Venerdì 22 Novembre a Pietrasanta nella stupenda cornice del Chiostro Medioevale del complesso Sant'Agostino nel centro della città si è tenuto un incontro dibattito per ricordare i 110 anni dalla nascita del PSI organizzato dal Circolo Culturale F.lli Rosselli Versilia e con la partecipazione dell'on. Carlo Carli (socio del circolo) prof. Berto Corbellini Andreotti e prof. Zeffiro Ciuffoletti.
Con nostra grande sorpresa la sala del dibattito, che contiene oltre 300 persone era al limite della capienza!
che gioia rivedere tanti compagni e compagne da tanto tempo scomparsi!!!
molte persone venivano da città vicine come Lucca e Viareggio, il pubblico presente non solo ha partecipato con attenzione ma di tanto in tanto sottolineava con entusiasmo o disapprovazione alcuni passaggi di chi parlava.
Ogni momento della serata è rimasto impresso nella mia mente, perchè la serata non è stata una riunione di nostalgici ma....... anzi è stata tutta incentrata su quello che potrà essere il futuro del socialismo riformista in Italia.
Applauditissimo è stato l'intervento di Zeffiro Ciuffoletti (più volte interrotto da applausi) che ha fatto un' analisi precisa e tagliente (da storico) del socialismo di ieri di oggi e di domani.
Quello a cui ho assistito è una grande affermazione di orgoglio, di tante persone, anche giovani ed anche estranei al PSi, che sono venute a sentir parlare di politica e che politica!
Molti mi hanno contattato nei giorni successivi dicendomi di volersi impegnare ancora, per costruire qualcosa, per tenere vivo il socialismo.
Sotto la cenere cova un fuoco caldissimo, di cui sentiamo ogni giorno sempre più forte la presenza, questo fuoco è il Socialismo!!!
Compagni prepariamoci per trovarci pronti alle sfide dei prossimi anni perché quando la storia ci darà giustizia dovremo essere pronti a rispondere.

PS stiamo mettendo insieme gli interventi dei relatori, appena pronti vi spedirò una copia per le vostre considerazioni.

Fraterni saluti 
Alessandro Tosi 
23 dicembre 2002


La Sinistra che vogliamo


Premessa

In Italia esiste una maggioranza di cittadini i quali non hanno votato Berlusconi (hanno votato per l'Ulivo, Di Pietro, Rifondazione o, soprattutto, non hanno votato…). Esiste una parte importante della società civile che stenta sempre più a riconoscersi negli attuali partiti della sinistra, e nella loro fredda somma, che non si riconosce in uno sterile dibattito che privilegia la ricerca di regole prima ancora che di progetti e programmi. Si sente orfana, e cerca un approdo politico che allo stato attuale non esiste. 
Il vecchio schieramento della sinistra e i suoi partiti è stato tagliato trasversalmente dagli avvenimenti recenti. E' stata riscoperta da parte di molti la voglia e la capacità di elaborare un nuovo modello di società, di utopia in cui credere, in grado di identificarsi attorno a dei valori comuni.
Valori che assumono il ruolo di spartiacque, che delimitano i confini di una nuova appartenenza politica. Riteniamo che ogni tipo di riformismo non debba, né possa, uscire da questo 'recinto' politico. Recinto che può benissimo far parte del territorio ben più vasto dell'Ulivo, nell'ottica di una aggregazione più estesa, vista in chiave elettorale. Una sinistra moderna, intrisa di valori, deve anche assumersi responsabilità locali e nazionali di governo. Lo aspira, ne è capace.

Quali valori

Difesa della Costituzione. 
La Carta dei padri fondatori della Repubblica viene costantemente violata in materia di giustizia, di giurisdizione, di scuola pubblica, di divisione dei poteri, di pluralismo dell'informazione. Si sta assistendo ormai da mesi al tentativo di instaurare nella pubblica opinione un processo di revisione storica e culturale, volto a ribaltare i verdetti inappellabili scaturiti dalla Storia e accettati a suo tempo da vincitori e vinti, con lo scopo di far passare la tesi reazionaria di una 'giustificazione totale', ponendo sullo stesso piano le motivazioni della lotta partigiana con quelle dei militanti della repubblica di Salò; una sorta di 'pacificazione' edificata sulla tesi inaccettabile quanto fragile del 'erano tutti uguali', tesa a far perdere il senso della storia alla comunità nazionale ed alle generazioni future, disconoscendo lo spirito, i valori ed i principi sui quali è fondata la Carta Costituzionale. La Costituzione mantiene a tutt'oggi la sua grande modernità: non occorre cambiarla, ma applicarla, difendendola da manipolazioni di parte.

Difesa della pace, ripudio della guerra.
Una scelta di campo forte, netta. Rimanere fuori da ogni tipo di guerra di aggressione nel rispetto della Costituzione. Rifiutare la logica aberrante della 'guerra preventiva'. La risoluzione militare deve essere l'ultima, estrema opzione di una politica che veda l'ONU (il cui ruolo deve essere rafforzato) come unico, autorevole interlocutore in grado di mediare tra nazioni in conflitto, o di imporre le adeguate sanzioni e misure preventive. E comunque è sotto la bandiera dell'ONU che devono operare le forze armate dei paesi chiamati ad intervenire in operazioni di polizia. Occorre dire no ad ogni tipo di interventi militari dettati esclusivamente da logiche economiche e politiche (petrolio, commercio delle armi, etc) che disprezzano e scavalcano la ricerca, prioritaria, di soluzioni politiche 'eque e solidali', le sole capaci di stroncare il terrorismo e diserbarne il terreno su cui attecchisce. 

Difesa della pluralità dell'informazione.
Si è creato nel campo dell'informazione televisiva un monopolio di fatto, con il Presidente del Consiglio proprietario delle tre maggiori reti nazionali private e controllore delle tre reti pubbliche della RAI. Egli inoltre è il proprietario di gran parte dell'editoria nazionale. Una situazione ratificata dal recente decreto legge Gasparri. Il livello qualitativo dell'informazione, la completezza e obbiettività delle notizie, hanno raggiunto livelli bassissimi, indegni di un moderno paese democratico occidentale. Inevitabile la sofferenza della democrazia, che si nutre mai come in questo tempo di una informazione reale, obbiettiva e imparziale. 

