Liberal socialismo o socialismo in libertà?

Quando Carlo Rosselli durante il fascismo dette vita, con altri, al movimento "Giustizia e Libertà", le cui motivazioni ideologiche si trovano nel suo libro "Socialismo Liberale", si dimostrò profeta di una giusta visione politica che, però, in quel momento storico, non era attuabile.
Nel 1937, assieme al fratello Nello, pagò con la vita, per mano d'emissari del fascismo, in terra di Francia, questa sua "pericolosa" idea innovativa: saldare in un unico partito le ragioni storiche del socialismo solidaristico con quelle del liberalismo democratico.
Questa drammatica e avvincente testimonianza di vita personale e di lungimiranza politica, parrebbe confermare l'affermazione secondo cui, anche in politica come nella vita, "ogni cosa va fatta a suo tempo".
Un tempo che anche secondo Bettino Craxi pareva giunto, quando riprese il disegno strategico dei fratelli Rosselli, facendo, nel 1977, tra le altre iniziative politiche, coniare una medaglia per ricordare il cinquantesimo del loro assassinio (medaglia che personalmente mi donò nel suo studio di Milano e che conservo gelosamente) e ne rilanciò, inascoltato, le ragioni politiche nell'agone del dibattito che, allora, divideva profondamente la sinistra italiana. 
Ma anche quel tempo, evidentemente, non era il ancora il tempo giusto. Lo è oggi? Forse, in teoria potrebbe esserlo. Molte cose sono cambiate e molte stanno velocemente cambiando. I partiti della sinistra sono, quantomeno, politicamente "confusi", alla ricerca di nuove vie che però non hanno il coraggio di imboccare, restando, di fatto, più divisi di allora e quelli della destra - o del centro - lo sono altrettanto. Del resto non potrebbe essere diversamente visto che ciò che unisce - tutti - i partiti italiani oggi è il potere e non l'ideologia.
Questa parola, "ideologia", che nei tempi correnti assume un significati sinistro, in realtà significa solo l'insieme dei principi e dei valori che informano un movimento culturale, storico e politico.
Ed è proprio di questo, di una nuova ideologia, che, dopo la caduta del comunismo e, anche, dopo l'esaurirsi del liberalismo conservativo, la sinistra che si richiama al Socialismo avrebbe assoluta necessità: ricostruire una base ideologica di principi e di valori comuni che sappiano interpretare le esigenze della società moderna, saldando assieme, come volevano negli anni '20 e '30 i fratelli Rosselli, i due filoni storici del Socialismo e del Liberalismo italiano.
Pensano a questo i DS e lo SDI, mentre danno vita all'intesa elettorale con la Margherita e al successivo, nuovo, Partito Riformista che ne dovrebbe scaturire?
Ne dubito. Anche perché della base ideologica comune, su cui dovrebbe poggiare questa costruzione, nessuno ne parla. E non se ne parla per la semplice ragione che tale base ideologica comune, tra DS, SDI e Margherita, non può, culturalmente, esistere. 
Si tratta quindi, ancora una volta, di un'intesa finalizzata all'acquisizione del potere "pro tempore", non certo alla premessa della fondazione di un vero partito Liberal Socialista di stampo europeo. Si tratta, purtroppo, del tradimento del grande sogno rosselliano e della "messa in libertà" - forse definitiva - dell'ideale del Socialismo Liberale nel nostro paese.

Alessandro Guidi
18/03/2004


CIRCOSCRIZIONE CENTRALE (LAZIO - MARCHE - TOSCANA - UMBRIA) DAI FORZA ALLA LISTA SOCIALISTI UNITI PER L'EUROPA CAPOLISTA : CLAUDIO SIGNORILE

