SINISTRA E LAVORI ATIPICI

Premessa

Questo documento è dedicato a un aspetto che considero centrale per la riflessione sulla identità e la collocazione di un partito della sinistra, a maggior ragione se esso deve richiamarsi alla tradizione del movimento socialista: quale deve essere l'atteggiamento della sinistra nei confronti del mondo del lavoro e in particolare della realtà dei lavoratori atipici che sono sempre meno tali? Spero che questo possa essere considerato un contributo utile al dibattito su come (ri)costruire una forza di sinistra autenticamente riformista e radicata nella società.

1. Capire il lavoro "atipico
Lasciando da parte le analisi riguardanti la tattica politica e volendo concentrarsi invece sui contenuti dell'azione politica, da diverse parti si è avanzata l'ipotesi che uno dei problemi della sinistra di governo italiana, sfociati poi nella sconfitta elettorale, sia stata e sia l'incapacità di comprendere l'evoluzione che è avvenuta all'interno del mondo del lavoro negli ultimi anni . Che il mercato del lavoro veda da tempo una crescente importanza delle figure cosiddette "atipiche" è ormai un luogo comune. Se ciò non significa che il lavoro dipendente sia ormai un residuo di cui non vale la pena occuparsi, è però innegabile che chi entra o è entrato nel mondo del lavoro in maniera diversa dal classico contratto a tempo indeterminato rappresenta ormai un referente sociale con cui è necessario confontarsi.
Il punto fondamentale è quello di un riconoscimento culturale della realtà del "lavoro autonomo di seconda generazione" (per usare la definizione usata nell'omonimo libro curato da Andrea Fumagalli e Sergio Bologna) essenzialmente con riferimento a due aspetti: il grado di regolamentazione in rapporto al lavoro dipendente e l'importanza della conoscenza come strumento fondamentale di lavoro, di collocazione sul mercato del lavoro e nella società.
In estrema sintesi, l'accusa che piove spesso sulla sinistra è quella di essere incapace di uscire dalla dicotomia "lavoro dipendente - lavoro autonomo" e la conseguente oscillazione tra il tentativo di regolare il lavoro "atipico" alla stregua del lavoro dipendente o, all'estremo opposto, di sostenere la non opportunità di qualsivoglia regolazione.
In realtà, sulla sostanza della condizione materiale del lavoro autonomo di seconda generazione non dovrebbero esserci dubbi. In parte sostanziale esso è realmente del tutto assimilabile a lavoro dipendente, ma con ridotti livelli di tutela, orari più lunghi, minor potere contrattuale, ecc. Il libro di Bologna e Fumagalli già citato in precedenza offre abbondante materiale per delineare come non solo singoli lavoratori formalmente autonomi siano eterodiretti, ma anche numerose piccole imprese individuali altro non siano che reparti esternalizzati di imprese più grandi che controllano in tutto e per tutto la produzione.
Vorrei quindi discutere se non sia questo l'aspetto essenziale che la sinistra dovrebbe riconoscere, sul piano culturale prima che legislativo. Questo riconoscimento dovrebbe servire a dialogare con il mondo del lavoro "atipico" forti di un progetto di società, di scelte chiare sugli obiettivi, sulle priorità e su quali soggetti si vogliono rappresentare (abbandonando l'idea che si possa far politica senza fare scelte di campo, che lo Stato abbia soli compiti di regolazione neutra delle regole di un gioco che sarebbe equo). 

