Globalizzazione, ai giovani si può spiegare così

di Vincenzo Visco

Riportiamo il testo della lezione tenuta agli studenti del liceo romano "Lucrezio Caro" il 17 gennaio 2002 nel quadro di una serie di interventi promossi da quell'istituto sul tema della globalizzazione. 

Che cosa significa “globalizzazione”? Che cosa è questo fenomeno di cui si parla tanto? In realtà il termine “globalizzazione” non indica altro che un processo di integrazione e compenetrazione delle economie di diversi paesi che prima erano separati. Quindi è qualcosa che ha a che vedere con gli scambi commerciali, con i trasporti, con gli investimenti, con la creazione di imprese che partono da un paese e vanno ad investire in un altro, con le tecnologie che rendono tutto questo possibile, che si diffondono e si integrano. E’, dunque, in qualche modo un processo di unificazione di pezzi del mondo. Se la si vede in questo modo, può darsi che i sospetti pregiudiziali rispetto a questo fenomeno possono attenuarsi. Perché si tratta, in sostanza, di un processo di crescita. Del resto, non si tratta di un fatto nuovo. Si discute sulle date della sua origine. Un tempo, ad esempio, c'erano gli imperi che “globalizzavano” militarmenete aree del mondo. Non si trattava, allora, di una globalizzazione spontanea, ma questo è un punto importante perché buona parte delle riserve che sono oggi diffuse attorno a questo fenomeno richiamano (o usano strumentalmente) proprio il fatto che normalmente questi processi di integrazione hanno a che vedere anche con l'egemonia di uno o più stati. La globalizzazione imperiale non è, però, una globalizzazione vera. Alcuni fanno riferimento a Marco Polo, che in effetti era a modo suo un globalizzatore in quanto cercava di estendere rapporti commerciali: non è che gli piaceva solo viaggiare! Poi si è parlato di Cristoforo Colombo e della scoperta delle Americhe. In verità quelli furono i prodromi di un cambiamento storico epocale, che avvenne parecchio tempo dopo. Inoltre, dal punto di vista che ci interessa, forse sono episodi troppo circoscritti per essere considerati l’inizio di questo fenomeno: in quelle epoche, gli scambi commerciali riguardavano le spezie e poche altre merci, perciò la convergenza dei prezzi - che è ciò che la globalizzazione determina – non assumeva una rilevanza economica determinante. La questione da cui bisogna partire analizzando i processi di globalizzazione, è che l'integrazione commerciale fa sì che beni che si producono a basso prezzo in un posto vengano spostati in un altro dove sono venduti a prezzi molto più alti. La differenza copre i costi di trasporto e consente lauti profitti per gli operatori. Perciò possiamo dire che la globalizzazione vera, quella che noi conosciamo, si può datare all'inizio dell'ottocento ed essenzialmente dopo la fine delle guerre napoleoniche. In quella fase assistiamo alla prima affermazione del capitalismo moderno, mentre viene smantellato il sistema mercantilistico con tutti i sistemi protettivi di difesa nazionale e sub-nazionale creati nel passato: è l’avvio dell’economia moderna. Questa prima fase dura circa un secolo e arriva fino alla prima guerra mondiale del 1915, ed è probabilmente la fase di globalizzazione più intensa e rilevante quantitativamente e qualitativamente: cambia effettivamente il mondo, gli scambi commerciali, l'integrazione e, soprattutto (la cosa può sembrare sorprendente) l'integrazione dei mercati finanziari che allora era ancora maggiore di quella che abbiamo raggiunto oggi. Dopo di allora, assistiamo ad una fase, quella tra le due guerre mondiali e che arriva fino agli anni cinquanta, che si può definire di stasi anzi di arretramento: una fase protezionistica, autarchica, caratterizzata da precise scelte e ideologie nazionalistiche, che chiude i Paesi e le rispettive economie facendole ripiegare su se stesse. Poi, negli anni cinquanta, comincia una nuova fase di integrazione che esplode in modo evidente negli anni ottanta e soprattutto novanta del secolo scorso. Bisogna tenere presente che questi processi spesso, anzi sistematicamente, si sovrappongono e si collegano ad ondate di innovazioni tecnologiche. Non è, dunque, casuale che l'informatica e la telematica siano diventate le nuove icone materiali e che molte tecnologie innovative siano state il tramite dell'accelerazione del processo di integrazione economica, negli ultimi tempi. L'essenza del processo è, tuttavia, quella collegata allo scambio e alla localizzazione al di là dei confini nazionali di uomini e capitali. Ciò che probabilmente interessa di più è, in ogni modo, comprendere quali siano gli effetti della globalizzazione. Partiamo dalla forza lavoro. Ricordiamo che cosa accadde a partire dalla metà dell'ottocento con i massicci spostamenti di popolazione da tutta l'Europa verso gli Stati Uniti: non c’erano solo italiani, c'erano i norvegesi, gli svedesi, gli irlandesi, i quali, in massa, andavano a colonizzare, a lavorare nel “Nuovo Mondo”. Essi non andavano a svolgere ruoli di comando: andavano a fare i lavori che erano disponibili. Da che cosa era mossa, quella gente? Non certo da desideri o velleità di prevaricazione o di conquista. Erano mossi, piuttosto, dalla fame: andavano a lavorare dove si poteva guadagnare e costruirsi un futuro. Costoro, pur essendo inconsapevoli del processo di globalizzazione di cui