RADIOGRAFIA DELL'ANTI-GLOBAL

di Adolfo Battaglia 


Non è ancora chiaro come si evolverà quel cocktail internazionale di miti e di passioni che si è manifestato con clamore nel movimento anti-global. Esso è arrivato ad essere percepito in Italia sull'onda della devastazione di Genova e delle violenze delle forze dell'ordine, cioè in modo concitato ed emotivo, quasi la scoperta di un mondo insospettato. In realtà, la mole delle analisi accumulatasi (in altri paesi) sul tema della globalizzazione era già riuscita da tempo ad identificare i due tratti principali che sono alla base della politica e dei movimenti dell'età globale. Il primo è senza dubbio la crescita della coscienza civile a livello mondiale: la quale pone problemi nuovi, o pone problemi antichi in termini nuovi, che superano buona parte delle questioni da cui è stato dominato il '900. Il secondo tratto è la nascita di una civiltà della comunicazione globale, accanto a quella dell'economia, della finanza e del costume: che dà alle nuove tematiche del 2000 un impatto formidabile per penetrazione ed estensione, ponendo in crisi gli istituti della politica che si erano affermati nel secolo scorso, i partiti, i sindacati, i Parlamenti, i Governi, gli Stati centralizzati, tutti a raggio nazionale. 
E' stato facile così convenire da tempo (in altri paesi) che la globalizzazione genera un'esigenza di politica globale. E come crea nuovi oggetti e problemi della politica che le istituzioni del '900 stentano a seguire, così crea e creerà movimenti caratterizzati dalla domanda di soluzioni globali per questioni divenute o percepite come globali. E' su questo che si anima già oggi l'interesse e la passione politica non spenta delle giovani generazioni. E' da questo che sarà caratterizzato il futuro delle comunità. E sarebbe ottusa una politica la quale rifiutasse di prendere atto di ciò che è destinato in ogni paese del mondo a modificare la sostanza e i contenuti dello spazio pubblico; e, necessariamente, anche gli strumenti, i metodi e il raggio della politica. 
Da questo punto di vista il riduttivo approccio utilizzato in Italia da commentatori e da esponenti politici di ogni parte, per far fronte al movimento esploso a Genova, sembra fondamentalmente errato. Esso è consistito, in sostanza, nel bonario tentativo di distinguere tra anima pacifica e anima violenta del movimento. Tra gruppi orientati al dialogo e gruppi tesi alla rottura. Tra spinte verso la riforma del mondo globale e spinte verso il suo rovesciamento. 
Ma il senso politico del movimento anti-global non consente questo tipo di distinzioni. Il suo senso si identifica infatti nella contestazione globale della globalizzazione. E, con essa, nella messa sotto accusa di tutte le élites politiche del mondo, viste come incapaci di rispondere a giganteschi processi che si ritengono dominati dallo spirito di profitto, a condizioni economiche supposte sempre più penose, a ingiustizie divenute ormai insopportabili una volta esposte dai mezzi moderni di comunicazione. Queste sono le sue convinzioni profonde, le sue sigle, le ragioni prime del suo successo: il suo senso politico. E' irrilevante che dietro questa contestazione globale stia un tipo di discorso ideologico o un altro: l'anticapitalismo vetero-marxista o quello di una parte del mondo cattolico, il terzomondismo estremo, il rifiuto anarchico dell'ordine esistente assunto come disordine assoluto, o semplicemente una passione morale contro il male del mondo culturalmente non filtrata. Come è irrilevante che il movimento sia composto da gruppi di orientamento diverso, lungo un vasto arco che va da un estremo pacifista a un estremo terrorista. Il fatto è che il senso profondo, la sigla vera del movimento è la violenza: la violenza incorporata nelle parole d'ordine, nel linguaggio, negli obbiettivi stessi del movimento; la violenza connaturata non alla contestazione di alcuni aspetti del mondo contemporaneo ma alla contestazione globale di un fenomeno storico considerato un male assoluto. 
Ora, è facile comprendere che quando si contesta un fenomeno in maniera "globale" ci si immette sempre in un cammino che può essere pericoloso quanto ai mezzi di espressione del dissenso. Ma quando poi il senso di un movimento è la contestazione globale del complesso degli assetti politici, economici, sociali e culturali in cui è ordinata la democrazia nel mondo, la violenza è implicita nella negazione totale che a tale movimento presiede. Certo, nel melting-pot anti-global stanno gruppi che rifuggono dalla violenza accanto a gruppi che la mettono in atto e a gruppi che non la compiono e però la favoriscono. Ma la distinzione fra questi gruppi è priva di rilievo sotto il profilo della comprensione della natura del movimento: che è identificata dalla natura violenta della sua impostazione di fondo, da cui la violenza degli atti, piacciano o non piacciano ad alcuni, discende coerentemente. In altre parole, la logica della contestazione globale porta non a modificare aspetti negativi di un fenomeno storico ma ad abbatterlo tutto intero: e all'azione democratica tesa a riformare singoli elementi di negatività subentra la logica dell'azione eversiva totale contro il male. Che non può non avere la violenza come mezzo privilegiato. 

LA RISPOSTA ALL'ANTI-GLOBAL

La risposta al movimento anti-global non può dunque consistere nella distinzione tra gruppi pacifici e violenti (e c'è in questo senso una evidente contraddizione, probabilmente strumentale, nella posizione assunta in Italia da Rifondazione comunista: che si dissocia dalla violenza e però, insieme, tende a costruire una forza di massa su una piattaforma di contestazione globale della globalizzazione). La risposta può consistere solo nel contrasto culturale e politico delle fondamenta su cui il movimento poggia; e nella costruzione di progetti e politiche capaci di governare il processo storico. Un processo che possiede molti aspetti positivi e altri negativi ma che, comunque, rappresenta il modo di essere dell'umanità del 21° secolo (secondo la felice espressione usata di recente da G. Berlinguer). 
Si tratta in questo senso, di battere "una linea di infantilismo storico-sociale ed etico-politico anche sul terreno della forma mentis e della crisi di valori che rendono possibili l'accettazione e la diffusione di quelle parole e di quei segnali", come ha puntualizzato il direttore di questa rivista nel suo numero scorso. Si tratta di condurre una battaglia culturale ricca di consapevolezza storica, dei fatti dell'economia, delle rilevazioni della sociologia: che valga a disperdere quel tessuto di luoghi comuni, di disinformazione, di ignoranza di dati elementari, di visioni puramente ideologiche, su cui si fonda la base di massa dell'anti-global. E si tratta, insieme, di condurre una battaglia politica per affermare indirizzi e proposte di scioglimento di alcuni nodi della globalizzazione, impugnando la vacuità e gli errori delle posizioni estremiste, che finiscono per assumere carattere schiettamente reazionario ("reazionario: atteggiamento e comportamento - individuale, di gruppi o categorie, di organi e istituzioni - inteso a ristabilire condizioni politiche e sociali che sono state superate da una rivoluzione, o comunque ad opporsi intransigentemente ad ogni tendenza e prassi progressista e innovativa", come puntualizza sinteticamente il Dizionario Treccani).

