Caro Artali,
Ho molto apprezzato la tua dichiarazione alla direzione nazionale, anche se personalmente, se mi fossi trovato nei tuoi panni, avrei votato no alla proposta di Piero Fassino.
In generale sembra proprio anche a me che la prospettiva del partito unico vada decisamente incontro al punto di vista di chi vorrebbe liquidare il Socialismo (democratico e liberale) come un mero relitto (ancorchè nobile) del passato.
Per questo tale prospettiva non può essere in alcun modo condivisa da chi al contrario ritiene che il Socialismo costituisca tuttora (e anzi sempre più) un'opzione politica, culturale e morale viva e vitale, come d'altronde ben dimostra la sua stessa capacità di rimettersi costantemente in discussione e di aggiornare di continuo le proprie agende e le proprie priorità.
Ad imprese dal dubbio gusto nuovista che - implicitamente o esplicitamente - intendano muovere dal presupposto che il Socialismo sia morto non si può proprio prestare alcun sostegno.
Il problema più urgente per i partiti del Centro-Sinistra, del resto, non è certo quello di dar vita a confusi pasticci federativi, ma semmai quello di rilanciarsi come soggetti in grado di riaprire un dialogo forte con la società civile. Occorrono cioè partiti che sappiano tornare ad essere un valido punto di riferimento per i cittadini, che sappiano fornire loro obiettivi e speranze, e che sappiano nel contempo recepirne le istanze, valorizzarne le energie, seguirne e raccoglierne le sollecitazioni. Tutto ciò, peraltro, ci porta direttamente al cuore di un tema per me decisivo e centrale, e cioè quello della "questione democratica" all'interno dei partiti: una questione che riguarda in vero molte democrazie del mondo, ma che in Italia, e soprattutto per i partiti di Sinistra, è ormai da tempo diventata, a mio vedere, assolutamente indilazionabile.
In realtà senza un radicale cambiamento nei metodi di vita interna - dalla modalità con cui si addiviene alla selezione dei gruppi dirigenti (e dei candidati) a quelle con cui si procede nelle più rilevanti decisioni politiche - non c'è alcuna possibilità di rompere lo steccato di incomprensione che separa i partiti dalla società civile. Con ciò i partiti corrono sempre più il rischio di condannarsi a diventare dei circoli chiusi, delle oligarchie autoreferenziali (con i loro linguaggi e le loro liturgie da iniziati). E magari, presto o tardi, potrebbero finire per essere travolti da qualche movimento più o meno spontaneo che avesse la capacità di darsi frome organizzative meno effimere.
Io non auspico affatto questo prospettiva, perchè credo nella funzione fondamentale dei partiti. Ma proprio per questo ritengo che oggi la questione centrale sia di nuovo quella di "rinnovarsi o perire".
Su questo punto, caro Mario, so bene di avere delle posizioni ben più radicali ed intransigenti delle tue. Ma visto che anche tu sembri averne le tasche piene dello spirito conformistico di questo partito, e ti mostri anzi fortemente critico verso la logica della pura e semplice "autoconservazione del gruppo dirigente centrale e delle sue propaggini periferiche", penso che dovresti forse rivedere certi tuoi radicati convincimenti sulla questione della democrazia, e magari abbracciare atteggiamenti più battaglieri.
Ti aspetto sulle barricate.
Un saluto
Francesco Somaini.
10 ottobre 2003
IL PARTITO UNICO E LA SINISTRA SENZA IDENTITA'
"Una sinistra che perde la sua ispirazione socialista cessa anche di essere di sinistra"
di Renzo Penna*
Romano Prodi lavora da anni alla costruzione di un soggetto politico unitario del centrosinistra che esula dalla tradizione socialista e socialdemocratica della sinistra italiana ed europea. La proposta che ha di recente avanzato di una lista unitaria delle forze dell'Ulivo alle elezioni europee del 2004 è, in questo disegno, la precondizione necessaria alla realizzazione del partito democratico. L'Internazionale Socialista, ha sostenuto di recente Prodi, rappresenta un contenitore, un 'otre', vecchio, mentre il nuovo partito e i suoi rappresentanti devono collocarsi "oltre i recinti ideologici della vecchia Europa". Posizione non nuova e coerente. Nel giugno del '97, nella sua veste di Presidente del Consiglio, ad una delegazione di parlamentari socialisti appartenenti ai gruppi della sinistra democratica (PDS) che lo aveva incontrato per una valutazione sulle prospettive politiche, senza molti giri di parole affermò che in Europa la fase socialdemocratica si era conclusa e non esistevano valide prospettive per i partiti socialisti. Un convincimento che riecheggiava quello di Ralph Dahrendorf il quale, con analoghi intenti, qualche tempo prima aveva parlato e scritto sulla "fine del secolo socialdemocratico". L'affermazione suscitò nei presenti qualche imbarazzo, ma fu presto accantonata sotto l'incalzare degli accadimenti politici che si muovevano in una direzione opposta a quella indicata da Prodi. Da noi, in Italia, erano in corso i lavori del Forum della Sinistra per il progetto della 'Cosa 2' e si stavano preparando gli Stati Generali della Sinistra (Firenze febbraio '98). In Europa, nei mesi che seguirono quell'incontro, i partiti socialisti vincevano le elezioni e tornavano al governo, in Francia con Jospin, in Germania con Shroeder, mentre in Inghilterra trionfavano i laburisti di Tony Blair. Sul perché oggi, alla vigilia di una stagione politica decisiva per le forze che si oppongono al governo Berlusconi, Prodi riproponga con forza il suo progetto non vi è molto da discutere, se non prendere atto che, pur in una diversa situazione e rivestendo ruoli differenti, tale disegno ha continuato a vivere ed è stato portato avanti. Sia nei confronti dei partiti del centro dell'Ulivo, con la nascita, prima, dell'Asinello ed in seguito della Margherita sia verso la sinistra con l'invito rivolto da Arturo Parisi ai Democratici di Sinistra a sciogliersi proprio alla vigilia del loro primo Congresso (Torino, gennaio 2000). E' essenziale invece per la sinistra cercare di comprendere le ragioni delle difficoltà e delle incertezze dei DS a confrontarsi oggi con questa impostazione, e capire i motivi che hanno indotto importanti dirigenti, ad iniziare dal Presidente del Partito, a cambiare radicalmente opinione. Massimo D'Alema, nel suo ascoltato intervento al Congresso di Torino, aveva in maniera inequivoca collocato e ancorato i DS tra i partiti socialisti: "noi siamo un partito del socialismo europeo…questo non è un tratto accessorio ma il cuore della nostra