2. Lavoro atipico e autonomia
I risultati di una recente ricerca commissionata dalla Provincia di Milano e dalla CNA possono offrire elementi di discussione. Pur non essendo in grado di giudicare la bontà della ricerca per come è stata effettuata, mi sembra che i risultati siano da considerare ragionevoli. Essi mostrano che il 71% dei lavoratori "atipici" intervistati (a quanto è dato di capire appartenenti al cosiddetto "popolo del 13%", quindi solo una parte del lavoro autonomo di seconda generazione, mediamente a elevato contenuto professionale) è complessivamente "soddisfatto" o "molto soddisfatto" della sua condizione e che il 62% di essi preferirebbe rimanere nella attuale situazione se anche gli venisse offerto di trasformare la sua posizione in una di lavoro dipendente. 
La ragione fondamentale addotta da chi si dichiara soddisfatto della sua condizione è, in termini generali, quella della flessibilità nel lavoro vissuta come un aspetto positivo. Flessibilità in termini di auto-organizzazione del lavoro (vissuta positivamente dal 57% degli intervistati), di orari (40%), ma anche varietà del tipo di lavoro e flessibilità nella scelta tra lavori diversi.
Come ci si dovrebbe porre, da sinistra, di fronte a questi risultati? A mio avviso analizzandoli in maniera critica, senza rimuoverli, ma senza considerarli il ritratto di una realtà totalmente nuova a cui ci si dovrebbe soltanto adattare.
L'indagine di cui sopra è soltanto uno spunto e non intendo costruire tutto il mio ragionamento su di essa, anche perché, come si è detto, non è rappresentativa dell'intero panorama del lavoro autonomo di seconda generazione. Ad esempio, è presumibile che i margini di auto-organizzazione del lavoro dovrebbero essere molto ridimensionati se si comprendessero anche i soci lavoratori di imprese di pulizia o i collaboratori a contratto che fanno parte stabilmente dell'organico di una società. Lavori con diverso contenuto di conoscenza, ma entrambi con un grado di autonomia molto limitato e talvolta discutibile .
Ma, dando per acquisito che la flessibilità nell'organizzazione del lavoro sia un aspetto fondamentale e diffuso, essa è un attributo unicamente del lavoro "atipico"? E se lo è, deve continuare a restarlo? Dal mio punto di vista non vedo impedimenti sostanziali affinché questa flessibilità positiva non possa essere ottenuta anche in qualità di lavoratori dipendenti. Se l'organizzazione del lavoro consente margini di autonomia, inclusi quelli legati agli orari, non si vede perché tale autonomia possa essere esercitata solo da un lavoratore "atipico". In breve, non vedo motivi per stabilire che lavoro dipendente debba necessariamente significare orari rigidi, procedure standardizzate e ogni altro retaggio di organizzazione tayloristica. Si può sostenere che questo tipo di rigidità sia tuttora presente nella realtà e che il lavoratore "atipico" tende a fuggire da tale realtà e non da un'organizzazione del lavoro ipotetica. Ma a questa obiezione si può facilmente rispondere che nel momento in cui ci si pone il problema di organizzare le rivendicazioni del lavoro atipico significa che ci si pone comunque nell'ottica di modificare uno stato di cose esistente. Dunque non si possono porre limiti arbitrari a ciò che si può modificare: se si tratta di cambiare, anche le rigidità del lavoro dipendente possono essere un obiettivo di tale cambiamento.
Per quanto riguarda altri tipi di flessibilità, come la possibilità di migrare da lavoro a lavoro, anche cambiando completamente settore di attività e mansioni, è senz'altro vero che un rapporto di lavoro che goda di maggiori tutele comporta anche maggiori vincoli e renda meno immediata la mobilità. Tuttavia, la voglia di cambiamenti radicali frequenti può esserci soprattutto per coloro che sono all'inizio dell'esperienza lavorativa, percepiscono l'esistenza di un mercato del lavoro ricettivo e ragionano in un'ottica di breve periodo. Si tratta di un aspetto che non appare prioritario nemmeno per il campione dell'indagine citata (solo il 5% richiama la possibilità di cambiare luoghi di lavoro come motivo di soddisfazione).
