DOSSIER CINA


L’IMPERO CHE PRODUCE TUTTO


Sette anni fa l’analista David Roche contrapponeva sul Wall Street Journal «le due facce della Cina moderna» e si chiedeva chi avrebbe vinto: i liberali riformatori o i conservatori delle industrie di Stato. Oggi, mentre il leader della «quarta generazione» Hu Jintao prende le redini di un Paese guidato nel dopoguerra da Mao (1946-’76), Deng Xiaoping (anni ’80) e Jiang Zemin (anni ’90) e dopo l’ingresso della Cina nell’Organizzazione Mondiale del Commercio (Wto), la partita sembra chiusa a favore dei primi. Il procedere impetuoso di questa sorta di «turbosocialismo di mercato» non ha precedenti nella storia e continua a sorprendere gli osservatori, spaventare i concorrenti, eccitare i cultori degli scenari globali. 
Quali sono i tratti più significativi di questa straordinaria marcia che seppellisce in un cono d’ombra tanto il «Grande balzo in avanti» quanto la Rivoluzione culturale, dai cui disastri l’attuale generazione dei leader cinquantenni è stata vaccinata?, E quali i grandi rischi ancora presenti in un sistema che attrae tanti affari ma che ha ancora una sua intrinseca fragilità? 
Per circa diciotto degli ultimi venti secoli di storia la Cina è stata la massima potenza mondiale. Tra il 1820 e il 1950 la quota dell'economia cinese sul Pil mondiale è crollata da un quarto a un ventesimo, oggi è risalita al 12% (stime di A. Maddison dell’Ocse, l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, basate sulla parità dei poteri d'acquisto) con il 21% della popolazione mondiale. Dieci anni fa Cina e India, che con 2,3 miliardi di abitanti insieme fanno il 37% della popolazione mondiale, avevano circa lo stesso reddito pro capite, oggi quello cinese è il doppio. 
La Cina è ormai il sesto esportatore e importatore mondiale (anzi il terzo se includiamo Taiwan e Hong Kong, pur depurato dal commercio di transito) dopo Usa e Germania, avendo superato il Giappone (il porto di Shenzhen è diventato l’anno scorso il sesto al mondo per traffico di navi container, superando Rotterdam e Los Angeles). Come una vera e propria macchina da guerra, basata su bassi salari, elevata produttività, straordinaria capacità e velocità di imitazione del nuovo e sofisticata organizzazione commerciale, la produzione cinese sta rimettendo in discussione l’intero modello di sviluppo tirato dal commercio estero, modello cavalcato con successo dai suoi vicini dell'Asia Orientale (da Singapore a Corea, Malaysia, Thailandia, Indonesia, Filippine, fino al Giappone incluso). La prorompente competitività cinese gioca su una gamma sempre più ampia di prodotti, che vanno da quelli tradizionali come tessile-abbigliamento, calzature e giocattoli a rilevanti comparti tecnologici come la componentistica elettronica, i motori e le attrezzature meccaniche e ancora televisori, elettronica di consumo, elettrodomestici, telefonia. Concludeva un recente articolo del Wall Street Journal : «Il Paese è diventato il capannone industriale del mondo, con una produzione così massiccia e diversificata da esercitare una pressione disinflazionistica a livello globale praticamente su tutto, dai tessili ai telefoni cellulari ai funghi coltivati». 
E mentre l’India - tanto per continuare il paragone - con le sue leggi e i suoi bizantinismi burocratici continua a scoraggiare gli investitori stranieri, negli ultimi dieci anni la Cina ha battuto ogni record, ricevendo 600 miliardi di dollari di investimenti diretti dall’estero, e arrivando nel 2002 a superare gli stessi Usa come paese di insediamento degli investimenti multinazionali. Le maggiori imprese della classifica di Fortune oggi producono e acquistano in Cina. Un gruppo europeo come Philips gestisce 23 stabilimenti ed esporta dalla Cina due terzi delle produzione. Nell’ultimo decennio il Giappone ha dimezzato i propri investimenti produttivi nell’Asia orientale e li ha raddoppiati in Cina. Nissan e Toyota hanno concluso accordi per produrre complessivamente 1,3 milioni di veicoli entro il 2010. Le multinazionali operanti in Cina hanno creato 23 milioni di posti di lavoro, concorrono al 10% degli investimenti, al 20% del gettito fiscale, al 40% delle esportazioni. In Cina si producono più del 50% delle macchine fotografiche vendute nel mondo, il 30% dei condizionatori e dei televisori, il 25% delle lavatrici, il 40% dei forni a microonde. E in molti casi cresce vertiginosamente l’apporto dei fornitori locali di componenti per i prodotti elettronici assemblati dalle grandi multinazionali. 
Ma non è solo potenza economica, è anche progresso sociale e modernizzazione. Negli ultimi venti anni la popolazione cinese condannata alla povertà assoluta (meno di un dollaro al giorno) è scesa di 270 milioni e la mortalità infantile è calata di 500 mila unità: un miglioramento gigantesco, purtroppo accompagnato da crescenti divari fra regioni povere all’interno e ricche regioni costiere. Nello stesso periodo 400 mila giovani hanno studiato all'estero e 140 mila sono rientrati. Circa 50 mila studenti cinesi entrano ogni anno nelle università americane. Nel 2001 le università cinesi hanno sfornato 465 mila laureati in materie scientifiche e ingegneristiche, avvicinandosi al livello assoluto degli Usa (e ogni ingegnere cinese costa oggi 15.000 dollari l’anno, inclusi i contributi sociali, circa un decimo rispetto agli standard della Silicon Valley). Quest’anno la Cina varerà la sua prima missione dell’uomo nello spazio. Al Genomics Institute di Pechino hanno decodificato il genoma del riso, finendo sulla copertina di Science . 
Per non parlare dei faraonici progetti infrastrutturali che modernizzeranno agricoltura e trasporti: diga delle Tre Gole (30 miliardi di dollari), il colossale progetto (60 miliardi di dollari) di un sistema di canali e pompe idriche per convogliare le acque dal fiume centrale (Yangtze) verso il nord (Fiume Giallo), 8.500 miglia di ferrovie entro il 2005 (incluso il collegamento col Tibet che passa a quota 5200 metri), collegamenti aeroportuali come il treno a lievitazione magnetica che collegherà a 270 miglia all’ora l’aeroporto di Shanghai, e altri ancora. 