Difesa dei diritti. 
Diritti del lavoro, a difesa della dignità del lavoratore e delle lotte sostenute per raggiungere quei traguardi irrinunciabili anche per le generazioni future. 
Diritti in nome della solidarietà: verso i milioni di deboli del Nord del mondo e verso i deboli del Sud, che sono miliardi. Non ci potrà essere pace senza giustizia, solidarietà e pari dignità tra gli uomini.
Diritto all'etica della politica, inquinata dall'entrata in scena di una nuova classe dirigente, moralmente lontana anni luce dalle esigenze e dai problemi di una moderna comunità di cittadini. 

Difesa dell'ambiente, risorsa fondamentale del pianeta.
La Terra non può più sopportare gli attuali livelli di sfruttamento delle sue risorse. L'ambiente inteso come risorsa fondamentale deve essere posto al centro dell'iniziativa politica. Non è più sufficiente la semplice sensibilizzazione delle coscienze. Occorre operare scelte concrete a livello mondiale e locale (energie alternative, ricerca, etc). 

Un nuovo soggetto politico: il cittadino consumatore.
Una nuova sfida contro la dittatura del mercato e delle multinazionali. Valorizzare, approfondire e far conoscere il vasto territorio, ancora inesplorato, del consumo critico, etico e consapevole. Affermare il ruolo centrale del consumatore, della sua sovranità, del suo potere potenzialmente enorme di influire sulle logiche di mercato. Occorre ribaltare il punto di vista relativo al mercato, rovesciare la prospettiva e vederlo dalla parte del consumatore, non sempre e soltanto da quella del produttore. La consociazione degli acquisti, con l'impegno concreto di autonomie locali e associazioni, rappresenta un fattore di sviluppo decisivo nella costruzione della coscienza critica del cittadino consumatore.

Il fare: chi, come

Mai come ora è giunto il momento di creare un forte, marcato momento di discontinuità Un punto di riferimento diverso, cui tutto l'elettorato democratico possa guardare in una prospettiva rapida. Costruire momenti di incontro locali (laboratori politici, gruppi capaci di iniziative anche sui problemi del luogo etc) ma con una struttura cementata dalla Rete. La partecipazione è individuale, e tende a superare ogni logora logica di appartenenza. 
L'aspirazione è quella di trasformare la Comunità in soggetto, e non oggetto, della politica. Sono temi, questi, che solo una sinistra nuova che si aggrega attorno ad un progetto prima che a delle regole può realizzare. 

Conclusione

Queste parole dicono ai cittadini che può esistere un territorio, un luogo concreto dove queste sensibilità hanno desideri comuni e la disponibilità a stare insieme. Una Sinistra ha senso se è in grado di ascoltare i bisogni dei cittadini e li voglia risolvere, di proporre progetti di cambiamento della società per non subire passivamente quelli provenienti dai poteri forti, dalla sopraffazione economica, culturale e sociale. 
Una battaglia per la democrazia con programmi, metodi e organizzazione da costruire insieme, per fare esplodere le consapevolezze e la grande forza dell'Italia Democratica, rappresentata da un leader condiviso, forte e riconosciuto. 

Noi abbiamo voglia di misurarci su questi temi. 


Sandro Sbarbati - Sindaco di Monsano (AN)
Luca Fioretti - Segretario UdB DS di Monsano


23 novembre 2002


La globalizzazione è un tema di cui si può certamente discutere ma, a mio parere, indiscutibilmente inevitabile e anche positivo. Inevitabile perché, con il crollo del Muro di Berlino e dalla chiesa comunista nell’ex Urss, l’apertura delle frontiere in Europa con la conseguente unificazione monetaria e prossimamente politica, in Europa vi è un maggior spostamento di persone e di capitali. Il mondo inoltre si è evoluto sotto tutti i punti di vista, primo fra tutti nel settore tecnologico in cui, con l’avvento di Internet, vi è la possibilità di comunicare e di acquistare prodotti in ogni parte del mondo a costi davvero vantaggiosi. E quindi tale fenomeno è, da questo punto di vista, davvero positivo. Senza contare che, checché se ne dica, in molte parti del sud del mondo le multinazionali hanno dato la possibilità ai “diseredati del pianeta” di lavorare, nel pieno rispetto dei diritti civili e umani,con un incremento del Prodotto Interno Lordo dei Paesi in cui vivono. Certo, non possiamo dimenticare il caso Nike o Nestlè e altri, con tutti i danni ad esse collegati ma, attraverso la globalizzazione vi è anche la possibilità di essere maggiormente informati e quindi è data all’individuo la possibilità di scegliere se acquistare i prodotti del Mercato Equo & Solidale o quelli della Nestlè, se investire in Banca Etica o in banche che finanziano il commercio di armi. Questo semplicemente per fare alcuni esempi “banali”. Per cui non capisco la propaganda ideologica dei No Global. Soprattutto non capisco perché questi ragazzi, non manifestino contro la Cuba del dittatore Fidel Castro, piena zeppa di lager in cui i dissidenti e gli omosessuali vengono quotidianamente torturati e/o uccisi; non manifestino contro il governo cinese, contro quello vietnamita, contro quello della Corea del Nord, in cui centinaia di dissidenti politici, di buddisti, di cattolici, subiscon o quello che gli ebrei hanno subito in Europa 60 anni fa sotto il tallone nazista. Questo non lo capisco. O meglio lo capisco, se penso alla propaganda comunista in cui si innalzano le bandiere o le magliette con Che Guevara, altro dittatore al pari di Castro, amico di Mao e fautore dei “campi di rieducazione”. Tutte cose di cui non se ne parla.=

Tutte cose di cui le soubrette mancate Agnoletto e Casarini preferiscono non parlare. Certo, da nonviolento, anch’io sono contro la guerra e contro il bombardamento dei civili in questo momento. Ma sono anche profondamente contro ogni totalitarismo di ogni colore esso sia. Per cui preferisco dare queste “informazioni contro” contro l'egemonia culturale dei cattocomunisti del nostro Paese, sempre più spesso ideologica e priva di senso critico.


