al 1985 ­ l´adesione all´Organizzazione della Conferenza islamica. I suoi rapporti con il mondo arabo sono sempre stati caratterizzati da luci e ombre: per molti arabi la Turchia ha continuato a rappresentare l¹impero, e quindi la secolarizzazione della nazione turca è stata interpretata come un pericolo. C¹è da chiedersi se lo sforzo di democratizzazione della Turchia avrà delle conseguenze nel mondo arabo. Ma bisogna tener conto del fatto che negli ultimi vent´anni anche la Turchia, come altri paesi dell´area islamica, è stata oggetto di fenomeni di ritorno all´Islam che hanno interessato intere fasce della popolazione. Questo paese esprime dunque un¹ambivalenza di fondo, conseguenza della sua storia, e della sua posizione geopolitica in bilico fra Europa e Asia. Ma la decisione che prima o poi dovrà essere presa sull¹ammissione della Turchia in Europa pone oggi agli europei una questione drammatica: mentre dopo l´11 settembre si sta enfatizzando una frattura fra Islam e Occidente, la strategia americana ci ha fatto prendere coscienza che l´unica potenza del mondo sono gli Stati Uniti, come conseguenza della fine della guerra fredda. Questa situazione obbliga l´Europa a scegliere se allinearsi con l´impero americano - che somiglia molto a quello romano - oppure allinearsi con il Mediterraneo e l´Africa. Accogliere in Europa la Turchia potrebbe significare opporre agli Stati Uniti un altro impero. Un noto analista, Percy Kemp, paragona l´attuale situazione a quella che si è delineata molti secoli fa fra Bisanzio e Roma, vale a dire tra impero d´Oriente e impero d´Occidente. La questione turca dunque pone la questione di quale identità dare all´Europa. 

La Stampa
17/8/2002


IL MONDO MUSULMANO HA UNA DOPPIA IDENTITÀ: ARABA E TURCA. QUEST´ULTIMA, RISORTA DALLE CENERI, È L´ESATTO CONTRARIO DELLA PRIMA

