IL PROFESSORE DELLA COLUMBIA: GIUSTA LA DECISIONE AMERICANA DI DONARE E NON PIU´ PRESTARE
«Ue, un modello di globalizzazione»
Sabel: l´Europa un laboratorio per le nuove formule
corrispondente da NEW YORK
OPPORSI alla globalizzazione non ha molto senso perché è già nei fatti,
meglio invece pensare di governarla in qualche maniera. Questa l'opinione di
Charles Sabel, docente alla Law School della Columbia University, secondo cui
piuttosto che inseguire miraggi di governi mondiali sarebbe assai meglio
richiamarsi all'unico esempio esistente di regolamentazione della
globalizzazione, quello dell'Unione Europea. Incontrare un accademico americano
che crede nell'efficacia del modello dell'Ue è già un'eccezione, se poi
ritiene che possa addirittura servire da battistrada per la globalizzazione nel
XXI secolo diventa una rarità. Ma Sabel è un ottimista e l'annuncio fatto da
Bush a Monterrey lo stimola a restare tale.
Professor Sabel, come giudica la proposta fatta dal presidente Bush al summit di
Monterrey di donare e non dare più sotto forma di prestiti gli aiuti ai Paesi
poveri?
«E' un passo nella direzione giusta. Da tempo questa è l'opinione prevalente.
Prestare soldi a chi non ne ha è servito finora a far fare profitti alla Banca
Mondiale, non a battere la povertà. Con questo annuncio George Bush ha fatto
un'importante concessione, segno che gli Stati Uniti sono sotto pressione,
stanno tentando di aprire un nuovo tipo di dialogo con i Paesi afflitti dalla
povertà».
Perché considera l'Unione Europea un modello di governo per la globalizzazione?
«Incominciamo con il dire che la globalizzazione è un dato di fatto, ormai
neanche più tanto nuovo. E' una nuova definizione che descrive una serie di
fatti che si sono andati accumulando nel tempo, negli ultimi trenta anni, e con
i quali bisogna fare i conti. La globalizzazione ha un significato particolare
per l'Europa e quindi anche per l'Italia perché l'unico suo esperimento, di
gran lunga il più riuscito, è l'Unione europea».
In che cosa consiste questo modello europeo?
«Chiunque vive nell'Unione Europea sa già che cos'è la globalizzazione. E' lo
sforzo simultaneo di armonizzare le leggi, incoraggiare il libero scambio,
promuovere la salute pubblica e le garanzie sociali, realizzare diverse forme di
solidarietà affinché riflettano i bisogni di ogni singola comunità, ogni
nazione. Il focus è sull'armonizzazione, non sul conflitto. La storia
dell'Unione europea, specie quella recente, anticipa lo sviluppo della
globalizzazione».
Ma i Paesi europei condividono valori comuni. Come è possibile pensare che
l'esempio dell'Ue possa essere ripetuto fra Paesi e società con valori
differenti?
«Questo è parte del paradosso. Dopo le Seconda Guerra Mondiale nessuno osava
pensare che tutti i Paesi dell'Europa condividevano gli stessi valori, a parte
il divieto di uccidere. Quello che è successo ha invece avvicinato come mai
prima greci e scandinavi, europei del Sud e del Nord. Difficile rendersi conto
quanta strada è stata fatta, ma quello che è avvenuto conferma che la
globalizzazione può portare Paesi diversi a condividere valori comuni».
Veniamo all'ipotesi concreta del governo. Quale è possibile per la
globalizzaziione?
«E' questo il campo in cui l'Unione europea è più avanti perché inventa
nuove formule politiche. Ne è un chiaro esempio la discussione in atto sulla
Costituzione europea. Vi sono al momento quattro strade possibili. La Carta dei
Diritti e il Catalogo delle Competenze - proposto da tedeschi - riprendono i
precedenti percorsi seguiti in seguito alle Rivoluzioni francese ed americana.
Ma vi sono altre due strade che emergono dal confronto in atto in Europa sulla
Conferenza intergovernativa. Se guardiamo bene si tende a trasformarla in una
Conferenza costituzionale permanente. Ora i casi sono due: o gli europei sono
troppo lenti e non hanno capito che la Convenzione di Filadelfia o l'Assemblea
Costituente francese si riunirono per appena un mese e poi si misero subito a
scrivere il testo, oppure il punto è un altro: l'Europa non vuole una
Costituzione, vuole una Conferenza costituzionale, l'obiettivo non è la stesura
del documento ma una discussione costante sui valori e sulle istituzioni senza
il tentativo di congelarne i risultati, non un documento permanente ma un
processo permanente».
Molti in Europa temono che il processo che lei prende a modello possa portare a
un'impasse istituzionale?
«Non è detto. Nella Conferenza permanente le vere questioni critiche - riforma
dello Stato Sociale, educazione, immigrazione e creazione dei posti di lavoro -
invece di trovare espressione in regolamenti divengono oggetto di una costante
discussione disciplinata. L'obiettivo non è arrivare a un'unica soluzione ma di
obbligare ognuno a fare i conti con le contraddizioni interne ai rispettivi
sistemi. E' un processo decisionale certamente anomalo ma che smussa le
differenze avvicinando Paesi e società».
Non le sembra di essere un po' troppo ottimista?
«Assolutamente no. Guardiamo i fatti. Ciò che fanno Germania, Francia o Italia
spesso diverge più che convergere. Ogni Paese ha una sua politica differente,
ma si procede comunque verso l'armonizzazione in sede europea. Le istituzioni
europee sono molto democratiche perché rispondono alla base, riflettono gli
interessi degli Stati ma portandoli a una convergenza».
