13 - 27 MAGGIO 2001: 
DUE VOLTI DELLA STESSA ITALIA 

di LUCA MOLINARI

Divisi si perde, uniti si vince! 
È questo l'insegnamento che le forze democratiche di centrosinistra devono trarre dai recenti appuntamenti elettorali svoltisi il 13 maggio (politiche) e il 27 maggio (ballottaggi per sindaci) scorsi. Alle elezioni politiche del 13 maggio la coalizione di centro-destra (Casa delle Libertà) di Silvio Berlusconi ha conquistato, in virtù del sistema uninominale maggioritario, la maggioranza dei seggi alla Camera e al Senato grazie al mancato accordo tra l'Ulivo e le altre formazioni di centrosinistra (Rifondazione Comunista e l'Italia dei Valori di Antonio Di Pietro). 
Lo scarto tra la Cdl e l'Ulivo è stato molto ridotto: appena 1,7 punti in percentuale che, in termini di voti, equivale a soli circa 440.000 suffragi. Rispetto al 1996 le forze che si richiamano all'Ulivo hanno aumentato i propri consensi (soprattutto al Nord!) e Polo e Lega hanno visti calati i propri voti, ma la defezione dei partiti di Bertinotti (o, come nel caso della Camera il non la sola "non belligeranza") e di Di Pietro hanno concesso al Polo e alla Lega una maggioranza parlamentare che non corrisponde ad una maggioranza nel Paese. Con ciò non si vuole affatto delegittimare la portata numerica e storica della vittoria della destra a cui va ora il diritto-dovere di governare, ma semplicemente sottolineare come il paese sia sostanzialmente diviso in due blocchi quasi equivalenti. 
A riprova della necessità e dell'utilità dell'unità di tutti democratici e di tutti i riformisti ci sono i dati relativi ai ballottaggi di molte e importanti città italiane: le belle vittorie di Veltroni (Roma), Russo Iervolino (Napoli), Chiamparino (Torino), Ravaioli (Rimini) e di altri candidati del centrosinistra segnano che il Paese non si sta uniformando al governo centrale come, invece, in maniera pressante e dura l'on. Berlusconi, primo Ministro in pectore, auspicava. Non c'è stato effetto di trascinamento, ma anzi un bilanciamento del colore politico delle cariche e dei poteri che non può che giovare alla nostra democrazia.
Come già in passato il messaggio e la missione dei riformisti e dei democratici è quella di costruire un progetto unitario, di non dividersi, ma di capitalizzare al massimo le proprie forze per far avanzare un'Italia più giusta in cui, nell'interesse di "molti e non di pochi", trovino soluzione i numerosi problemi che quotidianamente dobbiamo affrontare.

Non c'è stata la marea azzurra!

Il 13 maggio la Cdl ha sì vinto le elezioni politiche, ma non le ha stravinte. Non c'è stato il trionfo del Cavaliere e del berlusconismo. 
Come ben ricordato da Mario Pirani, Berlusconi aveva trasformato questa consultazione elettorale in un plebiscito sulla propria persona: credeva di ottenere una designazione plebiscitaria a proprio vantaggio, ma così non è stato. Il plebiscito non c'è stato e le due coalizioni non sono mai state così vicine in termini di voti.
Non c'è stata quella vittoria a tappeto che, in molti anche a sinistra, ormai davano per inevitabile. Da ormai da due anni (1998, caduta del governo Prodi) tutti i sondaggi davano per egemone il blocco guidato da Silvio Berlusconi. Ciò era confermato anche dai risultati delle elezioni europee (1999) e dalle regionali del 2000 (causa, fra l'altro, della crisi del II governo D'Alema). L'accordo con Bossi (con annesso giuramento sulla testa dei rispettivi figli!) non faceva altro che rafforzare il convincimento che per la destra le elezioni politiche sarebbero state un trionfo e che, al di fuori delle tradizionali "zone rosse", il centrosinistra sarebbe stato ridotto ai minimi termini. Si ipotizzava, addirittura, una maggioranza autosufficiente Forza Italia-An e un sorpasso del partito di Fini ai danni dei Ds. Tutto questo si è dimostrato non vero e lo scarto tra la Cdl e l'Ulivo molto esiguo (1,7%). Non c'è stato lo sfondamento del messaggio berlusconiano, ma anzi l'opposizione a tale modello sociale ed economico è stata molto forte, più che in passato e costituisce una buona base per l'opposizione che il centrosinsitra è chiamato a fare. Il modello di società atomizzata populistica e demagogica auspicata dalla destra non è stato confermato dai risultati elettorali, ma ha convinto solo il tradizionale elettorato del Polo e della Lega che, intendiamoci bene, non è certo trascurabile, ma rappresenta meno della metà del corpo elettorale 
L'idea di un paese ormai completamente omologato alla guida del Cavaliere non ha avuto riscontro dalle urna e ciò è dimostrato anche dai comportamenti di molti autorevoli esponenti della destra che, dopo i ballottaggi del 27 maggio, hanno riconosciuto ciò che avevano negato nell'entusiasmo (legittimo) del 13 maggio: "Siamo di fronte ad una situazione di forte equilibrio politico" hanno affermato gli on. Casini (Ccd) e Gasparri (An). 
Il grande successo (quasi il 30 % dei votanti) di Forza Italia è stato sicuramente notevole e significativo, ma, come già evidenziato nelle elezioni europee del 1999, si è trattato di una cannibalizzazione delle altre forze del centrodestra. La Lega Nord (3,9 %) è uscita più che dimezzata dalle urne tanto da non raggiungere nemmeno la soglia del 4 % e la lista del Biancofiore (Ccd-Cdu) ha ottenuto un risultato ancora meno brillante di quello dei leghisti. La stessa Allenaza Nazionale sembra essersi ormai assestata sulla soglia del 10-12 % (in calo rispetto al 1996) e una parte del suo elettorato ha optato per Forza Italia. La personalizzazione dello scontro ha quindi favorito Forza Italia (come allo stesso modo nel centrosinsitra se ne avvantaggiata la Margherita per Rutelli), ma ciò è avvenuto ai danni degli alleati del Cavaliere.

Ora devono governare!