LO SVILUPPO DELL'AREA POVERA

Non si ha esattamente l'impressione che nel nostro paese giornali e TV, politici, sociologi, politologi, letterati e altri intellettuali si muovano su questa lunghezza d'onda. Colpisce piuttosto la superficialità con cui si parla, l'inconsistenza delle distinzioni che si prospettano, l'emotività con cui si affronta un fenomeno così complesso. 
Non riesce neppure ad essere battuto in breccia, per esempio, uno slogan tra i più diffusi: quello secondo cui la globalizzazione rende "i ricchi più ricchi e i poveri più poveri". In realtà, l'economia e la finanza dell'età globale sviluppano attraverso un salto di qualità tecnologico, al di là delle oscillazioni del ciclo, il trend di crescita manifestatosi in tutta l'età industriale. Ed è un tipo di sviluppo che lungo un secolo ha reso più ricchi sia i paesi ricchi che i paesi poveri. Tutti i dati economici e sociali della statistica mondiale lo stabiliscono in maniera univoca e irrefutabile. Solo la loro sostituzione con pregiudizi ideologici può indurre a sostenere il contrario. Sono di per sé eloquenti i dati del completo rapporto in materia ("Globalization, Threat or Opportunity") prodotto dall'International Monetary Fund nell'aprile 2000 e facilmente rinvenibile in Internet. Ci sono paesi del terzo mondo i quali dispongono oggi di un reddito pro-capite che trenta anni fa era proprio dei paesi "ricchi" e serviva allora come parametro per le due categorie di paesi "ricchi" e "poveri". Tutta l'Asia dell'est era una delle aree mondiali più povere in assoluto mentre oggi il suo dinamismo economico la porta ai livelli di reddito delle aree più avanzate. Il tasso di sviluppo economico dell'India ha orami stabilmente sopravanzato il suo tasso di crescita demografica. Il continente cinese è uscito dalla minaccia storica della fame. L'America Latina sta mettendo sulla scena giganti di peso mondiale. L'Occidente sta dando alla depressa economia del mondo comunista un fondamentale aiuto per accelerarne la ripresa. In breve, il 20° secolo ha visto una crescita del reddito mondiale senza precedenti nella storia, con un incremento nella seconda metà del periodo straordinariamente più alto di quello della prima metà, in cui influirono negativamente anche le due guerre mondiali. In particolare, il quarto più povero della popolazione mondiale ha sperimentato nel secolo scorso una crescita di reddito di poco inferiore al 300 per cento, in gran parte nella seconda metà del periodo. 
Peraltro i dati statistici non raccontano tutta la storia. Per comprendere esattamente il fenomeno di crescita delle aree povere del mondo gli indicatori sociali e politici sono anche più significativi. Per esempio, secondo i dati dello Human Development Report dell'ONU per il 1998, la scolarità nei PVS è salita tra il l970 e il 1995 dal 48 al 77%. I tassi di alfabetismo sono cresciuti di quasi il 50 per cento. Le migliorate condizioni di vita e i progressi nella medicina hanno portato, nell'ultimo mezzo secolo, all'elevazione del 50 per cento delle aspettative di vita. La dotazione di infrastrutture e la spesa sociale si sono enormemente accresciute. La democrazia e la tutela dei diritti si sono allargati. Insomma la condizione di vita nell'area povera non è complessivamente peggiorata ma migliorata, la fame nel mondo non è aumentata ma diminuita. E così stando le cose, riesce difficile riconoscere decenza allo slogan che è una delle basi stesse del movimento anti-global. 
Questione assai diversa è quella se la globalizzazione abbia accentuato le diseguaglianze tra gli scaglioni di reddito più alti e più bassi all'interno delle singole società nazionali. I dati dimostrano che spesso è così. Ma in primo luogo il problema si pone in maniera ben diversa nei paesi sviluppati e nei paesi in via di sviluppo: e si cerca di dire più avanti di quale complessità sia affrontarlo nei primi, nel loro rapporto con i secondi. In secondo luogo è un dato costante della storia economica che le fasi di intenso sviluppo , come appunto l'inizio della globalizzazione, portino sempre ad un aumento delle disuguaglianze sociali, addensandosi la ripartizione dell'aumento di reddito sulle fasce sociali che più direttamente sono responsabili della sua produzione. È in sostanza la nota "ipotesi di Kuznets", la quale contempla, dopo la crescita iniziale delle diseguaglianze, la loro stabilizzazione ai livelli massimi e la loro successiva attenuazione con il consolidarsi dello sviluppo. Ed è inutile sottolineare quanto l'azione delle dirigenze politiche possa e debba contribuire a modificare la tendenza all'accentuazione delle disuguaglianze (oggi, in concreto, attraverso una forte crescita dell'investimento in capitale umano, cioè in ricerca, istruzione e formazione). Come è inutile sottolineare quanto i regimi di democrazia, al fine di intervenire sul trend, siano in condizione migliore rispetto ad ogni altro tipo di regime politico. Peraltro, sia nelle società sviluppate che nei PVS è abbastanza chiaro che il primo e più assorbente problema delle fasce più deboli (ovviamente non l'unico) non è costituito dal fatto che la differenza del loro reddito medio, rispetto a quello delle fasce più alte, cresca di 10 o 20 miliardi; ma dal fatto che il loro reddito cresca o no di 10 o 20 milioni per garantire uno standard di vita più decente. Dunque, per concludere su questi punti, l'area povera del mondo, anche se continua ad essere distante dai paesi sviluppati, è meno povera: che è la prima premessa per poter divenire anche meno diseguale. E tutto si pone in maniera assai diversa, sia economicamente che politicamente, dalle mitizzazioni manichee del movimento anti-global.

