La lettera che segue è stata inviata ai segretari dei partiti del centro sinistra in merito alla necessità della costruzione di un nuovo soggetto polittico riformista. Grazie per l'attenzione. 

Enzo Lodesani 


Cari Segretari,

sono un iscritto ai DS ed è giunto il momento di rinnovare la mia adesione al partito. Mi scuserete se vi coinvolgo tutti assieme per un atto che è personale e che attiene alla sfera della propria coscienza, ma fin dal 1996 ho aderito al progetto politico dell'Ulivo ed è giunto il momento in cui certe contraddizioni esplodono. Ho vissuti questi anni, come ben comprenderete, con fiducia e con mortificazioni circa la possibilità di realizzare il progetto politico dell'Ulivo. Le ragioni sociali e politiche che stavamo alla base di quella scelta sono ancora intatte, anzi si sono rafforzate! Basta osservare con occhi attenti ciò che è accaduto nel 2002, per vedere che nella società c'è una forte richiesta di rinnovamento della politica del centro sinistra. Anche la manifestazione del 15 febbraio ha confermato una richiesta di nuova rappresentanza politica, capace (tenendo conto delle diversità) di sintesi e di progetti di governo delle moderne complessità. Rispetto a questi fermenti come non vedere, che la pretesa dei partiti del centro sinistra di rappresentare "parti" della società non corrisponde a nessun bisogno proveniente dalle dinamiche sociali? La stessa competizione interna alla coalizione che, pure, potrebbe avere un senso in un sistema politico non bipolare, diventa sempre più un incomprensibile gioco da cui, fra l'altro, sono esclusi proprio quei cittadini/protagonisti che hanno urlato la loro richiesta di cittadinanza politica. Allora, cari Segretari anche per un semplice cittadino come me, che si è sempre riconosciuto in un partito, è difficile comprendere il perché del mantenimento di "antiche divisioni" che la storia, per fortuna, si è incaricata di superare. Oggi i partiti di centro sinistra, che avevano aderito al progetto del 1996, si dichiarano tutti riformisti, tutti assieme chiedono il consenso "per" governare, tutti si richiamano ai valori di libertà, giustizia, solidarietà. Lo sconcerto aumenta se, poi, pensiamo che i vostri/nostri partiti stanno vivendo una crisi di partecipazione democratica, e non serve affermare che siete stati eletti democraticamente: ci mancherebbe! La realtà è che, sempre più, si allarga il solco che separa i partiti dalle istanze di rinnovamento della politica. E', quindi, necessario riflettere, avendo presente che le più grandi manifestazioni dell'ultimo anno non sono state organizzate dai partiti: vorrà pure dire qualcosa! Per certi versi è anche sbagliato parlare di organizzazione, perché milioni di persone si sono mosse autonomamente, spinte dal bisogno individuale di esserci. Questo patrimonio di energie non può essere visto con sufficienza o, peggio, respinto! Non bastano, però, le dichiarazioni generiche di attenzione, che pure sono venute dai vostri/nostri partiti. Serve, invece, uno scatto da parte dei partiti, si cessi con i richiami al "dobbiamo fare" al quale non seguono mai atti concreti e si convochi finalmente la costituente dell'Ulivo, che da due anni state rimandando senza spiegare il perché. Serve, soprattutto, che l'Ulivo cessi di essere una cosa astratta, una chimera, una necessità che tutti invocano ma che non diventa mai realtà. Allora vengo al motivo di questa mia lettera, dicendo che da parte mia non sono più disposto a vivere la contraddizione dell'iscrizione ad un singolo partito che condivide con gli altri i valori di riferimento che ho prima citato e, rispetto al quale, non si giustificano più separazioni e diversità. Io mi sento un cittadino/elettore di centro sinistra, che si riconosce nel riformismo, che crede nel valore della contaminazione tra diverse opzioni, che vuole contribuire a costruire una "nuova cultura politica" coerente con il sistema politico bipolare e che, per questo, non teme di essere rappresentato da uomini/donne che appartengono a culture diverse dalla mia, anzi! E' giunto il tempo di smettere di guardare al passato, ci sono nuove generazioni che si sono affacciate sulla scena della vita, che hanno studiato o si sono fatte raccontare dai loro padri la prima repubblica e il mondo diviso in blocchi: a loro le divisioni in base a "culture politiche storiche" risultano quanto mai incomprensibili. Le radici, che tutti noi abbiamo, sono solo nostre, appartengono alle nostre storie personali e a quelle dei partiti, ma non possono, e non devono, essere di ostacolo allo stare assieme, se continuassimo a metterle (in modo più o meno esplicito) sul tavolo del confronto, non faremmo altro che perpetuare divisioni. Oggi è necessario guardare ai problemi del presente con un'idea di futuro. Per questo c 'è bisogno di un soggetto politico nuovo, autorevole nel suo progetto, nella leadership: quindi, nessuna visione o atteggiamento "antipartiti"! Se i partiti rinunciano a lavorare per la ripresa del cammino iniziato nel 1996 in nome di quelle "diverse culture politiche" e di conseguenti supremazie interne alla coalizione o, peggio, in nome di competizioni personali, tutto il paese ne subirà e il distacco da queste nuove generazioni si accentuerà ulteriormente. Dunque, non è mia intenzione indebolire i partiti del centro sinistra, anzi, come detto, voglio una rappresentanza politica più forte ed autorevole! Quindi è per questo che non sono più disposto ad essere iscritto ad un solo partito che, al di là delle sue intenzioni, rappresenta una "parte" di quella società complessa che si è fatta protagonista, chiedo, quindi, a tutti voi di avere una tessera unica dell'Ulivo! So bene che l'Ulivo (formale) non esiste, ma uscite dal labirinto in cui siete e, con coraggio, fate un gesto simbolico, ma di grosso significato politico! Che indichi, senza alcuna incertezza, che volete percorrere la strada del rinnovamento, aprite da domani le iscrizioni all'Ulivo: avremmo già fatto un bel pezzo di strada verso il giusto legame tra politica e cittadini.

