Questo processo ebbe immediate ripercussioni sulla pianificazione strategica della NATO. A partire dall’inizio degli anni Ottanta, nei documenti e nei comunicati ufficiali compariva una dicitura che, pur riconoscendo che scopo della NATO era la salvaguardia della sicurezza dell’area nord-atlantica, avvertiva che "gli sviluppi in atto al di fuori di tale area potrebbero minacciare gli interessi vitali dei membri dell’alleanza”. Le politiche di allargamento dell’azione dell’alleanza si manifestano lungo tutti gli anni ’80, e già si iniziarono a delineare gli interventi-tipo delle guerre combattute nel Golfo Persico nel 1991 e sui cieli della Federazione Jugoslava nel 1999.
La guerra fredda aveva fino ad allora congelato la prospettiva di un uso reale della forza militare. Come sostenne candidamente Madaleine
Albright, polemizzando con Colin Powell, nel corso dei bombardamenti sulla Serbia:
"What 's the point of having this superb military that you've always been talking
about, if we can't use it?". Un potere che non si può esercitare non è un vero potere.
L’ordinismo americano venne espresso a chiare lettere da George Bush Senior durante la guerra del Golfo. Mentre le bombe cadevano su Baghdad, Bush annunciò orgogliosamente lo slogan del Nuovo Ordine Mondiale:
"What we say goes", ossia "si fa quello che diciamo noi".
La guerra contro l’Iraq costituisce un tassello della politica statunitense di colonizzazione mediorientale. Quella che venne definita da Eisenhower “l’area strategicamente più importante del mondo” costituì negli anni della guerra fredda un obiettivo che gli Stati Uniti intendevano tenere per sé e per l’alleato inglese. Espulse dalla regione la Francia e la Gran Bretagna con la guerra del Golfo, gli USA sono riusciti negli anni ’90 ad estendere l'applicazione della dottrina Monroe al Medio Oriente. La dottrina
Monroe, concepita per il Sud America, si basa sul "semplice egoismo", spiegò in privato il segretario di Stato dell’amministrazione Woodrow Wilson, e nel sostenerla gli Stati Uniti "badano ai propri interessi. L'integrità di altre nazioni americane è un caso fortuito, non un fine". Il presidente ne convenne, aggiungendo che sarebbe stato "imprudente" mettere il pubblico a parte del segreto. Applicata al Medio Oriente, la dottrina Monroe avrebbe portato al controllo unilaterale delle regioni produttrici di petrolio.
Per il raggiungimento di questo obiettivo di enorme importanza economica, gli USA ereditarono la concezione strategica della regione della Gran
Bretegna. Il grande potere doveva essere gestito da amministratori locali, dittature familiari deboli e dipendenti. Queste dittature costituiscono quello che gli inglesi chiamavano la "facciata araba", edificata per consentire a Londra di governare dietro finzioni costituzionali dopo aver concesso una garanzia di indipendenza puramente nominale. La "facciata" viene protetta da gendarmi locali per mantenere l'ordine. La forza statunitense e britannica rimane solo sullo sfondo. A questo punto è necessario sottolineare il ruolo decisivo che giocò Israele per gli USA. Dopo la grande vittoria nel 1948, Israele acquistò forza sempre maggiore nella regione. Il potere crescente del nuovo Stato israeliano venne prontamente notato da parte americana e si concluse che Israele sarebbe potuto diventare lo strumento principale per acquisire un controllo della regione mediorientale. Alla fine degli anni ’50, gli Stati Uniti iniziarono a “sostenere Israele come unica forte potenza filo-occidentale in Medio Oriente".26 Israele confermò la tesi americana a più riprese: nel 1967 provocò perdite durissime all’Egitto, che minacciava la “facciata” e nel 1970 sconfisse la minaccia siriana alla Giordania evitando una crisi petrolifera. Nell’amministrazione Nixon la tesi filoisraeliana trovò la sua collocazione naturale. E’ del ministro della difesa Melvin Laird l’affermazione secondo la quale gli Stati Uniti non potevano "più interpretare il ruolo di poliziotto mondiale e si attendevano che altre nazioni fornissero più di un poliziotto per perlustrare i propri quartieri". All’interno del quadro mondiale a egemonia statunitense altri Paesi amici avrebbero dovuto perseguire specifici interessi regionali. Vari Stati diventano in questa concezione strategica fiduciari del potere. Gli alleati devono dimostrare fedeltà ed osservare le regole. Se serve devono sapere usare il “pugno di ferro” per garantire la stabilità. Chiaro che in questa concezione rientrano solo alcuni amministratori locali. Gli abitanti dei sobborghi libanesi o della periferia di Gerusalemme non hanno né ricchezza né potere, quindi non hanno diritti e i loro interessi sono "un incidente, non un fine". Nel caso dei palestinesi, essi non solo non hanno diritti ma addirittura sono un fastidio. Se si sgombrasse il campo dalla questione palestinese, si potrebbe attivare un sistema di relazioni tra gli alleati ed estenderlo, incorporando anche gli altri paesi in un sistema regionale dominato dagli Stati Uniti in quella che rimane "l’area strategicamente più importante del mondo". Questa è sempre stata anche la logica ultima del processo di pace israeliano palestinese.