LE DISEGUAGLIANZE TRA PAESI RICCHI E POVERI

Ciò che si pone invece veramente è un altro e più drammatico problema: il fatto che esistono tuttora nel mondo, insieme a regioni di alta prosperità, vaste aree di miseria abietta e di condizioni di vita crudeli. E' un problema concettualmente abbastanza diverso dal precedente, col quale pure ha chiari nessi. Non si tratta solo della crescita economica dell'area povera ma della più complessa diseguaglianza tra paesi ricchi e poveri. Le diseguaglianze sono enormi. Differenziano non soltanto paesi ricchi e poveri, ma anche, all'interno dell'area povera, i paesi che si stanno sviluppando e quelli che non riescono ancora a trovare le strade della crescita, in particolare gran parte dell'Africa. E differenzia altresì i redditi delle fasce più alte e più basse delle popolazioni Il World Economic Outlook dell'IMF per il 2000 ha studiato 42 paesi rappresentanti il 90 per cento della popolazione mondiale per i quali sono disponibili i dati per l'intero secolo scorso. Esso convalida la conclusione che in questo periodo il reddito pro-capite nel mondo è cresciuto fortemente ma sottolinea, con chiarezza di dati, che la distribuzione del reddito è divenuta ancora più ineguale che all'inizio del secolo. E' questa dunque la questione che Amartya Sen per primo invita a considerare prevalente. Ma il punto è che il movimento anti-global sembra avere su essa orientamenti non meno confusi che sull'altra. 
Anzitutto, il movimento anti-global sembra non avere alcuna idea della storia dell'Occidente che esso attacca. Una povertà diffusa e vite "brutte, brutali e brevi" sono state la sua caratteristica di massa fino a due secoli fa. Mentre alla penuria generalizzata, come appunto Sen ha notato recentemente sul "Guardian", si accompagnavano solo poche sacche di rara doviziosità (con splendori artistici che di certo illuminavano la vita ma, per così dire, non la riscaldavano). In un vecchio saggio del "Mulino" un intellettuale curioso come P. Camporesi ha documentato ("Il pane selvaggio") che nelle campagne bolognesi della metà del 700 la fame era tale che in esse, non in Africa, si ebbero casi di cannibalismo. Se si dà un'occhiata al volume degli autorevoli Handlin "Gli americani nell'età delle rivoluzioni" si ha un'idea di che cosa fosse all'epoca la condizione sociale di stento nell'America del nord. Il resto del mondo, a prescindere dagli splendori artistici) non era dominato da standard di vita migliori. 
Che armi ha utilizzato l'Occidente per trarsi fuori da quella condizione storica? Essenzialmente, lo sviluppo della scienza, della tecnologia e degli scambi economici, accompagnato da concezioni universali che hanno contribuito a definire il quadro della civiltà occidentale affermatasi nel mondo malgrado ogni contestazione. Difficilmente può meravigliare che un'area di questo tragitto, oggi ricca di una potente struttura economica e di vaste conquiste sociali da proteggere, tenda a continuare la sua corsa. Difficilmente può disconoscersi che appartiene alle leggi dell'economia, come a quelle della vita, che i benefici della forza economica acquisita tendano a riversarsi prevalentemente sui paesi i quali, piaccia o non piaccia, li producono E diventa intrinsecamente demagogica la condanna di una intera parte del mondo - basata su una rilevazione, diciamo così, "fotografica" delle diseguaglianze che essa ha prodotto - senza la considerazione della sua storia, delle sue ragioni e dello sforzo fatto per uscire dalla penuria in cui giaceva. Ma, in ogni caso, difficilmente può negarsi che tanto più i benefici dello sviluppo guidato dai paesi occidentali continuerebbero a riversarsi su essi, tanto meno si creassero le condizioni di una ripartizione più equa dello sviluppo tra aree ricche e povere del mondo. Ora, queste condizioni sembrano essenzialmente tre. L'intensità dello sviluppo possibile in una condizione di pace. La collaborazione politica ed economica tra aree mondiali a struttura diseguale. Un tessuto di istituzioni internazionali in grado di indirizzare processi divenuti globali. Disgraziatamente, su tutte e tre il movimento anti-global ha posizioni contraddittorie o senza senso, che a tutto possono portare meno che a diminuire la diseguaglianza.

