PER LA NUOVA JIHAD IL NOSTRO CONTINENTE COINCIDE CON LA «DIMORA DELLA TREGUA PROVVISORIA», MENTRE L´AMERICA È LA «DIMORA DELLA GUERRA»

EUROPA ISLAM 


NEL suo ormai celeberrimo libro sullo scontro delle civiltà Samuel P. Huntington, parlando della «Rinascita islamica», dice che l'uso della maiuscola è pienamente giustificato. La parola «Rinascita», scrive Huntington, «si riferisce ad un evento storico estremamente importante che coinvolge un quinto o forse più dell'umanità. Vale a dire che è importante almeno quanto la Rivoluzione americana, la Rivoluzione francese o la Rivoluzione russa, la cui «r» viene di solito scritta in maiuscolo». Il libro dello studioso americano era stato pubblicato cinque anni prima dell'11 settembre 2001. Dopo quella data terrificante, molte se non tutte le tesi da lui sostenute hanno ottenuto, per così dire, il battesimo del fuoco, assumendo una corposità e una credibilità tali da situarle nell'alveo delle grandi opere sulle civiltà e le culture del mondo di uno Spengler e di un Toynbee. Fin dal 1996 Huntington osservava che fondamentalismo e terrorismo, per quanto rilevanti, andavano comunque considerati come elementi di supporto ideologico e militare di un più vasto movimento di Rinascita culturale, sociale, economica e politica dell'universo islamico nel suo complesso. In altre parole: l'islamismo integrale e militante e il suo culmine temibile, il terrorismo, non dovevano essere storicamente sopravalutati proprio perché non possono essere disgiunti dall'insieme delle componenti che caratterizzano l'evento della Rinascita. Che consiste nella riscoperta non solo bellica ma normativa della Jihad, nella diffusione delle scuole coraniche, nella radicalizzazione delle masse, nella ricchezza derivata dal petrolio, nella modernizzazione autoctona, non più legata ai metodi kemalisti basati sul presupposto umiliante dell'occidentalizzazione. 

Terrorismo «rivincita di Dio» 

A questo bisogna aggiungere il moltiplicatore demografico del mondo islamico, combinato con la progressiva semicolonizzazione dell'Europa mediante pressioni umanitarie e politiche, ininterrotti flussi migratori, ramificazioni di infrastrutture religiose, estensioni di basi d'indottrinamento e propaganda e di santuari terroristi nelle capitali e nelle periferie europee. Il tutto nel nome di quella onnipresente «rivincita di Dio» che oggi stimola e accompagna il risveglio islamico dal Mediterraneo al Pacifico. Ma anche nel nome e sotto lo scudo, si badi bene, di una jihad rinnovata, intelligente, selettiva, duttile, con più pesi e più misure. Mirata non soltanto, o non subito, a una guerra totale contro l'intero Occidente, bensì all'utilizzazione di un Occidente europeo assediato, infiltrato, reso morbido e pieghevole, contro un Occidente americano duro e reattivo. Ci sono molti indizi che l'Europa occidentale occupi un posto del tutto particolare nell'ottica della Rinascita e della nuova jihad. Lo sceicco Yussef al-Qaradawi, capo spirituale dei Fratelli Musulmani, spiegava nel 1997 che la legge islamica tende a classificare il «Popolo del Libro», ebrei e cristiani, in tre categorie. Anzitutto i «dimmi», i non musulmani protetti, viventi nei Paesi islamici che formano la «dimora della pace e della vera religione» chiamata «dar al-islam». Poi gli «harbi», i non musulmani dei Paesi nemici, raggruppati nella «dimora della guerra» chiamata «dar al-harbi». Infine i non musulmani dei Paesi della miscredenza o della «tregua provvisoria» («dar al-kufr»). Gli americani e l'America, gli israeliani e Israele appartengono palesemente alla «dimora della guerra» che coincide con la nefanda dimora del Grande Satana. Forse vi rientrano, come sottogruppo nemico, anche gli inglesi e l'Inghilterra. Dove, invece, le élite militanti, i dottori coranici e gli odierni studenti islamici mettono gli europei continentali e occidentali? Certo non possono considerarli come parte integrata nell'islamica «dimora della pace», così come non possono avere alcun interesse a respingerli nettamente nella «dimora della guerra» riservata agli ebrei e agli anglosassoni. Ma c'è, come abbiamo visto, una terza dimensione ambigua, la «dimora della tregua provvisoria», ed è in quel limbo ondeggiante che i fautori e strateghi del neoimperialismo islamico collocano mentalmente oggi l'Occidente europeo. Difatti: dove trovano accoglienza legale i tredici terroristi palestinesi espulsi dalla Cisgiordania? In Europa. Chi pone sullo stesso piano morale il terrorismo palestinese e le rappresaglie israeliane? L'Europa. Chi finanzia in maniera indiretta il terrorismo con sovvenzioni ufficialmente destinate all'autogoverno «democratico» della cosiddetta Autorità palestinese? L'Unione Europea. Chi pratica una politica lassista nei confronti dell'immigrazione e tollera il radicamento, sui propri territori, del separatismo culturale o «discriminazione positiva» delle comunità musulmane che rifiutano l'integrazione (diritti e doveri) nelle società democratiche che li ospitano? I governi europei. Per tacere delle sempre più serie discrepanze tra americani ed europei sulle rispettive strategie politiche in Afghanistan, in Medio Oriente, nei confronti dell'Iraq di Saddam Hussein. In tutti questi molteplici aspetti di acquiescenza europea davanti alle invasive migrazioni di massa e agli aggressivi dinamismi culturali e politici, collegati alla Rinascita islamica, s'intravvede l'insorgenza di una singolare sindrome storica e psicologica. Si nota da un pezzo, sui territori dell'Europa, la diffusione nei confronti del problema islamico di stati d'animo permissivi, di comportamenti omertosi e indulgenti, di calcolate sottomissioni e concessioni, di tolleranze legali dettate dalla paura della rappresaglia punitiva. In proposito s'era avuto qualche precedente sintomatico proprio in Italia. Basterà ricordare i giorni di Sigonella, quando il governo presieduto da Craxi concesse ad un gruppo di terroristi arabi, braccati dagli americani, di fuggire dalla Sicilia verso la Jugoslavia terzomondista a bordo di un aereo militare; si trattò di un'impennata nazionalista contro l'arroganza degli Stati Uniti, oppure di un cedimento di Craxi al proprio filoarabismo e a quello dei democristiani e dei comunisti? Insomma, fin dagli anni ottanta, s'avvertiva una strana predisposizione psicoideo-logica italiana ed europea a quella sorta di sovranità limitata che, nei secoli andati, aveva regolato i rapporti fra la burocrazia imperiale ottomana e certi limitrofi stati vassalli nei Balcani e nell'Asia sudoccidentale. Erano quelli, allora, i Paesi della «tregua provvisoria» ai quali l'Islam, ispirandosi alla legge della primigenia jihad arabica, concedeva in linea di massima un armistizio di dieci anni fra una guerra santa e l'altra. 