Cordiali saluti

Enzo Lodesani 
Modena

27 febbraio 2003


CONTRO LA GUERRA;
CONTRO SADDAM


Resto sempre più convinto che la (oramai) inevitabile (come vorrei essere smentito!) guerra che Bush ha intenzione di scatenare (con o senza l'avallo dell'ONU) sia profondamente sbagliata e assolutamente non giustificabile.
Al tempo stesso, ritengo che delegittimare l'ONU, così come fanno i "pacifisti a senso unico" nostrani, sia una operazione irresponsabile. La giusta indignazione contro questa guerra, non può farci abbandonare il senso della politica che ci costringe a difendere comunque l'ONU che, nonostante tutto, resta l'ultimo baluardo contro la prepotenza dell'unilateralità.
Per questo ho aderito alle manifestazioni per la pace ma non condivido, nel modo più assoluto, posizioni che, nei fatti, puntano a delegittimare il ruolo dell'ONU.
Alla data odierna è difficile dire se il Consiglio di Sicurezza voterà o meno la risoluzione che USA, Gran Bretagna e Spagna hanno presentato per essere legittimati a dar via alle operazioni belliche. E' difficile dire se Francia e Russia useranno o meno il diritto di veto. Pertanto ritengo, che dopo aver fatto queste doverose premesse dovremmo concentrare la nostra riflessione sulle questioni di merito che questa nuova guerra pone, piuttosto che sulle questioni attinenti alla sua "legittimità".
Ho l'impressione, infatti, che il dibattito che si è aperto nella sinistra riformista si è troppo concentrato sui temi della legittimazione "giuridica" da parte dell'ONU. Questo in parte è anche giustificato dall'esigenza di reagire all'antiamericanismo pregiudiziale dei vari Gino Strada. Ma alla fine la posizione riformista rischia di essere molto debole qualora non si esprimesse con nettezza sulle questioni di merito.
In tal modo, l'atteggiamento della sinistra riformista finirebbe per coincidere con quella di Boselli che è mosso soprattutto dall'ansia di apparire come il riformista più "legittimista" degli altri, magari per coprire il vuoto di elaborazione del gruppo dirigente nazionale dello SDI. Ad esempio io avrei desiderato che lo SDI (partito in cui, nonostante tutto, io milito) avesse espresso con maggior nettezza un giudizio di merito sulla questione della guerra. Se si hanno le idee chiare sul merito delle questioni è anche più facile contrastare (con argomenti forti) quelle posizioni di pacifismo unilaterale e di antiamericanismo che in Italia sono più forti che in altri paesi.
Questo è molto importante, perché una delle conseguenze più probabili di questa guerra sarà rappresentato da una forte crescita di sentimenti antiamericani anche in settori che finora ne sono stati immuni.
Allora non è compito della sinistra riformista (e di noi, area socialista in particolare) quello di imprimere una forte e dura critica alla politica della destra americana ed al tempo stesso di aiutare l'opinione pubblica ad operare la necessaria distinzione tra l'agire dell'amministrazione Bush ed i valori della democrazia americana? Non è compito dei socialisti sostenere con determinazione la posizione franco-tedesca? Vale a dire quella di un'Europa alleata ma non subalterna agli USA? Non sono forse quelle della Francia e della Germania del compagno Schroeder le posizioni che avrebbe sottoscritto un Bettino Craxi? Non fu proprio Craxi (con Mitterand e Willi Brandt) a sostenere l'esigenza di un ruolo più autonomo ed originale dell'Europa nell'Alleanza Atlantica? Non fu proprio Craxi a mettersi in aperto contrasto con gli USA, a Sigonella e quando negò le basi militari ed il sorvolo dello spazio aereo (!) a Reagan per bombardare la Libia?
Queste domande dovrebbero trovare risposta in un atteggiamento coerente e costruttivo della sinistra riformista che da un lato condanni una guerra che non ha giustificazioni, ma dall'altro evidenzi l'impegno dei socialisti e dei riformisti per la democrazia nel mondo, che rappresenta il punto debole negli argomenti dei Cofferati e dei Gino Strada.
La nostra contrarietà alla guerra non può mettere in sordina l'impegno dei democratici e dei socialisti contro un regime crudele come quello di Saddam, sapendo che la democrazia non si impone con i missili Cruise (colpiscono solo un popolo già martoriato da guerre precedenti e dall'embargo), ma sapendo anche che bisogna mantenere il massimo di pressione per liberare l'Iraq da un criminale paranoico come Saddam. Che non è l'unico dittatore in giro (anche se è tra i più crudeli). 
Qui occorre però che l'intero Occidente (e non solo gli Stati Uniti) assuma un atteggiamento molto più coerente e limpido rispetto al passato. Contro le dittature più spietate non si può agire con la logica di due pesi e due misure a secondo della convenienza di questa o quella potenza. Per questo gli Stati Uniti (e Bush in particolare) non sono affatto credibili quando dicono di voler fare la guerra per portare la democrazia in Iraq.
Ma uno dei compiti di un nuovo internazionalismo dei socialisti riformisti sarà rappresentato proprio dalla battaglia per una estensione della democrazia su scala planetaria, accompagnata da un'altrettanto forte battaglia per ridurre le disuguaglianze (senza della quale lo stesso impegno per democrazia resterà vano).