identità…non riesco a concepire la sinistra al di fuori dell'Internazionale Socialista". Così come netto era stato nel riconoscere chi aveva avuto ragione nel lungo duello tra le idee del socialismo democratico e l'esperienza totalitaria del comunismo: "è quella del socialismo democratico la parte che ha avuto ragione". E, di conseguenza "…avremmo fatto un errore se fossimo usciti dalla esperienza del Partito Comunista Italiano per fondare un nuovo partito senza una precisa identità". Parole importanti, pronunciate rivestendo anche il ruolo di capo del governo, che avevano il merito di prendere con nettezza le distanze dalle posizioni di coloro che, nel realizzare la svolta che portò alla nascita del PDS, avevano messo sullo stesso piano la crisi e il crollo del comunismo con quella della socialdemocrazia. Affermazioni precise, anche se venute dopo undici anni dalla caduta del muro e senza che le resistenze ad inserire la parola "socialista" nel nome del partito, già presenti alla nascita del PDS, come riferisce Fassino nel suo libro, fossero superate. E nonostante che l'"impaccio" della presenza in Italia di un altro significativo partito socialista, nel frattempo, fosse venuta meno. Quelle resistenze non esprimevano, naturalmente, solo difficoltà di carattere terminologico, ma celavano un dissenso politico e il permanere di ambiguità su una questione fondamentale: l'identità presente e futura del partito dei Democratici di Sinistra. Dissenso mai del tutto superato e che ritroviamo, ad esempio, in recenti scritti di Reichlin (Riformismo e capitalismo globale, 2003) nei quali si continua a legare l'esaurimento del comunismo a quello del socialismo e addirittura si afferma che occorre "prendere atto che la parola stessa 'socialismo' non si capisce bene cosa significhi". Posizione che rappresenta la spia delle difficoltà e delle incertezze dei DS a confrontarsi con la sfida politica riproposta con nettezza da Prodi. Non si comprende cosa spinge oggi il gruppo dirigente del partito a giustificare la nascita di un indistinto "partito riformista europeo" o, per citare le preoccupazioni di un D'Alema insolitamente autocritico (3 ottobre 2001), "…a far sì che si compia l'aspirazione di una parte del centrosinistra - ulivista e centrista - a rendere subalterna la sinistra riformista di radice socialista". Va anche detto che questa 'aspirazione' è stata resa più agevole proprio dalla proposta che, da ultimo e contraddicendo precedenti affermazioni, Giuliano Amato e Massimo D'Alema hanno espresso con l'intento di superare l'esperienza socialdemocratica e l'Internazionale socialista, per dare vita ad una sorta d'Internazionale democratica. Proposito che, per dirla con Massimo Salvadori: "rappresenta l'ennesima variante della tradizionale velleità della sinistra italiana di mascherare le proprie debolezze". Si impongono pertanto una serie di domande alle quali occorre rispondere prima di procedere oltre. Un tale disegno non è forse in contraddizione con le indicazioni e le sollecitazioni venute in questi mesi dalla parte più attiva della società civile e del mondo del lavoro che certo non hanno richiesto all'opposizione e, in particolare, alla sinistra uno spostamento del proprio agire in senso più moderato o centrista. E ancora, non rappresenta, forse, una precipitosa e poco motivata fuga in avanti del ceto politico dalle vere priorità sulle quali tutto il centrosinistra dovrebbe essere impegnato: in primo luogo la definizione del programma per le prossime elezioni e la costruzione, attorno a questo, di una coalizione più ampia dell'attuale Ulivo, comprensiva di Associazioni, Movimenti e con un'intesa politica di legislatura con il partito di Bertinotti. Quale cambiamento si è prodotto, in questo breve tempo, nella società e nella politica italiana tale da determinare un mutamento così radicale nelle prospettive dei DS e da giustificare la rinuncia ad una autonoma istanza della sinistra. E' proprio così difficile per i DS sostenere con il massimo di lealtà un'alleanza tra il riformismo socialista e gli altri riformismi, e non essere invece così disponibili all'assimilazione del primo ai secondi come, inevitabilmente, capiterebbe con la costituzione di una indistinta formazione democratica. Come si pensa di rappresentare la sinistra senza un soggetto, una politica, una costruzione intellettuale, o questo è l'approdo cui si mirava già da tempo. Una sinistra che perde la sua ispirazione socialista, venendo meno alle sue idealità, ai suoi valori e ai suoi fini, non cessa anche di essere di sinistra, creando sconcerto, disagio e divisione in una parte significativa dei militanti e del proprio elettorato. Su questo punto appare senza dubbio condivisibile la tesi sostenuta da Salvadori: "Il riformismo della sinistra, che continuo a vedere legato primariamente al socialismo, deve avere una sua autonomia, i suoi referenti sociali privilegiati, e ha bisogno di uno specifico soggetto che se ne faccia rappresentante…". Va per altro ricordato che, in quest'ultimo anno e mezzo, quanti si sono mossi e hanno manifestato, non l'hanno fatto solo per difendere la democrazia e la Costituzione dagli assalti del governo, o richiedere all'opposizione maggiore unità, ma anche per affermare il valore di una 'democrazia partecipata' che non intende più delegare senza riscontri e, nello stesso tempo, per segnalare i difetti di crescente autoreferenzialità e chiusura al rinnovamento di una parte non piccola della classe politica del centrosinistra. Sottovalutare nelle future decisioni e comportamenti questo comune sentire di tante persone, rischia di essere pagato in minore entusiasmo e ridotta partecipazione nei futuri decisivi appuntamenti elettorali. Rischi e difficoltà che il gruppo dirigente dei DS sembrava aver capito, specie dopo aver prodotto, con la regia di Bruno Trentin, e approvato in occasione della Convenzione per il programma di Milano (aprile 2003), un impegnativo aggiornamento dei contenuti e della propria strategia. E anche perché il Segretario, nelle fasi più complicate della polemica interna, aveva evitato di seguire chi gli indicava la strada sbrigativa del procedere solo con "chi ci stava", ma operato per tenere aperto il dialogo e il confronto sia all'interno del partito che nei confronti degli interlocutori esterni. Dialogo, confronto, pratica democratica e rispetto delle diverse posizioni che adesso, per la portata delle opzioni poste e le decisioni da assumere, risultano indispensabili.