E’ importante rilevare, anche a costo di andare contro una idea preconcetta, che per gli Stati Uniti la guerra fredda non è stata la considerazione principale. Quanto meno, non l’unica.(27) Il passaggio dal fronte sovietico a quello mediorientale è stato rapido. Nel 1990, la Casa Bianca presentò un rapporto al Congresso per spiegare perché il budget del Pentagono doveva venire mantenuto al suo colossale livello. Era il primo rapporto dopo la caduta del muro di Berlino e concludeva che la tecnologia sempre più sofisticata avrebbe richiesto fondi sempre maggiori. Per la questione mediorientale affermava che gli Stati Uniti avrebbero dovuto mantenere le proprie forze allertate visto "l'affidamento che il mondo libero fa sulle riserve di energia che si trovano in questa regione chiave". Già nel 1991, gli USA potevano raggiungere i propri obiettivi strategici senza minare le iniziative diplomatiche, come Washington aveva fatto per 20 anni. L'Unione Sovietica era scomparsa, e con essa veniva meno lo spazio per il non allineamento, un fatto di grande importanza per le vicende mondiali, che ha ricevuto scarsa attenzione in occidente ma è stato accolto con non lieve apprensione nel terzo mondo.
La novità geopolitica primaria, che non ha precedenti comparabili nella situazione esistente durante l’età del sistema dell’equilibrio, fra Westfalia e Sarajevo, consiste essenzialmente nel fatto, inaudito, della dissoluzione dell’URSS. Tale circostanza ha provocato un terremoto geopolitico strutturale che né la Prima né la Seconda guerra mondiale, né la rivoluzione bolscevica, erano riuscite a provocare, perché ha sgretolato anche l’impero russo, il cui processo di formazione era durato oltre quattro secoli. Questa straordinaria tempesta ha travolto i parametri analitici tradizionali del Continente europeo, a partire da quelli istituzionali, aprendo la strada a nuove considerazioni sulle frontiere dell’Europa.(28)
Durante la guerra fredda il processo di integrazione europea si era sviluppato all’ombra del sistema bipolare. Alla caduta del Muro, l’Europa non è più, almeno sulla carta, un campo di battaglia e ai Paesi europei vengono riconsegnati i loro rispettivi pesi di potenza economici, politici e militari. Questo è riscontrabile anche nelle ricadute sui cicli politici interni delle singole storie nazionali.
La riunificazione tedesca è stata nello stesso tempo un grande vantaggio per la Germania e per l’Europa e il primo implicito passo dell’allargamento della NATO ad est. Da estremo baluardo occidentale del sistema bipolare, la Germania riguadagna una posizione centrale nello scenario europeo. I riflessi della riunificazione tedesca hanno mutato il clima del processo di integrazione europea, riequilibrando ad Est e a Nord l’UE ed aprendo la strada ad un’Europa nella quale la Germania eserciti una notevole influenza.
Da parte tedesca è sempre più complesso mantenere un equilibrio tra ruolo nazionale (riconoscimento di Slovenia e Croazia), ruolo europeo (l’idea della
"Kerneuropa" franco-tedesca) e ruolo atlantico (sostegno all’allargamento). E’ molto interessante il ruolo della Germania nello scenario politico europeo. Berlino sta tentando di sviluppare una nuova Ostpolitik che consenta, senza distruggere la
Westpolitik, di porre le basi della leadership tedesca in un’Europa allargata. Il procedere parallelo dell’Ostpolitik e della Westpolitik è evidente, e l’iper-atlantismo tedesco è spiegato proprio da questa duplice necessità: allargamento e consolidamento. Questi due obiettivi sono poi quelli che la Germania è riuscita ad imporre all’UE, portando ad un punto delicato l’alleanza franco-tedesca per la guida dell’Unione.
La fine del sistema europeo degli Stati nel 1945 e la fine del sistema mondiale bipolare nel 1989 rappresentano dunque due tappe cruciali del processo di
globalizzazione. La Seconda guerra mondiale, determinando la sconfitta della Germania, la perdita dell'indipendenza degli Stati nazionali e la formazione del sistema mondiale degli Stati, ha spazzato via il sistema europeo, che intralciava il libero sviluppo dei rapporti di produzione e di scambio al di là dei confini tra gli Stati. Il crollo del blocco socialista ha fatto cadere gli ostacoli politici che si opponevano alla piena affermazione dell'economia di mercato sul piano mondiale. La fine dell'ordine bipolare e della guerra fredda e la conseguente convergenza delle ragioni di Stato delle più grandi potenze che reggono le sorti del mondo hanno rimosso le barriere politiche che impedivano il pieno dispiegarsi della
globalizzazione.