LE CONTRADDIZIONI DELL'ANTI-GLOBAL

Appartiene alle favole da raccontare ai bambini che la globalizzazione sia la causa determinante della diseguaglianza. Storicamente, è l'età industriale che accentua le differenze di posizione relativa tra le aree del mondo. L'inizio del tipo di globalizzazione in cui viviamo è dei due ultimi decenni del secolo scorso: che non hanno frenato ma hanno accelerato lo sviluppo economico mondiale e hanno permesso ai paesi poveri di beneficiarne. La liberalizzazione degli scambi commerciali, prima, e della finanza poi, ne hanno costituito gli strumenti. Una crescita stupefacente del commercio mondiale ne è stato il risultato, Esso ha arricchito tutte le nazioni, come sempre storicamente è avvenuto. Per dire una cifra, i paesi in via di sviluppo hanno aumentato la loro quota complessiva nel commercio mondiale dal l9 per cento del l971 al 29 per cento del l999 (con uno squilibrio rilevante tra l'incremento delle quote dell'Asia e dell'Africa) 
Altrettanto da favola è la credenza anti-global che i prodotti industriali dei paesi sviluppati abbiano invaso i paesi meno sviluppati, mentre questi secondi avrebbero poco esportato nei primi. Ora, i paesi industrializzati, come detengono la quota maggiore dell'esportazione di beni, così detengono la quota maggiore di importazioni. E i dati (presentati da A. Kibritcioglu nel rapporto alla Conferenza di Instanbul del '98 sull'economia della globalizzazione, "Technological Developments and Their Effects on World Trade, rinvenibile in Internet) dimostrano quel che è logico: che le esportazioni dei paesi industriali sono in larga misura dirette sugli altri paesi industriali mentre le esportazioni dei PVS sono massimamente orientate verso i paesi industriali. 
A Doha, in novembre, un nuovo round di negoziati assai complessi vedrà raccolti i rappresentanti del WTO, compresa la Cina, con l'obbiettivo di incrementare il commercio mondiale e moltiplicane i benefici. Il mondo meno sviluppato ne ha dichiaratamente bisogno. All'inizio della fase di decolonizzazione esso già sperimentò - ha notato Daniel Cohen sul "Monde" - un modello di sviluppo autocentrato sottratto al commercio mondiale. Ne ebbe come risultato non la riduzione ma l'incremento degli scarti di ricchezza, Oggi il suo problema cruciale è perciò quello di migliorare i risultati ottenuti all'Uruguay Round, sia implementandone meglio una parte, sia rinegoziandone altri aspetti per favorire di più i paesi poveri. Né ha senso dire, come fanno gli anti-global, che al WTO i paesi poveri sono costretti a fare concessioni a quelli sviluppati. Nel negoziato è certo così. Ma riuscirebbe davvero difficile capire perché i paesi poveri starebbero nel WTO se i benefici che acquisiscono non superassero gli svantaggi che pagano A Doha, così, saranno in discussione più di 100 proposte e assai più della produzione tessile è l'agricoltura la questione chiave. Sarà dunque interessante sapere che cosa farà il movimento anti-global. Tenterà come a Seattle di sconvolgere il negoziato con manifestazioni violente e richieste distruttive per il loro massimalismo ? Si fisserà, esso, come a Seattle, dietro la domanda di regole per l'ambiente, che i paesi poveri considerano come puri strumenti di protezione dell'agricoltura europea contro i loro prodotti ? E sarà in questa utile impresa moralmente capeggiato dal leader della protezione dell'agricoltura francese, M. Bovè ? Ribadirà la tesi dell'autosufficienza alimentare dei paesi poveri in nome delle carestie che li tormentano ? E ignorerà gli illuminanti studi di Sen che spiegano come le carestie quasi mai dipendono da carenza dell'offerta alimentare rispetto alla domanda ma, piuttosto, da guerre, coercizioni politiche e fallimenti delle politiche economiche ? Si attesterà sull'opposizione alle produzioni alimentari geneticamente modificate ? E dimenticherà che il Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo ne raccomanda l'uso nei paesi poveri per alleviarne la condizione ? Continuerà a tacere sul rapporto tra densità demografica e risorse alimentari e industriali del terzo mondo? 
Ecco, dunque: il tema dell'agricoltura sarà un bel test della serietà di proposta del movimento anti-global. Ma sarà interessante anche sapere se la sua lotta per affermare diritti umani elementari nei paesi poveri sarà sempre ispirata dal leader di uno Stato liberale come Cuba, animata dai sostenitori italiani del leader jugoslavo accusato di genocidio, e garantita dagli intellettuali che non hanno speso una parola né sul reazionarismo sociale dei talibani afghani né sui massacri ceceni e siriani. E' un tipo di personale che certo garantisce bene anche per le richieste anti-global in materia di diritti dei lavoratori nei PVS: intese da questi ultimi, com'è noto, quale un insidioso strumento economico per impedire la dislocazione nei loro paesi delle produzioni manifatturiere occidentali di media tecnologia e di alto costo del lavoro, che contribuirebbero al loro sviluppo in termini economici, di tecnologia e di management. Una tesi nella quale c'è una evidente verità, anche se non c'è, ovviamente, tutta la verità.

LA STELLA POLARE DEL MOVIMENTO

In questa condizione si comprende bene che il movimento anti-global francese, attraverso il leader di "Attac" Bernard Cassen, si proponga intense sessioni di studio e di elaborazione in materia economica (in Italia, probabilmente, occorrerebbe un corso speciale per l'Agnoletto e il Casarin: a proposito del quale poi non si loderà mai abbastanza Adriano Sofri per il memorabile articolo su "Repubblica" in cui lo dipinse). Ma a parte la celia, sembra davvero significativo che quando "Le Monde" ha pubblicato un'intera pagina del suo supplemento economico dedicato a "Chi sono gli economisti della contestazione" non è riuscito a identificare né un nome né un'idea che avessero importanza (a parte la Tobin Tax di cui si parlerà più avanti). 
All'origine di questo vuoto c'è una questione di fondo di cui il movimento anti-global non riesce a venire a capo. E' la questione dell'economia di mercato socialmente qualificata. E' essa che ha costituito lo strumento del formidabile sviluppo dell'Occidente. E non è dubbio che essa abbia oggi bisogno, nella sua fase globale, di nuove regole e di nuove istituzioni. Ma non è egualmente dubbio - ed è qui lo scoglio su cui si infrange l'anti-global - che essa costituisca l'unico modello di sviluppo oggi a disposizione per la crescita economica del mondo. Il modello alternativo instaurato nel mondo comunista è crollato sotto il peso della sua insufficienza, della miseria e degli orrori che ha prodotto. Altri modelli non esistono. Piaccia o non piaccia, oggi non c'è altro che l'economia di mercato socialmente qualificata. Solo l'intensità del suo sviluppo, nella condizione più favorevole garantita in un lungo arco di tempo dalla globalizzazione, può sprigionare la crescente base materiale che è necessaria per una distribuzione più equa del reddito mondiale. L'economia di mercato deve essere adeguata, riformata, indirizzata: ma se la si nega in radice, insieme alla globalizzazione, che cosa si offre come prospettiva ai poveri del mondo ? 
Non si offre letteralmente nulla. Ed è questa la convinzione cui sono pervenute le dirigenze politiche del novantacinque per cento dei paesi del mondo, arretrati o avanzati, a regime democratico o non democratico, di imprint occidentale o di altro imprint politico. Ma il movimento anti-global è cieco. Rifiuta di vedere la realtà. Mobilita passioni e dichiara di rappresentare istanze morali: ma non offre alcuna strada per darvi esito positivo. Esprime un puro rifiuto di natura ideologica. E' fermo non all'analisi dei problemi politici ed economici del mondo reale ma ai cascami delle ideologie di sinistra che hanno percorso il Novecento e che partivano da problemi i quali oggi hanno cambiato faccia e sostanza. E' l'anticapitalismo del '900, e l'antiamericanismo che vi era connesso, la sua stella polare: non i problemi del terzo mondo cui non offre soluzioni, né la rivoluzione della globalizzazione che ha trasformato gran parte della questione. E su queste basi corre il rischio di spingere una parte delle energie che ha mobilitato su motivi etici, in una direzione che può sfociare nella mobilitazione a favore del terrorismo. Sicché in questa complessiva condizione diventa anche legittima la domanda di quale sia il reale valore etico di questo movimento che vuole essere un movimento politico, cioè di risposta alla realtà.

