La globalizzazione

di Fabio Lugaro

Introduzione
Che cos’è la globalizzazione
Turbocapitalismo e pensiero unico
Il declino degli Stati nazionali e la democrazia internazionale
Geopolitica internazionale: lo scenario globale dopo la guerra fredda
Le nuove tecnologie, la società dell’informazione e il ruolo dei mass media
L’identità culturale
La globalizzazione è inevitabile?
Note



Introduzione


Globalizzazione è sicuramente la parola (d’ordine e polemica) più usata – abusata – e più raramente definita, probabilmente la più incompresa, la più nebulosa, la più ricca di implicazioni politiche dell’anno scorso, ma anche dell’anno prossimo.(1)


La globalizzazione è al centro di un ampio dibattito, come sempre accade per i fenomeni dominanti di ogni epoca. I più influenti pensatori del nostro tempo hanno compiuto analisi dettagliate, esposto critiche pungenti e scoprendosi spesso in disaccordo tra loro, hanno dato vita ad innumerevoli polemiche circa le sue cause, le sue conseguenze, l’inevitabilità del fenomeno e le politiche da adottare per governarla al meglio.

In particolare è in corso uno scontro tra economisti, sociologi e filosofi sostenitori di una globalizzazione neoliberista, che segua i principi del “turbocapitalismo” americano e altri intellettuali che vedono invece in dette teorie una perpetuazione dei meccanismi di disuguaglianza che hanno segnato i secoli scorsi. Il dibattito è vivo e appassionante: riesce difficile non riconoscere la veridicità di gran parte delle argomentazioni di tutti i critici. La globalizzazione è un fenomeno del nostro tempo, come tale purtroppo non ci è possibile analizzarla nella sua interezza con sguardo distaccato come invece sarebbe opportuno. La sua interconnessione, i suoi molteplici effetti in tutti i campi dell’organizzazione umana sono tali da rendere ogni analisi necessariamente viziata dalla percezione distorta e parziale che se ne ha oggi e rendere ridicola ogni pretesa di esaustività.

Il termine è entrato nell’immaginario collettivo e stiamo assistendo, nel bene e nel male, ad una sua miticizzazione. Dalle manifestazioni incombenti in occasione del G8 di Genova alle nuove possibilità portate da innovazioni tecnologiche come internet, dai nuovi metodi di produzione e di organizzazione del lavoro alle transazioni finanziarie internazionali, tutto sembra ricollegarsi alle peculiarità del villaggio globale teorizzato da Marshall McLuhan.



Che cos’è la globalizzazione


Per globalizzazione si intende


l’evidente perdita di confini dell’agire quotidiano nelle diverse dimensioni dell’economia, dell’informazione, dell’ecologia, della tecnica, dei conflitti transculturali e della società civile, cioè, in fondo, qualcosa di familiare e allo stesso tempo inconcepibile, difficile da azzerare, ma che trasforma radicalmente la vita quotidiana, con una forza ben percepibile, costringendo tutti ad adeguarsi, a trovare risposte.(2)


Le informazioni, le merci, le tecnologie, il denaro oltrepassano ogni momento e a grandi velocità i confini degli Stati, come se questi non esistessero. Gli stili transnazionali si confondono e talvolta non si comprendono, il melting pot avanza, si vive e si agisce “al di sopra delle distanze”.(3) Anche persone, idee o cose che i governi vorrebbero lasciare al di fuori degli Stati trovano modo di entrare: droga, immigrati clandestini, inquinamento, critiche alle violazioni dei diritti umani di un Paese.

L’integrazione fra aree del pianeta diverse per tradizioni, lingue e culture in pieno atto sta dando luogo a possibilità suggestive e aprendo scenari allarmanti. Oggi le minacce e le opportunità che si presentano provengono in misura sempre maggiore dai Paesi a cui si è legati.

L’economia non ha più confini nazionali, le leggi di mercato - quasi fossero leggi fisiche - sono le stesse ovunque e stanno delineando uno dei tanti processi di mondializzazione possibili (non l’unico) caratterizzato ovunque nel mondo dall’espressione di politiche neoliberiste e dal progressivo abbandono delle teorie keynesiane della spesa pubblica. Per la prima volta nella storia, l'economia ha assunto dimensioni mondiali, grazie alla rivoluzione delle tecniche della produzione, della comunicazione e dell'informazione. Con un ritmo sempre più veloce il mondo tende irresistibilmente all'unità. L’idea del mercato mondiale non costituisce certo una novità, è anzi una prospettiva intrinseca del capitalismo. Sin dal mercantilismo il mercato è un mercato transnazionale: dalla Lega anseatica alle grandi fiere espositive, dalla tradizione commerciale olandese alle piazze finanziarie di Genova e Lione, la storia economica è caratterizzata da scambi internazionali e talvolta mondiali già a partire dal XIII secolo. Il sistema di relazioni che costituisce oggi il processo globalizzante è però evidentemente differente per diverse ragioni: lo sviluppo tecnologico, la multinazionalizzazione delle imprese, la deregulation statale nei Paesi dell’Ovest e il crollo del sistema di pianificazione statale nei Paesi dell’Est. Imprese commerciali e finanziarie transnazionali esistono dalla fine dell’età medioevale. La Banca dei Medici di Firenze, le Compagnie delle Indie, i Fugger avevano sedi commerciali in diversi continenti e l’orizzonte dei loro scambi, se pur con tempi incomparabilmente più lunghi dei nostri, era il mondo intero. La grande trasformazione, avvenuta in modo graduale a partire dagli anni Settanta è la mondializzazione sistematica del capitale industriale, oltre che di quello commerciale e finanziario. I computer della IBM sono progettati nella Silicon Valley, costruiti in Indonesia, assemblati in Francia e venduti in tutto il mondo. E’ di grande attualità la tendenza di molte aziende italiane a trasferire gli impianti produttivi in Romania, un Paese dove i diritti del lavoro e la previdenza sono praticamente inesistenti, l’imposizione fiscale esigua, la normativa di tutela ambientale deficitaria e il costo della manodopera molto basso. Queste premesse, insieme alla disponibilità di veloci trasporti internazionali e di mezzi di comunicazione in tempo reale, stanno determinando il grande richiamo della città di Timisoara.