Tutto questo colpisce, suggestiona, fa pensare, sollecita le imprese e le banche (anche italiane) ad agire e disegnare progetti per non restare fuori dal gioco. Ma non possiamo ignorare le grandi sfide - almeno quattro - che i nuovi piloti del turbosocialismo dovranno sostenere nei prossimi anni e dal cui esito dipenderà lo slancio o il crollo del sistema: quadro normativo, disoccupazione e tensioni sociali, crisi finanziaria delle banche e delle imprese statali, sistema previdenziale. 
In primo luogo, è appena agli inizi, anche sotto la spinta dell’ingresso nella Wto, la transizione dal vecchio sistema che favorisce lo Stato e il Partito contro i privati ad un quadro normativo (diritto societario, diritti di proprietà e del credito, regole anti-corruzione, fiscalità, corti e tribunali) coerente con le esigenze di una vera economia di mercato. Molte micro-imprese familiari nascono e fioriscono, alimentando l’economia sommersa, ma crescono a fatica per la mancanza di chiare garanzie giuridiche, oltre che di cultura di management. Non sono rari gli episodi di vasta corruzione e repressione dei dissidenti, anche tra funzionari pubblici e piccoli imprenditori. 
In secondo luogo c’è la grande sfida della disoccupazione generata dall’esodo agricolo e dalla chiusura delle imprese statali fallimentari. Si prevede che 350 milioni di contadini, su una forza lavoro totale del Paese che si aggira sui 720 milioni, saranno destinati nei prossimi 10-20 anni a perdere protezioni e sussidi (prezzi artificiosamente alti di riso, grani, cotone) e quindi indotti ad abbandonare aziende agricole ancora oggi a bassa produttività (nonostante l'importante riforma dei prezzi agricoli introdotta con successo da Deng più di due decenni fa), andando ad aggravare una già diffusa disoccupazione urbana e le relative tensioni sociali, le cui scintille si sono già fatte vedere la scorsa primavera in alcune città del Nord Est. D’altra parte i divari fra redditi delle zone urbane e rurali stanno toccando punte pericolosamente elevate per mantenere l’ordine sociale senza pesanti repressioni. L’ingresso nella Wto comporterà anche forti rischi per la sopravvivenza di imprese familiari che operano nella piccola industria e nel terziario tradizionale, spazzate via dai grandi marchi e dalla grande distribuzione locale e straniera (un esempio sono Coca e Pepsi che spiazzano i soft drink locali). Fonti autorevoli (per esempio la Morgan Stanley) stimano che nei prossimi cinque anni le ristrutturazioni delle quasi 50 mila imprese statali (Soe) in cronica perdita produrranno 25 milioni di nuovi disoccupati. Si calcola che, per non accrescere la disoccupazione ufficiale e latente, la Cina ha bisogno di creare ogni anno 21 milioni di posti di lavoro: 10 milioni a fronte dell’immigrazione dalle campagne verso le aree urbane, 7 milioni per chi viene licenziato dalle Soe in chiusura, 4 milioni per i giovani che escono dalla scuola dell'obbligo. 
In terzo luogo vi è il noto problema dei crediti inesigibili ( bad loan ) delle banche, valutati ufficialmente in 220 miliardi di dollari (23% degli impieghi bancari, 15% del Pil) che in realtà sarebbero circa il doppio secondo osservatori esterni. Un sistema bancario alimentato peraltro da una elevatissima propensione al risparmio (quasi il 40% del reddito) della popolazione che accetta infime remunerazioni dei propri depositi in cambio di liquidità e di sicurezza. 
I crediti inesigibili sono principalmente il riflesso di un sistema che deve tenere in vita (di nuovo, per evitare drammatici problemi di disoccupazione) le citate Soe: imprese che - nonostante un pesante ridimensionamento negli ultimi 15 anni - ancora oggi pesano per il 40% sulla produzione industriale, il 60% degli investimenti fissi, il 70% del credito bancario e occupano il 45% della forza di lavoro urbana e il 70% della forza lavoro industriale. Le perdite delle Soe sono più che decuplicate in pochi anni, anche se oggi cominciano in alcune aree ad emergere casi di ben riuscita ristrutturazione e conseguente recupero dei margini di profitto. Si capisce perché in queste condizioni il sistema è «condannato a crescere» a ritmi del 6-8% l’anno, se vuole evitare il collasso. 
Sono di buono auspicio per la gestione di questa necessaria e difficilissima ristrutturazione finanziaria alcune nomine recenti, come quella del 54enne governatore della Banca centrale (People Bank of China) Zhou Xiaochuan, personaggio di grande esperienza bancaria e di reputazione internazionale. Assieme al neonato organismo di vigilanza, egli dovrà anche favorire una rapida modernizzazione del mercato di Borsa: quasi tutte le oltre 1100 società quotate sono ancora da privatizzare. Controllate da investitori e funzionari di partito che un ricco privato cinese brutalmente definiva ( Economist del 15 giugno 2002) come «neonati congenitamente deformi frutti dello stupro del capitalismo da parte del socialismo». 
Vi è infine (suona familiare?) un problema di sistema previdenziale che rischia il collasso entro 15-20 anni a causa del rapido invecchiamento delle popolazione e della difficile transizione verso un equilibrio finanziariamente sostenibile fra prestazioni e contributi. Da dieci lavoratori per ogni pensionato del 1995 si tende a un rapporto di tre a uno nel 2050. Non solo: per far fronte al già emerso deficit previdenziale, l’attuale sistema misto a tre regimi (a ripartizione, a capitalizzazione obbligatoria, a capitalizzazione volontaria) viene distorto, prelevando introiti dal secondo regime per coprire le perdite del primo, con evidenti rischi di nascondere i problemi e accumulare squilibri di finanza pubblica. Si tenga conto che, sommando debito pubblico a debito previdenziale a crediti inesigibili, si arriva già oggi alla pericolosa soglia del 140% del Pil (stime Clsa Emerging Markets). 
I tempi della «rivoluzione culturale» sono comunque ormai fortunatamente lontani e le nuove leadership sembrano decise a cavalcare con decisione e soprattutto con grande pragmatismo la lunga marcia della modernizzazione del Paese. Dai loro successi o insuccessi dipenderanno le sorti dell’economia asiatica e anche di buona parte di quella mondiale. 

