Intervista ad Huntington sullo "Scontro di civiltà"

L´identità europea nello specchio turco

vedi anche in "sulla democrazia"

Mezza luna d'Europa  Un grande passato Islam, quale futuro La malattia dell’Islam
Enzo Bettiza sull'Islam:Europa Islam, Una civiltà complessa che ripropone la sua sfida all'occidente,Il fondamentalismo erede del comunismo, La doppia identità

Intervista ad Huntington sullo "Scontro di civiltà"

SONO passati quasi dieci anni da quando lei scrisse «Scontro di civiltà», un articolo per «Foreign Affairs» che ottenne un successo clamoroso in tutto il mondo e che nel 1996 è stato pubblicato in forma di libro e tradotto in 32 lingue. L´11 settembre è stato per lei una conferma? «In un certo senso sì».

In effetti sembrava un´illustrazione perfetta della sua tesi: non una guerra fra Stati come nell´Ottocento, né una guerra fra ideologie come nel Novecento, ma l´attacco di un gruppo islamico isolato contro il simbolo della civiltà occidentale, l´America.
«Proprio così. Si è trattato di persone che in modo deliberato si sono identificate con un ramo della civiltà islamica. Lo stesso Osama bin Laden si è sempre espresso in termini di "lotta fra culture"». 

Per Osama si trattava però di una «guerra contro cristiani e ebrei»...
«Esatto, ma non bisogna dimenticare che si è trattato di uno scontro circoscritto. Come ho già detto subito dopo l´11 settembre, solo se le società e i governi islamici si schierassero con bin Laden ci sarebbe il rischio di uno scontro mondiale». 

Durante la Guerra del Golfo una parte del mondo arabo si è schierato a fianco dell´America contro l´Iraq. Oggi, al contrario, di fronte alla prospettiva di un secondo attacco americano all´Iraq, quasi tutto il mondo musulmano è contro America e Israele. Lo scontro fra civiltà si fa più acuto?
«Il potenziale per un vero e proprio scontro c´è, anche perché nella lotta delle culture si sono aggiunti altre due fattori: l´escalation del conflitto fra Pakistan e India e la seconda Intifada. I musulmani di tutto il mondo si identificano con i palestinesi». 

Una frase famosa del suo articolo dice: «L´Islam ha dei confini di sangue». Può spiegarcene il motivo?
«Non perché l´Islam sia sanguinario di fondo. Ci sono più fattori in gioco. Uno è il sentimento storicamente condiviso fra i musulmani di essere stati soggiogati e sfruttati dall´Occidente. Un altro è il rancore per forme concrete della politica occidentale, soprattutto per il sostegno che l´America dà allo Stato di Israele. Il terzo fattore è il "rigonfiamento demografico" nel mondo arabo. Il gruppo più consistente è fra i 15 e 30 anni. Questi giovani non trovano lavoro nei Paesi di nascita. Tentano di andare in Europa o si lasciano reclutare per la lotta contro i non-musulmani. Al Qaeda paga molto bene». 

Intende dire che lo scontro fra le civiltà è una lotta demografica alimentata dalla disoccupazione di massa dei giovani?
«Le società "vecchie" non conducono guerre». 

L´Europa è pacifica perché è vecchia e stanca?
«Gli europei erano molto violenti cent´anni fa, quando il loro profilo demografico assomigliava a quello del mondo arabo. Il massacro della Prima guerra mondiale era possibile solamente perché c´erano così tante persone da massacrare. Ma non esaltiamo troppo questo fattore. Nel 2020 questo fenomeno sarà ridotto e ciò renderà più facile avere rapporti pacifici con l´Islam». 

Crede che, se gli Stati Uniti ritirassero il loro appoggio a Israele, l´Islam perderebbe uno dei suoi «confini di sangue»?
«I "confini di sangue" si riferiscono a un fenomeno più ampio del conflitto fra israeliani e palestinesi. Ma è giusto che i musulmani ritengano che gli Usa siano di parte, e che gli Usa chiamino la sicurezza d´Israele un interesse nazionale». 

Che cosa dire di tutti gli altri conflitti che mobilitano musulmani contro non-musulmani? Bernard Lewis vede nell´Islam la reazione storica di un vecchio rivale contro la nostra eredità giudaico-cristiana, la nostra presenza secolare, e la diffusione mondiale di entrambi questi due elementi. 