PEPPE GIUDICE
25/02/03


LA PACE, BENE SUPREMO DA SALVAGUARDARE


Una civiltà che fa della guerra uno strumento di pace, è una civiltà debole che precipita inesorabilmente verso la barbarie.

La guerra ha sempre portato morte e distruzione; la pace che ne è seguita, quella dei vincitori, odio e desiderio di rivincita, il seme di una guerra successiva.

Noi siamo contro ogni guerra perché consapevoli che essa umilia l’”uomo”, limitandone ogni libertà , che ne freni il cammino verso un società giusta ed equa, nella quale ogni uomo riconosca nell’altro il fratello da alzare al suo livello di conoscenza e di prosperità.

In questi mesi sono stati scritti e dette fiumi di parole sull’imminente attacco americano e dei suoi alleati all’Iraq con o senza il consenso dell’ONU (sacrificata col suo fallimento alla ragion dell’impero) e sulla giustezza della guerra.

Si accusa Saddam di essere un feroce dittatore (su questo siamo perfettamente d’accordo, come siamo d’accordo che per il bene del suo popolo va estromesso dal potere; ma non siamo d’accordo sul come allontanarlo) e non si dice come mai si trova lì e per quale convenienza e si dimentica, inoltre, di Musharrah, il dittatore pachistano alleato degli USA nella guerra all’Afganistan.

Si accusa l’Iraq di essere in possesso di armi di distruzione di massa ma non si è in grado di provarlo né di dare indicazioni certe agli ispettori dell’ONU, ma l’Impero scende a patti con la Corea del Nord che possiede la bomba atomica ed è governata da un dittatore spietato almeno quanto Saddam (è una questione di paura o di convenienza?).

Si accusa Saddam di far morire di fame il suo popolo e si dimentica di dire che da più di 10 anni il popolo iracheno che si vuol liberare (è sempre lo stesso a cui è imposto Saddam e le guerre contro l’Iran?) subisce l’embargo e centinaia di migliaia di bambini muoiono per mancanza di cibo e di medicine che l’Iraq non può acquistare perchè alcune sostanze chimiche presenti nella loro composizione potrebbero essere usate per costruire armi chimiche e batteriolgiche che, detto per inciso, sono in possesso di molti Stati, come la Russia che recentemente le ha usate in un teatro di Mosca.

Si parla in questi ultimi giorni dei legami, anche questi piuttosto vaghi, tra Saddam e Bin Laden e si dimentica dell’Arabia da cui provengono la maggior parte dei terroristi di Al Queda.

Ma la casa più grave e stupefacente è che, mentre si tenta di evitare la catastrofe della guerra, gli USA e gli Inglesi ammassano truppe e armamenti , questi sì di distruzione di massa, nell’area del Golfo.