Si può ragionevolmente sostenere infatti che la mondializzazione dell’economia, dei saperi, della tecnologia e della comunicazione sia stata una delle concause del crollo del Muro di Berlino. Il mondo diviso non era che l’ultima negazione in termini del mondo globale, l’unico grande ostacolo alla definitiva colonizzazione economico-culturale di ogni terra disponibile. Il processo
globalizzante, nella sua logica evolutiva, ha ingoiato ogni precedente forma di organizzazione dei poteri che potesse ostacolarlo. E’ interessante osservare come i più grandi sviluppi degli strumenti della globalizzazione siano stati attuati o siano entrati realmente in funzione solo dopo la fine della guerra fredda. I computer servivano per la difesa e le uniche reti telematiche esistenti erano reti nazionali, che collegavano fra di loro alcune università e le sedi militari. Internet così come la conosciamo oggi non sarebbe mai potuta esistere in piena guerra fredda. La sua natura decentralizzata, difficile da controllare e potenzialmente rischiosa per le sicurezze nazionali (pensiamo agli archivi pubblici e privati) l’avrebbe resa un pericolo, tanto per gli Usa quanto per l’Urss.
Le nuove tecnologie,
la società dell’informazione e il ruolo dei mass media
I mezzi di comunicazione di massa hanno un potere molto grande nella società moderna: essi determinano stili, generano mode, impongono modelli e influenzano il processo di nascita delle maggioranze politiche. Come teorizzò McLuhan negli anni sessanta, “il medium è il messaggio” essendo in grado di creare atteggiamenti psicologici, indurre comportamenti e contribuire a formare la mentalità di chi riceve.
Con i nuovi media portati dall’innovazione tecnologica stiamo assistendo ad un fenomeno tanto nuovo quanto curioso: la tecnica crea veicoli di capienza enorme senza sapere ancora quali contenuti dovranno veicolare: “il medium ormai precede il messaggio”.(29)
Come sempre nella storia allo sviluppo di ogni innovazione, le nuove tecnologie dell’informazione e della comunicazione suscitano aspettative e preoccupazioni.
Racconta Platone nel Fedro che quando Ermes, presunto inventore della scrittura, presentò la sua invenzione al Faraone Thamus, questi elogiò la nuova tecnica che consentiva al genere umano di ricordare ciò che altrimenti avrebbero dimenticato. Ma il Faraone non si mostrò soddisfatto. "Mio abile Theut, egli disse, la memoria è un grande dono che va mantenuto vivo con il continuo esercizio. Con la tua invenzione la gente non si sentirà più obbligata ad esercitare la memoria. Essi non ricorderanno più le cose grazie al loro impegno, ma solo per la mera potenza di un dispositivo esterno". Noi possiamo capire la preoccupazione del Faraone. Lo scrivere, come ogni altro nuovo dispositivo tecnologico, può indebolire le capacità umane che sostituisce, così come le automobili ci rendono meno allenati a camminare. Lo scrivere era pericoloso perché indeboliva i poteri della mente umana offrendo agli uomini un’anima pietrificata, una caricatura della mente, una memoria minerale. […] Ai nostri giorni nessuno ha più queste preoccupazioni, per due semplici ragioni. Prima di tutto, noi sappiamo che i libri non sono uno strumento che pensa al nostro posto; al contrario essi stimolano ulteriori idee. […] In secondo luogo, se una volta la gente aveva bisogno di esercitare la memoria per ricordare le cose, dopo l’invenzione della scrittura deve esercitare la memoria per ricordare ciò che è scritto nei libri.
I libri stimolano e rinforzano la memoria, non la narcotizzano. In ogni modo il Faraone stava manifestando una paura eterna: la paura che ogni nuova acquisizione tecnologica possa eliminare qualcosa che noi consideriamo prezioso, proficuo, qualcosa che rappresenta per noi un valore in sé, e con un profondo significato spirituale. E’ come se il Faraone avesse puntato il dito prima verso una superficie scritta, poi verso una ideale immagine della memoria umana e avesse detto: “Questo ti ucciderà”. Più di mille anni dopo Victor Hugo in "Notre dame de Paris" ci mostra un sacerdote, Claude Frollo, che punta il suo dito prima verso un libro, poi verso le torri e le immagini della sua amata cattedrale dicendo: “Questo la ucciderà”. (Il libro ucciderà la Cattedrale, l’alfabeto ucciderà le immagini.) La storia di Notre Dame de Paris si svolge nel XV secolo, poco dopo l’invenzione della stampa. Prima i manoscritti erano riservati ad una ristretta élite di letterati, ma i soli strumenti per insegnare alle masse le storie della Bibbia, la vita di Cristo e dei Santi, i principi della morale, gli avvenimenti della storia nazionale o le più elementari nozioni di geografia e di storia naturale, i popoli sconosciuti e le virtù delle erbe e delle pietre, erano fornite dalle immagini della cattedrale. Una cattedrale medioevale era come un programma televisivo permanente ed immutabile che forniva al popolo le nozioni indispensabili per la vita di tutti i giorni e per la salvezza dell’anima. Il libro avrebbe distratto la gente dai valori più importanti, incoraggiando l’apprendimento di nozioni non essenziali, la libera interpretazione della Scrittura, e curiosità
insane.(30)
La tendenza attuale è quella di puntare il dito sulle nuove tecnologie, poi verso un libro e dire: “Questo ti ucciderà”. Già negli anni sessanta, alcuni sociologi fra cui Marshall
McLuhan(31), osservavano la fine del pensiero lineare, nato con l’invenzione della stampa, cui si stava sostituendo un modo di pensare basato sull’immagine televisiva e mass mediologica più in generale. La nascita di una società orientata sulle immagini causava il declino della letteratura. Negli stessi anni, quasi sotto profilo, nascevano e si sviluppavano i computer, le tecnologie informatiche e le reti telematiche. Per le proprie caratteristiche, le tecnologie informatiche non sono assimilabili ai precedenti media. Alcuni critici, ad esempio, sottolineano il ritorno alla scrittura, alla “Galassia Gutenberg”, che l’email, la chat e internet hanno determinato. Le nuove tecnologie dell’informazione e della comunicazione (ICT) sembrano contenere le caratteristiche di diversi media e coprire funzionalità del tutto diverse.