Come immagina questo modello su scala globale?
«Bisogna seguire l'esempio dell'Ue per dar vita a politiche globali
armonizzando le differenti politiche nazionali su temi come commercio, ambiente,
pesca, foreste, dighe. Sono tutti regimi particolari che hanno ormai bisogno di
accordi a livello globale».
E pensare che in molti in Europa guardano al modello federale americano come
esempio da seguire...
«Nell'Ue c'è chi dice che si tratta di una forma imperfetta di governo e c'è
chi la vorrebbe sostituire con quella degli Stati Uniti ma, che io sappia,
eccetto gli stranieri nessuno apprezza il sistema federale americano».
Il movimento no global continua a crescere, denunciando la globalizzazione come
un enorme inganno dei ricchi e danno dei poveri. Come rispondere a questa
protesta?
«La realtà è che la globalizzazione si afferma comunque. Non so se nasceranno
altre Unioni europee, ma di certo andiamo verso armonizzazioni complesse su temi
particolari ma di interesse globale. L'unica previsione possibile da fare è che
gli europei potrebbero guidare questo processo perché conoscono la
globalizzazione meglio di chiunque altro, avendola provata sulla loro pelle.
L'Unione europea è la prima grande creazione politica dopo le rivoluzioni
francese ed americana. E' un laboratorio per la democrazia in condizioni di
globalizzazione. Ce n'è abbastanza per esserne molto fieri».
La Stampa
23/3/2002
WTO: IL CAMMINO DA SEATTLE A DOHA
di Stefano Gatto
A solo due anni dagli strepiti di Seattle, la Conferenza Ministeriale di Doha (Qatar) e' riuscita a trovare un accordo sull'agenda di un nuovo ciclo di negoziati commerciali, che dovranno iniziare nel gennaio 2002 per concludersi entro il 31 dicembre 2004. Il nuovo round si chiamera' "Agenda per lo Sviluppo", ed avra' come obiettivo fare un nuovo passo avanti nel processo di liberalizzazione del commercio internazionale.
Il nuovo round segue l'ormai famoso "Uruguay Round', chiusosi nel 1993 con la Conferenza di Marrakech, che aveva tra l'altro supposto la trasformazione del GATT in OMC.
Mi pare assai significativo che, a fronte dell'enorme attenzione che aveva suscitato Seattle, l'OMC sia riuscita oggi, a solo due anni di distanza, a trovare un accordo (consensuale) su un progetto che era allora fallito, ed a farlo nella sostanziale indifferenza dei media e dell'opinione pubblica.
Cerchiamo di capire cosa e' successo tra Seattle e Doha:
1. A Seattle, e' definitivamente morto un certo modo di fare politica internazionale e diplomazia ignorando l'opinione pubblica. Per molto tempo, la politica internazionale e' stata un ridotto per specialisti, sottoposta ad uno scarso controllo dei poteri legislativi (in quanto "domaine réservé") ed ignorato dall'opinione pubblica (salvo in caso di guerre). Il giorno per giorno della politica estera e' sempre stato ignorato dal grande pubblico, specie quando si trattava di questioni commerciali, tecniche e complesse;
2. Le proteste di Seattle hanno messo in evidenza perlomeno due cose:
2.1 Nell'opinione pubblica mondiale esiste, tanto nel Nord come nel Sud, un oggettivo disagio nei confronti degli effetti perversi della globalizzazione e della "mercantilizzazione" dei rapporti sociali da essa derivata;
2.2 Gli efetti della liberalizzazione commerciale su scala mondiale sono ineguali, venendo beneficiati molto di piu' i paesi industrializzati che quelli piu' poveri, anche se persino nei primi si diffonde una percezione di "stare perdendo qualcosa".
3. Il fiasco di Seattle ha dimostrato anche che il metodo di creazione del consenso internazionale che aveva prevalso negli ultimi decenni in materia commerciale non era piu' valido: Usa, UE e Giappone, le grandi potenze in campo, non possono piu' permettersi di concludere accordi tra di loro obbligando nella pratica tutti gli altri a seguirle. Per le ragioni di cui sopra, e' necessario prendere seriamente in conto gli interessi dei paesi in via di sviluppo, ascoltare la loro voce e definire nuove regole del gioco piu' equilibrate per tutti.
4. Tra Seattle e Doha, l'Unione Europea, sotto la direzione del Commissario francese Pascal Lamy, ha portato avanti uno sforzo capillare di "consensus building", con l'obiettivo di riuscire a lanciare un nuovo ciclo di negoziati commerciali dal contenuto il piu' ambizioso possibile: e' quello che e' riuscito a Doha.
5. Perche' il ciclo doveva essere ambizioso? Proprio per rispondere ai nuovi stimoli che vengono dalle societa' e dal Sud del mondo: quanto piu' ampia l'agenda di discussione, tanto piu' possibile sara' identificare proposte e soluzioni che possano interessare ai diversi membri dell'OMC.
Ed anche perche' il commercio internazionale si e' incredibilmente trasformato nel corso degli ultimi 10 anni: non solo il commercio in servizi e' molto piu' significativo (e molto meno regolato) di quello tradizionale in beni, ma una molteplicita' di altre dimensioni si sono venute ad aggiungere alla materia, creando un quadro realmente complesso: pensiamo alle questioni legate alla proprieta' intellettuale ed alle conseguenze in materia sanitaria, alle questioni di salute pubblica e protezione dei consumatori, ai legami con la protezione dell'ambiente, con le regole in materia lavorativa ed altre ancora.
Il nuovo ciclo non poteva quindi limitarsi a prevedere ulteriori quote di liberalizzazione, ma doveva per forza tener conto di questo quadro piu' complesso.