Luca Bagatin (liberalsocialista)
25 novembre 2002


Nikos Klitsikas 

Rina del Pero

Alessandro Guidi

Antonio Matasso

 

Lo storico greco Nikos Klitsikas ci ha inviato il seguente messaggio,che ben volentieri pubblichiamo:

La Grecia è in lutto.

I greci democratici piangono per la scomparsa dell’eroe Francesco De Martino. Per i greci che hanno vissuto in Italia e particolarmente a Napoli negli anni più bui della storia greca, durante la dittatura dei Colonnelli (1967 - 1974), Francesco De Martino non era solamente il leader storico del socialismo italiano ed internazionale. Per noi greci, Francesco De Martino era l’Uomo, il compagno, l’amico, il protettore dei rifugiati politici, quello che senza avere mai paura e’ stato in prima linea per i diritti umani, democratici, socialisti. Rimane nel nostro cuore come lo statista che non ha avuto mai paura, né per sostenere Andrea Papandreou e il movimento di liberazione PAK, né durante la prigionia di Guido, durante la quale tutti i greci di Napoli abbiamo condiviso il suo dolore fino all’alba del 15 Maggio 1977. Per noi greci la Federazione di via Campodisola Marchese 13 era un rifugio democratico grazie a Francesco De Martino. La scomparsa di Francesco De Martino lascia un vuoto insostituibile nel mondo e specialmente nella sinistra. Il nostro De Martino, quello dei palestinesi, degli spagnoli, dei ciprioti, dei portoghesi, dei cileni, dei cubani, di tutti gli uomini liberi dell’Europa e del mondo intero non era solamente una delle figure storiche del socialismo. A nome di tutti gli ex-studenti greci in Italia, soprattuto di Napoli, porgo le condoglianze per la scomparsa dello statista. Lo ricorderemo per sempre, Francesco De Martino rimarrà nel nostro cuore per sempre!

Nikos Klitsikas, storico
http://www.nikosklitsikas.gr/demartino_it.html

Atene 23/11/2002

vi invio il testo dell'intervento fatto questa sera -29 novembre- in consiglio comunale a Meda:

VORREI RICORDARE ANCHE IN QUESTA SEDE LA FIGURA DEL SENATORE A VITA PROFESSOR FRANCESCO DE MARTINO, RECENTEMENTE SCOMPARSO.
EMINENTE PROFESSORE DI STORIA DEL DIRITTO ROMANO, GIURISTA ECCELLENTE E LA SUA NOMINA A SENATORE A VITA NEL 1991 DA PARTE DEL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA FRANCESCO COSSIGA FU EFFETTUATA PROPRIO CON RIFERIMENTO AI SUOI MERITI E AI SUOI CONTRIBUTI DI STUDIOSO.
ENTRO' IN POLITICA NEL PARTITO D'AZIONE E CERTAMENTE DI QUEL PARTITO CONDIVISE GLI IDEALI PIU' ELEVATI SOPRATTUTTO QUELLO DI UNA RIFORMA NON SOLO DELLO STATO E DELLE SUE ISTITUZIONI, MA DELLA SOCIETA', DEI SUOI FONDAMENTI MORALI E DEI SUOI COMPORTAMENTI.
FU DEPUTATO SOCIALISTA DAL 1948 AL 1983 E POI SENATORE PER UNA LEGISLATURA. DIVENNE SEGRETARIO DEL PARTITO SOCIALISTA ITALIANO NEL 1963 E LO RIMASE FINO AL 1976.
LA SUA BATTAGLIA PER UNA POLITICA DEGLI EQUILIBRI PIU' AVANZATI, RIFORMISTA, TROVO' RAGIONE SOLO MOLTI ANNI DOPO.
IN UN MOMENTO IN CUI LA" POLITICA " E' QUELLA URLATA, SGUAITA, MERCIFICATA, LA SUA FIGURA DI UOMO DI PENSIERO, DI GALANTUOMO SOCIALISTA, VI LASCIA IN EREDITA' UNA VISIONE DELLA " POLITICA ESIGENTE", INTESA COME IMPEGNO ANCHE ETICO.
A LUI IL NOSTRO PIU' AFFETTUOSO RICORDO.

RINA DEL PERO
CONSIGLIERE COMUNALE di MEDA (Milano)


Con la morte di Francesco De Martino è morto un padre della Repubblica e un grande Socialista.
Lo ricordo in visita nella nostra Provincia, in occasione di una campagna elettorale amministrativa nei primi anni '70.
Parlò ad una folla di compagni, da Segretario del Partito Socialista Italiano, e destò grande consenso e ammirazione.
Parlava con tono pacato, riflessivo, con argomenti convincenti e analisi sottili.
Parlava delle ragioni dei Socialisti, delle ragioni della sinistra, della necessità della sua unità. I tempi, purtroppo, per molti uomini del suo livello culturale e politico, non sono quelli degli uomini comuni.
De Martino vedeva oltre il contingente, guardava il futuro, ma nessuno seppe seguirlo su quella strada. Si trovò solo e male accompagnato. Ma aveva ragione lui: la mancata unità della sinistra, era ed è, il suo limite vero.
Addio, compagno, professore di Socialismo.