Il governo Berlusconi ha non solo il diritto, ma soprattutto il dovere di governare. La destra e il suo leader hanno ora il compito di dimostrare di essere in grado, al di là della demagogia populistica che li ha contraddistinti in questi anni, le loro capacità di governo: devono mantenere fede alle molte (troppe?) promesse fatte a molti e diversi ceti sociali. Il confrontarsi con il governo della cosa pubblica potrebbe rappresentare un problema per la Cdl. Governare significa "compiere scelte tra diverse opzioni possibili" (G. Pasquino) ed è proprio qui che, almeno stando alle esperienze passate (Berlusconi I, maggio-dicembre 1994) ed ai primi passi della nuova maggioranza, il nuovo governo potrebbe entrare in fase di entropia e di crisi prematura.
Ovviamente il programma del Polo è chiaramente di carattere liberista e a favore del 20 % più ricco del Paese. Non mancano alcune venature di populismo e di un nuovismo per nulla rassicuranti. Ha ragione lo scrittore Claudio Magris a domandarsi perché molti futuri ministri non riescano a dire niente "senza fare la faccia feroce".
Sarebbe auspicabile che lo stesso centro-destra si ricordasse di essere solo maggioranza relativa e che su questioni cruciali non ci possono essere scelte gladiatorie, ma ragionate. La democrazia è questione di sensibilità, nei suoi cinque anni di governo l'Ulivo ha saputo dialogare con l'opposizione fino a coinvolgerla in una scelta imporante come l'elezione al Quirinale di Carlo Azeglio Ciampi. È doveroso la stessa lungimiranza da parte di Berlusconi, anche se il blocco sociale e politico che lo appoggi sta già presentando il conto al futuro Presidente del Consiglio. Il tentativo di scardinare lo stato sociale e la concertazione (politica dei redditi) come auspicato dal Presidente della Confindustria D'Amato, non deve essere permesso. La presenza di una forte opposizione (politica, sociale e istituzionale) funzionerà da controllo e da freno a scelte troppo partigiane o a declamatorie. Non troveremmo strano che tornasse il leitmotiv "Non ci lasciano governare", che ha contraddistinto la precedente esperienza governativa del Cavaliere di Arcore.

La Lega e i futuri scenari

A poche settimane dal voto già i primi nodi stanno venendo al pettine. I gruppi sociali che hanno appoggiato la Cdl presentano il conto. Così vanno letti i messaggio inviati da Antonio D'Amato (Confindustria, flessibilità e libertà di licenziamento), da ampi settori delle gerarchie vaticane (restrizione della legge 194) e da Sergio Billè (Confcommercio, che, in opposizione a D'Amato ha invitato il nuovo governo a favorire non le grandi imprese, ma il piccolo e medio commercio). La Lega, il Biancofiore e An assillano il nuovo Premier di richieste che spesso, almeno da parte "padana", hanno toni ultimativi e suonano come una richiesta di "risarcimento" per il sangue versato nella competizione elettorale. Sangue versato che non è certamente rimasto sul terreno, ma ha rappresentato una vera e propria trasfusione a beneficio di Forza Italia. Le divisione nella Cdl sono molte e molte di più rispetto a quelle dell'Ulivo, ma il leaderismo di Berlusconi (e le ingenti risorse finanziarie investite e l'uso a proprio favore dei mezzi di comunicazione "di famiglia") hanno permesso di spacciare una "granitica unità" di facciata che già (almeno sul versante Lega Nord) si sta già incrinando.
In termini di seggi la Lega non è determinate, ma lo è stata in termini di voti e questo sicuramente peserà nel momento delle scelte delle politiche pubbliche. In assenza di una sperimentata classe politica di governo sarà difficile conciliare la richiesta di devolution (in sostanza uno spinto liberismo antistatalista e antistatale da attuarsi nel ricco Nord-Est) sostenuta dalla Lega Nord (e fatta propria dalla componente lombardo-veneta di Forza Italia; Tremonti e Formigoni per tutti) con la necessità e le richieste di politiche pubbliche assistenziali espansive nel Sud e nelle Isole come auspicato da diversi esponenti del Ccd-Cdu, di An e della componente meridionale di Fi.
Davanti ad una opposizione motivata e forte il nuovo premier potrebbe anche decidere di non scegliere, in pratica di lasciare incancrenire i problemi rinviando le decisioni nel tempo per non scontentare nessuno degli inquilini ospiti del suo affollato ed irrequieto caseggiato. Questa opzione dorotea che ricorda tanto l'antico adagio andreottiano del Tirare a campare ricalcherebbe a livello nazionale quanto fatto a Bologna dal sindaco civico-polista Giorgio Guazzaloca: mantenere unita una compagine di governo cercando di limitare al minimo le possibili tensioni derivate dalle divergenze interne semplicemente rinviando sine die il momento delle scelte cruciali. Al riguardo, ricordando che si tratta solo di una delle tante ipotesi possibili, è da notare che le normative che regolano un comune "blindano" un sindaco rendendolo abbastanza autonomo dal Consiglio Comunale e rendono così possibile sia un governo energico ed efficace, sia una lunga e quinquennale e paludosa successione di rinvii e manovre di basso cabotaggio. Invece il governo nazionale è perennemente in balia (nel bene e nel male) del Parlamento in cui, Prodi docet, si può essere sfiduciati anche per un solo voto.