SOCIALISTI UNITI PER L'EUROPA UNA MASSA CRITICA SOCIALISTA

La lista " SOCIALISTI UNITI PER L'EUROPA" rappresenta il tentativo di far ritornare sulla scena italiana un soggetto politico socialista e laico, che abbia la massa critica per rappresentare un interlocutore autorevole ed ascoltato nella dialettica democratica è un fatto destinato a modificare equilibri e strategie. Non si tratta infatti di una operazione tattica di modesto respiro, ma del primo passo su una strada che riguarda profondamente la coscienza e la memoria di milioni di italiani che in anni non lontani hanno vissuto le speranze, i successi, gli errori, le sconfitte del movimento socialista. Oggi la realtà sta entrando con forza nella politica, spazzando via illusioni, sogni, velleità parolaie e soluzioni virtuali. La realtà della crisi economica e finanziaria del Paese; delle trasformazioni che i cambiamenti demografici hanno determinato; della struttura dello stato sociale; la realtà della crisi industriale e di sviluppo; la realtà della crisi dei valori democratici e dello stesso funzionamento della democrazia politica; la realtà dei nuovi poteri territoriali e della difficoltà di renderli compatibili con il tessuto istituzionale; la realtà dei costi dell'unità europea, in termini economici e sociali; la realtà delle nuove frontiere che sttraversano il nostro Paese come conseguenza della nuova polarizzazione terrorismo-democrazia. Nel ciclo politico degli ultimi dieci anni, quello che è mancato nel confronto democratico a sinistra, (ma anche nell'area moderata del centro-destra), è stata proprio la coniugazione della governabilità con le riforme. Si è ritenuto che la governabilità fosse garantita dal modello elettorale maggioritario e dalla esaltazione del premier, non comprendendo che la struttura irriducibilmente pluralista della coscienza civile e della cultura politica del nostro Paese richiedeva un percorso più intelligente e realistico. Come sempre le soluzioni giacobine, restano incomplete ed aprono la strada a soluzioni neoconservatrici e di tendenza plebiscitaria. Così come si è ritenuto che le riforme potessero essere affidate all'effetto di annuncio ed eseguite a colpi di maggioranza parlamentare. I risultati sono sotto gli occhi di tutti. A cosa serve oggi la riunificazione in atto dei socialisti? Serve a porre la questione della governabilità delle riforme al centro della elaborazione democratica, togliendo alle fasce estreme della sinistra il primato che esse finiscono con l'esercitare nella deterninazione dei tempi e nella qualità dei contenuti di qualsiasi processo riformatore. I "Socialisti Uniti" sono i nuovi riformisti, che vengono avanti dalla riflessione critica delle esperienze socialiste e laiche, e dalla domanda di forze sociali che vogliono essere protagoniste nella democrazia partecipata. Questo movimento per l'unità dei socialisti può diventare una grande occasione di riconoscimento di identità e ruoli; di riscoperta di valori civili, capaci di dare nuovo impulso a quelle azioni di riforma della democrazia, che diventeranno un campo di prova delle capacità di governo della sinistra. Siamo entrati in una fase di grande precarietà degli equilibri politici e di importanti trasformazioni nel sistema delle alleanze. Questo impone di misurarsi da un lato con la realtà dei problemi, dall'altro con la transitorietà delle soluzioni. Per questo è importante la spinta del Nuovo PSI verso una ricollocazione nell'area dell'Internazionale socialista e quindi, è naturale, del socialismo italiano. La forza del PSI era nella sua capacità di rappresentare, attraverso la dialettica democratica delle correnti, un'ampia e diffusa domanda politica, che veniva poi ricondotta ad unità nella qualità del progetto e nel respiro della strategia. Individuare i punti fermi che danno visibilità e ruolo ai socialisti e non trasformare ogni diversità politica in convenienze di partito e di persone: questo è un impegno serio per andare nella giusta direzione. Si deve sapere di doversi accingere ad un lavoro paziente e difficile di esame critico e di confronto politico, senza pregiudiziali alle quale aggrapparsi, o ultimatum da dichiarare. Conoscendo i socialisti è difficile chiedere questo; ma conoscendo i socialisti, la generosità e la voglia di grande politica, possono cambiare molte cose.

Comitato per la lista Socialisti Uniti per l'Europa Sezione Socialista della Garbatella Via Edgardo Ferrati 12 - Roma ( a 100 metri dal Palladium) Tel./Fax 06.51.26.950


I socialisti italiani: vil razza dannata, o vittime sacrificali?

Nei giorni scorsi, in ormai piena campagna elettorale, un candidato dei DS al ruolo di pubblico amministratore del Comune di Forlì, guardandomi, si è chiesto: " I socialisti dove sono finiti? sono veramente una vil razza dannata, o sono delle vittime sacrificali?"
Questa la mia risposta.
"Agli inizi del novecento si diceva "Socialista = galantuomo", alla fine dello stesso secolo "Socialista = malavitoso". Qual è la verità? La verità è che i socialisti non sono mai stati tutti galantuomini, così come non sono mai stati tutti dediti al malaffare. Così in Europa, in Italia e, anche, a Forlì.
Da socialista ho conosciuto socialisti perbene e socialisti meno raccomandabili, con i quali condividevo la tessera del PSI ma non la stima e l'amicizia personale.
Lo PSI non era un club esclusivo di "eletti", ma non era neppure l'accozzaglia d'affaristi che la pubblicistica politica della fase post Tangentopoli lo definiva, specie nella nostra realtà locale.
Era un partito composto di persone buone e non buone, capaci e incapaci, oneste e disoneste, idealiste e materialiste: né più né meno di com'è fatta l'intera società italiana.
Da qui a decretarne la fine per ignominia ce ne corre. Infatti, noi, i socialisti, non siamo finiti. Dico "noi" come socialisti, come portatori individuali di un ideale, non come PSI. Dico "noi" come persone che si richiamano ai valori politici e laici del solidarismo socialista, e che non trovano per nulla normale appartenere ad aree politiche antitetiche rispetto alle sue tradizioni.
Parlo delle persone che, come me, hanno fatto esperienza politica nel vecchio PSI della federazione forlivese di Corso Diaz,1, negli anni '70 e '80, e che oggi vedo ritornare alla testa, quali candidati Sindaci, di liste comunali sicuramente vincenti alle prossime elezioni amministrative del 12 e 13 giugno.
Parlo delle migliaia d'elettori socialisti (oltre 22.000) che negli anni '80 votavano per lo PSI forlivese e cesenate e che oggi, smarriti, non votano o votano per "reazione", amareggiati dalla politica e dai partiti che, ancora, criminalizzano la nostra antica fede politica.
Come socialisti ci assilla una domanda: "Perché in Europa il Socialismo vince e guida molti paesi importanti - ultimo in ordine di tempo la Spagna - e in Italia, invece, si è cercato di distruggerlo "fisicamente" e si vuole cancellarne anche la memoria storica?".
Sappiamo bene che è una domanda alla quale noi stessi avremmo dovuto dare, a tempo debito, un'adeguata risposta. Ma, attenzione, come si dice: "Le idee non muoiono e, a volte, le idee forti e chi le sostiene, ritornano!". 
E' questa la vivida speranza di molti socialisti italiani - forlivesi e cesenati compresi - e, se dipendesse solo dalla nostra volontà, sarebbe anche una chiara promessa."
L'enigmatico sorriso finale del mio interlocutore, candidato dei DS al Comune di Forlì, lascia spazio ad ogni interpretazione: auspica, è indifferente, o teme quest'eventualità?