Alessandro Guidi
Consigliere comunale di Unità Socialista

23 novembre 2002


IL CORDOGLIO DEI SOCIALISTI RIFORMISTI PER LA MORTE DI FRANCESCO DE MARTINO

Apprendiamo con commossa partecipazione della scomparsa di Francesco De Martino, fulgido emblema dell'azionismo e del socialismo italiano, studioso illustre di storia del diritto romano e figura dalle doti umane non comuni. Al figlio Guido e alla famiglia tutta esprimiamo il sincero cordoglio degli aderenti all'Associazione "Socialisti Riformisti" della Sicilia.
19 novembre 2002

ANTONIO MATASSO
Presidente dell'Ass. "Socialisti Riformisti"
Via Rosolino Pilo n°20 - 90139 Palermo


RICORDANDO "TANGENTOPOLI"

"Tangentopoli" è la giornalistica definizione data all'inizio di una fase molto particolare della vita politica e sociale italiana, avviatasi nei primi anni '90, i cui effetti non paiono avere più fine e che ha trascinato con se uomini, partiti e istituzioni in un'immensa nuvola di polvere in cui tutto si è confuso, il bene e il male, il giusto e l'ingiusto, il lecito e l'illecito, il colpevole e l'innocente.
Forse era inevitabile e opportuno che tutto questo accadesse ma di certo anch'io, come migliaia di persone impegnate in politica, seppure totalmente lontani ed assolutamente estranei alle questioni poste da Tangentopoli, fui, in qualche modo, travolto e costretto a pagare prezzi personali e morali molto pesanti.
Non è, infatti, possibile essere una pedina, benché piccolissima, di una grande scacchiera su cui il proprio partito - il Partito Socialista - gioca la partita della politica italiana e pensare di rimanere incolumi quando questa è sollevata in aria e scaraventata violentemente a terra. Tutto, in quel momento, fu messo in discussione. 
Il passato del mio partito, quanto mai glorioso, fatto di cento anni di storia al servizio dei lavoratori e dell' intero paese, sembrava in quel momento non avere più, per la stragrande maggioranza degli italiani, alcun significato. 
Tutti coloro che vi facevano riferimento ed erano, come lo ero io al suo interno, attivi nell' impegno politico, vivevano con sopra le loro teste la spada minacciosa di Damocle e la morte nel cuore.
Nulla e nessuno, infatti, era escluso dal possibile coinvolgimento, diretto o indiretto, della marea giustizialista e moralizzatrice che avanzava e che, quotidianamente, travolgeva uomini fino a quel momento considerati "intoccabili", come lo sembrava Bettino Craxi.
Accuse infamanti percorrevano la penisola e tutti i partiti n'erano investiti.
Proprio i partiti, che la Costituzione repubblicana riconosceva essere gli strumenti fondamentali della democrazia, erano allora considerati alla stregua delle associazioni per delinquere, dei mezzi criminosi per compiere atti illeciti ai danni dei cittadini e dell' Italia. Molta verità divenne così, per molti, "tutta" la verità.
La mia coscienza e quella di tanti miei compagni era pulita e tranquilla ma ciò non era abbastanza, la tensione cresceva soprattutto quando erano colpiti uomini che poi, gli stessi inquirenti, di lì a pochi giorni, dichiaravano estranei ai fatti per i quali, magari, erano finiti in carcere, passando prima dalla gogna delle pagine dei giornali e delle fameliche immagini in diretta delle edizioni speciali dei telegiornali.
Fu in quel clima che, personalmente, fui coinvolto in un fatto sconcertante.
Erano le tre del mattino quando fui svegliato di soprassalto da forti colpi alla porta di casa e da una voce perentoria che urlava: "Aprite!..siamo carabinieri...aprite!...o buttiamo giù la porta!".
Quando mi sporsi dalla finestra per vedere cosa stesse accadendo, intravidi alcune ombre scure in cortile che si muovevano nervosamente e guardavano verso di me gridando:" Aprite!...Aprite!...".
Mentre scendevo rapidamente le scale, ebbi paura per la mia famiglia. 
Immaginai subito che, di lì a poco, anch'io, con il mio passato di dirigente socialista, sarei divenuto uno dei tanti errori giudiziari che in quei giorni si susseguivano e, con fastidio, m'immaginai, per la prima volta in vita mia, con le manette ai polsi.
Andai in ogni modo, con la maggiore sollecitudine che potei, ad aprire la porta di casa chiedendo, ai sei-sette uomini che, con il mitra spianato, vestiti di nero, entrarono velocemente in casa mia e la occuparono: "Che cosa volete?...Cosa cercate?...". Ma non ottenni alcuna risposta.
Mentre mi spingevano su per le scale, tenendo puntate su di me le loro armi, richiesi più volte:" Mi volete dire cosa volete?" Ottenendo solo un generico:" Aspetti un momento...ora glielo dico...".
I miei famigliari tentarono di stare con me nel corridoio ma furono trattenuti e sorvegliati da un carabiniere armato, altri piombarono nella camera dei miei suoceri e li costrinsero ad alzarsi dal letto mettendo bene in evidenza le armi.
Dopo aver ancora insistito nella richiesta di chiarimenti, ed essere stato "accompagnato" per tutta la casa, finalmente, colui che appariva il comandante di quel gruppo, mi rispose con una domanda che mi sembrò migliore della più rassicurante delle risposte possibili:" Ma a che indirizzo siamo? " Ancor prima di rispondere mi si aprirono le porte del...paradiso: avevano sbagliato indirizzo! 