di FABRIZIO ONIDA 

Corriere della Sera
5 febbraio 2003

Imperi di ieri, imperi di domani

di Robert Cooper

 

Imperialismo, impero, imperiale: nel peggiore dei casi queste parole sono diventate una forma di abuso, nel migliore riflettono semplicemente curiosità storiche, superate. Gli imperi sono scomparsi, lasciando dietro di sé alcune rovine, alcune leggi, alcune monete e qualche strada.

L’impero in realtà è effettivamente la storia. Quasi tutto ciò che sappiamo della storia – i Sumeri, Babilonia, l’Egitto, l’impero assiro, la Persia, la Grecia, Roma, Bisanzio, le dinastie cinesi, l’impero carolingio, il sacro romano impero, l’impero mongolo, l’impero moghul, l’impero asburgico, gli imperi spagnolo, portoghese, britannico, francese, olandese e tedesco, l’impero sovietico e molti altri che abbiamo dimenticato – suggerisce che la storia del mondo è la storia dell’impero.

 

 

Dagli imperi agli Stati nazionali

 

O dovremmo dire “era”? Uno dei cambiamenti più straordinari in un secolo straordinario è la scomparsa quasi totale degli imperi. Il mondo ha cominciato il xx secolo coperto di grandi imperi e si è concluso senza più averne nessuno. Con la loro sconfitta nella Prima guerra mondiale, gli imperi austroungarico, tedesco, russo e ottomano si sciolsero. Kemal Atatürk colse la fine dell’impero ottomano come un’occasione per creare uno Stato turco moderno, nazionale ­­– ed europeo. Analogamente, in precedenza, la creazione degli Stati-nazione dell’Italia, della Norvegia e, fino a un certo punto, della Germania era stata vista come il cammino verso la modernizzazione. Atatürk impose la lettura del Corano in turco, imitando gli eventi di secoli precedenti, quando la Bibbia di Lutero aveva inaugurato il risveglio di una coscienza nazionale tedesca.