Si parla con lingua biforcuta, direbbero gli Iindiani d’America (si! Proprio quelli delle riserve…..e dell’epopea del West) per nascondere il vero scopo della guerra: non solo il petrolio, ma l’egemonia americana e della finanza, di una visione del mondo duale in cui l’80% della popolazione soffre la fame e deve servire al benessere del restante 20%.

La guerra, allora, altro non è che la difesa dell’ordine mondiale imposto dai paesi ricchi a salvaguardia dei loro interessi economici.

La guerra non deve essere fatta. A tal fine occorre smascherare quei cortigiani capi di governo che per evidenti interessi di parte svendono la pace e il benessere delle nazioni e gli opinionisti che affollano le tivù pubbliche e private, diffondendo il tarlo dell’odio e della violenza, asserviti alla loro condizione di privilegiati. Parlano del destino di uomini e bambini, seduti su una comoda poltrona nei loro caldi studi, in maniera soft, e mistificano la realtà, discutendo di guerra preventiva (come la cura della carie o dell’obesità), di bombe intelligenti e di effetti collaterali, proprio come le medicine. E dimenticano che i loro figli (ma ne hanno?) stanno protetti al calduccio di confortevoli camerette e godono del superfluo.

Alzatevi dalla poltrona e andate a vivere nei luoghi di guerra, mischiatevi ai milioni di uomini che ogni giorno lottano per la sopravvivenza fisica, senza più dignità. Andate nei campi aridi dell’Africa e nei terreni resi improduttivi dell’Afganistan; andate tra le mine sparse dei territori di guerra, fatevi curare negli ospedali improvvisati e senza medicine. 

Voi che parlate di guerra come un gioco di salotto sappiate, come dice un proverbio siciliano che traduco per voi, che “una cosa è piangere e altra cosa e vedere piangere”.

Noi non dobbiamo più dare i fazzoletti per asciugare le lacrime; noi, se proprio dobbiamo fare una guerra, dobbiamo lottare per portare il sorriso sui visi scavati dal dolore e dalle privazioni di milioni di persone. 

Giuseppe Governanti, coordinatore di “Italia Socialista” 
Milano 11/02/2003


Se essere riformista significa sostenere un programma che investa in formazione, ricerca, innovazione senza toccare i diritti dei lavoratori (articolo 18 fino alla morte...Siano benedetti Giugni e Brodolini), magari estendendoli, eccomi qua: sono SOCIALISTA e me ne vanto. Non voglio essere chiamato ne' diessino, ne' laburista, ne' con altri surrogati del genere. Abbandoniamo i vecchi rancori, voltiamo pagina senza rinnegare il passato; noi non dobbiamo cambiare nome, avremo anche fatto degli errori, ma la Storia non potra' mai emettere nei nostri confronti quel verdetto inappellabile di condanna che ha gia' emesso nei confronti di fascismi e comunismi. Costruiamo la casa comune di tutti i socialisti europei...La globalizzazione e le nuove tecnologie debbono essere guidate, governate e sfruttate affinche' siano un'opportunita', non un pericolo: hanno ragione i giovani del movimento no-global a temere gli effetti di una globalizzazione incontrollata......Meglio crescere piu' lentamente, ma tutti insieme. Serve un programma politico "globale" :lotta senza tregua alla fame e alla disperazione, scuola per tutti e piu' moderna per affrontare senza traumi e senza tempi troppo lunghi l'ingresso nel mondo del lavoro, formazione continua e scuole serali per i lavoratori attivi, fisco semplice e pubblica amministrazione efficienti per rendere la vita facile alle imprese, servizi efficienti che diano sicurezza a tutti, bambini e anziani in primis. Credo fermamente che queste siano proposte realizzabili in un certo arco di tempo, non farneticazioni di un pazzo: se questa e' la strada che questa lodevole iniziativa vuole percorrere, sono a disposizione sempre, anche con il mio seppur modestissimo contributo; se invece mi si vuol convincere che i tempi sono cambiati e allora bisogna rinunciare a diritti conquistati piu' di 30 anni fa per poter competere con altri Paesi, lasciamo stare, non e' questo il mio mondo, non e' questa la societa' che sogno...Voglio una societa' che porti avanti chi e' rimasto indietro, non che riporti indietro chi e' avanti per competere con chi e' indietro; quest'ultima non e' una politica riformista, ma controriformista o peggio ancora reazionaria: se volete percorrere questa strada vi prego di non rispondermi, anche perche' la stanno gia' battendo Berlusconi e i suoi servi con il beneplacito di Cisl e Uil; preferisco seguire la Cgil e chiunque contrasti questo becero disegno...In tal caso vi prego solo di una cosa....Non chiamatevi socialisti....La Storia non ve lo consente.
W l'Italia,W l'Europa,W il socialismo!!

