Sulla storia della Resistenza 

Il detto che la storia la scrivono i vincitori deve essere aggiornato: occorre precisare che, nel tempo, la (stessa) storia la possono (ri)scrivere anche i vinti. 
Esattamente questo è, infatti, quello che si cerca di fare per quanto riguarda la storia della Resistenza italiana al fascismo e al nazismo. 
Fino ad oggi pochi dubitavano che, "storicamente" appunto, nell'accezione più ampia del termine, i torti e le ragioni stessero, gli uni, dalla parte dei fascisti e dei nazisti e, le altre, da quella dei partigiani e degli alleati. 
Ebbene, apprendiamo ora che non è così: la nuova tesi letteral-storiografica afferma che i torti e le ragioni vanno ridistribuiti nell'uno e nell'altro campo.
Ovviamente non secondo il criterio "storico" di valutazione che, per sua definizione, prende in considerazione solo "…vicende degne di memoria della (intera) società umana", ma secondo il criterio di "cronaca", fatto dalla ricerca di responsabilità personali e soggettive, con l'aggiunta d'affinità ideologiche, di specifici, quanto condannabili, fatti di violenza susseguitesi nella fase post bellica. 
Che "tutto" il torto, o "tutta" la ragione - di fronte all'orrore di una guerra fratricida - non fossero collocabili da una parte sola, lo sapevamo già.
Mai, però, avremmo pensato che avere torto, dal punto di vista "storico" e avere magari ragione, dal punto di vista della "cronaca", in alcuni fatti specifici di violenza cieca, potesse essere considerata "la stessa cosa" e posta sullo stesso piano dei valori di riferimento del nostro sistema democratico. 
Ci voleva proprio l'avvento della nuova moda degli storici revisionisti, dediti al "fai da te", ad affermarlo e la malafede di chi, allora, aveva torto a sostenerlo. 
Alessandro Guidi
11 novembre 2003


ISTITUZIONI AUTONOMISTICHE SARDE

Tradimento di un popolo


Questi sono i giorni dell’ira .Per chi legge siamo all’inizio di ottobre ,in pieno scandalo pensioni d’invalidità d’oro per alcuni consiglieri regionali della Sardegna. Sulla stampa dilagano le analisi ,le indignate vivisezioni sugli aspetti più perversi della corruzione del regime autonomistico,che nato dalle illusioni di nobili padri fondatori di inaugurare una stagione di riscatto economico e civile del popolo sardo,si è trasformato in un micidiale sistema di oppressione economica e sociale di tipo neocoloniale,con cui la nomenklatura sarda in cambio del monopolio dei flussi di spesa riesce a tenere il quadro sociale e a garantire che l’esito delle consultazioni elettorali rimanga funzionale alle politiche dei partiti nazionali.

Non è certamente questa la sede per discettare sul sistema della nomenklatura sarda,quanto mai radicato,pervasivo, ramificato in tutti gli empirei dirigenziali delle molteplici burocrazie delle istituzioni regionali,delle asl,,degli ordini professionali, delle federazioni sportive,perfino delle diocesi.

Le origini di questo sistema affondano nelle origini della questione sarda.

Sarebbe altresì tautologico ricordare che la forza di un sistema consiste proprio nel suo essere sistema ,nell’essere capace di assorbire iniziative di contestazione,nel battezzare le nicchie di resistenza,nella capacità di comminare una sorta di esilio interno alle voci critiche, scomode.

E quanto intenso,meticoloso dispendioso sia stato l’impegno del sistema per garantire proscenio e prebende agli yes men di ogni ordine e grado, per favorire un impianto istituzionale faraonico quanto inefficiente in relazione alla distribuzione demografica, alla purtroppo estremamente semplice, perchè fortemente depressa situazione socio economica lo si vede dalla progressivo deterioramento del sistema produttivo sardo,con i sindacati che contendono ormai brandelli di reddito per maestranze che vagolano in impianti industriali fatiscenti, se non addirittura morti. . Purtroppo in fase di espansione è la ben collaudata ragnatela istituzionale con la creazione di altre tre nuove provincie,le cui burocrazie nonostante gli sventolati buoni propositi andranno a sommarsi alle altre rapaci burocrazie per contendersi gli esangui destini delle scarse popolazioni locali,abbagliate dal miraggio dei posti di governo,sottogoverno,commesse e quant’altro può dispensare una nuova provincia.

Per non parlare dei tre nuovi bacini di formazione e reclutamento del personale politico,tarato sulla caccia spasmodica di visibilità,assetato di ragioni per continuare a esserci,affamato di risorse pubbliche con cui garantirsi rielezioni e brillanti carriere.

Sfidare il sistema ,le sue grandi famiglie e i loro vati politici, gli innumerevoli mediocri che infestano le assemblee elettive in cui si strutturano le istituzione regionali sarebbe velleitario.

Si potrebbe cercare di rendere funzionale l’indignazione che anche alla luce degli ultimi misfatti del consiglio regionale si va facendo strada nella timida opinione pubblica sarda,per farne un punto di forza politico utile a inserire elementi di rottura del quadro politico,che possano fungere da catalizzatori di reazioni politiche positive.

Con le elezioni regionali alle porte la mossa di proporre per la presidenza della regione una personalità forte, non funzionale al sistema dominante,che ha dimostrato sul campo della new economy mondiale il suo indubbio e riconosciuto valore, non annoverabile certo tra i soliti noti,i loro cloni,figli ,portaborse potrebbe scombinare non poco i giochi di potere ,gli scambi interpartitici tra schieramenti per definizione alternativi.

Lo sconcerto dei maggiorenti,il brulichio dei nani , il gran spolvero dei tessitori di ragnatele,il rianimarsi dei tenditori di trappole che ha destato la proposta Soru ci fa ben sperare,specie per chi come noi ostinatamente crede nelle politiche riformatrici quale strada maestra per il riscatto del nostro popolo.