ISLAM 


M´ERO avventurato in questo viaggio nell´ignoto, ch´è stato poi un viaggio nei labirinti dell´Islam, partendo da ricordi legati a un mio lontano e laterale piccolo Islam autobiografico. Chi mi ha seguìto fin qui ricorderà che all´inizio del viaggio evocavo la Bosnia-Erzegovina dei tardi Anni Trenta. Parlavo di un Islam assai particolare, tranquillo, fossilizzato, dignitosamente appartato ai margini della vita, in pace apparente con il mondo degli infedeli e le rimembranze di se stesso. Non avrei rivisto mai più un minuscolo universo in cui l´Oriente s´incastrava nell´Occidente così carnalmente: pietra dentro pietra, legno dentro legno, croci di due cristianità intercettate e come falciate dalla mezzaluna. Il minareto, marchio snello ed elegante di una civiltà sepolta, svettava su un paesaggio urbano pimentato anche da basiliche ortodosse, cattedrali cattoliche, sinagoghe e biblioteche ebraiche. Mio padre, al cui seguito stavo assaggiando quel mio primo Islam, m´aveva anche portato a dare un´occhiata a una moschea vuota. Ne ricordo la qualità del silenzio che in seguito avrei ritrovato descritta alla perfezione in una pagina di Ivo Andric: «Guardate, prestate ascolto per un istante al silenzio che s´incontra nelle moschee, nelle tekije, nelle medrese e più in generale in tutti i luoghi che appartengono al mondo islamico. Questo silenzio gelido ha una sua bellezza, che sorge all´improvviso come un muro invisibile». Il papà, spalatino di formazione austroungarica, commentando uomini o cose che io guardavo incuriosito, mi lanciava ogni tanto qualche osservazione oscura. Come se avesse voluto avvertirmi che, accanto a quelle strane ma rassicuranti apparenze bosniache che attiravano la mia attenzione, sorgevano dei «muri invisibili» dietro cui si nascondevano vicende e spettri poco raccomandabili: guerre e carneficine che di volta in volta avevano coinvolto eretici bogomili, poi bizantini crudeli, turchi feroci, guerrieri di frontiera serbi e croati al servizio di Leopoldo d´Absburgo e di Eugenio di Savoia. Era, quella, una contrada promiscua in cui l´Islam ottomano s´era inserito e insediato come un cuneo duro fra le rivalità delle Chiese cristiane d´Oriente e d´Occidente. Un Islam compatto, imperiale, cosmopolita, fortemente militarizzato e burocratizzato; molto dissimile da quello nevrotico e cangiante dei primi conquistatori arabi dilagati, nei primissimi secoli dopo Maometto, dall´Atlantico alla Cina. Ho già detto delle molte contraddizioni interne alla civiltà musulmana, notando che ci sono stati più Islam nella miracolosa e incredibile storia islamica. È su tali contraddizioni che s´incaglia ora, senza riuscire a chiudersi del tutto, questo viaggio mentale che mi ha portato dalla nebbiosa Bosnia postottomana del 1939 fino e oltre la Jihad apocalittica dell´11 settembre 2001. M´accorgo che «più Islam» significano per me essenzialmente due: l´arabo e il turco. Quello persiano, intimamente intersecato fin dalle origini ai califfati arabi, non può presentare a noi europei le stesse caratteristiche che dovevano rendere così familiare e vincolante il nostro lungo rapporto di scontro con l´impero ottomano in una trama ininterrotta di battaglie, assedi, invasioni, distruzioni e scambi reciproci di civiltà. Nella vicenda persiana, eminentemente asiatica, non rientrano Costantinopoli, Lepanto, Mohàcs, Salonicco, Belgrado, Sarajevo, Budapest, Vienna, Carlowitz, i dogi di Venezia e le armate napoleoniche che invece scandiscono cinque secoli di rispettive sconfitte e vittorie tra l´Oriente turco e le potenze cristiane. Un periodo di affrontamenti paragonabili alla guerra fredda tra l´Occidente e l´impero sovietico, durante i quali l´immenso Stato eurasiatico, originato dai turchi selgiuchidi, assurse al livello di massima potenza mondiale prima d´inabissarsi in un declino irreversibile. Il miracolo dell´Islam fondativo e primario, quello legato alle tribù nomadi e alle oasi dei deserti arabici, aveva seguìto per contro altri ritmi storici. Le uniche resistenze, degne di qualche rilievo, che l´alluvione araba incontrò furono quelle dei bizantini e dei persiani preislasmici a Oriente; essa sommerse invece e penetrò con facilità, come nel burro, nei porosi agglomerati semistatali del Nordafrica e nella Spagna dei visigoti. Fatto è che il motore propulsivo delle conquiste arabe non era, come in quelle turche, l´organizzazione militare e burocratica. La molla era precipuamente religiosa. Erano la scoperta e la fondazione dell´Islam, terzo monoteismo perfetto che riassumeva corretti e depurati gli altri due: una confessione universale, di guerra missionaria più che di pace, di dominio più che di carità, la quale, per il solo fatto di rappresentare il vertice ultimo della rivelazione divina, aveva il diritto di imporre il