Con un avvertenza: le soluzioni non sono affatto univoche. Quando José Bové si erge a paladino dell'agricoltura protetta europea (e dei sussidi che gradiva ricevere come esportatore di formaggi sovvenzionati) sta al tempo stesso proponendo soluzioni che mortificano le possibilita' di sviluppo, tramite esportazioni agricole, proprio di quei paesi emergenti cui dichiara (a parole) grandi simpatie.
O quando Brasile, India e Sudafrica sfidano (giustamente) le multinazionali mediante la produzione locale di medicine, si pone il problema del rispetto della proprieta' intellettuale e dei potenziali effetti negativi (per tutti) sul futuro della ricerca farmacologica.
Bando quindi ai banalizzatori ed ai fornitori di verita' assolute e parziali: trovare soluzioni equilibrate non e' affatto facile.
Per cercare di rispondere a questa sfida, l'Unione Europea ha quindi cercato di coinvolgere nel processo di creazione del consenso alcuni paesi considerati chiave tra gli emergenti, rompendo quell'asse privilegiato Washington - Bruxelles che ha fatto ormai il suo tempo.
Per informazione questi paesi sono, grosso modo: Brasile, Messico, Sudafrica, India, Indonesia, Egitto, Malaysia, oltre a Canada e Australia. Questo nucleo duro si e' quindi venuto ad aggiungere ai tradizionali UE, Usa e Giappone nella preparazione, durata due anni, della nuova Conferenza. Del gruppo hanno comunque anche fatto parte altri paesi, soprattutto come rappresentati regionali, ma i "key -players" erano chiaramente quelli elencati.
Infatti, sarebbe stato impossibile definire un agenda di lavoro a 142, non c'e' bisogno di essere un grande diplomatico per capirlo. L'agenda la definisce un gruppo ristretto, anche se ora allargato, l'insieme dei membri dell'OMC l'approva o no.
Se il processo e' andato avanti con successo sino all' 11 settembre, gli attentati hanno per un attimo distolto l'attenzione dalle questioni commerciali. La prima impressione fu che di negoziati commerciali non si sarebbe piu' parlato per un po', guerra oblige.
Ed invece la catastrofe dell' 11 settembre e' servita come input positivo: tra le altre cose, gli attentati sono venuti a rinforzare l'idea che il mondo e' strutturato su basi ingiuste (anche se questo naturalmente non giustifica gli attentati). Un nuovo round di negoziati che permetta un rilancio del commercio su basi piu' giuste puo' quindi servire ad alliviare le tensioni che attanagliano l'umanita'.
Ecco quindi che le condizioni per il raggiungimento di un consenso sono aumentate notevolmente, dopo Seattle e dopo l'11 settembre.
Com'e' avvenuta questa costruzione consensuale dell'agenda del WTO? Da una parte, i contatti tra i Commissari europei ed i loro omologhi, Ministri dei paesi scelti come riferimento, sono stati molto piu' frequenti che in passato. Ogni riunione aveva per scopo quello di avanzare passo passo sull'insieme della'agenda, eliminando pregiudiziali o tabú. E' chiaro che in quadro di questo tipo tutti devono fare concessioni, non siamo piu' in un mondo dove i forti possono disporre a loro piacimento dei piu' deboli.
Sono poi stati organizzati molti seminari regionali tipo "brainstorming", ai quali sono stati invitati i funzionari dei vari paesi che avrebbero concretamente portato avanti i negoziati. Io stesso ho partecipato a vari di questi eventi in America latina: queste iniziative, sponsorizzate dalla Commissione, sono state utilissime, perche´ hanno permesso alle persone che sucessivmente sarebbero state coinvolte nel negoziato di discutere in liberta' sui temi oggetto dei negoziati, creando tra l'altro vincoli di familiarita' sempre molto utili.
E poi l'UE ha lanciato alcune iniziative che andavano oggettivamente incontro alle esigenze dei paesi in sviluppo: l'iniziativa EVERYTHING BUT ARMS, che apre i mercati europei alla pratica totalita' dei prodotti dei PVS e ACCESS TO MEDICINES che, appoggiando l'iniziativa brasiliana e sudafricana di sospensione dei brevetti di alcune medicine in casi d'emergenza, apriva la via al raggiungimento di un consenso internazionale su questa delicata materia.
Da notare infine un'ultima, importantissima differenza di metodo tra Seattle e Doha: a Seattle si falli' anche perche' si pretese di fissare nel documento iniziale del negoziati quali sarebbero stati i risultati finali. A Doha, piu' modestamente, si e' fissata un'agenda iniziale, che sara' oggetto di negoziati nei prossimi tre anni.
Con tutte queste premesse, Doha e' stato un successo, ma arrivare in fondo e' stato comunque difficilissimo, ed il round sara' molto, ma molto impervio.
Ma da Doha sono usciti soddisfatti quasi tutti i paesi, e questa e' una bella novita' rispetto al passato.
Veniamo ora alle conclusioni della conferenza ed al contenuto dell'agenda del nuovo negoziato che si apre a gennaio.
Il risultato di Doha e' l'apertura della cosiddetto "Round per lo Sviluppo", la cui durata e' prevista dal gennaio 2002 al dicembre 2004. Le parti dovranno trovare un accordo sui vari temi in discussione per quella data. In questo senso, Doha e' stata un successo perche' si e' ottenuto l'obiettivo principale, proprio cio' che non era riuscito a Seattle.
Se cosi' non fosse stato, la credibilita' del sistema multilaterale di commercio sarebbe stata ferita a morte, portando probabilmente ad un passo indietro nel processo di apertura dei mercati.