Intendiamoci,senza illusioni sulle facoltà demiurgiche di nessuno,ma consci che gli esigui spazi politici che una eventuale elezione di Soru potrebbe aprire dovranno essere utilizzati per innescare processi virtuosi nel sistema produttivo,istituzionale tentando di promuovere l’efficienza quale costante nei meccanismi decisionali politici.


Roberto Pili
Assessore cultura Comune di Assemini
Circolo F:LLI ROSSELLI

7 ottobre 2003


No, caro Prodi, la socialdemocrazia non è un modello sociale antiquato


Tra tutti i commenti alla vittoria del NO al referendum svedese sull’entrata nell’area Euro mi ha sfavorevolmente colpito quello del Presidente della Commissione Europea, Romano Prodi, così come riportato dal Corriere della Sera: “Ha vinto la paura, la Svezia ha voluto preservare il suo antico modello sociale”.

Altre agenzie stampa lo hanno riferito con l’espressione di “antiquato” modello sociale, che gli svedesi avrebbero avuto paura di perdere”.

Si tratta di una gaffe politica, che ovviamente non è paragonabile con quella del Cavalier Berlusconi.

Gli svedesi hanno votato nel 2002 sul loro sistema sociale dando una grande vittoria ai socialdemocratici, che da allora governano insieme agli eredi del partito comunista svedese e gli ecologisti.

Il referendum era sull’entrata nell’area Euro non su un sistema sociale di welfare.

Come tutti i sistemi sociali, anche quello svedese ha bisogno di aggiustamenti, ma definirlo antico od antiquato è sbagliato nel merito ed anche tatticamente: se si diffondesse l’idea che integrazione europea e protezione sociale sono tra loro incompatibili, danneggiata sarebbe l’idea di Europa presso i lavoratori e le lavoratrici.

Credo che nelle dichiarazioni, a caldo, di Prodi giochi un antico riflesso, antisocialista, già espresso in un’intervista alla rivista il Regno di Bologna ai tempi dell’investitura come leader dell’Ulivo.

Prodi ha sempre ritenuto che con il crollo del comunismo, anche il socialismo, per quanto democratico fosse, dovesse scomparire: una vecchia idea di La Pira che assegnava al cristianesimo politico l’eredità del comunismo.

Se si dovesse fare una lista unica per le elezioni europee 2004 e successivamente il partito unico riformista, con queste premesse, mai gli eletti entreranno a far parte del gruppo parlamentare socialista ed il Partito nel PSE.

Per fortuna questa opinione non è condivisa da larghi settori della sinistra italiana.

Nella futura Europa il confronto è tra il Partito Popolare Europeo, che ha perso ogni connotato democratico cristiano o cristiano sociale, ed il PSE. Si sta di qua o di là, certamente con originalità e con spirito di apertura, ma non si devono correre avventure in nome di un provincialismo italiano, questo sì antimoderno, e di una presunzione da primi della classe.

Sull’esito del referendum svedese semmai ha influito il fatto, che con gli sforamenti accertati di Francia e Germania rispetto ai parametri di Maastricht e quelli annunciati dell’Italia, l’Euro ha acquisito una cattiva reputazione presso i piccoli paesi, come la Svezia. Se sei un grande paese i vincoli non valgono.

Una giusta reazione di orgoglio e dignità, che è possibile superare in un prossimo futuro se non si pretende, come Prodi, che gli svedesi cambino opinione sul loro ottimo sistema sociale.

Felice Besostri
15 settembre 2003


Lista unica come premessa..

Il centro sinistra italiano e, per forza di cose, anche quello forlivese, è pervaso da una nuova febbre: quella della proposta prodiano-dalemiana di fare una lista unica per le prossime elezioni europee, come premessa alla costituzione del Partito unico dei riformisti italiani.
Viviamo in tempi politici in cui tutti si dichiarano riformisti. Lo fanno i partiti di centro sinistra e anche quelli del centro destra. Il rischio è che la confusione aumenti e con lei la disaffezione dell'opinione pubblica alla politica e ai suoi "misteri".
Essere "riformisti" significa "volere il cambiamento graduale della società".
Esattamente il contrario dei rivoluzionari di un tempo e dei massimalisti-estremisti di oggi.
Ma anche tra i riformisti e i riformismi ci sono delle differenze.
Le riforme di struttura, radicali, sono una cosa diversa dalle riforme correttive, graduali.
Ma la differenza più sostanziale è, ovviamente, nel merito.
Tra i riformisti di destra e i riformisti di sinistra c'è di mezzo "la politica", il modello cioè di società alla quale gli uni e gli altri si ispirano ed ispirano la loro azione di governo o di opposizione.
Ed è qui che diventa molto difficile concepire un Partito unico dei riformisti, sia esso di centro sinistra o di centro destra: il riformismo è un metodo di governo non è un fine politico!
Quello che necessita, come presupposto essenziale per il progetto prodiano-dalemiano, è che la linea politica, l'insieme cioè della volontà programmatica e dei fondamenti ideali di ciascun partito che concorre alla formazione del Partito unico dei riformisti, sia univoca, unitaria, sommabile. E' così oggi in Italia? Mi permetto di dubitarne.
A meno che non stia maturando la convinzione in ciascuno di loro che la propria "ragione politica fondante", la propria funzione storica, sia esaurita e si debba andare "oltre", rinunciando ad esistere per il sopravvenire di un interesse "superiore".
Non mi convince in ogni modo il fatto che tale interesse superiore possa essere individuato nella sola necessità di battere l'odierno Governo Berlusconi.
Anche perché, stante la mancanza del presupposto di cui sopra, mi domando: di che "natura politica" sarebbe il Governo che lo andrebbe a sostituire?
Né che tale interesse superiore possa risiedere nell'esigenza di dar vita ad un Partito che raggiunga (presumibilmente) il 35% dell'elettorato, ben sapendo che, in politica, l'unificazione di partiti diversi, non da mai la somma numerica esatta dei rispettivi consensi.
Tutto ciò a me sembra più un'altra versione dell'esangue Ulivo che una vera proposta di evoluzione della politica italiana.
Un tentativo estremo di innovare, come dice Prodi, la cui filosofia fondamentale è: "Non si può mettere il vino nuovo negli otri (partiti) vecchi!". Ma gli otri (ideali politici) storici sono veramente ormai tutti da buttare?
Quello, ad esempio, cui io mi riferisco, il Socialismo Democratico, è, secondo Prodi e D'Alema, un otre vecchio, da buttare?
Dal mio punto di vista, storico e politico, e da quello dei milioni di cittadini europei e del mondo che continuano a votare i partiti socialisti democratici, no!
La mia modestissima opinione è la seguente: si ritorni al sistema elettorale proporzionale puro con lo sbarramento al 5% e allora, in tal modo, ci penseranno gli elettori a decidere quali sono gli otri (partiti e ideali) vecchi da buttare.
Si ritorni a dare il ruolo di protagonisti agli elettori se si vuole veramente innovare un sistema politico verticistico, che sforna ad ogni stagione formule assembleari sempre più orientate ad annullare le identità esistenti anziché costruire condizioni di vero cambiamento.
Alessandro Guidi
Consigliere comunale di Unità Socialista 
9.9.2003