Sinistra infelix

Le divisioni del centrosinsitra hanno fatto perdere le elezioni all'Ulivo e a Rutelli. Le divisioni a sinistra hanno fatto perdere le elezioni ai Ds ed alle altre forze di sinistra che si trovano ai loro minimi storici (16-17 % Ds, 5,4 % Prc, 2-3 % Sdi-Verdi, 1,7 % Pdci). 
Questo è sicuramente il dato più negativo della consultazione elettorale. Si è assistito ad una riequilibrio tra Ds e centro della coalizione. La presenza del nome del nome del candidato premier nel simbolo della Margherita e l'invito dei centristi a "votare tre volte Rutelli" (personalizzazione e polarizzazione del confronto elettorale) hanno sicuramente dirottato (consciamente o no) molti voti tradizionalmente di sinistra verso la Margherita. Ciò, però, non deve giustificare la crisi profonda ed una serie di errori prodotti nella sinistra in questa competizione elettorale. È stata, infatti, la rottura dei rapporti tra Ds e Prc a consegnare il Paese a Berlusconi e al centro-destra. Come già a Bologna in occasione delle comunali del 1999 il mancato accordo tra Quercia e Rifondazione ha fatto i gioco degli avversari permettendo loro di conseguire un obiettivo altrimenti impossibile.
L'assenza di una leadership visibile ha sicuramente danneggiato i Ds: nel 1996 Massimo D'Alema era il segretario del partito: era il fulcro della campagna elettorale della Quercia. Nel 2001 è mancato un chiaro punto di riferimento nazionale: Walter Veltroni è stato impegnato nella campagna elettorale (vincente) al Comune di Roma, Piero Fassino, candidato vicepremier, rappresentava più la coalizione che il partito, Pietro Folena è stato impegnato in una difficile sfida (poi risultata vincente) in un collegio ostico della Puglia (Manfredonia). Lo stesso D'Alema ha dovuto condurre una campagna elettorale più che altro nel proprio collegio pugliese (Gallipoli) dove, senza il paracadute del proporzionale, ha dovuto reggere non tanto la sfida con il suo avversario della Cdl (l'on. Mantovano, An), ma anche l'urto dell'assalto mossogli dai vertici del Polo (diciamo Polo e non Cdl perché l'inquilino "padano" dello stabile berlusconiano, Bossi, non è stato invitato in nessuna manifestazione elettorale della sua coalizione a sud del Po!) e da Berlusconi in prima persona.
A sinistra c'è troppa frammentazione, 5 partiti che a vario titolo si richiamano al progressismo (Ds, Pdci, Prc, Sdi, Verdi) sono un lusso che in questa situazione non ci si può permettere. Occorre, sul modello di quanto fatto al centro dalla Margherita, raccogliere e raggruppare al massimo le forze per creare una scelta politica unitaria, in modo da offrire agli elettori una opzione chiara, di sinistra e riformista all'interno della comune alleanza di centrosinistra guidata da Francesco Rutelli e Piero Fassino.
Ciò deve passare attraverso una chiara discussione che porti anche alla nomina di una leadership (segretario e gruppo dirigente) in grado di ridare slancio e progetto alla sinistra italiana ed alla sua grande tradizione di governo. 

Netto bipolarismo

Non c'è posto per terze posizioni intermedie tra Ulivo e Casa delle Libertà. Il bipolarismo è ormai gradito agli elettori a livello sia nazionale, sia locale. Nelle elezioni per il Parlamento dei partiti "non allineati" (Prc, Italia dei Valori, Lista Bonino, Democrazia Europea) solo Rifondazione Comunista ha superato la soglia del 4 % ottenendo propri eletti. Al primo turno delle elezioni amministrative i candidati sindaci di Ulivo e Cdl hanno ottenuto sommati oltre il 90 % dei consensi dei loro cittadini. Questi sono segnali netti e chiari che sgombrano il terreno da ogni nostalgia vetero proporzionalista. Pur mantenendo la propria peculiare identità tutte le forze politiche sono invitate a prendere posizione in uno dei due schieramenti, come, è, in effetti, avvenuto in occasione dei ballottaggi del 27 maggio. I "non allineati" non solo non conseguono eletti, ma in realtà finiscono per favorire una delle due coalizioni principali che, spesso, è quella a loro più lontana!


Care compagne e cari compagni DS,

quando ogni cosa diventa prioritaria rispetto alla presenza attiva nella società, quando anche il necessario e vitale dialogo con i movimenti si trasforma solo in manovra di bassa cucina, secondo una logica tutta e solo di equilibri e/o prove di forza interni, quando anche l'imminente scadenza congressuale diventa il motivo in più che ci allontana ulteriormente dai tempi e dal sentire del mondo reale, c'è davvero qualcosa che scricchiola, si sgretola e poi si rompe in modo irrimediabile, che mi porta a concludere che, anche il congresso, anziché avvicinarci al sentire della gente, sta diventando un ulteriore "scusate il ritardo" per allontanarci dalle cose.
Non ho bisogno di fare l'elenco della spesa di quello che in nome di una mai discussa "ragione storico-politica" si è fatto passare sulla pelle e sulla storia di questo partito, ma voglio ricordare comunque almeno le bombe su Belgrado, avallate proprio dal governo D'Alema, e Genova, dove c'erano tutti, proprio tutti meno che noi, perché sono solo l'evidentissima punta di un enorme iceberg…
Ma è stato un ultimo e recente episodio ad avermi definitivamente costretta a fare i conti con cosa mai vuole essere o diventare questo partito anche a Milano: mi riferisco alla manifestazione del 20 settembre in piazza della Scala "contro la guerra e il terrorismo" indetta dal neonato Milano Social Forum.
Le forze politiche della sinistra e quelle sindacali di questa città (CGIL in testa, presente con il proprio striscione!), i centri sociali e le associazioni, erano tutti in piazza insieme a una nutrita rappresentanza di quella società civile di cui, ormai, i DS sembrano accorgersi solo quando c'è bisogno di sbandierare un nome di richiamo per formare le liste delle competizioni elettorali.

Dov'erano i DS e perché non erano in piazza nemmeno stavolta? 

Forse abbiamo rinunciato del tutto ad avere una funzione dirigente vera nella società?
O forse la guerra non ci riguarda più da quando anche la memoria di Zimmerwald è morta e sepolta sotto le macerie di Belgrado?
"Guerra alla guerra" era la parola d'ordine della sinistra: oggi, evidentemente, tra le molte cose che questo partito dimentica di essere stato, c'è anche questo.

Avevo nutrito qualche speranza e qualche aspettativa agli Stati Generali di Firenze, quando, proveniente dai Comunisti Unitari, avevo voluto credere che la costituzione dei Democratici di Sinistra rappresentasse davvero un punto di inizio per dare avvio ad una forza della sinistra, moderna ed europea, che ambiva ad essere reale punto di riferimento nella società.
Il tempo e la storia, però, anziché convincermi della meravigliosa potenzialità del "nuovo che avanza" che avremmo voluto (e dovuto!) costruire, mi porta continuamente ad interrogarmi, e in modo feroce, sul senso del mio permanere in un partito che non mi rappresenta e che dunque, oggettivamente, non mi sento più di poter rappresentare senza che in me si faccia largo, in modo impietoso e con tutti i connotati negativi del caso, l'idea di trovarmi nella "connivenza" più totale con tutto ciò che, invece, durante i miei anni di militanza nella sinistra ho combattuto!.
E dunque, mi dispiace, ma io non ci sto più.

Giuseppina Manera - segretaria Unità di Base "Albe Steiner", Democratici di Sinistra, Milano


DS: un partito in via di estinzione

Abbiamo l'umana abitudine di considerare i problemi politici solo quando sono messi in evidenza dai risultati elettorali. 
Tuttavia i risultati elettorali non nascono sotto le foglie di cavolo, ma "vengono da lontano" (come una volta dicevano i comunisti di se stessi). 

Considero i vari residui del PCI come "in via di estinzione" da più di dieci anni, anche quando i risultati elettorali sembravano dire diversamente. 