Collins(32) osserva come, con il convergere delle nuove ICT, la tradizionale distinzione fra media "di trasporto" (telefono, fax, posta) e media "di contenuto" (televisione, radio, stampa, cinema, libri), vada progressivamente perdendo di significato.
Burgelman(33) ritiene inoltre che internet e le ICT non possano essere paragonate a un medium tradizionale e propone una dicotomia fra information technologies e distribution technologies, che corrisponde a quella fra ICT da un lato e media tradizionali dall'altro. Le prime consentirebbero la trasmissione bidirezionale di informazioni libere da impostazioni culturali e ideologiche. Le ICT si distinguerebbero così dalle tecnologie mediatiche tradizionali che realizzano una distribuzione monodirezionale di forme simboliche.
La distinzione però non soddisfa per diverse ragioni. Il World Wide Web, una delle componenti principali di internet, è monodirezionale. E’ sempre più evidente che la rete non può essere considerata un unico mezzo di comunicazione, bensì un sistema integrato di diversi media. Questo perché le sue diverse componenti (Web, email, chat, newsgroups) realizzano modelli comunicativi ben distinti. In particolare, va evitato l'equivoco comune di confondere il Web con Internet, che di questo è solo la componente più nota.
La classificazione delle tipologie di internet fatta da Morris e Ogan(34) è in questo senso molto interessante. I due studiosi distinguono quattro modalità di comunicazione:
1. Email. Comunicazione asincrona in cui la relazione fra emittente e ricevente è "uno verso uno".
2. Usenet, BBS, newsgroup, list servers. Comunicazione asincrona "molti verso molti".
3. Chat, MUD. Comunicazione sincrona che può essere sia "uno verso uno" che "uno verso molti".
4. World Wide Web, FTP. Comunicazione asincrona che può essere "uno verso uno”, "uno verso molti" e "molti verso uno".
Per comprendere il significato di queste distinzioni rispetto ai media tradizionali, si può fare riferimento alla tipologia di traffico delle informazioni di
McQuail(35). In questa classificazione i mass media tradizionali sono distinti in base a chi fornisce l'informazione e chi decide il momento e il contenuto della comunicazione. Le quattro modalità sono:
1. Televisione, Radio. Fornitura e decisione centrali.
2. Libri, giornali, supporti multimediali. Fornitura centrale, decisione individuale.
3. Database anagrafici, sorveglianza elettronica. Fornitura individuale, decisione centrale.
4. Telefono. Fornitura e decisione individuali.
Solo l’email e il Web si possono inserire in questa classificazione, rispettivamente ai punti 4 e 2. Queste due componenti di internet sono infatti le più usate e conosciute perché corrispondono a modelli di comunicazione consolidati. Le vere novità nel campo comunicativo introdotte da internet sono la chat, un luogo di incontro simultaneo fra due o più persone e le bacheche elettroniche come BBS, Usenet o i newsgroups.
E’ indubbio che il potenziale rivoluzionario di internet sia alto. Il potere di far sentire la propria voce agli alti livelli senza fare parte dei canali governativi è estremamente importante. Basti pensare all’esempio di Jody Williams, premio Nobel per la Pace nel 1997. Per portare il mondo a conoscenza del problema delle mine anti-uomo la Williams ha creato un movimento internazionale grazie all’uso dell’email. La sua voce si è propagata nei cinque continenti a costi e sforzi decisamente bassi.
La nascita di internet è stata accompagnata da sostenitori e detrattori. Nell’immaginario collettivo, gli entusiasmi sembrano prevalere; sempre più frequentemente viene descritta l’immagine di una rivoluzione informatica dai nuovi profeti digitali, il più famoso dei quali è Nicholas Negroponte che prospetta l’avvento di una tecnocrazia post fordista.
Mentre i politici lottano con il fardello della storia, una nuova generazione sta emergendo dal paesaggio digitale, libera da molti dei vecchi pregiudizi. Questi ragazzi sono affrancati dalla limitazione della prossimità geografica, finora unica base per l'amicizia, la collaborazione, il gioco e il vicinato. La tecnologia digitale può essere una forza naturale che guida la gente verso una più grande armonia
mondiale.(36)
Negroponte evoca il mito della società dell'informazione. L’idea nasce dal sociologo americano Daniel Bell, autore della tesi della fine delle ideologie e dell'avvento della società post industriale. Il mito della società dell’informazione, che si sviluppa poi in Giappone negli anni ottanta, prevede un sistema in cui l'informazione è la principale risorsa a danno della produzione
industriale.(37)
La conseguenza istituzionale della società dell’informazione è la democrazia elettronica.