«La rivalità storica esiste fin dal settimo secolo, dalla nascita dell´Islam e dalla conquista islamica dell´Africa del Nord, del Medio Oriente e di vasti territori europei. E´ cambiato tutto nell´Ottocento, quando l´Occidente cominciò a colonizzare il Medio Oriente e portò avanti l´opera fino al Novecento». 

Lei stesso ha parlato di un´ostilità islamica nei confronti di idee occidentali: individualismo, liberalismo, costituzionalismo, diritti umani, equità dei sessi, democrazia. 

«Dobbiamo distinguere fra varie correnti e gruppi. Naturalmente esistono musulmani che condividono tutti questi valori occidentali. Ma purtroppo sembra che dappertutto queste fazioni siano in minoranza, con poco potere e possibilità d´influenzare. Gran parte dei governi nel mondo islamico sono dittature». 

Dunque si tratta di una collisione fra sistemi di potere?
«La domanda è: perché non esiste democrazia nei Paesi islamici? Forse il motivo è culturale. Ma se guardiamo all´Islam nella sua interezza, vediamo che la Turchia, ad esempio, è una forma di democrazia, e anche il Pakistan ha avuto forme democratiche. Non credo che l´Islam sia di per sé antidemocratico». 

Solamente l´Islam arabo è antidemocratico?
«È vero che lì non esiste Stato democratico, tranne il Libano. Ma il Libano era più cristiano che musulmano. Quando i rapporti di maggioranza sono cambiati è scattata la guerra civile. Ciononostante esistono grandi differenze fra i 40 Paesi islamici». 

Lei ha parlato anche di un nesso «islamico-confuciano» vedi il flusso di armi dalla Cina e dalla Corea del Nord al Medio Oriente. E´ un nesso culturale oppure si tratta di Realpolitik?
«La base sono gli interessi comuni. Le due culture sono molto diverse». 

Dunque gli interessi pesano più della cultura?
«Gli interessi si riferiscono a un avversario comune, gli Usa. Forse anche all´Occidente intero. La politica di potere non finisce mai. Ma viene rafforzata da cultura e religione, sebbene queste non riescano a spiegare tutto. Vedi l´alleanza fra la Turchia e Israele». 

Ci sono altri esempi in contraddizione con la sua tesi dello scontro fra le civiltà. Lei descrive la Russia come centro del «cristianesimo orientale». Non le sembra che questa cultura orientale si stia spostando decisamente verso Ovest?
«Da Pietro il Grande la Russia ogni tanto l´ha fatto. Occidentalizzazione e modernizzazione sono un vecchio motivo della storia russa. Ma c´è anche il motivo contrario, il motivo "slavo", secondo cui la Russia ha una destinazione del tutto divergente dall´Occidente. Questa corrente del resto si può trovare anche nel bolscevismo: "Siamo diversi e migliori, siamo il futuro e seppelliremo l´Occidente"». 

E il putinismo?
«Il putinismo si distingue dallo eltsinismo, che si era identificato ideologicamente e culturalmente con l´Ovest. Putin è solo un pragmatico. Quando gli va, coopera con gli Usa. Allo stesso momento riesce a fare anche il contrario, come dimostra la sua attuale politica nei confronti di Iran, Iraq e Corea del Nord». 

I conflitti all´interno delle culture possono essere più gravi di quelli tra le culture. Da un lato l´Iraq ha aggredito il Kuwait e l´Iran, dall´altro la Turchia fa pressione per entrare nell´Ue cristiana.
«Sicuramente esistono seri conflitti all´interno dello stesso Islam. La Turchia, ad esempio, sta tentando da vent´anni di entrare nell´Ue, ma sta sempre in lista d´attesa, mentre Polonia, Repubblica Ceca, Lettonia entreranno. Questo perché l´Unione non crede ? sulla base di ragioni culturali - che la Turchia debba entrare». 