Un ulteriore aspetto di flessibilità in positivo porta ad affrontare quello che, a mio avviso, è il punto sostanziale della questione, ovvero quello che Sergio Bologna chiama il "...sistema di valori e comportamenti" propri dei lavoratori "atipici" che, egli dice, è "diverso da quello del lavoratore dipendente pubblico e privato". Una versione per così dire "ridotta" della propensione alla mobilità tra lavori diversi è quella che prevede il cambiamento nel quadro di competenze specifiche spese autonomamente sul mercato del lavoro. Quindi, un passaggio tra lavori diversi, che si configura in realtà come un passaggio tra progetti diversi da parte di un professionista, che apporta il suo ruolo contrattandone di volta in volta le condizioni. Non è difficile riconoscere in questa descrizione il lavoratore autonomo o il professionista a tutto tondo. Dunque, il lavoratore autonomo di seconda generazione che aspira ad essere lavoratore autonomo senza ulteriori specificazioni. 
Quante sono le posizioni di lavoro "atipico" che possano essere equiparate realmente a un lavoro autonomo, attuale o potenziale? Credo di potermi arrischiare a dire che siano una minoranza, non trascurabile, ma una minoranza. Questa valutazione è a mio avviso necessaria per riconoscere che si sta affrontando un problema che è importante, ma non è "il" problema e non riguarda il lavoro autonomo di seconda generazione nel suo complesso.
Detto questo, è giusto porre la questione in termini culturali e dunque non chiedersi quanti siano i lavoratori atipici che possono essere considerati realmente o potenzialmente autonomi, ma quanti siano i lavoratori "atipici" che si sentono professionisti o imprenditori. In questo, a mio avviso, può consistere la sostanza della difficoltà di collocazione dei lavoratori autonomi di seconda generazione. In maggioranza essi sono sostanzialmente dipendenti, ma in maggioranza si sentono autonomi.
La prima parte della mia affermazione - essi sono, in maggioranza, sostanzialmente dipendenti - la ritengo acquisita come dato di fatto. Discuto quindi la seconda parte dell'affermazione nell'ipotesi che sa vera. Perché il lavoratore "atipico" non condivide il sistema di valori di un lavoratore dipendente? Secondo me un elemento non trascurabile è che egli sia stato abituato a pensare a se stesso come a un lavoratore autonomo. Un'identità non si costruisce senza dei riferimenti culturali e la cultura prevalente ai giorni nostri è dedita all'apologia dell'intraprendenza, del pensarsi imprenditori di se stessi, del superamento della nozione di classe lavoratrice. 
Certamente, la fine delle produzioni di massa, la smaterializzazione dell'economia, la frammentazione dei ruoli, il sapere come strumento del mestiere hanno avuto e hanno il loro peso nel declino della nozione di essere, al di là delle specificità, un soggetto unico proprio in quanto lavoratori. Però, questa trasformazione è stata accompagnata da un profonda revisione culturale, che ha spinto verso l'individualizzazione. Una rivincita di punti di vista liberisti e, dal punto di vista sociale, pre-moderni, che giungono all'estremo con Margaret Thatcher e la sua negazione dell'esistenza della società, ma vengono sciaguratamente acquisiti, con vari tentativi di "annacquamento", anche dalla cosiddetta "nuova sinistra" che rimuove così l'esistenza del conflitto tra capitale e lavoro. 
È evidente che chi ha conosciuto il mercato del lavoro soltanto attraverso contratti di collaborazione, impieghi a termine e altri strumenti "atipici" inframmezzati da periodi di disoccupazione non possa facilmente identificarsi con il mondo del lavoratore dipendente. Ancora più difficile se tutti, da destra e da sinistra, gli presentano il presente, e ancora di più il futuro, come il tempo della competizione globale sul mercato, della flessibilità. Facile, anzi, che egli sviluppi antagonismo verso quelli che tutti chiamano "privilegi" del lavoro dipendente e che gli vengono additati come i muri da abbattere per il pieno dispiegarsi delle sue opportunità professionali. Non stupisce, insomma, che le persone si attrezzino, dal punto di vista dei valori e dei comportamenti, a ciò che a loro appare più immediatamente coerente con i loro interessi e che come tale viene confermato dagli opinionisti di ogni colore.