LA QUESTIONE DELLA COLLABORAZIONE TRA NORD E SUD

Questi problemi conducono a quella seconda condizione per superare le diseguaglianze che sopra si è citata: la collaborazione economica e politica tra paesi a struttura economica differente del Nord e del Sud. Ciò presuppone evidentemente la pace. Ed è perfino superfluo rilevare che nella condizione presente del mondo la pace si fonda anzitutto sulla non verbale demolizione del terrorismo: dal terrorismo internazionale islamico, che è potente, ricco e strategicamente mirato, a quello occidentale, che è domesticamente serpeggiante e politicamente inconsistente (e che riscuote qualche simpatia nel movimento anti-global). 
Ma se la pace è una condizione preliminare della collaborazione, essa ha bisogno in concreto di politiche e di progetti. Le politiche, però, necessitano di quell'elemento basilare che è la fiducia reciproca tra le parti che le conducono. Questa richiede perciò non lo spirito di contestazione globale dell'Occidente democratico ma al contrario la sollecitazione ad impegnarlo nella direzione dettata dai suoi stessi presupposti etici e culturali, in cui le impronte cristiana e liberale hanno il peso che è noto. Se uno spirito distruttivo si diffondesse ulteriormente nel mondo, se i paesi in via di sviluppo lo assumessero come guida del loro orientamento, come taluni di essi fanno, la possibilità di collaborazione, che è essenziale al terzo mondo, ne sarebbe compromessa. 
Il secondo elemento fondamentale della collaborazione è costituito da concreti e complessi programmi di intervento economico. Ma l'altezza della domanda in tema di lotta alla povertà nelle aree deboli del mondo mette oggi l'Occidente di fronte a problemi inediti. Essi non sono affrontabili nel quadro delle politiche di puro aiuto finanziario ai paesi in via di sviluppo, alle quali più avanti si fa riferimento. Si tratta di realizzare un alto numero di progetti solidali, sostenuti da un alto volume di investimento e da nuove più efficienti strutture organizzative: e non per qualche anno ma per un lungo periodo di tempo, anche perché la domanda di sviluppo delle popolazioni povere non si esaurirà ma si accentuerà via via che i progetti avranno effetto. La questione di un equilibrato sviluppo mondiale e di una incisiva riduzione delle diseguaglianze è insomma talmente imponente da comportare un costo economico così elevato che non può non incidere sulla condizione di ciascun paese sviluppato, ponendo problemi di ordine quantitativo e qualitativo. In Europa ne deriva il problema della modifica del modello di sviluppo che l'ha caratterizzata. Ne deriva cioè l'affermarsi di un modello meno fondato sul consumo individuale e perciò più basato sul nuovo tipo di bisogni sociali che scaturiscono dalla modernità. Un modello più capace, nello stesso tempo, di contemperare con quei nuovi bisogni i problemi sociali dei residui squilibri interni. Il solo modello "aperto" e capace di liberare risorse che può portare vaste aree del globo a condizioni più degne. 
In Europa, però, la condizione-chiave di questo modello è uno sviluppo fondato sulla competitività, senza la quale il sistema economico non può che deperire. È una competitività tanto più necessaria quanto più indispensabile eliminare ogni protezionismo industriale e commerciale. Ed è tanto più possibile quanto più si sviluppa la capacità di ricerca scientifica e tecnologica, che determina la crescita del capitale umano su cui si basa l'economia della conoscenza. D'altra parte, è solo la competitività e dunque la vitalità del sistema europeo che può reggere le politiche sociali e di welfare: che debbono essere riformate ma non possono non continuare a costituire la sigla dell'Europa. Sicché competitività e questione sociale diventano, da termini alternativi, termini complementari, sui quali occorre stabilire, in concreto, dimensioni d'investimento e priorità. 
Sono problemi immensi e di enorme difficoltà. Ma tutto sta a dire che finché un nuovo modello di economia di mercato fondato sulla competitività non venga colto in Europa come lo strumento chiave per far fronte ai problemi del continente, ebbene, sarà difficile fino a quel momento che l'Europa possa adeguatamente contribuire al gigantesco progetto di sviluppo economico globale proposto dalla dimensione dei problemi di diseguaglianza. 
Sotto tutti questi profili, l'impressione che si ha è che il movimento anti-global sia dominato da slogan e lontano anni luce dalla sola considerazione dei problemi reali della diseguaglianza; e lontano poi quanto l'ultima galassia dell'universo dall'identificazione dei termini politici ed economici che possano consentirne l'avvio a soluzione. È difficile in questa condizione - se ne converrà - essere indotti a giudizi clementi non sullo spessore morale delle giovani generazioni che sentono i nuovi problemi posti dalla globalizzazione, ma sullo spessore culturale e politico del movimento in cui talune parti di esse hanno finito col trovarsi.