Che c´è in comune fra l´Islam delle ex repubbliche sovietiche e quello di Egitto e Iraq?
«Tutti sono musulmani, e tutti hanno movimenti fondamentalisti e regimi estremamente autoritari. La cosa interessante dell´ex blocco sovietico è che democratizzazione e riforma economica si muovono lungo linee culturali molto precise. Tutti i Paesi che appartenevano all´Europa centrale oggi manifestano grandi progressi. Le culture ortodosse di Bulgaria, Bielorussia e Ucraina sono invece più lente nel processo di riforma. Ma l´Albania musulmana e i Paesi dell´Asia centrale sono ancora molto più lontani dal raggiungere successi di riforma minimi». 

Non c´è anche una spaccatura nel mondo occidentale malgrado la cultura comune? I conflitti fra Europa e Usa sono sempre più frequenti, vedi Kyoto, l´Aja e il rifiuto dell´Europa di entrare in guerra contro l´Iraq?
«Prima di tutto si deve distinguere fra cultura e struttura, la struttura del potere globale. Durante la guerra fredda c´erano due superpotenze, adesso ne è rimasta una, e in più una dozzina di poteri regionali (Europa, Cina, Russia, India ecc.). Fra questi e la superpotenza c´è un costante potenziale di conflitto». 

Dunque la struttura pesa più della cultura?
«Non è proprio così. Gli Usa e l´Ue condividono una cultura occidentale, ma la logica della cultura lavora contro la logica del potere. Dopo l´11 settembre gli europei si sono sentiti parte di una comune cultura occidentale e hanno dato vita a una grande ondata di solidarietà. Adesso però sta di nuovo prevalendo la logica del potere, insieme alle vecchie divergenze. Poi c´è un altro aspetto del conflitto di potere. I poteri secondari che si sottraggono al potere principale della loro regione di riferimento, si appoggiano agli Usa come partner naturale». 

Sta pensando alla Gran Bretagna?
«Sì, visto che anche culturalmente è il paese più vicino agli Usa. Ma anche Polonia, Ucraina e Uzbekistan saranno sempre filoamericani, perché non vogliono tornare sotto il predominio russo». 

E´ sempre la classica politica degli equilibri mondiali quella che conta?
«No. Entrambe le cose sono rilevanti. Le fratture più pericolose sono quelle in cui si sovrappongono differenze di potere e differenze culturali. Usa e Ue non entreranno mai in guerra l´una contro l´altra. India e Pakistan invece possono, come anche Israele e gli arabi o Cina e Stati Uniti». 

Copyright «Die Zeit» 
La Stampa
5/9/2002 

Mezza luna d'Europa 
Percepiti come una presenza ostile e spesso assimilati al fondamentalismo di Al-Qaeda, i musulmani che vivono in Occidente vedono sempre più minacciata la propria identità. Soprattutto dopo l'11 settembre. Delle prospettive e delle difficoltà che incontrano oggi i cittadini europei di religione islamica, parliamo con Tariq Ramadan

TIZIANA BARRUCCI
STEFANO LIBERTI

«Dopo l'11 settembre, la frattura tra il mondo musulmano e l'Occidente si è fatta sempre più profonda. La situazione è a rischio anche in Europa, con un sentimento persistente di islamofobia». Tariq Ramadan, professore di islamologia all'Università svizzera di Friburgo, nipote di Hassan el Banna - il fondatore dei Fratelli musulmani ucciso in Egitto nel 1949 - studia da anni i rapporti tra islam e Occidente e i problemi d'integrazione dei musulmani europei. Aspetti a cui ha consacrato diversi libri, due dei quali appena comparsi sul mercato editoriale italiano: uno - Essere musulmano europeo (Città aperta editore, pp. 340, 20 euro) - è dedicato alle prospettive e alle difficoltà dei cittadini europei di confessione musulmana. L'altro - Intervista sull'Islam (edizioni Dedalo, pp. 240, 15 euro) - è il resoconto di un lungo duetto condotto negli ultimi due anni da Ramadan con Alain Gresh, capo-redattore di Le Monde diplomatique, nel corso del quale i due hanno confrontato le proprie opinioni sulla percezione dell'islam in Occidente, sugli equilibri e gli squilibri mondiali, sulla globalizzazione. Un dialogo riproposto la settimana scorsa a Milano durante una delle serate con i redattori di Le Monde diplomatique promosse dall'Associazione culturale Punto rosso e da Attac Italia. Incontriamo Ramadan al centro di cultura islamica di Milano, dove ha presentato il suo libro Essere musulmano europeo, in un dibattito organizzato dall'Unione delle comunità islamiche in Italia e dai Giovani musulmani d'Italia.