Ma cos'era davvero in gioco? In teoria, tutti i paesi del mondo e perlomeno tutti i membri del WTO sono a favore del libero commercio. Nella pratica, ognuno cerca di ottenere maggiori aperture nei settori dove e' piu' competitivo e maggiori protezioni dove e' invece piu' debole.
I vari Round del GATT dal 1945 in poi, sino all'ultimo (Uruguay Round del 1993) hanno avuto come effetto la progressiva riduzione delle tariffe doganali, che sono oggi in termini generali molto basse e non costituiscono piú un ostacolo al commercio.
Ma rimane l'eccezione agricola: in quel settore, cosí importante per molti paesi esportatori anche in via di sviluppo, i dazi sono diminuiti molto meno, rimanendo ancora oggi a livelli altissimi.
A fronte della diminuzione dei dazi (misure tariffarie), sono poi emerse tutta una serie di nuove barriere (misure non tariffarie), di variegatissima natura, che creano ostacoli molto seri al commercio (misure sanitarie, regolamenti tecnici, certificati, standards etc.). L'idea di fondo del WTO e' quella di creare dei regolamenti multilaterali in maniera da evitare misure abusive od arbitrarie che in realta' nascondono atteggiamenti protezionistici.
Il concetto - chiave e' quello di "non discriminazione": io posso introdurre il regolamento tecnico che considero piu' opportuno, ma devo farlo in maniera trasparente, giustificarlo su basi serie e soprattutto applicarlo in maniera non discriminatoria nei confronti dei prodotti di altri paesi.
Di esempi se ne potrebbero fare molti, ma ne basti uno: il primo caso giudicato dall'organo del WTO che si occupa della risoluzione delle controversie vide la condanna degli Usa che avevano proibito l'acquisto di tonno messicano perche' esso era stato pescato (in Messico!) senza rispettare i dettami della legge americana (cioe' con reti speciali che impediscono la cattura di altre specie marine). Il WTO giudico' pretestuoso l'uso di tale legge, che in realta' copriva un atteggiamento protezionistico americano (protezione della flotta americana).
Un caso simile oppose piu' tardi Canada ed UE (soprattutto Spagna), quando i canadesi vollero limitare unilateralmente l'accesso alla acque canadesi di pescherecci europei (spagnoli), usando come argomento la protezione del fletano. Intendiamoci: tutti gli accordi in materia di pesca prevedono delle quote limitate di catture e tengono conto della protezione delle speci ittiche, ma cio' che non posso fare e' emettere leggi unilaterali e poi applicarle solo a sudditi stranieri. Questa e' discriminazione ed e' illecita.
Il problema della minore liberalizzazione del commercio agricolo rispetto a quello industriale fa si' che i paesi grandi esportatori agricoli (Usa, ma anche Argentina, Brasile, Canada, Australia, Nuova Zelanda e molti PVS) abbiano approfittato molto meno degli esportatori di beni industriali e servizi dell'apertura dei mercati.
Certo, gli Usa hanno potuto compensare questo fatto in altri settori, ma molti PVS ed emergenti sono fondamentalmente competitivi solo nel settore agricolo o primario, e l'asimmetria del commercio internazionale li ha penalizzati.
D'altro canto, questi paesi sono stati costretti ad aprire i loro mercati ai prodotti dei paesi industrializzati, senza pero' ricevere in contropartita l'apertura completa dei mercati agricoli.
La situazione dell'UE e' complessa: da un lato e' il primo compratore di prodotti agricoli dei PVS e dei grandi esportatori agricoli, ma dall'altro canto i meccanismi della PAC aumentano artificiosamente i prezzi interni creando una barriera pressoche' insormontabile per i prodotti che competono con l'agricultura europea.
Il risultato sono i prezzi altissimi degli alimenti in Europa ed il mantenimento di un' agricultura europea relativamente inefficiente.
Il dibattito sul tema potrebbe essere lunghissimo, e magari ci torneremo se a qualcuno interessa, ma la nostra decisione, per molti versi legittima, di mantenere in piedi, per ragioni non solo economiche, ma piuttosto sociali e culturali, un settore agricolo inefficiente contrasta, e di molto, con le nostre ambizioni libero cambiste. Predichiamo il libero commercio ma non lo pratichiamo quando si parla d'agricultura.
I problemi sono vari: da una parte precludiamo a molti paesi piu' poveri un maggiore sviluppo, perche' riduciamo l'accesso dei loro prodotti (meno cari) ai nostri mercati, pero' d'altro canto esigiamo da loro che aprano i loro mercati ai nostri beni e servizi.
Un problema addizionale cui spesso non si pensa e' poi che il prezzo finale degli alimenti in Europa e' molto piu' caro rispetto al resto del mondo perche' i prodotti ricevono forti sussidi alla produzione. I consumatori pagano quindi due volte i loro alimenti, una volta via finanziamento del sussidio (tasse) ed un altra volta attraverso il prezzo (alto) pagato al dettaglio.
Lo si puo' fare, se si decide che si e' disposti a questo sacrificio, ma e' anche legittimo che i nostri partner commerciali si sentano penalizzati da questo sistema.
Il meccanismo che e' realmente sotto accusa sono i sussidi all'esportazione di prodotti agricoli, che consistono nel pagamento all'esportatore europeo (od americano) della differenza tra il prezzo interno ed il prezzo mondiale, naturalmente piu' basso, in maniera tale che il prodotto possa venire esportato su mercati terzi nonostante il suo prezzo sia superiore.