A Berlino, il servizio annunci dell’aeroporto di Tegel viene fornito on line dalla California tutti i giorni dopo le diciotto ora locale. La telecomunicazione globale lo rende possibile. Questa organizzazione del lavoro comporta evidenti vantaggi di minimizzazione dei costi: in California in quelle ore è pieno giorno e quindi non viene pagato alcun sovrapprezzo per il lavoro notturno; inoltre i costi salariali sono sensibilmente più bassi di quelli tedeschi. Viene così abbattuto un presupposto dell’organizzazione del lavoro della società industriale: non è più necessario, per la produzione di beni o servizi, lavorare insieme in un determinato luogo. I posti di lavoro acquisiscono ulteriore flessibilità, i lavoratori possono cooperare transnazionalmente o addirittura transcontinentalmente e fornire servizi in tempo reale. La prospettiva organizzativa che si può pensare è quella di un sistema di produzione integrato ripartito in tutti i continenti per potere usufruire, in qualsiasi ora del giorno, della prestazione lavorativa alla tariffa più bassa.

E’ la nascita del “globo dal tempo compatto”(4). Tutti gli eventi, indipendentemente dal luogo in cui si verifichino, assumono dimensione mondiale e vengono localizzati su un solo asse temporale e non più su molti diversi. Quando a Milano apre Piazza Affari, sono già noti i corsi di cambio di chiusura di Tokyo e Singapore; a New York, quando comincia la giornata borsistica di Wall Street, sono già note le tendenze delle borse europee.

La divisione del lavoro si sta facendo internazionale, i processi produttivi si segmentano, le imprese si sono totalmente transnazionalizzate e proliferano i territori off-shore, isole deterritorializzate che diventano paradisi fiscali. Molte aziende transnazionali come la Siemens o la BMW non pagano più alcuna tassa nel loro paese(5)

Le multinazionali sono costantemente alla ricerca di luoghi in cui i salari e i costi sociali e ambientali siano più convenienti, ponendo governi e popolazioni in competizione tra di loro, in modo da offrire salari e tasse da pagare inferiori e libertà di inquinare e di licenziare maggiori, in una disperata e preoccupante corsa verso il basso, nella quale le condizioni generali tendono a scendere in direzione dei più poveri e dei più disperati. Sotto la minaccia della concorrenza estera le retribuzioni, le tasse e le misure di tutela ambientale vengono tenute basse. Le imprese globali hanno imposto ai governi nazionali e alle istituzioni internazionali l’attuazione di un “Programma delle imprese”, che ridimensioni le barriere che ostacolano il livellamento verso il basso dei costi ambientali, lavorativi e sociali. Questi obiettivi stanno alla base di accordi commerciali come il NAFTA(6), delle politiche di “aggiustamento strutturale”(7) e nelle “terapie da schock”(8) adottate dalla Banca Mondiale e dal Fondo Monetario Internazionale.

Posti di lavoro ad alta qualificazione vengono sostituiti da posti a tempo determinato, part-time, precari o interinali. Ma è davvero modernità un lavoro sempre più subordinato e sempre meno remunerato? Come fa notare Massimo Cacciari 

Io, che ho studiato più di mio padre e di mio nonno, devo svolgere un lavoro ancor più subordinato e precario? Ma si può davvero credere che il lavoro al computer, incatenato al computer, sia proprio diverso da quello che faceva Charlot? Anzi: allora c’era la solidarietà di classe, cresceva una cultura e una forza politica, non era solo lavoro. […] Si globalizza, sulla scala del tempo e su quella dello spazio, la subordinazione di massa, più o meno immateriale ma comunque vincolante, nel rapporto del lavoro. Con una contraddizione cruciale: questo sistema precarizza e di fatto minimizza l’importanza del lavoro del singolo, che perciò vale sempre meno, ma altri valori non riesce a produrli e alla centralità del lavoro resta così ancorato.(9)