Le trappole della «tregua» 

Ma c'era e c'è di più. La sovranità limitata e la tregua, concesse alle nazioni tributarie e vassalle, non ancora o non più completamente islamizzate come la Serbia del XIX secolo, si prolungavano nello status della cittadinanza limitata imposto ai «dimmi» ebrei e cristiani all'interno dei Paesi coranici. Negli intenti delle moderne élite islamiste, che dalla fine degli anni ottanta manovrano il timone della Rinascita, l'Islam dovrebbe ingabbiare il continente europeo nella trappola geopolitica della «tregua» combinandola con la dimensione della «dimmitudine» concessa o, semplicemente, raccomandata ai cittadini europei. Gli stessi europei, che volenti o nolenti, consapevoli o meno, collaborano da tempo alla propria metamorfosi in «dimmi», dovrebbero partecipare da comprimari alla propagazione e all'affermazione finale della Rinascita in Europa e nel mondo. Ma, prima di sviluppare tale parte delicata quanto centrale del discorso, sarà opportuno andare a controllare il significato che ebbero in concreto, nel passato egemonico dell'Islam, i concetti di «dimmi» e di «dimmitudine». Mi devo rifare, qui, a qualcuna delle letture suggeritemi da questo scandaglio nell'ignoto che sta avviandosi alla conclusione. Fra i libri e i materiali esaminati, mi ha in particolare impressionato un saggio di 12 pagine pubblicato nel penultimo numero della rivista parigina Commentaire, fondata da un gruppo di discepoli liberali di Raymon Aron. L'autore si chiama Bat Ye'or, è uno studioso egiziano non musulmano, che però sul conto dei musulmani e della loro storia mostra di saperla assai lunga. La profondità analitica e critica dello scritto si preannuncia fin dal titolo: Juifs et chrétiens sous l'islam - dhimmitude et marcionisme. Ne enucleo i punti salienti. Ogni volta che nella loro storia espansionista i musulmani erano troppo deboli per conseguire la vittoria completa su un Paese infedele, gli offrivano una «tregua temporanea» che consentiva loro di rafforzarsi in attesa di un'eventuale ripresa bellica. Per fruire dell'armistizio gli Stati infedeli dovevano pagare un tributo al califfo o al sultano, collaborando alla progressione e al prestigio dell'Islam nella regione. La «tregua» veniva autorizzata solo se contribuiva al miglioramento delle posizioni musulmane e all'indebolimento degli infedeli. Essa non era uno stato naturale; bisognava acquistarla per mezzo del tributo; ma se gli infedeli non riuscivano a procurare agli islamici i vantaggi politici ed economici della neutralità temporanea, la parola, scaduti i dieci anni, poteva tornare di nuovo alle armi. Quanto ai «dimmi» protetti all'interno dei Paesi musulmani, essi erano anziani «harbi» sconfitti, che avevano ceduto i loro territori ottenendo in cambio la pace sotto la protezione islamica detta «dimma». E' tale protezione-sottomissione degli infedeli, ottenuta per mezzo della cessione delle loro terre all'autorità islamica, che Ye'or definisce «dimmitudine». Qui s'inserisce la spinosa questione del «collaborazionismo» delle Chiese cristiane con l'Islam remoto e redivivo. I rissosi patriarchi di Costantinopoli, d'Alessandria, di Antiochia, in eterno conflitto con altre Chiese e con i re cristiani, offrivano spesso consigli, servizi e complicità alle corti islamiche. Nel sistema della «dimmitudine», fondato sull'alternanza di carota e bastone, godevano perciò di un certo particolare riguardo i patriarchi collaborazionisti: questi, sovente, gestivano e manipolavano maggioranze cristiane a beneficio di una minoranza guerriera dominatrice. Secondo Bat Ye'or, tredici secoli di tensioni e collaborazioni islamico-cristiane non potevano non lasciare una profonda traccia di continuità fino ai giorni nostri. 