Quei rappresentanti della "benemerita", che da quel momento tornarono ad essermi simpatici, cercavano un'altra casa, altre persone, in una zona vicina, per motivi estranei alla politica. 
Accadeva anche questo in quel periodo e, certamente, non solo in casa mia.
Accadeva, però, anche di peggio, di molto peggio.
Alcuni noti personaggi della politica e dell'economia nazionale si toglievano la vita in conseguenza delle accuse che erano loro rivolte.
Ricordo ancora con profonda amarezza e una forte rabbia interiore la toccante e coraggiosa lettera che il compagno Moroni, prima di suicidarsi, inviò al Presidente della Camera dei Deputati.
Era un atto d'accusa, non tanto nel merito, quanto del metodo che era portato avanti dagli inquirenti, sostenuto dai mezzi di informazione e tollerato dalla politica, che distruggeva un uomo ancora prima che questi avesse la benché minima possibilità di difendere la propria dignità e quella della propria famiglia.
Era, quella lettera, la lucida accusa di un uomo che si sentiva partecipe di un sistema che egli stesso giudicava sbagliato ma che avrebbe potuto e dovuto essere corretto con maggiore civiltà e rispetto umano.
Nessuno era disposto ad assolvere chi aveva sbagliato e rubato, men che meno il sottoscritto e i miei compagni che vedevano infangato con ciò l' onore di una forza politica, quale il Partito Socialista Italiano, che aveva sempre fatto del "galantuomismo" la sua carta di identità.
La giustizia doveva fare, ovviamente, il suo corso, ma solo il "suo" corso, non quello delle convenienze, politiche o altro, di vari personaggi che con "Tangentopoli" hanno avuto la possibilità di dare una svolta decisiva alle loro oscure carriere.
Ricordo ancora con angoscia quegli anni durissimi nei quali vedevo rapidamente venire meno i consensi elettorali al mio partito, elezione dopo elezione, fino al suo scioglimento.
Ho disprezzato profondamente coloro che non fecero nulla, potendolo fare, per impedire la sua fine. Così come non capivo i pavidi e gli opportunisti che scelsero di starsene "alla finestra", nell'attesa di tempi migliori.
Per quanto potei e fin quando fu possibile continuai la battaglia per la sopravvivenza di un'idea che non poteva morire - e che non morrà - impegnandomi in quel che rimaneva del mio partito.
Mi fermai solo quando, dopo alcuni anni di lenta agonia, ai primi timidi segni di una possibile ripresa, mi accorsi, con profonda amarezza, che quello che si stava cercando di ricostruire non era più lo stesso partito in cui avevo scelto di far politica.
Si lavorava, a mio parere, per una prospettiva politica diversa, stringendo alleanze politicamente anomale (Segni, prima, Dini, poi), troppo diversa dalle mie opinioni e anche dalle radici stesse del Partito Socialista, lontana dalla sua storia centenaria, e così decisi, con vera sofferenza, dopo trent'anni, di lasciarlo.
Scelsi l'unità della sinistra contro il rischio di trovarmi, mio malgrado, per decisioni assunte da altri, alleato alla destra.
Ritenni che la sinistra, in quel momento, avesse più che mai bisogno di ritrovare forti e unitarie motivazioni politiche e sociali, proprie della cultura democratica della sinistra socialista e riformista cui, dopo gli avvenimenti internazionali che avevano travolto i paesi del cosiddetto "socialismo reale", era doveroso ridare l' unità perduta quasi ottant'anni prima, a Livorno, in una scissione che non sarebbe mai dovuta avvenire.
Per me quella scelta per l' unità della sinistra era la cosa più giusta da farsi e, con essa, si apriva una nuova prospettiva politica per la quale valeva la pena di ricominciare a lottare.
I miei giovanili entusiasmi, pur mitigati dalla durezza delle esperienze della vita, non erano, nonostante tutto, ancora spenti. 
La profonda convinzione, che mi aveva accompagnato fino allora, che fosse un preciso dovere di ciascuno contribuire al miglioramento della vita "terrena" degli uomini, attraverso l' azione politica, non si era per niente attenuata.
Provai sincero dolore nel lasciare il mio partito e alcuni dei miei vecchi compagni e amici ma, come mi era capitato altre volte nella mia vita, quando dovevo prendere delle decisioni che ritenevo giuste non mi fermavo di fronte a nulla, disposto anche a pagare prezzi personali altissimi.
Purtroppo l'odierna politica di tutti i partiti della sinistra mi ha richiamato brutalmente alla realtà: una realtà fatta del permanere di una divisione tra loro persistente e lacerante e, almeno per me, insopportabile.
Così, come sempre, ho preso la mia decisione: continuerò a dire quello che penso, ma non aderirò più ad alcun partito che non sia l'espressione unitaria di tutta la sinistra italiana.
Soprattutto questa è, a mio parere, la lezione politica che la sinistra deve trarre oggi dalla vicenda di Tangentopoli.