erano protagonisti, erano ad esso molto favorevoli per l’occasione di vita che veniva loro offerta: spostarsi da un posto dove morivano di fame ad un posto dove lavoravano e costruivano il proprio futuro, era un fatto sicuramente positivo, anche se comportava la necessità di affrontare il trauma dello sradicamento dalle culture d’origine e dell’inserimento in contesti radicalmente diversi in cui era giocoforza adattarsi. Di ciò, soprattutto la prima generazione di immigrati, soffrì sicuramente molto. Per le generazioni successive, le cose sono state diverse, e i milioni di meridionali italiani che hanno contribuito allo sviluppo dell'America del sud e del nord, adesso sono alla terza e quarta generazione: si sono ìntegrati e molti hanno fatto fortuna. Da questa vicenda si possono trarre alcune considerazioni abbastanza semplici: se c'è libertà di movimento dei capitali, lo smantellamento delle barriere doganali, e quindi la libertà di commerciare e di muoversi, accade che dai Paesi dove c'è eccesso di manodopera, una parte di questa vada dove c'è carenza dì manodopera. A questo punto accadono un paio di fenomeni, uno nel luogo di partenza e l'altro nel luogo di arrivo. Nel luogo di partenza vi è meno eccesso di manodopera: è come se venisse tolto un tappo lasciando defluire un po' d'acqua e riducendo così, la pressione sul mercato del lavoro. La minore offerta di lavoro, con ogni probabilità (almeno questo è ciò che dicono le statistiche), spinge il salario di quelli che restano verso la crescita. In questo caso la globalizzazione sicuramente riduce le disuguaglianze nel Paese di provenienza della manodopera. Nel paese d'arrivo succede il contrario. I lavoratori in arrivo si accontentano dei bassi salari, aumentano la quantità di lavoro offerta, e ciò agisce da calmiere sui salari: quindi è possibile, anche se non è sempre accaduto, che nel paese ricevente la globalizzazione non riduca le disuguaglianze ma le accentui. Questo può aiutare a capire anche i fenomeni di immigrazione che oggi riguardano i paesi europei, anche se ci sono alcune differenze importanti. Al di là della religione e del colore della pelle, quando in America arrivarono i primi emigranti italiani, sembrarono incivili, arretrati, suscitavano diffidenza e subivano discriminazioni: non erano accolti con entusiasmo dalle popolazioni locali. Oggi in Europa accade la stessa cosa: ed è possibile che, attraverso i meccanismi di mercato, l’arrivo di masse di immigrazione abbia l'effetto di tener bassi i salari dei nostri paesi. Ciò crea sicuramente dei problemi. Ma nello stesso tempo, i paesi nei quali i flussi migratori si riversano possono utilizzare nuova manodopera e ciò favorisce il loro sviluppo. Gli Stati Uniti, negli ultimi dieci anni hanno aumentato la loro popolazione del quindici per cento e ciò ha permesso tutto il loro sviluppo. E in realtà, tutta la storia dello sviluppo degli Usa, da quando nacquero ad oggi, è basata su questa capacità di accoglienza e di utilizzazione dei flussi di immigrazione. Hanno coniato l’espressione melting pot, cioè pentola in cui si mescola tutto. L’incredibile sviluppo economico statunitense degli ultimi dieci anni, è una ulteriore conferma di questa capacità. Lo stesso fenomeno può verificarsi per le merci e per gli investimenti, anche se in questi casi risulta meno evidente. La liberalizzazione degli scambi è infatti legata alla eliminazione o riduzione di barriere doganali protettive, così come l'immigrazione è legata all'esistenza o inesistenza di quote, di blocchi, di divieti. Se si liberalizzano gli scambi commerciali, si realizza una apertura reciproca fra i paesi importatori ed esportatori ed è necessario analizzare quali sono le conseguenze sui prezzi relativi delle merci. I paesi più poveri, normalmente, esportano prodotti primari, come prodotti agricoli o materie prime, mentre importano manufatti. La liberalizzazione commerciale, sia nel primo periodo di globalizzazione sia in quello più recente, è stata spesso sfavorevole ai paesi in via di sviluppo, tuttavia è necessario analizzare bene le cose, perché, ad esempio, proprio questo processo spinse i paesi produttori del petrolio a organizzarsi in sindacato e a fare lobby per utilizzare al meglio l'esclusiva della produzione di cui disponevano. Proprio il versante del commercio e il relativo problema delle tariffe doganali, è uno dei più discussi in questo momento. Si tratta di una questione che pone molti problemi su cui riflettere. E’ evidente che la liberalizzazione dei commerci aiuta tutti, così come è evidente che l'enorme sviluppo che c'è stato nei trasporti, la riduzione dei loro costi, è un elemento di sviluppo e di integrazione formidabile che crea benefici per tutti. Ma esistono interessi contrapposti molto precisi, basta pensare, per esempio, al petrolio. Si dice sempre che le guerre in Medio Oriente sono legate al problema del controllo del petrolio, il che è assolutamente vero e sarebbe anche stravagante se non lo fosse, dato che tutta l'economia mondiale si basa sul petrolio e finché non saremo in grado di fame a meno non ci sono moralismi validi o indignazioni possibili. Possiamo indignarci quanto vogliamo, ma i governi di tutti i Paesi – e soprattutto dei Paesi più ricchi e più grandi - di qualsiasi colore essi siano, devono tutelare la disponibilità di riscaldamento, di carburante