Chi assolve il terrorismo 

Egli, osservando che le migrazioni di tribù nomadi islamiche erano sistematiche nei territori tributari dell'Islam, scrive: «Si può constatare che l'Europa, come i Paesi della tregua nei secoli passati, seguita fin dal 1970 a praticare una politica d'insicurezza e di autovulnerabilità nei confronti dell'immigrazione. Questo stato di dimmitudine occulta, che ha le sue radici nella jihad millenaria, è però deliberatamente negato o non riconosciuto dagli attuali governanti europei. L'Europa preferisce ignorare la costituzione di una rete terroristica e finanziaria sul proprio territorio; essa spera di poter comprare la propria sicurezza mediante aiuti per lo sviluppo, elargiti a governi che mai hanno ricusato la demonizzazione dell'Occidente radicata nella cultura della jihad». Uno dei massimi servigi resi dall'Europa all'umma «consiste nella delegittimazione dello Stato di Israele». Tipico «servigio da dimmitudine» è quello con cui i mezzi di comunicazione europei assolvono il terrorismo palestinese e islamista, lasciando intendere che sono gli Stati Uniti e Israele a motivarlo e a promuoverlo. La conclusione di Bat Ye'or è severissima nella stringente correlazione ch'egli stabilisce tra il passato e il presente: «L'occultamento da parte europea dell'ideologia e della vera storia della jihad è rimpiazzato con scuse e rimorsi, con l'autoflagellazione per le crociate e le disparità di sviluppo tra Nord e Sud, infine con la criminalizzazione di Israele. Il male viene attribuito agli ebrei e ai cristiani per non urtare la suscettibilità del mondo musulmano, che rifiuta ogni critica al suo passato di conquiste e di colonizzazioni. Questo genere di rapporto diseguale è proprio del sistema della dimmitudine, il quale prevedeva la pena di morte per il dimmi che osava criticare l'Islam e il governo islamico. I notabili dimmi venivano perciò incaricati dall'autorità islamica a imporre l'autocensura ai loro correligionari (oggi si direbbe «la correttezza politica»). L'antico universo della dimmitudine, condizionato dall'insicurezza, dall'umiltà e dal servilismo come pegni di sopravvivenza, è stato così ricostituito nell'Europa contemporanea». Corollario di tale visione pessimistica è la critica erudita cui lo storico egiziano sottopone le varie Chiese cristiane impiantate nel Medio Oriente. Le accusa di smaccata dimmitudine filoaraba sul piano non solo politico, ma teologico, sottolineano che esse hanno ridato vita in funzione antigiudaica alle dottrine marcioniane della Chiesa d'Antiochia. Marcione, promotore dell'eresia che prese il nome di marcionismo, era quel patrista anomalo che voleva ridurre il verbo di Dio al solo Vangelo di San Luca e a dieci Lettere di San Paolo, contro il Vecchio Testamento ritenuto assertore di un Dio malvagio e ingiusto. 

Prima il Corano poi la Bibbia 

L'operazione teologica degli attuali neomarcioniani, disgiungendo il Vangelo dalle sue radici bibliche e giudaiche, adotta la visione islamica di un Gesù arabopalestinese: procedimento gnostico di confutazione e di separazione dal principale testo sacro del monoteismo, il che avvalora la pretesa islamica di un Corano eterno preesistente alla Bibbia e all'umanità. Sbocco finale è il consenso cristiano ad una unica e islamizzata storia sacra monoteista e giudeofobica da Adamo fino a Gesù Cristo. Questa tendenza alla fusione del cristianesimo evangelico con l'islamismo coranico sarebbe, secondo Bat Ye'or, perseguita dai cristiani palestinesi così ardentemente da spingerli, addirittura, a non considerarsi minoranza ai margini della maggioranza musulmana, bensì un tutt'uno religioso con essa. I minoritari cristiani arabi o arabizzati, rivendicando una totale compenetrazione con la maggioranza islamica, rivelerebbero un'attitudine caratteristica della «sindrome dimmi» fondata su una paura atavica: ovvero sul mimetismo per passare inossevati sotto gli occhi dell'oppressore. Lo scudo umano offerto dai padri francescani ai terroristi rifugiati nella basilica di Betlemme sembrerebbe convalidare, almeno sul piano mediatico, la tesi iperbolica ma non casuale dello studioso. Le iperboli storicamente ben motivate, che serpeggiano attraverso l'ardito saggio di Commentaire, costituiscono a mio parere un notevole contributo d'indagine su quanto sta accadendo all'alba del XXI secolo tra Islam, Europa, Israele e retaggio cristiano mediterraneo. L'iperbole, che è un'ipotesi al cubo, anche se non fotografa l'intera complessità di un processo storico, spesso ne antivede la tendenza. Se c'è difetto nello scritto apparso sulla rivista aroniana, è che esso dia già per concluso un processo di degrado continentale che è soltanto in corso. E che, come tutte le cose in movimento, resta sempre passibile di deviazioni, di arresti, o sorprendenti inversioni di rotta. E' quindi giusto prendere lucidamente atto delle insidiose linee di sviluppo della Rinascita islamica. Ma senza dare per compiuto quello che per ora è pericolosamente latente.