Sulla proposta Prodi: vivere da ex-socialisti?

La proposta di Romano Prodi di presentare una lista unica dell'Ulivo alle prossime elezioni europee, incontra pareri favorevoli, contrari e incertezze.
I favorevoli vedono la prospettiva di un'alleanza che vada oltre il contingente, i contrari vedono il rischio dell'annullamento delle loro identità, gli incerti ne vorrebbero i vantaggi ma ne temono le conseguenze. Perché Prodi avanza quella proposta?
Perché considera finiti i partiti tradizionali, nati nell'ottocento o, come la DC, nel novecento, e vuole tentare una ricomposizione politica al di sopra delle vecchie ideologie liberali, socialiste, repubblicane e, non meno, perché ritiene improponibile la riaggregazione del mondo cattolico in una nuova Democrazia Cristiana.
Al progetto prodiano si oppone, per ora, una realtà europea fatta di due schieramenti: quello del PSE (partito socialista europeo) e del PPI (partito popolare europeo).
Dove si collocherebbero i deputati italiani - socialisti o popolari - eletti nella lista unica prodiana? E' inevitabile, se passasse la proposta di Romano Prodi, porre mano anche a questo problema, di dimensione ben più vasta di quella nazionale. Ma, al di la di questo aspetto, pur presente, la domanda è: è giusta, o no, la proposta in se?
Sono veramente superati i motivi fondanti del liberalismo, del socialismo, del repubblicanesimo o del cattolicesimo impegnato in politica che dettero vita, nei secoli scorsi, a quelle forze politiche alle quali - chi più chi meno - alcuni partiti italiani fanno ancora oggi riferimento? Chi dice no alla proposta prodiana, da sinistra, lo fa dicendo: "Non voglio morire democristiano!". Chi dice no, dal centro, lo fa dicendo: "Non voglio morire socialista!". Entrambi, a mio parere, sbagliano: il problema non è come morire, ma è come vivere! Se un liberale, un socialista, un repubblicano o un democristiano vive schiacciato e incoerente rispetto a se stesso e ai propri ideali, nella Casa delle Libertà, oppure nell'Ulivo, allora è bene che si ponga il problema di disegnare un nuovo partito, con nuovi, promiscui, valori di riferimento e nuovi leaders, nel quale militare e vivere. 
Ma, se così non è, se uno si sente e "vive" ancora legato ai valori ideali che originarono il suo partito d'appartenenza - seppure nella rinnovata realtà del post Tangentopoli e nell'ottica degli anni 2000 - allora la cosa è diversa: allora, per lui, si pone ancora il problema di vivere da liberale, da socialista, da repubblicano, o da democristiano e nessuno, neppure la proposta "intelligente" di Romano Prodi e le esigenze di "semplificazione" della vita politica italiana, possono indurlo ad essere una cosa "diversa"!
Confondere la tattica con la strategia, l'essere con l'ottenere, l'identità con l'opportunità, l'idealità con il pragmatismo, lo stare assieme con il rispetto della specificità di ciascuno, la forza delle idee con la forza dei numeri, l'esigenza di "vincere" con la "qualità" del governare, può dare qualche risultato immediato ma distrugge, in prospettiva, la politica.
Ed è un alibi dire che il fare questo corrisponde ad una domanda di "modernizzazione dei partiti" posta dalla società d'oggi: oggi, come ieri, servono partiti che portano avanti valori veri e chiari a cui fare riferimento e non assemblaggi confusi d'idee in "partiti omnibus".
Il problema, ripeto, non è se "morire" con l'animo d'altri, ma è come continuare a "vivere" con il proprio. Ciò che è finito, in Italia, non è il "bisogno" del liberalismo, del socialismo, del repubblicanesimo o del cattolicesimo impegnato: ciò che è finito in Italia è il "coraggio morale individuale", è la "coscienza culturale collettiva", propria di un vero partito, di perseguire, assumendone il peso e le conseguenze, le finalità ideali e gli obiettivi programmatici di un progetto politico di sviluppo della società.
Temo che alcuni partiti sceglieranno di "morire politicamente", accettando regole consociative e massificanti, per essere, presumibilmente, più forti elettoralmente ed avere più potere, rinunciando a lottare per infondere idee, seppure giuste, oggi minoritarie e sicuramente poco gratificanti. E questo, dal punto di vista di un socialista quale io sono, sarà negativo per il futuro di loro stessi e del nostro Paese.