per l’automobile, di energia per far funzionare le fabbriche, quindi faranno di tutto per evitare di restare senza. E la gente forse sarà d'accordo. Ma questo vale anche per tutte le altre merci. Si prendano i prodotti agricoli: uno dei modi più facili per sviluppare l'economia nei paesi sottosviluppati e in particolare quelli dell'Africa (ma non solo) sarebbe la decisione, da parte dell’Europa, di liberalizzare i commerci dei prodotti agricoli. Questo però non avviene perché gli agricoltori europei sono una categoria robusta. Prendiamo l'Argentina: se l'Argentina potesse esportare liberamente in Europa la carne che essa produce, gli europei mangerebbero carne molto più buona e a prezzi molto più bassi, ma le migliaia di produttori, allevatori, commercianti di bestiame, in Italia come in tutta Europa, dovrebbe cambiare mestiere. Allora bisogna essere molto lucidi nel costruire i nostri giudizi, e vedere come nei movimento anti-global diffusi in Europa emergono posizioni evidentemente contraddittorie: quando il signor Bouvè critica Mc Donald e la produzione di polpette standardizzata su base mondiale, trova la mia solidarietà perché non ho mai mangiato una polpetta al Mc Donald perché mi piacciono i cibi locali, però a parte la solidarietà culturale, riesce difficile seguirlo perché lui, che è un agricoltore francese che gode delle tutele europee, ha paura del fatto che possano arrivare le bistecche e le polpette dagli altri paesi che non saranno buone come le sue (cosa che si può sempre discutere) ma sicuramente costano di meno. Proprio per questo motivo, negli Stati Uniti tra gli antiglobalizzatori ci sono i sindacati: perché, dato che una parte non irrilevante degli investimenti globali o medio globali sono americani e consistono in dislocazioni di produzioni a più basso valore aggiunto, è questo processo quello che provoca perdita di posti di lavoro. La contraddizione è evidente e c'è sempre stata, ed è quella che crea più difficoltà. Oggi il fenomeno colpisce molto più i paesi sviluppati che non quelli verso cui la globalizzazione si orienta. Ma si tratta di un fenomeno del tutto fisiologico, che si può e si deve regolare, ma che nessuno fare arretrare. Inoltre, si tratta di un fenomeno che, almeno secondo la mia formazione culturale, a me appare positivo. Non è un caso che ad esso si siano sempre opposte le culture reazionarie: il periodo degli anni ’20, '30, '40, è stato, infatti, un periodo di chiusura che ha prodotto disastri e lutti. Così come oggi le posizioni xenofobe e fondamentaliste sono anch’esse contrarie alla globalizzazione (anche se ne sono uno dei frutti). L’affermazione corrente secondo cui la globalizzazione penalizza i paesi poveri ed è responsabile della loro povertà, va dunque attentamente valutata sulla base dei dati di fatto. E i dati di fatto dicono due cose contraddittorie. La prima è che la disuguaglianza globale tra i paesi del mondo è sicuramente aumentata negli ultimi decenni: le statistiche lo dicono incontrovertibilmente. Ma – ed è il secondo dato – se prendiamo un'altra statistica, relativa ai paesi coinvolti nel processo di globalizzazione - cioè quelli dove c'è stata liberalizzazione, dove ci sono stati movimenti di capitali, investimenti ecc. - si scopre che in quei Paesi le disuguaglianze si sono ridotte. Questo significa una cosa molto precisa: chi è integrato nel processo di globalizzazione, salvo alcune eccezioni, ha tratto benefici importanti. Del resto, lo stato del mondo trenta, trentacinque anni fa era composto da intere aree come la Cina, l'India, tutta l'Indonesia, le Filippine, la Malesia, la Thailandia ecc., nelle quali la situazione era disastrosa: erano economie primitive, arretrate, con tutto il peggio che si possa immaginare, tanto che il famoso economista svedese Gunnar Myrdal, che poi vinse il premio Nobel, scrisse un trattato bellissimo di tre volumi intitolato “Il dramma dell'Asia", in cui la tesi era che nulla si poteva fare e che quelle popolazioni sarebbero morte di fame, senza alcuna speranza. Invece, quei paesi hanno poi avuto uno sviluppo incredibile: da 15 o 20 anni l'India esporta riso, mentre prima bisognava mandargli gli aiuti umanitari; e alcuni di quei paesi sono diventati molto ricchi. Questo è chiaramente un fenomeno di globalizzazione inclusiva positiva ed è il motivo per cui, mentre nei Paesi ricchi si diffondono gli attacchi contro l'organizzazione mondiale del commercio, gli altri Paesi fanno la fila per entrare a farne parte. Quindi è semplicemente non vero che la globalizzazione aumenta le disuguaglianze tra paesi: non c'è evidenza di ciò, al contrario l’evidenza è in senso opposto. Il problema vero è che sull’apertura degli scambi commerciali vi deve essere parità di trattamento tra i beni prodotti nei paesi poveri e quelli esportati dai paesi ricchi: non sempre questo equilibrio esiste. Gli altri paesi, invece, quelli rimasti fuori dal processo di globalizzazione, vivono situazioni tragiche. Bisogna chiedersi, allora, perché ne siano rimasti fuori. Normalmente ciò deriva anche da scelte; si tratta molto spesso di Paesi che hanno classi dirigenti incapaci e/o corrotte, Paesi che hanno guerre civili, Paesi che non riescono ad avere assetti politici stabili perché sono in conflitto da lungo tempo. Il problema vero, dunque, riguarda la necessità di trovare il modo di integrare anche