Roma, Ottobre 2003
Associazione LABOUR "Riccardo Lombardi
Caro Mario,
da tempo non scrivo all'Ossimoro, mentre ho continuato a scrivere piccole brevi note per altri siti socialisti; forse l'ho fatto perchè attribuisco all'ossimoro una diversa attitudine, più riflessiva, meno legata al quotidiano. Comunque vedi tu se queste poche righe hanno dignità di 'intervento' oppure sono un semplice sfogo liberatorio. A me pare che il panorama venturo della sinistra, e del centro sinistra, si vada rapidamente chiarendo, in questo senso. Ci saranno, nel medio periodo, due formazioni, due partiti, due aggregazioni. Il primo, 'riformista', comprenderà tutti coloro che vogliono essere alternativi alle destre tenendo insieme chi viene dalla DC, dall'ambientalismo moderato, dal PSI ex autonomista, dal mondo cattolico e laico moderato; il secondo, 'socialista', che tenterà di aggregare tutti coloro che si rifanno alla tradizione del movimento dei lavoratori, una volta si diceva operaio, ricomponendo, io lo spero, non la diaspora del 1993 ma quella del 1921.
Ecco, il mio sogno è un partito socialista che sappia 'tenere' insieme al suo interno turatiani, luxemburghiani, spartachisti, nenniani, lombardiani, demartiniani, azionisti, liberal-socialisti (quelli veri!), post e neo comunisti antiburocratici (una volta avremmo detto trotzkisti). Un sogno, dirai tu, ma io preferisco questo sogno a quello, che io definisco un incubo, di un partito che assembli Gerardo Bianco e Massimo D'Alema, Giuliano Amato e Francesco Rutelli. Ci saranno, io credo, un partito che si fregerà del nome riformista senza esserlo, e un partito che cercherà di essere degnamente socialista, se tutti noi, e intendo TUTTI, sapremo rinunciare a un pezzo di cronaca per ricominciare una storia.
Con affetto,
Raimondo Elli
7 ottobre 2003
Leggo sui giornali che l'on.Umberto Bossi vuole fucilarmi, in quanto colpevole di essere un Socialista che, assieme ai Comunisti, ai Democristiani e ai Sindacalisti, è colpevole di aver distrutto l'Italia.
Prendo atto di vivere in un Paese arretrato, povero, del "terzo", anzi, del "quarto" mondo e, rassegnato di fronte all'inappellabile sentenza del bos leghista, frutto dell'inarrestabile forza intellettuale che lo ispira, offro il petto al plotone d'esecuzione.
Chiedo solo di esprimere, come si conviene e si concede ai condannati a morte, un ultimo desiderio: vorrei che nelle scuole italiane, d'ogni ordine e grado, si studiasse a fondo la storia degli uomini e del Partito che nel nome del Socialismo, dal 1892 ad oggi, hanno dedicato le loro energie fisiche, culturali e morali - e non pochi la loro stessa vita - al bene del nostro Paese e, in specifico, al bene delle classi più povere del nostro Paese.
Sono certo che la storia e gli uomini del Partito Socialista Italiano, sarebbero finalmente riabilitati a furor di popolo, dopo un decennio di infamie insopportabili, inaudite e ingiuste contro di noi.
Personalmente, poi, da fantasma, mi toglierei la soddisfazione di tormentare le notti di Bossi e dei suoi tutori, sussurrando loro nelle orecchie: "Il Socialismo è vivo! Evviva il Socialismo! Grazie Bossi d'avermi fucilato!".
Alessandro Guidi
1-10-2003
POSSIBILE SOLO SE SI COLLOCA PIU' A SINISTRA DELL' ULIVO. CON UN PARTITO NEO-LOMBARDIANO (MA PER ORA MANCANO I MATTONI CON CUI COSTRUIRLO)
Resto perplesso sull'ipotesi di costruire un nuovo partito riformista senza nome e senza storia. Comprendo molte delle ragioni che D'Alema espone in difesa del suo progetto. Ma sinceramente ho paura che l'operazione non porti ad un PSE allargato, bensì ad una Margherita allargata. Vale a dire ad una formazione dominata da esigenze elettoralistiche senza storia, senza identità e senza progetto.
I limiti profondi della sinistra italiana che consistono principalmente nell'assenza di identità e progetto non si risolvono con operazioni meccaniche di ingegneria politica.
I limiti provinciali dell'attuale cultura (od incultura) politica italiana non ci permettono di calibrare le nostre scelte all'interno di una visione europea; essi sfociano piuttosto nella pretesa di voler esportare in Europa le anomalie della sinistra e del sistema politico italiano! E' un provincialismo non nuovo nella sinistra italiana. Enrico Berlinguer parlava dell'Italia come di una "felice anomalia" nel contesto europeo (Norberto Bobbio rispose che quell'anomalia gli appariva piuttosto infelice!).
Ma veniamo ai fatti concreti. In Italia abbiamo una sinistra riformista intorno al 20% dei voti. La media europea è del 30-35%. Tale condizione rende l'alleanza di centro-sinistra assai instabile e frammentata. E' indubbio (l'esperienza europea ce lo insegna) che la presenza di un partito che abbia superato una massa critica di consensi (diciamo il 30%) crea un centro gravitazionale in una coalizione che è garanzia della sua stabilità e della sua coerenza politico-programmatica.