Alessandro Guidi
5 agosto 2003


Per un forum socialista ad Amalfi

Una federazione socialista (Martelli), una road map dei socialisti italiani ( Bobo Craxi), un forum socialista (Boselli). Queste alcune delle più significative proposte avanzate dai dirigenti delle diverse formazioni socialiste. L'idea comune a tutti è quella di veder riuniti i socialisti in vista delle elezioni della primavera 2004, c'è chi come Boselli vorrebbe ricercare l'unità dei socialisti all'interno di un raggruppamento più grande come può essere la Casa dei riformisti, c'è chi come Formica vedrebbe invece con piacere la possibilità dei socialisti italiani di "contarsi" a dieci anni di distanza dallo scioglimento del PSI. C'è chi come i socialisti Lombardi è passato dalle parole ai fatti facendo partire il forum dei socialisti dal prossimo primo settembre, per cercare un percorso unitario non solo in vista delle elezioni europee ma anche dell'importante tornata amministrativa.
Si perché nel 2004 non saremo chiamati a rinnovare soltanto il parlamento Europeo ma anche 5000 amministrazioni Comunali, 1 consiglio Regionale e 63 amministrazioni Provinciali tra le quali anche la provincia di Salerno. Ed allora sarebbe proprio il caso di domandarsi Che fare? O meglio cosa fare, vedere i Socialisti salernitani correre divisi in diverse formazioni alcune delle quali appartenenti anche alla stessa coalizione, o invece provare a ricercare l'unità! Provare a riannodare i fili bruscamente interrotti di un discorso proficuo, di un progetto forte che ha sempre riscontrato il gradimento degli elettori salernitani. Si potrebbe anche essere indotti a credere che quel percorso comune non possa oggi essere ricercato,che la diaspora non possa ancora essere chiusa, si può anche credere che quella dell'unità dei socialisti italiani ( e salernitani nel caso specifico) sia la minestra riscaldata riproposta ad ogni elezione. Si possono avere tante e disparate visioni dello scenario politico, ma continuare a rimandare a sine die il confronto tra i socialisti vorrebbe significare rinunciare a fare politica, rinunciare a far contare le ragioni e le idee dei socialisti, vorrebbe dire mortificare il lavoro quotidiano e costante di tanti militanti e compagni, stanchi di dire e pensare tutti le stesse cose ma da differenti collocazioni ,vivendo perennemente da separati in casa. Per chi come me milita nello SDI, partito che vede nella costituzione della Casa dei riformisti il principale obbiettivo, non può non ricercare l'unità dei socialisti Italiani perché vorrebbe dire rinunciare alla costituzione del pilastro più importante della nuova formazione riformista. Per dette ragioni credo che lo Sdi salernitano se veramente voglia , come io credo, tornare ad essere laboratorio politico , debba lanciare sul modello dei Socialisti Milanesi e traendo spunto da quanto indicato da Boselli nell'ultimo direttivo, un Forum di tutti i Socialisti Salernitani, che vada dallo SDI, al Npsi , dalla costituente riformista alla Uil, dalla associazione Socialismo è libertà alla fondazione Craxi. Sono sicuro che da un serrato confronto tra le diverse anime del socialismo salernitano possano emergere importanti risultati, capaci di superare la diaspora almeno nella nostra provincia. Chi sa forse così nella provincia più socialista d'Italia la coalizione di centro sinistra potrebbe nella prossima primavera essere guidata da un esponente socialista, in ogni caso noi socialisti Amalfitani ci dichiariamo disponibili fin da ora ad ospitare il Forum dei Socialisti salernitani in vista delle elezioni Europee e Provinciali


Rosario De Maio
Segretario SDI Amalfi
4 agosto 2003


Sulla proposta di Prodi ho scritto una letterina al Riformista.

Caro Direttore,
mi spiace ma questa volta sono in disaccordo con Lei. La proposta di Prodi per la lista unica dell'Ulivo alle europee è, per dirla con Fantozzi, una boiata pazzesca. Qualunque studioso dei sistemi elettorali può confermare che sarebbe un disastro. Del resto, se ci si siede a un tavolo di poker pensando di applicare le regole del rubamazzo, vi sono ottime probabilità di uscirne in mutande. Parlo anche per esperienza, visto che qui in Lombardia alle ultime regionali si fece un esperimento analogo per accontentare Martinazzoli, con la geniale regia di Folena, allora coordinatore DS per il Nord. E fu una disfatta memorabile (anche se, come è noto, la legge elettorale per le regionali è meno caratterizzata in senso proporzionale di quella per le europee).
Allora, per quale ragione Prodi ha avuto questa bella pensata ?
Forse perché la cura per la figliola più piccola (la Margherita) ha avuto il sopravvento su quella per la creatura più grandicella (l'alleanza dell'Ulivo). Capisco l'amore paterno, ma non vedo perché dovremmo andare al disastro solo allo scopo di non far vedere che il partito di Rutelli, finiti i vari effetti-doping (l'identificazione della lista dell'asinello con lo stesso Prodi nel '99, poi quella con Rutelli candidato premier nel 2001), è la metà dei DS.
Cordialmente.

Luciano Belli Paci
Milano, 22 luglio 2003


Non mi pare sia solo una questione di estensione delle tutele previste dall'articolo 18 "Statuto dei Lavoratori".

Il ricorso allo strumento referendario, come attualmente previsto, per regolare questioni che attengono l'ampliamento della sfera dei diritti e delle tutele sociali rappresenta un sottrarsi alle responsabilità proprie di soggetti sociali deputati alla rappresentanza delle istanze del mondo del lavoro.

Credo che ad una lettura ingenerosa della storia e tradizione del movimento sindacale e nelle sue diverse componenti si debba contrapporre il tentativo di quanti individuano sul piano delle regole, a sostegno dei diritti individuali e collettivi, la risposta ad una rinnovata pretesa radicalità nei toni e nei contenuti sulle materie oggetto del confronto sindacale

Sono, perciò, convinto che CGIL CISL e UIL abbiano da tempo aperto una riflessione sui profondi cambiamenti che hanno investito il mondo della produzione e di come tutto questo abbia influenzato pesantemente i diritti di cittadinanza ed i livelli essenziali delle tutele sociali. 

Proprio per questo ritengo essenziale e non più rinviabile l'introduzione di regole che permettano il censimento periodico dei consensi e dei mandati che i lavoratori danno a questa o quella Confederazione sindacale per la gestione della contrattazione tra una misurazione della rappresentatività e l'altra.