Street(38) la descrive come la concretizzazione della democrazia diretta e partecipativa, una agorà digitale in cui i cittadini potranno informarsi, partecipare alle decisioni politiche e votere dal salotto di casa. Internet, grazie alla sua struttura decentralizzata e immateriale è la tecnologia che permetterà la realizzazione della democrazia elettronica.
Le critiche alla teoria della società dell’informazione e alla democrazia elettronica non mancano. In una intervista a Wired, la Bibbia del mondo digitale sulla quale scrive anche Negroponte, Umberto Eco osserva:
C'è il rischio di andare verso un 1984 telematico, nel quale i sudditi di Orwell sono rappresentati da masse passive, teledipendenti, che non hanno nessun accesso a questo nuovo strumento e che non saprebbero come usarlo se mai lo volessero. Sopra di loro, ovviamente, ci sarà una piccola borghesia di utenti passivi: impiegati, addetti ai banchi delle linee aeree. Ed infine ci saranno i padroni del gioco, la nomenklatura nel senso sovietico del termine. Questa non avrà nulla a che vedere con il classico concetto di classe, quello marxista: i componenti la nomenklatura saranno allo stesso modo hackers che vivono ai margini della società e ricchi dirigenti. Ma essi avranno una caratteristica in comune: la conoscenza che consente il
controllo.(39)
L’unica soluzione a questo scenario di un controllo elitario, è per Eco, il raggiungimento della “utopia possibile di una nomenklatura di massa”: l’alfabetizzazione elettronica generale.
Questa critica del semiologo italiano rientra in quelle che vengono definite le distopie dell’informazione ovvero l’insieme delle trasposizioni sociologiche dell’intuizione di Orwell. L’immagine di un Grande Fratello globale è sempre più concreta. Street sottolinea il pericolo di un establishment in grado di utilizzare tutte le informazioni sugli elettori per poter predire il loro voto. Con lo stesso sistema, secondo
Rheingold (40), il potere economico può trasformare la rete in un enorme supermercato, controllando in tempo reale le scelte dei consumatori e adeguando la produzione just in time. Prospettive ancora più inquietanti si fanno avanti con
Webster (41) che paragona la rete al Panopticon di Jeremy Benthan, un edificio-prigione immaginato nel Settecento in modo tale da consentire di controllare visivamente da un unico punto tutti i reclusi.
Le distopie dell’informazione condividono però con le utopie dell’informazione che criticano un ingenuo tecnocentrismo del mondo, la convinzione visionaria che solo la tecnologia possa generare mutamenti sociali di ampia portata.
Nonostante ciò, su un punto di grande importanza le critiche hanno indubbiamente ragione: la commercializzazione di internet, in pieno svolgimento, cambierà significativamente le peculiarità della rete, dissolvendo gran parte del potenziale democratico originariamente attribuitole.
Golding (42) fa notare che anche in passato questo si verificò, quando i primi giornali o le radio libere vennero presto sostituite dalle grandi corporations dell’informazione, influenzate dal potere politico e operanti secondo i principi del mercato. Anche Douglas43 fa lo stesso ragionamento ricordando come la tecnologia radiofonica sembrava inizialmente poter abbattere le distanze, favorire la comunicazione fra i popoli e la loro mutua comprensione, creare comunità di sentimenti e interessi, far superare fobie, debolezze e sospetti creati dall'isolamento, e portare in definitiva a un mondo migliore. Tuttavia, dopo un'iniziale diffidenza, le grandi compagnie del telegrafo capirono l'affare ed estromisero le associazioni degli appassionati dallo sviluppo del nuovo medium. Nacquero così le prime stazioni radiofoniche e con esse il modello di comunicazione di massa dominante, oggi riprodotto dalla televisione e presto adattabile ad internet. In pochi anni, infatti, i siti commerciali sono diventati di gran lunga più diffusi di quelli universitari e non profit, che nei primi anni della rete erano largamente maggioritari.
Inoltre, la società dell’accesso teorizzata da Rifkin è ben lontata. Come già notato da Eco e da Golding, nel mondo occidentale le persone meno abbienti non hanno la possibilità di accedere alla rete e a livello mondiale la maggioranza della popolazione non ha neppure un semplice collegamento telefonico.
Si è sviluppato poi un generale dibattito sull’equazione "sapere uguale potere" di Eco e altri intellettuali.
Winner (44) ritiene che l’affermazione sia fuorviante perché una democrazia compiuta richiede non solo informazione, ma anche una comunità di persone disponibili a confrontarsi. Alle ipotesi di non raggiungibilità della democrazia elettronica si rifà la teoria del postmodernismo, che considera utopistico anche l'intero progetto del ripristino della sfera pubblica in cui si realizzi “l'azione comunicativa ideale”(45), in virtù della quale tutti i soggetti di una società democratica discutono su come pervenire al bene comune.