La cosa curiosa e' che per i prodotti industriali esistono severi meccanismi di lotta contro il dumping, pero' in matiera agricola no. Nel concreto, i sussidi pagati agli agricoltori dei paesi ricchi bruciano il mercato alle potenziali esportazioni dei paesi produttori di alimenti.
In questo quadro, i paesi esportatori esportatori agricoli avevano imposto come condizione per il lancio del round l'eliminazione dei sussidi agricoli all'esportazione ed una riduzione sostanziale dei sussidi interni alla produzione.
Una precisazione: in termini assoluti, chi paga piu' sussidi sono gli europei, in termini pro capite sono gli americani.
La dichiarazione di Doha prevede che siano aperti negoziati tendenti a questi due obiettivi anche se senza garanzia di risultato (frase fatta aggiungere dall'UE; nella versione originale si prevedeva l'eliminazione completa dei sussidi, adesso dipendera' dall'andamento del negoziato).
I paesi esportatori sono soddisfatti, perche' per la prima volta il principio del libero commercio passa anche all'agricultura; i paesi che concedono sussidi anche, perche' riescono ad eliminare l'automaticita' dell'eliminazione dal testo. Vi lascio pero' immaginare la difficolta' che presentera' un tale negoziato.
Gli altri punti principali del nuovo Round saranno:
1. Implementazione e revisione delle regole del WTO: i paesi emergenti tenevano molto a che si lavorasse sul'approfondimento degli impegni anteriormente presi piuttosti che aprire nuovi fronti negoziali. Sono stati soddisfatti in parte: la revisione degli accordi precedenti sara' effettuata, ed alcuni meccanismi esistenti (antidumping, crediti all'esportazione, regimi interni di promozione degli investimenti) giudicati oggi come sbilanciati a favore dei paesi ricchi saranno rivisti;
2. Serviz: i negoziati partono subito su banca, assicurazioni, telecomunicazioni e turismo. Dobbiamo far notare che i servizi rappresentano oggi il 60% del P.I.B. mondiale, e la regolamentazione della materia e' senza dubbio sfasata rispetto a tale realta');
3. Tariffe industriali: ulteriori abbassamenti sono previsti;
4. Soluzione delle controversie: revisione dei meccanismi per renderli piu' equi e funzionali;
5. Ambiente: l'UE voleva l'introduzione di clausole ambientali nel commercio internazionale. E' un principio utile, difeso da molte ONG e che risponde ad una preoccupazione reale delle nostre opinioni pubbliche, ma e' anche terribilmente a doppio taglio perche' apre la porta a molti possibili abusi. I PVS erano quindi contro, soprattutto sull'introduzione del cosiddetto principio di precauzione, che permette la sospensione unilaterale dell'importazione di un prodotto. Alla fine il compromesso e' stato il seguente: entrano nel negoziato lo studio di meccanismi tra le regole del WTO ed altre convenzioni internazionali in materia ambientale, in maniera da evitare incoerenze e contraddizioni. L'obiettivo e' la definizione di regole chiare e trasparenti appunto per evitare unilateralismi.
6. TRIPS: accordo sulla proprieta' intellettuale. Grande vittoria dei PVS (Brasile, India e Sudafrica in testa) che ottengono l'introduzione del principio di flessibilita' in materia di rispetto dei brevetti. E' l'effetto della battaglia sull'AIDS. In caso di emergenze di natura sanitaria, il rispetto di brevetti e patenti puo' essere sospeso; introdotto anche il principio del legame con la Convenzione sulla Diversita' Bilogica e la valorizzazione della biodiversita' e delle culture tradizionali (lotta contro la cosiddetta biopirateria);
7 Altri temi: si trattava di una cesta di altre questioni sulle quali i paesi industrializzati e specialmente l'UE hanno insistito molto. Di fronte alla crescente complessita' del commercio internazionale, si trattava di includere nel negoziato la definizione di regole multilaterali su: investimenti, appalti pubblici, concorrenza, facilitazione commerciale. Alla fine i PVS l'hanno avuta vinta: per il momento ci si limitera' ad ad effettuare studi tecnici in queste materie, per quanto riguarda eventuali negoziati se ne parlera' tra due anni.
I paesi meno sviluppati temono infatti di essere sottomessi a nuove raffiche di concessioni in questi campi, dove chiaramente sono di nuovo i paesi ricchi a godere di un maggiore potenziale.
Bene, non e' tutto quanto deciso a Doha, ma un riassunto dei punti piu' importanti.
Segnalerei due punti:
- si tratta dell'agenda negoziale piu' equilibrata della storia dell'organizzazione: un insieme di fattori, gia' illustrati in precedenza, tra cui non ultimi lo shock post - 11 settembre e le proteste internazionali anti - globalizzazione, hanno obbligato la comunita' internazionale a prendere atto di un disagio largamente diffuso cui si deve rispondere con fatti concreti;
- l'essere riusciti a fissare un' agenda e' gia' molto, ma adesso comincia il difficile. Il negoziato sara' durissimo e come potete vedere i temi sono molti e complessi. Le risposte non sono facili e le soluzioni richiederanno molta ma molta ambizione e coraggio. Da parte di tutti, non solo di chi negozia, ma anche delle societa' civili che seguono questi processi sempre piu' da vicino.
Il dovere di tutti noi e' quello di informarci per poter esprimere opinioni costruttive e non slogan: quelli si' che sono controproducenti.
