Ricordo di Piero Gobetti Gobetti cent'anni dopo Gli amici sospetti del liberalismo da "Rivoluzione liberale":la proporzionale
Quando propose la rivoluzione liberale Un liberale rivoluzionario Zanone: ma è liberale Ferrari: un liberale a tutto campo

RICORDO DI PIERO GOBETTI

Cento anni fa, il 19 giugno 1901, nasceva a Torino Piero Gobetti. 
Il culmine della breve vita di Piero Gobetti si è consumato durante il periodo fascista: gli esordi, con gli articoli pubblicati su “Energie Nove”, la prima rivista da lui ideata e progettata, risalgono al novembre del 1918, mentre l’esperienza del già maturo Gobetti di “Rivoluzione liberale” si apre nel febbraio del 1922. La morte sopravviene a Parigi, conseguenza delle percosse degli squadristi, il 15 febbraio 1926, a soli 25 anni. Le sue spoglie riposano al cimitero del Pere Lachaise. 
Gobetti elabora un pensiero e un progetto che si configurano, da subito, e con intensità sempre crescente, come “antitesi totale” al fascismo. Si tratta di una riflessione che assume come punto di vista emblematico quello storico. E la storia, per Gobetti, non può che essere la storia del nostro Risorgimento, del suo svolgimento e delle sue conseguenze, che ancora pesano sulla vita nazionale: il fascismo, dunque, diventa un punto di arrivo per un’interpretazione storica decisamente originale. 
Al fascismo Gobetti si oppone d’istinto, vivacemente. Quando Giuseppe Prezzolini propone, di fronte al fascismo come di fronte al bolscevismo, la “Società degli Apoti”, di “coloro che non le bevono”, che si tengono fuori della mischia, Gobetti reagisce con energia, puntualmente. Prima ribadisce il senso della cultura come azione, come “elemento della vita politica”, poi affronta la più delicata questione di merito: la natura del fascismo e la necessità di una “opposizione intransigente”. 
All’analisi della natura del fascismo Gobetti dedica significativi scritti. 
Giovanni Spadolini – che indicò in lui “l’inalterabile punto di riferimento” nella vita - ricorda come “nessun italiano in questo secolo ha avuto una così alta idea dell’Italia e nessuno ha insieme scrutato quanto fossero profonde le crepe, gli squilibri, le eredità negative della vita e del costume italiano. Fino a giudicare, con spietatezza rivelatrice, lo stesso fascismo come ‘l’autobiografia della nazione’”. Il regime fascista, per Gobetti, affonda le radici nei limiti e nelle debolezze, negli errori politici e nei lassismi morali, propri delle vecchie classi dirigenti. I “tratti autobiografici” sono proprio i peggiori elementi del regime: tutto ciò che appare falso, settario, arretrato, deteriore. Il fascismo diventa “il segno decisivo di una crisi secolare dello spirito italiano”; e, addirittura, “il simbolo di tutte le malattie”. 
La storia nazionale durante il fascismo è letta da Gobetti come “antistoria”. Il Risorgimento era fallito perché non aveva saputo legare e tenere insieme popolo e governo: perché dal Risorgimento era nato uno Stato “a cui il popolo non crede, perché non l’ha creato col proprio sangue”. E il fascismo mostrava con chiarezza “la misura dell’impotenza del popolo a crearsi il suo Stato”. 
L’analisi di Gobetti del Ventennio proseguiva con l’evidenziazione della mancanza di elites dinamiche; e, soprattutto, con “la rinuncia degli individui alle loro responsabilità”. 
Quello delle responsabilità sarà un tema cruciale nell’elaborazione del pensatore torinese. Ne “la Rivoluzione liberale” emerge in tutta evidenza: l’ “apatia delle coscienze” è considerato il male italiano originale, insieme con una certa inclinazione per il conformismo, l’unanimismo, la rassegnazione. Il fascismo sanciva “l’ultima rivincita dell’oligarchia patriottica, cortigiana e piccolo-borghese, che governa l'Italia da molti secoli, soffocando ogni iniziativa popolare". 
Il fascismo, dunque, incarnava i mali tradizionali della cultura e della politica nazionale. 
Rifiutò con forza, Piero Gobetti, le interpretazioni crociane del fascismo: non condivideva la “teoria della parentesi”, né l’accento posto sul carattere di “malattia morale” - per di più “accidentale” - rivestito dal regime. Il fascismo non aveva interrotto un limpido cammino verso l’affermazione della libertà, non era giunto in maniera imprevista e imprevedibile. Tutt’altro. 
Neppure, come sostenuto dalle interpretazioni di matrice marxista, si poteva parlare di “teoria della reazione di classe”. L’interpretazione gobettiana del fascismo si è distinta nella sua originalità ed è stata definita dagli storici “teoria della rivelazione”, proprio per evidenziare l’accento posto su antiche macchie e vizi delle classi di governo italiane, e sulla capacità del fascismo di evidenziarne la portata. 
Inoltre, Gobetti denuncia nel fascismo la mancanza di prospettive; nella dottrina fascista non c’è alcun senso dell’avvenire, del futuro, del progresso: è solo un prodotto di un idealismo retorico e mistificatore dell’avvenire, del futuro, del progresso. 
Di fronte a tutto ciò, la reazione di Gobetti è immediata ed energica: la soluzione unica è il lavoro quotidiano in vista del futuro, con l’obiettivo di “trasformare le preoccupazioni culturali in preoccupazioni di civiltà”. E il futuro non può basarsi su valori e forze esistenti. Di fronte a un regime che voglia soffocare la libertà, l’obiettivo diventa la creazione delle “condizioni obiettive che incontrandosi con l’ascesa delle classi proletarie, indicateci dalla storia, genereranno la civiltà nuova, il nuovo Stato”. 
Perciò, la battaglia antifascista diventa il motore ideale, e lo stimolo pratico della vita personale e professionale di Gobetti. Inizia ad elaborare la sua opzione ideale verso un movimento libertario che sappia superare le istanze rivendicative, per indirizzare responsabilità economiche e inquietudini verso i bisogni e le istanze della parte della società più vivace e vitale. 
Contro la Società degli Apoti di Prezzolini, dunque, si muove l’opera di Gobetti. E questo perché sono stati proprio gli apoti a permettere la diffusione e il successo del fascismo. Gli apoti “non le avranno bevute”, certo, ma hanno aiutato il regime nella sua opera di penetrazione. 