proprio credo agli infedeli anche con le armi, col saccheggio, il tributo, la schiavitù. La febbrilità universalistica, diciamo pure la Jihad redentrice e imperialistica, precorse fra gli arabi l´idea dell´organizzazione statale. Il Corano, per loro, era già di per sé metafora di uno Stato, di una costituzione, di un diritto amministrativo imposti e regolati dalla volontà di Dio. Per i turchi l´Islam seguiva lo Stato, lo puntellava e lo giustificava ideologicamente. Per gli arabi l´Islam precedeva lo Stato, era anzi lo Stato stesso: uno Stato senza confini, senza razze, arabizzato però nella cultura e nell´alfabeto, concepito con un magma madreporico in continua espansione tramite scorrerie belliche, espropri di terre e conversioni di popoli alieni. C´era insomma, nell´imperialismo religioso degli arabi, un elemento anarchico e dinamico che aveva per finalità ultima l´approdo autodissolutorio alla utopica umma panislamica. Questa corsa insieme rivoluzionaria e conservatrice verso un egemonismo fideistico e salvifico, culminante in una comunità mistica di tutti i fedeli, doveva produrre il paradosso di una contraddizione creativa per un verso e autodistruttiva per un altro. Si verificava così qualcosa che nessun impero pagano o cristiano, prima di quello arabo, aveva mai sperimentato: la diffusione folgorante di una straordinaria civiltà unitaria; dall´Africa alla Persia e all´India, combinata con uno stato di permanente disunione politica ed ereticale. Il mastice coranico, la diffusione dell´arabo come lingua liturgica ed egemonica, avevano surrogato le manchevolezze di un impero disarticolato, embrionale, per niente omogeneo, immerso in un continuo fermento d´autocombustione germinale. 
In altre parole, quello originariamente arabo è stato un impero più culturale che politico. L´idea stessa del potere in sé, delle costrizioni che esso comporta, contrastava l´atavica abitudine alla libertà dei nomadi d´Arabia che in ogni autorità vedevano qualcosa di estraneo alla loro primordiale cultura erratica. L´Islam arabo, così come era stato idealmente concepito nelle origini, sembrava ispirarsi ad una sorta di protosocietà anarcocomunista. Non dovevano esserci né preti né Chiesa, non re, nobili, ordini, caste o ceti privilegiati di alcun tipo, ma solo la palese superiorità di coloro che avevano abbracciato la nuova fede rispetto a coloro che la rifiutavano. Credo che almeno una parte del moderno fondamentalismo islamista, con relative ramificazioni jihadiste, affondi le sue radici nel retaggio egualitario e comunisteggiante delle prime anarcoidi tribù, comunità e sètte coraniche. Tanto anarcoidi da non riuscire a organizzarsi mai in uno Stato davvero resistente alle intemperie della storia. A poco più di un quarto di secolo dalla morte del Profeta, il mobilissimo Stato islamico, emerso come un miraggio dalla sabbia, era già partito alla conquista del mondo; eppure affondava già, nello stesso momento, in un devastante ghibli di ribellioni intestine, guerre civili, congiure dinastiche, scismi confessionali ed eresie gnostiche. I califfi arabi, che coranicamente si reggevano sul consenso religioso dei fedeli e formalmente potevano essere ricusati da un giorno all´altro, davano spesso l´impressione di avere poteri inadeguati alla carica. Apparivano tanto più vulnerabili quanto più ambiguo appariva il loro ruolo istituzionale: mai ben definito, mai chiaramente legittimato da leggi umane, sempre sospeso a mezz´aria fra il sacro e il profano. Non a caso i primi quattro califfi succeduti a Maometto furono tutti contestati e assassinati. A tale congenita labilità di governo e di legittimità faceva da contraltare la simultanea potenza di penetrazione culturale degli arabi in regioni sempre più lontane dall´Arabia vera e propria. In poco più di un secolo, dopo la scomparsa di Maometto, vaste terre dell´Asia sudoccidentale e dell´Africa settentrionale vennero trasformate da quello che senza dubbio fu uno dei più spettacolari e fulminei cambiamenti di tutta la storia umana. Già alla fine del VII secolo il resto del mondo doveva riconoscere che in Medio Oriente era sorta una nuova superpotenza paradossale: una potenza al tempo stesso fluida ed onnipervasiva, lacerata e contagiosa, sterminatrice nell´urto dell´assalto ma quindi più tollerante e realistica nell´esercizio di un governo frammentato e spesso quasi effimero. Per le ragioni suesposte, il periodo della supremazia araba fu molto breve, e ben presto gli arabi furono costretti a cedere ad altri popoli sia il controllo dell´impero che la guida della civiltà che essi stessi avevano creato. La loro lingua, la religione e le leggi però rimasero, e rimangono ancora oggi, come «perenne monumento al loro traseunte dominio»; essi trasmisero questo inestimabile patrimonio ai persiani sciiti e ai turchi sunniti. Varrà soprattutto la pena di sottolineare una differenza fondamentale tra i turcomanni nomadi della steppa e gli arabi nomadi del deserto. All´idealismo arabo misticheggiante e dispersivo, che mal predisponeva le tribù desertiche alla sedentarietà burocratica, faceva da contrappunto la spregiudicata e pragmatica flessibilità turca che predisponeva invece le tribù della steppa alla costruzione di imperi residenziali di grande respiro e di