4.12.2001
Globalizzatori e anti
di Vittorio Valenza
Genova G8. I governanti degli otto paesi più industrializzati del mondo si
riuniranno a Genova dal 20 al 22 luglio. Come è ormai un rito, la riunione sarà
oggetto di una più che vivace protesta inscenata dal "popolo di
Seattle". Il variegato insieme prende il nome della città statunitense
dove, alla fine del '99, per il vertice del Wto, si diedero appuntamento tutti
coloro che osteggiano la cosiddetta "globalizzazione". Più che di un
movimento si tratta di un arcipelago di gruppi (il Genoa social forum, promotore
del raduno, ne ammucchia 324) con idee diverse, ma uniti contro quella che
considerano la "giunta amministrativa degli affari" del capitalismo
mondiale. D'acchito, proviamo simpatia per i contestatori. Sono giovani e dicono
di stare dalla parte degli sfruttati. È vero che non ci piacciono né i
cosiddetti "casseurs" che infrangono vetrine, né le ordinate fanterie
delle "tute bianche" che, con scienza e incoscienza, assaltano le
forze dell'ordine. Però, non possiamo dire che la loro sia stata una violenza
inutile. Infatti, il perverso sistema dell'informazione-spettacolo, che non
ragguaglia, ma vuole stupire, ha dato notizia del dissenso solo dopo che la
furia ha lasciato il segno a Seattle, a Praga, a Nizza….Dopo Goteborg, perfino
la nostri opinion leader si sono accorti che lo spettro s'aggira...Così s'è
rotto il rumoroso silenzio che fin qui aveva accompagnato le scelte sulla
costruzione del nuovo ordine mondiale. Quindi, "casseurs" e "tute
bianche", un risultato, loro malgrado, lo hanno raggiunto.
La globalizzazione. Se con il termine s'intende l'integrazione mondiale
dell'economia e dei costumi, allora la globalizzazione ha l'età del capitalismo
ed è già stata descritta, con efficacia, da Karl Marx, per es. nel Manifesto.
Quindi, piuttosto che qualcosa di nuovo, sembra essere il prolungamento della
rivoluzione industriale. Ma l'attuale assetto del capitalismo non è solo
questo. Vi è una novità: il libero scambio in una dimensione che, come ci
ricorda Paul Bairoch, non ha precedenti. Negli ultimi due secoli, infatti, benché
il liberismo fosse la filosofia ufficiale del capitalismo, gran parte degli
stati capitalistici, a cominciare dagli Usa, hanno per lo più adottato
politiche protezionistiche. Cosicché il mercato mondiale, fino al secondo
Dopoguerra, poté essere tratteggiato come "un oceano di protezionismo
intorno a poche isole liberiste". Tra queste ultime spiccò, dal 1846 al
1932, la Gran Bretagna. Si dà il caso, però, che l'industrializzazione
britannica, quando, nel 1846, gli inglesi adottarono il libero scambio, fosse più
di due volte superiore a quella dei più insidiosi concorrenti: Francia,
Germania e Stati uniti. Per la dottrina, il liberoscambio doveva essere la via
per parificare dei livelli di sviluppo, innalzando i più bassi e non viceversa.
I futuri paesi sviluppati, a cominciare, nel 1879, dalla Germania, scelsero,
invece, di proteggere le nuove industrie con la tariffa doganale. La storia è
piena di miti e di paradossi. Era questa la teoria delle "industrie
bambine", messa a punto Friedrich List, anche se l'espressione fu coniata
da Alexander Hamillton, uno dei padri fondatori degli Stati uniti.
Evidentemente, il liberismo era visto come la volpe nel pollaio. Per contro, il
futuro Terzo mondo fu liberista . Ma, "si trattava di un liberismo
coatto". Siamo, infatti, nell'età dei "trattati ineguali"
imposti dalle cannoniere. Ciò diede un decisivo contributo al ritardo
nell'industrializzazione di quei paesi. Effetto già allora conosciuto. Infatti,
Benjamin Disraeli, nel dibattito sull'abolizione delle Corn Laws (1846), richiamò
l'esempio della Turchia come "un caso di danno provocato dalla sfrenata
competizione". Come scrive Noam Chomsky: "La dottrina del libero
mercato è emersa in due versioni: la prima è quella ufficiale imposta agli
indifesi, la seconda è quella che potremmo chiamare "la dottrina del
libero mercato realmente esistente": la disciplina del mercato va bene per
te, ma non per me." Alla dura realtà dovettero adeguarsi, alla fine, anche
gli inglesi. Nel 1932, quando la Gran Bretagna abbandonò il liberoscambio,
l'industrializzazione degli Usa superava quello inglese del 50 per cento.
Inoltre, Belgio e Germania vi erano vicine. L'oceano protezionista iniziò a
ritirarsi negli anni '950. Gli Usa si convertirono al liberismo dopo aver vinto
la guerra ed essersi assicurati il predominio nei grandi organismi
internazionali, dopo aver drenato le intelligenze da ogni paese e aver
monopolizzato le tecnologie chiave: dall'atomica alla "Rete".
Alle origini. George Soros, è incerto se l'inizio della globalizzazione vada
ricercato "negli anni '70, quando sono sorti i mercati offshore in
eurodollari", o "attorno al 1980, quando sono andati al potere
Margaret Thatcher e Ronald Reagan"; oppure, infine, "nel 1989, quando
si è disintegrato l'impero sovietico". Se il segno distintivo della
globalizzazione è il libero movimento dei capitali, la svolta può essere
datata tra il 1973 e il 1979 quando il prezzo di un barile di petrolio passò da
2 a 30 dollari. Di colpo, gli esportatori si ritrovarono ingenti surplus e gli
importatori cospicui deficit. E i governi incominciarono a concedere
agevolazioni per indurre i capitali a tornare in patria. Nel 1982, la libertà
di movimento era un fatto acquisito. Se la concorrenza sul mercato dei capitali
è stata la condizione necessaria per dar corso alla globalizzazione; quella
sufficiente va ricercata nella politica di Margaret Thatcher e di Ronald Reagan:
"Più regnerà l'egoismo individuale, più il mondo sarà migliore."