La prima guerra mondiale non solo distrusse due imperi europei, ma, con i quattordici punti di Woodrow Wilson, stabilì anche il principio dell’autodeterminazione nazionale e creò, in Europa centrale, una serie di Stati-nazione sulle rovine degli imperi tedesco, russo, austroungarico e ottomano. La maggior parte di queste nuove entità politiche si rivelò troppo debole o mal governata. Dopo la guerra venne creato lo Stato libero d’Irlanda, mettendo fine a secoli di dominio britannico, e negli anni Trenta gli Stati Uniti applicarono a se stessi il principio di autodeterminazione, dando l’indipendenza alle Filippine.

La successiva grande ondata di decolonizzazione si ebbe con la seconda guerra mondiale, allorché le sconfitte di Gran Bretagna, Francia e Paesi Bassi a opera del Giappone rimossero l’aura di superiorità occidentale che sosteneva i loro imperi orientali. I francesi, che avevano costruito il loro impero con le armi, combatterono per conservarlo; i britannici, che in parte lo avevano acquisito per altra via, si ritirarono. Il risultato, alla fine, fu lo stesso. Si ebbe quindi la decolonizzazione africana, via via che all’esterno montava la causa dell’autodeterminazione e all’interno crescevano i costi per mantenere un impero. Nel 1974 la Rivoluzione dei garofani, innescata dai costi delle guerre coloniali, portò alla fine dell’impero portoghese. Infine, nel 1989 la fine della guerra fredda provocò il crollo dell’impero esterno dell’Unione Sovietica, seguito subito dopo dalla fine dell’impero interno della Russia.

La decolonizzazione fu un ultimo atto di imperialismo. Al cuore dell’imperialismo c’è l’imposizione di leggi e di sistemi di amministrazione stranieri. La decolonizzazione lasciò alle ex colonie delle strutture di Stati-nazione che, in molti casi, erano piuttosto estranee alle loro tradizioni. Alcuni popoli e alcune parti del mondo hanno avuto lunghe esperienze di dominio straniero: per loro la decolonizzazione potrebbe essere stata più profondamente imperialista dell’impero: un ultimo lascito degli ultimi padroni imperiali.

Abbiamo assistito all’ultimo degli imperi? È difficile dirlo. A volte si può identificare qualcosa come un impero solo dopo che questo si è sciolto. Ora che l’Irlanda è indipendente, possiamo considerare il dominio britannico sull’isola come imperialista; ma, se avesse avuto successo la campagna di Gladstone per l’autonomia, l’Irlanda potrebbe oggi essere parte di una Gran Bretagna piuttosto diversa, anziché una ex colonia. Come India e Indonesia saranno viste nel futuro, dipenderà da come saranno governate.

 

 

La deriva delle nazioni

 

Il mondo degli imperi, che possiamo far risalire indietro nel tempo fin dove vogliamo, e che ancora nel 1900 prosperava, cento anni dopo è diventato dunque un mondo di Stati-nazione. La non esistenza di un impero è storicamente senza precedenti. L’interrogativo è se questa situazione potrà durare.

Ci sono motivi sia teorici sia pratici per pensare di no. Lo Stato-nazione si è dimostrato un motore potente per la crescita e la modernizzazione, ma questo non ne fa una buona base su cui organizzare il mondo intero. Il motivo teorico è che non esiste una chiara definizione della nazione. Se le nazioni fossero fisse, come le caratteristiche geografiche, potremmo disegnare una mappa del mondo che divida i popoli in Stati-nazione, proprio come i monarchi dell’Europa una volta speravano di identificare i loro Stati territoriali con delle frontiere naturali. Sfortunatamente le nazioni non rispondono a questo criterio: “Ora che abbiamo fatto l’Italia”, disse Cavour dopo aver cacciato gli austriaci, “dobbiamo fare gli italiani” (all’epoca solo il 2% della popolazione parlava l’italiano di oggi). La lingua yoruba – e in un certo senso il popolo yoruba – fu la creazione dei missionari che uniformarono i dialetti locali in una traduzione della Bibbia (proprio come aveva fatto Lutero in Germania). La stessa Nigeria, com’è noto, è una creazione delle potenze europee al Congresso di Berlino. Fosse stata meglio governata, la Jugoslavia potrebbe essere ancora una nazione e il serbocroato una lingua anziché due (o tre, visto che anche i bosniaci stanno lavorando alla loro versione).

E gli irlandesi, sono una nazione o due? Si potrebbe sollevare la stessa domanda per i gallesi. E i bretoni, i baschi, i catalani, i cockney, costituiscono delle nazioni? Il popolo arabo è una nazione? Quante nazioni ci sono in Sudafrica? Perfino i giapponesi, che hanno un forte mito e una forte identità nazionali, avrebbero potuto dividersi se la restaurazione Meiji fosse andata diversamente. Gli esempi sono infiniti, ma la conclusione è chiara: la nazione è spesso la creazione dello Stato – e, soprattutto, del ministero dell’Istruzione.