Fin qui il ragionamento di D'Alema non fa una grinza.
Sono piuttosto le conclusioni che non mi convincono. Siccome la sinistra da sola non ce la fa a raggiungere in breve tempo tale soglia critica, costruiamo una "Casa dei riformisti" (che felicità per Boselli!) in cui entra anche la Margherita, impegnandoci contestualmente ad allargare il PSE. Così potremo avere un partito riformista che possa aspirare al 35%.
Ho fin qui espresso le valutazioni critiche di un socialista non craxiano sull'idea di un soggetto unico riformista.
Devo dire anche che non mi convincono le critiche che a D'Alema sono giunte dal correntone, così come non mi convince l'idea di rifondare un socialismo post-craxiano.
Le critiche fatte dal "correntone" sono deboli: esse non tengono conto della parte positiva del ragionamento di D'Alema. Del fatto che l'esigenza di costruire un partito del 30% è un problema centrale. Non si può pensare certo di rilanciare la sinistra con i girotondi e con una vocazione protestataria politicamente impotente (e che serve solo a creare rendite di posizione per qualche dirigente con scarsa credibilità). Così come non mi convince l'idea di voler rifondare un soggetto politico socialista di tipo post-craxiano . Questo mi sembra il crinale che sta prendendo l'associazione "Socialismo è Libertà", al di là di quelle che sono le (rispettabilissime e condivisibili) intenzioni di alcuni suoi promotori (Formica, Artali).
Mettere sullo stesso piano i socialisti che hanno fatto scelte di sinistra con gli ex-socialisti che hanno fatto scelte innaturali di destra, per presentare una lista alle Europee magari finalizzata alla rielezione di un Claudio Martelli significa partire con il piede sbagliato.
Non solo perché con tutta probabilità tale lista rischia di essere un "flop" elettorale. Ma perché immagina una sorta di Rifondazione socialista in piena continuità con gli anni 80.
Lo ripeto so benissimo che non sono affatto queste le intenzioni di molti compagni promotori dell'associazione. Ma oggettivamente la presentazione di una lista autonoma alle europee favorisce la sua caratterizzazione nel senso della nostalgia e dello spirito di rivincita, rischiando di collocare tale lista più a destra dei DS e dello stesso SDI!
E non è questo certo oggi la collocazione naturale di chi voglia ispirarsi alla migliore tradizione socialista, che certo non può ridursi a quella craxiana, al di la del giudizio si possa dare su quella fase della storia socialista.
Il sottoscritto su Craxi ha sempre espresso un giudizio articolato. Credo che abbia avuto molti meriti (che non sono stati sufficientemente valorizzati) e demeriti (talvolta eccessivamente evidenziati). Ma certamente Craxi (con le sue luci e le sue ombre) è stato un socialista autentico a differenza di alcuni suoi seguaci (leggi Martelli, De Michelis -e se vogliamo Boselli).
Una ipotetica (e sottolineo ipotetica) rifondazione socialista non potrà che avvenire in netta discontinuità con la fase craxiana.
Potrà avvenire solo su posizioni neo-lombardiane. Vale a dire più a sinistra dell'Ulivo attuale - in uno spazio intermedio tra l'Ulivo e Rifondazione.
Tale area non potrebbe essere coperta dai nostalgici del PCI (Correntone o Cossutta) i quali sarebbero fatalmente "triturati" da Rifondazione, ma da una forza politica socialista portatrice di una visione "forte" e radicale del riformismo.
Ecco perché ritorna prepotentemente la lezione di Riccardo Lombardi, il quale non era affatto un vecchio massimalista, ma il primo, in Italia, a parlare esplicitamente di sinistra di governo.
Certo alcune cose dette da Lombardi sono datate, ma molte sue intuizioni e ragionamenti politici sono di grande attualità (e sono in parte ripresi da Giorgio Ruffolo).
Prima fra tutte l'idea di un "riformismo forte", di una sinistra di governo che sappia essere alternativa organica e progettuale alla destra.
Allo stato attuale non siamo in grado di prevedere gli sviluppi del dibattito politico intorno alla lista unica ed al soggetto nuovo del riformismo. Non sappiamo se esso andrà avanti, e se andrà avanti quali caratteristiche assumerà. Dobbiamo perciò necessariamente sospendere il giudizio.
Se dovesse prendere corpo l'ipotesi peggiore (quello di una Margherita allargata) si aprirebbe uno spazio oggettivamente grande per un partito socialista neo-lombardiano e potrebbero emergere anche i "mattoni" con cui costruirlo.
Ma siamo nel campo delle ipotesi futuribili e la politica non si fa con esse.
Personalmente, nel quadro attuale, ritengo di dover lavorare insieme ai compagni socialisti che operano nei DS (verso i quali ho una maggiore omogeneità di sensibilità politica), non per chiudermi in un recinto, ma per lavorare attivamente al fine di mettere in rete le esperienze socialiste che operano nell'Ulivo. Di qui la mia adesione ai "Riformatori per l'Europa"
Giuseppe Giudice
26-09-03
LISTA UNICA E SINISTRA ITALIANA
di Felice Besostri
Gravi vizi di forma democratica
O il partito riformista (PUR o PRE non è questione di nomi: la socialdemocrazia per eccellenza, quella svedese, si chiama SAP, cioè partito svedese dei lavoratori) si iscrive in queste linee, cioè diviene membro dell’Internazionale Socialista e del PSE, oppure nei DS il progetto prodiano ha bisogno di una vera e propria legittimazione congressuale.
Sia ben chiaro la proposta Prodi di una lista unica alle elezioni europee del giugno 2004, come anticipazione di un partito unico del riformismo italiano, è una proposta forte, anzi fortissima.
Ha la forza delle proposte semplici, ancorché semplificatrici, addirittura sbagliate.
Ha la forza di uno slogan pubblicitario ben inventato ed a livello politico si può paragonare alle invenzioni del primo Bossi sulla libertà del Nord o della discesa in campo di Berlusconi.