Cosa è cambiato dopo l'11 settembre nel rapporto tra islam e Occidente?

L'11 settembre ha risvegliato una serie di timori sempre esistenti sottotraccia. Se molti giornalisti, soprattutto della carta stampata, hanno cominciato a interessarsi veramente all'islam, compiendo un reale sforzo di comprensione, i grandi media invece hanno eluso questo problema finendo per veicolare la convinzione che l'Occidente è contro l'islam e viceversa. Quest'idea è aberrante, dal momento che le due entità sono profondamente compenetrate. Tuttavia posso dirvi che, avendo visitato i paesi musulmani dopo l'11 settembre, ci sono tutti gli ingredienti per uno scontro reale.

Quali sono questi ingredienti?

Il primo è l'ignoranza di sé. C'è una sorta di smarrimento generalizzato, in cui si è persa la percezione dei valori da difendere. Il secondo, legato al primo, è l'ignoranza dell'altro. Nel mondo musulmano l'Occidente è rappresentato in modo caricaturale, e lo stesso avviene per l'islam in Occidente. Esiste dunque un deficit di comprensione, che si è ulteriormente approfondito con le ultime vicende internazionali. E qui arriviamo al terzo ingrediente: gli interessi geostrategici in gioco. Non possiamo non pensare che gli Stati uniti abbiano tratto enormi vantaggi dagli eventi successivi all'11 settembre. Hanno potuto stabilirsi in Afghanistan, nelle ex repubbliche sovietiche, ora andranno probabilmente in Iraq. E nel mondo arabo di certo non si ignora la profonda ipocrisia del discorso occidentale, di una retorica che si ammanta di buoni propositi per i fini più grezzi. Insomma, che differenza c'è tra il regime saudita e i taleban? Si colpiscono i taleban perché sono poveri e potrebbero avere il petrolio e si lasciano in pace i sauditi perché sono ricchi e hanno il petrolio. Quello che è in azione oggi è un gioco strategico generale che può portare ad un vero e proprio scontro di civiltà.

Uno scontro di civiltà di cui faranno le spese i musulmani?

Sono convinto che, a medio termine, lo sviluppo di una nuova politica securitaria, tanto a livello internazionale che dei singoli stati, non prenderà di mira solo i musulmani, ma tutti coloro che contestano l'ordine costituito. Il modello che ci stanno proponendo è quello di una società poliziesca. Questo modello si basa su una serie di definizioni a geometria variabile, come quella di terrorista. Una definizione che ormai chiunque usa per indicare il proprio nemico e giustificare le azioni più abiette: Sharon ha Arafat, Putin i ceceni, e così via. La cosa più pericolosa oggi è costituita proprio da questi continui slittamenti semantici: le parole diventano il metro di giudizio per le azioni politiche. Ecco quindi svilupparsi una terminologia in funzione degli interessi perseguiti: si è parlato di terrorismo, di scontro di civiltà. Domani si potrà parlare di lotta per i diritti umani o di guerra contro l'asse del male. Nella gestione della questione palestinese, in particolare, è in atto una vera e propria guerra delle parole. Prendete il caso di Jenin. Ci si è affannati per cercare di capire se vi fosse stato o meno un massacro - con discussioni interminabili sul significato stesso della parola «massacro» -, facendo passare in secondo piano il fatto che c'era stata un'aperta violazione della Convenzione di Ginevra.

Anche l'uso del termine «martire» può essere considerato parte di questa guerra delle parole?

È un dato di fatto che secondo il Corano chiunque muoia difendendo i propri diritti è un martire. Si tratta quindi di un concetto generale che è ben presente nella tradizione musulmana. Ma ogni situazione deve essere considerata nel suo contesto. Una cosa sono gli attentati contro il World Trade Center, che sono da condannare senza condizioni. Un'altra gli attacchi suicidi compiuti dalla resistenza palestinese, la quale solo nell'ultimo periodo ha cominciato ad utilizzare tali mezzi estremi. Questa deriva è stata determinata dall'abbandono della Palestina da parte della comunità internazionale: gli Stati uniti sono schierati apertamente con Israele, l'Europa tace. I palestinesi non sono in grado di colpire né i militari, né le colonie, che sono armate. E non hanno altro mezzo che il sacrificio della propria vita per essere riconosciuti a livello mediatico. Se l'uccisione di innocenti e di civili è condannabile, allo stesso tempo quello che oggi accade in Palestina è comprensibile. Il contesto, la sproporzione delle forze ci obbligano a capire.