Alessandro Guidi
18/03/2004


Caro Roberto (Biscardini),

ho deciso di lasciare definitivamente ed irrevocabilmente lo SDI, al quale mi iscrissi con grande speranza nel 1998, e nel quale mi hai accolto con simpatia e amicizia, che non intendo ora ne negare ne interrompere - a livello personale - e contestualmente ho chiesto di poter aderire ai Democratici di Sinistra, e per l'esattezza alla componente della 'Sinistra DS per il socialismo'.
Come sai da molti mesi ormai andava maturando il mio personale dissenso rispetto alle scelte politiche e organizzative del vertice nazionale dello SDI, anzi direi che il mio profondo distacco data dall'ultimo congresso di Genova.
Non approvavo, non accettavo, non accetto la linea della 'casa dei riformisti' perchè in essa vedevo il prodromo del definitivo abbandono della prospettiva del rilancio di un grande partito di ispirazione socialista europea.
Non avevo torto, come i fatti si sono premurati di confermare: la scelta, sciagurata, di aderire alla lista unica 'per Prodi' come primo passo verso la costituzione di un indefinito 'partito riformista' testimonia della volontà della dirigenza dello SDI di lasciare ad altri la bandiera, anche nominalistica, del socialismo in favore di un'agglutinazione con forze che, come alleate, possono a pieno titolo fare parte di un fronte contro le destre e contro la conservazione, ma con le quali la nostra cultura, la nostra tradizione, la nostra stessa essenza politica nulla hanno a che spartire.
Una cosa è negoziare un programma di governo possibile tra alleati, altro è convivere in una medesima organizzazione politica con chi sul tema essenziale dei valori etici, del rapporto con il mondo del lavoro, con la stessa visione prospettica della società ha una ispirazione di base distinta e distante dalla nostra.
C'è bisogno di più socialismo, ora e domani in Italia e in Europa, non di meno socialismo.
Non è un generico riformismo senza aggettivi che può e deve contrastare il disegno di distruzione del welfare state, di revisione delle conquiste politiche e sociali del movimento progressista, della tradizionale posizione contro le guerre che da sempre ha caratterizzato le scelte della sinistra in Europa, e in Italia.
Non è la fusione con una presunta cultura cattolica che può permetterci di contrastare con successo l'opera di distruzione dei diritti dei lavoratori e dei cittadini, non può bastare una forza anche numericamente rilevante ma politicamente disomogenea per orientare le scelte e rappresentare le speranze di milioni di giovani, di donne, di uomini di ogni colore.
Certo, non basta e non basterà da solo un forte partito della sinistra, ma un forte, coeso PARTITO SOCIALISTA può è deve essere il motore di questa alleanza.
E' così in Germania, lo è stato per anni in Francia, in Spagna, in Grecia, in Portogallo, in Gran Bretagna, in Svezia, ovunque in Europa.
Perchè non dovrebbe esserlo In Italia? E non si dica che un cattolico non aderirebbe ad una forza socialista. Cattolici sono Delors, Guterres, Mario Soares e tanti altri, cattolici come Pierre Carniti militano da anni nei DS, cattolici sono gli iscritti al Partito Laburista irlandese, e altri ancora si battono per il socialismo nel mondo pur credendo in Dio, anzi questo spesso è un motivo in più per essere socialisti.
Pace, lavoro, pane, libertà.
Questi erano gli obbiettivi e gli slogan dei socialisti alla fine dell'800 e per tutto il tormentato XX secolo, questi sono e saranno ancora gli obbiettivi e gli slogan dei socialisti del terzo millennio.
Questi sono i motivi per i quali Norberto Bobbio scriveva che vi è ancora una vera differenza tra destra e sinistra, e non credo siano mutate le condizioni storiche e sociali nell'ultimo decennio.
Certo, nel centro sinistra convivranno due e più anime, perché il nostro paese ha nel suo DNA tradizioni che nessun sistema elettorale potrà mai annullare, e pertanto ribadisco sarà sempre necessario negoziare un programma, concordare azioni di governo (e per ora di opposizione) tra diversi in base ad un minimo comun denominatore. Ma io credo noi dobbiamo farlo da socialisti, orgogliosi del nostro passato, certi del nostro presente, fiduciosi nel nostro futuro, per fare si che l'asse di questa alleanza sia sempre verso sinistra, e non verso il centro.
Questo vorrei fare, insieme a tanti altri; questo contribuirò a fare in una casa che, spero, mantenga la rosa nel pugno sia nel suo simbolo che nel suo programma.
Ciao Roberto, e grazie
Raimondo Elli

febbraio 2004


Procreazione assistita, i motivi di un referendum.