Nel 1986, i due riuscirono a convincere i loro partners del G7 ad accettare il
principio di una deregolamentazione finanziaria: sopprimere tutto ciò che è
suscettibile di turbare il mercato e attribuirne le distorsioni alla malignità
degli uomini, per es. alla rigidità dei salari, al debito pubblico, agli
ostacoli culturali...La fine dell'Urss ha completato il processo: ha aperto
mercati e ha consentito di "secolarizzare" le nuove tecnologie.
Internet nacque nel 1969, ma rimase vincolato all'ambiente militare finché,
dopo il crollo dell'Urss, il Congresso degli Usa diede il permesso di aprire
"la Rete" agli usi commerciali. Senza esagerare la novità, è proprio
il caso di dire che la borghesia, in due secoli, ha messo in essere delle forze
produttive, il cui numero e la cui portata supera quanto avessero mai fatto le
passate generazioni tutte insieme.
La contraddizione e il Washington consensus. Prende così corpo la
contrapposizione tra l'economia e il sistema degli stati. La concorrenza, invece
di favorire la diversità e la qualità, sfocia nella costituzione di cartelli
che hanno disponibilità superiori a quelle di molti stati. Per es.,
l'acquisizione della Mannesmann da parte di Vodaphone ha rappresentato, da sola,
un'operazione da 148 miliardi di dollari: quasi il bilancio annuo della Francia.
Ma non è solo una questione di risorse. Piuttosto il problema nasce dalla
coniugazione di siffatte ricchezze con la prassi liberistica. La concorrenza
globale dei capitali -ricorda Soros- rende egemone il capitale stesso, perché i
singoli stati, se vogliono prosperare, devono competere per attirarlo e
trattenerlo. Stiamo passando da un regime nel quale le imprese pagavano le tasse
agli stati a quello nel quale sono gli stati che pagano le tasse alle imprese.
Se un governo impone condizioni sfavorevoli, il capitale se ne andrà da qualche
altra parte. Di contro, se favorisce i salari bassi o fornisce incentivi, può
promuovere l'accumulazione di capitale. Ciò mette in crisi, all'interno degli
stati, l'equilibrio raggiunto nella ripartizione delle risorse e nell'erogazione
dei servizi sociali, perché gli stati si trovano nella condizione di dover
"dare la precedenza alle richieste del capitale internazionale rispetto ad
altri obiettivi". Sul futuro di questo stato di cose, Soros è pessimista.
Ritiene che la contraddizione tra economia globale e sistema degli stati sia
foriera di disgrazie: "È probabile infatti che entrino in scena movimenti
politici locali che cercheranno di espropriare le multinazionali e riprendersi
la ricchezza "nazionale". Alcuni potranno anche riuscire nel loro
intento […] A quel punto il loro successo rischierebbe di scuotere la fiducia
dei mercati finanziari, innescando un processo al ribasso che si
autoalimenterebbe." Ma Soros sembra dimenticare che il sistema ha un
garante: il governo Usa. Il quale opera non solo per evitare questi eventi, ma
anche per superare, a suo modo, le contraddizioni vigenti e creare un sistema
politico adeguato col "trasformare la riunione dei paesi più ricchi nel
vero e unico governo mondiale. Il fatto che gli Usa costituiscano il punto di
riferimento ha, però, delle conseguenze. Si prende, infatti, come modello un
paese dove, come dice Allan Sinai, voce tra le più ascoltate a Wall Street,
"l'importanza del governo e dello stato è praticamente nulla". Poi si
classificano i paesi in funzione del loro divario rispetto al modello. Cosicché,
si rendono oggettivi criteri del tutto accidentali, perché la storia degli Usa
non è la regola, bensì l'eccezione.
La finanziarizzazione e le ricadute sull'industria. Le disponibilità di
capitali, dovute, per es., alla gestione privata dei fondi pensione, coniugate
con i nuovi strumenti finanziari, come i mercati a termine delle valute, aprono
la strada alla speculazione. Si dice che gli zinzins (i predatori) gestiscano,
oggi, qualcosa come 10mila miliardi di dollari. Nel 1997, i mutual funds
possedevano quasi il 50 percento di tutte le azioni quotate negli Usa, contro il
10 percento del 1960. La speculazione produce distorsioni: il valore dei titoli
non ha niente a che vedere con il loro valore reale. Negli Usa, da un secolo, i
valori di Borsa rappresentavano, in media, 15 anni di profitti. Oggi ne
rappresentano 35. Sempre più spesso la fuga in avanti avviene a credito,
cosicché le azioni assomigliano agli assignats della Francia rivoluzionaria. Si
creano così le basi dell'instabilità finanziaria che, con i fondi pensione,
rischia di far ricadere i suoi effetti sui salariati, anziché sulle imprese e
sugli stati. Nel tentativo di avvicinare il tasso dell'economia reale a quello
dei titoli, s'invoca una più generale deregulation. Ogni regola che non vada in
direzione degli interessi del capitale viene sanzionata dalle delocalizzazioni
di imprese, dall'espatrio dei quadri d'azienda e dalla fuga dei capitali. Le
nuove tecnologie dell'informatica e delle telecomunicazioni coadiuvano il
processo. Il taylorismo, il fordismo e toyotismo lasciano il posto all'impresa
rete. Il sistema industriale assume l'aspetto di un reticolo distribuito
sull'intero pianeta i cui nodi sono, ciascuno, un centro di decisione, di spesa
e di responsabilità. Dall'altra parte, l'impresa funziona sempre meno in
interni. Le multinazionali tendono a mantenere un nucleo ristretto di dipendenti
diretti le cui retribuzioni sono funzione dei risultati ottenuti. Nelle imprese
statunitensi, il fattore moltiplicativo fra il salario medio e quello più
elevato è passato da 20 a 419 nell'arco di trent'anni. Le filiali delocalizzate
si confrontano con i mutevoli mercati tramite subappalti e precariato. I
lavoratori vedono così scomparire uno dopo l'altro i diritti conquistati con
decenni di lotta sindacale. Il dato sociale non deve assolutamente venire a
disturbare il gioco del mercato. La privatizzazione dei trasporti provoca
l'aumento degli incidenti. La commercializzazione delle sementi geneticamente
modificate viene accettata prima che se ne conoscano gli effetti sulla salute.