3. Una ricomposizione del mondo del lavoro
Resta da vedere se la scomposizione del mondo del lavoro debba essere considerata un dato ineluttabile e si debba quindi abbandonare l'obiettivo di comprendere figure diverse in un soggetto unico seppur variegato. Io credo di no. Certo, l'idea di "lavoro" deve fare i conti con la realtà e non può fondarsi su vecchi schemi. Non si può riesumare una lotta di classe in cui il lavoro è un indifferenziato operaio-massa da liberare dall'oppressione del capitale. Però nulla vieta di raccogliere le istanze differenti di figure differenti in un quadro unitario fondato sulla comune appartenenza al mondo di coloro che vendono il proprio tempo sul mercato del lavoro, ma ancora di più fondato attorno alla volontà di riappropriarsi del governo dell'economia con l'obiettivo di perseguire un diverso modello di sviluppo. 
In altri termini, si tratta di reagire alla proliferazione di conflitti "orizzontali", di cui quello tra lavoratori "atipici" e dipendenti è solo un esempio , per mostrare l'urgenza di riproporre il conflitto tra capitale e lavoro. Non per motivi ideologici, non per riproporre contrapposizioni classiste, ma per il pragmatico motivo rappresentato dal fatto che una redistribuzione di ricchezza è indispensabile. Per fare un esempio, è evidente che finché si continuerà a discutere del sistema previdenziale dimenticandosi che esso è finanziato soltanto dal lavoro mentre una quota rilevante del reddito prodotto si è spostata verso il capitale, non si potrà evitare di fare i conti con la sua sostenibilità, confermando nel mondo del lavoro "atipico" l'idea che la previdenza pubblica sia una fonte di soli costi e nessun beneficio. Invece, offrendo la prospettiva di una sistema pensionistico finanziato dal complesso della collettività e dunque fondato su un primo pilastro fiscale - a cui contribuiscano anche rendite e redditi da capitale - si propone una prospettiva realmente nuova e in grado di garantire allo stesso modo tanto il lavoratore "atipico" che quello dipendente. 
E quello che vale per la previdenza vale a maggior ragione per il livello di pressione fiscale e la sostenibilità dello Stato Sociale: invertire la tendenza che nell'ultimo decennio vede il capitale sottrarsi sempre più frequentemente al pagamento della propria quota di tasse è condizione indispensabile per non essere costretti a tagliare le prestazioni e, ancor prima, a escludere dalle stesse chi, come gli "atipici" non è protetto da norme contrattuali, alimentando così la separazione tra le categorie.
4. Mercato del lavoro e concorrenza
Un aspetto molto rilevante, che ci riporta sul terreno dell'identità del lavoratore "atipico" è quello delle regole sul mercato del lavoro. 
Personalmente, credo che la maggioranza di lavoratori parasubordinati viva negativamente uno stato sociale e un sistema previdenziale che spesso li esclude, ma viva altrettanto negativamente il fatto di avere minori diritti dei lavoratori dipendenti con cui, magari, lavora fianco a fianco. Questo aspetto non emerge con evidenza dall'indagine di cui sopra, ma se il 37% del campione intervistato ha dichiarato che accetterebbe di essere assunto come lavoratore dipendente, è presumibile che questa percentuale sia molto più elevata nel momento in cui l'indagine venisse estesa a figure "atipiche" a minor contenuto professionale. 
In questo aspetto rientra anche la questione della chiusura degli ordini professionali, talvolta richiamata come uno dei terreni su cui si dovrebbe, da sinistra, fornire condizioni di maggiore apertura del mercato, in modo da garantire ai giovani la possibilità di competere sulla base della propria professionalità. Credo che sia più che giustificato denunciare il ruolo protezionistico degli ordini professionali, sia per il controllo indebito sulla concorrenza sia per l'occasione che offre di sfruttare laureati, praticanti, specializzandi, ecc. come lavoratori a basso costo. La mia opinione, tuttavia, è che questi aspetti siano in buona sostanza indipendenti dalla questione del riconoscimento dell'identità del lavoro "atipico". 
L'abolizione degli ordini professionali potrebbe senz'altro fornire maggiore possibilità a quella quota di lavoratori autonomi di seconda generazione che si sentono e aspirano a essere lavoratori autonomi e basta, ma credo ci si debba chiedere se questo riguardi più di una minoranza e, soprattutto, se la sinistra debba fare proprio un modello di società in cui si difende il lavoro mettendolo in condizione di competere su mercati concorrenziali. Io non ho dubbi sul fatto che molti lavoratori "atipici" siano convinti di non voler diventare lavoratori dipendenti e credano che lo Statuto dei Lavoratori non li riguardi o addirittura li danneggi, ma non credo che un punto di vista di sinistra possa seguirli su questo terreno.
Sono convinto che la grande maggioranza dei lavoratori "atipici" avrebbe tutto da guadagnare nel diventare un lavoratore dipendente anche se non se ne rende conto. Se si concorda sul fatto che la grande maggioranza dei lavoratori "atipici" e i lavoratori dipendenti sono equiparabili, perché funzionalmente ricoprono gli stessi ruoli, perché il grado di autonomia dei primi è più formale che sostanziale, perché le divisioni sul piano dello stato sociale, della previdenza e del mercato del lavoro sono tali soltanto se si rimuove l'esistenza del conflitto capitale-lavoro, allora ciò che rimane è soltanto una sperequazione di diritti vissuta in modo distorto. 