Alessandro Guidi
Consigliere comunale di Unità Socialista

11 novembre 2002


Brasile: dallo zabaione neoliberista riemerge una Sinistra démodé.

Luiz Ignacio Da Silva, il "Lula" che tanto ha impensierito le cancellerie nordamericane ed europee, è il nuovo Presidente federale brasiliano. Da lungo tempo gli analisti occidentali avevano accantonato ogni dubbio residuo sull'affermazione dell'ex - tornitore carioca, tutti presaghi dell'apoteosi "lulista" già dal primo turno, quando il candidato del Partito dos Trabalhadores mancò per un'incollatura l'elezione al primo colpo. Il funambolesco Lula ha dovuto però masticare amaro e mandar giù, a iniziare dal 1989, tre insuccessi di fila, prima di poter impadronirsi di Brasilia. Alfine, ringalluzzito da oltre cinquanta milioni di voti, Da Silva è riuscito a spuntarla, con grande euforia dei tapini che gli si sono stretti intorno, sognando il riscatto e la redistribuzione di quella ricchezza finora detenuta dal solo 10% della popolazione. Ma anche grazie alla consacrazione degli industriali, che, fiutata l'aria, si sono tempestivamente inventati un manifesto pro - Lula in cambio dell'impegno a mantenere il sistema capitalista e gli accordi economici sottoscritti dall'uscente Fernando Henrique Cardoso. È quanto mai opportuno per la Sinistra europea e italiana interrogarsi sulla lezione impartita dal trabalhismo vittorioso d'Oltreoceano, nell'ottica delle non lontane sfide elettorali in Austria e Paesi Bassi. Soprattutto perché il PT e Lula difficilmente possono ricondursi a quella tendenza che in Europa siamo soliti, a torto, rifuggire e additare come "vetero - socialista" (per intenderci, l'allusione è soprattutto alla linea della socialdemocrazia svedese).
Invero, il Partito dei Lavoratori brasiliano esibisce allo stato attuale una regolarità della linea politica pari a quella della Costiera Amalfitana. Nelle sue schiere sono infatti condensate varie e polimorfe frange di stampo marxista, trotzkista e femminista, senza che manchi un'innaffiata di neo - sindacalismo e di cristianesimo sociale (va segnalato che gran parte della Chiesa Cattolica ha appoggiato Lula): dunque mal si presta il PT ad ogni sforzo definitorio. Secondariamente, non si può accostarlo né ai partiti "vetero - socialisti", né al singolare radicalismo della pseudo - Sinistra italiota dei girotondini e dei "correntonisti": il che si concreta nella franca ammissione di Luiz Dulci, segretario generale del partito, di non ritenersi interessato a chiedere l'ingresso del suo PT nell'Internazionale Socialista, proprio in virtù della pluralità di orientamenti conviventi nel paiolo del trabalhismo.
Meraviglia che nel nome di Lula combacino perfino le opinioni di Bertinotti e Bobo Craxi. Il Parolaio Rosso, mai sazio di glorificare un'alternativa purchessia all'iperliberismo, meglio ancora se data alla luce da un sindacalista con tanto di onor del mento, è in ciò fatalmente fedele a se stesso; un po' meno il deputato di Trapani, recentemente riaccolto nel centro - destra. Non sarebbe fuori luogo controbattere all'uno e all'altro che il caso brasiliano incarna tutt'al più ciò che la Sinistra mondiale e italiana non deve più essere, se davvero non aspira a crogiolarsi perennemente nello sconfittismo. Proviamo almeno a trarre un insegnamento da tutto questo.
È incontestabile che gli eventi sudamericani non suggeriscono un ritorno in auge della logica dell'unità della Sinistra a ogni costo, che, rifiutata dai socialisti in nome della loro autonomia, non troverebbe giustificazione né consenso se riproposta ai riformisti italiani di oggi. Nondimeno la storia di Lula mette a fuoco il fallimento dell'improbabile conciliazione tra socialdemocrazia e liberismo lungamente ricercata dagli ulivisti in Italia, dal New Labour in Gran Bretagna e dal "pensionato" Cardoso in Brasile. Il sociologo del PSDB, corresponsabile della defalcazione dei salari reali nei primi anni '90 come Ministro delle Finanze, ha con spensieratezza alimentato il deficit pubblico nel corso dei due mandati consecutivi da presidente, e parallelamente privatizzato tutti i monopoli di Stato a vantaggio delle multinazionali statunitensi ed europee, senza peraltro promuovere il risanamento strutturale della scompaginata economia brasiliana. Tradotto in soldoni, i sedicenti "socialdemocratici" latinoamericani hanno fatto politiche di Destra.
Col voto del 27 Ottobre la popolazione del grande paese amazzonico ha voluto ammonire il Nord del mondo proclamando che le questioni urgenti vanno ricercate nell'esclusione dell'80% della popolazione dai circuiti economici e nel degrado delle bidonville, piuttosto che nell'osservanza delle imposizioni dell'Fondo Monetario. Incoronando Da Silva, i poveri e i salariati si sono piegati al primo populista descamisado che ha promesso loro tre pasti al giorno e più democrazia. Se "Lula il rosso" fallirà nonostante le tante attese, ci sarà senz'altro il cataclisma, ma se riuscirà avrà compiuto un prodigio. La sciagura è che così il Brasile si scopre privo di una Sinistra degna del nome: ed è singolare che a molti sfugga l'analogia con il caso italiano. I riformisti sono sempre più merce rara, a tutte le latitudini.
Possibile che non esista una "Third way" tra il liberismo ulivista d'esportazione e gli impulsi radicaleggianti? È rinvenibile un'altra opzione per la Sinistra che non comporti l'abiura del proprio vissuto né il riflusso classista? Il successo di Goran Persson sembra avvalorare la tesi che rintraccia un Eldorado liberalsocialista nella gelida Svezia, paese in cui efficaci politiche sociali ed ecologiche, unite ad un sano equilibrio pubblico - privato, hanno determinato un'innovativa combinazione tra riformismo pratico e fedeltà ideale. 
Alla luce di ciò, parlare di "vecchia socialdemocrazia" scandinava risulta come non mai fuori luogo. Lula avrà una carica di simpatia forse introvabile nei pressi del Circolo Polare Artico, ma quanto a pragmatismo e capacità di governo è come una cambiale in bianco. La SAP governa invece la Svezia quasi ininterrottamente da settant'anni: possibile che Bertinotti e Craxi non colgano la differenza?

Antonio Matasso
2 novembre 2002


Decidere a minoranza?
Accordo nell’Ulivo.


L’assemblea dei parlamentari, convocata per decidere come decidere, ha deciso di rinviare la decisione. Finalmente un passo avanti.
L’ipotesi balzana che si possa decidere a maggioranza è stata infatti ritenuta da qualcuno poco meno che un tentato suicidio (eutanasia?).
Potremmo suggerire di estendere all’Ulivo tutto il metodo affermatosi nei DS.
Si vota ogni tanto, ad esempio per confermare la linea riformista di Pesaro, e poi ci si comporta in senso opposto.
Decidere a minoranza. Perché no?
Giorgio Cardetti
24 ottobre 2002

PS. L’idea, ripensandoci, ci sembra proprio buona. Mica stupid come il Patto di stabilità europeo.
Se il metodo venisse adottato anche dal Parlamento, potremmo finalmente liberarci di Berlusca e soci, Cirami o non Cirami.
Per essere sicuri di vincere, un tandem ottimo ci sembra Bertinotti-Pecoraro Scanio.
Peccato non averci pensato prima. E’ come l’uovo di Colombo.