Proprio il Contratto dei metalmeccanici firmato da organizzazioni la cui rappresentatività non è stata misurata e certificata attraverso procedure universalmente riconosciute rende ancora più urgente la definizione di regole che, anche nel privato così come nel "pubblico", stabiliscano in modo riconosciuto la rappresentatività di ciascun soggetto sindacale.

Dalla scorsa legislatura ben cinque proposte di legge giacciono in attesa di essere discusse; proposte alle quali occorre, inoltre, aggiungere le due presentate in questa legislatura: tutte senza esito.

E' perciò necessario produrre il massimo impegno nella individuazione di regole che in maniera oggettiva misurino la rappresentatività di ogni soggetto sindacale, proprio in ossequio al dettato dell'art.39 della Costituzione: che nell'affermare il principio della libertà sindacale, stabilisce pure quello di poter misurare la rappresentatività di ciascuna delle Confederazioni sindacali.

Quello della democrazia e delle regole attraverso le quali si rende possibile la convivenza civile in un moderno stato di diritto, comporta una ossessiva propensione all'etica della responsabilità, ed i livelli di rappresentatività oggettivamente attribuiti ad ogni attore sociale ne sono uno dei presupposti. 

Il Sindacato ed il proprio ambito di intervento non possono né debbono rappresentare una zona franca.

Proprio nella mancata applicazione dell'art.39 della Costituzione, in virtù di una maggiore rappresentatività attribuita per convenzione a CGIL CISL e UIL dallo "Statuto dei Lavoratori", risiede uno dei motivi e forse quello principale della radicalizzazione del confronto in atto tra CGIL e CISL e UIL, con il rischio del prevalere della radicalità delle convinzioni rispetto ai contenuti e quindi al merito dell'azione sindacale. Maggiore rappresentatività attribuita in costanza di un sistema elettorale proporzionale che tendeva a rendere condiviso il quadro di riferimento politico, pur nella sua articolazione partitica.

In una moderna e grande Nazione il diritto di voto per milioni di lavoratori sul loro futuro contrattuale non può rappresentare un obiettivo ancora da raggiungere, è semplicemente una battaglia di civiltà. 

Francesco Lambiase
Siena, 9 giugno 2003


Non andrò a votare il 15 giugno perché credo si stia facendo un uso distorto del referendum. Infatti, questo strumento di democrazia diretta serve, in un sistema che si basa sulla mediazione dei partiti, a dare la possibilità ai cittadini di chiedere l'abrogazione di una legge (o parte di essa) quando la stessa interviene su aspetti che attengono la sfera della coscienza individuale e che può prescindere, quindi, dallo schieramento politico in cui l'elettore si riconosce. In questo senso, i referendum sul divorzio e sull 'aborto hanno rappresentato due momenti importanti, ma se esaminiamo i quesiti dei successivi referendum si capisce che i cittadini sono stati chiamati a pronunciarsi su materie che sono tipiche dell'elaborazione e del confronto politico. Viceversa l'uso ripetuto del referendum dimostra la crisi della politica, che pensa di (ri)trovare la propria forza nel rapporto diretto con l'elettorato. In realtà la partecipazione alle competizioni referendarie dimostra che tanto più il quesito si allontana dal significato originario (possibilità di intervenire su questioni di coscienza), tanto più l'elettorato risponde con l'indifferenza. La lettura delle percentuali di votanti dice, infatti, che è in atto, fin dall'inizio degli anni 90, un costante allontanamento dell'elettorato. Certamente aver chiamato i cittadini a pronunciarsi su i problemi più disparati e di interesse parziale, ha favorito il disinteresse e, anche, il rafforzarsi, di un'immagine negativa della politica, cioè di una politica che non riesce più a svolgere il proprio ruolo "progettuale" capace, quindi, di mettere in campo ipotesi alternative per la soluzione di problemi e che si rifugia nella semplificazione del sì e no, del prendere o lasciare: in buona sostanza una politica che con la semplificazione ferisce duramente se stessa. Il referendum sull'articolo 18 non sfugge a questo destino. Qualunque sia il risultato sarà una sconfitta per la politica, cioè della capacità di rielaborare la legislazione del lavoro e del welfare alla luce della rivoluzione degli anni novanta che ha stravolto completamente il sistema economico e produttivo e che ha bisogno di profonde ed organiche innovazioni legislative e non certamente di una lacerante battaglia sul sì o no all' articolo 18. Questo modo di intendere lo strumento referendario va, quindi, combattuto affinchè si torni al "senso" che vi avevano attribuito i costituenti, ma, ancor di più, perché l 'illusione di "rigenerarsi," chiamando il popolo a pronunciarsi allontana la capacità/possibilità, per i partiti del centro sinistra, di battere Berlusconi su un progetto "per governare il paese".