Se la nazione è creata dallo Stato – anche per un certo tempo – allora non possiamo dire che gli Stati dovrebbero essere definiti dalle nazioni. Le conseguenze di questa circolarità cominciano a diventare evidenti via via che sempre più spesso determinati gruppi decidono che gli piacerebbe separarsi e formare nuovi Stati. Chi dirà loro che non possono farlo? I gruppi etnici e linguistici non sempre esistono entro confini geografici netti. Gli Stati-nazione contengono quasi sempre delle minoranze. Uno Stato che è basato sulla nazionalità e sull’identità nazionale ha una tendenza naturale a escludere le minoranze. Portata questa tendenza alle sue conclusioni estreme, lo Stato cercherà di eliminare le minoranze. Allora, perché alle minoranze non dovrebbe essere concessa l’autodeterminazione, visto che con la sua autodefinizione lo Stato-nazione rende esplicita l’idea che esse non possono realmente appartenergli?

Il mondo odierno critica le misure repressive contro i gruppi etnici che cercano l’autodeterminazione. Spesso queste richieste godono di buona stampa. E i politici che promuovono questa causa hanno tutto da guadagnare: la possibilità di passare alla storia come padri della nazione (per quanto piccola), la prospettiva di gestire le cose a proprio vantaggio e, forse, le meravigliose occasioni di corruzione che si presentano quando sei tu a dirigere il tuo Stato. A livello internazionale, poi, puoi recitare sul palcoscenico mondiale, e alle Nazione Unite sei – almeno in teoria – pari agli Stati Uniti. Cosa può bloccare allora la creazione di un numero sempre maggiore di Stati sempre più piccoli?

Paradossalmente, la crescente integrazione economica rende la disintegrazione politica più facile. Ai tempi delle economie nazionali e delle tariffe protettive, era importante essere grandi; ma in un mondo senza confini, che differenza fa? Essere piccoli ha certamente i suoi costi: l’amministrazione è più costosa e la sicurezza meno certa. Ma la prima non è sempre facilmente visibile e la seconda potrebbe non essere un argomento convincente né per i cittadini che vivono in una regione pacifica del mondo né per quelli che, come minoranze, si sentono insicuri anche nel proprio Stato. Negli ultimi cinquant’anni il numero degli Stati è cresciuto drasticamente: nel 1945 i firmatari della Carta delle Nazioni Unite furono 51; oggi l’onu ha 189 membri. Sarà sorprendente se nei prossimi cinquant’anni non ne vedremo di nuovi.

 

 

Troppi Stati vicini al collasso

 

Il problema pratico, in un mondo di Stati-nazione, è che molti degli Stati postcoloniali hanno identità deboli, istituzioni politiche deboli ed economie deboli. Alcuni di questi Stati, soprattutto in Africa, sono vicini al collasso. Altri, in Asia centrale, Asia sudorientale o Pacifico meridionale, non appaiono in buona salute. In molti casi si dovrebbe dire che l’autogoverno e l’autodeterminazione sono falliti. Che cosa dovremmo fare? Nel passato la soluzione sarebbe stata la colonizzazione. Ma oggi non ci sono potenze coloniali che vogliano accollarsi il compito. Per certi aspetti il bisogno di autorità esterna oggi è perfino più grande di quando lo era, per esempio, nel xix secolo. Allora i popoli di Africa e Asia erano organizzati in modo ragionevolmente stabile in società tradizionali basate sulla famiglia e sulla tribù. Quei legami furono irrimediabilmente indeboliti dai mercanti e dai missionari occidentali; e qualunque elemento ne fosse rimasto in piedi, oggi è stato distrutto dall’istruzione, dall’ideologia e dalla televisione. Non si torna indietro. Ma nemmeno andare avanti è facile: gli Stati che si stanno disintegrando sono pieni di armi, l’ordine pubblico viene a mancare e il governo comincia ad assomigliare alla criminalità organizzata. Alcuni scrittori parlano di “nuovo Medioevo”. Con il venir meno dell’ordine, la possibilità di attrarre investimenti stranieri scende a zero.

Chi riesce a entrare nell’economia globale se la passa bene: la prosperità favorisce la stabilità e la stabilità attrae investimenti. Chi resta fuori cade in un circolo vizioso: il fallimento economico indebolisce il governo; il governo debole implica disordine e questo significa crollo degli investimenti. Negli anni Cinquanta la Corea del Sud aveva un prodotto interno lordo pro capite inferiore a quello dello Zambia: oggi il primo paese si è integrato nell’economia globale, l’altro no. Sorprende allora che il primo 20% del mondo oggi totalizzi l’86% del reddito mondiale, mentre l’ultimo 20% solo l’1%? Nel 1820, quando cominciò l’espansione coloniale del xix secolo, il primo 20% guadagnava solo tre volte il reddito dell’ultimo 20%. Dovremmo probabilmente aspettarci che questo divario si allarghi addirittura.