Il postmodernismo ha generato la teoria poststrutturalista, secondo la quale il sovraccarico informativo prodotto dai media compromette la capacità delle persone di ricostruire il senso complessivo di una realtà sempre più complessa e frammentata. Secondo
Baudrillard (46) la super-proliferazione dei segni da parte dei media avrebbe infatti minato l'ordine simbolico tradizionale, fatto di gerarchie, classificazioni e distinzioni. In un processo di continuo rimescolamento di segni, codici e linguaggi, l'originale si confonde con le riproduzioni e le imitazioni, la cultura alta con la cultura popolare, le fonti autorevoli con le voci metropolitane, la comunicazione politica con la propaganda e l'informazione con la pubblicità.
Ad opera dei mass media i segni, le parole e le immagini vengono svuotati dei significati originari, acquisendo infiniti significati possibili.
Fiske (47) osserva, ad esempio, come la popstar Madonna sia divenuta un'icona mediale il cui nome e crocefisso al collo connotano tutto fuorché il significato religioso originario. Simile considerazione si può fare in merito all'effigie di Che Guevara, riprodotta su magliette, orologi e altri oggetti all'infinito nel progressivo affievolirsi del legame fra essa e la persona cui apparteneva.
Sempre secondo Baudrillard, la conseguenza della pervasività dei media è che la realtà viene sostituita dalla sua rappresentazione mediale, creando una iper-realtà in cui vengono meno i referenti simbolici tradizionali.
In questo scenario diventa cruciale, secondo Ang (48), la competenza semiotica, cioè la capacità di attribuire significato ai segni che ci circondano: il livello d'istruzione e la familiarità con le nuove tecnologie determineranno diversi livelli di questa competenza. Il problema diventa allora quello che Eco chiama della "decodifica aberrante”: maggiore è la distanza socioculturale tra i soggetti che comunicano, minore è la condivisione del senso e più probabile diviene che un messaggio venga interpretato in modo diverso dalle intenzioni di chi lo ha codificato.
Il postmodernismo, con Fiske e Ang, rivoluziona anche su questo le cose sostenendo che la decodifica aberrante è in realtà una interpretazione attiva che può arricchire anziché escludere le persone. Il linguista Noam Chomsky osserva invece come spesso le persone non usino l'informazione a loro disposizione, accontentandosi delle interpretazioni fornite dalle ideologie o dai luoghi comuni.
Purtroppo, come rimarca ancora una volta Umberto Eco, “la democrazia è anche Hyde Park: dove salgono a parlare tutti, e c'è quello che dice cose interessanti e quello che dice delle sciocchezze, e ciascuno di noi deve capire al volo se è una cosa che gli interessa o no.” Insomma, per fronteggiare l’overdose informativa occorre senso critico. Troppe informazioni possono infatti equivalere a nessuna informazione.
Io uso dire che nella copia domenicale del New York Time è possibile trovare tutto quello che vi serve. Nelle sue 500 pagine c’è tutto quello che volete sapere sia sugli eventi della settimana passata, che su quello che si prepara per la prossima. Ma una intera settimana non è sufficiente per leggere l’intera copia. C’è differenza tra un giornale che dice cose che non potete leggere ed un giornale che non dice nulla, come la Pravda ? Nonostante ciò il lettore del New York Time può orientarsi tra la rassegna delle novità librarie, le pagine dedicate alla Tv, gli annunci immobiliari e così via. L’utente di internet non ha la stessa possibilità. Non siamo in grado di selezionare, almeno a colpo d’occhio, tra una fonte credibile ed una folle. Abbiamo bisogno di una nuova forma di competenza critica, una ancora sconosciuta facoltà di selezionare le informazioni, in breve di un nuovo buon
senso. (49)
L’identità culturale
Luoghi, musiche, stili architettonici, tradizioni, metodi letterari, abitudini, cucine e modi di dire si assomigliano sempre di più. Il processo di omologazione socio-culturale causato dalla globalizzazione, che si esprime nell’occidentalizzazione e nella contaminazione fra culture diverse, porta alla nascita di nuovi modelli culturali, caratterizzati da una forte impronta della cultura di massa americana e da elementi delle culture più varie.
Le grandi metropoli corrispondono ad uno schema ideale di città-tipo, nelle quali ritrovare i centri commerciali (le nuove piazze cittadine), le stesse catene multinazionali di ristoranti fast food, negozi di abbigliamento sportivo e megastore musicali. Le stazioni ferroviarie e gli aeroporti sono tutti uguali, da Parigi a Singapore, con gli stessi negozi di moda italiana e la stessa pop music d’oltreoceano. Si viaggia sempre più frequentemente e sempre più lontano, ma i luoghi cambiano e le diversità si affievoliscono. Anche gli odori sono cambiati. Là dove una volta si potevano cogliere le essenze di una terra lontana, ora sentirete l’inconfondibile aroma di un Big Mac. Neppure le persone possono esserci di aiuto nel riconoscere un posto. Il melting pot che va sempre più complicandosi nel mondo annulla differenze un tempo ritenute insormontabili.