In merito alla procreazione assistita esiste, indubbiamente, la necessità di legiferare. I progressi della tecnica hanno aperto scenari inediti che impongono, come già avviene già in tutti i paesi avanzati, la necessità di una regolamentazione. Però quello che è avvenuto in Italia è una cosa diversa: qui si introducono limiti e divieti. Cioè, ancora una volta lo stato pretende di sostituirsi alla libera determinazione delle persone in nome di valori etici che sono di una parte. Allora la prima domanda riguarda proprio il ruolo che lo stato deve avere quando si trova dinnanzi alle questioni che attengono scelte di coscienza individuale: perché insistere nel vietare invece di limitarsi a regolare? Sarebbe interessante sapere cosa ha a che fare con l'essere cattolico il fatto di vietare ad altri comportamenti che, come detto, attengono alla coscienza individuale. La responsabilità dei cattolici verso la loro coscienza verrebbe meno se si misurassero sul piano della regolazione e non del divieto e del limite? Una risposta affermativa aprirebbe una strada molto pericolosa, perché, di fatto, significherebbe sostenere che per i cattolici può esistere solo uno stato teocratico. Viceversa accettare di misurarsi sul terreno della regolamentazione significherebbe affermare che il "rispetto" dell'individuo fa parte di un patrimonio in cui tutti possono riconoscersi. D'altro canto è proprio paradossale che, nel momento in cui si parla tanto in termini giustamente critici di integralismi, in Italia si legiferi sulla base di un'etica di parte: proibire ciò che è nella sola disponibilità della persona significa, appunto, imporre una visione integralista dello stato. Le forze politiche che hanno approvato questa legge lo hanno fatto, quindi, sulla scorta di propri valori etici che nulla hanno a che fare con il principio della rappresentanza e del mandato politico. Ancora una volta, cioè, si è lavorato per allargare il solco che separa la società civile dalla politica. Non ci vuole molto per comprendere che oggi i temi relativi alla famiglia, alla sessualità, alla procreazione, sono vissuti nella società in modo molto diverso da quello rappresentato dalla legge. Si aggrava quindi la responsabilità del ceto politico che, su una materia come questa, avrebbe dovuto muoversi con prudenza e moderazione: sì moderazione! Perché procedere per imposizione di valori etici non è da moderati e significa condurre il paese a lacerazioni assurde ed incomprensibili. Ma ormai il dado è tratto e la politica parlamentare ha esaurito la sua funzione consegnando al paese una legge che mette in discussione la laicità dello stato: è, dunque, necessario che il cittadino si riappropri del proprio diritto di esprimersi su una materia che tocca, oltre alle questioni di merito, anche il modo con cui i cittadini intendono stare assieme. Mai come in questo caso lo strumento referendario rappresenta un momento alto di partecipazione democratica dei cittadini. Sarebbe strano che, in un paese che è stato chiamato a pronunciarsi sulle materie più varie, ai cittadini fosse sottratta la possibilità di esprimersi proprio su una materia che attiene la coscienza degli individui e, implicitamente, il carattere dello stato.. La politica dopo aver scritto una brutta pagina può riscattarsi, decidendo di attingere linfa vitale dal corpo sociale: attivando finalmente tutti i meccanismi di partecipazione democratica, a partire dalla selezione del personale politico per arrivare, appunto, all'espressione diretta in un referendum abrogativo. Infatti, solo se riusciremo ad essere in contatto diretto con i bisogni e le sensibilità dei cittadini si potrà pensare di superare divisioni che, come detto, la realtà sociale ha già reso anacronistiche. Oggi più di ieri serve il coraggio della contaminazione, lo richiedono i profondi cambiamenti sociali e i problemi da essi emergono. E questo, cattolici della Margherita e laici della sinistra, non è forse un modo più avanzato (progressista) e nobile di intendere la politica? O si preferiscono gli scambi di accuse a prescindere dai sentimenti e dal modo di sentire dei cittadini?

Enzo Lodesani
11 dicembre 2003


Luigi Ranzani sul pluralismo "religioso"

Che la questione del pluralismo "religioso" stia diventando politicamente concreta è ormai senso comune. Essendo di ampia portata ha la possibilità di molti approcci. Noi insistiamo sull'aspetto dell'informazione (la grande informazione) partendo da un assunto, forse un po' primitivo ma con una sua verità efficace: se non sei in Tv o sui giornali .... non esisti. 

Non ci muoviamo in un deserto: uno specialista esperto come Giancarlo Zizola ha elaborato un progetto di riforma dell'Ordine dei giornalisti, presentato al convegno UCSI Lazio nel 2002, che prevede la costituzione di un Comitato Nazionale di Mediaetica, simmetrico al Comitato di Bioetica quanto a funzioni, modalità e poteri di intervento. Tra gli altri scopi, Zizola prospetta per Mediaetica questo obiettivo: "un informazione che combatta per la preservazione delle differenze spirituali, culturali e biologiche cui la storia dell'umanità, e la stessa democrazia, non potrebbero rinunciare senza impoverirsi, un esito totalitario che incombe con le tendenze crescenti all'omologazione dell'informazione e al conformismo gregario" [G. Zizola, L'informazione in Vaticano - Pazzini Editore, 2002 - pag. 159].

Quella di Zizola è una strada tra le tante percorribili. Nelle redazioni dei grandi giornali di stampa-rai-tv non esiste l'esperto di religioni, esiste il "vaticanista"! Con tutta la buona volontà verso coloro che hanno, nei confronti del papa o della chiesa cattolica un rapporto affettivo, non è possibile essere così approssimativi e desistenti di fronte a importanti e nuove realtà vitali. Non si deve togliere ma aggiungere, secondo un principio di laicità per addizione (e non per sottrazione: tutte quante un passo indietro!). 
Si tratta di far corrispondere la comunicazione pubblica alla dimensione della problematica etico-religiosa che nasce da una società ampiamente secolarizzata e frammentata, alla convivenza del pluralismo religioso esistente nella società globale, foriero di integrazione e di valori condivisi. Perciò chiediamo nell'appello: garanzie di pluralismo religioso nelle redazioni.