Gli Stati deboli del mondo postimperiale sono disastrosi per chi ci vive e un male per il resto di noi. Non c’è bisogno di soffermarsi qui sulle mutilazioni in Sierra Leone, sull’oppressione delle donne e molti altri cittadini in Afghanistan, sulla violenza genocida nel Balcani o l’insicurezza e l’ingiustizia quotidiane in molti altri paesi. Simili condizioni rendono la vita un’esperienza terrificante per chi le subisce. Ma anche per chi sta fuori ci sono dei rischi: rischi per gli investitori e rischi per i vicini. I rischi per i vicini sono particolarmente importanti. La teoria del domino era errata nel caso del comunismo, ma potrebbe essere valida per il caos. La Sierra Leone destabilizza la Liberia (e viceversa), l’Afghanistan contribuisce a destabilizzare l’Asia centrale.

Sembrano esserci dunque tutte le condizioni per un nuovo imperialismo. Ci sono paesi che per creare stabilità hanno bisogno di una forza esterna (recentemente in Sierra Leone una manifestazione ha invocato il ritorno del dominio britannico). Ci sono paesi metropolitani che vogliono la stabilità in modo da poter commerciare. E anche se oggi ci sono meno missionari, esiste una nuova classe di assistenti imperiali nelle vesti delle organizzazioni non governative (ong) che cercano di aiutare le persone che ne hanno bisogno e predicano il vangelo dei diritti umani, la religione laica del mondo d’oggi.

 

 

Verso un imperialismo volontario

 

Se i ricchi hanno conquistato il mondo quando erano solo tre volte più ricchi dei poveri, perché non dovrebbero farlo di nuovo quando sono 86 volte più ricchi? La risposta è che le stesse idee che li hanno fatto più ricchi – le idee del libero scambio, della libertà di parola e dello Stato di diritto – sono antimperialiste. I valori borghesi di Deng Xiaoping – “È glorioso diventare ricchi” – definiscono il successo in termini di potere d’acquisto, non di liberazione dei cittadini.

Né i poveri di oggi vogliono essere colonizzati – se non forse brevemente, sotto circostanze estreme. Nel xix secolo, invece, molti paesi si offrirono alle potenze imperiali. Da allora la diffusione delle idee occidentali – libertà, uguaglianza e fraternità – ha disgregato le società tradizionali al punto che queste hanno difficoltà a governarsi, ma le ha anche rese restie ad accettare la dominazione straniera. Sia l’offerta sia la domanda d’imperialismo si sono dunque esaurite.

Tuttavia un sistema in cui il forte protegge il debole, in cui il paese efficiente e ben governato esporta stabilità e libertà, in cui il mondo è aperto agli investimenti e alla crescita appare quanto mai desiderabile. Se spesso l’impero non è stato così, non di rado, però, è stato migliore del caos e della barbarie che l’hanno rimpiazzato. Ci sono state epoche e luoghi – Roma e Atene sono abbastanza distanti per noi da vedere le cose in prospettiva – dove l’impero ha favorito la diffusione della civiltà. Ma in un mondo di diritti umani e valori borghesi, un nuovo imperialismo dovrà in ogni caso essere molto diverso da quello vecchio. Forse possiamo cominciare a distinguerne i contorni. Esso ha due forme: l’imperialismo della globalizzazione e l’imperialismo dei vicini. Entrambi, conformemente ai tempi, sono volontari.

L’impero è una questione di controllo. Implica il controllo su tutti gli affari interni (gli studiosi accademici gli oppongono l’egemonia, che consiste nel controllo solo degli affari esteri). Ecco perché si prova così risentimento per l’ingerenza negli affari interni: essa rappresenta una limitazione dell’indipendenza, qualcosa in odore di imperialismo. Eppure sono proprio gli affari interni ad aver bisogno di assistenza se i paesi in difficoltà devono trovare la strada per tornare nell’alveo dell’economia globale, attrarre investimenti e recuperare il benessere. Le condizioni che il Fondo monetario internazionale (fmi) impone per i suoi prestiti riguardano quasi esclusivamente la gestione economica e politica. Accettando queste condizioni, gli Stati che corrono il rischio di restare indietro e uscire dall’economia globale ricevono aiuti, non solo dall’fmi ma anche dai governi dei paesi ricchi e da Wall Street. Oggigiorno i programmi di aiuti non si incentrano tanto su dighe e strade. Generalmente, invece, si riconosce che per favorire lo sviluppo è essenziale avere un buon governo e una buona amministrazione. Molti programmi, perciò, riguardano il modo in cui il paese è organizzato e governato: i cosiddetti provvedimenti amministrativi.

Come si differenzia tutto questo da ciò che Lord Cromer e altri fecero in Egitto? A partire dal 1875 un rappresentante degli obbligazionisti britannici controllò le entrate del governo egiziano, mentre rappresentanti del governo francese controllavano le spese. Il finanziamento del debito estero era sorvegliato da un comitato internazionale, che in realtà decideva il cambio estero da consentire al governo. Non sembra una straordinaria somiglianza con un programma piuttosto severo dell’fmi? Forse, ma c’è una differenza cruciale: quando un nuovo governo egiziano minacciava di ignorare il programma, la Gran Bretagna non lo rinegoziava né ritirava il sostegno finanziario esterno, come oggi può fare l’fmi. Inviava invece il generale Wolseley e 31.000 soldati per ripristinare il governo, l’ordine e, naturalmente, la disciplina finanziaria.