Il folklore nazionale viene sostituito dall’imitazione di altri: succede che in Italia si festeggi Halloween e in Inghilterra il carnevale tropicale. La cucina si evolve e si fa conoscere nel mondo. Dall’Arabia Saudita alla Nuova Zelanda in tutto il mondo si mangia la pizza e non infrequentemente si crede sia americana, perché comprata da Pizza Hut. I cibi etnici sono l’ultima tendenza in fatto di cucina. Che si tratti di sushi, cous cous o tortillas poco importa, quel che conta veramente è integrarsi, “rendersi conto” e “rendere conto” anche con il cibo di essere cittadini del villaggio globale.
Tutto ciò che è sinonimo di nuovo vende e fa parlare di sé: le classifiche librarie e discografiche sono sempre più simili nel mondo. Puntualmente, ogni due o tre mesi nasce un caso editoriale o musicale, naturalmente globale. Se l’ultimo a salire è stato un gruppo rock inglese, questa sarà magari la volta di una scrittrice orientale e fra poco nel mondo comprerà l’opera completa di un poeta argentino. Come un gigantesco sistema di amplificazione, l’eco mediatica dei grandi opinion leader, una volta dispiegata, è inarrestabile.
Il mondo cambia sotto i nostri occhi, storia e modernità si affiancano fino a che non diventeranno la stessa cosa. Le distanze si accorciano e i ritmi si fanno sempre più frenetici.
Guardo dalla finestra del mio studio e vedo un edificio moderno. Proprio accanto vi è un palazzo del XVIII secolo e più in alto una casa in costruzione. Io vedo non soltanto la Parigi attuale, ma anche alcune tracce del suo passato e alcuni presagi del suo futuro… Levo gli occhi e vedo passare le nuvole. Passa un aereo. Per strada vedo un uomo che cammina e un’auto che transita. Tutto ciò si produce nel medesimo tempo, a differenti velocità… E’ uno spazio riempito di tempo. Non direi che si tratta di uno spazio intemporale, ma di un luogo propizio ai
ricordi. (50)
Una delle tematiche più scottanti in ambito culturale riguarda l’americanizzazione, da alcuni critici detta anche mcdonaldizzazione.
Secondo questi, la cultura di massa degli ultimi decenni è stata un cavallo di Troia degli USA per affermare la loro supremazia mondiale, attraverso i simboli che tutti conosciamo, da McDonald a Disneyland, da MTV alla Coca-Cola. Seguendo una accorta logica di penetrazione, la cultura americana ha assunto tratti caratteristici delle altre culture e si è adattata, di volta in volta, ai diversi Paesi, servendo birra bavarese nei McDonald di Monaco o facendo parlare francese gli eroi dei fumetti a Eurodisney.
I mercati erodono le sovranità nazionali e danno vita alla cultura dell’informazione dei grandi gruppi, come la CNN o la BBC. Pur non producendo una legislazione comune, il mercato richiede una moneta comune, il dollaro, e una lingua globale, l'inglese. La cultura diventa una merce e i nuovi beni sono imposti da immagini destinate a creare delle mode per mezzo di loghi, canzoni, marchi e sigle pubblicitarie. Finora la cultura è stata più importante del mercato. Cosa succederà adesso? Quando tutto, dall’istruzione pubblica al cinema sperimentale, tende ad essere controllato dalle leggi di mercato, l’autonomia e l’importanza della cultura possono venire messe in discussione.
Per di più, il mercato riesce ad assimilare differenze e contestazioni, a rendere tutto intrattenimento. La linea di demarcazione tra informazione e spettacolo è molto vaga e sembrano ritornare attuali i timori di Marcuse di un “uomo a una dimensione”, nel quale il conformismo ideologico porta all’appiattimento della mentalità.
Altri sostengono invece che la globalizzazione porti sì un generale dominio della cultura americana ma che tenda anche al rimescolamento delle culture, all’apertura di nuovi orizzonti e al confronto con mondi diversi. Mario Vargas Llosa nota che per la prima volta, ognuno ha la possibilità di scegliere una propria identità culturale. Entrando in contatto con più culture, avendo una visione del mondo più ampia e potendo estendere la conoscenza più che in passato, non si è obbligati a sentirsi parte della propria cultura di origine. Il multiculturalismo caratterizza le nostre città e crea nuove razze.
Le attribuzioni etniche diventano sempre più complicate, già solo in base allo sviluppo della società e della popolazione. Perché nell’epoca della mobilità, dello spostamento di massa e dell’interconnessione economica cresce il numero di coloro i quali vivono e lavorano con uomini di altri gruppi oltre il loro raggio del gruppo d’origine; che per diversissime ragioni (povertà, fame, persecuzione, oppure formazione e lavoro, viaggi o curiosità) lasciano il loro Paese d’origine per tempi brevi o lunghi, a volte anche per sempre; che oltrepassano i confini dei Paesi, nascono in un luogo, crescono in un altro e in un terzo luogo si sposano e hanno
figli. (51)
Secondo Robertson (52), il locale e il globale non si escludono. Il locale si prefigura come un aspetto del globale, un tassello dell’incontro reciproco di culture locali. Da qui il termine coniato da Robertson della glocalizzazione, una fusione tra globalizzazione e localizzazione. La mondializzazione, che ci viene presentata come qualcosa di macroscopico, si viene infatti a evidenziare nella vita di tutti i giorni, nei piccoli dettagli della società. Per questo si assiste ai fenomeni - solo apparentemente contraddittori - dell’uniformazione di modelli culturali e alla valorizzazione delle diverse identità locali.