Eppure gli apoti hanno responsabilità limitate rispetto a quelle delle grandi forze in campo. Il fascismo, infatti, si è potuto giovare delle debolezze e delle resistenze, dei limiti e delle titubanze, dei liberali e dei popolari, dei socialisti e dei comunisti. Le forze della difesa dei valori democratici non hanno saputo offrire risposte adeguate di fronte all’offensiva fascista. La vecchia classe dirigente liberale non si mostrò in grado di dominare e di comprendere i fenomeni della mobilitazione di massa innescati dal conflitto mondiale. I socialisti, divisi al loro interno, rifiutarono ogni collaborazione con le forze “borghesi”, in primo luogo con i liberali ed i popolari. 
Gobetti, nell’analizzare la crisi politica, istituzionale e dei partiti, individuò quelle deficienze e responsabilità, recenti e antiche, all’origine del successo di Mussolini. Da qui, Gobetti cercò un dialogo non con i partiti nel loro complesso, ma con quegli uomini di partito che si schieravano contro il fascismo e che cercavano di condurre su quella strada i loro movimenti. Questo spiega l’atteggiamento preferenziale avuto da Gobetti nei confronti di Luigi Sturzo: il sacerdote di Caltagirone, infatti, rappresentava la vera anima popolare, colui che era rimasto fedele e coerente con le scelte antifasciste. 
Poi, come si sa, i vecchi equilibri si frantumarono e il fascismo poté imporne uno nuovo. 
Su questi aspetti riflette Gobetti, così come emerge dalla sua interpretazione del fascismo, e dalla sua critica della “rivoluzione nazionale” italiana, a suo giudizio per nulla “rivoluzionaria”. Una riflessione culturale e politica, quella di Gobetti, che non poteva non essere influenzata dalla Torino di quegli anni. Se, come ha notato Spadolini, l’età giolittiana viene designata nella storia della cultura come l’età delle riviste fiorentine, non appare fuori luogo denominare gli anni del primo dopoguerra, sino all’avvento del fascismo, l’età delle riviste torinesi. Oltre a “Ordine nuovo”, un posto di primo piano occupano le riviste gobettiane, in primo luogo “la Rivoluzione liberale”. 
Quella Torino diventa uno straordinario laboratorio culturale: la storia della nostra cultura negli anni del primo dopoguerra viene narrata quasi esclusivamente attraverso l’analisi dei gruppi che si muovono intorno alle riviste di Gramsci e di Gobetti. Così scrisse Luigi Einaudi sul “Corriere della Sera” del 14 ottobre 1922: “L’intellettualismo militante sembra essersi rifugiato a Torino nell’Ordine nuovo, senza dubbio il più dotto quotidiano dei partiti rossi, ed in qualche semiclandestino organo giovanile come il settimanale Rivoluzione liberale, sulle cui colonne i pochi giovani innamorati del liberalismo fanno le loro prime armi e, per disperazione dell’ambiente sordo in cui vivono, sono ridotti a fare all’amore con i comunisti dell’Ordine nuovo”. E’ la Torino luogo simbolo della storia del socialismo in Italia: è anche la città dove vive ed opera, in quegli anni, Carlo Rosselli. Il gruppo che si raccoglie intorno a Piero Gobetti è ben diverso da quelli comunisti. E’ un gruppo eterogeneo, che comprende tutte le varie gradazioni del liberalismo: vi sono liberali conservatori come Burzio e liberali salveminiani come Monti, giovani accademici come Sapegno, Fubini e Passerin d’Entrèves, letterati come Debenedetti, uomini politici come Nitti e Sturzo, giornalisti come Ansaldo, liberi scrittori come Guglielmo Alberti e Umberto Morra. 
Gli storici Francesco Traniello e Pietro Scoppola hanno notato come Gobetti, nella sua “Rivoluzione liberale”, proponga un primo tentativo “di tracciare un abbozzo della storia nazionale assumendo come referente centrale la figura dei partiti”: il partito diventa una visione del mondo, si fa portatore di proposte ideali, suscita energie intellettuali e morali, è una sorta di élite collettiva. Ma quel gruppo che si riconosceva nella rivista “Rivoluzione liberale” non diventa mai un partito, un movimento politico, piuttosto una tendenza, un modo di pensare, un insieme di idee che ha lasciato tracce un po’ ovunque. 
Si è parlato di “gobettismo culturale”, intendendo, cioè, la costruzione di una opposizione intellettuale di ampio respiro, in grado di ragionare sui tempi lunghi, di non fermarsi all’oggi, di ricostruire, innanzi tutto pedagogicamente, un terreno per l’azione di domani: un tessuto culturale prima e più che un orientamento politico. 
Gobetti si pone come centro motore, accende speranze e offre certezze a un’intera generazione. Così scriveva, infatti, Carlo Levi all’amico Natalino Sapegno dopo la scomparsa di Piero Gobetti: “Egli era veramente l’unità viva della nostra generazione”. 
Si riferiva alle classi medie da troppo chiuse nel proprio provincialismo culturale e nella propria mediocrità. Dialoga con il proletariato che non si lascia attrarre dalla demagogia populistica, critica il liberalismo trionfalistico di una certa tradizione idealistica, per apprezzare il liberalismo non conservatore di Luigi Einaudi. 
Suscitano più di un dubbio, dunque, recenti tentativi di screditare Gobetti in nome di una sensibilità acritica filocomunista, così come gli elogi della destra italiana interessata ad un presunto Gobetti meno liberale ma più incline al populismo. 
No, è difficile collocare Gobetti in una casella, in uno schieramento definito. Oggi ancor più di ieri. 
Norberto Bobbio ha più volte ricordato come non affievolisca l’interesse “per il giovane ideatore e propugnatore di un’immaginaria rivoluzione italiana, che non è stata in nessun luogo e non sarà in nessun tempo”. Eugenio Montale ci suggeriva il perché di un interesse costante: “…pur senza additarci un sistema e tanto meno un partito, Gobetti ci pone di fronte uno specchio dal quale ci discostiamo con fastidio o con orrore, a seconda della dilagante marea della mediocrità politica e intellettuale che ci riempie di tedio o di disgusto, di noia o di ribrezzo”. 
E ancora a Montale è ricorso anche Giovanni Spadolini: “quale sarebbe stata la posizione di Gobetti se fosse ancora sopravvissuto?”, si chiedeva l’allora presidente del Senato, affidando alle parole di Montale la risposta: “Gobetti era un fiore che non si era aperto del tutto. Una sola cosa mi pare certa: non avrebbe mai aderito ad ideologie dogmatiche, rifiutava qualunque approdo definitivo della storia”. 