E' una proposta politica di alta dignità e con forti implicazioni, ma nel contempo è capace di parlare al cuore della gente ed anche al loro subconscio.
Ci sono parole magiche e fortemente evocative come è la parola "Unità".
Certamente l'esperienza ha mostrato come in nome di idee giuste, come la libertà, si possono commettere molti delitti.
Nella storia del movimento operaio e socialista in nome dell'unità, nel secondo dopoguerra mondiale, si realizzarono unificazioni forzate dei partiti socialisti e comunisti, che affossarono ogni ideale progressista e democratico legato alla parola socialismo.
Dopo i tormenti del giardino dei ciliegi, gridare "A Mosca! A Mosca!" ha un effetto liberatorio. Come per noi, allora universitari del nord, in serate uggiose, quando non si sapeva che fare e l'umidità con la nebbia ti penetrava le ossa, la proposta di andare a Genova: "Al mare! Al mare!", aveva, come ci ricorda Paolo Conte, una immediata forza propulsiva.
La proposta della lista unica e del PUR (Partito unico riformista), del PRE (Partito riformista europeo), per i più ambiziosi (il PRI, Partito riformista italiano, non è agibile perché la sigla è di La Malfa e sa troppo di Prima Repubblica e di proporzionale) è tanto più forte in quanto appare nella più totale assenza di proposte alternative nell'ambito della sinistra, che non sia la tavola rotonda rituale della sinistra alternativa, che, come dice Lucio Dalla della musica andina, è di una noia mortale perché sempre uguale.
A sinistra non mancano teoricamente le proposte, ma prive di tempi e di forme precise, rinviate ad una generica rigenerazione della sinistra sotto la spinta dei movimenti e dei Forum Sociali Mondiali ed Europei.
In ogni caso lo scenario dell'altra sinistra, non riformista, è ancora dominato dal vetero conservatorismo di Rifondazione Comunista e dai suoi interessi immediati di partito.
La forza della proposta Prodi, con l'interpretazione di D'Alema, è che i no di molti oppositori, come i Verdi ed il PCDI siano fatti nel nome della conservazione dell'esistente, di uno status quo assolutamente insopportabile e privo di prospettive anche per l'opinione pubblica di sinistra.
Una ulteriore forza della proposta, oltre che dell'assenza di proposte alternative a sinistra, deriva dal fallimento degli esperimenti che l'hanno preceduta, come la Cosa 2 ovvero della proposta del Congresso di Pesaro della Costituzione del partito del socialismo europeo.
A chi sostiene con entusiasmo il PUR suggerisco, peraltro, nell'interesse del loro progetto di dedicare un po' di tempo all'analisi delle ragioni dell'insuccesso dei precedenti tentativi. Se non altro per la ragione, almeno nei DS, che il gruppo dirigente che dovrà realizzare la lista unica ed il partito riformista è lo stesso responsabile degli altri fallimenti (la costruzione del partito del socialismo europeo è abortito, non prima di nascere, che sarebbe normale, ma prima di essere stata concepita) e della sconfitta delle politiche del 2001 è lo stesso, in fotocopia, con qualche spostamento di ruolo nella fotografia con Veltroni a Roma e Bassolino a Napoli (e nella prossima Cofferati a Bologna).
Michele Salvati che da anni conduce la battaglia del Partito Democratico, prima, e del Partito Riformista, ora, paradossalmente è stato eliminato dal gruppo dirigente, che dovrebbe realizzare le sue idee.
Ogni proposta, se non si invera in uomini e donne, che ci credono, e se non suscita partecipazione, al di là del ceto politico esistente è destinata a fallire, tanto più in un contesto come quello italiano, in cui il monopolio dell'informazione di massa può essere contrastato soltanto da una accresciuta partecipazione di base.
Ricordiamoci che i primi ineguagliati successi della Lega Nord si sono ottenuti con un ostracismo radiotelevisivo totale, contrastato da una efficace comunicazione da persona a persona, sui luoghi di lavori, nei bar o nei circoli, tra la gente.
Dunque una tale decisione non può essere presa tra un'intervista ed un'altra: in un paese normale, concetto una volta caro al compagno D'Alema, la proposta stessa non avrebbe fatto un passo se non fosse stata elaborata in un qualche organo di partito.
Il percorso di discussione sarebbe iniziato subito a tutti i livelli, anche come iniziativa spontanea.
Le unità di base, a cosa servono? A registrare i consensi del gruppo dirigente o a cogliere gli umori della società?
Decidere per la lista unica ed il partito riformista non è materia che si possa esaurire nella Direzione, finalmente convocata, né nell'Assemblea dei delegati, per non ripetere la farsa della Conferenza Programmatica di Milano (a proposito che fine hanno fatto i documenti programmatici approvati a Pesaro e a Milano? I lavori delle Commissioni Ruffolo e Trentin?) e neppure un referendum tra gli iscritti sarebbe all'altezza delle decisioni da assumere. Chi formula il quesito? Il voto è segreto o palese? Quesito secco o pluralità di quesiti?La decisione sulla pace o sulla guerra in cosa era più complessa del destino del partito e della sua collocazione europea?
Soltanto per rinfrescarmi la memoria, perché ritengo che tutti gli altri compagni, specialmente della maggioranza si ricordano cosa hanno votato, trascrivo un passo delle tesi della maggioranza congressuale:
"Una sinistra che si pensi nell'Ulivo e voglia, con la sua identità riformista, contribuire a fare dell'Ulivo la casa comune dei riformisti italiani.
Una sinistra che - portando a compimento la "svolta" dell'89/91 - si colloca così a pieno titolo nel pensiero e nelle idealità del socialismo democratico, non solo perché affiliata all'Internazionale socialista e al Pse, ma perché esprime e pratica quella cultura politica e programmatica che, da tempo, consente ai partiti socialisti e socialdemocratici europei di assolvere a una funzione dirigente.