Tra giustizialisti e compromesso storico

Certamente la visione dell'On. La Russa su Tangentopoli è portatrice di uno strabismo tra la fase I e la fase II , con un ragionamento capzioso ci spiega che la fase I , quella che perseguitava Forlani e Craxi era giusta mentre la fase II no , perché perseguiva Berlusconi, cercando di non capire e non vedere che il meccanismo persecutorio era ed è lo stesso. Sicuramente erano diversi gli interessi politici dell'allora Msi che per cultura autoritaria era molto simile al Pci.
Certo chi è stato ignavo come De Mita o la Rosy Bindi non dovrebbero arrabbiarsi oggi, per difendere un partito che non hanno difeso quando era necessario, anzi ne sono stati i silenti becchini. 
Ma nel panorama politico c'è la novità del vecchio D'Alema che in un articolo sul Messaggero ci propone la casa dei riformisti; articolo interessante perché il nostro leader Massimo ci ripropone una nuova versione del compromesso storico, inizia demonizzando la Lega (da lui in tempi non sospetti definita una costola della sinistra) e An (coccolata da Violante con spirito di riconciliazione nazionale con la famosa definizione "i ragazzi di Salò") definiti dal fine statista: "antisistema" e ponendosi un interrogativo "come è stato possibile per Berlusconi considerarsi l'erede di Alcide De Gasperi" e continua affermando che "il problema , dunque non è spiegare a noi- alla sinistra riformista , intendo- perché non abbia senso oggi usare l'anticomunismo come discrimine politico". Le difficoltà di questi 10 anni da tangentopoli ad oggi non sono servite ai Ds per capire che la radice del loro fallimento e del suo gruppo dirigente, risiede nelle loro scelte praticate ed agite in quegli anni ed ancora oggi sostenute. Non so se Berlusconi è il legittimo erede della tradizione democristiana nel terzo millennio, dopo il suicidio politico di una classe dirigente democristiana che in parte non ha capito e un'altra tramava contro se stessa alleandosi con i carnefici, si potrebbero fari molti nomi ma uno per tutti Galloni , trombato alle elezioni politiche e nominato in quegli anni Vice Presidente del Csm e da quella posizione di regia ha assistito alla scomparsa del suo partito inferendo lui stesso colpi mortali. Ma una cosa è certa che tu caro D'Alema ed i tuoi epigoni non siete e non sarete mai riformisti perché ad oggi quella cultura non vi appartiene l'avete distrutta nelle sue rappresentanze politiche ma cosa ancor più grave in quelle culturali, negli anni del potere Ulivista avete intimorito chi dissentiva ed allontanato, raccogliendo solo utili idioti o professionisti a contratto, se non capisci o capite questo, potrete cambiare nome, vestiti, scarpe e barche ma sarete per gli Italiani sempre comunisti. Il problema di come vi percepisce il Paese, non lo risolvete con le campagne di accreditamento fatte sul quotidiano Repubblica o tv amiche, perché appena vi muovete fuori copione, esce ciò c'è dentro di voi, e credo, purtroppo, che per questa generazione è ineliminabile, perché non riconosciuto da voi come limite: l'autoritarismo e il fastidio per le regole quando vi sono sfavorevoli. Adesso con grande novità riproponi un dialogo con i cattolici della Casa delle Libertà nelle speranza che siano lusingati dalla tua alta considerazione della loro storia, e possano tradire l'odiato despota eletto dai cittadini che si chiama Berlusconi, inoltre convivono in una maggioranza che secondo te li detesta, anche se fosse vero, l'alternativa che tu gli proponi e di tornare insieme ai carnefici e non credo che sia per loro una scelta molto esaltate. Una velina che gira parla di un governo Istituzionale preseduto da Casini e con il vostro appoggio penso che gli ex democristiani che ad oggi sono stati tra i più leali a Berlusconi non accetterebbero un'altra scelta suicida solo perché propagandata bene, l'elettorato come ti ha già dimostrato (mandandovi all'opposizione ) non si lascia abbagliare dalle sirene del potere.
Sulla strada che tu ed i tuoi volete percorrere, c'è un passaggio obbligato, per essere riformisti, non basta editare un quotidiano, dovete fare chiarezza dentro i Ds , mediante scelte che siano improntate alla discontinuità con il passato, unendo ciò che unibile e separare, senza cinici tatticismi, ciò che è incompatibile, dimostrando anche pazienza : perché il modo come si vuole conquistare il potere non è secondario per valutare l'acquisizione democratica alle regole liberal democratiche. Ma in questo percorso obbligato c'è un nodo che deve essere sciolto senza equivoci e ambiguità : quali sono le verità indicibili che si nascondono dietro Tangentopoli e dunque la riabilitazione politica del compagno Craxi e dei socialisti, la vostra strada per il riformismo se è sincera parte da Hammamet. 

Roberto Giuliano

23 ottobre 2002


I cortigiani di Sharon


LA ROVINA DEL P.S.I. (per intenderci quello fondato da Costa nel 1892 e scioltosi come neve al sole nel 1992) NON SONO STATE LE NOTE VICENDE DI TANGENTOPOLI....IL TUMORE MALIGNO CHE SI È SVILUPPATO AL SUO INTERNO ED HA UCCISO IL PSI È DATO DALLA "MOLTITUDINE" DI "CORTIGIANI" ALLA CORTE DI BETTINO CHE HANNO VIA VIA SOSTITUITO LE CELLULE SANE RAPPRESENTATE DAI VERI MILITANTI SOCIALISTI, 
OGGI, QUESTI CORTIGIANI, CHE ALLORA SI SPACCIAVANO COME I PIU' CRAXIANI DEI CRAXIANI, AGISCONO E SBANDIERANO L'OPPOSTO DI QUANTO CRAXI AVEVA POLITICAMENTE INSEGNATO E FATTO PER TANTI ANNI.
IN TESTA A TUTTI IL SOLITO DON BAGET BOZZO, BUONO PER TUTTE LE SALSE, FAUTORE DELLA NUOVA CROCIATA ANTIARABA ED ANTIMUSSULMANA, INSIEME A QUELLA BANDA DI GIORNALISTI OPPORTUNISTI CHE VANNA DA MARIA GIOVANNA MAGLIE AL NOTO FERRARA (tutti alla corte del fondamentalismo del più forte e del più ricco). SI INVITANO E SI GETTONANO "FRA DI LORO" IN TRASMISSIONI TELEVISIVE, DOVE FANNO A GARA PER DIMOSTRARSI I PIU' AMERICANI E FILOISRAELIANI, SNOBBANDO IL SOLITO INVITATO-ALIBI DI ORIGINE ARABA.
UNA VOLTA SI SAPEVA ALMENO DISTINGUERE TRA UNO SHARON ED UN RABIN. ORA CHI TE LO DICE CHI È UNO E CHI ERA L'ALTRO? NON CERTO GLI SPIRITATI GIORNALISTI CORTIGIANI FILO-FILO-FILO ORIANA FALLACI (novella MAITRE À PENSER).
DOV'È FINITA LA POLITICA CRAXIANA SUL MEDIORIENTE? DOV'È FINITA LA DIGNITÀ NAZIONALE DIMOSTRATA DA CRAXI A SIGONELLA?
CARO BETTINO, NON SONO MAI STATO TRA QUELLI CHE «SBAVAVA PUBBLICAMENTE» PER TE , MA ASSISTERE AL VERGOGNOSO COMPORTAMENTO DEI TUOI EX-CORTIGIANI, NUOVI PALADINI DEL TUO CONTRARIO, MI INDUCE A RICORDARTI E DIFENDERE QUANTO TU CON LUNGIMIRANZA POLITICA E DIGNITÀ AVEVI ESPRESSO.
SPERIAMO CHE COME ME, ALTRI STANCHI E NAUSEATI, SI FACCIANO SENTIRE E COMINCINO A FARE CHIAREZZA E FACCIANO APPELLO ALLA PROPRIA DIGNITÀ DI UOMINI LIBERI.