Enzo Bettiza

La Stampa
7/7/2002


IL FONDAMENTALISMO È L´EREDE DEL COMUNISMO: LA SUA VIOLENZA RIPRODUCE LE TECNICHE SOVIETICHE PER SPEGNERE LE SOCIETÀ CIVILI

ISLAM 


E´ l´Islam il nuovo spettro che s'aggira per l'Europa e che per molteplici aspetti surroga quello, ormai dileguato, del comunismo internazionale di derivazione russa. Tale singolare processo di sostituzione aveva cominciato a svilupparsi, nel quarto di secolo appena trascorso, sotto lo sguardo dell'Occidente: sguardo offuscato dalla distrazione perché ancora tutto esclusivamente concentrato sul pericolo comunista. È in quel periodo che l'Islam, o l'islamismo politico, di volta in volta ascende, cade, si riprende, si gonfia, si ramifica e si fa sempre più aggressivo nelle sue avanguardie militanti. Conquista l'Iran e v'instaura la rivoluzione khomeinista. Sconfigge e umilia i sovietici in Afghanistan. Subisce una relativa disfatta in Iraq. Divampa in una jihad di liberazione in Cecenia. Si lacera in una sanguinaria guerra civile in Algeria. Intanto il fondamentalismo inquina l'Egitto e l'Arabia Saudita, satellizza il Sudan, penetra nel Pakistan e nel Kashmir, radicando la teocrazia oscurantista dei talebani a Kabul e raggiungendo con guerriglie e massacri le Filippine e l'Indonesia. Fallisce invece nel tentativo di confiscare la resistenza musulmana in Bosnia e nel Kosovo: il panislamismo di marca arabista, antioccidentale, antiamericano, non poteva attecchire e poteva solo irritare quegli europei islamici salvati in extremis dall'intervento della Nato contro i serbi. Altro fallimento notevole sarà la rovina del regime talebano dopo l'11 settembre. L'insieme di questo altalenante saliscendi di avanzate e di ritirate islamiche, che evoca le peripezie rivoluzionarie dell'Internazionale comunista fra le due guerre, si radicalizzerà all'estremo in due micidiali fatti distruttivi: da un lato, le sconvolgenti azioni planetarie del geoterrorismo suicidario di Al Qaeda; dall'altro, la metamorfosi locale delle petrose intifade palestinesi in un movimento di suicidi dinamitardi, capillarmente organizzato e diretto da terroristi di professione. I membri del gruppo islamista mondiale di Bin Laden e quelli del gruppo regionale di Hamas appaiono collegati tra loro anzitutto dalla stessa mistica del martirio individuale. Ma probabilmente fruiscono insieme, almeno in parte, anche delle medesime fonti di finanziamento da parte di alcuni Stati musulmani ricchi e perfino «moderati». Al Qaeda celebrerà la sua epifania apocalittica nel grandioso assalto dal cielo alle Torri di New York e al Pentagono di Washington. I giovani kamikaze di Hamas e delle Brigate Al Aqsa diluiranno e, per così dire, regionalizzeranno l'apocalisse in mirate devastazioni a singhiozzo di discoteche, ristoranti, treni, autobus scolastici israeliani. Alla base delle due differenti tecniche suicide, tendenzialmente macroscopiche e secche quelle di Al Qaeda, parcellizzate e continue quelle di Hamas e Al Aqsa, ritroviamo qualcosa di comune a cui pochi hanno voluto dare un connotato e un nome preciso: ritroviamo l'idea del genocidio. Fulmineo e amplissimo sarà l'attentato genocida che a New York, con un colpo indiscriminato nel cuore della metropoli, produrrà una vera e propria ecatombe da tremila a quattromila vittime. Gli attentati dei terroristi palestinesi appariranno invece ispirati a un progetto di genocidio omeopatico, di sterminio lento, con dozzine o ventine di cadaveri per volta, di una popolazione numericamente esigua e stipata su un territorio ridottissimo. L'omeopatia funeraria sarà puntata alla progressiva decimazione dei civili israeliani e alla diffusione, tra le famiglie israeliane ghettizzate col terrore, di un senso d'angoscia e d'insicurezza fisica permanente. L'intento sarà duplice: uccidere lentamente migliaia di ebrei e risvegliare in essi, nella loro tragica memoria collettiva, il ricordo e la sindrome di Auschwitz. La paura di convivere con l'assassino invisibile in casa, il sospetto che la vita in Israele come nei lager hitleriani non potrà avere più protezione né durata normale, dovrebbero coronare il genocidio graduale con un graduale e definitivo esodo biblico degli ebrei dall'inospitale terra palestinese. Insomma: il vecchio sogno dei figli di Ismaele di sradicare una volta per tutte la stirpe di Isacco dalla Palestina, ma non più tramite guerre tradizionali, catastrofiche per gli arabi, come quelle dei «sei giorni» e del Golan. La sconfitta, la resa, la fuga del nemico dovranno compiersi trasversalmente e perversamente, con la collaborazione stessa del nemico, sempre più spaventato di dover convivere con la morte che i kamikaze arabi, i soldati solitari di Allah, gli rovesciano addosso dall'ignoto. Si ripresenta anche qui un parallelo coi procedimenti già usati dai comunisti per distruggere le opposizioni e schiavizzare popolazioni recalcitranti. Mi viene a mente la «tattica del salame» con cui i sovietici e i loro plenipotenziari spegnevano politicamente e spiritualmente, fetta per fetta, le società civili e le culture dei Paesi destinati alla satellizzazione. E' questa la tattica quasi identica, resa ancora più atroce dal disegno di eliminazione non politica ma fisica di un popolo e di uno Stato, che le sette terroristiche arabe dispiegano oggi nei loro attentati contro gli ebrei: ne scarnificano la comunità fetta per fetta, a colpi di uomini e donne bomba. Il kamikazismo individuale, il genocidio al contagocce, lo stillicidio mortuario, sostituendosi allo scontro frontale degli eserciti, dovrebbero conseguire, in tempi lunghi e in maniera più radicale, lo stesso effetto eliminatorio che le polizie comuniste perseguivano ai danni dei popoli soggetti: la vittoria totale sul nemico, affettato e spolpato per decimazioni isolate, e costretto quindi ad abbandonare con la fuga il campo. In definitiva, la via disperata dell'ultimo esodo. Questa subdola guerriglia contro la comunità israeliana può essere comunque considerata da due punti di vista. Da un lato in effetti essa è quello che le semplificazioni terzomondiste e pacifiste dicono che è: una nuova forma coranica di lotta di liberazione dei territori palestinesi occupati da Israele. Ma da un altro lato, non più solo palestinese ma panarabo, essa contemporaneamente è qualcosa di più: una nuova guerra di estinzione programmata dell'unica oasi di libertà democratica in mezzo all'universo religioso e illiberale dell'Islam. Se a questa seconda interpretazione si dà lo spazio che oggi, storicamente e globalmente, essa assume accanto alla dimensione palestinese integrandola in una dimensione jihadista extraregionale e antioccidentale, allora si possono spiegare meglio tante cose. Si può capire come e perché la radicalizzazione ideologica abbia pervaso le masse di Gaza e della Cisgiordania, al