Dico queste cose da uomo di sinistra (non semplicemente di centro sinistra), che si riconosce nell'area del socialismo europeo. 

Le dico senza acrimonia, e senza sensi di catastrofe: considero anzi l'estinzione di una certa eredità culturale una specie di passaggio obbligato per la ricostruzione di una cultura di sinistra in Italia. 

Sollevo questo problema in questo forum dell'Ulivo (e parallelamente in quello dei DS) perché ovviamente si tratta di un argomento di non poco conto all'interno della sinistra e del centro-sinistra italiani. 

Il forum Ulivo è frequentato anche da iscritti ai DS, e credo che un loro contributo sia essenziale per capire il punto in cui è oggi arrivata la sinistra italiana. 

Soprattutto dei DS che frequentano il forum Ulivo, perché per questo stesso motivo mostrano di non essere prigionieri della sindrome dell'"angelo sterminatore", che li tiene chiusi dentro le loro sezioni e il loro mondo.

I DS, e anche Rifondazione, sono in via di estinzione perché è estinta (da molto più che dieci anni) la cultura politica che nel PCI si è costruita e sedimentata in 50 anni di dopoguerra, e questo indipendentemente dalle posizioni politiche, passate presenti e future, che da questa comune cultura sono germinate, talvolta anche in modo contrapposto. 

C'è una infinità di "luoghi comuni" della politica (che costituiscono la cultura di cui parlo) che sono transitati senza disamina critica sia in Rifondazione, che nel PDS fino ai DS, e che non funzionavano più già da un pezzo. 

Talvolta questi luoghi comuni sono transitati mediante un semplice rovesciamento: i "Chicago boys" di D'Alema sono passati dal vituperio del mercato e del capitalismo (notare la "e" congiuntiva: sono due cose diverse), alla sua beatificazione. 

La componente illuminista, sempre presente del vecchio PCI, si è tranquillamente evoluta in una forma di vetero liberalismo, talvolta pre-Toquevilliano, in cui la vecchia doppiezza Togliattiana rivive come diffidenza liberale per il "popolo ingannabile dai demagoghi". 

Il "ciclo di destra" viene vissuto come inevitabile perché impersonato da una nuova forma di demagogia che fa leva sui bassi istinti delle plebi (compito facile, si sa, perché le plebi sono prone all'inganno). 

In Rifondazione continua a vivere la componente stalinista del determinismo economicista, che vede il Kapitale come motore immobile di tutte le nefandezze, incoercibili e irriducibili, in quanto frutto di "cause prime" (secondo la lettura marxista dell'Accademia delle Scienze dell'Urss). 

Guardiamo ora allo "scontro" che si profila dentro i DS. Anzitutto si profila lacerante, tanto lacerante da essere stato per anni rimandato con ogni mezzo. 

Anche qui c'è un primo luogo comune duro a morire: il PCI non è mai stato un partito anti democratico, ma nemmeno mai un partito democratico. Ma appena lo si provi a dire, si levano alti lai, e si attivano reazioni sdegnate, segno di una profonda rimozione. Ci si dimentica di quanto a lungo sia rimasto in vigore il Centralismo Democratico, che sta alla democrazia come ci stava la DDR di Honecker (Repubblica DEMOCRATICA Tedesca!). 

Risultati di questa rimozione? Un partito incapace di vivere con serenità il dissenso, e che quindi non solo non riesce a ricercarlo (come dovrebbe), ma nemmeno a viverlo, schiacciato come sempre dalle Grandi Storiche Paure: la divisione, l'indebolimento, l'esplosione drammatica, il nemico che ti fagocita approfittando della tua debolezza. Col risultato d'inverarle. 

Altro risultato: la fretta con la quale si è proceduto alla omologazione democratica di AN (On. Violante!!!). 
Talmente si è sbraitato, sdegnati, contro quelli che chiedevano da anni garanzie di una effettiva conversione democratica del PCI (cosa diversa dall'abbandono di principi antidemocratici), e talmente probabilmente sfuggiva la natura reale del problema, che si è voluto di corsa sdoganare personaggi che appena ieri volevano costituire commissioni ministeriali per il vaglio dei libri di testo (tanto per fare uno dei numerosi esempi). 

E' evidente che è nell'interesse di tutti avere una destra democratica, ma è altrettanto evidente che quel processo NON POTEVA essere concluso con una semplice dichiarazione di buona volontà, senza alcun processo di maturazione, *senza ricambio di uomini e dirigenti*. 
E altrettanto evidente è che, in chiave storica, non si è fatto nessun favore alla destra italiana a procedere con quella fretta. 

Ma il problema è proprio qui: si aveva paura che qualcuno pensasse e dicesse: "de te fabula narratur"! 

Veniamo ora alla contrapposizione D'Alema-Cofferati (per ridurla giornalisticamente in questi termini). Le citazioni sono tratte dal resoconto sul sito dei DS (http://www.dsonline.it/primopiano/dettaglio.asp?id_doc=4038) 

Verrebbe da dare ragione a Cofferati quando affermerebbe: "D'Alema ha indicato ai Ds la prospettiva di diventare uno dei partiti guida della sinistra europea (del socialismo europeo) che si assumono il compito di guidare la modernizzazione dell'Europa, di renderla più competitiva, più avanzata, più mobile socialmente. 

Cofferati gli ha risposto che la modernizzazione di per sè non è un valore e che la sinistra, se vuol vivere, deve avere la forza di contrapporre ai valori della competitività e del mercato - che sono dei conservatori - il valore della lavoro e la sua centralità." 

Verrebbe da dargli ragione, perché è vero che parlare di "competitività dell'Europa" non è semplicemente di sinistra, ma appunto un discorso da liberale (componente illuminista), se non fosse che anche il discorso di Cofferati è in sospetto invece di trinariciutismo (componente operaista-comunista). La modernizzazione è invece un valore, ed esattamente di sinistra. 

Dare servizi moderni, adeguati ai cambiameti storici, rendere lo Stato e la Pubblica Amministrazione trasparenti e controllabili (due aspetti indissolubilmente legati) fa esattamente parte della lunga battaglia che per due secoli la sinistra ha intrapreso in difesa e per lo sviluppo della democrazia. 

E' propria della sinistra la visione della storia come fonte di cambiamento, e quindi della politica come azione in grado di gestire il cambiamento promuovendo i necessari adeguamenti nella società ("progressismo"). 


E se è vero che lo Stato Sociale è stato inventato storicamente dalla Destra (dal Liberale "puro" Bismarck, nel quadro di una visione illuminista, con buona pace di D'Alema), è pur vero che è stato un costante valore della sinistra storica la sua difesa e la sua estensione, come mezzo di riequilibrio sociale e come strumento di accesso alla politica per le classi più subalterne. 