Il pluralismo religioso è parte della questione multiculturale. Nel dibattito tra diritti etnici e diritti individuali la scelta democratica dà la supremazia ai diritti individuali ma con un giusto equilibrio di trattamento differenziato affiché si realizzi un trattamento egualitario per gli individui. Integrazione è l'altro verso della democrazia. Bisogna riconoscere la novità sostanziale di questo processo ben diverso dall'assimilazione o dalla ghettizzazione etnica; ha come presupposto la salvaguardia delle specificità culturali (la propria storia, la propria memoria) di qualunque soggetto, la libertà di espressione e la ricerca di una base di valori condivisi per la convivenza sociale e politica. 

Segnalo alcuni riferimenti generali: 
A. Touraine, Libertà, uguaglianza, diversità, Il Saggiatore, Milano, 1998 
W. Kymlicka, La cittadinanza multiculturale, Il Mulino, Bologna, 1999

Sul pluralismo religioso (Atti del convegno di Vallombrosa, 2002):
- Pluralismo religioso e convivenza multiculturale, Franco Angeli, Milano, 2003 

Altri strumenti:
- rivista Confronti (mensile di cultura interreligiosa: fede, politica, vita quotidiana), via Firenze, 38 Roma (reperibile in libreria Claudiana a Milano), 
sito web: www.confronti.net

- Servizio per l'ecumenismo e il dialogo, dell'Arcidiocesi di Milano, piazza Fontana 2 - Milano 
sito web. www.diocesi.milano.it


Appello

Egregi Signori, ho scoperto il VS. sito, mentre cercavo notizie su mio nonno, che fu tranviere a Roma, era un Socialista convintissimo , ma non mi basta, mia madre non esiste più in questo mondo, per cui non mi puo' dare notizie di lui, al quale tengo tantissimo, forse Voi potreste aiutarmi, vengo al dunque: Lui , mio nonno , si chiamava Onori Colombo, venne da Collalto Sabino a Roma sicuramente prima del 1940, in quell'epoca gia' lavorava come tranviere , facendo la linea del tram n.36, che arrivava a Montesacro: poi vennero i fascisti, per fargli fare la tessera gli fecero bere olio di ricino, picchiarono mia nonna, incinta e gia' con due figli piccoli, una era mia madre, io porto il suo cognome.Non potendo proprio farsi la tessera appunto credendo alla sua politica socialista , parti' per qualche giorno per il suo paese, Collalto Sabino, dove non si seppe mai perchè e per come dopo 15 giorni di permanenza li', se cadde dalle scale o fu spinto, della casa dove era, e lo riportarono a casa, dove mori'(nel 1942) alla sola eta' di anni 58, vi prego di scusarmi di questa strana email, ma io credo sia importante trovare la verita' anche se sono passati diversi, anzi tanti anni.Io non so se perse il lavoro prima di questo accaduto, cioè perchè non si fece la tessera del fascio, in piu' lui era un volontario della allora Croce Rossa Italiana, infatti al Verano ancora dovrebbe esserci un campo dedicato a Loro, con tutte croci bianche uguali, mia madre , mi ci porto' che avevo circa 20 anni.
Dissero che non li avrebbero mai tolti di li, per come erano considerati.Io vi chiedo, se possibile, che nei vostri archivi esista qualcosa , per chi come lui combatteva il fascismo, al punto di perdere il lavoro o fare il latitante.
Vi prego, se avete qualcosa, e se potete, inviarmi notizie a riguardo, perchè anche se non l'ho conosciuto, sia mia madre, che io continuammo a vivere con i suoi ideali.Ai quali sono legata e che insegno alle mie figlie.
INVIO DISTINTI SALUTI E UN GRAZIE ANTICIPATO. comunque vada. 
Maria Antonietta Onori 


LA RISOLUZIONE DEL CONSIGLIO DI SICUREZZA: UNA NUOVA FASE! 

Negli ultimi tempi da più parti è stata enfatizzata la ritrovata "unità d'azione dell'intera opposizione", ma ecco che la risoluzione del Consiglio di sicurezza sull'IRAK rimette tutto in discussione. Il rischio di una spaccatura sul tema della nostra presenza militare in IRAK si fa molto concreto. Tutte le volte che si discute di questi temi si finisce, quasi inevitabilmente, a parlare di valori, di principi, per quanto mi riguarda credo opportuno stare alla concretezza dei fatti. Ebbene, dopo una "guerra preventiva" che ha spaccato la comunità internazionale, e messo fortemente in discussione il ruolo dell'ONU, con la risoluzione 4844 del Consiglio di sicurezza si è aperto uno scenario nuovo rispetto al quale è necessario verificare se ci sono le condizioni per una ripresa di un protagonismo dell'Italia e dell'Europa.

Il Consiglio di sicurezza con questa risoluzione si fa carico della necessità di un percorso per condurre l'IRAK fuori dall'emergenza postbellica, perché vede nel perpetuarsi dell'incertezza irakena un elemento di pericolo per gli equilibri dell'area e di difficoltà per la lotta al terrorismo. Possiamo sottovalutare questa novità o, peggio, ridurla ad una postuma legittimazione della guerra? A me interessa sapere che i tentativi di ricostruzione dello stato irakeno avvengono con il concorso e appoggio della comunità.