Da questa rapida globalizzazione capitalistica che passa per il riassetto dell’organizzazione del lavoro a livello mondiale discende quella che spesso viene definita come “Nuova economia mondiale”. Con la globalizzazione si hanno a disposizione prodotti esotici e caratteristici di ogni Paese del mondo e la possibilità di basare la propria cultura su radici molto più ampie che non in passato. Lo scambio di esperienze, culture e differenze reciproche senza dubbio arricchisce l’umanità. Contemporaneamente poche centinaia di imprese multinazionali stanno ampliando enormemente la loro ricchezza, il loro potere, la loro influenza su istituzioni e governi mentre per la maggioranza delle persone in tutto il mondo non mancano effetti negativi: una crescente disoccupazione, la diminuzione dei salari reali, i licenziamenti di massa, i tagli nei servizi pubblici, l’inquinamento accelerato dell’ambiente e la perdita di controllo democratico dei governi.

In definitiva, il progresso scientifico e tecnologico, lo sviluppo organizzativo, i mass media e la nuova dimensione mondiale dei consumi stanno dando luogo al passaggio dalla società industriale centrata sulla produzione e sul consumo di beni materiali prodotti in serie, alla società postindustriale, centrata sulla produzione di servizi, informazioni, simboli, estetica. Questo passaggio non è ancora completamente compiuto, appare caotico e spesso genera apprensione invece di sedurre.

Sembra esistere una legge costante nella distribuzione del reddito mondiale che segue la purtroppo ben nota logica del “i ricchi sempre più ricchi, i poveri sempre più poveri”. Paul Hellyer sostiene che si tratti di “modificare la ripartizione del reddito da ingiusto a inumano".(10) Mezzo mondo lotta contro l’obesità e l’altro mezzo contro la fame. Ogni anno solo negli USA vengono effettuati 400.000 interventi di liposuzione e nel mondo muoiono diverse centinaia di milioni di persone, in gran parte bambini, a causa della denutrizione. Si può quindi notare che ciò che accomuna sei miliardi di esseri umani è la malnutrizione, si esprima essa sotto forma di denutrizione o di ipernutrizione.

La crescita della povertà non riguarda esclusivamente i Paesi in via di sviluppo; l’accentuarsi delle ineguaglianze nelle grandi potenze produce nuove, evidenti disparità, scenari di desolazione urbana, sacche di povertà in crescita costante sotto la maschera dell’opulenza occidentale. Lo scenario di un miliardo di persone in sconvolgente povertà, fianco a fianco ad uno stesso numero di altre in crescente benessere, su un pianeta che diventa sempre più piccolo e più integrato, dove è sempre più difficile ignorare a lungo le disparità, è uno scenario inquietante, pericoloso e difficilmente sostenibile nel lungo periodo. La disparità globale tra fasce di popolazione di centocinquanta ad uno è fonte di rischi per tutti.(11). Il diritto all’uguaglianza acquista oggi significato globale.



Turbocapitalismo e pensiero unico


Il termine turbocapitalismo viene usato per indicare l’insieme delle politiche e teorie capitaliste che caratterizzano il nostro tempo, quel complesso di filosofie economiche che vengono predicate dai profeti del sistema della globalizzazione e applicate dai grandi attori mondiali: le aziende multinazionali, gli USA, il Fondo Monetario Internazionale e il WTO. L’espressione è stata creata dall’economista Edward Luttwak ed è molto in voga negli Stati Uniti. Il turbocapitalismo viene attuato dagli USA e il resto del mondo sembra solo potersi adeguare tacitamente. Secondo quanto scrive l’economista Marcello De Cecco:


Fino a quando il mondo era diviso in blocchi, gli Stati Uniti si sono in qualche modo preoccupati degli effetti della loro politica economica sul resto del mondo occidentale. Ma, a partire dalla scomparsa dell’URSS e dalla riunificazione tedesca questa visione del mondo è stata definitivamente scartata. Gli Stati Uniti ora badano a se stessi e al proprio benessere, e non sembrano avere alcuna preoccupazione per gli effetti negativi che le loro politiche economiche possono avere sul resto del mondo.


Il turbocapitalismo pare essere l’unica politica economica esercitata oggi sul Pianeta. Dopo la caduta del sistema di pianificazione nazionale del blocco sovietico e la disgregazione dell’URSS abbiamo assistito ad un progressivo distacco dalle politiche keynesiane e l’approdo a un capitalismo liberale molto duro, che predica la completa estraneità degli Stati dalla vita economica. Questo è tanto più eclatante se si pensa che gli USA, che guidano il capitalismo mondiale, presentano già al loro interno uno Stato leggero in ambito economico. In America il sistema sanitario è privato e solo chi ha una assicurazione integrativa ha diritto alle prestazioni ospedaliere più costose. La delegificazione ha liberalizzato praticamente tutti i settori della vita pubblica ed i frequenti black out elettrici in California e negli altri Stati del Sud sono dovuti proprio alla privatizzazione delle centrali elettriche. La minimizzazione dei costi è stata operata dai privati in modo tanto drastico ed incosciente che, oltre a privare i cittadini dell’energia elettrica, sta danneggiando l’economia nazionale in termini altissimi. La deregulation selvaggia è spesso un boomerang per la stessa economia nazionale che si prefigge di salvaguardare. Al riguardo è importante ricordare il pensiero di Benjamin Barber:

Si è venuta a creare una confusione disastrosa tra l'affermazione ragionevole e largamente fondata che una regolamentazione flessibile del mercato sia lo strumento più efficace per la produttività economica e l'accumulazione della ricchezza, e la pretesa delirante secondo cui un mercato completamente deregolamentato sarebbe l'unico mezzo per produrre e distribuire tutto ciò che desideriamo: dai beni durevoli ai valori spirituali, dalla riproduzione del capitale alla giustizia sociale, dalla redditività del presente alla protezione dell'ambiente per il prossimo secolo, da Disneyland alla cultura alta, dal benessere individuale al bene comune. Seguendo tale pretesa, alcuni propugnano il trasferimento al settore privato di settori dall'indiscutibile carattere pubblico, come l'istruzione, la cultura, la piena occupazione, la previdenza sociale e la tutela dell'ambiente. E perché allora non affidare a società commerciali anche la gestione delle esecuzioni capitali? Il governo che viene smantellato in nome dei cittadini è l'unico garante della nostra libertà e dei nostri interessi comuni. Distruggerlo non vuol dire emanciparci, ma piegarci al giogo delle imprese mondiali e del materialismo consumista. Anche politici conservatori americani, come William Bennett e Pat Buchanan, hanno riconosciuto l'evidenza di tale affermazione. I mercati non devono assolvere i compiti che spettano alle comunità democratiche  (12).


I critici delle politiche neoliberali e ultraliberali chiamano il turbocapitalismo “pensiero unico”, denunciando il dogmatismo degli assunti del capitalismo moderno, che sembrano appunto intoccabili, incontestabili e costituenti l’unico modello economico possibile. Le teorie del turbocapitalismo vengono in effetti propugnate con sempre maggiore frequenza ed insistenza da economisti, sociologi, leader politici e dai mezzi di comunicazione di massa: The Economist, Far Eastern Economic Review, Reuters, Wall Street Journal sono solo i principali diffusori in tutto il mondo delle teorie turbocapitalistiche. Come osserva Ignacio Ramonet, “in una società che va pazza per i media, la ripetizione ha valore di prova”.(13)

Il fatto che un notevole numero di intellettuali e buona parte dell’opinione pubblica internazionale stiano denunciando il “pensiero unico” è tuttavia un piccolo paradosso. Schierandosi contro le idee economiche dei governi, evidenziano che un’alternativa esiste. Alcuni capitalisti stanno inoltre richiamando gli interpreti del turbocapitalismo ai valori storici propri della dottrina capitalista, a quella “cornice di ordinamenti” a cui si riferiva Friedrich Von Hayek. Il capitalismo non si basa esclusivamente sul mercato ma anche su una combinazione di istituzioni, di cui il mercato rappresenta solo un elemento, e che “trae la propria forza da un sistema di valori generali riconosciuti”(14), ad esempio la fiducia, l’affidabilità e la condotta morale. La presenza di valori morali accanto al mercato è riscontrabile in diversi passaggi storici del capitalismo.

Oggi, i profeti del capitalismo al tempo della globalizzazione sono Joseph Schumpeter e Andy Grove, fautori di un capitalismo senza vincoli di alcun tipo. Secondo Schumpeter(15) l’essenza del capitalismo sta in quella che chiama “distruzione creativa”, il ciclo infinito che crea nuovi prodotti e nuovi servizi in sostituzione di quelli obsoleti. Andy Grove(16), prendendo spunto da alcune intuizioni di Schumpeter, sostiene che le innovazioni radicali destinate a trasformare l’attività produttiva si verificano con rapidità sempre maggiore. Solo i paranoici sapranno allora sopravvivere, perché solo chi è costantemente in grado di conoscere le innovazioni portate dalla concorrenza può attivarsi per modificare il proprio processo produttivo e rimanere un passo avanti.

Secondo Luttwak il successo del modello americano è da ricercarsi in due fattori: il calvinismo delle origini e il sistema giuridico sviluppato. Nei principi calvinisti la ricchezza non è un peccato ma un indice di santità e il fallimento non è visto come una colpa ma come una disgrazia divina. Il sistema giuridico, con la legislazione anti-trust e una legislazione fiscale snella che impedisce il formarsi di una burocrazia selvaggia, aiuta le aziende ad affermarsi sul mercato. Dunque calvinismo e giuseconomia avrebbero consentito che il turbo-capitalismo si sviluppasse incontrastato negli Stati Uniti, senza che la crescita dell’ingiustizia provocasse una rivolta sociale. Infatti i turbocapitalisti non negano che il loro sistema produca l’ingiustizia sociale. Molti di loro riconoscono la "colossale redistribuzione disegualitaria" - per usare le parole di Luttwak - e convengono sul riconoscimento degli effetti di tale distribuzione: progressivo accentramento della ricchezza al vertice della piramide e corrispondente impoverimento alla sua base, dequalificazione dei posti di lavoro e corrispondente perdita del valore salariale e depotenziamento sindacale, aumento del numero degli esclusi e corrispondenti incrementi della "delinquenza razionale" e della popolazione carceraria (che comprende ormai cinque milioni di americani, ovviamente non conteggiati come disoccupati), idolatria del dollaro, corrispondente crisi dei valori e rifugio compensativo nello shopping. Queste conseguenze negative sono caratteristiche ineliminabili del turbocapitalismo.