 L’odierno imperialismo volontario può collocare dei consiglieri in ministeri chiave, proprio come fece Cromer in Egitto. Ma non c’è nessuna violenza, è solo una questione di soldi. Nessuno è costretto ad accettare questi programmi. Chi lo fa potrebbe anche beneficiarne. L’odierno intervento imperiale è anche limitato nel tempo e nell’ampiezza. Poiché è volontario, d’altra parte, forse è sbagliato chiamarlo imperialismo. Esso non rappresenta tanto una perdita di sovranità, quanto un prestito temporaneo di sovranità. Ciononostante, i rapporti sono simili a quelli dell’impero: è una relazione tra un forte e un debole, e inoltre investe l’organizzazione degli affari interni.

Gli scrittori classici sull’imperialismo – Lenin, Schumpeter, Hobson – associavano questo sistema politico agli interessi economici. O il commercio seguiva la bandiera o la bandiera seguiva la bandiera, o entrambe le cose. Non sorprende perciò che in un’economia globale ci siano istituzioni globali – anonime e obiettive come siffatte istituzioni tendono a essere – che rendono il mondo sicuro per gli investimenti. E poiché noi oggi viviamo in un’era postimperiale, il controllo che esse esercitano è leggero, temporaneo e volontario.

 

 

L’Europa come impero cooperativo

 

La seconda forma del nuovo imperialismo è quella dei vicini. Il malgoverno e l’instabilità in luoghi dove le vostre aziende vorrebbero investire dei soldi creano dei problemi. Ma l’instabilità nella vostra zona può avere conseguenze molto più serie. La cosa straordinaria nel mondo d’oggi è che gli Stati Uniti, malgrado una posizione di predominio – militare, politico, commerciale, culturale – senza pari dai tempi di Roma, non sono realmente la principale potenza imperiale del mondo. Avendo pochi vicini, gli Stati Uniti sono interessati soprattutto alla forma più moderata del nuovo imperialismo: l’assistenza attraverso organizzazioni multilaterali. Il Messico si sta comportando bene e il Trattato di libero scambio del Nordamerica (nafta) potrebbe aiutarlo a far meglio. Ci sono preoccupazioni per la situazione nei Caraibi e in Colombia, ma per ora gli Stati Uniti, malgrado la loro enorme ricchezza e potenza, non possono correre il rischio né pagare i costi di qualche forma di iniziativa imperiale – anche se è possibile che si sviluppi in questa direzione un’area di libero scambio.

In Europa la situazione è diversa. Alle frontiere orientali dell’Unione europea ci sono numerosi Stati decolonizzati di recente. Molti stanno facendo progressi, ma chiunque voglia vedere il rischio di avere degli Stati deboli non deve far altro che guardare ai Balcani. Negli ultimi dieci anni qui abbiamo assistito a un mix di malgoverno, violenza etnica e criminalità (le tre cose spesso indistinguibili) che non solo offende la coscienza dei ricchi ma comporta anche dei costi per le regioni stabili dell’Europa. I Balcani sono sulla rotta della droga e un centro del contrabbando. Il traffico dei clandestini, in particolare, è una nuova importante industria: i cinesi trovati morti nel porto di Dover sono arrivati qui via Belgrado. La violenza ha raggiunto le sue punte estreme in Bosnia e in Kosovo, che oggi sono in realtà entrambi protettorati dell’onu. In ogni caso c’è un Alto rappresentante delle Nazioni Unite che ha più o meno poteri plenipotenziari. Non sorprende che entrambi gli Alti rappresentanti siano europei. L’Europa fornisce gran parte degli aiuti che mantengono in piedi la Bosnia e il Kosovo, così come la maggior parte dei soldati (anche se la presenza statunitense è un fattore stabilizzatore indispensabile). Adottando una misura senza precedenti, l’Unione europea ha offerto libero accesso unilaterale ai paesi della ex Jugoslavia per ogni tipo di prodotto, compresa gran parte della produzione agricola.

La comunità internazionale non fornisce soltanto soldati, ma anche forze di polizia, giudici, agenti penitenziari, banchieri centrali e altre figure. Un’intera squadra di funzionari europei sta creando un’amministrazione doganale bosniaca. Le elezioni sono organizzate e monitorate dall’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazioni in Europa (osce). Le forze dell’ordine locali sono finanziate dalle Nazioni Unite. A svolgere attività ausiliarie in questo sforzo internazionale – spesso in aree indispensabili – ci sono oltre un centinaio di ong.