19 Giugno 2001 
da Democrazia Repubblicana (http://www.democraziarepubblicana.org)


Destra, sinistra e la disputa su Gobetti

GLI AMICI SOSPETTI DEL LIBERALISMO

di PIERO OSTELLINO


Quando tutti si dicono liberali, il risultato è di ridurre il liberalismo a un vuoto contenitore dentro il quale ciascuno mette quello che vuole secondo le proprie convenienze politiche. E’ ciò che chiamerei «liberalismo convenzionale». Le celebrazioni per il centenario della nascita di Piero Gobetti, che tendono a trasformarlo, da sinistra, in una sorta di «santino» buono per tutti gli usi, ne sono un (cattivo) esempio. La tendenza, da destra, a identificare lo «Stato minimo» con lo Stato liberale, la proprietà privata e il mercato con le libertà politiche, ne è un altro esempio (non meno cattivo). Gobetti, in polemica sia col liberale Giolitti, sia col socialista Turati, identificava nel parlamentarismo del suo tempo il luogo della sterile mediazione politica. Da liberista, egli condannava (correttamente) le «astrattezze socializzatrici» di Marx economico, ma, da rivoluzionario, ne esaltava (erroneamente) le virtù politiche, rigeneratrici della stanca democrazia liberale. 
In realtà, se un merito aveva avuto storicamente Marx, che Gobetti non sembra aver capito, era stato di aver disancorato la fonte della legittimazione del potere politico dai cieli della metafisica (Dio) per (ri)portarla sulla terra (la natura del potere economico). E se un errore Marx ha politicamente commesso, la cui pericolosità il giovane intellettuale torinese non sembra aver avvertito, è stato proprio di aver irriso alla democrazia parlamentare. 
E’, infatti, in un Parlamento liberamente eletto, vincolato da un rapporto di rappresentanza con il corpo sociale e operante nel contesto di una Costituzione che si sostanzia il moderno liberalismo. Una Costituzione che non solo ne regoli la produzione delle leggi (principio di legalità , per il quale è legge tutto ciò che è prodotto secondo Costituzione, anche se questa è illiberale), ma che sovrintenda altresì alla tutela dei diritti e delle libertà individuali e collettive (principio di legalità e legittimità , per il quale è «buona legge» solo ciò che corrisponde anche a questi requisiti costituzionali). 
Storicamente, lo Stato liberale si è identificato, dunque, con la rule of law , c on il governo della legge, con lo Stato capace di imporre a tutti le regole del gioco. A sua volta, la proprietà privata, che ha rappresentato un rifugio contro l’arbitrio del Principe quando i diritti del cittadino non erano ancora garantiti istituzionalmente, non è, da sola, come dimostrano i Paesi autoritari a regime capitalista, garanzia «sufficiente» di libertà politica, né lo è il mercato, pur essendone entrambi condizione «necessaria». 
Il liberalismo è contrario allo Stato etico, ma non per questo è, può o deve essere, indifferente o neutrale di fronte all’esigenza di conferire un carattere di eticità alle scelte collettive, cioè alle politiche pubbliche. Esso è nemico dello statalismo, non dello Stato. E’ per il mercato, per la libera competizione economica, politica e sociale. Non per l’emarginazione dei più deboli (a differenza della «distruzione creativa» capitalistica). 
Il punto è se a decidere del nostro presente e del nostro futuro dobbiamo essere noi - cioè la Politica - o debba essere il Caso, la Mano invisibile del mercato, che è poi - come ha scritto l’ Economist , un giornale non sospetto di dirigismo - la mano visibilissima dei detentori del potere economico. E’ se dirsi liberali oggi sia, per i postcomunisti, solo un modo di vergognarsi d’essere stati comunisti e, per i neoliberali, una sorta di disimpegno sociale e morale. 
Il liberale non pretende, come il marxista o il cattolico, di cambiare il mondo, ma non è neppure tanto scettico da non ritenere che compito della Politica sia quello di limitare i danni, dove ciò sia umanamente possibile. Pur sapendo che la perfezione non è di questo mondo e che la sua ossessiva ricerca è l’alibi di tutti gli spiriti illiberali e di tutti gli autoritarismi e totalitarismi. 