Il principio di fondo delle teorie turbocapitaliste è semplice: l’economia prevale sulla politica. Al riguardo, Alain Minc sostiene che “il capitalismo non può crollare, dal momento che è lo stato naturale della società. Non la democrazia, ma il mercato è la condizione sociale naturale”.

La mano invisibile del mercato sembra tornare a farsi avanti. In un mondo nel quale l’assenza di regole, la deregulation viene predicata come condizione fondamentale per la pratica economica internazionale, il potere sembra essere ubiquo, onnipresente e nel contempo invisibile ed inafferrabile. Duemila anni fa i popoli del Mediterraneo potevano dire “civis romanus sum”. Se oggi viviamo in una società estesa all’intero Pianeta e possiamo affermare che “civis globalis sum”, chi comanda esattamente? Chi governa l’economia? Dov’è il centro, la capitale della globalità, l’equivalente della Roma imperiale? Le risposte che vengono da più parti sono che tutti i luoghi si rivelano simultaneamente centro e periferia, che l’economia si sviluppa secondo le leggi matematiche del caos e l’effetto farfalla. Il che probabilmente si avvicina alla realtà. Ma vogliamo davvero credere che vivere e operare a New York piuttosto che a Londra sia davvero le stessa cosa che farlo in un villaggio della steppa russa oppure in una cittadina del centro Africa? La maggioranza della popolazione mondiale vive a oltre cinquanta chilometri dal più vicino telefono. E’ evidente che non tutti possono dunque usufruire degli indubbi vantaggi portati da internet, ad esempio. Riesce inoltre molto difficile credere che, pur con tutte le difficoltà nel controllo globale e l’interconnessione sempre maggiore fra le economie, le grandi multinazionali non approfittino del potere contrattuale in loro possesso per influenzare le scelte economiche degli Stati e delle istituzioni internazionali. E’ Paul Kennedy(17), nel suo celebrato “Rise and Fall of the Great Powers” a sottolineare che il fatturato delle 350 aziende più grandi del mondo è pari a un terzo del prodotto nazionale di tutto il mondo industriale, ed è decine di volte superiore a quello di tutto il mondo sottosviluppato. Kennedy mette in guardia contro il crescente strapotere delle aziende multinazionali, sostenendo che le decisioni prese dalle stesse possono portare a catastrofi artificiali assai più dannose di quelle naturali cui l'umanità è normalmente abituata.

Preoccupanti sono poi molte analisi del mercato finanziario mondiale: il valore complessivo delle quotazioni dei titoli supera di quattro volte il PIL americano, in soli quattro anni, dal 1996 al 2000, il solo valore della capitalizzazione di Wall Street è passato dal 70% al 140% del PIL. E’ una situazione irrazionale, l’ascesa del valore dei titoli è completamente slegata dalla dinamica dei profitti societari. Inoltre è bene ricordare che per effetto della mondializzazione le borse di tutto il mondo sono strettamente collegate ed interconnesse e un eventuale crollo di una darebbe l’innesco ad un tragico “effetto domino” su tutte le altre. E’ davvero un peccato che ci si dimentichi degli insegnamenti di John Maynard Keynes(18), che affermò sagacemente: “Quando la finanza assume il dominio, lo sviluppo di un paese diventa il sottoprodotto delle attività di un casinò”.


Il declino degli Stati nazionali e la democrazia internazionale


La situazione odierna è per molti aspetti paragonabile a quella del 1914. Allora l’Europa aveva cento anni di pace ininterrotta, c’era una sorta di unione monetaria perché era in vigore il regime aureo, al suo interno si circolava liberamente senza passaporto ed era opinione diffusa che l’era delle guerre fosse finita. Era invece un periodo di svolta, così come molti ritengono che siano questi primi anni del nuovo millennio.

Oggi la dimensione del commercio e delle comunicazioni è molto più ampia di quella degli Stati nazionali, anche dei più grandi. Questo non solo per ragioni economiche, la globalizzazione è sospinta soprattutto da una forza storica inedita e irresistibile, più forte della volontà di qualsiasi governo: la forza che si sprigiona dall’evoluzione del modo di produrre. Il NAFTA e gli altri trattati di libero scambio che guardano nella direzione di un mercato libero globale fanno sfuggire al controllo dei governi le forze internazionali del mercato. Gli Stati nazionali perdono gran parte del loro potere effettivo di gestione dell’economia. Le grandi società produttive e finanziarie multinazionali sono così in grado di eludere qualsiasi controllo. L’economia assume un ruolo sempre più centrale di quanto non avesse mai avuto prima e determina la crisi della politica. Suharto, in Indonesia, è stato fatto crollare dai mercati, non da una potenza straniera né tanto meno da una insurrezione popolare.