punto di scatenarle entusiaste nelle piazze con feroci slogan antiamericani nei giorni seguenti il crollo delle Torri di Manhattan. Si può comprendere perché il mercantile «Monika» sia partito con un carico d'armi dal Golfo Persico verso le acque palestinesi. Si riesce infine a decifrare i motivi che hanno costretto Arafat a mentire di continuo, a indulgere per troppo tempo con frasi troppo elusive all'ondata terroristica, mentre l'80 percento del popolo palestinese la approvava e ne auspicava la prosecuzione. Tale intreccio di militanze panislamiste, che ormai conferisce una valenza internazionale al terrorismo palestinese, collegandolo nello spirito e nei metodi alla jihad di Al Qaeda, si staglia sullo sfondo di una generale crescita e avanzata musulmane nel mondo. Fin dagli anni settanta abbiamo cominciato ad assistere a un duplice processo esponenziale: aumento della popolazione islamica e inizio delle sue migrazioni di massa dai Paesi d'origine verso il ricco, tollerante, permeabile e vulnerabile Occidente europeo. Bastano poche cifre per misurare l'ampiezza del fenomeno. Fra il 1965 e il 1990 la popolazione complessiva del pianeta è passata da 3,3 a 5,3 miliardi, con un tasso annuo dell'1,85 percento. Nei Paesi musulmani il tasso è stato quasi sempre di oltre il 2 percento, con punte oscillanti dal 2,5 al 3 percento. Nel 1980 i musulmani costituivano il 18 percento della popolazione mondiale; nel 2000 superano il 20; nel 2025 raggiungeranno il 30. Un tempo gli scrittori catastrofisti usavano combinare lo spettro della bomba atomica con quello della bomba demografica; oggi gli stessi scrittori, lasciando perdere l'atomica, che pure rientra nelle aspirazioni dei discepoli di Bin Laden, potrebbero contentarsi di unire alla pressione demografica dell'Islam la minaccia altrettanto esplosiva del fondamentalismo islamico. Anche il recente vertice europeo di Siviglia, rompendo la vecchia abitudine degli europei al silenzio e alle perifrasi del «politically correct», ha dovuto lanciare l'allarme rosso. I governanti dell'Unione si sono visti costretti a progettare, di malavoglia, più severe misure d'autodifesa contro un'invasione che scarica sul continente circa mezzo milione di persone l'anno: non accadeva nulla di simile dai tempi delle calate barbariche dal Nordest teutonico-asiatico. Ma il problema vero, che gli europei seguitano a connotare pudicamento con il generico eufemismo di «emigrazione», concerne non solo la quantità sempre pià elevata degli emigrati; concerne forse soprattutto la qualità delle culture, delle religioni, dei costumi e dei pregiudizi confessionali che essi si portano dietro. Quando si parla di «emigrazione» si pensa in particolare, senza dirlo esplicitamente, all'emigrazione islamica. Si pensa al paradosso del Kosovo dove l'Occidente, per sacrosante ragioni civili e umanitarie, ha dovuto difendere dall'aggressione serba i fecondissimi albanesi a maggioranza musulmana: oggi, grazie alla Nato, che li ha salvati dalla «pulizia etnica», essi sono quasi due milioni contro poche decine di migliaia di slavi isolati e impauriti. Le democrazie europee, che giustamente, in virtù dei loro principii, si sono opposte con le armi alle bande criminali di Milosevic nel Kosovo, cosa potranno mai fare per impedire che il campione demografico kosovaro si rovesci nel futuro contro di loro estendendosi dai Balcani all'Europa intera? Come e con quali mezzi evitare che l'emigrazione clandestina, il terrorismo mediorientale alimentato da quello planetario, i rischi che incombono sull'esistenza di Israele, la diffusione a macchia di leopardo di Europa di una miriade di «Arabie europee» formino una massa critica tale da mettere in forse gli antichi contenuti di civiltà e di identità del continente? In altre parole: come affrontare, dopo il comunismo, il suo fluido e proteiforme successore islamico che all'idealismo religioso unisce la potenza demografica, che tende a trasformare le comunità musulmane nel mondo in sezioni militanti dell'Internazionale islamica, che inclina a combinare le più misericordiose sure coraniche con il dovere e la necessità della guerra santa agli infedeli? Ho già detto che ci sono molti e contraddittori Islam. Che gli Islam possono essere, come lasciava già intendere Hegel, uno, nessuno e centomila. Che le formazioni storiche dell'Islam, in Spagna, in Egitto, in India, in Persia, in Turchia, cercavano di mitigare realisticamente con la pratica quotidiana le asprezze dogmatiche dell'Islam religioso per il quale fede, politica e diritto avrebbero dovuto essere sempre e dovunque tutt'uno. Ma oggi purtroppo, nelle masse e in diverse gestioni governative, sembra prevalere l'influsso delle élites islamiste più radicali e intransigenti; molti intellettuali coranici sostengono che il comunismo, inerente all'universalismo e al disprezzo dell'Islam per la propietà privata, potrà avere vita molto più lunga nella sacra umma musulmana che nel pianeta sovietico che fu dannato dal materialismo. In questo ampio panorama, caratterizzato dal fideismo universalistico, il terrorismo rientra solo come componente accessoria e strumentale. Esso ricorda, per diversi aspetti, le organizzazioni segrete del Komintern e dello spionaggio sovietico, che ricorrevano saltuariamente all'eversione e all'omicidio, mentre lo Stato sovietico ufficiale inondava il mondo col mito della superpotenza industriale e il fulgore della sua ideologia umanitaria e progressista. Il movimento che è stato definito «Rinascita islamica», e che è un movimento integralista, non va perciò confuso tout court con le attività di sette cospirative come Hamas o Al Qaeda. «Rinascita» presenta piuttosto tratti in comune con il marxismo: diffonde testi sacri, auspica l'avvento di una società perfetta, preannuncia un cambiamento radicale dell'umanità, rifiuta le autorità costituite e i limiti dello Stato nazionale. Ma fu nella rivoluzione di Khomeini, nel suo ambizioso progetto di mettere l'Iran alla guida di tutti i popoli diseredati della Terra, che l'islamismo si presentò con grande protervia apodittica come l'erede legittimo del comunismo agonizzante. Bisognerebbe rileggere in proposito la lettera che il profetico ayatollah sciita, che si riteneva la reincarnazione del quarto califfo Alì, inviò poco prima di morire a Gorbaciov. In essa, il superbo teocrate iraniano quasi imponeva all'ultimo segretario del Pcus di riconoscere pubblicamente che il comunismo ateo era ormai una mummia storica, destinata come il capitalismo ateo a scomparire nel nulla. Insomma il povero Gorbaciov, già prossimo al crollo, avrebbe dovuto passare il testimone e ammettere che sulla scena mondiale restava una sola immensa potenza spirituale in grado di liberare l'umanità dalla «prigione dell'Occidente e del Grande Satana»: l'Islam.