5. Critica della politica come semplice rappresentanza dell'esistente
In breve, la mia posizione è che una parte sostanziale del lavoro autonomo di seconda generazione dovrebbe essere oggetto di un dialogo teso a modificare la percezione che esso ha di se stesso e, quindi, a spostare il tiro delle rivendicazioni che da esso emergono. Frequentemente, di fronte a questo ragionamento viene opposta un'obiezione di principio: ecco il ritorno di una sinistra ideologica, che calpesta le identità individuali in nome di una visione di parte. Una sinistra moderna che mostri di aver compreso la lezione della storia dovrebbe accettare che nessuno ha diritto di sostituirsi ai singoli nel giudicare cosa è meglio o peggio per loro. In questo caso: il mondo del lavoro "atipico" non è disposto a confondersi con il lavoro dipendente, di ciò si deve prendere atto senza discutere, anche se non piace. Questa tipo di obiezione non è accettabile perché fondata su presupposti fasulli. 
La politica, e tanto più se di sinistra, non serve a fare da semplice portavoce a quello che si agita nella società. E questo soprattutto per un motivo fondamentale: le preferenze individuali non nascono con gli individui stessi, non si sviluppano in un'incubatrice asettica e lontana dal dibattito sociale. Qui sta un punto debole fondamentale del pensiero liberale, rispetto a cui un punto di vista socialista ha parecchio da dire. Quando si sostiene che il punto di vista individuale non può essere che rispettato, pena il peccato di paternalismo, si dimentica che quello stesso punto di vista è un risultato (parziale) di un percorso fatto di educazione, discussioni, sperimentazioni, acculturamento, indottrinamento, esposizione agli spot, alle soap opera e agli opinionisti che proclamano continuamente l'avvento della società degli individui, della competizione, delle flessibilità. Perciò, porsi l'obiettivo di mettere in discussione qualunque sentire largamente condiviso non è affatto un atteggiamento da aspiranti principi benevoli che pretendono di conoscere la verità o un riflesso di antiche pulsioni dirigiste, bensì nient'altro che la rivendicazione del diritto di un punto di vista di partecipare al gioco infinito che forma la cultura e i valori prevalenti nella società.
Ciò che emerge in una società complessa non è mai spontaneo. Pensare che alle posizioni attuali si sia giunti per via di un'autonoma elaborazione dei diversi componenti del corpo sociale significa non avere nozione della realtà. La costruzione dello Stato Sociale, l'allargamento dei diritti dei lavoratori sono stato il risultato, prima di qualsiasi altra cosa, della creazione di una cultura. Come si sarebbe potuta formare quella coscienza di classe, vetusta oggi, ma fondamentale nel corso del '900 per le conquiste sociali, se le forze del movimento operaio si fossero limitate a cercare di rappresentare gli umori del proletariato e non avessero invece forgiato il suo punto di vista? 
Tutto questo serve a dire che se è vero che il mondo del lavoro autonomo di seconda generazione è attualmente portatore di una scala di valori che vuole distanziarli dal lavoro dipendente, il compito della sinistra non può essere quello di confermarli nel ruolo di lavoratori autonomi, fornendo loro strumenti di competizione sul mercato - abbassamento delle barriere all'entrata e all'uscita dal lavoro, stato sociale "leggero", previdenza privata, ecc. Certo, adesso è più di moda l'autonomia della sicurezza o della solidarietà, ma questa situazione può e deve essere cambiata. Compito della sinistra è anche quello di convincere i lavoratori "atipici" che molti di loro sono, di fatto, lavoratori dipendenti, che l'autonomia di cui essi si sentono portatori è molto più immaginaria che reale. Che vi è una prospettiva realistica in cui il loro interesse non è quello di rafforzare la competitività, ma quello di condividere più equamente il reddito prodotto dalla società e rafforzare i diritti di tutti. 
Più in generale, questo discorso riguarda l'intero mondo del lavoro autonomo, anche quello senza specificazioni. Quanti piccoli imprenditori o professionisti vivono condizioni di lavoro e di reddito peggiori di quelle a cui potrebbero aspirare come dipendenti nel quadro di una diversa ripartizione del reddito prodotto? Quanti di essi sono realmente padroni della propria attività? E quanto l'essere padroni della propria attività può essere scambiata con la qualità del lavoro e della vita? 
Quest'ultima domanda appare provocatoria in questo momento, in cui "libertà" e "autonomia" sembrano essere valori da assumere acriticamente. Ma, io credo che la sinistra abbia il dovere, oltre che di mettere in discussione la reale autonomia e libertà che gli individui possono trovare nel lavoro, anche di porre il problema di come difendere la libertà di chi non vede nella propria attività un momento di realizzazione e vorrebbe che le condizioni di lavoro fossero regolate a tutela del proprio tempo di vita e del proprio reddito . Più il mercato è ricco di individui che in nome della propria autonomia sono disposti a lavorare a prezzi più bassi, per più tempo, con maggiore flessibilità e minore potere contrattuale rimane ai lavoratori che non intendono sottostare a queste condizioni . È per questo che, senza difendere l'attuale sistema di ordini professionali, non trovo che creare condizioni di concorrenza nel mondo delle professioni individuali sia un aspetto fondamentale e apportatore di frutti positivi.