I Balcani sono un caso estremo, ma illustrano bene i costi dell’instabilità che si trasforma in conflitti reali. Nel resto della sua regione orientale, l’Unione europea è impegnata in un programma che alla fine porterà a un grande allargamento: da Stettino, sul Baltico, a Tirana, su (o quasi) l’Adriatico, ogni paese compreso tra Vienna e Mosca vuole aderire all’Unione europea e alla nato. Per fare questo stanno riscrivendo le loro leggi e la loro costituzione e riorganizzando il loro esercito. Alcuni hanno appena cominciato e ancora forse non si rendono conto dei requisiti che devono essere soddisfatti per potere aderire, ma altri hanno fatto buoni progressi. I negoziati dell’ue riguardano agricoltura, industria, trasporti, ambiente, concorrenza, politica monetaria, affari esteri e molto altro. Nel passato gli imperi hanno imposto le loro leggi e i loro sistemi di governo. In questo caso nessuno impone niente ma è in corso un movimento volontario di autoimposizione. I paesi interessati non sono instabili, ma senza l’obiettivo dell’adesione all’Unione e il sostegno che ne hanno ricevuto, avrebbero potuto essere in difficoltà. È probabilmente un bene, nel complesso, che sia disponibile un insieme di regole e norme occidentali bell’e pronte. Se sei un candidato all’ue devi accettare i regolamenti in vigore – come una volta facevano i paesi sudditi. Ma il premio è che una volta dentro avrai voce nella comunità. Se il processo è una sorta di imperialismo volontario, lo stato finale potrebbe essere descritto come impero cooperativo. “Commonwealth” potrebbe non essere un brutto nome.

Molte parti d’Europa sono vissute più a lungo e forse più felicemente in una struttura imperiale che come Stati-nazione. I Balcani, con il loro mosaico di identità etniche, hanno conosciuto poco altro. Belgio, Germania e Italia hanno tutte prosperato sotto una forma o un’altra di suzeraineté imperiale – nel caso della Germania questa si è avvicinata a un impero cooperativo. Certamente i periodi imperiali sono stati associati con regimi decaduti e rigidamente aristocratici, mentre gli Stati-nazione che li hanno spazzati via hanno portato modernizzazione, dinamismo e democrazia. Ma la chiarezza e il vigore dello Stato-nazione hanno portato anche spargimenti di sangue, sia in guerre tra Stati, sia nel modo in cui hanno trattato le loro minoranze. Armeni, albanesi e curdi sono vissuti in condizioni di maggiore sicurezza sotto l’impero ottomano che nei suoi successori più moderni. A quell’epoca l’impero poteva a volte funzionare come una parte terza, al di sopra dei gruppi etnici e in grado di mantenere la pace tra di essi. Oggi anche questo ruolo spetta alla comunità internazionale, che è invitata nei vari paesi sotto forma di squadre di ispettori o di forze per il mantenimento della pace.

Nella sua opera classica sugli imperi, Michael Doyle sostiene che gli imperi vincenti furono quelli che crearono una burocrazia imperiale che governava per l’impero nella sua interezza e non semplicemente per la metropoli (Roma si comportò in questo modo, l’impero britannico no):

 

“Un impero duraturo presuppone coordinamento burocratico imperiale e integrazione transnazionale nelle sfere politica, economica e culturale. Questa integrazione può fondere la metropoli con la periferia, come Caracalla, nel 212 d.C., integrò legalmente entrambe nell’impero romano. A questo punto l’impero non esiste più e i molti popoli sono diventati uno solo. Nel caso di Roma i molti furono assimilati in un dispotismo comune, ma la prolungata attrazione della dominazione internazionale dell’impero, altrimenti riprovevole, risiede nella possibilità che si possa assimilare tutto a una libertà comune”.

 

 

Un cammino verso la pace

 

L’attrazione dell’Unione europea è nel fatto che, se riuscissimo a intenderla nel senso giusto, potrebbe offrirci una soluzione per uscire da questo dilemma. Concepita come Stato, l’ue non è soltanto sgradevole: è impraticabile. Ma vista come un impero cooperativo, un commonwealth in cui ognuno ha una quota di partecipazione nel governo, in cui nessun paese è in posizione di dominio e in cui i principi guida non sono etnici ma legali, potrebbe funzionare. Dal centro saranno richiesti interventi più leggeri possibile; la “burocrazia imperiale” dovrà essere tenuta a freno, in un atteggiamento responsabile, da servitore e non da padrone del commonwealth. Una simile istituzione dovrà essere dedita alla libertà e alla democrazia tanto quanto ai suoi elementi costitutivi. Al pari di Roma, questa Europa fornirebbe ai suoi cittadini alcune leggi, alcune monete e alcune vie da percorrere. Nulla di ciò sarà facile, ma è forse possibile immaginare un’Europa futura, con una trentina di membri, come un impero modernizzato, democratico, cooperativo, che offra sia un cammino verso la pace sia una prospettiva di integrazione in un contesto di libertà comune. Questo è, almeno, un nobile sogno.

 

Traduzione di Nazzareno Mataldi

da "Lettera internazionale"


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