Gli attentati sarebbero quindi parte di una strategia tesa ad attirare l'attenzione internazionale? Se questa è la strategia, non rischia di essere controproducente?

Non credo si stia seguendo una strategia precisa. Un popolo sta semplicemente dicendo alla coscienza internazionale: se voi non intervenite per bloccare l'elefante, non dovete sorprendervi che il topo farà saltare tutto per aria. Nulla ormai in Palestina può risolversi senza l'intervento della comunità internazionale. Ecco perché mi sembra che i palestinesi ci stiano lanciando un monito: o agite secondo i vostri principi imponendo ad Israele una soluzione equa oppure sarete complici oggettivi della nostra morte.

Come giudica l'inazione degli stati arabi sulla questione palestinese?

Esistono nei paesi arabi due ordini di problemi. Il primo è l'immobilismo intellettuale e politico. Il secondo è la posizione di subordinazione all'Occidente nella partecipazione al sistema economico globale. Basti pensare all'Arabia saudita, un regime dittatoriale dove un'unica famiglia regna incontrastata e si arricchisce vendendo il petrolio all'Occidente. L'atteggiamento della dinastia saudita è profondamente ipocrita: essa alimenta un sistema economico-finanziario intrinsecamente contrario ai principi islamici, di cui pure afferma di essere la custode.

Perché questo sistema è contrario ai principi dell'islam?

Uno dei fondamenti dell'islam è il rifiuto della speculazione e dell'economia basata sull'interesse. L'attuale globalizzazione economica è la globalizzazione di un sistema di speculazione finanziaria che è di per sé contrario a tale principio. Ecco perché io sostengo che, in linea teorica, la resistenza al neo-liberalismo è in qualche modo consustanziale alla religione musulmana. I musulmani dovrebbero per principio sviluppare forme di resistenza a questo modello.

In che modo?

Creando cooperative di sviluppo, banche alternative, piccole e medie imprese che, proprio a partire dal sistema, siano in grado di uscire dal sistema. Il mio obiettivo è convincere la coscienza musulmana che è questa la nostra lotta. Io definisco il sistema economico internazionale dar el harb, ossia lo spazio della guerra; il che mi crea non pochi problemi con i miei correligionari. Ma noi siamo in guerra contro questo sistema. E, nell'islam classico, quando si è nel dar el harb si possono utilizzare i mezzi del nemico per uscire dalla sua logica. Oggi, il 99% degli imprenditori musulmani è bloccato, perché non può chiedere prestiti. Io dico loro: smettetela. Chiedete prestiti. È solo utilizzando questi mezzi che potremo fermare il sistema della speculazione e creare un modello alternativo. Tutti i cittadini occidentali di confessione musulmana, americani ed europei, dovrebbero uscire dal loro isolamento e cominciare a lavorare con i gruppi che sono in resistenza. È per questo che ho cominciato a tessere forme di partenariato con le reti alternative, con Attac, con il movimento per una globalizzazione diversa.

Questo nel mondo occidentale. E nei paesi islamici?

È il passo successivo. Per molto tempo, le idee si muovevano dal mondo musulmano verso l'Europa, perché eravamo noi gli esiliati. Ora lo scambio è strutturato in senso inverso: sono le idee di noi musulmani europei a diffondersi a macchia d'olio nei paesi di confessione islamica. Il mio libro Essere musulmano in Europa, per esempio, è tradotto in lingua indonesiana, in urdu, in arabo. Quindi, una problematica apparentemente di carattere locale - come quella dell'integrazione dei nostri correligionari nel modello europeo - finisce per suscitare interesse in tutto il mondo musulmano. E non è un caso: essa investe una serie di tematiche generali legata alla condizione di minoranza e alla crisi di identità che ne deriva.

In che modo l'identità musulmana sarebbe messa in pericolo dall'integrazione nel modello europeo?