lunga durata. Prima ancora dei Grandi Selgiuchidi, arriveranno già nel 960 sulla scena mediorientale i karakhanidi: una popolazione di uomini liberi che, secondo un cronista arabo, partendo da 200 mila tende riuscirà poi a creare il primo regno turco musulmano nelle terre al di là del fiume Syr-Sarya. Dopo la conversione dimenticheranno il loro passato e abbracceranno senza alcuna remora la civiltà islamica. Gli Stati, le religioni e la letteratura della storia turca preislamica verranno quasi sull´istante cancellati e dimenticati. La stessa parola «turco» diverrà, per i turchi come per gli europei, sinonimo di musulmano. 
Ma il sultano dei successivi tempi ottomani, anche se formalmente l´istituzione del califfato continuerà a esistere in Turchia, non avrà nessuna delle friabili caratteristiche del vulnerabile califfo arabo. Sarà simile nei poteri e nelle prerogative a un autentico imperatore europeo. E sarà questo imperatore islamico, questo inturbantato guardiano della Sublime Porta, a condurre nel nome dell´Islam la più pericolosa e più stringente delle Jihad mai condotte da un nemico maomettano contro l´Occidente cristiano. Sono i turchi a rendere tentacolare e operante la voce del Corano. Sono essi, non gli arabi o gli iraniani che oggi urlano contro l´Occidente, a decretare la fine degli imperatori romani trasformando Costantinopoli in Istanbul, a occupare i Balcani, a impalare i vojvoda serbi e valacchi, a scuoiare vivi gli ammiragli veneziani, a sterminare l´esercito magiaro a Mohàcs, a espugnare Budapest, a cingere per due volte d´assedio la cattolicissima Vienna. Gli arabi, nella Spagna e nella Francia dei loro tempi, affrontavano primordiali staterelli semibarbarici; ma i turchi sfidano i re di Francia, gli zar di Russia, gli Absburgo, la Repubblica di Venezia all´acme del suo fulgore. Lo stesso Bin Laden, paragonato al possente rullo compressore ottomano in Europa, ci appare come un regista di apocalissi horror episodiche e cinematografiche. Mai, da quei tempi, l´Islam ha brandito una simile spada fiammeggiante contro i massimi infedeli d´Occidente e d´Oriente. Forse la maggiore delle contraddizioni interislamiche fu perciò quella che durante la prima guerra mondiale vide gli arabi, aizzati dagli inglesi, guidati dal colonnello Lawrence, dare il colpo di grazia all´impero turco in Medio Oriente. Contribuirono a distruggere il portentoso Islam ottomano per consegnarsi poi, con dinastie e staterelli posticci, al colonialismo dei britannici e dei francesi. Una volta di più la perenne fluidità araba doveva così ritorcersi contro loro stessi. Dopodiché i turchi, combattuti dai cugini islamici, espulsi dai Balcani, dall´Africa e dal Levante, torneranno alla radice storica del loro pragmatismo originario: con la medesima rapidità, con cui mille anni prima si erano convertiti all´Islam, decideranno di convertirsi all´Europa sotto il pugno di ferro del sultano laico Kemal Atatürk. Si deislamizzeranno radicalmente. Dal giorno alla notte ripercorreranno all´inverso la strada dei progenitori karakhanidi. Cancelleranno l´alfabeto arabo, ripudieranno il diritto islamico, daranno l´ostracismo al turbante, al velo, all´harem e alla poligamia. Proclameranno che la Turchia è anzitutto turca, poi forse islamica, e che la religione è una cosa e lo Stato un´altra. Oggi il mondo turco, proprio perché in crisi, non guarda più all´Europa come a una terra da saccheggio ma piuttosto come a una patria adottiva. I due Islam sono diventati «due» più che mai. Quello arabo, nelle sue punte più radicali e popolari, vorrebbe con nuovi metodi e mezzi riprendere la Jihad nel punto lasciato in sospeso dai pascià ottomani. Qui non posso fare a meno di chiudere il viaggio con le parole di Bernard Lewis, il più esatto e profondo degli studiosi dell´Islam: «Sono molti gli arabi che considerano l´influenza della civiltà occidentale la più grande catastrofe che abbia colpito il Medio Oriente, ancora peggiore delle devastazioni causate dalle invasioni mongole del XIII secolo, e vorrebbero invertire la rotta». La «rotta» integralista la conosciamo. Conosciamo anche la rotta europeista dei kemalisti turchi. Quel che stentiamo a riconoscere sono le potenzialità moderate e moderatrici di altri Islam, per ora latenti e intimiditi, che probabilmente covano sotto la polvere dei deserti e delle steppe.