Corriere della Sera
8 marzo 2001


PERSONAGGI Presentato a Torino il calendario delle commemorazioni. Seguiranno seminari, dibattiti, mostre e un convegno nazionale a novembre

Gobetti cent’anni dopo, il bello dell’intransigenza

DAL NOSTRO INVIATO 

TORINO - «Piero Gobetti compie cent’anni ma sembra quasi impossibile immaginarlo centenario anche perché il suo volto ci torna costantemente alla memoria (dalle fotografie come dai ritratti) con il volto da diciottenne». Con queste parole Marco Revelli ha presentato ieri a Torino (tra le poltrone rosse dell’Aula Magna del Rettorato) il calendario delle celebrazioni per il centenario della nascita di una delle figure più rappresentative della politica e della cultura del Novecento. Sottolineandone così, proprio in virtù di quel volto giovanile, i tratti della modernità e quasi a voler ulteriormente ribadire l’interesse per la figura e l’opera di un intellettuale che ha alimentato costantemente nel corso dell’intero dopoguerra studi, ricerche storiche, convegni, seminari, discussioni (come ha ricordato lo storico Nicola Tranfaglia, dell’Università di Torino). 
Insomma, Gobetti è un fenomeno che non accenna ad interrompersi e che anzi si sta diffondendo anche fuori dall’Italia, come testimoniano le recenti traduzioni francesi e americane della sua opera maggiore, «La rivoluzione liberale», e di altri scritti. Nell’aula si respirava anche quel salutare imbarazzo che si prova nel commemorare un intellettuale che non è facile catalogare e sarebbe scomodo anche oggi. In fondo non sarebbe stato un amante delle celebrazioni, così polemico com’era, così attento a cogliere gli stimoli della realtà sociale. Comunque, le manifestazioni sono state organizzate da un comitato che comprende, tra gli altri, il ministero dei Beni e attività culturali ed il Centro Studi Piero Gobetti di Torino. Si aprono - dopo una presentazione ufficiale del centenario della nascita alla Camera dei deputati - con una serie di seminari destinati a definire la complessità culturale della figura gobettiana e che seguono quello già realizzato nello scorso novembre su Leone Ginzburg. Insomma, va letto in un ampio contesto. Tre le figure al centro di questi incontri che cominceranno il 26 marzo: Guglielmo Alberti (a cui sarà dedicata anche una mostra fotografica), Mario Fubini e Sergio Solmi. A seguire una mostra aperta nelle sale dell’Archivio di Stato di Torino di quadri, disegni e documenti storici incentrati sui legami da Piero Gobetti e il pittore Felice Casorati. La figura dell’intellettuale complesso e impegnato torna protagonista nel convegno nazionale, previsto sempre a Torino per l’8 e il 9 novembre. È suddiviso in quattro sezioni: la figura intellettuale e morale, gli studi e le opere, Gobetti nel suo tempo, Gobetti dopo Gobetti. Conclude il ciclo di appuntamenti un altro convegno su «Piero e Ada Gobetti: due protagonisti della storia e della cultura del Novecento» promosso dall’Università degli Studi di Cassino. E c’è anche una pièce teatrale di Mauro Avogadro dal titolo «Nella tua breve esistenza», dedicata alla corrispondenza tra Piero e Ada. Lettere che Cesare Cases (sul Corriere della Sera di ieri) ha giudicato essenziali per capire la genesi del suo pensiero. Cases, anche lui ieri a Torino con un intervento pungente: ha polemizzato contro quelli che si sono limitati alla superficie gobettiana. 
Per finire il discorso delle celebrazioni, diremo che a contorno di seminari, incontri e mostre c’è tutta una serie di iniziative editoriali che porteranno, grazie all’impegno dell’Einaudi, alla pubblicazione entro quest’anno di tutte le opere di Gobetti, dal carteggio agli scritti teatrali. Né mancheranno una serie di manifestazioni rivolte alle scuole e all’attività del sito del Centro studi gobettiani (www.centrogobetti.it). Tutto aiuterà a confermare la modernità di Gobetti, anche se quel giovane con la faccia da liceale avrebbe, come si è detto, forse aborrito un anno di celebrazioni da centenario. 


Stefano Bucci

Corriere della Sera
2 marzo 2001 


Prof. Avv. Vincenzo Ferrari
GOBETTI: UN LIBERALE A TUTTO CAMPO
Relazione alla tavola rotonda sul tema: "Croce, Einaudi e Gobetti: ciò che li unì e ciò che li divise"
Bergamo, 21 novembre 1996

Qualche commento mi sarebbe sorto spontaneo ascoltando le parole di Compagna e Carrubba. In particolare, le ultime parole di Carrubba potrebbero essere tradotte in una formula detta molto bene da Bobbio: "il liberale privilegia i mezzi, il socialista privilegia i fini". Il liberale non teorizzerebbe mai il principio per cui il fine giustifica i mezzi, perché semmai sono i mezzi che giustificano i fini.