Quando si parla dell'integrazione dei musulmani in Europa, bisogna fare una distinzione tra il problema interno relativo alla definizione della propria identità - un problema che investe la sfera affettiva, psicologica e culturale - e quello del riconoscimento esterno, legato non solo all'ambito del diritto, ma anche al modo in cui viene rappresentato l'islam. Quest'ultimo è spesso percepito come una presenza ostile e associato alla violenza e al terrorismo. È considerato un corpo estraneo, un elemento che non appartiene alla realtà europea. È anche per questo che i musulmani tendono a sviluppare un atteggiamento di difesa.

Tale atteggiamento di difesa non può sfociare in un ripiegamento identitario?

Non direi. Credo che quello della definizione della propria identità sia un passaggio obbligato. L'Europa - bianca e cristiana - di per sé non prevede alcuna forma di inclusione del diverso, né la possibilità di modelli di appartenza multipla. L'identità di cui parlo io è aperta e interattiva, e non chiusa e isolata. Se dobbiamo evitare di cadere in un'ossessione identitaria, noi musulmani non possiamo eludere questo momento importante in cui cerchiamo di definire un nostro specifico senso di appartenenza. Ciò che dobbiamo fare è normalizzare la nostra presenza senza banalizzarla. È un cammino tutto ancora da tracciare, soprattutto in una realtà come l'Unione europea, che si definisce pluralista ma è assolutamente omogenea e assai poco flessibile.

Crede che sia stata questa scarsa flessibilità a determinare in Francia le polemiche sul foulard a scuola?

Il problema del velo o del foulard è legato a quello della percezione generale che si ha dei musulmani. Quando una donna decide di sua spontanea volontà di indossare il velo o il foulard, non la si può obbligare a toglierlo. Diverso è il caso in cui una donna è costretta a portarlo. Le persone devono essere libere di scegliere. Ma, a mio avviso, in Europa e in particolare in Francia, quello del velo è un falso problema. Il problema reale riguarda ancora una volta la rappresentazione. È stato dimostrato che le ragazze che indossano lo hijab sono le più integrate, quelle che raggiungono i migliori risultati scolastici. Dobbiamo allora metterci d'accordo sul significato della parola «integrazione»: vogliamo un'integrazione dell'apparenza o un'integrazione reale? Si può infatti essere completamente integrati a livello di abbigliamento e disintegrati socialmente, come accade in alcune banlieues, in cui i giovani sono completamente abbandonati a se stessi.

Va detto però che, se il modello europeo è rigido, quello della maggior parte dei paesi musulmani non è certo più aperto....

Ritengo che vada rifiutata senza indugi qualsiasi riflessione sulla reciprocità: quell'idea per cui, visto che negli stati musulmani alcuni diritti non vengano rispettati, lo stesso debba accadere in Europa. Il diritto non è una merce, e non può essere frutto di una negoziazione. È un valore assoluto e i cittadini musulmani dei paesi occidentali non sono responsabili di ciò che fanno i regimi repressivi e dittatoriali dei paesi d'origine, anche se hanno il dovere morale di criticarli.

il manifesto 
17 Maggio 2002


Islam, quale futuro

Parla Fouad Ajami, famoso storico libanese della Johns Hopkins University. Che denuncia i pericoli dell’oscurantismo e gli orrori del terrorismo