LA QUESTIONE DELLE ISTITUZIONI

Istituzioni internazionali più adeguate a far fronte al processo di globalizzazione dei problemi: è questa la terza condizione di una politica efficace contro le diseguaglianze. Sono necessarie, cioè, istituzioni di raggio d’intervento maggiore di quello nazionale, ormai insufficiente rispetto a fenomeni globali, e dotate su scala mondiale di poteri adeguati. Senza dubbio, infinite sono le difficoltà per giungervi. Ma senza dubbio è questo il principale obbiettivo politico che pone il nuovo secolo. E non si sogna se si nota che, sulla scia della Società delle nazioni del primo dopoguerra, il processo apertosi nel secondo dopoguerra ha già portato in molti campi a sorprendenti progressi sul terreno della sovranazionalità: con l’ONU, con le sue agenzie, con istituzioni di settore, con associazioni di nazioni sul terreno economico, con una fitta rete di organismi che, seppure insufficienti rispetto all’obbiettivo, ne costituiscono comunque un avvicinamento. Sotto questo profilo, l’Unione Europea è certo fondamentale come prima sperimentazione politica e giuridica della possibilità di governo dei fenomeni globali: poiché è chiaro che senza l’Unione gli Stati nazionali del continente sarebbero praticamente impotenti. 
E’ sorprendente, può domandarsi, che il movimento anti-global esprima un rituale riconoscimento dell’importanza dell’Europa e, insieme, la sua opposizione politica alla costruzione comunitaria ? Non lo è se si considera che l’impostazione ideologica del movimento anti-global consiste nella contestazione globale della globalizzazione: che comporta implicitamente una forte avversione agli strumenti capaci di consentirne un più solido radicamento attraverso un governo più efficace. Una posizione questa, come si vede, . per la quale non stona l’aggettivo “reazionaria” che si era inizialmente avanzato. 
Il problema politico che si pone, però, per chi voglia davvero incidere sulla condizione economica del mondo è quello dei concreti percorsi per giungere a istituzioni internazionali più adeguate al mondo globale. L’ONU, come è evidente, ha funzioni e responsabilità che vanno accentuate, con quel realismo che evita passi falsi e reazioni di blocco. Ma la possibilità di costruzione di un mondo diverso si giocherà largamente nei prossimi 10-15 anni. E in questo periodo molto dipenderà, più che dall’ONU, dall’assunzione di responsabilità delle associazioni economiche di area sub- mondiale in cui si raccolgono gli Stati nazionali di ogni regione,. Sono esse i maggiori strumenti concretamente a disposizione per il reinquadramento politico della economia di mercato globalizzata. L’Unione Europea è partita prima ed è più avanti. Ma in ogni parte del mondo l’ affermarsi di istituzioni sovranazionali sul modello europeo è ormai un problema pienamente provvisto di pregnanza storica. E’ in effetti l’unica possibilità esistente, a termine breve-medio, di controbilanciare politicamente il peso dell’economia globalizzata e degli interessi che la compongono. Che è certo un compito fondamentale della politica contemporanea. E il cui assolvimento può anche essere considerato di preparazione, se si vuole, dell’assai più lontano obbiettivo di trasformare l’ONU in quella sorta di governo mondiale cui alcuni pensano: un obbiettivo non puramente utopico ma di sicuro, politicamente, molto molto distante (e anche molto difficile se solo si considera quanto sia sempre arduo stringere meglio l’Europa). 
Il coordinamento delle aree sub-mondiali, il loro raccordo con le grandi agenzie internazionali nei campi del commercio, della salute, dell’ambiente, dell’alimentazione, della finanza, la loro assunzione di capacità di intervento maggiori dell’attuale, sembrano costituire dunque un disegno che non è facile da realizzare ma che appare sensato se si guarda alla necessità di uno sviluppo mondiale più equilibrato. E la scelta tra questo tipo di disegno e la concezione dell’ONU come sede di soluzione dei problemi mondiali, tanto amata dagli anti-global, risulta nient’altro che la scelta tra la volontà di indirizzo politico dei fenomeni economici e il rifugio utopizzante in astrazioni prive di ogni incidenza reale su essi. La polemica sull’insufficienza del G-8 diventa ridicola, in effetti, se si pretende di saltare dal G-8 al governo mondiale dell’ONU. Il G-8, che prima era il G-7, e prima ancora il G-6, ha una storia che corrisponde alla modificazione delle situazioni e dei rapporti. E la questione che politicamente si pone non è quello di sopprimerlo ma quella di definire le intese, le alleanze, i percorsi, che possono permettergli di evolvere come già si è evoluto nel senso dell’allargamento. Fino a quel grande polo di coordinamento in cui anche la superpotenza americana, che forse converrà considerare se si vuole agire, può trovare una sede per assestare con maggiore simpatia generale la influenza connessa alla sua forza economica e politica.