Silvio Stefanelli.
13 febbraio 2003


LETTERA APERTA AI COMPAGNI SOCIALISTI

Caro Mario,
ancora un articolo di un caro compagno, seriamente impegnato, nel genuino, vero e solido socialismo friulano, condivido pienamente la sua analisi e, vorrei aggiungere qualch'cosa: faccio parte pure io di quei socialisti friulani che si sono battuti accanto a Loris Fortuna, membro della Resistenza, Padre del Divorzio in Italia nonché dei diritti civili, fui io stesso accanto a Loris nei miei brevi periodi di presenza in Italia, ma sempre vicino a lui anche da lontano.

Vorrei aggiungere allo scritto di Claudio Sangoi un desiderio: vedere i vecchi socialisti e i socialisti vecchi mettersi di più a disposizione delle future "leve" dei giovani che con grande una fede nel socialismo ormai centenario da Filippo Turati ad oggi vogliono costruire una società più giusta, più sociale, più umana, più ecologica, per una mondializzazione regolata e controllata non dalle multinazionali, ma anche e soprattutto dai popoli, dalla democrazia. Lo so che cio' é un "sogno" ma anche un famoso "uomo di colore americano" un giorno disse: "vorrei fare un sogno................"

Vorrei anch'io vedere i vari "groppuscoli" (progressistei e socialisti italiani) unirsi in un solo ideale in un progetto politico a largo respiro; regionale, nazionale, europeo ed internazionale , abbandonare gli interessi personali, saper rinunciare a candidature e mettersi a disposizione delle nuove generazioni in una forma di "formazione umanistica e di cultura politica socialista". Se un ex Consigliere Regionale, Parlamentare, Sottosegretario, Ministro socialista o semplice militante di base é stato veramente socialista nel passato, ha il "dovere" di aiutare la società a costruire un "progetto di società".

Ho lasciato l'Italia 48 anni addietro, ero socialista quando non sapevo dell'esistenza del Partito Socialista (1955), Sono rimasto socialista, progressista, laico e rispettoso delle idee altrui purché rispettino le mie.

AVANTI, AVANTI EUROPA

Gianni Copetti
9 febbraio 2003


Il coraggio riformista e il disagio della transizione

di Claudio Sangoi
(dell'Esecutivo Provinciale SDI - Udine)