dal nostro corrispondente 
ANNA GUAITA 

New York. I suoi nemici lo accusano di essere troppo critico contro il mondo arabo. I suoi ammiratori pensano che se la cultura araba vuole riconquistare la grandezza del passato, di pensatori come lui ce ne vogliono di più. Il dibattito ha reso Fouad Ajami una star ben oltre il mondo accademico: capo opinionista per il network Cbs, ascoltato consigliere della Casa Bianca, autore di numerosi bestseller sulla civiltà musulmana, il 56enne libanese è oramai il più famoso e influente storico opinionista arabo negli Usa. Il Messaggero lo ha raggiunto nel suo ufficio alla Johns Hopkins University, dove dirige l’Istituto di Studi Medio Orientali. 
Professore, in una intervista a questo giornale, il premio Nobel Elie Wiesel, lo storico ebreo sopravvissuto ad Auschwitz, qualche giorno fa ha sostenuto che la principale causa della crisi che oggi oppone il mondo Occidentale al mondo arabo va ritrovata nella istruzione scolastica faziosa dei paesi islamici. Questa istruzione, dice Wiesel, genera odio verso gli infedeli, e impedisce il dialogo con l’Occidente. Lei è d’accordo? 
«Gli arabi si chiudono a riccio quando sentono delle critiche da parte di estranei. Ma devo ammettere che Wiesel tocca un punto cruciale. Nei miei viaggi nei paesi del Medio Oriente, dal Kuwait all’Arabia Saudita, dall’Egitto alla Giordania, ho constatato che gli intellettuali laici sono consapevoli che c’è un gravissimo guasto nel sistema dell’istruzione. La cultura secolare e modernista ha perso la sfida: non è riuscita a trasmettere alle nuove generazioni l’ansia di conoscere, di scoprire, di ricercare». 
Per colpa di chi questa sfida è stata persa? 
«Negli ultimi venti anni si è registrata nel mondo arabo un’eccezionale esplosione demografica. Oggi, nei paesi arabi, il 45 per cento della popolazione ha meno di 14 anni. E l’istruzione di queste masse sconfinate scivola sempre di più nelle mani del clero. Succede così che i nostri giovani diventano semi-istruiti: sanno leggere e scrivere, ma lo fanno in modo passivo, senza abilità critica, senza curiosità. I maestri insegnano loro solo i testi sacri, nel modo più conformistico e acritico possibile. Gli attentati dell’undici settembre sono stati per molti intellettuali della mia età uno shock orrendo: abbiamo scoperto che noi, genitori di cultura laica e modernista, abbiamo figli di cultura integralista e intollerante. Ecco la battaglia da combattere: salvare le nuove generazioni dall’oscurantismo dell’integralismo». 
Professore, chi la combatterà questa battaglia? 
«Quel piccolo gruppo di intellettuali laici presenti in ogni paese arabo. E’ un gruppo assediato, ma anche molto deciso a non arrendersi». 
Che ruolo hanno i governi? 
«Di connivenza con gli integralisti. Negli anni Settanta e Ottanta gli integralisti hanno tentato di scalzare i regimi di vari paesi, in Egitto, in Algeria, in Siria, in Tunisia. Un tentativo, anche se meno appariscente è stato compiuto anche in Arabia Saudita. Non ci sono riusciti. Sono stati spesso repressi con grande versamento di sangue, e alla fine hanno adottato una tattica diversa: impadronirsi del potere attraverso l’istruzione delle nuove generazioni. E i governi li hanno lasciati fare, convinti che questa manovra non li danneggiasse. Hanno ragionato secondo un principio egoista e ottuso: “dopo di me il diluvio"». 
Molti giovani però emigrano, scoprono altri mondi e altre culture. Il loro apporto non si avverte? 
«Una volta l’emigrazione aveva una ricaduta modernista. La prima emigrazione, quella dei palestinesi, dei siriani e dei libanesi, è stata una emigrazione culturalmente più illuminata, che ha accettato di farsi assimilare e di vivere secondo le regole del paese che la ospitava. Oggi la tendenza è diversa. Molti giovani arabi che vengono in America e in Europa, vedono le libertà loro offerte ma non sanno comprenderle e apprezzarle perché sono stati istruiti a disprezzarle. Quindi provano ansia, scollamento. Non so se ha mai ascoltato le trasmissioni di Al Jazeera, la cosiddetta “Cnn araba": ha un programma in cui mandano in onda le telefonate degli spettatori. Ebbene le telefonate più arrabbiate, più fanatiche sono quelle che provengono da Copenaghen, Milano, Stoccolma. Descrivono il paese che li ospita come “il paese degli infedeli". Non provano rispetto per chi ha aperto loro le porte, ma risentimento. Capisce perché sono d’accordo con Wiesel? L’istruzione faziosa del clero integralista allunga i suoi tentacoli fino all’altro capo del mondo». 