Se la sinistra crede ancora che una società in cui la liberazione progressiva dal lavoro, non disgiunta dall'accrescimento delle condizioni materiali di vita, sia un obiettivo fondamentale, una società cioè in cui il lavoro non sia né un semplice fattore della produzione né l'ambito di realizzazione umana , non deve temere di sostenerlo e di intavolare un confronto sulla base di questa posizione.
Riassumendo, la mia posizione è che la sinistra debba senz'altro dialogare con le istanze provenienti dal mondo del lavoro autonomo di seconda generazione, ma in maniera attiva, a partire da una posizione propria, prodotta sulla base della realtà, ma che non si limiti a fotografarla. Un dialogo fondato sul principio che rappresentare non significa limitarsi a fare da portavoce di istanze disparate, ma tesserle in un progetto coerente e, spesso, farle emergere in modo consapevole: la politica non deve solo saper ascoltare, deve anche saper convincere. Se ora la maggior parte dei lavoratori "atipici" si trova su un terreno distante credo si tratti dell'effettiva distanza esistente tra la cultura prevalente, che giustamente non fa eccezioni di classe ed è quindi fatta propria anche da un parte ampia del mondo del lavoro, non solo "atipico", e una cultura diversa, autenticamente di sinistra. Questo significa voler porre un freno sul piano dell'autonomia, oggi così popolare? Può darsi, ma se la sinistra deve scegliere tra equità e autonomia, la scelta della prima è inscritta nel suo patrimonio genetico .
6. Cultura alternativa ed economia "post-fordista" globalizzata
Rimane da discutere un aspetto non secondario del mio ragionamento. Io sostengo che sia necessario riproporre un'autonoma elaborazione culturale sul problema del lavoro, "atipico" e non, e su questa fondare una rinnovata azione politica. L'obiettivo della quale sarebbe mutare il quadro delle priorità in ambito sociale, per consentire di imboccare una diversa strada in ambito economico, in cui la tutela delle condizioni di lavoro sia un aspetto prioritario. Però, le grandi conquiste sociali sono il frutto anche di condizioni economiche molto diverse e non solo per la minore frammentazione del lavoro. L'economia era in piena espansione fordista, le imprese avevano di fronte un mercato certo e omogeneo, le produzioni erano standardizzate, il peso dei servizi era molto minore . Inoltre, gli stati nazionali possedevano una reale sovranità ed erano in grado di influenzare i mercati in misura sostanziale.
Queste condizioni non sono più presenti, per lo meno non nella stessa misura. Questo fa sì che proporsi un governo dell'economia teso a tutelare valori collettivi, come la piena occupazione "vera" (cioè non quella all'inglese o all'americana, fatta di working poors) debba scontrarsi con problemi nuovi e complicati. Ad esempio, ritengo non improbabile che una quota di lavoratori "atipici" si senta distante dall'idea di una "regolarizzazione" nel quadro di un rapporto di lavoro dipendente perché ritiene o percepisce che il suo personale datore di lavoro non sarebbe in grado di accollarsi i costi di un dipendente mantenendosi competitivo sul mercato. 
Questa situazione non deve essere rimossa e ancora di più richiede di inquadrare il problema del lavoro "atipico" nell'ambito complessivo del funzionamento del sistema economico. Quindi, per rimanere all'esempio precedente, richiede di mettere in relazione il costo del lavoro con l'iniqua ripartizione del carico fiscale tra lavoro, rendita e capitale e con la crescente competitività perversa indotta da una globalizzazione non regolata. Solo in questo modo è possibile spiegare che in molti casi è vero che il singolo datore di lavoro non potrebbe permettersi i costi di un dipendente , ma che il sistema economico nel suo complesso potrebbe benissimo farlo. Da qui può nascere una risposta autenticamente di sinistra, fondata su adeguati meccanismi di redistribuzione del reddito , non sull'allineamento al ribasso dei diritti e dei salari.
Si è quindi in presenza della necessità di una "rivoluzione" sul piano economico paragonabile a quella che le politiche di stampo Keynesiano produssero sul laissez-faire. Aspetti quali la difesa e il rafforzamento dello stato sociale, la distribuzione del reddito e del lavoro (le due cose non possono andare disgiunte) non possono essere semplicemente sovrapposti all'economia e alla società attuali, ma hanno bisogno di un mutamento della scala di valori in campo sociale che approdi a un ridimensionamento del ruolo del consumo e dell'ambito "privato". Questo senza enfatizzare eccessivamente il grado di cambiamento richiesto. Non si tratta di trasformare una moltitudine di gaudenti peccatori in altrettanti asceti contemplatori o i centri commerciali in lamasserie tibetane. La distanza tra la società attuale e una più attenta alla qualità della vita e ai bisogni sociali non è così ampia.