Enrico Gervasoni
Bergamo, 20 ottobre 2002


Salve a tutti
non vi conosco, o forse sì, dal momento che cislino e diessino ho letto quello ciò che riportate nel vostro sito a proposito di art. 18 e..un pò l'ho sentito mio. Grande è la voglia di dirigenti cgil, fiom in particolare di avere un bel pci vecchia maniera, si dimenticano che il pci è rimasto all'opposizione per qualche anno!. cofferati poi non mi ricorda molto berlinguer, anzi non mi sembra che enrico provenisse dalla cgil. un disegno che escluda forze sociali forti e organizzate dalla discussione a sinistra come cisl e uil per le paturnie di un leader sindacale alla soglia del rientro in fabbrica.....la fabbrica dei sogni forse? la fabbrica dell'opposizione a vita? la FABBRICA DELLE DENIGRAZIONI A CHI NON LA PENSA COME LUI, venite a sentire in fabbrica vera come, su sua benedizione, i delegati della cgil parlano dei colleghi di cisl e uil. non ho rinnovato la tessera ai diesse quest'anno, non so se lo farò, non dipende da me sto aspettando che i diesse diventino ciò che avevano detto di essere un grande partito socialdemocratico con radicamento sociale ma una visione anche liberale dell'economia, quando si decideranno a crescere io sarò pronto ancora.

Alessandro Barbiero
delegato FIM CISL alla ZF Padova SPA
delegato Comitato Aziendale Europeo gruppo ZF (56.000 dipendenti)
11 ottobre 2002


E' possibile costruire un'area laico-socialista in Italia?

Sono un giovane militante laico, liberale e libertario dal 1996 e da quell'anno mi sono battuto nella mia città a difesa dei diritti civili, delle minoranze e per diffondere la cultura laica e antiproibizionista. 
Ho collaborato con i radicali e con i Verdi Colomba (ambientalisti laici, non rosso-verdi!), ho condotto la campagna d'opinione "Emma for President" per Emma Bonino al Quirinale, ed ho fondato il comitato In/Coscienza per l'uso legale della Cannabis. 
Oggi mi ritrovo pressoché disorientato. Da un lato, il calo di militanza e il disinteresse diffuso per la politica non aiuta, ma la cosa che contribuisce a mio modesto parere ad incupire l'attuale scenario politico è la mancanza di un'area laico-liberale-socialista forte e riconoscibile. Possibilmente fuori dai Poli. A Pordenone, vent'anni fa, esisteva il "Club Ernesto Rossi", un movimento politico culturale fondato da alcuni radicali, che raccoglieva la migliore cultura politica riformista e liberale. Il Club si occupava principalmente di diffondere la cultura dei diritti civili, della nonviolenza, dei diritti dei carcerati, dell'antifascismo libertario propri di Ernesto Rossi, di Gaetano Salvemini e dei fratelli Rosselli. Oggi questa cultura e pressoché inesistente, tanto a Pordenone quanto a livello nazionale. I partiti e gli individui che potrebbero rappresentare questa cultura (Radicali, Nuovo Psi, Sdi, alcuni esponenti di Polo e Ulivo) sono oggi profondamente divisi. 
E divisi su cosa poi? Principalmente sull'appartenenza a questo o quello schieramento politico, su questa o quella poltrona. Ora, mi si consenta una riflessione: da una parte abbiamo la Casa delle Illibertà guidata da un imprenditore privo di qualsiasi cultura e storia politica e dai suoi alleati i quali hanno più volte espresso posizioni fortemente di destra (sull'immigrazione, sulle libertà civili e sessuali per fare alcuni esempi) e senza fare o proporre pressoché alcuna riforma in senso liberale dell'economia. 
Dall'altra parte abbiamo l'Ulivo, un aggregato di giustizialismo e di conservatorismo dell'attuale sistema economico politico. Senza contare che, pur definendosi di sinistra, questa sinistra non propone affatto alcune riforme sue proprie (sulle libertà civili, su un nuovo assetto dello stato sociale, sulla giustizia in senso garantista per tutti i cittadini. 
A questo punto giro la domanda a voi. Non vi sembra che sia tanto urgente quanto necessario aggregare quanto più possibile le forze politiche e le persone che hanno voglia di fare politica sul serio, magari partendo dalle battaglie per i diritti civili, per un'economia più liberale, per una ridefinizione dello stato sociale che garantisca veramente chi ne ha realmente bisogno, per la separazione delle carriere dei magistrati, per la responsabilità civile dei medesimi, per l'antiproibizionismo laico sulla droga e sulla scienza.
Queste sono solo alcune idee per ricostruire o meglio, per costruire quella che mi piace definire la Sinistra delle Libertà. Un aggregato di idealità in movimento fuori dal Berlusculivo. La strada è certamente ancora lunga, ma ritengo largamente condivisa, tanto dai Vostri lettori quanto da una discreta fetta dell'opinione pubblica. 

Luca Bagatin
(Pordenone) 
5.10.2002


Torna alla pagina precedente

Vai alla prima pagina