Enzo Bettiza 

La Stampa
28/7/2002


Rapivano scienziati per la corte del re Il Corano spinse l’Islam sulla strada della scienza La guerra sta spezzando un risveglio appena iniziato
ANNO MILLE

Rapivano scienziati per la corte del re

Difficile crederlo oggi: l'Afghanistan del X secolo era la culla di una raffinata cultura. Sotto il regno di Mahmud (998-1030) la capitale Ghazna conobbe un grande sviluppo, sia dal punto di vista artistico che scientifico. Il re Mahmud desiderava avere a corte i più prestigiosi uomini dell'epoca, e utilizzava metodi di reclutamento poco ortodossi. Mandava infatti le sue spie nelle altre corti con il mandato di rapire i cervelli più brillanti. Tra i suoi «prigionieri» più celebri si ricorda Al-Biruni (973-1030), che poi perdonò il suo rapitore e proseguì i propri studi alla corte di Ghazna. Al-Biruni è uno degli esempi più insigni dell'atteggiamento sperimentale tipico della scienza araba, basata sull'osservazione e sulla misurazione. La sanguinosa spedizione di re Mahmud in India permise allo scienziato di scrivere il suo capolavoro: un libro che raccoglie informazioni sulle religioni e sulle filosofie indiane, ma che, dall'analisi dei detriti alluvionali rinvenuti in alcune zone dell'India, contiene anche in nuce la teoria della tettonica a placche. 
La corrispondenza con il medico e filosofo Avicenna attesta che Al-Biruni non solo fu il fondatore della geodesia, ma fu anche matematico (scrisse un trattato basato unicamente sulla nozione di corda e mise a punto il rapporto tra tale nozione e quella di seno), astronomo e geografo (calcolò con esattezza latitudine e longitudine di varie località). 

Renata Tinini 

Matematica, astronomia, medicina e fisica furono le discipline con maggiore sviluppo grazie al recupero dei testi greci e alla conoscenza dell’Estremo Oriente

Il Corano spinse l’Islam sulla strada della scienza

Ma dopo i cinque secoli d’oro (VIII-XII) si ruppe lo stretto legame tra fede e ricerca