Punto 7 della risoluzione .....Invita il Consiglio governativo a comunicare, il 15 dicembre 2003 al più tardi, di concerto con l'Autorità e, se le circostanze lo permettono, il Rappresentante speciale del Segretario generale, un calendario e un programma ai fini della redazione di una nuova Costituzione per l'Iraq e dell'indizione di elezioni democratiche conformemente a questa Costituzione;

Questo percorso diventa l'obiettivo sul quale coinvolgere l'intera comunità internazionale che deve, quindi, farsi carico del sostegno economico, politico e militare. Dunque, la lettura della risoluzione non lascia dubbi circa il cambio di scenario: la comunità internazionale è chiamata nel suo insieme ad operare per il superamento dell'attuale situazione. Non riconoscere questa novità significa lavorare contro il concetto di multilateralità. A me sembra incomprensibile che si possa sostenere che questa risoluzione legittima la guerra preventiva degli USA. Sfido chiunque a trovare una parola che vada in questo senso, anzi! Lo sforzo che si legge in questo linguaggio burocratico è proprio quello di ricondurre la questione IRAK nell'ambito di una gestione multilaterale.

Punto 8 della risoluzione..... Si dichiara risoluto affinché l'Organizzazione delle Nazioni unite, agendo per mezzo del Segretario Generale, del suo Rappresentante speciale e della Missione di Assistenza delle Nazioni Unite per l'Iraq, rinforzi il suo ruolo cruciale in Iraq, specialmente portando soccorsi umanitari, favorendo le condizioni propizie alla ricostruzione economica e allo sviluppo dell'Iraq a lungo termine, e concorrendo agli sforzi tesi a creare e ristabilire le istituzioni nazionali e locali necessarie ad un governo rappresentativo;

Questo obiettivo/coinvolgimento dell'ONU non può essere credibile se la comunità internazionale non si fa carico militarmente, appunto, anche delle necessità di garantirne la "sicurezza". Infatti, il punto 13 dove è affrontato il tema della "forza multinazionale" supera la questione della "guerra sì guerra no", spostando il problema di una rapida ricostruzione dello stato: è un obiettivo condivisibile? Saremmo compresi se continuassimo a ragionare sulla illegittimità della guerra? Leggiamo attentamente il punto 13 e vediamo come una presenza di una "forza multinazionale" si ponga all'interno del concetto di multilateralità.

Il punto del 13 recita......"Considera che la sicurezza e la stabilità condizionano il risultato del processo politico di cui al paragrafo 7 sopra citato e l'attitudine dell'Organizzazione delle Nazioni Unite a concorrere realmente a questo processo e all'applicazione della risoluzione 1483(2003), e autorizza una forza multinazionale, sotto comando unificato, a prendere tutte le misure necessarie per contribuire al mantenimento della sicurezza e della stabilità in Iraq, specialmente al fine di assicurare le condizioni necessarie alla messa in opera del calendario e del programma, e per contribuire alla sicurezza della Missione di assistenza delle Nazioni Unite per l'Iraq, del Consiglio governativo dell'Iraq e delle altre istituzioni dell'amministrazione provvisoria irachena, e dei principali elementi dell'infrastruttura umanitaria ed economica;"

Questa non è una formulazione che legittima la guerra, viceversa apre spazi ad un ruolo nuovo della comunità internazionale (su questo nuovo scenario anche l'Europa può trovare una ricomposizione svolgendo un'azione più incisiva) per lavorare alla ricostruzione di quel paese. Allora credo che fuori dalle pregiudiziali di principio serva definire una posizione che aiuti Italia, l'Europa ad essere protagonista di un rilancio del ruolo dell'ONU e quindi del concetto di multilaterità. Questo deve essere l'obiettivo di una opposizione che i candida al governo del paese, senza, per questo, smentire la giusta posizione di contrasto alla guerra preventiva condotta dagli USA e dall'Inghilterra. 

Enzo Lodesani
27 ottobre 2003


La Provincia dell'Alto Friuli è una scelta prima politica, poi tecnica.