Più la società va male, più aumentano i profitti.
Opposizioni. È noto che la borghesia non può esistere se non rivoluzionando di
continuo gli strumenti della produzione, i rapporti della produzione, ossia
tutto l'insieme dei rapporti sociali. Per questo, "la borghesia ha avuto
nella storia una parte essenzialmente rivoluzionaria". Ora, la critica nei
confronti di una forza rivoluzionaria corre il rischio di essere reazionaria. Di
vedere il progresso alle proprie spalle. La globalizzazione, pertanto, apre
degli spazi ai reazionari. I quali, a quanto sembra, ne approfittano, come per
es. dimostra l'affermarsi nella destra radicale, ma non solo, delle idee messe a
punto dalla Nouvelle droite di Alain de Benoist. Da una parte, il disprezzo per
quella che Ezra Pound chiamava "usurocrazia" diventa la base per
costruire una "critica artistica": un anticapitalismo romantico che
rivendica autonomia e creatività. Dall'altra, il rifiuto dell'universalismo
rilancia il mito della società organica fondata sulle le tradizioni e sui
valori condivisi. Sotto le vesti del cosiddetto "differenzialismo",
riemergono il protezionismo e il razzismo e la Gemeinschaft diventa la garanzia
dello stato sociale. Non a caso il cosiddetto "welfare chauvinisme" è
iscritto sulle bandiere di tutte le destre radicali d'Europa. Anche l'ecologismo
viene sottoposto al medesimo procedimento e ritrova, così, le sue origini, nei
miti del suolo sempre legati a quelli del sangue.
Il socialismo deve, quindi, affrontare, come sempre, una lotta su due fronti: da
una parte il capitalismo e dall'altra la critica reazionaria del capitalismo.
Incominciamo da quest'ultima. Parafrasiamo Karl Marx. Questi critici hanno
analizzato con acume le contraddizioni che sono inerenti agli attuali rapporti
della produzione. Ne hanno dimostrato gli effetti deleteri. Ma, quanto al
contenuto positivo, esso o mira a ristabilire gli antichi mezzi di produzione e
con essi la società antica; o pensa di far rientrare per forza i mezzi moderni
nel ristretto quadro degli antichi rapporti, che quei mezzi appunto spezzarono,
e dovevano spezzare. In tutti i casi, questi critici sono, al tempo stesso,
reazionari e utopisti. Il socialismo non può essere contrario allo sviluppo,
perché questa è la via per superare la penuria. Ma un conto è incrementare la
ricchezza e un altro è ripartirla. Come scrive Giovanni Sartori: "Data una
torta, l'economia attende ad ingrandirla e la politica a come suddividerla. Se
il rapporto tra torta e bocche resta costante, allora si apre il conflitto
politico tra chi è sfamato bene e chi è sfamato male." Liberismo,
flessibilità, deregulation allargano, a fronte di risorse che aumentano, il
divario tra chi "è sfamato bene e chi è sfamato male". Con
l'aggravante che il disancoraggio dell'economia dallo stato tende a portare
offshore la sovranità. Come dice Ralf Dahrendorf: "La minaccia viene
piuttosto dalla globalizzazione e dalla tendenza a spostare le decisioni in uno
spazio dove non esistono istituzioni democratiche." Trova credito, in
questo modo, l'ideologia dell'anarco-capitalismo: il liberismo come legge di
natura. Invece, come scrive Karl Popper: "Un libero mercato, non c'è e non
può esserci senza intervento dello stato." D'altra parte non è forse uno
dei più convinti fautori della globalizzazione, Jacques Garello, ad affermare:
"Il mercato e il libero scambio esigono, come minimo, una moneta sana,
diritti di proprietà privata precisi e rispettati, tribunali capaci di far
regnare il diritto"? Cioè di norme. E se si dice norme si dice democrazia.
La quale ha molti aspetti. La rappresentatività democratica dei superorganismi
internazionali. La responsabilità del sistema finanziario internazionale. Per
es., non esiste una banca centrale internazionale paragonabile alle istituzioni
esistenti nei singoli stati. Ciò porta a scegliere tra globalizzazione e
mundialismo. Quest'ultima scelta impone di nuovo un ragionamento al tasso di
democrazia. Quanta democrazia reale possa poi sussistere in una gigantesca
struttura di questo tipo? E, infine, ci si continua a scontrare sulla
ripartizione del plusvalore, ma non si discute più sulla maniera migliore per
accumularlo. "Il diritto di eleggere i governanti - ha scritto George Cole-
è un principio ormai acquisito dalla teoria politica democratica. C'è una
ragione forse perché tale principio non debba applicarsi all'industria?"
La Tribuna di Lodi ANNO 3 -Numero 12 Sabato 30 Giugno 2001