Venendo all'argomento, io mi concentrerò soltanto su Gobetti, come previsto, dicendo in apertura che questo nostro confronto è certamente opportuno. Lo sarebbe stato certamente anche vent’anni fa, ma allora, in fondo, non era sorprendente che ci si trovasse a parlare di questi argomenti. Ora invece la cosa sorprende ed è per questo che, appunto, l’evento è opportuno. Vi offro un dato: lunedì scorso, parlando ai 120-130 studenti della mia classe – primo anno di giurisprudenza – delle teorie del conflitto, rispettivamente marxista e liberale, ho fatto una serie di nomi, e il nome di Marx è l'unico che non è caduto nel vuoto totale. Al nome di Piero Gobetti ho creduto opportuno chiedere esplicitamente se qualcuno ne avesse mai sentito parlare e, come è successo a quel caporale della pubblicità di Repubblica quando chiede ai soldati "qualcuno usa il computer?", ho constatato che, appunto, non si alzava neppure una mano. La cosa è stata sorprendente perché, devo dire, vent'anni fa qualche mano si sarebbe alzata. È un dato significativo e vi è quindi una buona ragione sia per intervenire stasera, sia per dire: facciamoci paladini, soprattutto fra i più giovani, di qualche dato di storia patria che ci consenta di riprendere il discorso uscendo dalle trivialità in cui è caduto il dibattito politico in questo paese.

Dicevo che è particolarmente opportuno parlare di Gobetti e particolarmente di Gobetti liberale, perché si tratta di una di quelle figure che vengono continuamente rimosse dalla scena. I due relatori di questa sera non l'hanno fatto – ne sono loro grato – ma molti sono quelli che lo fanno. Gobetti è stato continuamente rimosso dai pensatori non liberali perché era un ospite assai scomodo, una specie di infiltrato che parlava un linguaggio sconosciuto in un ambiente in cui non si è mai troppo tollerato che si parlassero linguaggi diversi da quello ufficiale. Il nostro era infatti un liberale che parlava di liberalismo per gli operai. Questo, evidentemente, non poteva andar bene ad una mentalità – per dire – come quella di Palmiro Togliatti, incarnazione suprema del principio comunista classico secondo cui il fine giustifica i mezzi, qualunque mezzo. Né poteva andar bene anche ad un altro grande comunista che si è perso nelle nebbie della storia, affondato dai suoi stessi compagni, altro nome che nessuno dei miei studenti conosce: Amadeo Bordiga. Fondatore del Partito Comunista d'Italia, Bordiga spese parole acuminate contro Gobetti, perché un marxista determinista come lui non poteva gradire una voce tanto anomala che si rivolgeva al suo stesso pubblico. C'è stata l'eccezione di Gramsci, lo sappiamo. Gramsci e Gobetti hanno dei noti punti in comune, anche perché hanno in comune l’orientamento crociano, come tante volte si è detto.

Sia però detto una volta di più che Gobetti è stato soprattutto rimosso dai liberali, o meglio da coloro che si definiscono liberali: e ce ne sono tantissimi. Ciò che mi accomuna a Salvatore Carrubba è – credo – il ricordo di un tempo in cui eravamo pochissimi a proclamarci liberali, veramente pochissimi. Non era possibile proclamarsi liberali senza esporsi al rischio del pubblico dileggio. Coloro, poi, che come noi praticavano un liberalismo di minoranza nella minoranza dei liberali ufficiali, soffrivano di un isolamento politico e culturale pressoché completo. Oggi, invece, sono tutti liberali. Anche Bertinotti spezza delle lance, talora, a favore del pensiero liberale. Molte lance spezza Gianfranco Fini, che ha definito Mussolini "il più grande politico italiano del secolo XX". Insomma c'è una totalità di liberali, molti dei quali provengono dalle sedi più impreviste, incredibili e straordinarie. Ho dovuto polemizzare amichevolmente, ma duramente, con un caro collega, il neo-eletto on. Giorgio Rebuffa – ex comunista che proviene dalla Fgci, di cui è stato in tempi passati un rappresentante autorevole in Liguria – perché in un libro che ha fatto il giro d'Italia (La costituzione impossibile, Il Mulino) e che lo ha presentato al mondo come un costituzionalista "liberale" – ma in realtà è uno storico e sociologo del diritto – ha teorizzato cose che a me, come liberale, fanno un po’ venire i brividi. Per esempio, ha teorizzato il principio secondo cui esisterebbe una "continuità storica" tra il regime liberale, il regime fascista e il regime democratico: un’idea, questa, che trova chiare corrispondenze nelle analisi marxiste tradizionali ("liberalismo e fascismo sono le due facce della stessa medaglia", "la Democrazia Cristiana è il nuovo fascismo"), ma che, dal punto di vista della concezione liberale, è paradossale: in termini liberali mi pare che un regime il quale, per dire, proibisce i partiti politici offra un elemento di discontinuità qualitativa di altissimo rilievo rispetto a un regime che semmai soffre un po’ troppo della loro invadenza.