In definitiva, la globalizzazione scava un fossato sempre più profondo tra lo Stato, rimasto nazionale, e il mercato, diventato mondiale. Parallelamente assistiamo all’estensione a livello internazionale delle grandi questioni dalle quali dipende il destino dei popoli, come il controllo della sicurezza e dell'economia o la protezione dell'ambiente. L’evidente contraddizione consiste nel fatto che nell’ambito internazionale non esistono istituzioni democratiche, fermandosi oggi la democrazia ai confini degli Stati, entro i quali si decidono ormai aspetti secondari della vita politica. Viene così a crearsi un pericoloso vuoto di democrazia. Il controllo delle questioni determinanti per l'avvenire dei popoli, sfuggito ad una supervisione democratica, pubblica e conosciuta, sta saldamente nelle mani delle grandi potenze e delle gigantesche concentrazioni capitalistiche multinazionali.

Essendo il mercato inadatto a realizzare valori collettivi come la piena occupazione, l’aiuto allo sviluppo dei paesi più arretrati, l’istruzione, la sanità e la protezione dell'ambiente, occorre pensare alla realizzazione della democrazia internazionale come obiettivo prioritario dei governi, che da un punto di vista istituzionale dovrebbero avvertire la necessità di un reale trasferimento democratico a livello mondiale delle loro competenze. Viceversa, la soluzione protezionistica sarebbe, insieme, una non soluzione ed un peggioramento della situazione, in quanto tentativo reazionario e velleitario quindi destinato alla sconfitta. E’ impensabile tentare di arginare la spinta poderosa delle forze produttive che tende a unificare il genere umano, divenuto ormai un’unità di destino. La sfida consiste nel sapere governare il processo di globalizzazione. E ciò esige, innanzi tutto, la risoluzione di un problema di natura istituzionale, l'organizzazione di istituzioni democratiche a livello mondiale. Un’esigenza che però non può essere soddisfatta con le procedure di decisione basate sui principi dell’unanimità e del veto, adottate oggi nei consessi internazionali. La riforma dell’ONU mediante la creazione di un governo mondiale, competente sulle grandi questioni, è sempre più necessaria. Ancora, occorre che l’ONU riformata non sia più egemonizzata dagli USA, che ne determinano obiettivi, tattiche e strategie (senza pagarne però da diciotto anni le quote associative). Anche il G8, l’organismo che raggruppa i sette Paesi più industrializzati e la Russia, non risponde ad alcun criterio di democraticità, non rappresentando che una parte largamente minoritaria della popolazione mondiale ed essendo portatore di interessi enormi. Così come è concepito oggi, il G8 è un ulteriore passo verso la negazione della democrazia internazionale.

Quali politiche democratiche internazionali adottare? La globalizzazione mette in crisi uno dei presupposti fondamentali della prima modernità, il nazionalismo metodologico19 di Smith e uno dei concetti-chiave della sociologia politica, quello della società come container. Questa teoria sostiene che, all’interno di ogni Stato, coesistano e si evolvano dei mondi sociali separati. Nel momento in cui la società si estende a livello globale, nascono forme di aggregazione terze, spazi sociali integrati transnazionalmente che si estendono ovunque. Wallerstein fa subentrare al posto delle società distinte tra loro un unico sistema mondo, all’interno del quale si collocano tutte le società, tutti gli Stati, tutte le aziende, tutte le culture e tutti gli individui.

Rosenau rileva come fra il sistema nazional-statale e il sistema mondo ci sia un passaggio intermedio, quello che chiama di politica postinternazionale. In questa fase gli attori nazionali dividono lo scenario mondiale con le organizzazioni internazionali, con le multinazionali e con movimenti politici transnazionali. A supporto di questa osservazione, Rosenau fa notare empiricamente come il numero delle organizzazioni internazionali, comprese le non governative, abbia raggiunto un ordine di grandezza finora mai toccato e che chiaramente si accresca sempre più. Il passaggio dall’epoca nazionale a quella postnazionale è determinato dai rapporti del sistema politico internazionale e dal fatto che la struttura di potere degli Stati nazionali è stata sostituita da una ripartizione del potere nella quale molti attori transnazionali competono e cooperano vicendevolmente. Si vengono a creare i due livelli decisionali teorizzati da Rosenau: la “società degli Stati”, nella quale le regole della diplomazia e della potenza nazionale saranno, come in passato, le variabili principali e un “mondo della subpolitica transnazionale”, nel quale si muovono attori differenti: aziende multinazionali, Greenpeace, la Chiesa cattolica, Amnesty International, la NATO, la Banca Mondiale, McDonald, la Volkswagen, l’Unione Europea e così via.