TOBIN TAX E AIUTO ALLO SVILUPPO

Sembra questo un quadro lievemente più complesso degli schemi in bianco e nero degli anti-global. E perciò vi si collocano anche due problemi che essi tendono a considerare isolatamente. Il primo è la Tobin-tax: che non sembra propriamente una sorta di magia antiglobale atta a finanziare taumaturgicamente il terzo mondo Il prof. Tobin è infatti un illustre accademico di Yale, premio Nobel per l’economia, che naturalmente non si mai sognato di contestare nessuno; e la cui proposta era anzi ispirata dall’esigenza di far funzionare meglio la finanza globale. Come che sia, egli ha prospettato un problema di cui il mondo scientifico ha discusso e continua a discutere con interesse. Nel dibattito scientifico si è fatta strada una certa esitazione ad accogliere la sua idea. Molti economisti altrettanto importanti e indipendenti quanto il prof. Tobin la giudicano negativamente. I governatori delle Banche centrali europee vi sono anch’essi contrari, dal loro punto di vista. I dissensi complessivamente superano i consensi. Si pensa che l’ effetto di una tassa sui movimenti di capitale “a breve” sarebbe comunque quello di creare un vincolo inutile; che non sono le transazioni finanziarie “andata e ritorno” a ritmo quotidiano quelle che producono danni; che il suo gettito, se fosse introdotta, non sarebbe probabilmente cospicuo; che è difficile stabilire chi pagherebbe realmente la tassa; che è verosimile la possibilità che a finanziarla realmente non sarebbe lo speculatore ma l’aumento dei tassi di interesse, con danno generale; che esistono strumenti più semplici per colpire operazioni speculative; ecc. Ma la Tobin-tax sembra così facile a comprendere e così bella, ha un appello elementare così immediato, che attrae anche i migliori. Nella politica francese Jospin ha rilanciato la proposta all’Unione Europea. Schroeder ha preso le distanze ma ha consentito a esaminarla. Fabius e tutto il mondo si sono infine trovati d’accordo che questa “idea generosa”, per poter essere tecnicamente introdotta, avrebbe bisogno di un “accordo universale”. Non è chiaro quale sia la sede di questo accordo universale. Si spera che nessuno proponga l’ONU. E’ possibile che un raccordo tra le grandi aree economiche rappresenti un luogo dove esaminare l’utilità effettiva della tassa per il terzo mondo e convenire un’intesa fra tutti i paesi per introdurla contemporaneamente. Sembra da tutti i punti di vista un affare non semplice. E se è così, la magia non esiste, e una concezione taumaturgica della Tobin-tax , la visione di essa come un punto di svolta nelle politiche di disuguaglianza, è solo infantile. E nella misura in cui il movimento anti-global non riesce ad inquadrarla in una visione matura e articolata dei problemi nasce inevitabilmente l’impressione che esso strumentalizzi una proposta non sua che esige per serietà non propaganda ma analisi. 
Il secondo problema da inquadrare è quello dell’aiuto finanziario allo sviluppo. Esso è oggi terribilmente basso rispetto alle necessità. Ma è anche due volte più basso dello 0,7 per cento del PIL che era stata convenuta per ogni paese sviluppato. Per fare passi avanti pare chiaro che bisogna affrontare una serie di problemi che in materia sono emersi. 
Una questione che si pone è per esempio se l’attuale congegno dell’aiuto finanziario determini un. reale contributo allo sviluppo. Studi molteplici dimostrano in effetti che esso o è irrilevante o è piuttosto basso. Inefficienza delle strutture locali, corruzione, sprechi, molti elementi contribuiscono a questo negativo risultato. Un’altra questione è quella della scelta dai paesi destinati a ricevere l’aiuto. L’analisi dei flussi compiuta nel ‘98 da A. Alesina e D. Dollar ( in un Paper del National Bureau of Economic Research, “Who gives Foreign Aid to Whom and Why?”, in Internet) dimostra che l’aiuto dei governi poco dipende da ragioni di carattere economico e molto da considerazioni politiche e strategiche, dal rapporto ex-coloniale tra paesi donanti e paesi riceventi, dall’ adesione dei secondi alle posizioni dei primi in sede ONU, dalle alleanze politiche: con una distorsione delle finalità dell’aiuto che è comprensibile in certi limiti ma non oltre quei limiti, come oggi avviene. Una terza questione è che, curiosamente, come dimostra un rapporto di A. Alesina e B. Weder (“Do Corrupt Governments Receive Less Foreign Aid?”, Paper del medesimo NBER, in Internet) i governi più corrotti dei PVS ricevono più aiuto di quelli meno corrotti, avendo come canali privilegiati della corruzione le licenze di esportazione e importazione, i controlli sugli scambi commerciali, la definizione degli accertamenti fiscali, le politiche protezioniste e i prestiti.. Un quarto problema è che i paesi che ricevono più aiuto tendono ad essere i più corrotti ma i più corrotti sono anche i più poveri e per questo dovrebbero ricevere più aiuto, in una sorta di circolo vizioso. Un quinto è che la disponibilità di risorse naturali, che consentirebbe di sfruttare al meglio l’aiuto finanziario, crea essa stessa la condizione favorevole a un aumento della corruzione (cfr. il rapporto all’IMF di C. Leite e J. Weidmann, in Internet). Un quinto è che nei PVS è ancora più difficile che nei paesi sviluppati assicurare nella finanza e nell’apparato di governo quella trasparenza, quelle regole e quella stabilità politica che richiedono ampie e generali riforme (cfr. il Paper della World Bank di T. Vishwanath e D. Kaufmann, in Internet). 
Si tratta, come si vede, di nodi assai complicati, per il cui scioglimento non basta l’orientamento della World Bank teso a fondare l’aiuto su progetti precisi. E’ chiaro che nasce l’esigenza che il flusso di aiuti sia soggetto a criteri di priorità, e che essi siano fondati sull’efficacia di rendimento dell’aiuto in termini di sviluppo e perciò sulle caratteristiche delle istituzioni di governo dei paesi riceventi. Un po’ come avviene per gli investimenti privati diretti, i quali non solo non sono strumento di fantasiose egemonie ma risultano i più produttivi per lo sviluppo reale del mondo povero. In questa chiave, emerge la necessità di risposta ad alcuni interrogativi che nascono dalle analisi. Il trend di privilegio dei paesi corrotti deve essere abbandonato o no? Quale attenzione deve ricevere la qualità democratica del paese? Quale priorità debbono avere i paesi riceventi che privilegiano il problema centrale dello sviluppo, cioè la qualità del capitale umano? Quale i paesi che non fanno passi avanti sulla strada della trasparenza ? 
Sono domande che si risolvono in altre anche più esplicite. Che fare se l’aiuto accresce la corruzione? Se la corruzione intralcia la crescita dell’economia? Se ostacola la garanzia dei diritti ? Se malgrado l’aiuto le iscrizioni a scuola non salgono, la spesa governativa per tecnologia, salute ed educazione non cresce, la vaccinazione generale non è raggiunta, le infrastrutture per l’agricoltura sono trascurate, la spesa in armamenti aumenta? E’ evidente come tutto ciò finisca inevitabilmente con legarsi alla questione della sostenibilità politica di un più ampio volume di aiuti da parte dei paesi sviluppati; alle reazioni delle loro opinioni pubbliche di fronte allo stato presente delle cose; alla serpeggiante sensazione, nei paesi i quali sono i maggiori donatori, che il denaro dei contribuenti possa essere impiegato per i medesimi fini, o per altri, in maniera assai più produttiva dell’attuale.

PER CONCLUDERE

Tutto, così, sembra rendere necessaria una riconsiderazione dell’intero problema. Essa non passa attraverso retoriche su problemi morali oppure attraverso tentativi di colpevolizzazione storica dei paesi occidentali, da riscattare con quel denaro sonante - come le indulgenze per i peccatori - che andrebbe concesso senza alcun indirizzo. Passa invece attraverso precise questioni politiche, invero di non facile soluzione, che investono tutti gli Stati e che si riassumono in tre interrogativi: chi, alla fine, decide? in quali sedi ? con quali procedure di intesa tra paesi donanti e riceventi? 
E tornano perciò tutti insieme, strettamente legati tra loro, i problemi che abbiamo inizialmente accennato: quelli della condizione pacifica del mondo, della collaborazione economica tra paesi ricchi e poveri in uno spirito di non contestazione, e di nuove più organiche e forti strutture internazionali che costituiscano un punto di raccordo tra paesi e problemi. Sembrano questi gli essenziali problemi politici che la globalizzazione pone per determinare un più equilibrato sviluppo mondiale; e si iscrivono insieme, piaccia o non piaccia, nell’agenda politica di questa fase storica.. Sono, anche, i problemi che forse meriterebbero meno slogan e maggiori analisi da parte di un movimento che si vuole principalmente interessato ai problemi delle disuguaglianze, e che potrebbe esserlo se non fosse dominato da ideologie e miti tramontati. E sorprende parecchio che un uomo di mondo come l’on. Bertinotti annunzi che l’attuale movimento anti-global rappresenta l’arrivo di una nuova fase storica. Si finisce con l’avere l’impressione che egli appartenga alla categoria di persone le quali vedono l’arrivo di fasi storiche con la stessa frequenza dell’arrivo del postino. Deve aver confuso il movimento anti-global con l'attacco terroristico del fanatismo islamico agli Stati Uniti.