E soprattutto, la sua interpretazione in chiave di responsabilità delle classi subalterne, anziché nella chiave illuminista di concessione - appunto - "illuminata". 

La modernizzazione non è invece mai stato un valore per la sinistra comunista, per la quale l'unica vera modernizzazione consisteva nell'abolizione del capitalismo, ma questo non vale certo per per la sinistra tout court. 
E anche il richiamo alla centralità del lavoro è giusto, basta che si dica cosa si intenda per lavoro. 

Non solo il lavoro dipendente, spero, perché allora saremmo al trogloditismo politico. E basta che dietro questo non ci sia la visione pauperista e anche qui trinariciuta del culto "dell'essenziale", del rifiuto della "civiltà dei consumi", del "prima la pancia piena, poi il resto". 

Ma altri tic emergono irrefrenabilmente. E non risparmiano neppure Piero Sansonetti, l'estensore del pur dignitoso, comprensibile e non sfuggente resoconto della Direzione di cui qui stiamo riferendo: "...Cofferati inizia a parlare e subito alza la polemica. 

Rinfaccia a D'Alema la "bicamerale" e dice che per motivi di opportunità politica fu messo in second'ordine il rigore (accusa di opportunismo) gli rinfaccia di essere andato a Palazzo Chigi senza un voto popolare (forse è l'accusa più dura, sul piano personale)...". 

Il buon Sansonetti non si perita di usare, inconsapevolmente, un frasario da Terza Internazionale ("accusa di opportunismo"). Si rende conto di come può suonare, ad orecchie come le mie, un tale inciso? 

Vedremo quando saranno pubblicati gli interventi, ma dubito che saranno chiari sui veri punti, qualificanti politicamente. Perché anche qui c'è un altro dei terribili luoghi comuni della cultura del vecchio PCI, questo qui oggetto di culto unanime, da Rifondazione fino ai DS, passando per il Manifesto: quello di parlare molto, in lingua marziana, per assai poco dire, ma sopratutto niente di impegnativo. 

Un esempio? Eccolo (http://www.dsonline.it/ascolto/federazioni.asp): "La categoria di blocco sociale è probabilmente inadeguata nella società della conoscenza e della rivoluzione digitale a tematizzare la difficoltà di rappresentanza e di mediazione di diversi interessi. Rimane tuttavia, il problema di una rappresentanza politica dei lavori e dei saperi debole e non riconoscibile". 

E', questa, la lingua di un animale in estinzione. 

Lorenzo Seno

dal forum di www.ulivo.it, con il consenso dell'autore
21 agosto 2001


Care Compagne, cari Compagni, sottoponiamo alla vostra attenzione questo documento, elaborato da alcuni Compagni appartenenti a diverse Unità di Base milanesi, che si propone come un contributo al dibattito congressuale, non collegato alle mozioni. Il nostro contributo nasce dalla percezione dell'inadeguatezza del dibattito congressuale, così come finora si è venuto delineando, e dalla volontà di impegnare il gruppo dirigente che uscirà dal Congresso, qualunque esso sia, nell'individuazione delle priorità e dei valori fondanti di un grande partito della Sinistra, nella definizione del rapporto tra il partito e la società, e nella formazione di una nuova classe dirigente: tutti profili sui quali ci sembra che finora siano mancati una vera riflessione ed un serio impegno. Qualora riteniate che il documento meriti la vostra adesione, vi preghiamo di comunicarcelo al più presto, inviando una E - Mail ad uno dei seguenti indirizzi: ettoremartinelli@hotmail.com ; mcuniber@tin.it ; quindicimartiri@tiscalinet.it, o telefonando a Ettore Martinelli (328/3646104). Vi preghiamo caldamente, qualora condividiate le ragioni di questo contributo, di comunicarci la vostra adesione: affinché - come noi auspichiamo - il documento possa essere presentato e discusso in ogni livello congressuale, occorre raccogliere 2000 adesioni entro il 24 settembre. Vi preghiamo, inoltre, di aiutarci a diffondere questo documento, che indipendentemente dalle adesioni riteniamo possa costituire un utile spunto di discussione. 
Grazie per l'attenzione, un caro saluto

10 agosto 2001

Il Partito per il rinnovamento della Sinistra


1. Esigenze e modi dell'autonomia della Sinistra.

L'esigenza del dibattito nel Partito va oltre i fatti i quali ordinariamente sono o dovrebbero essere in discussione in qualunque Congresso, come i meriti e le responsabilità dei dirigenti o le priorità dell'iniziativa politica. La posta in gioco è più elevata, riguardando le ragioni stesse della presenza autonoma dei DS come forza organizzata della Sinistra, e le ambizioni ultime di questa forza.
La necessità e l'opportunità di una presenza autonoma dei DS come forza di Sinistra nasce anche e proprio per la necessità di mantenere e sviluppare una forte politica delle alleanze in vista della costruzione di una coalizione di governo del paese. L'esperienza maturata con l' "Ulivo" conserva, anche per l'avvenire, importanza strategica; essa tuttavia può e deve essere arricchita da una iniziativa autonoma della Sinistra, che abbia il senso di un progetto complessivo di trasformazione della società e non si fermi ad un generico proposito di riformismo, approssimativamente condiviso.
In questo quadro, va denunciata con preoccupazione l'inadeguatezza di un dibattito tra i DS che si ponga come traguardo finale, nella sostanza, lo svolgimento dei congressi di base come unica sede per una deliberazione formalmente irreversibile e, peraltro, circoscritta unicamente entro i termini di mozioni preconfezionate, a cui sia immediatamente connessa l'elezione del Segretario generale e, di fatto, della dirigenza nazionale del Partito nel suo complesso.
Un simile modo di procedere, già in sé discutibile ed incongruo sotto molteplici aspetti, è nell'attuale momento politico particolarmente inadatto e pernicioso. Questo percorso, anche a tralasciare i rischi evidenti di personalismo, costringe infatti i Congressi di base ad un innaturale irrigidimento entro opzioni rese ormai immodificabili dall'origine e non più correggibili, da un lato, e, d'altro lato, svuota di qualunque effettivo contenuto politico i Congressi provinciali o regionali nonché lo stesso Congresso nazionale, tramutandoli tutti in un rito di celebrazione dei vincitori e di lamentazione dei vinti.
Sul voto concernente le mozioni nazionali, collegate all'elezione del Segretario, ciascuno dovrà e potrà esprimersi come meglio crede. E' importante tuttavia che, senza più attardarsi in sopravalutazioni della tattica politica e nel pieno rispetto della pluralità delle opinioni, il voto congressuale sull'elezione del Segretario e della dirigenza nazionale non segni la fine del dibattito, creando divisioni le quali, in quanto drammatizzate, potrebbero servire solo a deprimere in partenza, se non a pregiudicare, uno sforzo di progettazione e di iniziativa politica che deve essere di più lunga lena, per essere all'altezza di una delle fasi tra le più ardue della vita della Sinistra in Italia dalla fondazione della Repubblica. Occorre quindi che la stagione congressuale segni altresì e piuttosto la ripresa di una ricerca comune sulle ragioni del Partito della Sinistra e del progetto di trasformazione della società di cui esso vuole essere promotore e garante.