L’insieme di questi due centri di potere, formanti una doppia società mondiale, danno origine alla “politica mondiale policentrica”, nella quale né il solo mercato né i soli governi possono decidere ma tutti gli attori sono posti in competizione per imporre i propri interessi. La causa del rapido passaggio dalla politica dominata dagli Stati alla poltica mondiale policentrica è secondo lo studioso l’enorme sviluppo della tecnologia informatica: 

E’ una tecnologia che ha superato distanze geografiche e sociali per mezzo degli aerei supersonici, dei computer, dei satelliti e di tutte le innovazioni che oggi permettono a un numero sempre maggiore di uomini, idee e beni di attraversare più rapidamente e sicuramente che mai spazio e tempo. In breve, è una tecnologia che ha rafforzato l’interdipendenza tra le comunità locali, nazionali e internazionali in una misura che nessuna epoca storica ha mai conosciuto.(20)


Il vuoto di democrazia internazionale portato dalla rapida globalizzazione dell’economia tende ad aggravare il rapporto, già critico, tra la politica e i cittadini. La crisi in cui versano i sistemi politici è in parte attribuibile alla progressiva perdita di potere da parte dei governi. Un tratto tipico dei sistemi democratici sembra attualmente essere una insoddisfazione politica generalizzata e permanente. Conseguentemente, “la gente si rivolge ai Ross Perot, ai Berlusconi, a terze forze populiste perchè i conservatori, i socialdemocratici o i liberals non forniscono più garanzie sul futuro delle persone in carne e ossa”.(21)

La sicurezza è forse il tema principale dell’attualità politica. Questa fu storicamente il primo ambito di azione dei governi. Gli Stati nazionali nacquero per soddisfare il bisogno di sicurezza interna e verso l’esterno. Fino a che gli Stati operarono con la finanza neutrale, essi garantivano solo i tre fini istituzionali: difesa dei confini, amministrazione della giustizia e ordine pubblico. E’ lecito chiedersi se in questo particolare momento storico essi svolgano ancora tale funzione. E’ possibile garantire la sicurezza esclusivamente in una sfera della vita umana, ad esempio in campo politico, prescindendo da quanto accade in altri settori altrettanto cruciali, quali l’ambiente o la vita economica e sociale? E’ accettabile mantenere la negazione dei diritti umani o la piaga dei rifugiati separati e distinti dai problemi creati dalla mondializzazione? La globalizzazione si sta estendendo in modo sempre più pervasivo ad ogni livello della società e della vita ed ogni politica di difesa della sicurezza deve tenerne conto, riuscendo ad agire su scala globale.

“La globalizzazione - osserva Ulrich Beck - non profila la fine della politica, ma una collocazione del politico al di fuori del quadro categoriale dello Stato-nazione”. In ultima analisi, le vere vittime della globalizzazione saranno gli Stati.


Non viene riconosciuto che sotto le bandiere della globalizzazione non solo i sindacati, ma anche la politica e lo Stato vengono messi in crisi. I politici dei diversi partiti, sorpresi e affascinati dalla globalizzazione come “ammorbidente delle istituzioni”, cominciano a intuire oscuramente che stanno per diventare, come diceva il vecchio Marx, i “becchini” di se stessi. Ad ogni modo, a me sembra involontariamente ironico che alcuni politici invochino mercato, mercato e ancora mercato e chiaramente non si rendano conto che in questa maniera devitalizzano il loro stesso ruolo, riducono così il loro potere politico ed economico. Si è mai visto compiere così a cuor leggero e con tanta gioia un pubblico suicidio?(22)


Geopolitica internazionale: lo scenario globale dopo la guerra fredda


I flussi transnazionali di merci, somme di denaro, cultura e persone non sono certo un fenomeno nuovo, avendo avuto grande sviluppo altre volte nella storia.(23) In ognuno di questi frangenti si è verificata una egemonizzazione da parte del potere dominante determinando, ad esempio, la latinizzazione dell’Europa occidentale e del Mediterraneo, l’islamizzazione del Medio Oriente e dell’Africa settentrionale o la sovietizzazione dell’Europa centro-orientale. Anche ora, con l’estendersi della globalizzazione, si verifica un fenomeno di questo tipo avente per la prima volta nella storia dimensione non regionale ma mondiale. Il processo globalizzante porta oggi inevitabilmente con sé una americanizzazione e una occidentalizzazione diffusa. Per comprendere questo tipo di fenomeno, è necessario considerare le strategie geopolitiche e le vicende storiche che hanno segnato gli anni di nascita e sviluppo della globalizzazione.

A dieci anni dalla fine della guerra fredda, non è ancora possibile tracciare con la precisione degli storici un bilancio del periodo che ci lasciamo alle spalle. L’analisi politica richiede tuttavia una valutazione di quelle vicende internazionali segnate dalle incertezze e dal disordine, tipici delle fasi di profondo mutamento.