Enzo Lodesani 
Sezione Ulivo Extra Zone 
www.Ulivoselvatico.net


BELGIO: VITTORIA SOCIALISTA IN SALSA BILINGUE
di Felice Besostri

Stupenda vittoria socialista alle elezioni legislative belghe di domenica 18 maggio.
L’aggettivo stupenda non è stato scelto a caso, perché questa vittoria non è importante soltanto in termini di voti e seggi, ma premia anche una fortissima etica della responsabilità dei socialisti a fronte di fenomeni come la guerra, il razzismo e la xenofobia.
Il messaggio belga è un messaggio di conforto sull’attualità del pensiero e dei valori socialisti.
Ultimo dato da segnalare il socialismo belga sembrava spacciato dopo la divisione etnica e gli scandali che avevano travolto personaggi di primo piano in storie sordide non solo di tangenti, ma addirittura di omicidi, per non parlare del tentativo di infangare l’esponente socialista, Di Rupo nelle vicende dell’assassino di bambine Dutreaux.
Il PS francofono conquista 6 seggi in più alla Camera, conquistando quasi 3 punti percentuali (da 10,2 a 13%) e affermandosi con il 36,4% come primo partito della Vallonia e con il 24,6% come secondo partito della Regione di Bruxelles.
Lo SP fiammingo, grazie anche all’alleanza con una nuova formazione, SPIRIT, ha risultati ancora maggiori conquistando 9 seggi in più ed incrementando la propria percentuale dal 9,5 al 14,9% e affermandosi a pari merito dei liberali del VLD, come il primo partito fiammingo, distanziando sia gli ex Cristiani Popolari, ora CD-V (21,4%) che i razzisti del Vlaams Blok (18,1%) che tutti davano in irresistibile ascesa.
Anche i liberali, sia fiamminghi (VLD) che francofoni (MR), gli alleati di governo dei socialisti, insieme con i verdi, hanno avuto un buon risultato incrementando complessivamente di 8 seggi la loro rappresentanza alla Camera ed affermandosi come il primo partito delle Fiandre e della Regione di Bruxelles.
I cristiano popolari fiamminghi (CD-V) e i cristiano sociali francofoni (CDH) una volta il blocco di maggioranza relativa hanno contenuto le perdite, perdendo 3 seggi (2 in Vallonia e 1 in Fiandra) e passando dal 14,1 al 13,3% nell’elettorato fiammingo e dal 5,9% al 5,5% in quello francofono.
I grandi sconfitti delle elezioni sono gli ecologisti, sia nella versione francofona (ECOLO) che fiamminga (AGALEV).
Nelle Fiandre perdono tutti i 9 seggi, riducendosi ad un terzo dei voti (dal 7 al 2,5%) e a Bruxelles e in Vallonia si attestano rispettivamente al 7,5% e 9,4%, in confronto al 18,3% e 21,4% delle precedenti elezioni, perdendo 7 degli 11 seggi.
Questa sconfitta poteva mettere in pericolo la maggioranza, che invece esce rafforzata con 101 seggi rispetto ai 94 della precedente legislatura.
Al Senato i risultati sono confermati, i socialisti guadagnano complessivamente 5 seggi, passando da 8 a 13 (6 PS e 7 SP) e affermandosi come il primo partito sia nel collegio francofono (34% rispetto al 32% del MR), che in quello fiammingo o nederlandofono (24,9% contro il 24,8% del VLD).
I dati del Vlaams Blok restano preoccupanti, anche se la dinamica di crescita appare rallentata, tuttavia guadagna 3 seggi alla Camera ed un seggio al Senato, ma soprattutto con il 24,1% è il primo partito di Anversa superando i socialisti (21,8%) ed i liberali con la stessa percentuale.
E’ vero che il Vlaams Blok è aumentato, ma di poco più del 3% rispetto al quasi raddoppio dei socialisti dal 12,8% al 21,8%, che ha compensato le solite perdite dei Verdi (dal 12,9% al 4,5%) e l’affermazione di una nuova lista fiamminga N-VA, che raggiunge quasi la stesse percentuale (4,4%).
Tra le nuove e/o piccole formazioni lo N-VA è l’unico che conquista un seggio alla Camera.
Il Belgio è un paese laboratorio, diverso come è dalla frontiera linguistica, con la trasformazione da stato unitario a stato federale e con la presenza di un partito anti-sistema come il Vlaams Blok.
Il Belgio attuale può essere la prefigurazione di un’Italia da devolution, anche se il radicamento del Vlaams Blok è più forte di quello della Lega Nord, se consideriamo l’Italia Settentrionale nel suo complesso e non le valli bergamasche, comasche e varesotte.
Il Belgio ha concesso il diritto di voto alle elezioni amministrative a tutti gli stranieri residenti.
Contro questa legge il Vlaams Blok ha fatto la sua fortuna elettorale, ma gli stranieri non sono andati a votare. Se lo facessero il Vlaams Blok sarebbe irrimediabilmente sconfitto, invece trae profitto da formazioni come la Lega Araba Europea di Anversa che per il suo fanatismo ed antisemitismo ha rischiato di spostare verso l’estrema destra persino quote di elettorato ebraico, come temeva Claude Marinower, esponente della Comunità israelita e candidato liberale.
La nascita dei partiti etnici tra gli immigrati con diritto di voto è un fenomeno da tenere sotto osservazione, come dimostrato anche dalle elezioni amministrative britanniche di questa primavera, dove hanno inciso soprattutto nell’elettorato laburista delle grandi città industriali.
La negatività di un tale fenomeno non è un meschino problema di concorrenza elettorale, ma costituisce una sfida ai principi democratici di laicità dello stato e di integrazione sociale.
La laicità è l’unica risposta al fanatismo religioso ed una ragione in più per sostenere un sistema educativo pubblico.
Se passa il principio della privatizzazione confessionale della scuola, con quali argomenti si potrà impedire agli integristi religiosi mussulmani di aprire loro scuole?
Con la vittoria socialista in Belgio sono già sette in Europa le vittorie socialiste che si sono succedute, dalla Svezia alla Germania, dall’Ungheria alla Repubblica Ceca, dalla Polonia alla Macedonia e all’Austria, in quest’ultimo caso senza rovesciamento della coalizione di governo.
Le vittorie hanno ragioni locali e nazionali e la Sinistra italiana non può sperare di trarne un automatico vantaggio, se non intraprende essa stessa un processo di rinnovamento autentico dei programmi e di gruppo dirigente.
Per tornare al Belgio, ora si apre un problema di leadership tra socialisti e liberali, entrambi vincitori i primi in termini di voti popolari ed i secondi in seggi e perciò tutti e due aspiranti all’incarico di formare il nuovo governo.