Con lo stesso spirito accogliamo la sollecitazione di Giuliano Amato a mettere a disposizione le energie del principale partito della sinistra italiana, i DS, per costruire una forza socialista plurima nelle radici, ma unita in un solo partito riformista. Un obiettivo di unità che ci siamo sempre posti e per il quale all'indomani del Congresso si dovrà lavorare senza indugi.
D'altra parte le ragioni che a lungo hanno diviso e contrapposto le diverse anime della sinistra stanno alle nostre spalle. La storica contrapposizione tra movimento comunista e socialdemocrazia è stata risolta dal crollo del Muro di Berlino e dal riconoscimento che l'esperienza del riformismo socialdemocratico è l'unica sinistra che ha vinto le sfide della società contemporanea. Le divisioni politiche che a lungo hanno contrapposto PCI e PSI sono anch'esse consegnate alla storia e oggi gli eredi di quei partiti si riconoscono in comuni valore e idealità, appartengono alle stesse organizzazioni socialiste internazionali, stanno insieme nell'Ulivo."
Il partito riformista (non è una questione di nomi: la socialdemocrazia per eccellenza, quella svedese, si chiama SAP, cioè partito svedese dei lavoratori) o si iscrive in queste linee, cioè membro dell'Internazionale Socialista e del PSE, o ha bisogno di una legittimazione congressuale.
La sostanza della questione
In questa situazione, in cui è in gioco il futuro dell’Europa, con l’allargamento a est, e con i socialisti al Governo nei tre paesi più importanti dell’Europa centro-orientale, cioè Polonia, Ungheria e Repubblica Ceca. In questa situazione, in cui sono in gioco le relazioni dell’Europa con gli USA, a me non sembra per nulla opportuno indebolire lo schieramento progressista europeo, tanto più in presenza di forti tensioni etniche e religiose e dei segni di una rinascita di attivismo fascista, neonazista e razzista, con episodi di violenza politica come l’assassinio della compagna socialdemocratica svedese Lindh.
Al di là del punto di vista formale, sul piano sostanziale i sostenitori della nuova linea dovrebbero spiegare per quali ragioni in questi anni che ci dividono da Pesaro i partiti socialisti e socialdemocratici europei non sono più in grado di "assolvere ad una funzione dirigente" e cosa sia avvenuto in Italia, in Europa e nel mondo affinché si giustifichi l'abbandono del giudizio e del riconoscimento, che "l'esperienza del riformismo socialdemocratico è l'unica sinistra che ha vinto le sfide della società contemporanea".
Queste risposte devono essere date: non si può lasciare nell'ombra una questione così importante, come quella della famiglia politica del futuro partito riformista e, da subito, del gruppo del Parlamento Europeo al quale si iscriveranno gli eletti della lista unica.
Prima del crollo del sistema comunista, tre famiglie politiche europee con proiezione internazionale si dividevano la scena, sia pure con una presenza non sempre omogenea ed equilibrata: i comunisti, i democristiani ed i socialisti. I primi presenti nel blocco orientale ed in quello occidentale soltanto in Italia con una certa rilevanza. I secondi distribuiti in tutta Europa, con l'eccezione della Gran Bretagna e della Spagna e nei paesi scandinavi, dove erano soltanto una componente dello schieramento borghese.
I socialisti, infine, si caratterizzavano come la forza politica di maggioranza relativa nell'Europa Occidentale.
Ebbene, i comunisti si sono dissolti come forza significativa, sopravvive tuttavia in Europa una sinistra alternativa ed antagonista, da valutare tra il 5 ed il 10%, di cui spesso sono parte i partiti neo comunisti.
I democratici cristiani si sono trasformati nel coagulo conservatore alternativo alla sinistra sotto la spinta egemonica della CDU/CSU tedesca, cui non faceva più da contrappeso la DC italiana, e dall'obiettivo conclamato di acquisire la supremazia rispetto ai socialisti; da qui l'allargamento alle forze conservatrici e di destra, come i popolare spagnoli o Forza Italia ed i conservatori inglesi.
Il colpo è riuscito, ma a prezzo di cancellare ogni identità democratica cristiana o cristiano sociale.
I socialisti, invece, pur alle prese con le crisi del Welfare stato sociale, si sono espansi all'Europa Centrale ed Orientale, senza cambiare la loro natura.
In questa situazione, in cui è in gioco il futuro dell'Europa, con l'allargamento e con i socialisti al Governo nei tre paesi più importanti dell'Europa centrale ed orientale, cioè Polonia, Ungheria e Repubblica Ceca, nonché le relazione dell'Europa con gli USA non si può indebolire lo schieramento progressista europeo, tanto più in presenza di forti tensioni etniche e religiose e dei segni di una rinascita di attivismo fascista, neonazista e razzista, con episodi di violenza politica come l'assassinio della compagna socialdemocratica svedese Lindh.
I partiti socialisti hanno conosciuto sconfitte elettorali in Europa, in Francia e Portogallo, ma hanno anche riportato vittorie significative in Germania, Svezia e nei sopraricordati paesi dell'Europa Centrale ed Orientale.
La socialdemocrazia deve affrontare grossi problemi, nessuno lo vuole negare, e lo scenario internazionale, soprattutto la guerra in Iraq ha provocato profonde divisioni nel suo seno. Tuttavia un conto è ragionare intorno ai problemi della socialdemocrazia ed un altro è ritenere sulla scorta di un pensiero conservatore, ma condiviso da Prodi e da un certo cattolicesimo integralista,ancorché di sinistra, che il crollo del Comunismo significasse anche la fine del socialismo e di ogni ipotesi collegata ad una società con marcati connotati di eguaglianza e protezione sociale e con un forte intervento pubblico nello sviluppo economico e nella regolazione dei mercati.
Il socialismo non è morto
Il crollo del sistema comunista, contrariamente all’opinione di molti conservatori e dei cattolici integralisti, di destra e di sinistra, non ha trascinato con sé quello di ogni ipotesi di socialismo. La famiglia dei socialisti europei si è allargata all’Europa centrale ed orientale senza snaturarsi, mentre il Partito Popolare Europeo è una congrega di conservatori (e reazionari) senza più le radici del cristianesimo sociale. No ad un listone, sì ad una lista del socialismo europeo per le prossime elezioni.