L’immagine di un “secolo breve”(24) segnato da tre conflitti generali di portata mondiale, due guerre “calde” e ben definite ed un confronto bipolare durato quarant’anni tra Stati Uniti ed Unione Sovietica, ha indiscutibilmente una grande carica suggestiva, pur non spiegando alcuni importanti problemi relativi al giudizio storico sulla natura della guerra fredda e del secolo nel suo insieme. Era una forma inedita di ordine internazionale come sembra emergere da molti schemi politici? O si trattava invece di una vera e propria guerra, cui solamente la disponibilità di armi atomiche da entrambe le parti impedì di tracimare oltre il livello della pace armata? In sostanza, ci si domanda se l’ordine internazionale basato sul sistema bipolare, deciso nella Conferenza di Yalta, rimase immutato - e nelle intenzioni delle due superpotenze immutabile - per tutta la durata della guerra fredda o se si verificarono degli avvenimenti tali da suggerire l’apertura di un confronto puramente militare.(25)

E’ noto che non tutte le guerre sono uguali. Alcune hanno valore costituente, per la loro ampiezza e la loro portata. Sono cioè in grado di creare le fondamenta di un nuovo ordine internazionale. L’insieme dei due conflitti mondiali (1914-1945) ha prodotto il sistema bipolare. Il paradosso è che questo sembra essere stato non un convenzionale “sistema di ordine”, ma un "sistema di guerra", uno di quei sistemi che vivono in funzione della propria dissoluzione. La provvisorietà, tipica di questi sistemi, ha generato anche illusori periodi di distensione, allorché gli elementi cooperativi del sistema sembrarono bilanciare quelli competitivi.

Neanche la fine della guerra fredda (1947-1989) sembra avere generato un equilibrio tendenzialmente stabile. Piuttosto questi anni sembrano caratterizzati dalla crisi di interi assetti regionali, dall’alterazione di consolidati equilibri geopolitici, dalla proliferazione incontrollata di conflitti etno-locali e dall’ansia ordinista dell’unica superpotenza rimasta. Oggi il ruolo degli USA è però estremamente complesso. Sono il Paese guida dell’economia globale, eppure rappresentano il 22% del prodotto mondiale lordo contro il 40% detenuto alle origini della guerra fredda. Stanno imponendo il dominio della cultura occidentale nel mondo pur essendo secondo molti storici in fase di declino [Cfr. nota 17]. Infine, come faranno in politica internazionale a gestire l’aperto dissenso di attori di prim’ordine, come la Cina e la Russia, o di una vasta e turbolenta periferia? La spiegazione più valida e condivisibile alla leadership americana sembra essere la mancanza di concorrenzialità a livello mondiale. Il Giappone, dopo l’irresistibile ascesa degli anni ’80, è in preda ad una difficile crisi economica mentre l’Europa come soggetto nascente è ancora poco organizzata e ha bisogno di portare avanti l’armonizzazione, prima di potere aspirare alla leadership mondiale.

Nell’analisi dei processi di geopolitica internazionale è necessario tenere in debita considerazione l’evoluzione delle alleanze internazionali. Alla progressiva perdita di importanza delle Nazioni Unite, sempre più ostaggio degli USA, corrisponde una crescita e un grande ritorno della NATO, che sembra quasi acquisire, paradossalmente, più valore e importanza strategica a guerra fredda conclusa. Dopo la scomparsa del nemico contro il quale era stata fondata, l’alleanza atlantica si espande ed inizia a combattere sue guerre "calde”, l’ultima delle quali è stata la vicina guerra del Kosovo.

Oggi la NATO conta 19 membri (dopo l’accesso di Polonia, Ungheria e Repubblica Ceca, avvenuto nel marzo 1999). Ha insediato l’Euro Atlantic Partnership Council (Eapc) che coinvolge, in aggiunta ai 19 membri, altri 26 paesi, ciascuno dei quali intrattiene con l’Alleanza un rapporto bilaterale che prevede programmi biennali individualizzati di cooperazione politico-militare. Ha gestito l’Operation Deliberate Force (agosto-settembre 1995), un pesante intervento armato contro i serbo-bosniaci, e una guerra di media intensità contro la Federazione Jugoslava (Determinate Force, marzo-giugno 1999). Ha trasformato le sue forze militari in strumento di gestione delle crisi, di intervento e di proiezione della forza. Mantiene il progetto di un secondo round di allargamento ad est con l’opzione dell’open door.

Oggi la nuova NATO lavora al raggiungimento del double enlargement: ampliamento delle missioni (detto anche out of area) ed espansione della membership. Questa seconda vita dell’alleanza atlantica è il frutto di una prospettiva politico-strategica, alla cui definizione concettuale gli analisti strategici americani lavorano da oltre vent’anni.

E’ il fianco Sud della NATO l’originario teatro di un’innovazione strategica che prese avvio dal concetto di "arco di crisi" elaborato nel 1978. La crisi petrolifera, la rivoluzione iraniana e l’invasione dell’Afghanistan sembravano mutare l’intero quadro strategico del Mediterraneo che si apprestava a diventare la retrovia di una ben più vasta area di instabilità, comprendente tutto il Medio Oriente, il Golfo Persico e il Mar Rosso, con un complesso intreccio dei problemi derivanti dal confronto nord-sud con quelli del conflitto bipolare. Nasceva la dottrina Carter che nel corso della prima amministrazione Reagan avrebbe condotto alla costituzione del Central Command (insediato negli Stati Uniti, ma che aveva competenza su circa 40 paesi tra il Mediterraneo e la regione del Golfo). Diciotto anni più tardi, il Comando Centrale avrebbe gestito la guerra del Golfo.


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