Gran parte dei problemi che ostacolano la conoscenza, l'informazione e la presa di coscienza della popolazione, che deciderà l'istituzione della Provincia dell'Alto Friuli, dipendono dal fatto che il concetto d'autonomia politica è stato confuso, se non identificato, con la pratica delle soluzioni tecniche necessarie per realizzare tale scelta. La pensa così chi, da gemonese, dice: o il territorio della futura Provincia dell'Alto Friuli comprende Buja, Osoppo, Tarcento e… magari Latisana o non se ne farà niente. Ma se l'autonomia politica richiesta permetterà al futuro Ente Locale di avere i mezzi finanziari necessari per realizzare i progetti previsti dai programmi politici (ciò è stato confermato da Illy nel convegno tenuto da Intesa Democratica all'Hotel Carnia di Venzone il 18 ottobre scorso), perché non volerla? E' forse meglio una gestione delegata sul tipo delle defunte Comunità Montane o degli attuali provvisori Comprensori, o altro? Sostenendo il no alla Provincia, ci dichiariamo incapaci di gestirci da soli e forse, anche di amministrarci. I gemonesi in particolare, non sono stati veramente interessati all'argomento. Per anni sono stati soggiogati emotivamente dai difficili rapporti accumulatisi nel tempo, fra Gemona e Tolmezzo, a causa soprattutto d'interessi apicali. Ma sapevano che si doveva arrivare a questa decisiva scelta. Ora è difficile, ma non impossibile, ricondurre in poco tempo il problema nell'alveo della razionalità e della politica, perché un deleterio populismo ha negativamente impostato l'immaginario collettivo. I locali amministratori, di spicco, si sono "barcamenati a vista" fra varie e contraddittorie posizioni partitiche e hanno finito con l'assumere quelle comode "non-scelte politiche" che potrebbero rivelarsi disastrose per il mandamento e oltre. Forse non si sono resi conto che la società civile, ha capito con chiarezza che la grave situazione di resistenza ai cambiamenti ed alle necessarie riforme, dipende soprattutto da chi e da come sono gestiti gli Enti Locali. Spesso sono essi il vero freno per lo sviluppo ed il progresso dell'insieme territorio/popolazione. Si rende quindi necessaria "una discontinuità" rispetto a questo modo di amministrare. Il programma politico dell'attuale Giunta Regionale parla chiaro sull'istituzione della Provincia dell'Alto Friuli. Illy è il garante e i DS, la Margherita e gli altri non meno importanti sostenitori dell'autonomia riformista, ne sono i responsabili. Dal punto di vista delle soluzioni tecniche territoriali, un chiarimento ci viene dall'U.E. Chiarimento che peserà sulle scelte politiche future, che porteranno vantaggi anche ai gemonesi, se sapranno vedere nella nuova Provincia una risorsa socioeconomica importante per loro. Infatti, Consiglio e Parlamento europeo, il 21.06.03, hanno emesso il Regolamento (CE) n.1059/2003, denominato NUTS (Nomenclatura dei Territori Unitari per la Statistica). Questo strumento stabilisce la suddivisione e la classificazione di tutto il territorio dell'U.E. (l'anno prossimo voteranno 500 milioni di cittadini, di 25 diverse nazioni!), secondo criteri di nomenclatura comune per fini statistici, ma per usi ovviamente non solo politici, (commercio, economia, trasporti, territorio, cultura, identità, sostegni per aree svantaggiate, sviluppo, ecc…). Ogni stato membro stabilirà, al suo interno, una gerarchia d'aree amministrative sempre più piccole. Così si andrà via via dalle grandi aree sovraregionali (NUTS I) - Lander in Germania, ZEAT in Francia, a quelle intermedie (NUTS II), le regions in Francia, las Comunidades Autonomas in Spagna, le Regioni in Italia. Infine si avrà l'ultima suddivisione territoriale (NUTS III) che sarà costituita da Kreisen in Germania, Departements in Francia e … dalle Province in Italia. Far parte della provincia dell'Alto Friuli, di cui la Carnia è la cenerentola delle Alpi, secondo una recente indagine dell'Università di Udine, significherà, presumibilmente, avere dall'UE più sostegni e aiuti che non restando con la Provincia di Udine, la quale, pur considerata più ricca, ci ha concesso poco finora! Le soluzioni tecniche, per avere senso, devono essere sostenute dalla politica. Queste indicazioni faranno sorgere il dubbio che, sia la chiusura preconcetta che l'autoemarginazione dalla Provincia dell'Alto Friuli, non siano da preferire ad un atto di coraggio dei gemonesi, dato che i politici non hanno sin qui preso iniziative (politiche). I gemonesi manifestino ora il loro orgoglio nel confronto politico con gli altri, facendo parte sin dall'inizio della nuova Provincia. Entrarvi dopo o il non entrarvi affatto, sarebbe irreparabile. A nulla serviranno le proteste populiste del dopo. 

Claudio Sangoi
Capogruppo Consiliare - Lista Civica - Gemona e Oltre/ Oltri Glemone.

Gemona del Friuli lì, 01/11/2003


La Cina è vicina

Scenario oltretremontiano

La complessità economica e sociale italiana è sempre meno governabile dal sistema istituzionale ,burocratico e politico vigente.Di cio va accorgendosi persino Berlusconi.

Il suo piano di rinascita nazionale ,nonostante la formidabile concentrazione di potere mass mediatico ed economico che ha avuto il coraggio di portare alla evidenza sottraendolo al mero esercizio occulto del potere ( e di ciò gli siamo sinceramente riconoscenti) nonostante la intuizione che i tempi erano maturi per sdoganare le ingenti risorse politiche della destra parlamentare, che ha utilizzato sino a questi giorni come docile massa di manovra, questo piano dicevo è sostanzialmente fallito. I connotati strutturali del sistema istituzionale italiano con venature di tipo paleocapitalistico , le sue estese e radicate complicità sociali ,che non è riuscito ad aggredire’ nella prima fase del mandato ,tutto concentrato a sterilizzare le questioni giudiziarie , hanno dapprima illanguidito la forza politica della sua alleanza,quindi ne stanno destabilizzando gli assetti.A breve,a meno di stravolgimenti improbabili,assisteremo a un riposizionamento dei partiti della maggioranza in vista di sofferte campagne elettorali, in prospettiva post berlusconi.

La palla del giuoco è gia balzata all’altra squadra(nella metafora calcistica sarebbe il centrosinistra) ,il dramma è che questa squadra è talmente impreparata (manca di capitano e schemi, arranca nella più completa confusione di ruoli) che preferisce non accorgersene.