quei Paesi in questo processo, e ciò deve avvenire necessariamente in maniera pacifica. L’esclusione, peraltro, non riguarda solo paesi dell'Africa, riguarda anche i paesi arabi. Nei paesi arabi, infatti, dei benefici derivanti dagli scambi commerciali petroliferi, non hanno certo goduto le popolazioni locali. La famiglia reale dell'Arabia Saudita ha più dì diecimila membri, ognuno dei quali ha diritto ad essere multimiliardario in lire, comunque multimilionario in euro o in dollari. L'interesse ad investire questi quattrini a beneficio delle popolazioni, quindi, non c'è mai stato. Anche in questo trova spiegazione il diffondersi del fondamentalismo. Un buon esempio viene dall’Iran. L’Iran è un paese molto ricco, con una tradizione culturale per nulla disprezzabile, che aveva un governo corrotto: a un certo punto è saltato il tappo - anche per responsabilità ed errori in politica dei paesi occidentali – ed è arrivato un monaco fanatico che ha messo il velo alle donne però ha anche ricostruito un'identità nazionale, e adesso l’Iran è in fase di rapida evoluzione verso un domani migliore. Allora - e qui veniamo all'ultimo aspetto che ci interessa - dietro le polemiche, le discussioni legate al tema della globalizzazione, che cosa c'è? È chiaro che il processo in sé è un processo positivo: chiunque giochi con il computer e vada su Internet sa che quella è una forza irresistibile, che permette di dialogare con chiunque in qualsiasi parte del mondo, di comprare e vendere dovunque qualsiasi cosa. E questo è, ovviamente, un fattore di civiltà, di progresso, di modernizzazione. Nessuno osa dire che questo non deve avvenire perché si isolerebbe immediatamente. Il problema è il come. Qui c'è effettivamente da ragionare. Dopo la seconda guerra mondiale, i Paesi occidentali hanno agito sistematicamente, nei confronti delle classi dirigenti di quei Paesi, nello stesso modo descritto per l’Iran. La cosa straordinaria è che mentre in Europa o in Italia la potenza che aveva vinto la guerra mondiale esportava dollari e democrazia, nei confronti di questi altri paesi non c'erano né dollari né democrazia: c'era estrazione del petrolio e dittatura. E’ questo che, alla fine, non ha retto. E che è alla bse anche di molte radicalizzazioni odierne. Troppi errori sono stati commessi nella gestione degli equilibri mondiali. Gli equilibri mondiali non possono reggersi sull’egemonia di un solo soggetto: è proprio il sistema globalizzato che richiede un assetto multipolare, cooperativo e non autoritario o solitario. Si tratta di questioni che non vanno ignorate ma che non devono, però, neppure accecare traendone conclusioni e giudizi sommari e schematici: si deve, al contrario, discutere e trovare le soluzioni. L'altro aspetto riguarda le organizzazioni internazionali. Fondo monetario internazionale, Banca mondiale, Organizzazione mondiale del commercio, vengono dipinte spesso come organizzazioni criminali, terribili assembramenti di tecnocrati sadici che vogliono fare del male ai popoli poveri del mondo. Così non è, naturalmente, ma bisogna sapere che c’è un problema serio che riguarda il modo in cui queste organizzazioni funzionano o non funzionano. Dopo le crisi finanziarie che ci furono nella metà degli anni '90, e poi nel '97-'98 in Asia, Russia ecc., ci fu un'aspra critica delle metodologie applicate dal Fondo monetaria, da cui nacque una discussione approfondita: ne scaturì una riforma e adesso qualcosa sta cambiando. Il Fondo monetario e la Banca mondiale sono due banche che danno prestiti, consigli e consulenze a certi paesi; non è vero neanche che siano così poco democratiche nel loro funzionamento, perché, anche se i paesi più forti contano di più, proprio perché sono banche e quindi è come se fossero società per azioni, gli azionisti contano ancora di più. Dentro questi organismi ci sono rappresentanti di paesi ricchi e di paesi poveri, ci sono discussioni, mediazioni ecc. Il problema è che non è da loro che deve provenire la guida del mondo: quelli sono organismi tecnici che possono esser di supporto alle scelte politiche; per di più, sono organismi tecnici che negli ultimi 10-20 anni hanno applicato una ortodossia economica assolutamente discutibile, perché va bene globalizzare, va bene ridurre i tassi e aprire l'economia, ma questo non si fa necessariamente dall'oggi al domani accelerando in maniera irresponsabile il processo, perché bisogna vedere se poi il paese è in grado di reggersi, se ha le strutture adatte, perché per reggere, quel paese deve avere il sistema bancario e finanziario che funzionano, deve avere certi standard educativi in grado di rispondere alle nuove esigenze e così via. Quindi ogni intervento deve essere condotto senza brutalità, con sapienza, ed è a questo punto che emerge il problema delle classi dirigenti. In molti di questi paesi, chi va al potere ha l'unica preoccupazione di arricchire se stesso, la sua famiglia, la sua consorteria, non di fare gli interessi delle popolazioni. Ma poi, a chi spetta decidere se una classe dirigente è buona o cattiva? E chi è autorizzato ad intervenire? Abbiamo già scoperto negli anni passati che la guerra può essere una forma di ingerenza umanitaria: è una cosa discutibile, però tutto sommato non mi trova dissenziente. Tuttavia ciò non significa che si possa spingere l’ingerenza fino alla cacciata di classi dirigenti