Comunismo e socialismo, se non proprio fratelli, sono almeno parenti e perciò sarebbe fatale la scomparsa del socialismo, anche nelle sue forme ed esperienze più democratiche.
Chi, come chi scrive, non ritiene morto il socialismo, non vuole conservare una specie in via di estinzione, ma è convinto che il pensiero ed i valori del socialismo siano ancora attuali e tanto più attuali in questa epoca di globalizzazione, in cui globalizzati siamo tutti, ma i globalizzatori sono pochi.
In Brasile con un processo limpido e democratico è stato eletto presidente Ignacio da Silva, più noto come Lula, è un avvenimento di significato ed importanza che sorpassa lo stesso contenuto latino-americano. Non sarà indifferente se l'Europa nello scenario internazionale stabilirà rapporti di solidarietà con gli innovatori degli altri continenti o se sarà, come è stata al vertice di Cancun dell'Organizzazione mondiale per il commercio, miope guardiana di interessi commerciali. Senza un forte socialismo europeo non ci sarà nuova Europa: in tutti i paesi è la sinistra che difende, per il proprio DNA, l'uguaglianza e si batte contro le discriminazioni di stranieri ed immigrati e last, but not least, per una maggiore presenza delle donne in politica e nella società.
Salvati ha ragione quando si domanda che ci stanno a fare ex-comunisti ed ex-democristiani, due creature simbiotiche di un conflitto di sistema ormai lontano nel tempo. Tuttavia i comunisti di un tempo, addirittura dove erano al potere, sono diventati socialisti, in misura maggiore o neo comunisti (quest'ultimi capaci persino di vincere delle elezioni, sebbene nella disgraziata Moldova).
I comunisti italiani, per la loro tradizione democratica e per il fatto che mai sono stati isolati, grazie alle esperienza unitarie della CGIL, della Lega delle Cooperative e delle amministrazioni locali e regionali, potevano più di altri essere all'avanguardia nel socialismo europeo.
Se non lo hanno voluto, con il fallimento degli Stati Generali della Sinistra, non è a causa dei riferimenti storici, ma per una scelta politica attuale.
In nome della governabilità e della modernizzazione i post-comunisti italiani hanno rinunciato a conquistare tutto l'elettorato di sinistra italiano, sia quello sfuggito nella sinistra, sia quello lasciato a Forza Italia per residui di settarismo.
Una forza del socialismo europeo cercherebbe dapprima nell'elettorato perdute di sinistra gli atouts per tornare a vincere e non in un restyling politico che si rivolge principalmente al centro moderato ed alle classi medie acculturate.
L'unione dei riformisti non può nascere dalla disperazione di dover rinunciare a Gramsci e a Don Sturzo per mettersi insieme a leggere Rawls, Dworkin e Sen (e Rifkin per i più sinistrosi).
Se chi è stato comunista vuol diventare liberale senza permettersi una pausa socialdemocratica, in una società aperta e sempre più destrutturata come la nostra, lo può liberamente fare, ma allora la posta in gioco deve essere chiara a tutti.
Il compagno ed amico Michele Salvati (Corriere della Sera del 16.09.2003) è di una chiarezza esemplare: la dialettica in tutto il mondo è tra destra liberale e sinistra liberale. Fosse così potremmo spegnere la luce ed andare a dormire a casa nostra. Vi sono grossi problemi di uguaglianza e di distribuzione del reddito, che sono anche relazioni di potere tra individui e ceti, se non si vuol più parlare di classi.
Ritenere che il massimo di progressismo che si possa immaginare è quello dell'uguaglianza delle opportunità, significa dimenticare che popoli ed individui non arrivano nemmeno alla linea di partenza nella corsa della vita e per la vita.
Tuttavia anche a rimanere sul piano più strettamente programmatico, che non si può disgiungere dei valori, il futuro partito riformista quale orientamento dovrebbe avere in relazione a temi scottanti ed emblematici come quello dell'inserimento dei valori cristiani o giudeo-cristiani nel preambolo della Costituzione europea?
Il partito del riformismo unito avrà una sua politica per la famiglia? Che dirà dell'aborto o della fecondazione assistita? O della ricerca genetica e dell'uso delle cellule staminali? O per rimanere ad un tema antico di scuola pubblica e scuola privata? (Su questo punto non ho molta fiducia che la strada maestra della costituzione sia seguita. Un esempio di abbandono di cause popolari e di massa).
La proposta della lista unica e del partito riformista, inoltre, non è una risposta adeguata alla crescente disaffezione verso la politica e le elezioni di stati crescenti della popolazione. Il sistema maggioritario è una risposta che razionalizza la disaffezione, nessuno si meraviglia se il Presidente dell'unica potenza planetaria, che decide anche dei nostri destini, è eletto dal 25% degli elettori dei suoi paesi.
In una logica democratica formale l'importante è conquistare la maggioranza dei cittadini, che votano e se votano in meno e chi vota ha caratteristiche socio-culturali simili è più facile fare propaganda elettorale e conquistare il voto fluttuante.
Se gli elettori più affezionati sono quelli delle classi medie acculturate, diventa logica la convergenza al centro e perciò la lista unica ed il partito riformista hanno una loro potenzialità di vittoria, ancorché nel segno della moderazione.
Questo schema, peraltro, dimentica che la casa delle libertà può puntare su quote di elettori ruspanti, come quelli della Lega, o intrisi di nostalgia e tradizione, come quelli di AN ed infine sull'eredità democristiana e clientelare dell'UCD.
Per una forza progressista dimenticare gli elettori esclusi può essere esiziali, perché possono essere reincorporati nella politica dalla demagogia populista, come è avvenuto nella pura civilissima Olanda.
Le previsioni sul successo elettorale della lista unica è certamente importante, ma non decisiva. Una validità di una proposta, con velleità europee (non si parla più di Ulivo mondiale), non si giudica dall'esito di una tornata elettorale.