E' difficile capire l'ambigua politica dei meri comportamenti personali, senza prospettive per la società. Forse da noi la situazione è più grave che nel resto d'Europa. La caduta del muro di Berlino ha svelato che il socialismo reale si era allontanato, in assenza delle auspicate riforme sociali. Il crollo del comunismo ha investito "un certo modo di fare politica." L'avvento del socialismo-liberale, che non può essere imposto o calato dall'alto, richiede un preventivo recupero di serenità e di giudizio critico. 
C'è bisogno di tempo per riformare i sistemi socio-economici, per far coesistere o integrare le diverse culture nazionali e per creare una moderna coscienza, civile e politica, nell'Unione Europea. E' stato semplicistico pensare che al male-comunismo, subentrasse indolore, l'alternativo bene-capitalismo. Queste transizioni ideologiche, hanno creato un disagio reale, fisico, non preventivabile né all'est, né tantomeno all'ovest dell'Europa. La politica dovrà promuovere le inevitabili trasformazioni sociali e le necessarie riforme istituzionali, tendenti all'autonomia, in vista delle consultazioni regionali di giugno. 
Tondo e Illy, i due candidati alla Presidenza sembrano avere modi di vedere i rapporti sociali e di esercitare il potere, troppo simili fra di loro per non elidersi, prima di giugno. Così a 4 mesi dalle consultazioni, sappiamo che uno dei due appare superfluo. Per cui il 50% del vuoto politico disponibile, che si crea ogni giorno intorno, è vieppiù occupato da un diverso, variegato, modo di vedere i problemi e da un diverso metodo di fare politica. 
In particolare prendono vigore quelle forze autonomiste, localiste, protestatarie, storiche o ultramoderne che trovano spazio per i loro argomenti sociali, culturali e politici. 
E' da quando è apparso sulla scena politica il Terzo Polo che gli amministratori e i cittadini "esterni ai centri di potere", sono stati quasi costretti ad assistere all'evoluzione giornaliera di quest'anomalo fenomeno politico regionale. Fenomeno che, muovendo dall'affermazione di essersi distaccato dall'originario riferimento berlusconiano o vetero - socialista, per combatterlo, ne interpreta il metodo che è funzionale alla ricerca del potere. 
La premessa di qualsiasi considerazione, consiglierebbe di distinguere un soggetto politico autonomo, da uno che autonomo non lo è. Un soggetto politico autonomo che volesse definirsi "nuovo", dovrebbe avere una politica chiara, altra e…nuova. Non dovrebbe prepararsi ad accasarsi col vincitore, qualunque risulterà, contando sul proprio "futuro peso elettorale" ed escludendosi "ab origine" dall'essere portatore d'idee vincenti. Tutti dovrebbero poter partecipare democraticamente al "gioco dell'eventuale politica", che pensa di adottare per realizzarsi. Certamente non estendendo quello stesso metodo "per pochi", che si è dato, per autogenerarsi sin qui. 
Non sarebbe credibile. Così come non sembrano credibili gli interpreti che vanno esponendo troppe tesi politiche di seconda mano. Infine, è fondamentale che questo nuovo Soggetto offra al rischio della candidatura "un leader più leader degli altri". Accontentarsi d'essere i primi fra i secondi, o fra i terzi, è il massimo di un'esecrabile sudditanza politica. E' un pessimo esempio civile r politico che, in ogni modo, non esclude una sedia nel paradiso dei laici! 
La "rivolta global-no!", attuata all'interno della Casa delle Libertà, da singole persone in stato di disagio, dimostra che certi cordoni ombelicali si possono e si devono tagliare per ritrovare libertà e laicità di pensiero. Tali utili comportamenti mettono in discussione la gestione del potere altrui e mandano un segnale critico alla politica. Ma, anche se le evoluzioni personali sono da rispettare, non necessariamente sono da condividere e ancor meno da applaudire, quando il loro presentarsi sia troppo ritardato, pensoso e calibrato. 
Il putzle di "politici di spicco" che forma il Terzo Polo, non impressiona l'opinione pubblica più di tanto, nonostante il notevole sostegno mediatico. 
La gente pensa che per allargare l'area di consenso intorno a quest'idea, servano la partecipazione dal basso, una leadership carismatica e una sintesi politica programmatica, leggibile senza interpreti. Su questi elementi si fonda l'accesso presso l'elettorato, altrimenti il consenso troverà varchi molto circoscritti ed esigui. Due più due, non sempre fanno quattro! Sotto l'aspetto meramente politico poi, il Terzo Polo rappresenta il prodotto della pulsione gregaria di una società in debito d'identità. 
Malgrado la crudezza della considerazione, che tiene conto di certi aspetti della psicologia di massa, questo "non partito" ha il grosso merito di rappresentare con chiarezza la crisi nella quale ancora si trova l'attuale sistema partitico. Tangentopoli e la caduta del muro di Berlino, "accaddero secoli fa", ma i Partiti storici ne portano ancora dentro traumi e conseguenze! Il Terzo Polo potrebbe rappresentare l'aspirazione a formare un socialismo organizzato in Partito Unico e Plurale, nella sinistra. 
Inesprimibile per ora. 
La rinascita e l'unità degli ideali socialisti sono universalmente sentite. Ogni giorno che passa diventa sempre più necessaria, per l'Italia e per l'Unione politico-economica Europea. Certo che se i socialisti d'oggi pensano di chiedere, ai socialisti o ad altri-ex, quel coraggio politico che, nella dura necessità storica del cambiamento, non dimostrarono di possedere per difendere gli interessi dei loro elettori, dopo aver ben badato ai propri, si sbagliano. 
Il coraggio devono trovarlo dentro di sé "i socialisti nuovi".
La storia è patrimonio di tutti. Non le responsabilità personali. Il futuro non può presentarsi dentro una camicia di forza, per coloro che intendono costruirselo e vogliono viverlo dopo i necessari chiarimenti politici sulle loro appartenenze ideali, culturali e sociali. Se così inteso, un Terzo Polo, alternativo ad altri schieramenti o Partiti, deve avere pari dignità con loro. Ma il fatto che faccia capire di percorrere la via del "vincere con qualunque vincitore", avvalora l'interpretazione della pulsione gregaria del Soggetto, riconducendo la politica ai ben noti lidi di tangentopoli. Esito da respingere senza dubbi! 
Per essere credibile, il Terzo Polo, deve avere il coraggio e la capacità di elaborare una propria politica riformista, autonomista, trasversale, in grado, quella si, di coagulare le forze della sinistra ed oltre. Capace di far incontrare con laicità le più autentiche e tolleranti espressioni di vita sociale, d'identità, di cultura locale, di fedi e d'ideali diversi. Deve avere un Candidato proprio, che rappresenti non solo da manager, ma soprattutto da politico, lo spirito del suo programma e della sua identità. Programma e candidato socialisti dunque, per una società che ha bisogno di socialismo come mai prima. Per se, per l'Europa e per la pace nel mondo. La politica è vita, movimento, passione. Soprattutto la politica deve essere coraggio, coscienza di sé e libertà di assumersi responsabilità civili.
Purtroppo oggi più di sempre i grossi interessi finanziari ed economici muovono la politica e fanno aggio sugli ideali, sui valori e sui principi, che pure devono esserci. Ogni motivazione può starci fino a scontrarsi, per i problemi socio-economici che impongono soluzioni e strategie politiche eque, compatibili e sostenibili. E' il giusto contrario degli opportunismi e dei rapporti di pura visione e versione personale. 
La nostra Regione vuole crescere, cosciente e responsabile, nel cuore dell'Europa e non può permettersi di regredire politicamente. Ha risorse, capacità e prospettive per credere in se stessa e per produrre una politica d'alto profilo. 