corrotte nei Paesi in cui sono al potere, e alla loro sostituzione con altri rappresentanti locali o non locali. Questo mi sembra un po' più audace perché significherebbe colonizzazione. In ogni caso, l’inadeguatezza delle classi dirigenti in moltissimi dei paesi più poveri è un problema serio. I paesi che hanno avuto successo anche nei processi di globalizzazione sono quelli che hanno saputo esprimere classi dirigenti adeguate. Per esempio, confrontiamo fra loro la Malesia e l'Indonesia. La Malesia non si è fatta travolgere dalla crisi del '98, l'ha subita, ha resistito al Fondo monetario, che le voleva far fare interventi che avrebbero aggravato la crisi, e ha deciso di fare a meno dei suoi finanziamenti: in breve tempo si è ripresa e ora sta piuttosto bene. L'Indonesia, dove c'era al potere una casta militare e affarista, pur avendo avuto un forte sviluppo, dopo quella crisi non si è più ripresa. L'Indonesia ricorda molto da vicino l'Argentina. In Argentina il problema è rappresentato, appunto, dalle classi dirigenti. L'Argentina negli anni '20 del secolo scorso era uno dei paesi potenzialmente più ricchi del mondo e del Sud America sicuramente, perché ha tutto: popolazione non eccessiva, buon livello di istruzione, materie prime, territorio. Ma i suoi dirigenti si sono rivelati irresponsabili, hanno rubato e portato il paese più volte alla crisi, quella di oggi non è certo la prima, e il nostro protezionismo ha fatto il resto. Si dice che in Argentina il Fondo monetario e gli altri poteri stranieri hanno costretto a liberalizzare e a privatizzare le imprese pubbliche, e adesso le imprese privatizzate funzionano male. In realtà la privatizzazione c’è stata ma la liberalizzazione no: le imprese pubbliche sono state vendute ai privati - un po' argentini e un po' americani – ma ad esse è rimasto il monopolio: perciò i cittadini, invece di avere un'impresa pubblica che prima era almeno attenta alle tariffe, adesso è alla mercé dei privati che spolpano la popolazione. Il problema, dunque, non è nel processo ma nell'attuazione del processo. Arriviamo alla conclusione: se le cose stanno così, dobbiamo creare le condizioni perché si possa discutere dei problemi e programmare gli interventi in maniera adeguata e per tempo. Questo è ciò che oggi manca completamente, perché noi abbiamo un'economia globale ma stati nazionali; e poi abbiamo una superpotenza che chiaramente non può fare da sola anche se aspirerebbe a farlo. Bisogna, dunque, creare degli assetti politici più evoluti. In questo senso, un buon esempio di globalizzazione virtuosa è quello dell'Unione Europea. Ci sono sempre stati, in passato e anche oggi, posizioni di euro-scetticismo e di nazionalismo generalmente derivanti dalla paura del nuovo, del cambiamento, dalla tendenza regressiva all'immobilismo, ma è evidente che il processo di unificazione europea è positivo. Noi riusciamo a gestire meglio certi potenziali conflitti e le difficoltà del nostro continente proprio perché abbiamo creato questo organismo che funziona bene, qualche volta male, qualche volta con stasi ed accelerazioni successive. E’ difficile, però c'è e ci dà forza. E certe posizioni molto radicali, tipo quelle diffuse nell'arco alpino fra l'Italia e l'Austria - ma ce ne sono anche in Danimarca, in Belgio, in Olanda - posizioni xenofobe, nazionaliste assolutamente contrarie all'Europa, appaiono chiaramente in forte analogia con quelle fondamentaliste arabe, nonché con altre posizioni emerse in Europa negli anni ’20 del secolo scorso: posizioni che si diffusero e conquistarono il potere, con le conseguenze che conosciamo. Quindi i rischi ci sono; un tempo i processi di globalizzazione portavano guerre: le ultime due guerre mondiali avevano a che vedere più o meno con i conflitti tra le nazioni derivanti dall'allargamento dell'economia. Adesso la situazione è parzialmente diversa, però qualche guerra ogni tanto, grande o piccola, pure si verifica. A differenza di allora, però, ci sono molti più antidoti, ci sono i paesi dell'Occidente che sono organizzati in modo pluralistico, democratico, c'è gente che può sollevare tutti questi problemi, ed esiste una consapevolezza molto maggiore, anche di tipo tecnico, da parte dei governi. La situazione è mutata e tuttavia bisogna stare, secondo me, molto attenti a trovare le soluzioni giuste. Infatti le posizioni radicali di contrapposizione alla produzione - che possono essere sia di destra che di sinistra - portano a soluzioni sicuramente peggiori. Noi vogliamo continuare ad essere sempre di più cittadini del mondo e saper accogliere la gente e a nostra volta saper andare da loro e sapere governare questo processo. E' su questi dati che istituzioni globali non ci sono e bisogna fare in modo di avviarne lo sviluppo: questo non può venire dall'ONU, deve essere qualcosa di più agile. Negli organismi internazionali, ad esempio, abbiamo una rappresentanza che non è corrispondente alla popolazione. Questo è un problema serio, anche in Europa. In Europa, quando si parla del voto all'unanimità o a maggioranza e ci si divide e i nazionalisti, gli antieuropeisti o i tiepidi dicono che le decisioni vanno prese all’unanimità e che dobbiamo difendere gli interessi nazionali, non si rendono conto di dire una sciocchezza, perché significa che il Lussemburgo può mettere il veto su tutte le cose che a lui