Nelle prime elezioni post-comuniste nell'allora ancora unita Cecoslovacchia i socialdemocratici non raggiunsero il quorum ed ora sono il primo partito della Repubblica Ceca. Semmai si contesta la scarsa ambizione degli adepti che parlano di un partito del 30-35%, cioè in grado di competere con Forza Italia, ma non di vincere da solo le elezioni, con l'attuale sistema elettorale.
Dunque, se il problema è quello di vincere con un'alleanza è una scelta politica quella di privilegiare la costruzione di un partito di centro-sinistra, oggettivamente moderato, rispetto alla costruzione di un forte partito di sinistra, capace di allearsi con forza di centro, per raggiungere quel 42-43% che rappresenta la soglia di competitività, in caso di distribuzione omogenea del voto per i due schieramenti contrapposti (Se vi fossero molti confronti triangolari, basterebbero meno voti, in percentuale, per vincere).
In una scelta piuttosto che in un altro giocano inclinazioni personali e prospettiva del gruppo dirigente e perciò sarebbe opportuno che nei DS si aprisse un dibattito anche su questo punto, perché non esiste partito riformista in cui la filiera di comando e di formazione del consenso si fondi sui meccanismi burocratici e sugli antichi riflessi da partito comunista, per cui il segretario ha sempre ragione, come la sua maggioranza.
La proposta, così come formulata, per cui la lista unica precede il partito è attrattiva perché dà ai gruppi dirigenti un potere incontrollato nella formazione delle liste, che è una delle componenti, oggi forse la principale, del consenso.
Un sistema di bipolarismo personalizzato Prodi-Berlusconi, senza solide radici politiche e sociali ha bisogno di un personale politico omogeneo e perciò la formazione delle liste senza primarie e senza regole statutarie è una ghiotta occasione per eliminare totalmente o per ridurre al minimo i dissenzienti.
Anche per questa ragione ha bisogno di restringere gli spazi incontrollati e perciò di un accordo bi-partisan per liste bloccate ad eventuale clausola di sbarramento: chi si oppone è eliminato.
La crisi della Casa della Libertà è sotto gli occhi di tutti, se passa la riforma elettorale funzionale alla lista unica si dà a Berlusconi il destro per ricompattarla, ma questo è già un ragionamento che attiene alla tattica, alle manovre che Nenni attribuiva alla politique policienne, quando il Paese e la sinistra di questo paese avrebbero bisogno di un grosso affiliato ideale e soprattutto di credere in un sistema di valori, che per di più sono già incardinati nella nostra Costituzione.
Torno a sottolineare che quello che è in gioco è la possibilità (e la speranza) dell'esistenza di un partito di sinistra sul modello di quelli prevalenti in Europa.
Il partito riformista è figlio del partito democratico, dell'idea di far assomigliare il nostro sistema politico a quello statunitense.
Non per niente ha credito e sostegno nell'establishment economico-finanziario italiano, come è evidente dalle loro massime espressioni editoriali: Corriere della Sera, Repubblica e Sole 24 Ore. Questo establishment è diviso da tante cose, ma unito dal vantaggio di un sistema politico e dei partiti debole e non autonomo.
Per gli affari delle famiglie un sistema politico caratterizzato dal binomio Berlusconi-Prodi rappresenta un optimum.
Il primo è sempre sotto scacco per le disavventure giudiziarie ed il secondo è a capo di uno schieramento che non controlla.
L'operazione è favorita, come dicevo all'inizio, dall'assenza di proposte alternative credibili.
Certamente esistono sul tappeto la proposta di Socialismo2000 di Cesare Salvi e l'agitarsi vario della sinistra dei movimenti sociali, ma si tratta di soggetti a leadership diffusa e perciò non in grado di proporsi come alternativa a blitz decisi da un ceto politico organizzato.
In ogni caso possono opporsi ed impedire che qualcosa si faccia, ma non di elaborare in tempi brevi una risposta alternativa, tanto più quando l'unico soggetto organizzato, Rifondazione Comunista, ha altri obiettivi.
L'assetto che scaturirà dal successo della proposta del partito riformista a Rifondazione va benissimo, sa che si aprono per lei spazi elettorali a sinistra.
A fronte dello scoramento della sinistra referendaria che Rifondazione non manca di accentuare, e della fuga silenziosa dell'elettorato di sinistra, Rifondazione si può presentare come un'isola di stabilità, di nostalgia e di evocazioni unitologiche.
L'alleanza di fatto tra Margherita, DS e Rifondazione ha il pregio, da specchietto per le allodole, di presentare un fronte unitario anti Berlusconi, di emarginare definitivamente i cossuttiani e di darsi una mano di vernice demagogica. Tutti andremo alla grande manifestazione anti Berlusconi per accelerare la caduta del Governo, come eravamo tutti a San Giovanni prima che Cofferati andasse a Bologna.
Bandiere rosse e palloncini al vento per un popolo di sinistra che ha rinunciato a costruire lo strumento dell'alternativa e si può consolare nelle kermessen.
Per non cadere in contraddizione occorre delineare un'alternativa al listone, che allo stato non è né una lista unica delle opposizioni, né una lista unitaria dell'Ulivo; alternativa da sottoporre eventualmente a referendum, nel caso non prevalga l'idea del congresso tematico. La sola proposta coerente con una scelta a sinistra è quella di una lista del socialismo europeo, aperta senza discriminazioni a tutti coloro che si riconoscono nell'Internazionale Socialista, nel PSE e, che, comunque, si impegnano senza riserve a far parte, nel Parlamento Europeo, del Gruppo socialista. Questa proposta i DS la devono formulare, in maniera aperta e dialogante, a tutte le forze della sinistra, sensibili all'unità della sinistra: partiti, movimenti, personalità della società civile, del volontariato e dell'ambientalismo. Una proposta che sappia anche contestare le resistenze ed i ritardi di una sinistra parolaia. Una forza di sinistra non può rinunciare a priori ad aggregare tutta la sinistra in una proposta fortemente riformatrice, che poco tempo fa avrei definito senza timore riformista, se non fosse diventato sinonimo di moderato e modernizzatore senza valori e principi.
22.9.2003