23 maggio 2003


Fidel Castro è un dittatore

Fidel Castro è un dittatore. Cuba è un regime dittatoriale che compie crimini contro la libertà e la democrazia. Queste verità, negli ultimi tempi, sono riemerse con forza con l'uccisione di dissidenti cubani, rei di aver tentato di lasciare il paese.
Si tratta di un'atrocità che non può e non deve lasciare indifferenti tutti i democratici del mondo. 
Si tratta di un'azione incivile che deve indurre alla rivolta le coscienze libere della sinistra democratica.
Non ci sono giustificazioni d'alcun genere che possano impedire a chiunque di bollare quelle esecuzioni come esecrabili.
La pena di morte è un atto abominevole in se, ovunque si manifesti e in qualsiasi paese si attui, anche nella democrazia americana, su questo non ci sono dubbi, ma nessuno, neppure il più vicino politicamente al popolo cubano e al suo leaders, può accomunare tra loro le motivazioni che portano all'applicazione della pena di morte ad un criminale con quelle che si adottano per giustiziare un dissidente politico.
Le idee non devono, non possono, mai, essere perseguite con la morte di chi le professa.
Solo la difesa della propria vita e della propria libertà, può rappresentare una giustificazione accettabile, seppure estrema, per la soppressione della vita e della libertà altrui.
Le idee, che noi giudichiamo sbagliate, vanno contrastate con la forza delle idee giuste, con il confronto civile e con l'applicazione delle leggi che rispettano, in ogni modo, la vita dell'uomo e che, così come vige nella nostra legislazione, per quanto riguarda i reati comuni, anche gravi, tendono, assieme alla repressione, al recupero sociale del reo.
Non è solo questione di cultura e di situazioni storio-ambientali specifiche: è questione di valori politici e morali precisi ai quali la sinistra italiana e mondiale, che s'ispira alla democrazia, pone alla base del suo modo d'essere e di agire.
Chi non avverte e non persegue questi valori si pone fuori della famiglia democratica della sinistra, alla quale noi facciamo riferimento, e, da noi, non può che ricevere una chiara e inequivocabile condanna, come nel caso delle esecuzioni cubane, al di la dei meriti storici che il suo leaders può avere acquisito, in un altro momento storico di lotta di liberazione del suo popolo da un'altra criminale forma di dittatura.
La bilancia della nostra coscienza di uomini del socialismo democratico non ha, come invece spesso è accaduto per la destra e, purtroppo, anche per la sinistra massimalista, due pesi e due misure: il male è il male, l'ingiusto è ingiusto, il torto è il torto, magari da constatare con sofferenza, come in questo caso, ma, comunque, da dichiarare con fermezza e con la forza di convinzioni che non si cambiano a seconda di chi ci sta di fronte.
In questo, e solo in questo, sta la differenza tra la coerenza e l'incoerenza, tra la libertà effettiva e quella presunta, della mente e della coscienza, di un individuo, di un popolo e, non meno, di chi si dice di sinistra.

Alessandro Guidi
24 aprile 2003


Partito Democratico? Parliamone, ma.....

Non è un caso che negli ultimi giorni il dibattito sul "Partito Democratico" abbia trovato nuovo vigore. La convocazione dell'Assemblea Costitutiva del Nuovo Ulivo e la quasi immediata revoca, mostrano con estrema chiarezza la gravità della crisi dei partiti di centro sinistra. Ma, proprio, la consapevolezza di tale gravità ha fatto (ri)emergere in molti la convinzione che per uscire dalla crisi è necessaria una svolta politica "radicale". Infatti, gli eterni distinguo, le ricorrenti affermazioni di "necessità" a cui non seguono mai scelte concrete, mostrano un ceto politico paralizzato e incapace di dare risposte ai bisogni provenienti dalla società italiana. La proposta che più si è spinta avanti sul terreno della radicalità della svolta è quelle di Michele Salvati che, in buona sostanza, partendo da un ragionamento di "buon senso politico", ripropone la nascita di un partito Riformista (Partito Democratico), ravvisando nell'attuale situazione l' impossibilità di coesistenza nello stesso partito (ma più in generale nell'Ulivo) del "riformismo moderato" e di quello "radicale". Pur riconoscendo valide le ragioni di buon senso che sostengono la proposta Salvati credo che la proposta di "riorganizzazione del quadro politico" vada supportata con altre motivazioni e altre ragioni. Trovo, infatti, che dare prospettiva alla proposta sulla base della "ingegneria" politica, la renda facilmente attaccabile da parte di chi non ha alcun interesse a farla progredire (il ceto politico) e poco interessante a chi dovrebbe esserne beneficiario finale (gli elettori). Per questo credo indispensabile che "l'intellighenzia, assieme alle energie del così detto ceto medio riflessivo", debbano farsi carico della messa in chiaro dei bisogni, delle domande, delle complessità, che la società italiana oggi esprime e che "motivano" la" riforma del quadro politico". Non è questa la sede per affrontare questi temi, ma vorrei ricordare come una nuova "rappresentanza politica e sociale" non possa prescindere dalla capacità di superare antiche "culture politiche" e, quindi, dalla capacità di leggere le moderne società tenendo conto che il mondo del lavoro (e la società) ha subito trasformazioni che hanno modificato profondamente i bisogni e le aspettative di vita delle persone. Basti pensare a come oggi i giovani vivono ed intendono il lavoro, i tempi di vita e quali siano le loro aspettative in termini di progetto di vita. Serve, allora, ricordare che nel 2006 andranno a votare, per la prima volta, i giovani nati nel 1988! Giovani che si saranno fatti raccontare dai loro padri la prima repubblica, il mondo diviso in due blocchi, l' equilibrio del terrore, l'apartheid: ebbene è a questi giovani che dobbiamo guardare quando pensiamo ad una vera svolta politica! Non fermiamoci agli schemi di "ingegneria politica" e mettiamo al centro del nostro "ragionare politico" i problemi di un mondo globalizzato, i nuovi stili di lavoro e di vita, i profondi cambiamenti nelle relazioni interpersonali e sociali indotte dalla rivoluzione informatica e mediatica, i mutamenti in atto nelle relazioni mondiali. Da questo, quindi, è necessario fare discendere una proposta di ampio respiro, che pur parlando di riformismo faccia sognare un mondo migliore. Certo! Anche il riformismo può far sognare se riempie la politica di "trasparenza", di possibilità di appropriarsi del futuro, di progetti di vita che vadano oltre l'individualità caricandoli di solidarietà, di giustizia, di progresso: questo può essere il Partito Democratico, diversamente sarebbe la solita operazione di un ceto politico che gioca a rimpiattino con gli elettori!
Enzo Lodesani
Sezione Ulivo Extra Zone
www.Ulivoselvatico.net
14 aprile 2003