C'è una pletora di questi "liberali". Spesso provengono come Rebuffa da una posizione originaria marxista, come Lucio Colletti, per fare un nobile esempio. Anche costoro dunque rimuovono Gobetti, e per ben chiare ragioni. Hanno scoperto il liberalismo sulla via di Damasco. Con lunghissimo e grandissimo ritardo, si sono appropriati di alcuni elementari principi del liberalismo – per esempio il valore della proprietà privata che venticinque anni prima negavano – dimenticandosi però, solitamente, di tutti gli altri diritti di ispirazione e di formazione liberale. E ce ne sono tanti altri, perché il pensiero liberale da John Locke sino a Thomas H. Marshall ne ha teorizzati una ricca quantità. Il movimento dei diritti fondamentali, di purissima origine liberale, ha raggiunto – si dice – ormai la quinta generazione, e il "liberalismo dei possidenti" appartiene alla prima generazione, quella nobilissima ma pur sempre prima, dei meri diritti civili.

Quello che a me arreca maggior dolore, però, è vedere rimuovere Gobetti da parte di coloro che, sia pure su posizioni diverse da quelle che ho fatto mie nella vita, si sono sempre proclamati, e con ragione, liberali. Un esempio è quella persona degnissima che è Dino Cofrancesco, studioso illustre e serio con cui è sempre assai piacevole confrontarsi. Un altro esempio, tra gli altri, fonte per me di particolare dolore, è quello di Nicola Matteucci, che in fondo dovrebbe sentirsi accomunato a Gobetti proprio dal comune orientamento crociano. Da politologo, Matteucci scrive sul Giornale (quotidiano che esprime gli interessi di un monopolista, contrario quindi alla teoria economica liberale che è, come ben sappiamo, teoria della concorrenza) che "non raccomanderebbe mai a un giovane di leggere Gobetti se volesse farsi una cultura politica". Questo mi pare, purtroppo, un triste esempio di servilismo. Enzo Marzo gli ha risposto per le rime, in un bel saggio su Gobetti, dicendo che Matteucci fa bene a dire così perché i giovani cui si rivolge Il Giornale vengono educati sui testi di Evola piuttosto che su quelli dei pensatori liberali. Sarebbero quindi molto turbati se leggessero Gobetti. Invece, io credo che Gobetti vada, come è stato detto stasera, ricondotto tranquillamente all'alveo liberale, magari tenendo conto degli ardori giovanili di un giovane di ventiquattro-venticinque anni: ma in fondo neppure tanto, perché se leggiamo Gobetti attentamente come abbiamo fatto un po’ tutti negli anni della gioventù, ci imbattiamo in una persona straordinariamente più lucida, razionale, rigorosa, dei giovani della sua età. Ci sono in Gobetti, certo, ardori giovanili, come ci sono anche prese di posizione romantiche, talvolta, ma fondamentalmente il pensiero di Gobetti è di una sorprendente e razionale maturità.

Gobetti è liberale in tutti i sensi della parola. È liberale nella pratica e nella teorizzazione di quelle libertà che possiamo ritenere estensibili illimitatamente, come la libertà di coscienza: quelle libertà che possono estendersi all'infinito perché non urtano contro le libertà altrui. Estendendo al massimo la mia libertà di coscienza non violo né limito la libertà di coscienza del mio vicino. In questo senso Gobetti è liberale nel senso crociano della parola, nel senso della religione della libertà. È liberale nel senso della libertà intesa come principio fondativo di tutti gli altri principi che sovrintendono all’agire umano. È poi liberale anche per quanto riguarda le libertà non estensibili, quelle tante libertà che non possono estendersi all'infinito senza interferire nelle libertà altrui. Non posso sospingere la mia libertà di parola, per citare l’esempio più nobile, fino a diffamare la persona di cui parlo. Così pure, in un ambiente di risorse scarse, non posso estendere senza limiti la mia libertà di appropriarmi di beni materiali, se non appropriandomi di beni che potrebbero servire e spettare ad altri. Questa è la ragione fondamentale per cui libertà ed uguaglianza devono essere coordinate e in fondo sono, in teoria, la stessa cosa: l'unico modo sensato di stabilire una linea di demarcazione tra due soggetti che desiderino entrambi estendere al massimo libertà di questa natura è tracciare una linea mediana tra loro, trattarli in modo eguale.

Sotto questo profilo Gobetti è un liberale "milliano". John Stuart Mill è un personaggio che si dimentica continuamente. In questi anni di orgia liberale, o meglio liberistica, non ho mai udito un riferimento a Stuart Mill. Ora, Mill è l'autore di una teorizzazione liberale che va oltre il famoso saggio Sulla Libertà, ben noto a Piero Gobetti. I principi economici liberali di Stuart Mill si ritrovano per esempio in quei Principles of Political Economy, ai quali si riferirà Luigi Einaudi nell’affrontare una serie di problemi tra cui – ricordo sempre – quelli della tassazione delle successioni mortis causa: un argomento che Einaudi tratta con una severità al cui confronto la tassa sull'Europa di cui udiamo parlare in questi giorni fa quasi sorridere.