2. Gli ideali della Sinistra: pace, lavoro, libertà e sviluppo.

Un problema cruciale su cui pronunciarsi con nettezza è, anzitutto, quello del rilancio di ideali da sempre acquisiti alla storia ed alle lotte del movimento operaio, identificabili in quelli della pace e del lavoro. Certamente, rispetto alla tradizione comunista e socialista, o anche a quella cattolica e cristiana, molto è da ripensare, aggiornare ed approfondire, circa tali ideali ed il loro svolgimento in elementi di iniziativa politica.
Non foss'altro perché l'ideale della pace sempre più appare trapassare la pura e semplice questione degli armamenti e dei conflitti armati, per investire, finalmente in modo trasparente e scoperto, questioni attinenti la democraticità e la fedeltà alla tutela dei diritti umani nella trama dei rapporti politici ed economici internazionali; e ciò in un panorama di difficoltà nell' incontro tra l'occidente ed altre e differenti culture.
La promozione e tutela del lavoro, dal canto loro e pur nelle mutate condizioni di contesto in cui si collocano e con le mutate modalità di esercizio e di organizzazione dell'economia, continuano a porre i risalenti interrogativi, fattisi anzi a tratti più acuti, dell'alienazione della fatica umana, non compensata dalla crescita dei consumi essa stessa disuguale per quantità e qualità, e del soffocamento dell'autodeterminazione individuale, anche mediante l'accentuazione, piuttosto che il temperamento, delle disuguaglianze di opportunità e delle differenze nei "punti di partenza", tra una ristretta aristocrazia ed un'umanità che si vorrebbe ridotta a massa di manovra inconsapevole.
L'analisi, spietata perché rigorosa, degli errori, talora sfociati in eccessi di collettivismo ed in cedimenti di stampo totalitario, in cui il movimento operaio e la Sinistra sono incorsi nel passato, non cancella e non deve offuscare minimamente il contributo determinante, in Italia ed altrove, di comunisti e socialisti alle lotte di liberazione nazionale e più ampiamente all'affermazione per tutti della libertà e della democrazia. I tempi sono ormai maturi, però, perché si dica, senza reticenze e ponendo confini precisi, in che cosa si è mancato e quali apporti dello stesso movimento liberale, uscito dalle rivoluzioni del '700, debbano entrare a far parte stabilmente del patrimonio anche ideale della Sinistra.
E' nel presente panorama storico solo la Sinistra, infatti, a potersi proporre la continuazione ed il rafforzamento coerente dell'ideale moderno dell'autodeterminazione individuale, di cui è rimessa in gioco da capo la credibilità, oltre che da altri fattori di indole più squisitamente culturale e sociale, dal rafforzamento dei monopoli, dalla frammentazione sregolata dei mercati e dal coniugio inestricabile tra potentati economici e potere politico. E' solo la Sinistra che può prefiggersi di rendere l'uomo artefice e responsabile del proprio destino, attraverso la ricucitura e la paziente ricomposizione, osteggiata dalla destra e da frange moderate, tra le libertà civili, le libertà politiche e le libertà sociali.
E' in una cornice di scelte univoche quanto a ideali e valori, che il progetto della Sinistra può proporre una lettura dei fatti economici e dei processi di trasformazione in atto in Italia, nell'ambito industriale e finanziario, guardando alle cose anche dal lato dell'impresa. Tanto più che proprio su questo versante si avverte un mutamento che negli ultimi mesi, dopo l'insediamento del governo delle destre, ha assunto i caratteri di un'impressionante accelerazione, la quale attesta la singolare continuità ed omogeneità di atteggiamenti dei monopolisti italiani, appena velata negli anni trascorsi da controversie per lo più apparenti e facilmente superate.
Sul fronte industriale (nel senso più vasto che ricomprende anche il settore primario e il terziario), va rivendicata alla politica la garanzia dello sviluppo armonico del sistema produttivo italiano che parta dall'analisi dell'evoluzione internazionale e delle specificità del sistema italiano, nonché delle esigenze sociali che questo deve effettivamente soddisfare. Proprio in quest'ottica, occorre rivalutare e sostenere le caratteristiche di una iniziativa imprenditoriale che trova nei distretti industriali e nei localismi produttivi le realtà più efficacemente presenti anche sulla scena internazionale.
L'Italia non può però permettersi di trascurare le sfide dell'innovazione scientifica e tecnologica : non bisogna perciò dimenticare che lo sviluppo, anche nelle sue forme più tumultuose (pensiamo alla crescita del nord - est), non può prescindere dalla formazione e dalla ricerca, vero tallone d'Achille delle imprese italiane, specialmente di quelle di piccole e medie dimensioni. Occorre fermare e se possibile invertire quella "fuga dei cervelli" che depaupera l'Italia e pone le condizioni per la sua progressiva marginalizzazione dalla scena mondiale.
L'utilizzo di sistemi di incentivazione alla formazione di imprese private anche da parte di chi sia direttamente impegnato nella ricerca, in osservanza delle norme comunitarie, può essere una delle chiavi per restituire forza propulsiva al paese, specialmente in quelle aree, come il mezzogiorno, che rischiano di perdere l'ultimo treno dei fondi erogati dall'Unione europea per colmare il divario di sviluppo con il resto d'Italia. Garantire alle imprese, e dunque agli imprenditori ed ai lavoratori, condizioni di sicurezza contro i soprusi della criminalità, la possibilità di accesso ordinato e intelligente al credito, l'accesso ai mercati a condizioni eque per tutti, anche per i produttori dei paesi poveri, sono le condizioni fondamentali per attuare questo programma.
Sul fronte del progetto di riforma dei meccanismi che regolano i mercati finanziari occorre prendere atto, innanzitutto, del fallimento del tentativo di gestione ordinata dei processi di privatizzazione e di liberalizzazione (si ponga mente alle recenti operazioni Fiat-Italenergia-Montedison e Pirelli-Benetton-Telecom), che sta a dimostrare l'assenza di ogni effettivo e credibile tentativo o progetto di vera democrazia economica. Va poi sottolineata la necessità di inserire un progetto organico di riforme nazionali dei mercati finanziari in un'ottica europea, che sopisca le riemergenti velleità protezionistiche dei capitalismi dei singoli stati membri, comprovate dal fallimento di riforme comunitarie di capitale importanza come quella sull'offerta pubblica d'acquisto europea.
Le reale liberalizzazione dei mercati dei servizi, siano essi industriali o finanziari, deve garantire la libertà di tutti. Privatizzazioni e concentrazioni insufficientemente regolate portano all'emergere ed al consolidarsi di oligopoli, chiudendo i mercati all'effettiva libertà di iniziative private ed impedendo l'instaurarsi di una reale concorrenza che attribuisca agli utenti-consumatori i benefici della riduzione dei costi e dell'aumento della qualità dei servizi.
Occorre mettere mano, quindi, a un vasto progetto di riforme che restituiscano ai DS e alla Sinistra tutta una forte iniziativa sui processi di trasformazione dell'assetto economico e finanziario del paese, in un quadro adeguato di garanzie sociali.