Su internet, ad esempio, non accade quello che Eco chiama il “fattore Disney”
(53), l’omologazione culturale americana. Sono sempre di più, in termini assoluti e percentuali, i siti in lingue poco conosciute come il norvegese, il coreano o il lituano.
Fishman (54) rileva come nascano nel mondo zone linguistiche regionali, nelle quali una lingua è più usata nelle scuole, al cinema, nei negozi: “In tutta l'Africa orientale, quando due persone di lingue diverse si incontrano il primo tentativo di intendersi è in swahili”. Come non ricordarsi, infine, dell’ultima campagna elettorale americana, nella quale entrambi i candidati alla presidenza, pur di setacciare voti fra i milioni di messicani residenti negli USA, si esibivano in surreali quanto improbabili comizi in spagnolo?
Il dominio dell’inglese nel mondo è evidente, tuttavia eccezioni di questo tipo fanno capire quanto si sia lontani dall’utopia dell’unica lingua mondiale, che non può essere per ora raggiunta né con l’esperanto né con l’inglese meticcio delle relazioni internazionali.
La globalizzazione è inevitabile?
La galassia dei movimenti di protesta contro le politiche neoliberiste globali, che ha raggiunto l’attenzione dei grandi media a Seattle nel novembre del 1999, è quanto mai variegata. In essa si riconoscono i contadini francesi, le corporations americane che lottano in nome del protezionismo, le organizzazioni pacifiste, religiose, umanitarie e ecologiste, i centri sociali, i lavoratori del Terzo Mondo, i sindacati e gli ecoterroristi. L’eterogeneità di queste categorie è evidente e per farvi fronte, il così detto “popolo di Seattle” si è organizzato autonomamente in quattro correnti cromatiche. Il blocco rosa, pacifista, ecologista e non violento, quello giallo, ispirato ai principi della resistenza passiva, quello blu, nel quale convivono anarchici e centri sociali “arrabbiati” ed infine il blocco nero, che utilizza anche la violenza.
Le ragioni portate avanti sono molto diverse: i primi due schieramenti contestano esclusivamente le politiche globali sull’economia e sull’ambiente mentre i blocchi più radicali contestano governi ed istituzioni internazionali indipendentemente dalle politiche da loro adottate. Spesso nell’analisi di alcuni contestatori c’è un assunto errato: la globalizzazione si può fermare, non è inevitabile. Si può ancora tornare indietro.
Se è possibile correggere il sistema economico mondiale, non altrettanto si possono ignorare le ragioni di fondo che portano oggi il mondo all’unità e all’integrazione sempre più marcata. Come dice Eco, “la globalizzazione non è un valore né un disvalore: è un fatto”(55). Anche critici feroci dell’economia liberista lo riconoscono.
Discutendo di globalizzazione a me pare che occorra innanzi tutto sgombrare il campo dalla disputa tra chi è a favore e chi contro: la globalizzazione c’è e non è cominciata ieri. […] Mi sembra sbagliato, oltre che inane, dire che occorre bloccare la globalizzazione; perché la globalizzazione potrà essere interrotta solo dall’esplodere di gravi crisi o di guerre. Si tratta di governarla e su questo, a parole, siamo tutti d’accordo.
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Beck ha individuato le ragioni dell’irreversibilità della globalizzazione: l’estensione e l’interazione del commercio internazionale, la rivoluzione delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione, le rivendicazioni dei diritti umani che si pongono universalmente, la questione ambientale, i flussi di immagine dell’industria culturale globale e la politica postinternazionale e policentrica.
Chi contesta la globalizzazione ne adotta la stessa logica. Il popolo di Seattle si ritrova su internet e si accorda grazie ad una estesa e complessa rete di organizzazioni transnazionali, utilizzando probabilmente computer assemblati in Corea da operai sottopagati e non sindacalizzati. Intanto magari boicotta la Nike per gli stessi motivi o la Nestlè per l’utilizzo di Ogm. Gli stessi organi di stampa critici nei confronti della globalizzazione utilizzano abilmente le possibilità offerte dal mercato globale e, come nel caso di Le Monde diplomatique, vengono pubblicati in più Stati e in più lingue, incrementando vertiginosamente le proprie vendite.
La globalizzazione esiste e di per sé non è né liberista né collettivista. E’ compito delle istituzioni democratiche riempirla di contenuti e significati. Drammi come il debito estero dei Paesi in via di sviluppo o l’effetto serra devono essere affrontati con serietà e senso del dovere.
La globalizzazione non è un prodotto storico finito, un "fait accomplit" impostoci da forze al di fuori del nostro controllo, immutabili come i sistemi celesti. Essa è piuttosto un "work in progress", un’opera aperta, un processo di cui noi siamo, allo stesso tempo, attori e
oggetti.(57)
La grande minoranza dell’umanità si sta arrogando il diritto di decidere per tutti. Il tragico assurdo è che quella minoranza non sta facendo nemmeno i suoi reali interessi. Non è continuando ad inquinare e compromettendo il futuro del Pianeta che si realizza il proprio egoistico benessere.