interessano anche se sono in contrasto con gli interessi di paesi ben più popolosi e importanti. Questo problema, trasferito a livello mondiale, significherebbe, però, che se gli Stati Uniti e l’Europa hanno rispettivamente 260 e 320 milioni di abitanti, l'India ne ha 800 milioni, la Cina ne ha due miliardi, allora, se Usa ed Europa sono grandi potenze, quanto devono contare India e Cina in quei consessi? Una scelta equilibrata richiederebbe di tener conto sia del reddito, sia della ricchezza, sia della popolazione. Non va trascurato che le risorse sono in mano ai paesi più ricchi, e non è pensabile – anche se forse sarebbe bello – che essi le cedano ad altri solo perché le loro popolazioni sono più numerose. Tuttavia bisogna sapere in quale direzione si dovrà andare. Oggi l'Italia, la Germania, la Francia, sono Paesi fra i più ricchi del mondo e perciò ognuno di loro ha un ruolo importante nei consessi internazionali come il G7 - G8: ne facciamo parte ed è abbastanza gratificante che il Ministro del Tesoro vada lì, ci si trovi in 7 o 8, ed è molto utile perché serve a capire i problemi in un club alquanto esclusivo. Ma se si va verso soluzioni nazionali è chiaro che lì di europei, in prospettiva, ce ne deve essere uno solo, e magari ci deve essere un cinese, un russo, un indiano. Queste, però, sono sfide politiche. Ognuno si misura come crede; c'e anche molta gente che, a prescindere da tutto questo, ha una visione di breve periodo, dice che si devono fare scelte che siano nell'interesse del paese subito e basta, poi quel che viene viene. Questo è un approccio abbastanza diffuso e ovviamente discutibile. Discutibile almeno quanto l'approccio di chi, invece di ragionare, studiare, capire e trovare soluzioni adeguate, demonizza e criminalizza. Anche se è vero che un movimento che faccia leva sull'indignazione può essere utile per portare all’ordine del giorno i problemi reali, bisogna però evitare le correlazioni sbagliate fra i fenomeni contro i quali l’indignazione scatta e le loro cause. Come ho cercato di spiegare, le cause sono diverse. Provate a chiedere ad un globalizzato se vuole rinunciare ad esserlo. Si troveranno molti globalizzatori contrari alla globalizzazione. Ma difficilmente si troveranno proteste contro la globalizzazione nei paesi in cui la globalizzazione ha portato imprese straniere che hanno investito, creato posti di lavoro e dove si comincia a diffondere il benessere.

da http://www.nens.it


Dibattito Amato-Stiglitz

"Il global va bene ma ci vuole giudizio"

debolezze cicliche delle economie
il ruolo delle istituzioni finanziarie
gli errori commessi in thailandia e argentina
dove ha fallito il fondo monetario


Joseph E. Stiglitz e Giuliano Amato si confrontano sugli effetti e il futuro della globalizzazione e dei movimenti che la contestano. Il pianeta sta cambiando, ma sotto quale segno? 
Sì global, ma con giudizio e con equità. E´ la sintesi di alcune riflessioni su un processo storico e un movimento politico che procedono di pari passo, all´indomani del Social Forum di Firenze. «I no global dovrebbero cambiare nome e chiamarsi movimento per una giustizia sociale e globale», suggerisce Joseph E. Stiglitz, per tre anni consigliere di Clinton alla Casa Bianca, vicepresidente e chief economist alla Banca Mondiale, premio Nobel per l´economia nel 2001 e autore di un saggio, appena pubblicato in Italia da Einaudi (La globalizzazione e i suoi oppositori) tutto contro il Fmi, il Fondo monetario internazionale, accusato di governare l´economia mondiale nell´interesse del capitalismo americano. «I no global sono il carburante necessario per il cambiamento. Rappresentano l´embrione di una opinione pubblica mondiale», ragiona Giuliano Amato, ex premier e ministro del Tesoro, oggi vicepresidente della Convenzione che deve scrivere la carta europea e dunque uno degli architetti della cosiddetta «global governance», del complesso di regole per il governo mondiale dell´economia. In un forum organizzato da Repubblica, entrambi riconoscono l´ineluttabilità della globalizzazione e perfino la sua utilità, se ben governata. Ma il problema sta tutto in questo «se», nel modo in cui si dovrebbe e potrebbe gestire.
Il movimento no global è giusto o sbagliato?
STIGLITZ: «Vorrei un movimento per la giustizia globale, vorrei poter trasformare i governi e le istituzioni internazionali proprio per promuovere questa giustizia. Io credo che la globalizzazione possa aiutare i poveri, diffondere la democrazia e allungare le speranze di vita. Ma sono convinto che, spesso, non ha mantenuto le promesse. Va dunque ripensata guardando appunto anche alla giustizia sociale. Perciò bisogna ragionare sul modo migliore per tenere insieme queste due componenti».
AMATO: «Conosco delle adolescenti di Firenze che hanno scoperto, per la prima volta nella loro vita, la politica al Social Forum. Nessun partito ci sarebbe riuscito. Il fatto è che il movimento svolge una funzione di socializzazione tra le giovani generazioni, è una forza potente nel mondo, è riuscito a cambiare l´agenda di organismi come il G7, il Fondo monetario, il Wto. Ha mille anime ma alla base c´è l´idea, tutt´altro che sbagliata, che se lasci il mondo come sta andando ora, non funziona, perché i mercati globali non possono regolarsi da soli».
Cosa significa, in concreto, globalizzazione più equa? Cosa bisogna fare?