3. L'organizzazione della Sinistra: il Partito, l'azione sindacale, i movimenti.

La saldatura tra la libertà anche ed essenzialmente individuale e la giustizia sociale, che nel senso sopra specificato può divenire l'asse portante dell'iniziativa politica della Sinistra, è un compito immane, che nel mondo, e non solo in Italia, ha per ora alle spalle solo tentativi generosi, soffocati talvolta con violenza inaudita. Sebbene e proprio il rifiuto di metodi di lotta violenti sia oggi uno dei passi irreversibili compiuti dalla Sinistra, anche a livello europeo, bisogna essere consapevoli degli ostacoli che ci saranno opposti, anche per sapersi dare un'organizzazione adeguata, protetta da un consenso e da una condivisione popolare non effimeri né episodici. 
Il Partito della Sinistra non può che guardare con atteggiamento solidale ad un'iniziativa ed azione sindacale che, da un lato, punti al riadeguamento delle forme di lotta, di tutela dei lavoratori e di contrattazione collettiva ai mutamenti del lavoro e della produzione, e, dall'altro lato, si prefigga un apporto unitario dei lavoratori, nel loro insieme, anche sui problemi più ampi dello sviluppo economico come oggetto di "concertazione". L'autonomia del Partito dei DS, come di altre formazioni politiche, non può essere né è mai stata revocata in dubbio da nessuno. Il problema è, piuttosto, che questa autonomia del Partito, la quale è anche libertà di giudizio sull'azione sindacale, deve effettivamente manifestarsi ed affermarsi attraverso l'organizzazione della partecipazione di tutti, non solo in quanto lavoratori, alla vita democratica dello Stato e delle istituzioni pubbliche. In questione non è lo sconfinamento delle iniziative sindacali, bensì la debolezza ed insufficienza dell'azione del Partito.
Le destre, radicali e moderate, hanno reperito, come alternativa al modello consunto dei partiti di massa, il modello organizzativo del Partito-impresa, che offre particolari e singolari servizi resi in chiave protezionistica a chi, tra coloro che vivono nella società in posizione di relativa forza, presti la propria adesione elettorale rinunciando nel contempo a far valere pretese di influenza o anche solo di controllo effettivo sui comportamenti e sulle scelte dei governanti. La Sinistra, in coerenza con la sostanza della propria battaglia, deve organizzarsi per un'offerta di allargamento degli spazi democratici, tale da assicurare a chiunque, anche nella designazione e nella verifica delle responsabilità dei rappresentanti in seno alle istituzioni, di non dover passivamente subire, ed anzi potersi rendere invece compartecipe e protagonista di ogni decisione politica i cui effetti lo tocchino personalmente.
I tragici e preoccupanti fatti di Genova pongono in primo piano, in maniera esemplificativa ed emblematica, il problema del rapporto tra i partiti della Sinistra italiana e il movimento che si contrappone al G8 e che contesta le modalità con cui si viene realizzando il processo di globalizzazione.
E' essenziale che in futuro l'attenzione verso questo movimento non sia monopolio della sola componente più antagonista, ma coinvolga tutta la Sinistra democratica.
La crescita del movimento - che per i contenuti che esprime incontra consenso anche al di là di coloro che partecipano in prima persona alle iniziative di lotta - rappresenta una grande opportunità per la Sinistra, che viene finalmente posta di fronte alla necessità di chiarire il proprio rapporto con l'assetto attuale del capitalismo nazionale ed internazionale: un rapporto in cui sino ad oggi l'elaborazione teorica si è rivelata gravemente insufficiente, evidenziandosi la totale assenza di un approccio critico, che dovrebbe invece costituire l'elemento caratterizzante di una identità di Sinistra.
Una Sinistra che abdica alla sua funzione di critica nei confronti dell'attuale assetto del mercato, sia sul piano nazionale che su quello internazionale; una Sinistra che, nei suoi rapporti con i grandi detentori del potere economico, non riesce ad assumere altro che una posizione di neutralità, quanto non una posizione di aperta soggezione (magari coltivando ed esibendo amichevoli rapporti con certi operatori del mercato, per incontrollabili ragioni ritenuti la parte "buona" del capitalismo italiano), è una Sinistra destinata a perdere il rapporto con la società, la propria identità e la propria stessa ragion d'essere.
Il movimento di contestazione al G8 manifesta quindi istanze che non possono essere ignorate da un Partito che voglia recuperare una propria centralità nell'universo della Sinistra italiana.
Tuttavia, un soggetto politico che si propone un disegno di riaggregazione della Sinistra nella prospettiva della costruzione di una alternativa di governo, non può limitarsi a cavalcare questo come altri movimenti sorti spontaneamente, attraverso generiche adesioni alle iniziative di piazza, o alle istanze contestatarie magari più seducenti dal punto di vista del rendimento mediatico: se veramente si vuole ricoprire un ruolo utile, non ci si può esimere dallo sforzo di operare una sintesi, enucleando, attraverso un confronto serrato e onesto, i temi che possono essere sviluppati per inquadrarli in una visione più ampia, che possa divenire il tratto caratterizzante di una nuova cultura di governo.
Occorre essere ben consapevoli del carattere estremamente eterogeneo del movimento e delle istanze che al suo interno vengono sviluppate, il che del resto rappresenta uno dei suoi maggiori punti di forza, e che verrebbe significativamente ridimensionato se questa costellazione variegata e complessa di soggetti e di idee venisse asservita alle logiche ed alle strategie di uno o più partiti.
Altro è infatti lo spazio e il ruolo di un movimento, altro lo spazio e il ruolo di un Partito politico: il movimento solleva problemi, denuncia, elabora e pratica forme di contestazione e di lotta nuove, diffuse, non istituzionalizzate; al Partito spetta di elaborare sintesi politiche, proporsi come componente integrante di un progetto complessivo di governo del paese e - oggi più che mai - di progetti politicamente realizzabili per la soluzione delle grandi questioni internazionali.
Con questa consapevolezza, nel momento in cui si propone un confronto da sviluppare al di fuori di ogni logica di strumentalizzazione, di asservimento o - peggio - di assimilazione, allo stesso modo occorre dire con chiarezza che commetterebbe un grave errore chiunque coltivasse il disegno di trasformare questo movimento nel nuovo grande "Partito unico" della Sinistra antagonista.
Scelte di questo genere aprirebbero uno scenario inquietante, trasformando le divisioni attuali della Sinistra in una vera e propria frattura: da un lato, una Sinistra "di governo" sempre più schiacciata al centro, sempre meno capace di distinguersi dalle posizioni della maggioranza, di sottrarsi alla dittatura del "pensiero unico", di elaborare una propria originale visione della società; dall'altro, un'ampia area antagonista, a sua volta frammentata al suo interno e complessivamente incapace di proporre un progetto complessivo per il governo del paese, ma sempre più estesa e sempre più esposta mediaticamente. Il tutto con il benevolo consenso della destra, che ha tutto l'interesse ad un rafforzamento dell'area antagonista e nel contempo a sottolinearne con forza la radicale alterità rispetto al modello di sviluppo dominante, in modo da rafforzare il proprio consenso all'interno dell'elettorato moderato.
Si porrebbero in tal modo le condizioni per un indiscusso e ultradecennale predominio dell'attuale maggioranza.
La responsabilità di evitare una simile frattura non può che cadere proprio sui Democratici di Sinistra, l'unico soggetto politico in grado di mantenere aperto un canale di dialogo e di collaborazione tra la Sinistra antagonista e i settori più moderati dell'opposizione di centro - sinistra.
Oggi più che mai il nostro ruolo può dunque essere decisivo: occorre recuperare la tradizione di un Partito che ha saputo produrre cultura politica; occorre - prima ancora - liberarsi dall'ansia di inseguire perennemente gli altri, siano questi l'opinione pubblica dei sondaggi, la benevolenza del potere forte di turno, la sirena della manifestazione di piazza, per assumerci in prima persona l'onere di indicare percorsi e obiettivi.