L’articolo di Adolfo Battaglia, apparso sul fascicolo del 5 0ttobre 2001 della rivista l’Acropoli, diretta da Giuseppe Galasso e pubblicata da Rubettino Editore, viene riproposto il 10 Novembre 2001 da:

Democrazia Repubblicana (http://www.democraziarepubblicana.org)


Le risposte al popolo di Seattle

di RALF DAHRENDORF


LE folle di contestatori che portarono a Seattle ad una prematura conclusione del vertice dell'Organizzazione Mondiale del Commercio erano solo l'inizio. Oggi sappiamo che tutti gli incontri internazionali ad alto livello sono accompagnati da dimostrazioni con lancio di pietre, massiccia presenza di forze di polizia e rigide limitazioni alla libertà di movimento dei normali cittadini. Il vertice del G8 a Genova rappresenterà il primo evento culminante di questa nuova esperienza, ma certo non l' ultima occasione del genere. Perché? E che cosa dobbiamo fare noi? Il primo punto fermo da stabilire è che la violenza nelle strade di paesi liberi è inaccettabile. Le democrazie hanno altri modi di esprimere punti di vista diversi, persino i più radicali. Bisogna proteggere la vita civica da gruppi decisi a provocare disordini lanciando pietre e incendiando automobili.
Ma non ci si può limitare a questo. Ci sono interrogativi a cui rispondere, incluso il più doloroso: le democrazie hanno davvero altri modi per esprimere i sentimenti condivisi da tanti sulle conseguenze della globalizzazione? Non dobbiamo illuderci: molti di quelli che non si sognerebbero mai di unirsi ai dimostranti nelle strade nutrono comunque una certa inconfessata simpatia per i loro slogan. "Dateci qualcosa di più bello della globalizzazione", recitava a Londra uno di questi. Non è peraltro semplice capire che cosa voglia il popolo di Seattle. Le sue rivendicazioni mescolano odi sconsiderati e illusioni. 

Sono contro il libero commercio e a favore del Terzo Mondo, contro l'Europa e per il protocollo di Kyoto, contro il capitalismo e a favore di un qualche idillio arcadico, contro l'America e per la dolcezza e la luce. Soprattutto sono arrabbiati. 
E' facile respingere le rivendicazioni del popolo di Seattle e denunciare quanto sia fallace il suo astio. Non è altrettanto facile rispondere alla sua rabbia. Lasciando da parte le minoranze che scendono in strada, c'è una rabbia diffusa dovuta alla sensazione di impotenza che provano i cittadini dei paesi democratici. Essi hanno l'impressione che importanti decisioni che riguardano le loro vite siano emigrate dalle istituzioni che essi possono controllare. Quando si tratta di decisioni chiave sembra che non abbia più importanza chi abbiano eletto nei parlamenti nazionali e a guidare i vari governi. Il futuro dell'ambiente in cui viviamo, la creazione o la distruzione di posti di lavoro da parte di grandi imprese, il destino dei poveri in patria e all'estero, il valore della nostra moneta, queste ed altre questioni vengono decise in luoghi remoti, forse in modi che sfuggono completamente ad un'identificazione. 
Ecco dove sopraggiunge la minaccia della globalizzazione. Il termine è quasi un sinonimo per l'incapacità dei cittadini a gestire gli eventi che li riguardano. La reazione più innocua è di dar vita ad una controparte sotto forma di associazioni locali, talvolta regionali. Non stiamo vivendo solo la globalizzazione ma anche la glocalizzazione, cioè il simultaneo rafforzamento del processo decisionale sia a livello mondiale che prossimo a noi, sia globale che locale. In un certo senso il governo Berlusconi è una coalizione di entrambi che resta da vedere se terrà. 
Ma la glocalizzazione è una reazione innocua. Più pericolosa è la rabbia che si propone di distruggere tutto quanto simbolizzi l'impotenza dei cittadini. L'anticapitalismo può diventare una forza importante a servizio di un nuovo fondamentalismo. L'antiamericanismo può condurre ad un attacco illiberale alla modernità. Ad un capo della strada della reazione arrabbiata alla globalizzazione c'è la nostalgia per una vita premoderna che nella pratica può rivelarsi disastrosa. Non è in realtà dissimile dall'ideologia del fascismo e soprattutto dal nazional socialismo, che inneggiava a sangue, terra e maternità ma praticava repressione e totalitarismo. 
Ci sono quindi tutti i motivi per ripensare la democrazia alla luce dell'istanza di mantenere la globalizzazione sotto una qualche forma di controllo civico. L'Unione Europea dimostra quanto ciò sia difficile. Nonostante le belle parole del nuovo presidente del consiglio della Ue, il primo ministro belga Verhofstadt, non sembra che l'Unione stia diventando democratica nel senso stretto del termine. Può forse, e deve, diventare più trasparente, più responsabile, più sensibile alle esigenze della gente. La reazione al referendum irlandese su Nizza ricorda una battuta di Berthold Brecht che invita ad andarsi a cercare un altro popolo se il popolo non obbedisce. Una ricetta destinata a non fare troppo effetto su un'Europa democratica! Per avere trasparenza e responsabilità nella Ue è probabilmente necessario un più forte legame con le istituzioni politiche nazionali e sicuramente l'abbandono della prassi secondo la quale le decisioni vengono prese dai ministri a porte chiuse. 
Ma i cambiamenti istituzionali rappresentano solo una piccola parte di ciò che bisogna fare. Molto più importante è la necessità di una visione del futuro in prosperità e libertà. Ora che ci siamo lasciati dietro le spalle l'episodio della "terza via" e che sappiamo che la globalizzazione associata a belle parole di compassione e comunità non è abbastanza, è giunto il momento di pensare in modo nuovo. Ciò avrà molto a che fare con la libertà. Viene in mente il saggio sul capitalismo di Adair Turner o "Sviluppo è libertà" di Amartya Sen. Abbiamo più spazio di manovra in politica di quanto pensi chi considera la globalizzazione una fatalità e dovremmo usarlo. 
Intanto il popolo di Seattle non andrà via. Servirà da scomodo richiamo alla necessità di progredire, il che non giustifica i mezzi di azione scelti, ma aiuta a combattere l'acquiescenza e l'apatia. 

(traduzione di Emilia Benghi) 

la Repubblica
6 luglio 2001 


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