STIGLITZ: «Cambiare gli strumenti della governance mondiale. In pratica, le istituzioni internazionali devono modificare il loro atteggiamento associando al controllo economico-monetario dei paesi in via di sviluppo la ricerca di una maggiore giustizia sociale. Non deve accadere, per esempio, ciò che è successo in Thailandia, costretta dal Fmi a tagliare la spesa pubblica nella sanità, col risultato che nel paese c´è stata una esplosione di Aids. Né deve ripetersi l´esempio del Pakistan che, obbligato a ridurre la spesa per l´istruzione, ha visto le famiglie mandare i figli alle scuole islamiche, con tutte le prevedibili conseguenze del caso».
AMATO: «L´importante è connettere i problemi finanziari con quelli sociali. Ma non ci si illuda che l´Europa possa avere un´influenza positiva in materia. In fondo stiamo chiedendo alla Polonia di tagliare la spesa pubblica del 10% in un anno per essere ammessa nell´Unione allargata. Impossibile».
Stiglitz, lei è considerato un guru dei no global. In realtà, però, non è per niente contrario al mercato che questo movimento contesta e dove convivono anime sinceramente terzomondiste e ambientaliste con anime protezioniste.
«Condivido molte delle loro critiche. Contro gli squilibri nel commercio mondiale, per esempio; contro le privatizzazioni parziali o i sussidi all´agricoltura nei paesi europei. Certo, tra i no global vi sono anche dei protezionisti: non c´è dubbio. Di sicuro se dovesse prevalere questa componente, per il terzo mondo sarebbero guai».
Amato che ne pensa?
«Che la base comune del movimento no global non è sbagliata. Che su questa base si innestano ex comunisti come Fausto Bertinotti, che continuano a combattere contro il capitalismo e il mercato, con il leader dei protezionisti, il francese José Bové, che difende gli interessi agricoli del suo paese e pensa che il mercato globale sia contro di lui. Ma poi - ed è questo il fatto importante- vi sono tanti giovani che non si sono mai riconosciuti nella politica e ora trovano nuove bandiere sotto cui marciare. Tanta gente entra nel movimento semplicemente per creare le condizioni per un mondo migliore. E´ bellissimo. Dannosa invece è l´infiltrazione di gruppi violenti».
A Firenze, i giovani in corteo, mostravano uno striscione con su scritto: Fmi, Robin Hood alla rovescia.
STIGLITZ: «Tralasciando la natura emotiva di certi slogan, faccio io una domanda. In che misura le politiche del Fmi contribuiscono alla povertà? E in quale misura aggravano i problemi dei più poveri? Dunque: la preoccupazione per la povertà connessa con le politiche del Fondo è sacrosanta. E pure quella sugli effetti perversi di una liberalizzazione del commercio asimmetrica. Aggiungo che, da quando esiste il Fondo, ci sono state circa 100 crisi-paese. E dire che la sua missione doveva essere quella di creare stabilità nell´economia mondiale».
AMATO: «E´ essenziale che il Fmi si riappropri del proprio ruolo, che è quello di sorveglianza e di consiglio e non di utilizzo delle risorse».
Thailandia, Pakistan, Polonia. Ma che dire dell´Argentina dove i bambini muoiono di fame?
STIGLITZ: «Questo caso dimostra che il Fmi ha esacerbato i problemi esistenti, anziché risolverli. Il tasso fisso del peso argentino col dollaro era destinato al fallimento; il Fondo invece ha sostenuto questo ancoraggio».
AMATO: «E´ uno dei più grandi crimini di quest´epoca. Lì la ricchezza c´era ed è stata distrutta. Le responsabilità di politiche economiche e finanziarie sbagliate sono grandi».
Siete stati entrambi, in ruoli diversi, al Fmi e alla Banca mondiale, le istituzioni nate dagli accordi di Bretton Woods: il «nemico» per i no global...
AMATO: «Sono stato ministro del Tesoro per qualche anno. Capivo che negli anni 80, quando eravamo alle prese con il piano Brady e quello Baker per i paesi in via di sviluppo, gli Stati Uniti miravano a preservare gli interessi delle loro banche. Quando tornai in carica, dieci anni dopo, ebbi la sensazione, grazie anche al nuovo approccio dell´Amministrazione Clinton, che la diminuzione della povertà venisse presa molto più seriamente».
STIGLITZ: «Ho potuto vedere al lavoro il Tesoro Usa, sia dall´interno dell´Amministrazione che dalla Banca mondiale. E mi ha colpito il fatto che mai avesse informato il presidente di ciò che accadeva tra quelle mura. Una volta Clinton, leggendo un articolo sul Fmi, disse: "Non è orribile ciò che sta facendo il Fondo?". Non capiva che probabilmente era il suo segretario al Tesoro che diceva al Fmi di fare quelle cose».
Governare la globalizzazione: cosa devono fare le istituzioni finanziarie internazionali, a cominciare dal Fmi, per riuscirci?
STIGLITZ: «Devono a loro volta globalizzarsi. Faccio un esempio pratico: quando una multinazionale vuole un nuovo management si rivolge al mercato. Abbiamo così colossi Usa guidati da europei o la Mckinsey capeggiata da un indiano. Il Fondo, al contrario, stabilisce che il suo direttore generale è un europeo e il numero due un americano: si tratta sempre di nomine politiche, anche se vuole far credere il contrario».
AMATO: «Il Fmi è cambiato profondamente negli ultimi anni: l´attenzione s´è spostata dalle economie europee a quelle del terzo mondo, sempre più importanti in un contesto di globalizzazione finanziaria. Tuttavia i suoi funzionari si ritengono i responsabili del successo delle ricette che propongono ai singoli paesi più di quanto non lo siano i paesi stessi. Pensano cioè di dover prendere loro decisioni che spettano ai responsabili interni. Questa è una delle principali distorsioni nei rapporti tra il Fmi e i suoi "soci"».