4. Il gruppo dirigente del Partito.

Il gruppo dirigente del Partito (tutto il gruppo dirigente) non ha avvertito in questi anni la necessità, vitale per ogni organizzazione politica, di formare compagne e compagni in grado di rinnovare i quadri del Partito.
Ciò è fra le concause che hanno avviato il fallimentare cammino politico che ci ha condotto al 13 maggio. La nostra stagione di governo, per come è nata, non ha, tra il resto, contribuito alla risoluzione di nodi politici strettamente legati alla vita interna del Partito, la cui soluzione, un tempo opportuna, è oggi divenuta di urgenza vitale.
In democrazia, quando la linea data ad una forza politica risulta perdente, la classe dirigente che le ha dato le mosse (di solito) cede il passo (e ciò non significa abbandonare lo scenario politico) a coloro che con tale impostazione non erano in sintonia. 
Ma chi non era d'accordo al Congresso di Torino? E' sin troppo evidente come la maggioranza del Partito, pur di rimanere tale, abbia teso al mimetismo e la stessa mozione della "Nuova Sinistra", con toni e contenuti critici ma senza candidato alla segreteria, abbia esaurito ben presto la propria spinta propulsiva. 
Ebbene, il Congresso di Roma è avviato dal medesimo gruppo dirigente. Strana sorte quella di un Partito che vede il proprio futuro nelle mani degli stessi che lo hanno condotto al suo minimo storico: ma, e su questo non v'è dubbio alcuno, un altro maturo gruppo dirigente non c'è e nessuno, in questo momento, sembra aver titolo per presentarsi come diverso.
Occorre non incentrare il dibattito sulle responsabilità individuali (essendovene per ognuno) e rassegnarsi all'idea dell'impossibilità di un ricambio immediato. Si può e si deve, però, richiamare l'attuale gruppo dirigente alla responsabilità di consentire al Partito di esprimere, al più presto, dirigenti maggiormente in grado di rappresentare in maniera autentica le esigenze e le attese che provengono dagli iscritti, dagli elettori e dai simpatizzanti.
Vanno risolutamente accantonati progetti di leadership su base personale, che farebbero venir meno il significato stesso dell'essere partito così come La Sinistra, storicamente, lo ha concepito.
La solitudine dei dirigenti ha smorzato e smorza la dialettica interna, confinando iscritti e militanti in una sorta di emarginazione politica all'interno ed all'esterno del Partito che, ripiegandosi sempre più sulla parte alta di sé stesso, rischia di perdere quella vitale.
E' quindi necessario sia delineare un percorso (più serrato che sereno) rivolto alla definizione puntuale delle politiche di cui il nostro Partito dovrà farsi interprete, sia tenere nel medesimo conto l'analisi delle modalità interne che conducono alla definizione delle politiche stesse. Il momento congressuale deve essere solo l'avvio di un continuo dibattito atto a coinvolgere i vari livelli e gli iscritti tutti, ricomponendo così quel tessuto connettivo essenziale per il radicamento sociale del Partito. 
* * *
Questi compiti dei DS superano di gran lunga ciò che è fattibile nella stagione congressuale in corso. C'è tra l'altro da riempire vuoti enormi nella cultura della Sinistra, là ove tali vuoti esistono da sempre, come sul versante della cultura giuridico-costituzionale, e là dove, come in campo economico, i vuoti si sono aperti con la revisione critica del marxismo, nella parte in cui esso era divenuto oggetto di un'adesione preconcetta ed a-scientifica. Ciò nonostante, sino da ora, è essenziale impegnare, nel completamento del disegno qui abbozzato, il Congresso e la dirigenza del Partito.

Vittorio Angiolini
Nicola Borzi
Marco Cuniberti
Ettore Martinelli


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