Gobetti è poi liberale anche per quello che riguarda le libertà economiche. Su questo punto occorre essere molto chiari. Scambiare Gobetti per un autore cripto-marxista, come sembra suggerire Matteucci, è assolutamente non rispettoso della verità storica, rilevabile dall’opera dell’autore e da ciò che egli scrive su La Rivoluzione liberale. Gobetti è strettamente collegato a Luigi Einaudi. Traduce, e trasforma in una concezione parzialmente diversa, l'insegnamento liberale e liberistico di Luigi Einaudi – Carrubba l'ha espresso molto bene – cioè la teoria normativa del mercato. Ricordo a questo proposito ciò che diceva Giovanni Malagodi (nella galleria dei liberali credo sarebbe anche il caso di occuparsi oggi dello stesso Malagodi, soprattutto delle sue aperture negli ultimi anni prima della scomparsa). Il mercato, diceva Malagodi, "va reso libero", e poi mantenuto libero. Ma rendere e mantenere libero il mercato esige un apparato di regole e di modalità applicative, volto non soltanto ad impedire l'eccessiva interferenza dello Stato – alcune interferenze dello Stato non possono essere evitate –, ma anche, sostanzialmente, ad impedire la formazione di quel regime che è opposto al regime di libero mercato, cioè il regime di monopolio economico. E dunque, constatare che l'orgia di "liberalismo" da cui siamo sommersi si confonde di fatto con gli interessi privati di un monopolista, per giunta un monopolista dell’informazione, non è oggi una cosa edificante. Lo dico freddamente, da teorico, perché in fondo le passioni politiche sono ormai talmente spente che non posso parlare che in questa veste accademica.

Vediamo brevemente i caratteri della concezione liberale di Gobetti. Mi pare che essa si caratterizzi per l'uso di un metodo critico fondato sull'intransigenza morale. Questo genere di critica viene rivolto da Gobetti essenzialmente contro il moderatismo politico. La sua è una critica antimoderata che lo conduce anche a commettere taluni errori di prospettiva. Per esempio, Gobetti non comprende fino in fondo alcune buone ragioni del socialismo riformistico, quelle che sono state, se vogliamo, anche le buone ragioni del liberalismo giolittiano e di tutto quello schieramento che, per esempio, non avrebbe voluto intervenire nella prima guerra mondiale ed invece è stato costretto a fare la guerra a causa della santa alleanza tra le ali estreme dello schieramento politico italiano. La battaglia contro il moderatismo ha portato Gobetti, talvolta, a non vedere esattamente quanto c'era di buono e innovativo anche in questo ambiente politico.

Ma la critica intransigente antimoderata di Gobetti è anche stata straordinariamente fertile, perché nel blocco moderato egli ha visto con lucidità ciò che è stato ben detto dai colleghi che mi hanno preceduto e che non ho, quindi, bisogno di ripetere in dettaglio. Valga soltanto il riferimento al Risorgimento senza eroi.

Gobetti muove alla borghesia italiana una critica che possiamo definire interna, mirante a denunciare le disarmonie tra premesse e conseguenze, tra proclamazioni di principi, liberali nella fattispecie, e applicazioni concrete. Una critica, soprattutto, rivolta contro quella concezione immobilistica che si traduce nella "eterna vocazione italiana al riposo": vizio di cui Mussolini sarà, ci dice Gobetti, il massimo interprete. Contro la vocazione al riposo, e in piena sintonia con Einaudi, Gobetti proclama il valore della lotta, e questo è profondamente liberale, molto più tipicamente liberale di quanto non sia marxista. Ricordiamo che la concezione marxista rappresenta la storia come un movimento caratterizzato bensì da lotte di classe, ma indirizzato purtuttavia alla costruzione "ineluttabile" di una società integrata, senza classi e senza conflitto. Invece il liberale, da Locke a Dahrendorf, vi dirà sempre che un fatto è ineliminabile in qualunque società: il conflitto. Questo è il punto che porta Gobetti – vedremo poi se con un errore di prospettiva o no – ad assumere le sue note posizioni nei confronti del movimento operaio. Di fronte ad una borghesia che presenta questi caratteri di immobilità, di fronte al blocco moderato, Gobetti individua nella classe operaia – che i liberali chiamerebbero oggi un ceto emergente – l'interprete di quel particolare momento storico, il protagonista di un progetto di rinnovamento sociale fondato sulle libertà. Questo è quello che vede Gobetti, formulando una previsione storica "debole" in quanto priva di carattere profetico. Vede giusto o vede sbagliato? Secondo me, in parte giusto e in parte sbagliato.

Innanzitutto si dovrà considerare, dal punto di vista del metodo e dei concetti, che il riferimento teorico di Gobetti è liberale e non marxista, anche se gli operai della Torino degli anni fra il ‘19 e il ‘21 sventolavano la bandiera rossa nelle fabbriche occupate. È, precisamente, un riferimento elitistico. Infatti le opere dedicate alle teorie elitistiche, se sono buone, dedicano a Gobetti almeno un capitolo in quanto "elitista di sinistra". Ebbene, la teoria elitistica Gobetti l'ha appresa da Gaetano Mosca, professore di diritto costituzionale e autore della teoria della classe politica e della formula politica. Negli stessi anni opera Vilfredo Pareto che teorizza un concetto simile, la circolazione delle élites. Sono autori che assumono posizioni politiche conservatrici, diverse da quelle di Gobetti, ma che ugualmente spezzano la dicotomia della visione marxista del conflitto, secondo la quale ci sono soltanto, l’un contro l’altra armati, il proletariato e la borghesia. Nella visione, chiamiamola pure operaistica se vogliamo, di Piero Gobetti, non c'è nulla che si richiami alla lotta di classe nel senso marxista del termine, né alla costruzione di una società fondata sulla dittatura del proletariato in transizione verso un'ipotetica società senza classi, né all'idea di uno Stato burocratico che avochi a sé tutti i poteri economici e politici, cioè uno Stato monopolista e dirigista. E dunque, parlare di criptocomunismo nei confronti di questa dottrina è palesemente fuori luogo.