Enzo Bettiza

La Stampa 
23/6/2002


DA MAOMETTO A OGGI, UNA CIVILTÀ COMPLESSA CHE RIPROPONE LA SUA SFIDA GEOPOLITICA, CULTURALE, TEOLOGICA E IDEOLOGICA ALL´OCCIDENTE

IMMIGRAZIONE più o meno clandestina, criminalità da immigrazione, polemiche sulla schedatura con impronta digitale degli immigrati, boom elettorale di Le Pen in Francia e degli orfani di Fortuyn in Olanda, boom editoriale della Fallaci in Europa e stroncature parigine del suo grido viscerale e dissacrante. Tutto questo si riduce in sostanza all'incandescente binomio Islam-Occidente. Binomio geopolitico, culturale, teologico, ideologico, che dal lontano medioevo maomettano riemerge, con straordinaria forza d'urto e d'attualità, dopo l'11 settembre e la campagna d'Afghanistan, fra le striature di sangue della tetra aurora del Duemila. Taluni auspicano la conciliazione dei due termini nel segno della tolleranza e della comprensione reciproche. Ma già nel lontano 1955 Guido Piovene, partecipando a un convegno della Fondazione Cini fra autorevoli intellettuali islamici e italiani, se la prendeva con le «formule noiose e false dei sofocrati», intenti a ripetere ingenuamente che «la conoscenza reciproca conduce sempre alla mutua intesa». E, con la lucidità che gli era propria, ammoniva fin da allora: «Sotto quel formulario di maniera, e sotto la compitezza formale, l'atteggiamento musulmano era quello di uomini che non vogliono dimenticare d'essere parte in un conflitto. Come nei comunicati di un Paese in guerra, essi non volevano ammettere la minima colpa, anche storica, qualsiasi fatto tale da indebolire la loro posizione di accusatori». Oggi l'osservazione di Piovene, che all'epoca poteva parere secondaria, salta invece subito agli occhi da quel mirabile reportage culturale in cui l'autore non risparmiava peraltro critiche e censure alla civiltà occidentale, giudicata presuntuosa e accusata di «considerarsi come la civiltà in assoluto» (Processo dell'Islam alla civiltà occidentale, ristampato in Oscar Mondadori, novembre 2001).