Gemona del Friuli
31.01.03


Che cos'è la politica? E chi è abilitato a farla e a parlarne?

Aderire ad un partito o, quantomeno, ad un'area politica, sembra essere, oggi, assolutamente indispensabile per essere presenti e presi in considerazione nel mondo politico. 
Di politica infatti - e non per loro personale responsabilità - sembrano abilitati a parlarne solo i vari politici per antonomasia ed altri "addetti ai lavori".
Chi non rappresenta un partito ritiene, generalmente, di non avere le capacità e, forse, anche il diritto, ad esprimersi su temi politici complessi, semplicemente perché, nel comune modo di concepire la politica, pensa che lui, non vivendola dall'interno, "non possa capirla".
E' cosi? Evidentemente no: il diritto alla politica è di tutti!.
Infatti, se si considerano i non molti iscritti ai partiti e i cosiddetti simpatizzanti, resterebbero esclusi, da tale errata concezione, i più, cioè gli elettori, coloro che votano ma non partecipano alla vita dei partiti per i quali, pure, esprimono un voto d'apprezzamento.
Quindi, non è vero che la politica è ad appannaggio solo di una minoranza di cittadini ? Ripeto: il diritto alla politica è di tutti!.
Anche se succede spesso che un comune cittadino, che pure ha delle opinioni in merito, viva una sorta di complesso d'inferiorità verso i politici attivi e, in genere, su un tema politico specifico, si astenga dal dire quello che pensa limitandosi ad ascoltare e leggere il parere dei cosiddetti "politici di professione e di riferimento", delegando a loro l'espressione del "verbo", la verità però non è questa.
Né è quella, pur diffusa, che fa credere, viceversa, per chi milita nei partiti, per il solo fatto di militarvi, che il loro dire corrisponda sempre alla verità o si avvicini, in ogni modo, ad essa, perché loro " praticano e capiscono la politica".
Così come non è giusto che i più si attengano solo a ciò che dicono uomini, pur seriamente impegnati nel governo della cosa pubblica e dalle indubbie capacità d'analisi politica. La risposta è implicita nella domanda di fondo che dobbiamo porci: ma la politica, in definitiva, che cos'è? Occorre veramente essere dei "professionisti a tempo pieno" per capirla "in proprio" e per parlarne liberamente?
No! La politica è, né più né meno, che il riflesso - la causa e l'effetto insieme - dello svolgersi d'ogni atto della vita quotidiana così com'è e, soprattutto, come si vorrebbe che fosse, secondo le proprie personali sensibilità, i propri bisogni e le proprie visioni del futuro, per se stessi, per la propria famiglia e, più in generale, per l'intera umanità.
Si tratta, quindi, nel "fare" e nel "dire" di politica, di assolvere un interesse diretto, personale, assolutamente doveroso e legittimo, di ciascuno di noi, quando si giudica e ci si esprime verso "chi" e verso il "come" - coloro che abbiamo eletto - compiono le scelte che decideranno del loro, del nostro e dell'altrui futuro.
Che cosa c'è di più personale e coinvolgente del diritto-dovere di compartecipare direttamente alla determinazione della propria qualità di vita?
Allora la politica è questo: l'arte del governare, al meglio, l'oggi, e, contemporaneamente, costruire un domani migliore? Si! E' esattamente questo "la politica", per chi elegge e per chi è eletto!
Senza confondere mai il voto, dato o ricevuto, come una delega in bianco, un "una tantum" concessa "al fare" d'altri, priva di possibilità di critica e d'osservazione anche se, chi n'è destinatario, non la esercita nel modo migliore.
E tutto ciò deriva, lo ripeto, dal semplicissimo ed inalienabile diritto-dovere di essere cittadini: si sia, o no, iscritti a questo o a quel partito, si sia, o no, attivisti, di quello o quel partito, si sia, o no, dei cosiddetti professionisti della politica, si sia amministratori o amministrati.
Se questo, del resto, fosse il modo vero di concepire la politica da parte di tutti i cittadini, i primi beneficiari sarebbero proprio i partiti, chi vi milita e chi ci governa, in quanto avvertirebbero un potentissimo controllo e un forte stimolo a far bene la loro impegnativa parte.
Altro che categoria elitaria, estranea e lontana: chi fa politica è veramente al "servizio dei cittadini", di tutti i cittadini, ed è bene per tutti che, finalmente, di questo, si abbia coscienza e consapevolezza piena, smettendola di considerarsi dei "non politici", vocati solo ad ascoltare la parola d'altri, restando in ossequioso, immotivato e, a volte, corresponsabile, silenzio.