Certamente, la sfida è ardua e gli strumenti per affrontarla in larga misura da costruire e per di più su scala sovranazionale. C'è quindi bisogno di estendere la discussione e la ricerca. Per fare un solo esempio, trovo del tutto insoddisfacente, e molto al di sotto della capacità di lettura critica della realtà economica che di solito sanno proporre, la posizione liquidatoria che persone come Giorgio Ruffolo e Bruno Trentin riservano alla questione della redistribuzione del tempo di lavoro . Non è qui la sede per discutere questo argomento, ma vale la pena di segnalare due aspetti. In primo luogo che l'esistenza di una crescita del numero di lavoratori e della precarizzazione non è una confutazione della tesi della "fine del lavoro" (che, dovrebbe essere chiaro, non va intesa in termini assoluti, ma in termini relativi: la produttività cresce più della domanda, quindi il bisogno di lavoro è potenzialmente sempre più bassa). In secondo luogo che considerare catastrofica una prospettiva in cui ci sia sempre meno bisogno del lavoro umano può essere giustificato soltanto volendo fare del lavoro il centro insostituibile dell'identità sociale e individuale. Ebbene, io credo che questa convinzione non serva alla sinistra, tantomeno a una sinistra che voglia stare nell'alveo della tradizione socialista. Nonostante Trentin ribadisca spesso che perseguire la liberazione dal lavoro sia un modo per dimenticarsi di perseguire la liberazione nel lavoro, con riferimento alle condizioni materiali dei lavoratori, i due obiettivi vanno insieme e non si può raggiungere il secondo senza rincorrere anche il primo.
7. Sinistra tra breve e lungo periodo
È evidente che la prospettiva da me indicata si muove in un ragionamento di lungo periodo e non ha che una debole attinenza con la volontà di ottenere risultati qui e ora. Insomma, non sarebbe servito a vincere le scorse elezioni. Il fatto è che l'esito delle elezioni è l'inevitabile risultato del sistema di valori prevalente nel paese. Le idee di destra stanno vincendo da anni, erano vincenti anche quando governava il centro-sinistra. Per vincere le elezioni bisogna che la sinistra torni a far vincere le sue idee, cominciando a dimostrare di averne conservata qualcuna.
Vincere elezioni sulla base di un puro accordo di potere, in assenza di un reale disegno politico da perseguire e per portare avanti un programma sostanzialmente conservatore, senza che nel contempo si provi a porre le basi per poter mutare sensibilmente direzione alle politiche economiche e sociali, non serve a molto. Non credo che un osservatore di sinistra possa essere soddisfatto dell'operato degli ultimi governi, né in termini di contenuti, né in termini di capacità di evidenziare un nuovo rapporto tra forze politiche ed istituzioni. Con le dovute eccezioni, il comportamento della classe di governo, a ogni livello, non si è particolarmente differenziato dalla tradizionale occupazione dei "posti", dalla estenuante e rissosa contrattazione tra le forze politiche e dalla connivenza con ambienti politici ed economici di non cristallina reputazione. E tutto ciò non per mettere in campo una politica che avesse un riconoscibile aspetto di sinistra, ma per fare spesso un lavoro di destra con le stesse parole della destra.
Intendiamoci, proprio perché ho indicato che una ripresa dei valori di sinistra passa inevitabilmente per un forte mutamento culturale nel lungo periodo, sono convinto che nel breve periodo molti provvedimenti fossero più o meno inevitabili. Sono anche convinto che siano stati messi in campo alcuni progetti di riforma validi. Infine, sono certo che da un punto di vista di sinistra sia meglio avere per ministro chiunque piuttosto che Buttiglione o Tremonti. Ma questo non è sufficiente per dare alla sinistra una prospettiva. Ridurre il numero di certificati o semplificare gli accertamenti fiscali è meritorio e importante, ma può essere questo il solo elemento che serve a distinguere un governo di sinistra e motivare l'elettorato progressista a confermargli il consenso? Se non si mette in chiaro che scelte restrittive sullo stato sociale, ad esempio, sono obbligate, ma non desiderabili, ci si lega ai risultati deludenti che ne derivano senza offrire un motivo valido a chi deve sopportarne i sacrifici. Se si contribuisce a fomentare scontri generazionali in tema previdenziale o facendo degli occupati i responsabili principali della disoccupazione, si consegna l'opinione pubblica alle ricette meno annacquate e meglio veicolate della destra.
Quindi, la cosa grave non è il saper fare i conti con i vincoli della governabilità, che è anzi doveroso, ma abbracciare le idee che contribuiscono a determinarli. Governare responsabilmente non preclude di indicare con chiarezza quale strada alternativa si vorrebbe perseguire e quali passi si vogliono intraprendere per muoversi nella sua direzione (accordi multilaterali, riforma degli organismi internazionali, ecc.). Ecco perché recuperare una prospettiva è indispensabile: perché tanto nel breve non si vince comunque seguendo la cultura dominante, come dimostrano le ripetute sconfitte di questi anni. E se si vince è per farsi cattiva pubblicità presso il proprio elettorato di riferimento. Allora, mi sembra più saggio lavorare per preparare le condizioni per una vittoria futura, più solida sul piano politico. Non per fare la rivoluzione, ma per offrire un motivo valido a supporto anche di decisioni sgradevoli. Non bisogna vincere solo quando si potrà varare il governo mondiale che schiaccerà le multinazionali, restando fino ad allora all'opposizione come vorrebbe Bertinotti, si deve farlo prima. Sapendo però spiegare che differenza c'è tra cosa si potrà fare e cosa si vorrebbe fare. E siccome si deve vincere il più in fretta possibile, è meglio cominciare il prima possibile a darsi un progetto culturale e politico adeguato.