Tra conflitto e conciliazione 

Quali sono gli spigoli più acuminati di un binomio che oggi tende più al conflitto che alla conciliazione di due civiltà, ambiguamente affini nella comune matrice monoteistica, ma divergenti e spesso nettamente antitetiche nella prassi politica e nella visione ideologica dell'universo? La rinascita dei Paesi islamici nella modernità, cui essi anelano e che nello stesso tempo paventano, si profilava, fin dagli anni Cinquanta scrutati con acume da Piovene, come una rinascita dialettica, di contrasto e di crescente contrapposizione all'Occidente. Fin dal 1955, e più ancora dal 1956, marcato dalla vincente sconfitta di Nasser nella crisi di Suez, l'Islam arabo avviava il processo di recupero della propria identità storica opponendosi a Israele e alle due residuali potenze coloniali europee, Francia e Inghilterra. Dalla riconquista in termini bellici della propria identità storica e politica contro l'Occidente europeo, il nazionalismo panarabista passava poi, gradualmente, alla rivalutazione culturale delle più profonde radici religiose dell'Islam. Via via gli intellettuali e parte delle masse egiziane si sposteranno dal nazionalsocialismo risentito di Nasser al dogmatismo totalizzante dei Fratelli Musulmani, alleati e insieme perseguitati dallo stesso Nasser, il quale farà addirittura impiccare uno dei più eminenti «Fratelli» e «Dottori coranici» della setta: quel misterioso Sayyd Qutb, destinato a influenzare e a plasmare profondamente con le sue idee il fanatismo apocalittico e nichilistico di Osama bin Laden. Prima di salire sulla forca nel 1966 Qutb scriverà La via da seguire, libro molto apprezzato da tanti intellettuali estremisti, autentico manuale d'uso pratico e dottrinario del nuovo fondamentalismo e neoterrorismo kamikaze di Al Qaeda. Qui siamo ancora al ramo sunnita e wahhabita dell'islamismo militante. Il possente e dirimente strappo di qualità lo compirà poi l'ayatollah Khomeini portando la «rivoluzione islamica», derivata dal ramo eretico dell'islamismo sciita, al potere assoluto in Iran. Suo obiettivo sarà la trasformazione del modello di Stato laicista e modernista ispirato alla Turchia di Kemal Atatürk (Persia dello Scià, Egitto di Nasser, Siria e Iraq dei due partiti Baath) in uno Stato rigorosamente confessionale e teocratico. Quella guidata e affermata da Khomeini nel 1979 sarà, come ha scritto Luciano Pellicani, «la prima e più spettacolare vittoria riportata dal fondamentalismo». Si chiuderà così, con una mezza saldatura ecumenica fra le due maggiori correnti religiose dell'Islam, che torneranno a scontrarsi con la «guerra degli otto anni» scatenata contro Teheran dall'iracheno Saddam Hussein, il primo ciclo novecentesco della rinascita dell'identità religiosa islamica che in gran parte è tutt'uno col recupero dell'identità politica. Come dice Khomeini: «L'Islam è politico o non è». Ed è anche un salto indietro: un ritorno programmato alle origini castrensi dell'alto medioevo musulmano di Maometto e dei primi quattro califfi. Non si dimenticherà mai che il secondo di essi, Omar, anticipando il misoneismo dello stesso Khomeini e dei talebani decretò nel 641 la distruzione della celebre biblioteca di Alessandria con un'osservazione lapidaria: «O questi libri contengono ciò che c'è già nel Corano e allora sono inutili, oppure dicono qualcosa che nel Corano non c'è e allora sono pericolosi». In altre parole: Khomeini, riprendendo il distruttivo approccio ultracoranico alle civiltà contemporanee nel solco del quarto califfo Alì, capostipite sciita, infligge un colpo letale al sincretismo geopolitico kemalista dietro il quale s'intravvedeva anche l'ombra della relativa e intermittente tolleranza ottomana nei Balcani: «Apparteniamo alla nazione turca, alla religione islamica e alla civiltà europea».

Burckhardt e Hegel 

Quale Islam dunque? Sunnita o sciita che sembrano però equivalersi nel califfo Omar e nel califfo Alì? Nasserista, baathista, khomeinista o kemalista? Turco, iraniano, mongolo, bosniaco, albanese oppure prevalentemente arabo e panarabista? Quello della Mecca saudita o quello della Gerusalemme palestinese? L'Islam di coloro che vedono in esso un'appendice abramitica del Vecchio Testamento, oppure di coloro che vi scorgono una prosecuzione originale e creativa del cristianesimo in forma araba e antigiudaica, o ancora di coloro che non trovano altro in esso che un manuale di guerra e di oppressione dei popoli non musulmani? L'Islam d'assalto delle sette del terrore, dei deliranti dervisci, degli Assassini eterodiretti dal Vecchio della Montagna, degli omicidi suicidi, della jihad permanente e totale? Oppure l'Islam classicista ed ellenista che, nonostante il rogo culturicida della grande biblioteca dei Tolomei, seppe poi riscattarsi e nobilitarsi con Averroè e Avicenna, traducendo e diffondendo Aristotele e i testi greci di scienza e di medicina? Quale fu, se mai vi fu, il sommerso canale di comunicazione fra il Corano che imponeva di decapitare i miscredenti tagliandogli «le estremità delle dita», e il Corano che accettava di coesistere accanto agli scritti di filosofia, di matematica e di astronomia nello stesso momento in cui l'Europa cristiana s'imbarbariva nel Medioevo e Bisanzio metteva all'indice filosofi e liberi ricercatori? Aveva più torto lo sprezzante Jacob Burckhardt, maestro di Nietzsche, per il quale Maometto era nient'altro che un semplificatore radicale e fanatico, o aveva più ragione il prudente Hegel, per il quale invece il complesso teologico coranico e l'Islam in sé erano «la vera e propria patria della mutevolezza», un «mare infinito», un «ondeggiamento perpetuo», dove non c'era nulla di saldo e di fermo e dove il fanatismo poteva prendere le direzioni più imprevedibili? Infine interpreta meglio l'odierna anima araba il nichilista mistico Osama bin Laden, quando sostiene che l'unità islamica si farà combattendo e azzerando l'Occidente, oppure la capisce e spiega meglio il relativismo pragmatico del presidente egiziano Mubarak, quando sostiene che «l'unità araba cambia come cambia il tempo»? In genere i più indulgenti buonisti e terzomondisti occidentali, quelli che tacciano la Fallaci di razzismo e predicano l'integrazione indiscriminata dei musulmani residenti in Europa, insistono schematicamente sul fatto che esistono due Islam: uno maggioritario, umano, misericordioso, aperto al dialogo e alla convivenza; l'altro minoritario, violento, terroristico, vendicativo, che però trarrebbe i suoi stimoli distruttivi dalle ingiustizie del nuovo capitalismo globalizzatore e mercificante. Dovremmo puntare la carta dell'intesa sul primo, redimendo il secondo per via indiretta, con la bonifica delle miserie del Terzo Mondo e la lotta ai mali della globalizzazione. Il punto debole di questo approccio manicheo e dualistico consiste nella generica gabbia moralistica in cui si vorrebbe imprigionare il molto più fluido e complesso e più sfuggente mondo musulmano. Secondo Piero Ostellino, sceso in ardita difesa liberale della Fallaci aggredita dai «sofocrati» dei «due Islam», fra i quali spicca l'ormai vecchio filosofo parigino Bernard-Henri Lévy, «l'Islam non è buono, né cattivo. È. Con tutto il suo carico di fondamentalismo religioso, di integralismo politico, di rifiuto della democrazia liberale e di aggressività antioccidentale». A questa efficace e in parte ben motivata semplificazione giornalistica del problema, vista nell'ottica di un liberale incallito e insofferente, vorrei aggiungere per parte mia, appoggiandomi anche a lontani ricordi autobiografici, che non ci sono due ma almeno dieci e forse quindici Islam. La suddivisione non corre manicheisticamente attraverso due secche categorie etiche, quelle del «buono» e del «cattivo», ma piuttosto attraverso categorie altre e diverse. Etniche, se pensiamo a certe non trascurabili differenze tra Islam arabo, Islam turco, Islam persiano o pakistano o indiano o centrasiatico. 