Alessandro Guidi 

21 gennaio 2003


LA FACOLTA' DI GIURISPRUDENZA: UNA POSSIBILITA' DI SVILUPPO O UN PROBLEMA POLITICO? 

Nel 1997 un momento di alta politica sanciva la nascita a Reggio Calabria della Facoltà di Giurisprudenza. Infatti due amministrazioni locali Provincia e Comune riuscivano a concretizzare una lungimirante idea di sviluppo per l'Università Mediterranea di Reggio Calabria. Evidentemente la costituzione del polo didattico non rappresentava una semplice azione di potenziamento dell'ateneo reggino, ma apparteneva ad una visione molto più ampia e più nobile che attribuiva all'università un ruolo preciso per lo sviluppo di Reggio Calabria. Una università a servizio della città, una città che cresce attorno all'università. Sembrava un binomio interessante. Sembrava reale la possibilità che Reggio Calabria , potesse rivestire l'abito di città che sta al centro del Mediterraneo, culla di tante culture e crocevia di saperi, che abbandonasse l'idea di uno sviluppo che esula dalla sua storia e che non appartiene al suo territorio. Ma tutto questo sembra appartenere alla storia di una città che ha poca memoria. 
A metà novembre del 2002 l'amministrazione Provinciale promuove un incontro con i massimi rappresentanti dell'Università, della Regione e del Comune per riaprire la discussione sul futuro di Giurisprudenza, che intanto è diventata a pieno titolo Facoltà dell'Ateneo reggino con circa 5000 iscritti ed esprime ottime potenzialità di sviluppo e di crescita non solo relativamente ai numeri, ma sappiamo benissimo che anche la più eccellente offerta didattica non può prescindere dalla disponibilità di strutture ed ambienti adeguati. Il tavolo promosso dall'amministrazione provinciale, sebbene abbia acceso la discussione politica che a tenuto banco per tutto il mese di novembre è andata affievolendosi e ad oggi non ha prodotto i risultati sperati. Nell'arena qualcuno ha cercato di rivestire i panni del gladiatore con l'infelice idea di pensare che il problema di giurisprudenza si risolve affermando il primato territoriale o qualche altro tipo primato. A mio avviso l'unico primato deve essere quello della politica e mi rammarica l'idea che questo primato si sia potuto affermare nel momento della nascita di Giurisprudenza, quando la Provincia e il Comune non appartenevano agli stessi schieramenti politici e proprio oggi che una parte polita governa il Comune, la Provincia, la Regione e lo Stato Centrale non si riesce neppure a stare nello stesso tavolo. 
Le ultime vicende mi inducono ad una deduzione, non ho l'ardire di definirla logica, ma almeno ragionevole, le logiche che guidano la risoluzione del problema di giurisprudenza non tengono conto del reale ed urgente bisogno di circa 5000 studenti e soprattutto non riescono a vedere nell'Università la grande vera forma di sviluppo per la nostra città. Noi studenti, accennando anche a forme di proteste, abbiamo provato a mettere al centro della discussione il vero problema: garantire il diritto allo studio cercando di stare fuori dalle discussioni sterili e dal "toto-sede". La nostra intenzione è quella di affermare l'idea per la quale l'educazione ha diverse funzioni nella società e le più importanti sono l'essere un mezzo per lo sviluppo sociale e il rafforzamento della democrazia, l'avvantaggiare il benessere sociale e la competitività economica delle società, il favorire l'accumulazione e la condivisione della conoscenza e del capitale culturale, il promuovere il benessere e la crescita della città. Sicuri che questa idea siano condivisibile da tutti, almeno lo speriamo, vorremo che la discussione ripartisse ance da questo. Il nostro Magnifico Rettore si è detto disponibile a valutare le proposte che verranno dagli enti. La speranza è che la proposta sia unitaria e arrivi nel più breve tempo possibile e che rispetti la serietà e le ambizioni di sviluppo della nostra Università. Noi studenti faremo sentire presto la nostra voce se ogni aspettativa sarà disattesa e se ancora una volta i nostri interessi non saranno presi in considerazione. 

NINO CILIONE 
Rappresentante degli studenti al consiglio di facoltà di giurisprudenza 
+39/320/0862086 cell
+39/965/672826 tel/fax 
ninocilione@libero.it 
23 gennaio 2003


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