Si delinea agli occhi dei settori più vitali del paese,quelli per intenderci che si accollano l’onere di farne la settima potenza economica mondiale ,e che non si rassegnano al delineato processo di declino che il sistema politico istituzionale attuale ha già tracciato,la necessità di una svolta politica di grande portata,svolta intesa a rivitalizzare le capacità decisionali delle sedi elettive per portare a compimento la razionalizzazione e modernizzazione dell’apparato produttivo destrutturando un sistema di garanzie sociali ( comunque in estese regioni del paese fortemente inquinato) che non è più sostenibile,per ridefinirne compiti e compatibilità.

Alle forze riformatrici della sinistra ,quelle disponibili a liberarsi di paradigmi antistorici sull’altare della deideologizzazione , la responsabilità di sintonizzarsi con questo diffuso stato d’animo del paese per arrivare all’agognato Patto dei produttori che potrebbe diventare l’asse portante di un nuovo patto sociale,i cui connotati strutturali del sistema Italia ,resi finalmente virtuosi possano permettere al sistema Italia di riprendere la via del progresso e dello sviluppo.

La Cina è vicina e non ci rispetta.

Roberto Pili

24 ottobre 2003


 

Riflessioni sulle liste europee

Non sono uno storico ma ho avuto la possibilità di conoscere uno fra i più grandi storici del diritto, che non si stancava di ripeterci una massima, da tenere presente per acquisire un metodo di studio, del celeberrimo Alexis de Tocqueville: “Ho fatto come quei medici che, in ogni organo estinto, cercano di sorprendere le leggi della vita”. 

E’ sull’importanza, sul ruolo, sull’utilizzo della storia che partono e si diramano le differenti impostazioni di pensiero fra noi che prestiamo il nostro impegno per la realizzazione di una lista unitaria dei socialisti alle elezioni europee e che consentirebbe anche di aprire una fase costituente per un nuovo soggetto politico socialista, ed i socialisti filo-prodiani.

La proposta dell’ammucchiata riformista è strettamente legata al presente, risente del clima dell’antipolitica post-tangentopoli, ne accetta la logica, e si concretizza in una proposta di stabilizzazione del quadro politico esistente.

Orami è evidente che l’unico vero patrimonio che ci è rimasto è la storia, l’unica forza che poteva, e può, ridar vita ad un movimento socialista è stato scientificamente (il termine non è casuale) messo fuori gioco da una studiata operazione anti-storica, che si è realizzata, con il nostro concorso, guardando alla storia com’è avvenuto finora, e cioè, con malsana necrofilia e non cercandovi una regola che coinvolga il presente e fondi di più sicuro l’avvenire.

Ad oggi, la costruzione di una casa dei riformisti, che è solo la diversa facciata dell’adesione alla lista prodiana, è la scelta semplicistica, quindi sbagliata, per non rispondere e non affrontare il grande problema che affanna i socialisti.

Noi dobbiamo ricercare la politica, cavalcando l’onda del rinnovamento delle vecchie tradizioni culturali che hanno fatto e governato l’Italia. E come giovani abbiamo un compito ulteriore, quello di lavorare affinché i nuovi contenuti siano legati alla dimensione dell’extra-quotidiano.


Le idee socialiste ricoinvolgeranno le masse soltanto nel momento in cui conquisteranno le nuove generazioni, e per ciò è necessario che abbandonino la dimensione della quotidianità per abbracciare quella del sogno. I Giovani debbono cercare il mistero, debbono confrontarsi con le dimensione del futuro , con i problemi che ad esempio hanno trovato accoglienza nelle discussioni dei Forum sociali l’ultimo dei quali si è tenuto a Firenze e a cui i movimenti “no global” non sono riusciti a dare una adeguata risposta.


A lungo con Rino Formica abbiamo parlato di questa necessità, e nella mia prima lettera gli riportai quanto scritto da un grandissimo Cesare Vivante, che sulle pagine della nostra Critica Sociale scriveva: “L’unico modo per rendere immortale la vita è di fonderla con le altre vite che vivono nella nostra età, di continuarla nelle altre vite che piglieranno il nostro posto sovra la terra; di prodigare ad esse i frutti della nostra esistenza, di identificare le voci dell’anima nostra con quelle dell’anima collettiva. Allora, nel sentimento che la vita continua, le energie del lavoro divengono spontaneamente più intense e più liete, perché non si lavora pei subiti successi, coll’ansia tormentosa di non raggiungere il premio, ma serenamente, fiduciosamente, per maturare risultati lontani, a lunga scadenza, come se non si dovesse mai morire, ed è questo il lavoro più eletto …”

L’attualità del nostro messaggio dev’essere quella di lavorare disinteressatamente per i più deboli, per il futuro, per chi socialista non è, dobbiamo riprendere a scrivere il grande libro del socialismo italiano.

Per essere più chiaro e concludere, non possiamo chiudere gli occhi e non notare come il progetto di un partito riformista richieda tempi lunghi, e una seria riflessione che oggi manca totalmente; infatti, nell’odierno si sta abbozzando una soluzione che può andar bene a coloro che, usando le parole di Intini (io lo faccio con un minimo di coerenza!), “non hanno storia o hanno dovuto cancellarla”.

Noi non rinunciamo alla nostra storia perché seriamente proveremo a costruire il nostro futuro.


Sandro D’Agostino
Resp. Org. Costituente PSE
Direttivo Nazionale Socialismo è Libertà

12.10.2003


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