Caro lettore,
a te (e forse agli altri 3 o 4 medesi) che segui attentamente tutte le puntate di questa 'storia infinita' oppure 'telenovela' sulle pagine de ' il cittadino 'e che forse continui a farti domande, mi permetto di inviarti questa missiva perchè qualche tassello mancante o omesso dagli autori di questo racconto, può aver contribuito a rendere poco comprensibile , soprattutto per chi non frequenta 'club per menti elette' oppure 'sezioni di partito', una parte del quadro politico medese.
Se ti chiedi come mai un segretario di un partito di sinistra (che non ha vinto le ultime elezioni amministrative non solo perchè non c'era la sua lista) e un assessore di un partito di centro destra (che ha vinto e governa Meda) si trovino per dar vita a un 'nuovo soggetto politico' ;
se ti chiedi come mai il consigliere comunale più votato in assoluto nelle ultime elezioni non risulta iscritto a questo partito di sinistra a Meda, pur essendo membro del Direttivo provinciale di questo partito;
se ti chiedi come mai il candidato sindaco della lista civica sostenuta anche da questo partito di sinistra ha 'fortemente' voluto tra i sui candidati il consigliere di cui sopra, che evidentemente ha saputo ben operare e rappresentare gli interessi e i disagi dei medesi nella passata amministrazione; 
se a tutte queste domande non riesci a trovare risposte forse ti viene spontaneo chiederti quale possa essere il motivo di 'incompresioni' e se ti viene risposto che l'accusa mossa, sempre al consigliere in questione, è stata quella di aver tentato di proporre una lista (come indicato anche dal segretario nazionale di quel partito) che vedesse rappresentate tutte le forze del centro sinistra, compreso il Partito della Rifondazione Comunista, i Verdi e l'Italia dei Valori di Di Pietro, e non avendo fatto 'abiura' di questa proposta , si 'scomunicava' questo soggetto che al di là della dichiarazione di autonomia locale del partito , bisogna prendere atto anche dell'atteggiamento (a dire il vero un poco ....stalinista) che" chi non è con me è contro di me" (tanto per parlare di pluralismo); 
se si invoca 'la linea del partito' da seguire, anche quando 'la linea ' non c'é,
se non si capisce che le 'diversità' debbono essere vissute come patrimonio ed arricchimento del proprio percorso politico,
allora , caro lettore, è giusto che ti chiedi come può aver futuro un progetto 'così trasversale' per Meda, se proprio all'interno della forza politica che propone non c'è spazio e disponibilità per contributi e capacità che invece i cittadini comuni, che vivono la quotidianità medese, hanno saputo cogliere e premiare.
Spero, caro lettore, che potrai continuare a leggere su queste righe 'progetti' e contributi basati sulla concretezza e sulla trasparenza, soprattutto nell'interesse di tutta la nostra città e che potrai guardare a chi si impegna, anche stando all'opposizione, con la certezza di poter sempre contare sul suo impegno e la sua passione per una 'politica' aperta e partecipata.
Ti ringrazio per l'attenzione,
tuo consigliere comunale
Rina Del Pero
6 aprile 2003 


Caro Mario,

Nel documento approvato dall'assemblea della neonata associazione Giustizia è Libertà trovo idee che condivido e idee che non condivido. Una però mi colpisce in modo particolare e particolarmente negativo:
Per il momento dobbiamo dare un'interpretazione serena ed oggettiva delle diverse formazioni in cui sono sopravvissuti i socialisti, ponendo come unica discriminante la innaturale collocazione nel centro destra.
Significa che i socialisti che aderiscono all'Ulivo e magari anche ai DS, vanno bene, che si vuole catturare quelli che rifiutano, come dice Tognoli, "questa sinistra", discriminando invece quelli che aderiscono invece al cosiddetto centrodestra? Boselli va bene ma Chiara Moroni no?
Allearsi con Fini (ma anche con Casini) è politicamente scorretto, ma stare al fianco di Di Pietro, di Cossutta, di Pecoraro Scanio va bene?
Dimentichiamo che Berlusconi, della cui politica personalmente condivido assai poco, ha salvato questo paese dalla "gioiosa macchina da guerra" del giustizialismo antisocialista?
Che oggi potrebbe essere presidente del consiglio l'uomo che voleva vedere il segretario del Partito Socialista Italiano mangiare il rancio dei carcerati?
Che l'Italia potrebbe oggi avere una politica estera dettata da coloro che manifestano per Saddam, o che sostengono che non bisogna stare né con Buish né con Saddam?
Personalmente penso che un Partito socialista, se mai risorgerà in Italia- e ne dubito sempre di più - debba stare fuori dai "poli" e contro la logica maggioritaria. La sinistra, per me, è dove sta il Partito socialista, e non viceversa. Non condivido quindi lòa scelta di chi sta nel centrodestra; nemmeno però quella di chi sta nel cosiddetto centrosinistra.
Se la vostra idea è fare un partitino un po' più largo dello SDI, ma prono alla stessa logica frontista, forse ci riuscirete, ma sarà una magra soddisfazione. Se invece volete rifare il Partito Socialista, nella tradizione socialista, dovete voltare pagina, voi per primi. Date l'esempio.

Cordialmente
Maurizio Punzo
26 marzo 2003

Caro Maurizio, tu fai di mestiere lo storico, e sai bene che i socialisti sono "la" sinistra. Quanti vicini scomodi o rissosi abbiamo avuto nella nostra storia? Quanti, peggio, hanno condannato ed anche perseguitato i riformisti e le loro idee? Qualcuno, per questo, ha anche cambiato campo, ma non è a loro che ci richiamiamo. Noi stiamo orgogliosamente a sinistra, senza però timore di dire le cose che non vanno. Tutto qui. Tattiche e scelte della politica politicante vengono dopo. A sinistra, con il nostro patrimonio di idee e di valori. E...sono convinto che tu su questo sei con noi.

Fraternamente

Mario


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