Professore, ma il mondo Occidentale può far qualcosa per aiutare? Le Nazioni Unite ad esempio? 
«Forse ai margini, ma al fondo questa è una battaglia di noi arabi. E’ una battaglia per la salvezza della nostra anima. Se le Nazioni Unite cercassero di aiutare, gli esponenti dell’Islam la accuserebbero di imperialismo culturale». 
Ma sembra una battaglia senza speranza.... 
«Non è esattamente così. Qualcosa sta già succedendo: dopo l’undici settembre sta diventando molto più difficile per un uomo giovane arabo viaggiare e emigrare. E’ un fatto doloroso, ma io non me la sento di negare alle democrazie occidentali il diritto all’autodifesa. La sgradevole verità è che moltissimi giovani si vedranno negata la possibilità di andare a trovare un lavoro in Occidente. Toccherà a questi giovani compiere le difficili scelte di cui le parlavo, confrontarsi con i loro governanti e il loro clero». 
E non teme che il risultato possa essere ancora più integralismo, più intolleranza e odio? 
«Io ho nel cuore un granello di ottimismo. Le spiego perché: l’undici settembre ha fatto risvegliare molte coscienze assopite. Una buona parte dell’opinione pubblica araba è rimasta sconvolta davanti alle conseguenze dell’integralismo. Poi è cominciata la guerra contro i talebani, ed è venuta la loro sconfitta. Ho sentito tanti colleghi, nei paesi che le dicevo, e ho sentito che erano sollevati: non lo avrebbero mai riconosciuto a un occidentale, ma a me lo dicevano che erano contenti, che vedevano che gli integralisti si rintanavano di nuovo, vedevano che le false associazioni di filantropia venivano sciolte. Una porta è stata aperta, ed è entrata dell’aria fresca. Purtroppo adesso sono intervenuti i fatti di Jenin. Ed ecco che il vecchio ordine risolleva la testa...» 
Le azioni di Sharon hanno dato agli integralisti la scusa per chiedere che quella porta venga chiusa... 
«Esatto. Sharon ha scatenato la piazza araba. E sappiamo che la piazza non pensa, reagisce visceralmente, abilmente manipolata dai jihadisti. E i governanti la ascoltano, anche se a loro non importa nulla dei palestinesi, e tantomeno di Israele». 
Professore, in realtà ci è stato sempre detto il contrario, che Israele è in cima alle attenzioni dei paesi Arabi. 
«Guardi, io sono stato spesso criticato per quello che sto per dirle, ma lo ripeto con piena coscienza e lucidità: per i regimi arabi Israele è un alibi. Per chiunque sia nato in un paese arabo dopo il 1948, tutto viene spiegato, tutto viene scusato con l’esistenza di Israele. L’undici settembre ci ha dimostrato che è il momento di ammettere che si è trattato di un alibi per non affrontare e risolvere gli abissi economici e culturali dei nostri paesi. Diciamoci la verità, che colpa ha Israele se in Libia un pazzo egocentrico ha trasformato il suo paese in una colonia penale, se ha rapinato i suoi stessi concittadini del benessere che poteva venir loro dal petrolio, se tutti vivono nel terrore e in povertà? Che colpa ha Israele di quel che è successo in Algeria, della repressione che vi si è abbattuta, dei morti a migliaia, donne e bambini? Che colpa ha Israele se in Iraq un dittatore fa morire i suoi concittadini perché usa i soldi che gli vengono dal petrolio per rimpinzare i suoi miliziani invece che per medicinali e cibo?» 
Ma allora lei trova che l’America, l’Europa, l’Onu dovrebbero disinteressarsi alla tragedia del Medio Oriente? 
«No, tutt’altro. E’ ovvio che lo sforzo di riportarvi la pace deve essere un dovere di ogni organismo internazionale. Ma il mio timore è che la guerra al terrorismo, al cancro che sta divorando i nostri paesi arabi, venga fermata o deviata dalla crisi del Medio Oriente. Non vorrei che si dimenticasse che proprio mentre l’America era più fortemente impegnata nel tentativo di aiutare i palestinesi a costruire il loro Stato, negli anni Novanta, l’integralismo e il terrorismo si sono sviluppati con crescente malignità. Non si deve cadere di nuovo nell’errore di credere che è la Palestina l’origine dell’odio e del terrorismo, e che dedicando tutte le nostre forze a quel problema, i jihadisti abbandoneranno i loro piani contro l’Occidente. Sarebbe un errore che pagheremmo tutti caro, sia i popoli dell’Occidente, che continuerebbero a essere esposti al terrorismo, sia tutte le genti per bene dei paesi arabi, e sono tante credetemi, che silenziosamente sperano di essere liberati dai fanatici».


Il Messaggero
Venerdì 10 Maggio 2002


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