«In nome di Allah, il Misericordioso e il Compassionevole, lasciatemi dire che io sono un musulmano, dunque sono un credente». Così esordiva nei suoi discorsi Abdul Salam, premio Nobel per la fisica scomparso nel 1996. Chi se non lui, fisico delle particelle e devoto di Allah, poteva spiegare agli occidentali che la scienza si può accordare agli insegnamenti del Corano? E che proprio grazie al Corano ci fu, più di mille anni fa, una straordinaria fioritura scientifica nelle terre assoggettate dai seguaci di Maometto? L'età dell'oro della scienza araba copre circa cinque secoli - dall'VIII al XII -, tempi in cui in Europa i dotti si estenuavano su questioni teologiche. È come se per tutto l'Alto Medioevo l'Islam si fosse incaricato di preservare i tesori della scienza greca anche per il resto del mondo. Da noi si tornerà a leggere Aristotele e Platone, Tolomeo ed Euclide grazie alle traduzioni che ne fecero i musulmani prima dell'anno Mille; soprattutto tra l'800 e il 900 presso la Casa della scienza (Bayt al-Hikma) voluta dal califfo al-Ma'mun a Baghdad. Portati verso oriente dalle armate di Alessandro il Grande o da sette cristiane come i Nestoriani, i testi dell'Ellenismo furono conosciuti prima nella loro versione siriaca o persiana, quindi tradotti in arabo, la lingua di un popolo che si estendeva dall'Iran all'Andalusia, passando per la penisola arabica e il Nordafrica. «Una volta tanto si può parlare di incontro e non di scontro di civiltà: un evento eccezionale e dalle conseguenze incalcolabili», spiega il decano degli studi di scienza islamica di Harvard Abdelhamid Sabra. Tuttavia sarebbe riduttivo vedere i musulmani come semplici conservatori del sapere greco. Fu piuttosto che, poggiando sulle spalle di quei giganti, ed entrando in contatto anche con la scienza indiana e cinese, quella civiltà seppe elaborare una scienza nuova, con un forte taglio sperimentale. 
Ma perché proprio l'Islam? Paradossalmente, l'attenzione ai fatti della natura, che costituisce il presupposto della ricerca scientifica, può essere stata facilitata dagli insegnamenti del Corano. Secondo i «calcoli» di Abdus Salam, un ottavo del sacro libro, pari a 750 versi, esorta i credenti a studiare la Natura in passi come questo: «Perché non guardano alle nubi, come sono create? E al cielo, quanto è elevato? E ai monti, come sono stabili? E alla terra, quanto è distesa?» (88, 18-20). Anche le hadith (tradizioni canoniche musulmane) insistono sulla conoscenza come strumento di salvezza: «La ricerca della conoscenza (e delle scienze) è obbligatoria per ogni musulmano, uomo o donna che sia», recita uno di questi. Come spiega l'islamista dell'Università di Venezia, Giovanni Canova, «la stessa parola scienza ('ilm) assume nell'Islam significati diversi, poiché 'ilm è sia l'indagine sulla natura e sull'uomo, sia la ricerca della tradizione del Profeta o lo studio delle norme che regolano la recitazione coranica». 
I campi in cui il genio islamico mostrò maggiore originalità furono la fisica, l'astronomia, la matematica e la medicina. Nato nell'attuale Iraq nel 965, al-Haytham è il gigante degli studi di ottica; in una cultura, si badi bene, che ha fatto della mistica della luce uno dei suoi capitoli più suggestivi. Fu lui a scoprire le leggi della visione, anticipando addirittura il principio del tempo minimo di Fermat: spiegando cioè che «un raggio di luce, passando attraverso un mezzo, prende la via più semplice e più veloce». 
Se l'algebra fece un balzo in avanti con la scuola di al-Khwarezmi , la matematica islamica mediò da quella indiana la numerazione con lo zero e gli elementi principali della trigonometria, come il seno, sconosciuto ai greci. Fu grazie all'uso di questi nuovi strumenti che l'astronomia islamica perfezionò quella di Tolomeo. 
Nel suo libro «L'astronomia al servizio dell'Islam», lo storico David King dell'Università di Francoforte mette in luce il condizionamento religioso anche di questa scienza: l'obbligo per i musulmani di volgersi verso la Mecca per la preghiera spinse ad approfondire le conoscenza della forma e delle misure terrestri. Infine la medicina araba conobbe il suo vertice nel X secolo con il direttore dell'ospedale di Baghdad Rhazes (860-932) - cui si deve una accuratissima descrizione del vaiolo - e Avicenna (980-1037). Il suo «Canone di medicina» disputa al «Corpus hippocraticum» la palma dell'opera medica più famosa di tutti i tempi. L'invasione mongola di Baghdad nel 1258 segna una svolta, ma non basta a spiegare il collasso della scienza islamica. Secondo Sabra, decisiva è la conquista cristiana di Cordoba e Toledo, centri culturali arabi di prima grandezza. 
In questo modo, da una parte il mondo islamico si spezza in due tronconi sempre meno comunicanti tra loro; dall'altra l'Europa cristiana viene vivificata dalle traduzioni latine che l'Andalusia ha sfornato a getto continuo dal X al XIII secolo. La dominazione ottomana e l'irrigidimento dei dettami religiosi dei mullah diedero il colpo di grazia al libero spirito scientifico. Basti dire, come ricordava Abdus Salam in un suo storico discorso all'Accademia dei Lincei, che mentre in Occidente nel 1450 Gutenberg realizzò la prima stampa a caratteri mobili della Bibbia, nei Paesi musulmani non si vide una copia stampata del Corano fino al 1874. In compenso, moltissimi testi filosofici e scientifici islamici dell'età dell'oro non sono ancora stati tradotti e nemmeno letti da studiosi occidentali. «La scienza islamica, in realtà, è ancora da scoprire» conclude Sabra. 