Davide Fiorello
22 luglio 2001


Cari compagni dell'Ossimoro, non so se per noi è tempo di vacanze, c'è molto da fare, le sorti della sinistra e del partito dipendono anche da noi.

Credo che il contributo dell'associazione possa essere adeguatamente opportuno, in quella che si definisce "fase precongressuale".
L'autunno venturo i Ds si troveranno ad affrontare un congresso, il secondo nel giro di due anni, i cui temi, spero, non siano rivolti al solo problema della riforma della sinistra, o quante componenti debbano essere ammesse nell'organizzazione e nella strutturazione della direzione nazionale de DS. E' giunto il tempo di portare avanti una analisi concreta sul recente voto di maggio, sul minimo storico di un partito, che in teoria dovrebbe incarnare tutto lo spirito e l'ideologia di un moderno partito della sinistra, inoltre sulle classi sociali, il mondo dei lavoratori, la gente comune, con cui si è perso ogni minimo contatto, gli intellettuali e tant'altro.
Come vedete compagni c'è molto da lavorare, e c'è molto da sperare che questo congresso non sia il risultato di una falsa ed ipocrita mediazione tra le parti, ma una seria presa di coscienza.
 
Distinti saluti
Compagno Luigi Fusco,

2 agosto 2001


Per un nuovo soggetto politico riformista 

Trovo estremamente utile il dibattito che si è sviluppato sulle colonne di questo giornale sul futuro della sinistra e lo spazio che ad esso è stato dato e volevo quindi dare anch’io un contributo. L’Ulivo ha perso per vari motivi, ma su tutti la mancanza di una identità chiara della sinistra dopo il crollo del comunismo, le sbornie giustizialiste che hanno favorito solo le destre e la fine traumatica ed ingenerosa del PSI. Senza identità non c’è cultura da contrapporre all’avversario e Berlusconi, certamente dotato di grande capacità comunicativa e di potenti mezzi mediatici e risorse economiche, ha potuto far prevalere la sua con grande facilità. Da qui bisogna ripartire. L’identità però non si costruisce con una pura sommatoria che metta insieme il mio partito, cioè lo SDI, con i DS ed il PDCI, perché così lasciamo fuori dalla sinistra personalità, culture, interessi che in Europa, dove vi sono forti partiti socialisti, sono parte integrante della sinistra riformista e da noi militano nel centro del centro sinistra. Non si costruisce neppure con un contenitore vuoto entro cui far convivere tutto ed il suo contrario, un grande Ulivo cioè, perché così si annullano le identità. Occorre invece scomporre e ricomporre l’attuale centro sinistra in un nuovo soggetto politico che sia ancorato al socialismo liberale e democratico europeo, che sia una autentica novità anche per i dirigenti che esprime, che chiuda con equità le ferite del passato e riunisca diaspore che non hanno più senso, cercando anche nuovi apporti come i radicali per esempio, della cui cultura libertaria c’è più che mai bisogno. Sempre in Europa i socialisti sanno guardare al centro perché ormai il vecchio modello sociale piramidale, con una base fatta di proletari ed un vertice di capitalisti non esiste più; oggi è piuttosto un esagono molto ampio ai lati, cioè con un vasto ceto medio, a rappresentare la società. E dunque i socialisti in Europa riformano lo Stato Sociale tutelando non solo chi già un lavoro ce l’ha ma anche i disoccupati, giovani e di ogni età, i nuovi lavori e le nuove professioni, gli immigrati, le donne, tutti coloro cioè che sono fuori dalle sue tutele; riducono la pressione fiscale e valorizzano il lavoro autonomo e le capacità imprenditoriali, creano maggiore flessibilità nel mercato del lavoro, impedendo così il saldarsi di gruppi di interessi fortemente individualisti attorno alle destre e includendoli invece in un progetto dove innovazione e coesione sociale, merito e bisogno convivono. Al di là delle dispute nominalistiche, partiamo allora dai contenuti per costruire questo nuovo soggetto. Amato pare ci stia provando. Non sarebbe male se anche a livello locale, partendo anche dai problemi locali, un percorso di questo tipo, andando anche oltre i partiti, potesse essere avviato. 

Stefano Ferrini

5 luglio 2001


Caro compagno Artali
sono sgomento nel leggere sull'Ossimoro che il compagno Boselli è per il partito unico dell'Ulivo, io non credo proprio che sia la strada per far rinascere il socialismo in Italia, anzi proprio l'opposto.
Un conto sarebbe l'incontro con la cultura popolare e cristiana (vedi Taviani) come è successo per i partiti socialisti d'Europa 30 anni fa.
Ma nelle Margherita comanda gente (Parisi e C.) che hanno posizioni al limite del disprezzo verso il socialismo.
E poi non parliamo dei presupposti culturali che creano già problemi a sinistra...
Ultimamente ho l'impressione che molti compagni dello SDI piuttosto di far qualunque cosa con i DS preferiscano far morire in Italia una vera ed autonoma presenza socialista.
Per quanto riguarda il congresso DS sono scettico verso la candidatura Fassino (D'Alema), sono convinto che parlino di socialdemocrazia con lo stesso difetto di Weltroni: pensando che voglia dire un socialismo ultra diluito ed incolore.
Personalmente confido di più nelle linee programmatiche (almeno li ci sono) delle Sinistre DS (Socialismo 2000 e Nuova Sinistra) anche se per me il punto di maggior valore rimane Cofferati.
Sono convinto della buona volontà del compagno Amato però negli ultimi giorni sembra il papà di Fassino e D'Alema, troppo miserimmo!
Cordiali Saluti

Sebastiano Carrara
5 luglio 2001 


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