Fondo monetario e Federal Reserve sembrano ossessionati soprattutto dal rischio-inflazione. Queste critiche possono estendersi anche alla Bce?
STIGLITZ: «Sì, del resto la Banca di Francoforte ha l´obiettivo della lotta all´inflazione nel suo statuto. Ma siamo di fronte ad un eccesso di angoscia, perché si combatte quella che chiamerei la guerra dell´anno scorso. Ora è acqua passata. Inoltre è dimostrato che un lieve incremento dell´inflazione non fa per niente male alla crescita».
La governance mondiale e la Convenzione: è stata presa qualche decisione?
AMATO: «Purtroppo in seno alla Convenzione la maggioranza ha respinto il nesso tra politiche sociali e governo dell´economia: quest´ultimo continua ad essere visto prevalentemente in termini di finanza. Per la maggior parte dei paesi europei una riduzione della pressione fiscale viene valutata solo per l´influenza sul patto di stabilità. Se non c´è più un euro da spendere per la ricerca e la salute, questo non importa. Ma così compromettiamo il nostro futuro».
A proposito del patto di stabilità: va cambiato? non va cambiato?
AMATO: «Si discute se modificarlo o meno. Ma la questione è un´altra: è se le nostre economie e la loro efficacia nel produrre ciò che ci aspettiamo producano, siano misurabili in modo adeguato rispettando i criteri del patto. E´ evidente che non è così perché esistono altri standard da rispettare, per esempio le politiche sociali, la crescita, le innovazioni. Perché non combiniamo tutte queste cose? Perché non valutiamo le nostre economie in relazione al patto e a questi altri criteri? Tutto ciò al momento sembra una lingua straniera».
STIGLITZ: « Sono d´accordo: bisogna guardare ad un quadro più ampio. Fare del patto solo una questione di numeri distoglie l´attenzione dalle più ampie dimensioni della politica economica. Il Fondo monetario, quando svolge le sue funzioni di sorveglianza con le missioni nei diversi paesi, in fondo fa proprio questo tipo di errore».
Stiglitz, gli Usa usano un mix di politica fiscale e monetaria molto più espansivo che in Europa: che ne pensa?
«In effetti l´amministrazione Bush in un solo anno è riuscita a trasformare un grosso avanzo di bilancio, realizzato in un decennio, in un forte disavanzo. Una mossa azzeccata per i suoi effetti stimolanti ma a dir poco stravagante in termini di grandi numeri e di patto di stabilità».
Il mondo islamico è un chiaro esempio di area geografica che dispone di molti capitali non impiegati per fini sociali. Come si inserisce questa realtà nel contesto più vasto della globalizzazione?
STIGLITZ: « Il caso dei paesi islamici è la prova che i capitali da soli non costituiscono una risposta ai problemi dei singoli paesi. Lo vediamo in altre aree. Per esempio in Nigeria, che è ricca di petrolio o nelle nazioni africane che producono diamanti. Il problema è quello della partecipazione democratica allo sviluppo di un paese. Faccio sempre l´esempio del Botswana che cresce da trent´anni al ritmo dell´8-9%: aveva i diamanti ed ha usato questa risorsa bene perché disponeva di un´ampia base di partecipazione democratica al processo decisionale. Non ha mai beneficiato di un programma del Fmi né ha mai accettato i suoi suggerimenti, affidandosi solo a consulenti esterni».
Qualche domanda più tecnica. La deflazione è un problema reale?
STIGLITZ: «E´ un fenomeno gravissimo sotto ogni aspetto, tanto quanto l´inflazione. Ma soprattutto comporta un ribaltamento di mentalità perché siamo abituati a preoccuparci dei sintomi della crescita dei prezzi e non di quelli inversi. Gli Usa hanno conosciuto un periodo del genere alla fine del diciannovesimo secolo, poi è passato. In questo momento, almeno in Europa, non è all´ordine del giorno. Molti dei problemi del Giappone, invece, sono dovuti alla deflazione».
Ancora: qual è il ruolo dei movimenti di capitale a breve nel governo mondiale dell´economia?
STIGLITZ: «E´ essenziale. Va detto però che i controlli sono difficili. Il Cile tuttavia ci riuscì: bloccò gli afflussi di capitale evitando la stessa instabilità che creano le fughe>.
AMATO: «I controlli spettano ai singoli paesi. Sono loro che decidono quando, come e se fissare delle restrizioni. Il problema è che questi capitali vengono usati per produrre altro denaro e non per fini produttivi o socialmente utili. In questo modo, producono ricchezza per pochi e meno crescita per tanti».
Più in generale, dopo l´11 settembre, noi tutti che tipo di crisi economica stiamo attraversando?
STIGLITZ: «Ciclica, non c´è dubbio, ma peggiore delle altre volte. L´economia ha evidenziato debolezze di fondo. Vi sono i problemi scaturiti dalla crisi della Enron, dell´Arthur Andersen ma anche da quasi tutto il sistema delle banche d´affari Usa, ossia istituzioni globali. Sono problemi connessi a dei conflitti di interesse che hanno minato sensibilmente la fiducia».
AMATO: «Stavolta il venir meno della fiducia ha trasceso ciò che di solito avviene quando interviene una crisi».
(a cura di Elena Polidori)

la Repubblica 
20 novembre 2002


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