Luca Carra


RAPPORTI DIFFICILI

La guerra sta spezzando un risveglio appena iniziato


La caduta delle torri gemelle di New York e la guerra in Afghanistan hanno gelato i rapporti tra scienziati occidentali e musulmani. Questo, secondo la rivista Science, è uno dei più rilevanti «danni collaterali» della guerra in corso. Le disdette di partecipazioni occidentali a congressi e le battute d'arresto nei progetti internazionali sono all'ordine del giorno. L'incontro annuale della Accademia delle scienze del terzo mondo, previsto a Nuova Delhi per i primi giorni di novembre, è stato sospeso. Mentre il 12 settembre, a poche ore dall'attacco alle torri gemelle, il Consiglio nazionale delle ricerche francese ha invitato i propri scienziati a cancellare qualsiasi missione nel mondo arabo. Sono reazioni a caldo destinate a rientrare. Tuttavia il clima è cambiato: allo spirito di collaborazione si è sostituita la diffidenza, soprattutto in quei settori della ricerca dove maggiori sono le ricadute in campo tecnologico-militare. 
È una doccia gelata per il mondo musulmano, che proprio negli ultimi anni si era liberato del complesso d'inferiorità nei confronti dell'Occidente e aveva ricominciato a investire nella ricerca. «Il mondo islamico è stato la culla della scienza moderna e deve tornare a esserlo» ha detto il presidente dell'Iran Mohammed Katami all'ultimo simposio dell'Accademia delle scienze. Parole ispirategli dal grande fisico pachistano Abdus Salam, primo scienziato islamico a vincere il premio Nobel nel 1979 per i progressi compiuti, insieme a Glashow e Weinberg, nell'unificazione delle interazioni nucleari elettromagnetiche e deboli. Uomo di scienza ma anche di fede, Salam ha diretto per trent'anni il Centro internazionale di fisica teorica (Itcp) dell'Unesco a Trieste ed è stato tra i principali artefici dell'Accademia delle scienze del terzo mondo. Primo arabo, invece, ad aggiudicarsi il Nobel è stato nel 1999 Ahmed Zewail, per i risultati ottenuti con la spettroscopia ultrarapida applicata allo studio delle reazioni chimiche. Egiziano, oggi dirige il Laboratorio per le scienze molecolari dell'Institute of Technology californiano di Pasadena. «Il premio ha catalizzato le energie migliori del mondo arabo» ricorda Zewali. In effetti, scorrendo le statistiche degli ultimi anni, si nota un balzo negli investimenti nella ricerca scientifica dei Paesi arabi, specialmente in Egitto, Kuwait, Marocco e Arabia Saudita. Anche lo Yemen, povero di petrolio, sta scommettendo sulla scienza, grazie ai buoni uffici del fisico Moustafà Bahran, consigliere del governo in materia scientifica. Ma il ritardo da recuperare è ancora grande, se si pensa che gli scienziati di tutto il mondo islamico sono la metà di quelli d'Israele. 
Ora la guerra afghana e lo stallo in Medio Oriente rischiano di rallentare i progressi compiuti. A meno che, come spera Zewali, il dopoguerra non riservi un Piano Marshall a favore dell'Islam anche in ambito scientifico. Intanto in alcuni Paesi lambiti dal conflitto, come il Pakistan, si sta assistendo proprio in queste settimane a una emigrazione di ritorno di scienziati che non si sentono più a loro agio in un'America nevrotizzata dalla minaccia terroristica. 

L. C. 

Corriere della Sera
2 dicembre 2001


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