Se poi Gobetti abbia visto giusto o sbagliato nella sua previsione storica, come ho detto poco fa, è questione aperta. A mio modo di vedere, il movimento operaio, quello italiano in particolare, ha interpretato per molto tempo e sotto molti profili un ruolo decisamente innovatore. Ricordo che un grande autore, che ascriverei al pensiero liberale più che a quello socialista, Otto Kahn-Freund, ebreo tedesco che si è rifugiato in Inghilterra per sfuggire alle persecuzioni naziste e oltre Manica ha niente meno che fondato, si può ben dire, il diritto del lavoro inglese, parlava dello "Statuto dei lavoratori" italiano come del "massimo strumento di tutela liberale dei lavoratori che si sia visto in qualunque luogo". E quello fu uno strumento certamente innovatore, propiziato da lotte sindacali che non sarebbero dispiaciute a Gobetti. Questo ruolo innovativo del movimento operaio, tuttavia, si è molto affievolito e non soltanto perché la classe operaia si sia così fortemente ridotta in termini percentuali. Da da una ventina d'anni la sua influenza è rifluita drammaticamente. Di fatto, vediamo oggi il movimento sindacale erigersi a tutela di un sistema di relazioni industriali che sta scomparendo, il sistema del lavoro subordinato concentrato, a tempo indeterminato, supergarantito, tayloristico, protetto in tutte le sue articolazioni e manifestazioni; ed in compenso ignorare che accanto a questo lavoro c'è un mare magnum di lavoro spezzettato, decentrato, e purtroppo nero o trasferito nel Terzo e nel Quarto mondo (dovè, ovviamente, non meno nero). A parole il sindacato dichiara di conoscere queste realtà, ma alla resa dei conti favorisce, come si dice spesso, gli insiders a tutto svantaggio degli outsiders. Ciò dispiace se si ricorda la creatività che caratterizzava molte proposte del movimento operaio di venti, trenta, cinquant'anni fa. Diciamo pure che negli ultimi vent'anni il sindacato in Italia ha svolto oggettivamente un ruolo conservatore, per quanto a me pare.

Termino questo intervento ponendomi un problema, che va alla radice del nostro dibattito. Gobetti è stato continuamente accostato a Benedetto Croce, come lo è stato anche Gramsci: sono quegli autori che hanno assorbito sino in fondo la grande lezione crociana, che è estremamente suggestiva e articolata. Compagna ha ricordato poco fa il distacco con cui Croce guardava al diritto. Vorrei qui osservare incidentalmente che, pur con questo distacco, Croce è riuscito a fare una cosa straordinaria, lui antisociologo (ma in realtà era un antisociologo che per primo ha suggerito di pubblicare Max Weber in Italia), allorché ha ricondotto il diritto alla sfera dell'economia ponendo le basi per un'analisi non formalista del diritto, non lontana da quella sociologica. La lezione di Croce, anche per chi non voglia accettare i presupposti idealistici del suo pensiero, è stata talmente preponderante che tutti ne hanno risentito. E Gobetti in modo particolare. Qui però vorrei sottolineare un punto che da sempre mi sta a cuore: che tipo di idealismo è quello di Gobetti? A me pare che sia, mi si perdoni l'ossimoro, un idealismo realistico o, se vogliamo, deontico. Non è infatti l'idealismo del filosofo puro che, muovendo dal suo punto di vista gnoseologico, ritiene che la realtà non solo debba essere conosciuta e spiegata a partire dal concetto pensato, ma che altresì aderisca al concetto astratto, e su questa base pretende con superbia di descrivere il futuro che "certamente" verrà. Piuttosto, quello di Gobetti mi pare l’idealismo di chi rivendica la necessità – etica – che alla proclamazione dei principi faccia seguito una coerente applicazione dei medesimi, un'azione concreta non contrastante. Ora, se questo modo di pensare sia idealistico o no, può essere persino dubbio: in fondo è poi lo stesso modo di ragionare dei giusnaturalisti d'ispirazione liberale, o del giovane Marx, il Marx, per così dire, "premarxista" che denunciava il distacco della prassi dai principi. È il metodo che consiste nella comparazione della realtà concreta ad un modello ideale che funge da guida dell’azione: ed è questo il metodo al quale tanto Gobetti quanto Einaudi prestano grande attenzione. Se si legge Gobetti, vi si trovano pagine di lucidissimo realismo. Quello che Gobetti rifiuta è infatti il "falso realismo", il realismo mistificante che occulta la percezione della realtà: e con esso, "l’idolatria del fatto compiuto", che giustifica tale occultamento e il tradimento del modello-guida. Ciò, a parer mio, colloca Gobetti metaforicamente fra Croce ed Einaudi sul piano del metodo oltre che, come è stato detto prima di me, su una posizione diversa da entrambi nell’orientamento politico concreto: orientamento, come ha ricordato Carrubba, si è chiuso a venticinque anni. Ora, se penso, io che valgo infinitamente meno di Gobetti, quante cose sono cambiate nella mia mente dai venticinque anni sino agli attuali cinquantacinque avanzati, credo che non sia neppure serio porsi il quesito di che cosa sarebbe diventato nell’arena politica di oggi. Non lo so, francamente. L'unica cosa di cui posso dirmi sicuro, per quanto abbia molto amato Sandro Pertini che avanzò questa ipotesi durante la sua visita alla tomba parigina del "Père Lachaise", è che Gobetti non sarebbe diventato "repubblicano", nel senso formale del Pri. Anche se quell'eredità di pensiero democratico era ed è comune a spiriti di grande nobiltà, non credo proprio che fosse sulla stessa lunghezza d'onda di Gobetti. 

È tutto ! Grazie.

da: http://www.bergamoliberale.org


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