Il Corano rivive 

Storiche, se consideriamo i cicli epocali in cui al primo Islam guerriero ed espansionistico del condottiero Maometto segue l'Islam anarcoide dei quattro califfi tutti morti ammazzati, l'Islam dell'epoca d'oro imperiale che si estende dall'Indo a Cordova, l'Islam umanistico che trasmette all'Europa i tesori della cultura ellenica; quindi l'Islam delle sette millenaristiche e assassine, l'Islam della grandiosa costruzione militare e amministrativa ottomana, l'Islam della decadenza in cui dal millet autogestito di cristiani ortodossi, mercanti armeni ed ebrei si passa, sempre nel quadro ottomano, al regime semicoloniale delle capitolazioni in Egitto e su altre coste nordafricane; infine l'Islam del risveglio arabo e antiturco che sulla fine della Grande Guerra celebra il proprio trionfo paradossale, con l'aiuto di agenti coloniali britannici come il colonnello Lawrence, nelle vie di Damasco in mezzo alle macerie dell'ultimo grande impero islamico della storia. La storia dell'Islam è stata una storia brada di frammenti e spezzoni arabi spesso alla deriva; di conversioni di tribù della steppa che col Corano e la spada crearono temibili imperi bicontinentali; di splendori e miserie che di volta in volta videro arabi, turchi, persiani, indiani, iberici, siciliani, balcanici dibattersi fra le maglie di conquiste e riconquiste, colonizzazioni e decolonizzazioni, oppressioni e liberazioni. Il tutto fra moschee e architetture stupende, fra omerici e crudeli massacri sui campi di battaglia e mercati di carne umana nei bazar mediterranei, sanguinarie congiure di palazzo e di dinastia su sfondi di mistero e di preghiere coraniche di massa e di setta. Il Corano è stato il mutevole ma non precario mastice di questo universo multinazionale e religioso, privo di gerarchie ecclesiastiche e di califfi o sultani o vizir intoccabili. Non si è mai capito bene chi sia o chi fosse l'imam degli sciiti e sette affini: una specie di pontefice, un essere semidivino, un maestro di vita e di preghiera, un giureconsulto o un implacabile inquisitore? Il mistero esoterico aumenta quando poi l'imam diventa un imam scomparso, nascosto, mezzo mago e mezzo messia, che si ripresenterà a chiedere il conto ai mortali nel giorno estremo del Giudizio Universale. Quindi non un Corano unico, bensì liberamente e fluidamente interpretato o reinterpretato da sunniti, sciiti, fatimidi, sciiti duodecimani e settimani, zajditi e ismailiti, sufi e dervisci eccetera, chi più ne ha più ne metta. Oggi comunque, per intervento polemico di intellettuali estremisti arabi, di ayatollah iraniani e mullah pakistani, il Corano rivive anche nelle traduzioni straniere una seconda giovinezza. Tutti, perfino gli agenti della Cia e dell'Fbi, oggi lo leggono, lo consultano e compulsano con tanto di matita rossoblù. Molti ritengono di trovare la chiave oscura e originaria del terrorismo nelle sue sure e nei suoi versetti. Altri pensano di trovarvi l'antidoto antiterroristico. Si direbbe che Cristo si sia oggi fermato alla Medina e che Maometto sia tornato alla Mecca a contare, novello guerriero della jihad moderna, gli ultimi giorni dell'Occidente a partire da una nuova e punitiva egira planetaria.

Enzo Bettiza

La Stampa
9/6/2002


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